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lunedì 4 maggio 2020

White Russian's Bulletin



Per festeggiare come si conviene l'inizio della tanto agognata Fase 2 ho pensato che uno dei vecchi e cari ritardi del Saloon ci stesse alla perfezione, considerato che, per la prima volta da sei settimane, sono riuscito ad allontanarmi da casa per allenarmi. 
Nel frattempo, all'interno del Saloon continuano a farla da padrone proposte seriali nascoste pescate su Netflix e affini e le serate Cinema con i Fordini, che cominciano ad avere all'attivo un buon numero di visioni che spero possano essere la base per il loro amore futuro per il Cinema.


MrFord



GRENSELAND - TERRA DI CONFINE - STAGIONE 1 (Netflix, Norvegia/Germania/Svezia, 2017)

Grenseland - Terra di confine Poster

Questa quarantena resterà sicuramente nella mia memoria, parlando di visioni, come quella dei recuperi pescati dal bacino dello streaming che, con ogni probabilità, in un periodo normale, tra orari di lavoro e impegni, nonostante trame interessanti sarebbero rimasti clamorosamente nella lista dei "forse un giorno". Dopo The Valhalla Murders e Bordertown, approda al Saloon un altro prodotto nordico distribuito da Netflix, legato alla figura di un detective di Oslo che, tornato al paese natio, è costretto a fare i conti con la propria integrità e la coscienza quando la sua famiglia si trova al centro di un caso che potrebbe cambiare completamente la sua vita lavorativa e non.
Il prodotto risulta interessante per cast e ambientazione, la trama ricorda quella del crime nordico che negli ultimi anni va tanto forte tra le pagine dei libri, mancano forse quella scintilla che accende la passione dello spettatore ed un finale fatto e finito, probabilmente perchè, ai tempi della sua produzione, si poteva supporre la programmazione di una seconda stagione che non è mai - o ancora - arrivata. Personalmente ho preferito la prima parte, più legata al thriller e alle ambientazioni di provincia, che non la seconda, più crime e rimbalzata a Oslo - sempre bellissima -, ma comunque, in tempi di quarantena, si lascia guardare senza patemi.




TREMORS (Ron Underwood, USA, 1990, 96')

Tremors Poster

Una delle cose più belle delle serate Cinema è poter rivedere cult della mia infanzia attraverso gli occhi dei Fordini, affascinati dalle loro prime scoperte cinematografiche: nella pausa che è intercorsa tra la cavalcata de Il signore degli anelli e quella de Lo hobbit, ho inserito come cuscinetto Tremors, una chicca dal sapore anni ottanta arrivato a cavallo con i novanta che avrebbero - ma non per sempre, per fortuna - ucciso un certo tipo di immaginario tamarro e sguaiato.
La divertente storia di un gruppetto di persone tanto folli da vivere in uno sperduto paesino dal sapore di vecchio West in Nevada pronte a lottare con le unghie e con i denti contro dei vermoni giganti giunti chissà da dove, pronti a scavare nel sottosuolo fino ad abbattere edifici e divorare uomini e animali è piacevole e sempre divertente anche a trent'anni di distanza, grazie all'ambientazione molto redneck, i battibecchi da buddies tra Kevin Bacon e Fred Ward - caratterista sottovalutatissimo - ed una serie di sequenze action molto ben realizzate.
Un intrattenimento che funziona ancora oggi, di quelli "old school" come piacciono a me, e che, come pensavo, sono riusciti ad intrattenere i Fordini e rilassare le loro giovani menti di spettatori tra una fatica di Peter Jackson e l'altra.




LO HOBBIT (Peter Jackson, Nuova Zelanda/USA, 2012/2013/2014)

Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato Poster

Terminato il viaggio de Il signore degli anelli, passati attraverso Avatar e il succitato Tremors, i Fordini hanno richiesto a gran voce di tornare nella Terra di mezzo buttandosi nella trilogia de Lo hobbit, di fatto prequel delle avventure di Frodo e compagni, pronto a riprendere le gesta di Bilbo Baggins e degli accadimenti che portarono l'anello nelle sue mani.
Rivisto a distanza di quasi dieci anni dall'unica visione il mio giudizio si è completamente ribaltato: ai tempi avevo trovato il primo capitolo molto bello per la gestione della malinconia e del fascino della trilogia del Signore degli anelli, ed il secondo ed il terzo più deboli, figli dei doveri di produzione verso il successo commerciale. Ebbene, nonostante si tratti sicuramente di un prodotto meno incisivo e potente del suo predecessore, ho trovato - ma potrebbe essere un merito legato al fatto di averli visti in tre giorni, quindi a distanza ravvicinata - il suo crescendo interessante, ed il primo capitolo, decisamente favolistico, più debole di quanto ricordassi.
Hanno riscosso un discreto successo rispetto ai Fordini Gandalf - che già era il preferito del Fordino prima - e Radagast, mentre tra i "cattivi" a farla da padroni sono stati gli orchi Azog e Bolg, anche se la curiosità rispetto a Gollum - presente solo nel primo capitolo - e Smaug l'ha fatta da padrona.
Una cavalcata interessante, anche se, senza dubbio, per sempre sorella minore di quella legata al viaggio dell'unico anello.


lunedì 4 febbraio 2019

White Russian's Bulletin



Nuova settimana e, stranamente rispetto agli ultimi mesi, un Saloon sintonizzato quasi in tempo reale con le uscite in sala. Sarà la Notte degli Oscar che si avvicina, saranno titoli che finalmente dopo settimane di quasi nulla cominciano a stuzzicare le corde giuste, ma è stato un piacere, pur centellinandolo, dedicare il tempo alla cara, vecchia, settima arte.


MrFord



VICE - L'UOMO NELL'OMBRA (Adam McKay, USA, 2018, 132')

Vice - L'uomo nell'ombra Poster

L'avevo già intuito ai tempi dell'ottimo La grande scommessa. Adam McKay, incensato da una gran parte della critica - a dire il vero, più in Europa che negli USA -, non mi sta particolarmente simpatico. Non trovo i suoi film così freschi e veloci come alcuni dicono, e penso che il suo approccio sia solo superficialmente "pane e salame".
Eppure, come per La grande scommessa, a dispetto dell'antipatia confeziona una pellicola notevole, recitata alla grande - Christian Bale è all'ennesima conferma delle sue doti - ed in grado di portare sullo schermo un personaggio grigio e poco appassionante come Dick Cheney, eminenza grigia dei mandati di George W. Bush: la cosa sconvolgente è che, a dispetto delle critiche e delle posizioni politiche, il risultato sia stato una comprensione umana, nel grigiore stesso dell'umanità e delle sue sfumature, della figura di una persona disposta a qualsiasi cosa pur di gestire il potere - pur senza manifestarlo "pubblicamente" - e portare - pur senza clamori mediatici - il potere stesso alla sua Famiglia. Un ritratto tanto inquietante quanto clamorosamente reale, inquietante soprattutto per mostrare Dick Cheney esattamente come uno qualsiasi di noi.




DRAGON TRAINER - IL MONDO NASCOSTO (Dean DeBlois, USA, 2019, 104')

Dragon Trainer - Il mondo nascosto Poster

Preso al volo sfruttando la passione sviluppata dai Fordini per uno dei brand extra-Pixar meglio realizzati degli ultimi dieci anni, Dragon Trainer - Il mondo nascosto ha confermato la validità di una storia e di un prodotto che non ha fatto altro che consolidare e rendere sempre più vivi i suoi protagonisti: visivamente splendido - la scoperta del Mondo Nascosto è una meraviglia per gli occhi, e patisce solo il fatto di essere giunta un anno in ritardo rispetto al mondo dei morti di Coco -, divertente quanto emozionante, introduce un tema già trattato anche nell'animazione - quello della separazione come parte integrante dell'amore - in modo intelligente e sentito, chiudendo di fatto il franchise grazie ad un finale in grado di toccare grandi e piccini. 
E dalla Fordina che applaude a scena aperta al primo "incontro amoroso" di Sdentato con la Furia Chiara alla presa di coscienza di Hiccup, passando attraverso gli abbracci dei figli ai genitori in sala e ai perfettamente riusciti charachters di supporto, tutto trova la collocazione giusta.
Perchè la verità è che, pur crescendo, restiamo bambini. E quando guardiamo un film con i nostri figli, siamo sempre più emozionati di loro. Soprattutto perchè loro lo scopriranno in tempi non sospetti, e noi lo sappiamo già da ora.




GREEN BOOK (Peter Farrelly, USA, 2018, 130')

Green Book Poster


Ammettiamolo, sulla carta Green Book è il classico film da periodo di Notte degli Oscar.
Per scelte stilistiche, vicende narrate, tematiche, interpretazioni.
Con ogni probabilità, potrebbe essere la tipica produzione invisa ai radical chic di qualsiasi genere.
Per quanto mi riguarda, Oscar oppure no, è uno di quei film con il potere di incollarti al divano quando capita di incrociarlo alla tv, o che non ti stancheresti mai di rivedere, fosse la seconda o la centesima volta. Mortensen e Ali sono fenomenali nel portare in scena due personaggi scritti alla grande ed estremamente reali e definiti, a prescindere dal fatto che possano essere stati ispirati da storie vere.
Green Book non è tanto un film a tematica razziale, quanto umana: allo stesso modo del "grigio Cheney" di Vice, Tony e Don sono espressioni agli antipodi - e non parlo di differenze di pigmentazione - di come si possa intendere la vita: da una parte il genio inarrivabile e solitario, dall'altra l'uomo del popolo che vive al massimo e non si preoccupa troppo della propria ignoranza. Due punti di vista, due direzioni, due volontà che scoprono di avere in comune un desiderio che, a conti fatti, è il più giusto che si possa pensare di portare nel proprio bagaglio: vivere.
Questo film racconta con il cuore cosa significhi vivere, sia che lo si faccia bevendo una bottiglia a sera da soli, per dimenticare la tristezza, sia condividendo i brindisi con parenti, amici, chiunque si trovi lungo la strada. Sia che lo si faccia per dignità, sia per volontà. Sia mostrando le proprie ragioni a parole, sia con i pugni.
Perchè il linguaggio di certi sentimenti va oltre qualsiasi estremo. E anche oltre il grigio.


lunedì 21 gennaio 2019

White Russian's Bulletin



Nuova settimana del Bulletin, specchio di un periodo che mi trova - purtroppo - piuttosto lontano dal Cinema e più vicino, per tempi tecnici e capacità di rimanere sveglio la sera, alle serie televisive: che si tratti di recuperi di titoli ormai legati al Saloon o di nuove avventure giunte grazie al tam tam della blogosfera o dei recenti Globes, i prodotti da piccolo schermo stanno acquistando uno spazio sempre più importante, rivelandosi fruibili e fornendo alternative sempre molto diverse tra loro.
Con l'avvicinarsi dell'uscita di Creed 2, poi, ho approfittato per ritrovare un vecchio mito di questo vecchio cowboy.


MrFord


RAY DONOVAN - STAGIONE 6 (Showtime, USA, 2018)

Ray Donovan Poster

Proseguono le gesta della famiglia Donovan e del granitico problem solver Ray, uno dei fordiani da piccolo schermo ormai più stimati da queste parti: dopo la morte della moglie ed il trasferimento a New York, le cose si mettono di male in peggio per Ray, suo padre e i suoi fratelli, ed una stagione cui fanno da sottofondo intrighi politici e poliziotti corrotti tanto da ricordare The Shield, vengono a galla i lati oscuri e soprattutto le fragilità di ogni membro della famiglia, mettendo alle corde i suoi membri così come lo spettatore, che tra lacrime e sangue, episodio dopo episodio, soffre, cade e si rialza accanto ai protagonisti. Splendido il season finale, ispirato da Gente di Dublino di Joyce.
Come sempre, grande prova attoriale di Eddie Marsan e Jon Voight.


L'INNOCENTE (Netflix, USA, 2018)

Innocente Poster

Sulla scia del recentemente apprezzato Making a murderer, e considerata la stima letteraria che Julez ripone in John Grisham, grazie all'ormai sempre più presente Netflix abbiamo affrontato la visione de L'innocente, docufiction tratta dall'unico libro ispirato a fatti reali pubblicato dallo stesso Grisham: tornando indietro nel tempo all'ottantadue e all'ottantaquattro ad Ada, in Oklahoma, l'autore si domanda quale sia stato il percorso dietro l'indagine, gli arresti e le vicende legate a due terribili omicidi di due ragazze che si sono viste strappare la vita e di presunti colpevoli che si sono visti togliere la Giustizia.
Un'altra piccola chicca che racconta il lato oscuro del sistema legale statunitense, e trasporta lo spettatore in una spirale di dolore, desolazione, disperazione inquietante proprio perchè vera e vissuta: un altro viaggio nel dolore che solo il più pericoloso tra gli animali può provocare.


THE KOMINSKY METHOD (Netflix, USA, 2018)

Il metodo Kominsky Poster

Premiato ai Globes e giunto grazie al passaparola al Saloon, The Kominsky Method è la prima bella sorpresa del duemiladiciannove: fresco - nonostante l'età dei protagonisti -, piacevole e sentito, l'ho vissuto come una sorta di Californication della terza età.
Strepitosi Douglas e Arkin, perfetti nei duetti da risata come da commozione, piacevole il formato - che mescola le normali atmosfere da serie a quelle da sit com -, interessante il modo in cui, a conti fatti, ci si può prendere in giro per cercare di prendere in giro il Tempo, che prima o poi passa da tutti per chiedere e chiudere i suoi conti, fisicamente oppure no che sia.
Forse il suo vero difetto sta nell'essere troppo corta, ma per quanto mi riguarda non vedo già l'ora di godermi di nuovo le schermaglie verbali da amici veri di questi due vecchi ragazzacci che proprio non vogliono mollare la vita.



ROCKY BALBOA (Sylvester Stallone, USA, 2006, 102')

Rocky Balboa Poster

In attesa di gustarmi in sala Creed II - l'attesa è già alle stelle -, ho deciso di rispolverare uno dei miei capitoli preferiti della mitica saga dedicata allo Stallone Italiano, l'ultimo che l'ha visto protagonista e sul ring: Stallone, regista e sceneggiatore, porta sullo schermo una sorta di "favola d'addio" del suo più fortunato charachter adattando quelle che qualche anno dopo sarebbero state le atmosfere di The Wrestler per raccontare di come, invecchiando, si comincia a vivere al di fuori del Tempo, ma non per questo si è disposti ad arrendersi ad esso.
Un omaggio sentito e commovente ad una galleria di protagonisti unica, dove vengono recuperati personaggi di secondo piano come Mary - la ragazzina del primo Rocky - e Spider Rico - lo sfidante di Balboa nel match che aprì quello stesso capitolo - e più di una volta si sospira pensando che la clessidra non risparmia neanche i grandi combattenti. 
Ma questo non significa che ci si debba arrendere. Anzi.


lunedì 8 ottobre 2018

Dr. House - Stagione 8 (USA, Fox, 2012)




- La prima cosa che mi viene da fare è scusarmi con il vecchio, scorbutico, ironico e stronzo Greg House, snobbato all'epoca della sua rivalità in ascolti con Lost e ripreso soltanto in anni recenti, per avermi fatto ricredere sulla sua cavalcata e soprattutto ringraziarlo per aver rappresentato uno dei primi, grandi preferiti del Fordino.

- Come tutte le serie di culto, benchè popolari, anche per lo spigoloso medico era giusto giungere ad una conclusione del proprio ciclo, e l'ultima stagione chiude in bellezza forse non presentandosi come la migliore ma riuscendo a scrivere un epilogo interessante ed emozionante oltre che a mostrare quasi tutti quelli che sono stati protagonisti della saga.

- Per quest'ultima stagione è stato interessante poter vedere più o meno all'opera tutti i membri vecchi e nuovi del team di House, così come dare una sbirciata, con l'epilogo, a quello che sarà il futuro del reparto diagnostica del Princeton, e se negli anni Foreman ha perso punti, fino alla fine ho trovato sempre mitici Taub e 13, supportati dalle due interessanti new entries femminili di quest'ultima stagione.

- Come era giusto che fosse, la chiusura dedica la maggior parte del suo spazio all'amicizia tra House ed il personaggio che è stato la sua colonna nel corso degli anni, l'inseparabile Wilson, regalando anche una chicca da metacinema nel series finale citando L'attimo fuggente, considerato che l'oncologo e supporto dello Sherlock Holmes della medicina fu il volto, decenni fa, di Neil Perry, uno dei protagonisti della pellicola di Peter Weir.

- Proprio nel loro rapporto si consuma la parte più toccante degli ultimi episodi, e così come decine di volte ci si era fatti una risata sui tiri mancini del vecchio Greg al suo amico di una vita, ora resta una sensazione di malinconia perfetta per un titolo che saluta il suo pubblico, e il Saloon, tra l'altro infilando la chicca, nel finale, di un pezzo dell'ultimo disco di Warren Zevon, altro fordiano ad honorem, Keep me in your heart.

- Non resta che recitare un bel "so long", dunque, ad un charachter senza dubbio memorabile ed una serie che a suo modo e per molti è da considerare un cult, ripensando a quante cose negli ultimi anni siano cambiate nella mia vita. E che quelle stesse cose hanno finito per permettermi di non diventare stronzo quanto House. O almeno, cercare di esserlo in misura minore.



MrFord



 

lunedì 30 luglio 2018

12 Soldiers (Nicolai Fuglsig, USA, 2018, 130')








La prima cosa che mi ha colpito, approcciando 12 Strong - inutilmente ribattezzato qui in Italia 12 Soldiers -, è stata la sensazione legata alla percezione di quello che è stato l'undici settembre duemilauno: uno dei limiti principali del lavoro di Fuglsig - per me sottovalutato, ad ogni modo, dalla critica radical - è quello di essere giunto forse fuori tempo massimo per suscitare un determinato tipo di patriottismo o toccare corde che ai tempi avrebbero coinvolto non solo il pubblico americano, ma anche del resto del mondo, e questo mi ha fatto pensare a quanto la percezione di quell'assurda giornata possa essere differente da chi l'ha vissuta come un ricordo già consolidato a chi, al contrario, allora era ancora troppo piccolo per poter quantificare l'importanza e la risonanza che quell'attacco ebbe in tutto il globo.
Io ricordo molto bene il momento, non fosse altro perchè ai tempi avevo un terrore folle di prendere l'aereo e che la mia fidanzata dei tempi, dato che eravamo in vacanza, nascose il telecomando del televisore della camera d'albergo sperando che potessi evitare la notizia ed allarmarmi rispetto al nostro rientro, previsto per un paio di giorni più tardi: ricordo anche le code dei turisti americani ai telefoni pubblici in un tempo in cui smartphone e internet non erano così alla portata di tutti, e lo sconvolgimento che ebbi non tanto per la questione degli aerei, ma perchè qualche anno prima visitai e salii in cima alle Torri, edifici che non avrei mai davvero pensato sarebbero potuti crollare in quel modo.
La cosa più incredibile, comunque, legata ad allora, per quanto mi riguarda è la sensazione che il mondo in qualche modo fosse cambiato, e che quell'avvenimento aveva contribuito a farlo: non erano ancora gli anni degli attentati casuali per la strada, di Londra, Nizza e Parigi, eppure la sensazione era che fosse la quotidianità ad essere minacciata. L'idea di due mondi che si scontrano con le armi che hanno a disposizione, e che, come da sempre nella Storia, a farne le spese fosse principalmente la gente comune.
L'impressione, guardando 12 Soldiers, è che nonostante Fuglsig sia del settantadue non sia riuscito neppure lontanamente a trasmettere quelle stesse sensazioni, e che il risultato sia un film ben confezionato con un buon cast - per quanto ripetitive, le sequenze legate alla battaglia in pieno stile Lawrence d'Arabia mi hanno molto colpito - incapace di toccare dal punto di vista emotivo, e dunque non in grado di conquistare quella fetta di pubbico "pop" che di norma - e soprattutto in quegli anni - avrebbe consacrato un lavoro a stelle e strisce come questo.
Nonostante questo - o forse perchè avevo aspettative molto basse - mi sono goduto l'epopea - tratta da una storia vera - di Mitch Nelson e dei suoi uomini così come l'amicizia costruita in battaglia da quest'ultimo con Dostum, leader locale opposto all'invasione talebana: non che questo film possa essere paragonato a pellicole dello stesso genere decisamente più potenti come Lone Survivor o American Sniper, ma tutto sommato porta a casa una pagnotta forse non coinvolgente e neppure smaccatamente retorica come ci si aspetterebbe - pare abbia il freno a mano tirato un pò da tutte la parti - ma interessante da guardare fosse anche solo per gli scorci ed il comparto tecnico, a mio avviso decisamente buono considerata anche la cifra investita dalla produzione.
Un prodotto, dunque, che ha il limite di non avere il carattere per piacere agli estremi del pubblico e che quindi probabilmente non verrà ricordato, che cerca di dare un colpo al cerchio e uno alla botte - quasi non volesse scontentare nessuno - ma che proprio per questo finisce per risultare a suo modo poco incisivo.
Eppure, dall'altra parte, si notano voglia ed impegno, volontà di non caricare troppo ma di ricordare, di essere presenti e farsi sentire anche quando non sarà previsto un riconoscimento, un pò come i reali membri della squadra di Mitch Nelson.
Se, da questo punto di vista, la volontà del regista e degli autori fosse stata questa, 12 Soldiers sarebbe un lavoro da rivalutare, al contrario da criticare per la mancanza di carattere, quasi chi l'avesse portato sullo schermo "pensasse troppo da soldato e poco da guerriero", per dirla come Dostum: a noi, dall'altra parte, resta solo la possibilità di fidarsi, oppure no, dell'istinto.
O rimanere in attesa, e capire dove avrà portato la Storia.




MrFord





mercoledì 25 luglio 2018

Calibre (Matt Palmer, UK, 2018, 101')




Non è mai semplice considerare l'etica. O approcciarla. Capire quando è il momento di seguirla e quando di ignorarla. Nel corso della mia vita ho fatto senza dubbio cose che mi avrebbero potuto portare guai, altre che avrebbero potuto - o l'hanno fatto - soffrire altre persone, altre ancora che le hanno rese felici.
E sono stato fortunato a non essermi mai trovato in mezzo a situazioni davvero complicate, da questo punto di vista. O quantomeno, ringrazio di non essermici trovato.
Perchè l'etica può portare a scelte strane, assurde, crudeli, non desiderate, trasformare la vita in un sogno o in un incubo nel giro di un istante: il Cinema anglosassone, in questo senso, aveva già sfornato proposte molto amate qui al Saloon come The Descent e Eden Lake, che a prescindere dal genere ponevano lo spettatore in una condizione scomoda e di disagio legata alle scelte dei protagonisti, e nello stesso filone, pur con risultati ed impatto inferiore, si può considerare inserito Calibre.
Il lavoro di Palmer, incorniciato dalla natura splendida eppure soffocande delle Highlands scozzesi, porta in scena il dramma da thriller con rimandi ad Haneke ed alla crudeltà del caso di due amici da una vita che, nel pieno di un weekend all'insegna dell'alcool e della caccia che celebri una delle ultime uscite goliardiche prima che uno dei due diventi padre, vengono travolti da una casualità che sfocia nel sangue, pronta ad innescare una spirale di eventi ovviamente pronti a peggiorare la situazione ora dopo ora.
Non siamo ovviamente di fronte ad un Polanski, al già citato Haneke o ai lavori migliori di Neil Marshall, eppure Calibre funziona, trasmette disagio e stimola riflessioni importanti nello spettatore, a prescindere dal fatto che possa essere d'accordo oppure no sulle scelte che porteranno i due main charachters - forse il punto debole della pellicola, rispetto alla location, allo script e ai caratteristi attorno - o che in alcuni punti si noti una certa incompletezza della produzione, o limiti naturali in termini di budget o approccio.
Cailbre è uno di quei progetti di nicchia per nulla radical, scontati o pronti alla concessione che andrebbero riscoperti, e senza dubbio tra i titoli "ripescati" più interessanti che abbia trovato sulla piattaforma di Netflix, pronto a lasciare indietro molti altri decisamente più in vista e distribuiti.
Ma a prescindere dalle questioni pratiche e tecniche, dalle analisi e dall'approccio, la verità è che titoli come questo sono destinati, in un modo o nell'altro, a restare per qualche tempo dentro chi li guarda, perchè inevitabilmente pronti a portare l'audience a considerare ogni posizione, dubbio, errore, approccio più o meno umano - non necessariamente nel senso buono del termine -.
Un incidente, una casualità, il Destino a volte sono arbitri di scelte e posizioni estreme, ma non per questo esistono per giustificare quelle stesse estremità: la nostra posizione, il rischio, la decisione di proteggere se stessi o nascondere qualcosa, il pensiero che una strada possa essere migliore di un'altra diventano arbitri non tanto della Legge o delle convenzioni sociali, quanto della capacità di guardarsi allo specchio e tenere i conti con se stessi.
Non molti di noi sono in grado di gestire quei conti.
Nella quotidianità ancora meno che rispetto a tutti gli estremi cui il mondo può mettere sul piatto.
E quando un film semisconosciuto distribuito in sordina da una delle piattaforme di streaming più note del mondo decide di farlo, l'unica cosa che pare etica è incoraggiarlo. E dargli la possibilità che si merita.



MrFord



martedì 29 maggio 2018

Ballers - Stagione 3 (HBO, USA, 2017)







Orfano - o quasi, considerato quanto ancora influiscono sulla cultura pop - dei mitici action heroes figli degli anni ottanta, un vecchio tamarro come me non può che essere felice e grato dell'esistenza di Dwayne Johnson, ormai ex The Rock che per una decina d'anni buona fece sognare - accanto al suo rivale più importante in WWE Stone Cold Steve Austin - i fan di wrestling di tutto il pianeta: il ragazzone di origini samoane, infatti, dai tempi in cui decise di lasciare il quadrato e tentare una carriera a tempo pieno sul grande e piccolo schermo, ha fatto passi da gigante, collezionato successi e gran soldi, arrivando perfino a tornare sul ring di tanto in tanto giusto per soddisfare i desideri dei fan - lo dimostra il doppio scontro avvenuto in due edizioni consecutive di Wrestlemania con John Cena, uno degli atleti che ne raccolse il testimone -.
Film tamarri a parte, sono stato fin dal principio fan dell'esperimento di Ballers, nato da una produzione HBO che vedeva tra i produttori protetti fordiani quali Peter Berg e Mark Wahlberg, incentrata sulla carriera post campo da football di un giocatore reinventatosi consulente finanziario ed agente: nel corso delle prime due annate, infatti, avevo visto in questa serie una sorta di sorellina minore di Californication, tra capricci di star, richiami a Jerry McGuire, toni da commedia ed una spruzzata di malinconia.
Non che le cose siano cambiate, o che non mi sia piaciuto seguire le gesta di Spencer e del suo fidato sidekick Joe anche a questo giro, ma l'impressione è stata quella di un "vorrei ma non posso", di un prodotto che pare voler prendere una strada nuova e coraggiosa per poi tornare sui suoi passi per evitare di spiazzare troppo gli spettatori o chissà chi altro.
In qualche modo, ho trovato la gestione dei dieci episodi decisamente schizofrenica, pronta a palleggiarsi tra puntate che parevano riempitivi ed altre pronte a far spalancare gli occhi per la soddisfazione, passaggi che hanno fatto sognare - il discorso di Spencer ai rappresentanti della Lega - ed altri figli del "tutto cambia per non cambiare" tipico delle serie che, e mi dispiace dirlo, arrivano al punto in cui cominciano a mancare le idee - l'anticlimatica chiusura che pare riportare indietro le lancette alla prima stagione -: un'annata, dunque, tra luci ed ombre per Strasmore e soci, che essendo stati confermati per un quarto giro di giostra dovranno rimboccarsi le maniche e cercare di recuperare il terreno soprattutto in termini di direzione di scrittura, considerato che è decisamente più facile per una produzione che non racconti una vera e propria storia ma pezzi di vite che si incrociano - e non parliamo di chissà quali personaggi realmente esistiti, o di fantasia, destinati a cambiare il mondo, ma solo di sportivi con un sacco di soldi e problemi da gente comune amplificati a dismisura - perdere originalità e pubblico, piuttosto che rinnovarsi al meglio e catturarne sempre di più.
Personalmente resto convinto delle potenzialità di Ballers, e credo che con un pò più di decisione ed attenzione questa serie potrebbe continuare a rivelarsi una sorpresa: gli autori devono soltanto non fossilizzarsi sul vecchio Dwayne e le sfanculate che spara a raffica in ogni dove, quanto più decidere cosa fare dei protagonisti e come gestirli permettendo loro di evolversi, invece di fare grandi giri per poi tornare al punto di partenza.
Altrimenti finiranno per fare la fine di Spencer, con le sue ambizioni da pezzo grosso ed il desiderio di paternità, e proprio come lui si troveranno esattamente con quello che ci si ritrova quando si vuole troppo: si finisce per non stringere nulla.




MrFord




 

martedì 20 marzo 2018

Ore 15:17 - Attacco al treno (Clint Eastwood, USA, 2018, 94')




Non è stato facile approcciare l'ultimo lavoro di Clint Eastwood, mio nonno cinematografico nonchè quello che considero il John Ford della nostra epoca: senza girarci troppo intorno, penso infatti che 15:17 - Attacco al treno, ispirato al tentativo di attentato sul convoglio che da Amsterdam viaggiava verso Parigi il ventuno agosto duemilaquindici impedito principalmente dall'intervento di tre ragazzi americani in viaggio attraverso l'Europa, due dei quali legati ad esperienze militari negli States - e che lo stesso Clint ha voluto, con tutti i rischi e le conseguenze del caso, come interpreti di se stessi sul grande schermo -, abbia deluso praticamente tutti.
Ha deluso il grande pubblico che ne ha dichiarato un successo molto limitato al botteghino - complici, probabilmente, la campagna pubblicitaria che l'ha presentato come un film d'azione serrata quando la descrizione degli eventi è mio parere giustamente collocata nel solo quarto d'ora conclusivo e la presenza di attori chiaramente non professionisti -, i fan Dem del Clint impegnato ed autoriale - pronti a prendere posizioni estreme e quasi radicali contro il loro ex idolo -, i fan decisamente meno Dem - che probabilmente si aspettavano una versione antiterrorismo di Terminator, o cose simili -: in pratica, il vecchio Eastwood ha finito per ritrovarsi con più nemici di quanti se ne sarebbe trovati girando un documentario che esaltasse la figura di Donald Trump.
Ora, io non ho mai fatto mistero delle mie posizioni politiche - decisamente lontane da quelle del Nostro Dirty Harry -, non ho mai sognato di arruolarmi, o di pensare che i miei figli possano avere fin da piccoli familiarità con le armi - pur se giocattolo -, non ho mai sentito vicini i valori di Dio e Patria tipici di un certo approccio, non ho mai giustificato la guerra come atto umano - in termini di etica ed intelligenza -, ho vissuto i racconti dei miei nonni - uno reduce della Campagna d'Africa, l'altro partigiano - e negli occhi di nessuno ho visto esaltazione, o attorno ai loro corpi un'aura mitica da supereroi. Si trattava - e si tratta - di persone normali, con i loro limiti, il loro modo di intendere e vedere le cose ed il mondo, i loro difetti, i loro pregi, alle prese con eventi decisamente oltre l'ordinario.
Ed è questa, a mio parere, l'idea più importante dietro questo film.
Che non sarà certo il migliore di Clint, non tira fuori emozioni o grandi storie, non coinvolge o sconvolge - se non chi va alla ricerca della polemica politica a tutti i costi -, ma fotografa bene la realtà.
La realtà che dice che siamo persone normali. Lo siamo quando crediamo di essere nel giusto, quando facciamo del bene e quando, al contrario, facciamo del male, quando lottiamo e quando cerchiamo semplicemente di vivere la vita.
Attacco al treno, a ben guardare, racconta il viaggio in Europa di tre amici d'infanzia che vogliono divertirsi e vedere il mondo prima di diventare troppo grandi per rimorchiare a caso e sbronzarsi in discoteca neanche stessimo guardando il filmino delle vacanze di un nostro conoscente in una qualsiasi serata in compagnia. Può apparire banale, inutile, poco rilevante rispetto all'evento che, dal titolo al trailer, dovrebbe raccontare.
Ma è proprio questo il segreto. La normalità. Skarlatos, Stone e Sadler sono ragazzi normali.
Potranno avere valori di riferimento diversi dai miei, ma in fondo girano in Europa come tutti fanno a vent'anni pensando solo a scoprire nuovi posti, bere e trovare più ragazze possibili.
E sinceramente, da non sostenitore della guerra, delle armi e di tutto il resto, mi sta discretamente sul cazzo il fatto che possano rischiare di essere fatti fuori da qualcuno che, a sua volta, è cresciuto con valori di riferimento diversi dai miei.
Perchè al posto loro potrei esserci io quindici anni fa, o i miei figli tra quindici anni.
Personalmente spero che ai Fordini non venga mai l'idea di arruolarsi ed andare a combattere da qualche parte nel mondo rischiando di non tornare a casa, continuerò a mantenere le mie posizioni politiche - assolutamente diverse da quelle di Clint - per tutta la vita, a pensare che non è un arma a rendere più sicuro il mondo, ma uno stato mentale così come uno sociale.
Eppure, fossi stato su quel treno, sarei stato felice che Skarlatos, Stone e Garland fossero lì con me.
E lo sono anche se su quel treno non c'ero.
Sono anche felice di aver visto questo film, perchè se è ovvio che non sia il migliore di uno dei registi migliori degli ultimi quarant'anni - forse, addirittura, uno dei suoi peggiori -, è chiaramente il segno della grande intelligenza dell'uomo dietro la macchina da presa.
Che sarà pure un vecchio repubblicano senza ritegno con il quale, probabilmente, politicamente non riuscirei ad andare d'accordo neppure dopo esserci bevuti una ventina di birre a testa con qualche shot di Jack Daniels in mezzo senza capire più neppure dove ci si trovi, ma da uomo d'esperienza e testa pensante ha mostrato la normalità e, ammettiamolo, la banalità del Male.
Ma fortunatamente, anche del Bene.



MrFord




martedì 13 marzo 2018

Bastardi in salsa rossa (Joe R. Lansdale, USA, 2017)




I più vecchi ed affezionati lettori del Saloon ben sanno che, se c'è un autore di casa da queste parti, è Joe Lansdale, che scoprii - anche se già lo conoscevo - pochi mesi prima di aprire il blog e che divenne un vero e proprio punto di riferimento per il lato pare e salame ed affezionato all'avventura ed allo spirito cowboy che coltivo dentro dall'infanzia.
La saga di Hap e Leonard - suoi personaggi principe -, poi, è da sempre una delle mie favorite, in grado di unire dramma, grottesco, botte da orbi e commedia selvaggia, senza contare il potere che questi due personaggi hanno di tirare fuori il meglio dal loro autore.
A distanza di un paio d'anni dalla loro ultima avventura, Honky Tonk Samurai, chiusa in modo drammatico tanto da suggerire ai suoi fan che il tutto potesse essere giunto al termine, a sorpresa - almeno per quanto mi riguarda - questo Bastardi in salsa rossa - adattamento pessimo dell'originale Rusty puppy - ha riportato i due amiconi nella mia vita in un momento in cui ce n'era davvero bisogno: ho comprato, infatti, questo libro il giorno prima di un'operazione non proprio semplice cui è stato sottoposto mio padre di recente, e sono stato felice di sapere che Hap e Leonard fossero accanto a me, pronti a farmi affrontare il giorno dell'intervento in sala d'attesa con le loro battute ed il modo di affrontare anche i momenti peggiori della vita con la testa alta e la lingua tagliente.
E posso solo ringraziare loro ed il vecchio Joe per questo.
Peccato che, ragionando a mente libera, questo sia indubbiamente il romanzo peggiore della serie dedicata ai due improvvisati detectives, di grande effetto per la prima metà e dunque pronto a spegnersi come una bolla di sapone, o un racconto tirato fino a colmare la distanza verso il romanzo, stanco come due protagonisti che, per quanto in forma, superata la cinquantina cominciano ad averne abbastanza della cresta dell'onda e dei tempi delle "stagioni selvagge".
E per la prima volta, nonostante il piacere di leggere le loro avventure sia immutato, e nei momenti migliori regalino battute e momenti a dir poco perfetti, ho avuto la sensazione che si ha con alcune serie televisive nel momento in cui tirano troppo la corda, e forse sarebbe il caso di preferire un finale con il botto ad un lento spegnimento progressivo.
Certo, le tematiche affrontate sono molto interessanti - la povertà causa di avvicinamento al crimine ed alla perdizione, la tentazione del potere in mano alla parte bianca ed apparentemente "bene" dell'America di confine, il rapporto tra padri e figli -, la spontaneità non manca, eppure la sensazione è quella di un compito svolto ad uso e consumo del fan service, che oltretutto liquida in modo abbastanza rapido ed indolore quello che pareva a tutti gli effetti l'addio ad uno dei protagonisti della serie, quasi il suo autore avesse avuto paura di rischiare troppo e mollare la presa.
Non una delusione, sia chiaro - non finivo un romanzo in due settimane da non ricordo neppure io quando -, ma più che altro un campanello per noi fan e per un autore che senza dubbio non potrà mai essere considerato lirico come i vari McCarthy o Winslow ma che rappresenta una bella fetta dell'avventura - in tutti i sensi in cui la si può intendere - made in USA attuale: in un certo senso, Lansdale deve accettare - come pare stiano facendo Hap e Leonard - il fatto di stare invecchiando, e che se le prospettive non cambiano, sarebbe più consigliabile godersi una sanissima e meritata pensione.
Del resto, un'avventura di questi due combinaguai me la godrei anche nella cornice di un ricovero per anziani.




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lunedì 15 gennaio 2018

Bright (David Ayer, USA, 2017, 117')




E' ormai chiaro quanto grande sia l'influenza di Netflix nel panorama non soltanto più circoscritto al piccolo schermo, ma anche, in una certa misura, al grande, pur se riferito al proprio portatile o al salotto di casa e non ad un multisala da weekend: il network che ha rivoluzionato il modo di approcciarsi all'universo dei serial si è ormai definitivamente lanciato anche nella produzione originale di lungometraggi, da Okja a 1922 o Il gioco di Gerald, per citarne tre che nel corso degli ultimi mesi hanno fatto parecchio parlare di loro.
Bright, giunto in rete a seguito di una campagna pubblicitaria piuttosto forte, diretto dal David Ayer di End of watch e Sabotage ed interpretato da Will Smith e Joel Edgerton, era senza dubbio una scommessa, un rischio, una di quelle cose in bilico tra l'essere una potenziale figata ed un potenziale fallimento, nonchè la produzione più costosa messa in piedi finora da Netflix: mescolando elementi che paiono usciti dritti dalla mitologia de Il Signore degli anelli con le tensioni razziali di District 9 e gli elementi urbani da sempre nel corredo artistico del regista, gli autori sono, a mio parere, riusciti a vincere la scommessa confezionando un prodotto assolutamente tamarro e sopra le righe, assolutamente imperfetto, eppure godibilissimo da guardare e pronto a solleticare il desiderio non solo di un sequel, ma anche di un'eventuale e reiterata visione, portandomi a riflessioni simili a quelle indotte dall'altrettanto imperfetto e recente Seven Sisters.
L'odissea da sbirri da strada di Ward e Jakoby, segnati da un destino che li ha visti essere messi in coppia a causa del carattere difficile del primo e della natura di orco del secondo, che porta a galla pregiudizi e razzismo - anche se parliamo di creature fantastiche, la metafora è evidente -, hard boiled nel senso più classico del termine, un'atmosfera da manga fantasy pronta a prendere il sopravvento soprattutto nella seconda parte, una dose consistente di violenza, un'interpretazione affascinante di una Los Angeles versione modern fantasy, per l'appunto, funziona ed intrattiene con l'irruenza tipica del film action anni ottanta con qualche deriva nel thriller soprannaturale e soprattutto nel prodotto da quartiere malfamato, musica alta - gran colonna sonora, senza dubbio - e proiettili che nel mio caso ha sempre esercitato un certo fascino.
Personalmente, avendolo approcciato senza alcuna pretesa se non scoprire cosa aveva progettato Netflix con un team che sapeva più di grande produzione hollywoodiana in cerca di risultati da fantascienza al botteghino, ho trovato piuttosto esagerato il tiro al bersaglio che è stato fatto rispetto ad un prodotto solido e piacevole, che non entrerà certo nella Storia del Cinema ma che svolge il suo compito nel migliore dei modi, neanche fosse un orco apparentemente non troppo sveglio e di sicuro ingenuo che affianca come meglio può un collega che non solo non si fida di lui, ma neppure lo vorrebbe al suo fianco, rinverdendo i fasti del buddy movie versione sbirro neanche fossimo tornati indietro ad Arma letale.
Avendo poi un background legato a doppio filo al mondo dei fumetti e dei giochi di ruolo, Bright ha rappresentato un divertissement perfetto, un pò come se Tolkien avesse deciso di ambientare una storia in mezzo ai casini di Strange Days: certo, il lavoro di Ayer non avrà pretese ed originalità, ma sfrutta il cocktail caotico e vario che si ritrova per le mani finendo per appoggiare sul bancone uno di quei beveroni dai colori sgargianti che pensi, da ottimo bevitore, che vada bene giusto per le feste degli adolescenti ed invece ti ritrovi a scolare a raffica con la sensazione di buttare nel motore benzina pronta soltanto ad essere data alle fiamme.
Per un vecchio cowboy come me, non ci si pone neppure il dubbio: anche perchè bere un cocktail in più non solo può significare scoprire sapori nuovi, ma anche che non si ha paura di tutta la diversità presente in qualsiasi mondo, reale o immaginario.
E conoscere, gustare, imparare da quella diversità può essere un ottimo modo per uscire anche dai più brutti guai vivi e più pieni.



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lunedì 13 novembre 2017

Thor: Ragnarok (Taika Waititi, USA, 2017, 130')






Dai tempi delle scuole medie sono sempre stato un discreto appassionato di epica, da Omero alle leggende legate a tutte le grandi religioni pagane e politeiste dell'antichità, pantheon asgardiano compreso.
Il mito del Ragnarok - praticamente una versione dell'Apocalisse dei nostri cugini del Nord -, pronto ad incombere, inevitabile come la morte, perfino sugli Dei abitanti di Asgard, mi aveva sempre affascinato, prima da studente e dunque da lettore di fumetti, per quanto, lo ammetto, Thor non sia mai stato - come Superman e tutti gli eroi troppo potenti e troppo divini, per l'appunto - tra i miei preferiti: curioso dunque che, dopo un primo film discreto ed un secondo che mi aveva intrattenuto alla grande, con questo terzo capitolo delle avventure del figlio di Odino le aspettative della vigilia fossero quelle di un Ragnarok formato bottigliate, considerate le peste e corna lette in rete a proposito del lavoro di Taika Waititi - che, al contrario, è un regista interessante del quale andrebbero recuperati Hunt for the wilderpeople e What we do in the shadows -, probabilmente alimentate dai radical senza via di redenzione.
Fortunatamente, questo Ragnarok è stato decisamente meno tempestoso e molto più divertente di quanto potessi sognare, ed il regista neozelandese è riuscito nella non facile impresa di confezionare uno dei film Marvel figli del Cinematic Universe più divertenti e spassosi, in grado di pescare a piene mani dalla tradizione delle pellicole d'avventura anni ottanta, dalla sci-fi, dal fantasy - mi è quasi parso di schiaffarmi un cocktail di Star Wars, Il signore degli anelli e Howard e il destino del mondo in versione buddy movie Nuovo Millennio, per intenderci - e regalare al pubblico un'opera piacevolmente ignorante, che con ogni probabilità se fosse uscita nell'ottantacinque ora sarebbe considerata un piccolo cult, pronta a superare per gradevolezza molti dei Marvel movies recenti per piazzarsi subito dietro il secondo Guardiani della Galassia nella scala di gradimento del sottoscritto, confermando la grande chimica tra i charachters di Thor e Hulk - sfruttato a mio parere perfettamente nella sua chiave più comica -, portando avanti una trama tipica di questo genere con l'eroe sottoposto a prove e difficoltà fino alla "rinascita" finale e regalando anche uno spessore nuovo a Loki, nemesi e fratellastro di Thor, che si conferma come uno dei personaggi più profondi ed affascinanti di questo mosaico al quale si continuano ad aggiungere sempre nuovi pezzi.
Un plauso, dunque, a Taika Waititi, pronto a non farsi schiacciare dalla grande produzione, al piglio scanzonato dell'intera operazione - stupende le comparsate di Matt Damon e dell'ormai forse immortale Stan Lee, creatore di Thor e di quasi tutti i personaggi che hanno fatto la fortuna della Marvel e dei sogni di milioni di lettori di fumetti in tutto il mondo -, alle botte da orbi che partono da un pianeta chissà dove al limitare dell'Universo e finiscono ad Asgard, agli elementi che rimandano ai prossimi step dell'operazione che porterà ad Avengers - Infinity War la prossima primavera ed alla coesione di un cast che probabilmente ha finito per sentirsi così a proprio agio ed in gran scioltezza da regalare una perla dietro l'altra, che si tratti di ruoli principali o secondari.
Forse manca l'approfondimento - in particolare di Hela e del passato di Odino, nonchè del rapporto tra quest'ultimo ed i suoi figli -, ma sinceramente quando un giocattolone è così ben costruito, e soprattutto godibile nel suo sfruttamento, poco importano le introspezioni ed i tecnicismi, le posizioni radical e tutto quello che ne consegue: sinceramente, perdendomi tra le risate, in più di un momento ho desiderato, benchè certe battute mi sarebbero inesorabilmente sfuggite, di avere ancora dieci o dodici anni e ritrovarmi di fronte a questo spettacolo, sognando di spaccare accanto a Hulk o di avere un compagno di lotta potente e dalla battuta pronta come Thor - quel "figlio di" rifilato a Surtur in avvio di pellicola mi ha fatto tornare dritto dritto dalle parti di Deadpool, per intenderci - con il quale sbaragliare l'avanzata del supercattivo - o cattiva, come in questo caso - di turno, correndo incontro alla battaglia come se Grosso guaio a Chinatown ed Il ritorno del re avessero deciso di farsi un giro di giostra nel colorato mondo dei Fumetti.
Urlando, ovviamente, a squarciagola.




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mercoledì 13 settembre 2017

Se dio vuole (Edoardo Falcone, Italia, 2015, 87')




Quando, non troppi mesi fa, ha fatto capolino in modo assolutamente casuale da queste parti Beata ignoranza, con protagonisti Marco Giallini - in grande spolvero da Rocco Schiavone e Perfetti sconosciuti in poi - ed Alessandro Gassman, ho finito per rivalutare almeno in parte il Cinema italiano che tanto ho osteggiato nel corso delle ultime stagioni, finendo per sdoganare, autori come Sorrentino a parte, quelle commedie leggere e piacevoli senza grandi pretese ma in grado di regalare serate easy e godibili come un massaggio o un cocktail con la giusta concentrazione alcolica: Se dio vuole, passato sugli schermi del Saloon durante la trasferta spagnola e sponsorizzato dalla mitica suocera Ford, si è rivelato parte del novero ed ha ulteriormente confermato una delle coppie più interessanti della commedia all'italiana divertente e non volgare, formata per l'appunto da Giallini e Gassman, che nel ruolo del preciso e spigoloso e del caciarone eterno Peter Pan funzionano alla grande, finendo, in casi come questo, addirittura per soddisfare perfino un ateo convinto come il sottoscritto trattando un tema spinoso come la Fede.
Il rapporto tra il medico affermato Tommaso ed il prete "redento" - ed ex carcerato - Don Pietro, con le certezze granitiche del primo messe in discussione ma mai appesantite dal concetto di religione funziona, diverte e coinvolge, e seppure a tratti un pò telefonato finisce per dare allo spettatore quello che si potrebbe chiedere ad una pellicola senza impegno come questa, resa ancora più interessante da un finale "a libera interpretazione" che regala uno spessore inatteso - almeno dal sottoscritto - al lavoro di Edoardo Falcone.
Per il resto, pur legato a situazioni e dinamiche differenti, un film pronto a raccontare da un punto di vista drammaticamente divertente del concetto di Famiglia che mi ha ricordato Tutta colpa di Freud - sempre con il buon Giallini protagonista -, senza particolari ambizioni alte ma funzionale e pronto a regalare momenti di riflessione e risate anche grasse: da esterofilo quale sono, non mi vergogno ad ammettere la genuina utilità di titoli come questo, pronti a dare respiro nelle serate di stanca e quantomeno a sostenere la speranza che in Italia si torni a lavorare bene anche quando si tratta di produzioni commerciali, riguadagnando il terreno rispetto, tra gli altri, ai nostri cugini francesi che in questo senso negli ultimi anni hanno davvero portato sugli schermi cose decisamente molto interessanti sia quando si è trattato di sbancare i più importanti Festival che di strappare qualche sana risata al pubblico occasionale.
E ben vengano anche attori vissuti "ai margini" per anni come Marco Giallini rilanciati da una seconda giovinezza, se riescono ad incarnare figure archetipiche e risultare credibili come qualcuno che si potrebbe incontrare per strada o tra le mura di casa, risate e lacrime comprese.
Per quanto riguarda la Fede, invece, io resto sulle mie posizioni.
Ma nonostante questo, quando capita di incrociare la strada di titoli come Se dio vuole, quasi quasi la voglia di dubitare in positivo finisce per farsi sentire: a prescindere da cosa potrebbe significare quel frutto caduto dall'albero.




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martedì 6 giugno 2017

Hap and Leonard - Stagione 2 (Sundance TV, USA, 2017)




Penso sia ormai risaputo quanto adori l'universo letterario di Joe Lansdale, ed in particolare quelle che sono le sue due creature più riuscite: Hap e Leonard.
Per anni - anche quando ho avuto l'occasione di chiacchierare direttamente con il loro padre letterario - ho sognato una serie che potesse vederli come protagonisti, magari proprio con una stagione dedicata ad ogni romanzo - cosa che sta avvenendo, fortunatamente -: lo scorso anno, ai tempi dell'uscita della season d'esordio, fui felice di vedere finalmente un prodotto ben confezionato dedicato ai nostri eroi giungere sullo schermo, meno delle scelte di casting, incentrate su James Purefoy - che non ho mai amato - e Michael Kenneth Williams - bravo, ma a mio parere troppo "piccolo" per rappresentare il tostissimo Leonard -.
Probabilmente, essendo stato un avido lettore delle loro avventure, ho finito per farmi condizionare molto dai particolari - nel ciclo di romanzi la storia comincia quando i due improvvisati detectives hanno più o meno trentacinque anni, e vedere due attori alle soglie dei cinquanta nei loro panni fa decisamente strano, ad esempio - frenando gli entusiasmi nonostante il primo ciclo mi avesse comunque discretamente soddisfatto: potrei dire quasi la stessa cosa rispetto a Mucho Mojo, peraltro il mio capitolo preferito delle avventure dei due amiconi, che mi sono goduto per ognuno dei suoi sei episodi nonostante l'ombra dell'opera originale abbia finito per incombere e non poco sugli stessi.
Ammetto, infatti, che mi mancano molto sia la componente comica che quella action delle pagine scritte - in quel caso, si ride tantissimo e i due amici picchiano neanche fossero ispiratori di una decina di action del periodo anni ottanta -, e che sia normale constatare un certo snellimento del plot in modo da non intasare troppo il prodotto - sei episodi sono effettivamente pochi, rimanendo sullo standard dei quaranta minuti -, ma ho cercato comunque di staccarmi dalla modalità "fan dei romanzi" in modo da non inquinare troppo la visione.
Il risultato mi ha ricordato il lavoro compiuto dagli autori sulla prima stagione e da Jim Minckle - tra questi - su Cold in July - sempre figlio della penna di Lansdale -: un prodotto ruvido e solido, pane e salame, onesto, che porta in scena un noir caldo e di pancia, racconta cose toste senza essere pesante e si presenta come qualcosa di fruibile e fresco, e perfino gli interpreti dei due protagonisti hanno iniziato a sembrarmi in parte - cosa non da poco, soprattutto per quanto riguarda Purefoy -.
Una visione, tra l'altro, perfetta per questi primi caldi, che avvince e lancia l'amo - come già fece lo scorso anno - rispetto a quello che è il romanzo più cupo della saga di Hap e Leonard, Il mambo degli orsi, che corrisponderà alla terza stagione già confermata: non si tratterà di una cosa potente come True Detective o Fargo, certo, ma Hap e Leonard ben rappresenta un genere considerato troppo spesso "di genere" e poco più nonchè un'occasione, per chi non conoscesse i romanzi che hanno ispirato il prodotto, per conoscere sempre meglio Hap Collins e Leonard Pine.
E credetemi, ne vale davvero la pena.




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martedì 18 aprile 2017

Fast and furious 8 (F. Gary Gray, USA, 2017, 136')




Se una decina d'anni fa qualcuno mi avesse predetto che la saga di Fast and furious sarebbe diventata una delle mie certezze cinematografiche quantomeno legate alla parte più tamarra, sguaiata ed ignorante della settima arte, avrei riso forte o forte dato del pazzo al povero malcapitato.
Ed avrei clamorosamente sbagliato.
Curioso come questo franchise, partito molto in sordina dalle mie parti - lo recuperai anni fa su consiglio nientemeno che del Cannibale, per darvi un'idea - e massacrato ben volentieri rispetto ad episodi per me terribili come Tokyo Drift, che parevano l'antitesi di quella che è l'action che adoro e venero, figlia degli anni ottanta degli eccessi e dei muscoli tirati al massimo, abbia subito un brusco e positivo cambio di rotta con l'inserimento di elementi, vicende ed attori che proprio agli eighties facevano più o meno volontariamente riferimento e che sono diventati, capitolo dopo capitolo, colonne portanti del prodotto, da Kurt Russell a Dwayne "The Rock" Johnson, passando per Jason Statham.
Certo, alle spalle il sentitissimo settimo capitolo reso profondo ed emozionante dalla morte di Paul Walker, protagonista fin dagli esordi della saga con Vin Diesel, l'hype e le aspettative per questo numero otto erano molto alti, complice un trailer che lasciava davvero ben sperare rispetto all'evoluzione della storia: da questo punto di vista, non illudetevi.
F. Gary Gray non è James Wan, e l'impressione data dal suddetto trailer - il tradimento di Toretto ai danni dei suoi compagni, amici e membri della Famiglia - non rispecchia quello che appare chiaro fin dal principio nel corso della pellicola, ma messo agli atti questo, Furious 8 è un vero e proprio tripudio di tamarraggine e guasconeria, che lascia da parte il serio - se non con un paio di riferimenti, una volta ancora, al fu Brian/Paul Walker - per concentrarsi sulle tipiche battute da film macho - imperdibili i siparietti tra The Rock e Statham così come tra uno scatenato Tyrese Gibson e Scott Eastwood - e sequenze ben oltre il limite della fantascienza dal potere di gasamento altissimo per il pubblico, specialmente quello pronto a sedersi in sala per dimenticare le angosce della vita quotidiana e godersi una corsa a perdifiato sul grande schermo, neanche tutto quello che viene mostrato fosse davvero possibile, alla guida così come nel mondo criminale e non solo.
Un tripudio, dunque, di spettacolo, esplosioni, botte da orbi, inseguimenti ad alta velocità e più casino possibile, in barba a qualsiasi profondità di intenti o sentimenti così come ad una qualsiasi ansia: l'ottavo capitolo di Fast and Furious è il giocattolo perfetto, l'action che, allo stato attuale, non sfigura rispetto ai suoi avi illustri figli dell'epoca d'oro del genere, che non risparmia nulla - al limite del geniale e del grottesco la sequenza di Statham con il bambino nel trasportino sull'aereo di Cypher, o l'evasione dal carcere dello stesso Statham e The Rock - e gioca a carte scopertissime dal primo all'ultimo minuto.
Fast and Furious, parentesi sentimentali necessarie a parte, è e resta la saga di grana grossa per eccellenza degli Anni Zero, ed è proprio per questo che ho imparato ad amarla.
E nonostante questo numero otto non sia certo il migliore, viene quasi da pensare che i dieci previsti stiano davvero stretti, a Toretto e soci.
Neanche fossero una canotta comprata appositamente di una taglia o due più piccola per mostrare ancora meglio i muscoli.




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venerdì 24 marzo 2017

On the job (Erik Matti, Filippine, 2013, 118')





Fin dai primi passi mossi nell'incredibile mondo del Cinema d'Oriente, compiutid a suon di pallottole grazie a Kitano e To, sono sempre stato affascinato dal modo di raccontare il dramma e lo struggimento del crimine e di una realtà senza uscite dei nostri cugini ad Est: probabilmente liberi dai condizionamenti religiosi e culturali presenti da queste parti, infatti, ho sempre trovato gli autori asiatici ben più capaci di quelli occidentali di rappresentare senza nascondere la mano dopo aver lanciato il sasso la crudeltà di un certo tipo di storie e di mondi, così come la semplicità, l'emozione e, a tratti, l'ironia macabra delle stesse - una sequenza come quella del confronto tra Kitano ed il pedofilo in L'estate di Kikujiro, probabilmente, qui avrebbe provocato uno scandalo -.
Dunque, quando si tratta di crime violento proveniente da Oriente, da queste parti si sfonda una porta aperta: doveva ben saperlo il mio fratellino Dembo quando, nel corso di un pomeriggio a casa sua con i bimbi scatenati, il Fordino in fremente attesa di vedere ancora una volta il pappagallo Elvis ed i consueti scambi "tra genitori", ha gentilmente offerto al sottoscritto questo On the job, teso crime filippino di qualche anno fa inspiegabilmente uscito sul mercato home video anche in Italia e ben recensito in rete.
Il risultato è stato, oltre ad un viaggio nel tempo fino all'epoca in cui il già citato Kitano e John Woo erano i miei mostri sacri, una vera, interessante scoperta: a prescindere dal fatto che sia ispirato a fatti realmente accaduti - e non mi stupisco, Manila è una delle metropoli con il più alto tasso di corruzione e criminalità di tutta l'Asia -, On the job rappresenta il tipico racconto senza speranze manifesto dell'hard boiled, in cui tutti perdono, specie se sono "buoni" o animati da intenzioni "giuste", il Potere vince sulla Giustizia, il sangue sulla speranza e chi più ne ha, più ne metta.
Da entrambi i lati della barricata, che si tratti di poliziotti o criminali, la bassa manovalanza finisce fagocitata dai meccanismi dei grandi burattinai di entrambe, spesso soffocata nel sangue: in questo senso, occorre ammettere una perizia notevole - nonostante un montaggio a mio parere non sempre all'altezza - nel rappresentare con un realismo sconvolgente le fasi più concitate e violente di inseguimenti ed uccisioni, così come l'ottima scrittura che permette allo spettatore di trovare spunti di coinvolgimento che si parli dei poliziotti in caccia, dei criminali pronti a tutto - anche a fare da sicari per il Governo - pur di toccare con mano una speranza tradotta in termini economici o di promesse di libertà, e delle vittime.
Come di consueto, eminenza grigia ed avversario di tutti - nonchè mio, da spettatore e da uomo - il Potere costituito manovrato dalle dittature silenziose, che si esprimono per bocca di personaggi come il generale Pacheco e tutti quelli come lui, "guardiani" silenziosi di democrazie che celano imperi, monarchie pronte a spacciarsi per repubbliche: e non nascondo che, per indole ed inclinazione, se non ci fosse stata l'azione a stemperare il mio lato ribelle e politico, mi sarei indignato di fronte all'ennesima dimostrazione di come vanno le cose, a prescindere dalla parte del mondo in cui ci si trova.
Per poter quantomeno accantonare il pensiero, mi sono rifugiato, neanche fossi tornato ai tempi di The Killer, al rapporto ed allo struggente finale dello stesso tra i due sicari: umanità, sangue e lacrime.
Qualcosa di vissuto, nel bene o nel male.
Qualcosa che il potere non potrà mai comprendere.
Perchè quello si mangia tutto, senza badare al sapore.




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mercoledì 22 marzo 2017

Billy Lynn - Un giorno da eroe (Ang Lee, UK/USA/Cina, 2016, 113')


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E' curioso quanto la guerra, uno degli atti più terribili che l'Uomo possa concepire eppure, tristemente, anche uno dei più reiterati della Storia, continui a venire sfruttata per manipolare le masse, coprire gli interessi di uno Stato - o più di uno -, alimentare ideali più o meno logici, ispirare canzoni, film, romanzi che si battano a favore o contro la stessa, e ad un tempo provochi l'inevitabile allontanamento dalla società che la genera di coloro che si sono trovati a combatterla, fosse "per un ideale, per una truffa o un amore finito male", come cantava De Andrè.
Da E Johnny prese il fucile, M.A.S.H., Full Metal Jacket a Rambo, Apocalypse Now ed American Sniper, solo per citarne alcuni, il reduce o il soldato spesso e volentieri ha finito per diventare l'outsider di una storia che era la sua, una vicenda di miserie umane senza dubbio più che di eroismi e grandi sogni: perchè un soldato non è un eroe, una figura da stigmatizzare o mitizzare.
E' un uomo che ha scelto -  o è stato portato a scegliere - una strada difficile e terribile, che spesso non ha nulla di meglio in cui credere o sperare, e che ritrova se stesso e la propria condizione di equilibrio - se così si può definire - solo accanto a quella che diviene la sua famiglia, ovvero chi al suo fianco condivide la follia, il rischio, il dolore e l'adrenalina della guerra.
Ang Lee, regista premiatissimo che nel corso della sua carriera ha portato sullo schermo film agli antitesi tra loro, torna in sordina - credo che questo sia stato uno dei suoi lavori meno pubblicizzati in assoluto, almeno qui in Italia, ed un flop devastante negli States, forse lontani ad una logica "contro" come questa - per raccontare con un rigore ed un'asciuttezza che in precedenza avevo visto soltanto nel Cinema di Eastwood un'altra storia in grado di far ripensare all'assurdità non solo - o non tanto, putroppo - della guerra, ma anche e soprattutto di quella che è la percezione della stessa all'esterno, in un mondo lontano da quello che i soldati provano sulla pelle, e che finisce per demonizzarli o idealizzarli senza pensare che loro, come la maggior parte di noi che viviamo in contesti sociali "evoluti", siano solo strumenti, come se non bastasse sacrificabili.
Ang Lee che, da non americano, mostra a partire da un romanzo nato per criticare determinati approcci, contesti e strascichi con grande umanità sia il lato in una certa misura "romantico" della guerra - il rapporto tra il protagonista ed il suo mentore al fronte, quel "è inutile cercare di scappare dai proiettili, perchè quello che ti toccherà è già stato sparato il giorno della tua nascita", il cameratismo con i commilitoni - sia quello tristemente reale, dalla strumentalizzazione dei singoli gesti o atti "eroici" - agghiaccianti i confronti con il magnate interpretato da Steve Martin, o tutta la sequenza del concerto durante l'intervallo della partita di football, dai fuochi d'artificio pronti a sconvolgere i soldati abituati a ben altre esplosioni al ballerino che, sul palco, durante l'esibizione pronuncia quel "vaffanculo" che, più che di lotta per la pace, sa di insulto all'intelligenza -, agli egoismi sentimentali - il rapporto di Billy con la sorella, che lotta più per se stessa che non per lui affinchè richieda il congedo, a quello con la cheerleader conosciuta durante l'evento, che trova spazio nel faccia a faccia prima dell'epilogo per uno dei confronti più terribili che possano essere stati pensati per una storia d'amore, o potenziale tale, in un film -.
Così come per The Hurt Locker o Jarhead, ancora una volta si torna a parlare di quanto incida un atto terribile come la guerra sul corpo, la mente e la socialità di chi l'ha combattuta o la combatte: in un certo senso, viene quasi da pensare che per gente come Billy, che a casa, nella cittadina del Texas dove è cresciuto, era solo un cazzone casinista che al fronte è maturato e cresciuto, fugga a combattere mettendo in gioco la propria vita perchè decisa ad allontanarsi da situazioni che potrebbero rivelarsi decisamente più terribili, perchè legate ad una perdita di libertà che fa impallidire quella che viene usata come scusa per essere mandati al macello.
Dalla guerra, vivi o morti, difficilmente si torna.
E forse c'è chi parte per combatterla perchè sa bene che le probabilità di sopravvivere a quella che lo aspetta a casa sarebbero ancora più scarse.




MrFord






venerdì 17 febbraio 2017

Ballers - Stagione 2 (HBO, USA, 2016)





Quando, lo scorso anno, approcciai la prima stagione di Ballers, lo feci solo ed esclusivamente per il marchio HBO posto su un prodotto che aveva Dwayne Johnson, alias The Rock, uno dei wrestlers più amati ed importanti della Storia dello sport entertainment, come protagonista.
In tutta onestà, non mi aspettavo davvero niente di che.
Al contrario, invece, scoprii che Ballers non era solo una tamarrata pronta a strizzare l'occhio al football americano ed ai suoi ragazzoni, ma anche e soprattutto una sorta di sorellina minore di Californication, con molto meno sesso - purtroppo - ma la stessa concezione di malinconica ironia che rendeva la saga di Hank Moody sempre così dannatamente piacevole da gustarsi.
Al secondo giro di giostra, dunque, Ballers era chiamata ad un compito sicuramente più arduo, qui al Saloon, ovvero confermare tutte le buone impressioni raccolte con il primo: compito, devo ammettere, portato a termine con successo nonostante un'atmosfera più cupa, se vogliamo, rispetto a quella molto easy e molto yeah dell'annata d'esordio, che vede il grande e grosso Spencer Strasmore - il già citato The Rock - alle prese con una serie di problemi che lo porteranno progressivamente non solo in difficoltà, ma anche a chiudere il season finale apparentemente solo e sconfitto, in barba ai tentativi disperati fatti per affermarsi nel suo lavoro post-ritiro dal football ed alla sua incrollabile determinazione.
Lo stesso Joe, spalla perfetta del protagonista nonchè ai miei occhi incarnazione dell'inarrivabile Charlie Runkle, appare più serio e costretto a fare i conti con una realtà - quella degli agenti e delle mediazioni finanziarie - senza dubbio popolata da squali ben più pericolosi rispetto a quelli che il suo amicone Spencer era abituato ad affrontare in campo: in questo senso, altrettanto bene se la cava il superospite Andy Garcia, nemesi proveniente dal passato di Strasmore pronta a rendere all'ex giocatore la vita impossibile, così come gli "incidenti di percorso" - se così possiamo chiamare i problemi fisici e quelli con la compagna - che, come ogni sfiga che si rispetti, cercano il più possibile di essere puntuali ed arrivare rigorosamente insieme come ospiti sgraditi autoinvitatisi ad una festa pianificata e preparata per mesi.
Ad ogni modo, non pensiate che Ballers sia diventata di colpo una serie drammatica: parliamo, infatti, di una proposta fresca e scorrevolissima, che è un peccato gustarsi in inverno ed in Italia e non in piena estate a Miami con i piedi in piscina ed un bel mojito in mano, goduriosa da vedere e così pane e salame da finire divorata dal sottoscritto in un paio di giorni - vero, il format prevede episodi tra i venticinque e i trenta minuti sempre in stile Californication, ma se fosse stato costruito allo stesso modo Mr. Robot sarebbe stato impossibile seguirlo comuque, data la noia che suscita - maledicendo il fatto che per la terza stagione dovrò quantomeno aspettare l'estate prossima - nel caso in cui volessi vederla sottotitolata -.
Come se non bastasse, il fatto che l'HBO, da sempre sinonimo di qualità assoluta quando si tratta di serial, rinnovi una volta ancora una proposta dall'anima tamarra, con The Rock protagonista quasi assoluto, incentrata sul football americano e sulle intemperanze delle sue star, è quantomeno un miracolo.
Un miracolo che mi piace avere la possibilità di continuare a vivere, e di farlo accanto al People's Champion.




MrFord




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