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martedì 29 maggio 2018

Ballers - Stagione 3 (HBO, USA, 2017)







Orfano - o quasi, considerato quanto ancora influiscono sulla cultura pop - dei mitici action heroes figli degli anni ottanta, un vecchio tamarro come me non può che essere felice e grato dell'esistenza di Dwayne Johnson, ormai ex The Rock che per una decina d'anni buona fece sognare - accanto al suo rivale più importante in WWE Stone Cold Steve Austin - i fan di wrestling di tutto il pianeta: il ragazzone di origini samoane, infatti, dai tempi in cui decise di lasciare il quadrato e tentare una carriera a tempo pieno sul grande e piccolo schermo, ha fatto passi da gigante, collezionato successi e gran soldi, arrivando perfino a tornare sul ring di tanto in tanto giusto per soddisfare i desideri dei fan - lo dimostra il doppio scontro avvenuto in due edizioni consecutive di Wrestlemania con John Cena, uno degli atleti che ne raccolse il testimone -.
Film tamarri a parte, sono stato fin dal principio fan dell'esperimento di Ballers, nato da una produzione HBO che vedeva tra i produttori protetti fordiani quali Peter Berg e Mark Wahlberg, incentrata sulla carriera post campo da football di un giocatore reinventatosi consulente finanziario ed agente: nel corso delle prime due annate, infatti, avevo visto in questa serie una sorta di sorellina minore di Californication, tra capricci di star, richiami a Jerry McGuire, toni da commedia ed una spruzzata di malinconia.
Non che le cose siano cambiate, o che non mi sia piaciuto seguire le gesta di Spencer e del suo fidato sidekick Joe anche a questo giro, ma l'impressione è stata quella di un "vorrei ma non posso", di un prodotto che pare voler prendere una strada nuova e coraggiosa per poi tornare sui suoi passi per evitare di spiazzare troppo gli spettatori o chissà chi altro.
In qualche modo, ho trovato la gestione dei dieci episodi decisamente schizofrenica, pronta a palleggiarsi tra puntate che parevano riempitivi ed altre pronte a far spalancare gli occhi per la soddisfazione, passaggi che hanno fatto sognare - il discorso di Spencer ai rappresentanti della Lega - ed altri figli del "tutto cambia per non cambiare" tipico delle serie che, e mi dispiace dirlo, arrivano al punto in cui cominciano a mancare le idee - l'anticlimatica chiusura che pare riportare indietro le lancette alla prima stagione -: un'annata, dunque, tra luci ed ombre per Strasmore e soci, che essendo stati confermati per un quarto giro di giostra dovranno rimboccarsi le maniche e cercare di recuperare il terreno soprattutto in termini di direzione di scrittura, considerato che è decisamente più facile per una produzione che non racconti una vera e propria storia ma pezzi di vite che si incrociano - e non parliamo di chissà quali personaggi realmente esistiti, o di fantasia, destinati a cambiare il mondo, ma solo di sportivi con un sacco di soldi e problemi da gente comune amplificati a dismisura - perdere originalità e pubblico, piuttosto che rinnovarsi al meglio e catturarne sempre di più.
Personalmente resto convinto delle potenzialità di Ballers, e credo che con un pò più di decisione ed attenzione questa serie potrebbe continuare a rivelarsi una sorpresa: gli autori devono soltanto non fossilizzarsi sul vecchio Dwayne e le sfanculate che spara a raffica in ogni dove, quanto più decidere cosa fare dei protagonisti e come gestirli permettendo loro di evolversi, invece di fare grandi giri per poi tornare al punto di partenza.
Altrimenti finiranno per fare la fine di Spencer, con le sue ambizioni da pezzo grosso ed il desiderio di paternità, e proprio come lui si troveranno esattamente con quello che ci si ritrova quando si vuole troppo: si finisce per non stringere nulla.




MrFord




 

venerdì 17 febbraio 2017

Ballers - Stagione 2 (HBO, USA, 2016)





Quando, lo scorso anno, approcciai la prima stagione di Ballers, lo feci solo ed esclusivamente per il marchio HBO posto su un prodotto che aveva Dwayne Johnson, alias The Rock, uno dei wrestlers più amati ed importanti della Storia dello sport entertainment, come protagonista.
In tutta onestà, non mi aspettavo davvero niente di che.
Al contrario, invece, scoprii che Ballers non era solo una tamarrata pronta a strizzare l'occhio al football americano ed ai suoi ragazzoni, ma anche e soprattutto una sorta di sorellina minore di Californication, con molto meno sesso - purtroppo - ma la stessa concezione di malinconica ironia che rendeva la saga di Hank Moody sempre così dannatamente piacevole da gustarsi.
Al secondo giro di giostra, dunque, Ballers era chiamata ad un compito sicuramente più arduo, qui al Saloon, ovvero confermare tutte le buone impressioni raccolte con il primo: compito, devo ammettere, portato a termine con successo nonostante un'atmosfera più cupa, se vogliamo, rispetto a quella molto easy e molto yeah dell'annata d'esordio, che vede il grande e grosso Spencer Strasmore - il già citato The Rock - alle prese con una serie di problemi che lo porteranno progressivamente non solo in difficoltà, ma anche a chiudere il season finale apparentemente solo e sconfitto, in barba ai tentativi disperati fatti per affermarsi nel suo lavoro post-ritiro dal football ed alla sua incrollabile determinazione.
Lo stesso Joe, spalla perfetta del protagonista nonchè ai miei occhi incarnazione dell'inarrivabile Charlie Runkle, appare più serio e costretto a fare i conti con una realtà - quella degli agenti e delle mediazioni finanziarie - senza dubbio popolata da squali ben più pericolosi rispetto a quelli che il suo amicone Spencer era abituato ad affrontare in campo: in questo senso, altrettanto bene se la cava il superospite Andy Garcia, nemesi proveniente dal passato di Strasmore pronta a rendere all'ex giocatore la vita impossibile, così come gli "incidenti di percorso" - se così possiamo chiamare i problemi fisici e quelli con la compagna - che, come ogni sfiga che si rispetti, cercano il più possibile di essere puntuali ed arrivare rigorosamente insieme come ospiti sgraditi autoinvitatisi ad una festa pianificata e preparata per mesi.
Ad ogni modo, non pensiate che Ballers sia diventata di colpo una serie drammatica: parliamo, infatti, di una proposta fresca e scorrevolissima, che è un peccato gustarsi in inverno ed in Italia e non in piena estate a Miami con i piedi in piscina ed un bel mojito in mano, goduriosa da vedere e così pane e salame da finire divorata dal sottoscritto in un paio di giorni - vero, il format prevede episodi tra i venticinque e i trenta minuti sempre in stile Californication, ma se fosse stato costruito allo stesso modo Mr. Robot sarebbe stato impossibile seguirlo comuque, data la noia che suscita - maledicendo il fatto che per la terza stagione dovrò quantomeno aspettare l'estate prossima - nel caso in cui volessi vederla sottotitolata -.
Come se non bastasse, il fatto che l'HBO, da sempre sinonimo di qualità assoluta quando si tratta di serial, rinnovi una volta ancora una proposta dall'anima tamarra, con The Rock protagonista quasi assoluto, incentrata sul football americano e sulle intemperanze delle sue star, è quantomeno un miracolo.
Un miracolo che mi piace avere la possibilità di continuare a vivere, e di farlo accanto al People's Champion.




MrFord




lunedì 2 maggio 2016

Zona d'ombra - Una scomoda verità

Regia: Peter Landesman
Origine: USA, UK, Australia
Anno: 2015
Durata: 123'







La trama (con parole mie): a seguito della tragica fine dell'ex leggenda dell'NFL Mike Webster, il patologo di origini nigeriane Bennet Omalu, lontano dal football e dal giro d'affari che alimenta, viene assalito dal dubbio che l'uomo possa aver incontrato la morte a causa dei danni cerebrali causati dai colpi subiti sul campo da gioco.
Convinto dai rilevamenti clinici effettuati e spinto da accadimenti simili che hanno colpito altri giocatori ed ex giocatori, Omalu, affiancato dal suo responsabile Cyril Wecht e dall'ex medico dei Pittsburgh Stealers Julian Bailes, pubblica un saggio di neurologia che è l'inizio di una vera e propria battaglia tra i suoi studi e la sua coscienza di medico e l'opposizione di una sorta di "lobby" costituita da tifosi, medici compiacenti, dirigenti e chiunque tragga un profitto dal football professionistico: Omalu sarà costretto a subire pressioni, ricatti, minacce ed umiliazioni, ma non abbandonerà la sua posizione rispetto alla pericolosità ed alle conseguenze di una carriera da giocatore sui campi NFL.











Per quanto non l'abbia mai seguito da vero appassionato, ho sempre adorato il football americano.
Come bene lo definisce nel corso del film il Julian Bailes di Alec Baldwin, "è uno sport terribile e violento, ma è anche poesia": ed è assolutamente così.
Dalle magie dei quarterback e dei ricevitori alle battaglie delle difese, l'esaltazione che riesce a creare lo spettacolo a stelle e strisce per eccellenza è senza ombra di dubbio qualcosa di unico, che il Cinema ha omaggiato in diverse occasioni: per la prima volta, con questo Concussion - assurdo, come sempre, l'adattamento italiano, considerato il riferimento alle commozioni cerebrali dell'originale - viene mostrato il lato oscuro del palcoscenico più seguito dagli sportivi statunitensi, ovvero le terribili conseguenze fisiche per gli atleti con una carriera ad alti livelli sui campi dell'NFL alle spalle.
Così come per il wrestling - altra grande passione made in USA del sottoscritto -, infatti, nel corso degli anni si è avuta testimonianza eclatante di quanto devastante sia stato l'impatto delle carriere sui loro protagonisti, con una lunga lista di morti purtroppo divorati dallo show business anche una volta spenti tutti i riflettori: ma se per i miei vecchi amici lottatori dello sport entertainment i problemi principali vengono dall'abuso di sostanze dopanti ed antidolorifici, per i protagonisti dello show NFL si tratta, principalmente, di conseguenze devastanti legate ai ripetuti colpi alla testa che, nonostante bardature e caschi, finiscono per logorare il cervello dell'atleta, sballottato nella scatola cranica neanche fosse il contenuto di uno shaker per un cocktail migliaia di volte nel corso di una carriera.
Bennet Omalu, patologo di origini nigeriane trapiantato a Pittsburgh, nei primi anni zero ingaggiò una vera e propria lotta - pur se ideologica - con il colosso NFL a seguito di una serie di studi che, di fatto, confermavano i rischi per i giocatori di football, quasi calcare i campi fosse l'equivalente di essere accaniti fumatori, considerate le probabilità di ritrovarsi ad affrontare la ribattezzata CTE una volta appeso il casco al chiodo - e, in alcuni casi, anche prima -.
Concussion racconta, con il piglio tipico della pellicola anni novanta che capita spesso di rivedere volentieri in televisione, una battaglia civile atipica condotta da un uomo che più di ogni altra cosa sogna di essere americano e di viverne il sogno e che, al contrario, finisce per trovarsi a minare le certezze di uno dei capisaldi di quello stesso sogno, il football professionistico: guidati da un Will Smith insolitamente bravo - in lingua originale, la sua resa del nigeriano trapiantato negli States è ottima -, assistiamo ad una pellicola a metà tra lo sportivo ed il sociale solida e ben costruita, forse non particolarmente originale o ricca di colpi di genio in termini registici o di sceneggiatura, eppure ben calibrata e piacevole da seguire, pronta a raccontare una storia che, considerato come sono andate - e stanno andando - le cose rispetto al grande carrozzone NFL, finisce per porre lo spettatore di fronte ad un dilemma che potremmo definire senza troppi problemi morale: è giusto che tutto prosegua nonostante le ovvie conseguenze - stando alle stime che scorrono prima dei titoli di coda, pare che il ventotto per cento dei giocatori sia concretamente esposto al rischio di CTE - una volta che le stesse sono state rese note - di nuovo, una cosa come quella che accade ai fumatori con le sigarette - o andrebbero attuate delle contromisure per salvaguardare la salute degli atleti?
Il lavoro di Landesman non suggerisce una risposta o prende una posizione, piuttosto segue da vicino la vicenda di un uomo che, come molti in tutto il mondo, vorrebbe essere americano più di ogni altra cosa e si trova a fronteggiare il lato oscuro di un sogno che, comunque, non è e probabilmente non sarà mai disposto ad abbandonare: una cosa senza dubbio già sentita, a tratti retorica, eppure in grado di colpire, e a fondo.
Del resto, gli Stati Uniti sono proprio come il football: sopra le righe, sguaiati e spesso terribili.
Eppure il brivido che danno è qualcosa di unico al mondo.





MrFord





"I ain't got a fever got a permanent disease
it'll take more than a doctor to prescribe a remedy
I got lots of money but it isn't what I need
gonna take more than a shot to get this poison out of me
and I got all the symptoms count 'em 1, 2, 3."
Bon Jovi - "Bad medicine" - 





sabato 9 gennaio 2016

Ballers - Stagione 1

Produzione: HBO
Origine: USA
Anno:
2015
Episodi:
10






La trama (con parole mie): Spencer Strasmore è un ex stella dei Miami Dolphins, storico franchise NFL, leggenda del suo sport e rispettato praticamente da tutti nell'ambiente. Dopo il ritiro dai campi di gioco, che si fanno ancora sentire grazie ad incubi ricorrenti e crisi che paiono quelle da stress post-traumatico, l'atleta ha deciso di reinventarsi consulente finanziario, lavorando in una delle più prestigiose agenzie del settore della Florida accanto allo scombinato ma esperto Joe, nella speranza che la sua sola presenza possa portare il gruppo alle stelle più importanti del football.
Proprio dietro alle bravate ed alle vite spesso caotiche di questi colossali campioni Spencer passa la maggior parte delle sue giornate, investendo tempo e soldi, spazi ed emotività nel cercare di mantenere sulla via più retta e redditizia possibile campioni come Ricky Jerret e Vernon Littlefield.
Peccato che l'impresa sia molto più ardua di quanto non sembri.










Dwayne Johnson, alias The Rock, non è mai stato tra i miei wrestlers preferiti.
Un fenomeno al microfono, un personaggio unico ed un carisma pazzesco, un grande professionista, eppure forse troppo "in linea" per entrarmi davvero nel cuore - in fondo, tutti i miei numeri uno sono stati personaggi decisamente instabili e poco governabili, da Ultimate Warrior a Stone Cold, passando attraverso Shawn Michaels e CM Punk -.
Al di fuori, però, del quadrato, l'ho sempre considerato un vero spasso, ed al Cinema è uno degli eredi più credibili della generazione di action heroes che mi ha cresciuto, forse l'unico con Jason Statham ad avere lo spessore per raccogliere il testimone dei vari Stallone, Schwarzenegger e Willis.
Se qualcuno, però, mi avesse profetizzato un suo approdo di successo nel mondo del piccolo schermo come protagonista di una produzione HBO, sarei rimasto decisamente perplesso.
Prima stagione alle spalle ed una seconda confermata, invece, posso dire che effettivamente Ballers è stato un esperimento decisamente riuscito: la prestigiosa casa di produzione di Game of thrones, Six feet under, Oz e compagnia bella, infatti, appoggiandosi ai produttori esecutivi Peter Berg - che torna al mondo del football dopo la splendida Friday Night Lights -, Mark Wahlberg e, ovviamente, Dwayne Johnson stesso, confeziona un prodotto che riesce a mescolare come nel migliore dei cocktails che potreste sorseggiare a bordo piscina in un hotel in Florida - esperienza molto gratificante, posso garantirlo - minutaggi e tempi da comedy, sport ed eccessi senza cercare troppo di indagare sui massimi sistemi.
Le vicende di Spencer Strasmore, ex stella dell'NFL pronto, dopo il ritiro dal campo da gioco, a reinventarsi consulente finanziario, paiono un ibrido tra uno show sopra le righe di DMAX e Californication - il già mitico Joe, mentore di Spence all'interno dell'agenzia, è a tutti gli effetti il nuovo Charlie Runkle -, e i dieci episodi - letteralmente divorati in pochi giorni dal sottoscritto - scorrono in grande scioltezza mostrando gli alti e i bassi di giovani atleti multimilionari in grado di sperperare i propri soldi come se nulla fosse tra uscite, ristoranti, famiglie pronte ad attaccarsi come cozze allo scoglio, spogliarelliste, macchine sportive e chi più ne ha, più ne metta.
Ottima l'alchimia tra il protagonista - che, essendo interpretato da The Rock, non poteva certo esimersi dall'essere tutto d'un pezzo e quasi sempre corretto all'inverosimile, tanto dal giungere all'ultimo episodio con il desiderio di averlo non tanto come agente finanziario, quanto come amico - e la sua spalla - il suddetto Joe interpretato da Rob Corddry -, interessanti - per quanto lontane dalla nostrana cultura sportiva, ma perfettamente associabili a quelle dei calciatori nella vecchia Europa tanto pagati ed idolatrati - le figure dei giocatori - dal totalmente disequilibrato Ricky Jerret, forse il mio preferito per la capacità di combinare cazzate in serie, al ragazzone pronto ad essere manovrato e sfruttato Vernon Littlefield -, clamorosamente divertente ed al contempo quasi spaventosa realtà distorta all'interno della quale queste superstar si muovono, dalle regole dello spogliatoio alla pazienza delle loro compagne, costrette fondamentalmente a convivere con quasi scontate scappatelle dei loro uomini e le risonanze pubblicitarie delle stesse: insomma, un prodotto sulla carta "povero" pronto a rivelarsi una scommessa vincente almeno quanto il suo protagonista nel ruolo di consulente finanziario e problem solver, e senza dubbio uno dei prodotti da piccolo schermo che più mi sono goduto nell'appena trascorso duemilaquindici.
La speranza, a questo punto, è che con la seconda stagione si possa correre incontro a tutta velocità come nel più duro dei tackle ad un miglioramento che potrebbe portare Ballers ad essere uno dei guilty pleasures più attesi dal sottoscritto, e se il nostro Rocky continuerà a sfoderare sorrisi e bicipiti e gli autori che lo sostengono episodi come il bellissimo Head on, penultimo della stagione dedicato ad uno scontro di gioco che costò la carriera al giocatore che Spencer infortunò per l'occasione, allora posso dire di essere in una botte di ferro.
Del resto, con il buon Dwayne a guardarmi le spalle, non potrebbe essere altrimenti.




MrFord




"Let’s play ball
shoot it down the wall
let’s play ball, baby
battin’ down the stalls
play, play, play ball."
AC/DC - "Play ball" - 





domenica 24 marzo 2013

Friday night lights - Stagione 5

Produzione: NBC
Origine: USA
Anno: 2010/2011
Episodi: 13




La trama (con parole mie): Eric Taylor si appresta ad iniziare una nuova stagione alla guida degli East Dillon Lions, ormai rodati e resi ancora più forti dagli innesti fatti alla squadra dell'anno precedente che era costata ai Panthers, rivali cittadini, la qualificazione ai playoffs.
Ormai sono i ragazzi del coach la squadra da battere, e pare proprio che gli unici rivali nella strada che porta alla vittoria del campionato nazionale siano loro stessi: Vince Howard, talentuoso quarterback, è infatti influenzato dal ritorno a casa del padre dopo anni di galera; Luke Cafferty, co-capitano, dal suo rapporto con Becky, che soltanto l'anno prima abortì perchè rimasta incinta di lui; Buddy Garretty Jr dal suo legame con il padre.
Come se non bastasse, Taylor dovrà affrontare anche i problemi della figlia Julie al college, l'incombere della possibilità che l'anno successivo i Lions possano essere cancellati per motivi di bilancio e fusi con i Panthers nonchè con l'offerta che la moglie Tami dovrà valutare se trasferirsi a Philadelphia come responsabile delle ammissioni di un college locale.





Nella mia storia di fruitore di titoli legati al piccolo schermo, poche serie sono riuscite ad emozionare questo vecchio cowboy quanto Friday night lights.
Sin dal pilota, passato dalle parti del Saloon attorno all'autunno 2011, con quel "Texas per sempre" e la promessa di Tim Riggins a Jason Street di rimanere amici per sempre e giocare insieme nella NFL a questo strepitoso finale, i cuori di casa Ford hanno palpitato con quelli dei protagonisti di una delle proposte più potenti, sentite e sincere che si possa sperare di incontrare.
Perchè quei due liceali idoli del loro piccolo mondo di provincia finiranno inghiottiti da una vita che regala tanto, ma colpisce senza guardare in faccia a nessuno: perchè Jason Street, golden boy della provvidenza, finirà su una sedia a rotelle, e dopo aver sbandato scoprirà che il Texas non è la sua casa, bensì la New York degli agenti sportivi, così come una famiglia diversa da quella che si era aspettato, ma ugualmente importante.
Perchè Tim Riggins scoprirà che dopo la gloria delle scuole superiori e le ragazze tutte ai suoi piedi riuscire ad essere protagonisti anche nel mondo degli adulti è una cosa tosta, e dovrà essere il carcere ad insegnare quanto la libertà e l'amore per quella terra siano importanti.
Ma non per questo si smetterà anche solo per un momento di volere bene a loro come ad ognuno degli altri volti di questo serial, a partire dalla famiglia del coach Taylor, uomo dalle palle d'acciaio, padre ed insegnante da manuale, uno dei personaggi meglio scritti e riusciti che abbia mai incontrato nella mia carriera di spettatore, un modello di solidità come ogni uomo sogna di essere per se e per chi gli sta accanto.
Perchè Friday night lights è come una famiglia. Anzi, come il concetto stesso di Famiglia.
Osservando le storie degli abitanti di Dillon, dei ragazzi pronti a coltivare grandi sogni a partire dal campo di football, si osservano vicissitudini che hanno visto anche noi lottare per ritagliarci un posto nel mondo, che fosse attraverso qualcuno che si ama o cavalcando sogni di gloria con il pensiero che gli stessi potrebbero sempre rivelarsi come un buco nell'acqua.
Si era partiti con la gloria dei Panthers e si è giunti alla volontà dei Lions, da Jason Street sfortunato protagonista mancato e Matt Saracen timido eroe outsider a Vince Howard che se non ci fossero stati il football ed il coach Taylor sarebbe finito a marcire in gabbia come il suo vecchio, una vita spesa nei sobborghi a spacciarsi per l'ennesimo duro di periferia finito male.
E invece Vince è qui, sul campo. Accanto ad un ragazzo che più bravo non si potrebbe, quel Luke Cafferty emblema di una purezza che forse esiste in una persona su mille, e che lo condurrà nella parte del finale forse più commovente ad un destino che potrebbe essere decisamente più amaro di quello dei suoi ex compagni passati a questo o quel college o ad un nuovo anno in una super squadra destinata a rendere Dillon la capitale del Texas del football delle scuole superiori.
Ma è inutile continuare a stare ad elencare le vicende - scritte e dirette alla grande, si veda l'ultimo episodio, una chicca da manuale sotto ogni aspetto tecnico ed emozionale - dei personaggi di questo prodotto magnifico: perchè in fondo, è come se fossimo noi.
Da Eric Taylor a sua moglie Tami fino ad ogni singolo charachter del titolo sviluppato da Peter Berg, non esiste una sola traccia di posticcio nel risultato: il bello di Friday night lights è la sincerità e la passione nella narrazione, la voglia di mostrare quello che accade in casa vostra, o alla porta accanto, che voi viviate nel Texas del football e dei timorati di Dio o nel cuore di un'Italia ben lontana dalle imprese della palla ovale.
Ma poco importa.
"Occhi limpidi e cuore puro non possono perdere", recitava Eric Taylor nello spogliatoio dei suoi Panthers, campioni dello Stato nel 2006.
"Occhi limpidi e cuore puro, e per il resto ci sarà tempo", afferma con un sorriso lo stesso uomo cinque anni dopo, cresciuto con i suoi ragazzi partita dopo partita.
Nel pieno di quest'ultima stagione, il padre di Vince uscito da poco di galera, guardando negli occhi il figlio dopo una strepitosa performance di quest'ultimo sul campo, afferma "questa sera mi hai insegnato cosa significa essere orgogliosi".
Friday night lights è una serie che mi ha reso orgoglioso.
E che al solo pensiero alimenta il fuoco della passione per la vita che non ho proprio alcuna intenzione di lasciar spegnere.
Texas per sempre, Eric Taylor.
Texas per sempre, Tim Riggins.
Mi mancherete.
Ma i miei occhi ed il mio cuore non vi dimenticheranno di certo.


MrFord


"The stars at night - are big and bright
deep in the heart of Texas.
The prairie sky - is wide and high
deep in the heart of Texas.
The Sage in bloom - is like perfume
deep in the heart of Texas.
Reminds me of - the one I love
deep in the heart of Texas."
George Strait - "Deep in the heart of Texas" - 


giovedì 22 novembre 2012

Friday night lights - Stagione 4

Produzione: NBC
Origine: USA
Anno:
2009/2010
Episodi: 13



La trama (con parole mie): per il coach Taylor e la sua famiglia la fine dell'anno precedente è stata un punto di svolta non da poco. L'allenatore responsabile della vittoria dei Panthers nel campionato di tre anni prima, infatti, viene dirottato grazie alle pressioni del nuovo magnate della squadra nonchè padre del quarterback J. D. McCoy alla guida del team della East Dillon High, i Lions.
Peccato che la scuola in questione, situata nella parte più problematica della città, non abbia una squadra come si deve dall'inizio degli anni ottanta, e che la maggior parte dei suoi membri siano ragazzi con problemi di disciplina e una fedina penale da record.
Taylor, però, non è il tipo da darsi per vinto, e con l'aiuto di Buddy Garretty e di alcuni ex alunni riuscirà non senza fatica a presentare una squadra in grado, se non altro, di portare a termine il campionato.
Nel frattempo sua moglie Tami dovrà fronteggiare le numerose pressioni legate alla sua delicata posizione di preside della West Dillon, la figlia maggiore Julie la separazione dallo storico fidanzato nonchè ex quarterback dei Panthers Matt Saracen e la vecchia star del football locale Tim Riggins, abbandonata l'università, dovrà trovare il modo di ritagliarsi il suo spazio nel Texas che tanto ama.




Se torno con la memoria agli inizi della mia carriera di spettatore rispetto all'universo delle serie tv per poi riavvolgere il nastro fino al presente, sono pochissimi i titoli che, anno dopo anno, stagione dopo stagione, hanno mantenuto il loro livello alla stessa altezza, conquistandomi ripetutamente e senza alcuna attenuante: Friday night lights è senza dubbio uno di questi.
Ho ancora impressa nel cuore l'escalation di emozioni che fu il pilota, primo passo di un'avventura che - tolto qualche cedimento nel corso della seconda annata, segnata dall'ormai noto sciopero degli sceneggiatori che paralizzò il piccolo schermo qualche tempo fa - non ha fatto altro che alimentarsi di una passione che ancora pulsa fieramente negli occhi, nei gesti e nelle storie di questi ragazzi del profondo Texas segnato da Dio e dal football, cui basta uno sguardo per conquistare chi, anche da questa parte dell'oceano, conosce bene il concetto senza confini della volontà di cercare uno spazio in cui sentirsi liberi, a casa, pronti ad essere felici.
E' per questa felicità che lottano costruendosi dal nulla i nuovi Lions del Coach Taylor, che episodio dopo episodio incarna sempre più la figura del padre a tutto tondo, severo e deciso quanto presente e disposto a dare tutto affinchè i suoi ragazzi possano garantirsi un futuro; per questa felicità lottano Julie e Matt, la prima ancora indecisa rispetto a cosa la aspetterà al termine delle superiori, il secondo alla ricerca di un riscatto dal ruolo che lo ha sempre visto giocare da outsider, anche quando è stato protagonista; per questa felicità lotta Vince Howard, costretto a fare da padre alla madre tossica, animo nobile contro destino da criminale; per questa felicità lotta Luke Cafferty, promessa del football della parte "bene" della città precipitato da un giorno all'altro nei "bassifondi"; per questa felicità lottano Becky e sua madre, entrambe troppo giovani e troppo sole per poter credere ancora negli uomini; per questa felicità lotta Tim Riggins, alla ricerca di un nuovo ruolo ora che i tempi del football sono alle spalle.
Ed è proprio questa la forza di Friday night lights.
La voglia e la determinazione di battersi per tornare negli spogliatoi a testa alta, ed affrontare ogni nuovo giorno con l'orgoglio di chi ha dato tutto, e anche di più.
Rinnovare una serie così radicalmente proprio quando il pubblico poteva essersi affezionato ai personaggi principali praticamente rivoluzionando il cast ed il setting - la parte Est di Dillon, segnata dallo spaccio e da vite vissute sempre in bilico, pare distante anni luce dalla provincia felice del lato Ovest - è stata senza dubbio una scommessa azzardata da parte di Peter Berg e degli autori del serial: scommessa comunque vinta a mani basse con una stagione dedicata più alla costruzione dei nuovi charachters che al football giocato, libero comunque di rubare la scena con la partita che chiude la stagione e che vede opposti i raffazzonati e mai domi Lions agli spocchiosi Panthers costruiti attorno a J. D. McCoy, giovane e miracoloso quarterback passato dall'essere la timida ombra del padre nel corso della season three ad un adolescente borioso ed arrogante, pieno di sè ed incapace di portare sul campo lo spirito di squadra tanto caro al coach Taylor.
Ed è proprio nel corso di quel match combattuto fino allo scadere che i leoni dello stesso Taylor trovano per la prima volta una loro identità come team, in una partita raccontata alla grande che rischia di essere addirittura la più emozionante vista nel corso della vita di questo titolo, superiore anche al già citato match del pilota e a quello della vittoria dei campionati statali che vide Riggins, Saracen e gli altri Panthers dei bei tempi affrontare l'ex compagno di squadra Voodoo.
E così, masticando spesso amaro ed allargando le spalle con la forza che solo la gente comune e disposta a tutto per vivere mostra - spesso e volentieri, di fronte alle storie di questo Texas lontano eppure affine a tutti noi "della strada" torna alla mente il mitico discorso del Tom Joad interpretato da Henry Fonda in Furore di John Ford, uno dei Capolavori inarrivabili del Cinema -, si torna a guardare un orizzonte che possa un giorno donarci la felicità che cerchiamo - splendidi i passaggi di Riggins di fronte al suo appezzamento di terra - gridando ancora più forte "occhi limpidi e cuore puro non possono perdere".
Amen, coach Taylor.


MrFord


"Can't see nothin' in front of me
can't see nothin' coming up behind
I make my way through this darkness
I can't feel nothing but this chain that binds me
lost track of how far I've gone
how far I've gone, how high I've climbed
on my back's a sixty pound stone
on my shoulder a half mile line."
Bruce Springsteen - "The rising" -



mercoledì 20 giugno 2012

Ogni maledetta domenica

Regia: Oliver Stone
Origine: Usa
Anno: 1999
Durata: 150'



La trama (con parole mie):  per i Miami Sharks la stagione sta prendendo una brutta piega, dopo tre sconfitte di seguito in grado di minare la fiducia della squadra rispetto al raggiungimento dei playoff, quella dell'arrivista proprietaria del club Christina Pagniacci, dei tifosi e dei giornalisti.
Il vecchio leone Tony D'Amato, sulla stessa panchina da oltre vent'anni, vacilla, resistendo soltanto grazie alle meraviglie dei due veterani Jack Rooney e Luther "Shark" Lavay: quando, nel corso di una partita, proprio Rooney ed il quarterback di riserva Tyler Cherubini rimangono infortunati, l'unica alternativa sarà data dalla terza scelta per il ruolo, il giovane Willie Beamen.
Proprio il ragazzo sarà il motore di una vera e propria rivoluzione all'interno della squadra, portata a colpi di talento cristallino e colpi di testa da neo-superstar, che significherà per gli Sharks un nuovo, incredibile capitolo della loro storia.




Personalmente, non ho mai coltivato un amore particolarmente travolgente per Oliver Stone: certo, le sue pellicole spesso e volentieri sono un concentrato perfetto di quelli che sono i difetti - ed i punti di forza - degli Stati Uniti e della loro filosofia da "larger than life" a tutti i costi, ed ammetto che molte continuano ad emozionarmi incondizionatamente visione dopo visione, eppure, forse dalla ferita aperta che è ancora Platoon - per me una pallidissima imitazione di Apocalypse Now -, non sono mai riuscito a considerare il regista di New York come uno dei favoriti fordiani per eccellenza.
Nonostante questo, e con tutte le mie forze, adoro incondizionatamente Ogni maledetta domenica.
Nel Cinema moderno - parlo degli ultimi trent'anni - credo non esista un ritratto migliore del grande circo - anche e soprattutto mediatico - degli sport da incassi milionari nonchè dell'etica del gioco di squadra come in questa pellicola esagerata e sopra le righe, kitsch e clamorosamente emozionante: soltanto Friday night lights - serie ormai di culto in casa Ford, anch'essa incentrata sul football -, pur se in misura diversa, è riuscita negli ultimi mesi a rispolverare l'adrenalina ed il batticuore di una finale, o di quelle partite giocate sul filo dei secondi.
Chiunque, al campetto con gli amici o in una società, abbia praticato uno sport di squadra almeno una volta nella vita, conoscerà bene il brivido che percorre la schiena quando ci si gioca tutto fino all'ultima azione, e anche da semplici spettatori, che seguiate il calcio - l'equivalente nostrano del football per gli States -, il basket, il rugby o qualsiasi altra disciplina collettiva, penso che le emozioni regalate dai match più importanti possano essere sentite sulla pelle e dritte nell'anima pur non calcando il terreno di gioco: ricordo benissimo - almeno fino ad un certo punto della nottata - la vittoria dell'Italia ai Mondiali del 2006, che vissi praticamente senza muovermi o parlare, teso come la corda di un violino - e con Julez urlante accanto - fino all'ultimo, liberatorio rigore di Grosso.
E da quel momento furono Cuba Libre come se piovesse.
Ogni maledetta domenica è associabile ad una finale: brividi, tensione alle stelle e fiato grosso.
E poco importano la regia iperadrenalinica di Stone, la fotografia satura, la colonna sonora spettacolare che incornicia le intepretazioni - tutte ottime - di un cast a dir poco stellare, una durata che finisce per non farsi sentire neppure di striscio, un climax emotivo che continua come un'onda lunga anche al termine dell'ultima partita, addirittura fino all'inizio dei titoli di coda.
Quello che importa, in Ogni maledetta domenica, sono i centimetri.
Quelli dell'ormai supercult discorso di Tony D'Amato/Al Pacino ai suoi giocatori prima del match decisivo in casa della squadra texana - e quale stato è più associabile al football professionistico del Texas? -, ormai un passo obbligato di quasi tutti i corsi di formazione aziendali e sportivi, quelli di Jack "Cap" Rooney, che la vecchia stella deve sperare di guadagnare agli occhi di una moglie che non lo vorrebbe prossimo al ritiro, di Luther "Shark" Lavay - un gigantesco, in tutti i sensi, Lawrence Taylor, interprete di una parte che pare un omaggio alla sua incredibile carriera di giocatore professionista -, disposto a sacrificare tutto se stesso perchè quel bonus sui placcaggi possa garantire un futuro alla sua famiglia, di Willie Beamen, astro nascente che ancora deve capire quanto grande sia la fatica che si spende ogni maledetta domenica per vincere o perdere.
Perchè non importa chi vince e chi perde, l'importante sarà vincere o perdere da uomini.
Parola del coach D'Amato.
E chi non è con lui, in fondo?
Dalla parte di un nocchiero imperfetto e squilibrato, che ai calcoli del giovane erede sulla panchina degli Sharks Nick Crozier risponde con l'istinto del campo di gioco, delle dita sbiancate dei difensori che puntano il quarterback e quelle danzanti dei ricevitori ansiosi di avere tra le mani il pallone, gli occhi alla linea del touchdown, neanche fosse la donna della loro vita.
Dalla parte di un uomo che ha fatto tutti gli errori possibili, e a tavola con quello che potrebbe essere il giocatore più talentuoso che abbia mai allenato, non teme di mettere lo stesso di fronte alle sue responsabilità di futuro numero uno: una battaglia generazionale con le bighe di Ben Hur che corrono in sottofondo.
Perchè i giocatori di football professionistico sono come gladiatori, come ben sa il medico molto compiacente Harvey/James Woods, che ha sacrificato l'etica in nome degli ideali più o meno legati al successo e ai soldi degli uomini che ha visto spezzarsi osso dopo osso in tutti gli anni passati con gli Sharks.
Perchè ci sono molte cose che possono motivare un uomo - e uno sportivo - ad andare fino in fondo, sacrificando tutto il possibile - e anche di più - per quei centimetri che paiono miseri, ma che, alla fine, andranno a sommarsi per definire la vittoria o la sconfitta da Uomini: il coach D'Amato, riferendosi ad un suo vecchio pupillo, racconta di come lo stesso gli abbia confessato il fatto che non gli manchino i dollari, o il successo, o la folla, o le ragazze, quanto i suoi dieci compagni d'attacco: "Perchè quando ci muovevamo, ci muovevamo come fossimo un corpo solo."
"Ho imparato più da Cap Rooney nel primo tempo di questa partita che in cinque anni di football professionistico", dichiara Willie Beamen, pronto a prendere le redini della squadra nella speranza di superare le linee texane.
L'ispirazione del singolo e la confortevole sensazione di avere qualcuno pronto a pararti il culo quando un bestione di centocinquanta chili carica perchè è proprio te, che vuole schiantare a terra.
Non esistono doni dell'invisibilità: esistono solo i centimetri, e tutto il sangue che sputiamo accanto ai nostri compagni di lotta dall'inizio alla fine di una partita.
Quali siano il campo e lo sport che la muovono, non importa.
L'importante sarà potersi guardare attorno, e sapere che chi è dalla nostra parte della barricata sarà lì, piantato a terra o lanciato verso l'orizzonte di una linea apparentemente insignificante, a definire il nostro prossimo passo.
A quel punto, non basterà che alzare la testa e lanciare la palla.
Chissà che non sarà il centimetro decisivo, quello che andremo a sommare a tutti gli altri.


MrFord


"Sacrifice don't give up the fight,
everything will be all right on any given Sunday
The harder they come the hard, yeah the harder they must fall
Depends on you if you win or lose,
you know you got to pay some dues so that you can live on Monday
Strive to achieve and die in for what you believe."
Jamie Foxx - "Any given Sunday" -


sabato 16 giugno 2012

Friday Night Lights - Stagione 3

Produzione: NBC
Origine: Usa
Anno: 2008
Episodi: 13




La trama (con parole mie): per i Dillon Panthers è l'anno della ricostruzione. Dopo l'eliminazione ai playoff della stagione precedente e l'infortunio che è costato la borsa di studio a Smash Williams la squadra guidata dal coach Taylor deve ripartire da Tim Riggins, nuovo capitano, e Matt Saracen, entrambi all'ultimo anno.
Ma su quest'ultimo, quarterback titolare dai tempi del dramma di Jason Street, incombe la presenza della matricola J.D. McCoy, giocatore fenomenale spinto da un padre ingombrante e molto potente che da subito si impone tra i finanziatori del team.
E mentre la scelta dell'università ed il futuro bussano alla porta dei senior della scuola, la stagione prosegue in un cammino che ricorda da vicino quello di due anni prima, quando i Panthers divennero campioni di stato.




Non posso non iniziare con il botto: Friday night lights è la serie che più mi emoziona dai tempi di Lost e Romanzo criminale.
Le storie tutte realtà di questi ragazzi del profondo Texas arrivano dritte al cuore, e sono simboli perfetti della mitologia di Frontiera di cui mi faccio ogni giorno divulgatore qui dal saloon: lasciato indietro il passo falso - pur se non completo - della season two, viziata dallo sciopero degli sceneggiatori che nel 2007 causò problemi praticamente a tutti i prodotti destinati al piccolo schermo, i Dillon Panthers tornano e lo fanno con il botto, confezionando una stagione che riesce perfino ad eguagliare la straordinaria prima annata, e ritrova il carattere da outsider e da perdenti di carattere che aveva spinto il cuore ed il coraggio dei ragazzi del coach Taylor a divenire campioni di stato due anni prima.
Cuore e coraggio che, nel corso di queste incredibili tredici puntate, si formano e costruiscono tutti a partire dalle vicende fuori dal campo, dedicando la prima metà della stagione a due dei grandi protagonisti della serie fino ad ora - Jason Street e Smash Williams -, al loro lascito alla stessa e all'inizio di una nuova vita altrove per entrambi: il primo, idolo della scuola ed ex promessa del football confinato su una sedia a rotelle, impegnato a trovare il modo di iniziare economicamente una nuova vita in modo da garantire un futuro a suo figlio appena nato, trova nell'episodio legato al suo viaggio a New York accompagnato dal migliore amico Tim Riggins un'uscita di scena - definitiva? - pressochè perfetta, con il groppo in gola per la gioia e quel "Texas per sempre" pronunciato come una promessa di amicizia che durerà nonostante le miglia, la vita e tutto il tempo che pare passato da quando, al terzo anno, nel pieno del pilota della prima stagione, i due progettavano di andare a giocare insieme nell'NFL; il secondo, attaccante prodigioso e sbruffone cresciuto di colpo e divenuto vulnerabile a seguito dell'infortunio patito nei playoff dell'anno precedente, è scosso dalla madre e dal coach Taylor che proprio nell'allenare e motivare il suo ex capitano scopre di essere - e la definizione che ne da la moglie Tami è perfetta - "un educatore, prima di un allenatore".
E ancora una volta, la responsabilità ed il peso della squadra, come fosse una famiglia, trovano casa ideale sulle spalle di quest'uomo di poche parole, roccioso e determinato, all'antica ed orgoglioso eppure pronto ad ascoltare e comprendere: un uomo di quelli che si seguirebbero fino alla morte e oltre, da ammirare per la decisione ed i principi, le palle ed il coraggio. Una specie di padre formato gigante.
E se tutto questo non bastasse, ci sono Matt Saracen e il suo silenzioso lottare - splendida la sequenza dei lanci del coach Taylor e della sfida per diventare ricevitore -, Tim Riggins - sempre più il mio preferito, ed il più fordiano dei personaggi, eccetto forse il coach stesso - forse per la prima volta pronto a crescere, con tutti i suoi difetti, la sregolatezza e l'alcool, e ad essere il primo della sua famiglia ad entrare al college, lo strepitoso cast femminile - Julie, figlia del coach, finalmente uscita dalla crisi adolescenziale della stagione precedente, Tyra con le sue insicurezze, Lyla Garretty e la signora Saracen - a rendere questa serie una delle migliori del panorama statunitense degli ultimi anni ed uno dei prodotti corali più emozionanti e vivi che si siano mai affacciati sul piccolo schermo.
Una serie che non ha paura di affrontare se stessa ed i suoi punti deboli, di cambiare - si veda l'incredibile ribaltamento di prospettive dell'ultimo episodio, che pone le basi per le ultime due stagioni - e mostrare il fianco come fosse una di noi, facendoci sentire, di fatto, accanto ad ognuno dei suoi protagonisti: ed è immediato, provare questa sensazione, perchè in fondo, in questa serie non ci sono eroi, situazioni che vadano oltre la realtà che possiamo conoscere a prescindere dalla collocazione geografica, botole misteriose o conti alla rovescia.
Ci sono solo uomini e donne che imparano a vivere, giorno dopo giorno.
E imparano, prima ancora che dalle vittorie, dalle sconfitte.
Perchè se cadere è normale, per chi vive la quotidianità, rialzarsi è un atto di coraggio, fede e forza che non tutti sono pronti a compiere.
E proprio come nel football, è una questione di sudore, lacrime e centimetri.
E di non lasciare mai il campo, neppure quando si è stremati, abbattuti, sconfitti.
Perchè non si sa mai dove possa nascondersi la scintilla.
Siamo vivi.
E artigliamo il terreno pronti a scattare, perchè non è detto che il prossimo pallone sia proprio il nostro.
Quello del touchdown.
Quello dell'azione decisiva.
Texas per sempre, Dillon Panthers.
Anche qui, dall'altra parte del mondo.


MrFord


"Every day is new again
every day is yours to win
and that's how heroes are made
I wanted (I wanted) to win (to win)
so I'd said it again:
that's how heroes are made."
R.E.M. - "Every day is yours to win" -


 

venerdì 13 aprile 2012

Friday night lights - Stagione 2

Produzione: NBC
Origine: Usa
Anno: 2007
Episodi: 15



La trama (con parole mie):  i membri dei Dillon Panthers, freschi del titolo guadagnatosi sul campo la stagione precedente grazie alla guida del coach Eric Taylor, devono ripartire facendo i conti con tutto il peso che grava sulle spalle dei vincenti, scoprendo sulla loro pelle che, a volte, è più difficile essere in cima che non lottare per arrivarci.
Così un nuovo allenatore, le minacce di un pazzo all'indirizzo di Tyra, un nuovo possibile amore per Julie Taylor - in rotta con la madre a seguito della nascita della sorellina -, l'incostanza di Tim Riggins e l'apprensione di Smash Williams rispetto a quella che sarà la sua scelta per il college destabilizzano quella che era fino a pochi mesi prima una squadra perfetta, portando alla crisi anche gli elementi più equilibrati come Matt Saracen.
Riusciranno i Panthers a buttare il cuore oltre l'ostacolo e farcela di nuovo?



"Chi ha cuore e coraggio, non perde!"
Così gridavano i Dillon Panthers campioni del Texas alla fine della prima stagione, partiti come outsiders e sconvolti dall'incidente di Jason Street - promessa dal talento raro, capitano ed idolo della squadra - e finiti per stupire addetti ai lavori e tifosi contro tutti i pronostici della vigilia.
Ma è difficile respirare l'aria della cima.
E spesso, chi è abituato a lottare per raggiungerla, si rivela essere poco avvezzo al ruolo di primo della classe.
Così Friday night lights - serie che amo tantissimo - incappa in una seconda stagione decisamente meno avvincente e convincente della prima, che pare più una transizione verso quelli che saranno i promettenti lidi delle successive tre annate, complice anche la messa in onda avvenuta nel corso dello scellerato periodo dello sciopero degli sceneggiatori che coinvolse tutte le produzioni legate al piccolo schermo tra il 2007 e il 2008, minando le fondamenta delle serie ai margini come questa così come dei must come Lost, che ebbe il suo momento peggiore proprio con la quarta stagione, sempre nel 2008.
Nonostante, comunque, una certa debolezza nella scrittura e soprattutto nella capacità degli autori di mantenere solide e vive tutte le sottotrame, le vicende del coach Taylor, della sua famiglia e dei giocatori dei Panthers non hanno perso lo smalto dei giorni migliori, e continuano a coinvolgere ed emozionare il pubblico mostrando il fianco senza timori e tutta la loro umanità: dagli sconvolgimenti in famiglia dei Taylor - per la prima volta mostrati vulnerabili sia come singoli che nel loro rapporto con l'esterno - a quelli dei giocatori di punta dei Panthers - Smash con il suo sogno di sfruttare il college come un ponte per l'NFL, Riggins e le sue vicissitudini da "ospite indesiderato" prima in casa sua, poi da Tara, infine dal coach e Saracen con le sue pene d'amore -, senza dimenticare i personaggi apparentemente di contorno, ugualmente importanti nell'economia della serie - la stessa Tara e le minacce alla sua vita, un riscoperto Landry, Buddy Garretty ed il nuovo elemento della squadra Rodrigo, con il suo passato da criminale in erba -, la cittadina di Dillon offre di nuovo storie dall'intenso realismo, in grado di toccare il pubblico proprio perchè narrate da un punto di vista estremamente "normale", riuscendo sempre e comunque a mantenersi ben lontani dagli scivolosi terreni della retorica e del buonismo - si veda, in questo senso, l'evoluzione perfetta del personaggio di Jason Street, che apre uno scenario decisamente interessante sul finire della stagione rispetto a quello che sarà il futuro dell'ex quarterback -.
Una serie americana al cento per cento, fatta di sogni, amore e Dio nella migliore tradizione delle stelle e strisce, che trasuda mitologia da Frontiera e fatica da ogni poro, eppure perfettamente in grado di raccontare una storia - e, soprattutto, di farla vivere - anche a noi da questa parte dell'oceano, proprio grazie alla sua sincerità e al legame strettissimo con i concetti di famiglia e di lotta per costruire il proprio futuro e la propria felicità.
"Chi ha cuore e coraggio, non perde!"
Gridano i Panthers.
L'importante è non dimenticarselo mai, neppure di fronte alla sconfitta.


MrFord


"It's a long day livin' in Reseda
There's a freeway runnin' through the yard
And I'm a bad boy, 'cause I don't even miss her
I'm a bad boy for breakin' her heart.
And I'm free, I'm free fallin'."
Tom Petty - "Free falling" -


lunedì 28 novembre 2011

Friday night lights Stagione 1

Produzione: Nbc
Origine: Usa
Anno: 2006
Episodi: 22



La trama (con parole mie): a Dillon, in Texas, si vive e sopravvive come in ogni cittadina della provincia americana. La differenza la fanno i Panthers, squadra di football del liceo locale e trampolino di lancio per quelli che potrebbero essere i futuri talenti dell'Nfl.
All'esordio come allenatore c'è Eric Taylor, appena trasferitosi in città con la moglie Tami e la figlia Julie, al primo incarico come head coach di un team, sul quale pesano l'ingombrante presenza di Buddy Garretty, finanziatore principale dei Panthers, e quella dell'intera comunità, legatissima alle imprese agonistiche dei giovani giocatori.
Punto fermo per il coach è il quarterback Jason Street, praticamente il figlio che Taylor non ha mai avuto, leader in campo e fuori: con lui spiccano i runningback "Smash" Williams e Tim Riggins e la giovane riserva Matt Saracen.
Quando, alla prima della partita della stagione, Street sarà costretto ad abbandonare il campo da gioco a causa di un infortunio, toccherà proprio a Saracen prendere in mano la squadra, con la benedizione di Taylor.



Smaltita - più o meno - la delusione per American horror story, Cannibale si è clamorosamente preso la sua rivincita introducendomi - ringrazia sentitamente anche Julez - ad una serie che pare l'archetipo della materia fordiana per eccellenza, e che non era ancora entrata a far parte del novero delle preferite del sottoscritto: Friday night lights - inizialmente battezzata High school team - è stata una vera e propria bomba dall'inizio alla fine di questa più che ottima stagione d'esordio, conquistando da subito uno spazio nel mio cuore di spettatore con il suo giusto equilibrio tra drama e sport, una scrittura ed un lavoro sulla costruzione dei personaggi splendido, uno stile di ripresa che ricorda quello della mia amata The Shield ed un'ambientazione da confine che pesca nell'immaginario Usa da frontiera e losers allo sbando, grandi amori e grandi sogni accanto ad altrettanto clamorose cadute.
Ma la cosa che ha reso già dal pilota Friday night lights un cult assodato è stato l'ottimo rapporto tra l'onestà delle vicende e la capacità delle stesse di entrare in contatto con l'audience, anche grazie ad un cast semplicemente perfetto che da corpo e anima a personaggi a tutto tondo: dal solido Eric Taylor, coach duro eppure paterno alla sua inseparabile moglie Tami, dal timido Matt Saracen al potenzialmente autodistruttivo Tim Riggins - ed anche qui ho trovato il Sawyer della situazione, ovviamente il preferito del sottoscritto nonostante la cotta che Julez ha coltivato per il personaggio dall'inizio fino quasi alla conclusione della stagione -, dallo spaccone Smash al golden boy Jason Street, tutti i protagonisti risultano credibili, e crescono, con i loro errori e le loro esperienze, formandosi ed acquistando sempre più spessore episodio dopo episodio.
Non abbiamo di fronte esperienze eccezionali, storie grandiose, eppure le vicende dei membri dei Panthers e delle persone che stanno loro accanto risultano grandi proprio nel loro essere quotidiane, guadagnate, giocate sul filo e fino all'ultimo secondo come un'indimenticabile partita di football - sport che, pur non seguendo dai tempi dei Miami Dolphins di Dan Marino, mi ha sempre fatto impazzire: se non l'avete fatto, a tal proposito, concedete una visione anche al tostissimo Ogni maledetta domenica -.
Inoltre, all'emozione e all'immediatezza, la serie aggiunge quel tocco di magia che permette allo spettatore di tornare ai tempi del liceo, in cui tutto pareva possibile ed il futuro era - o si sentiva - praticamente nelle mani di chi lo costruiva giorno per giorno senza però dimenticare quanto l'esperienza della maturità possa essere fondamentale nella nostra formazione come individui - in questo senso, il coach Taylor e sua moglie risultano pressochè perfetti, quasi fossero i genitori non soltanto di Julie, ma degli altri personaggi e dell'audience stessa, che trova in loro il sostegno anche e soprattutto nei momenti di maggior tensione di questi ventidue incredibili episodi.
Certo, quest'anno ci sono state la scoperta di Misfits e l'affermazione di Game of thrones, così come l'incredibile esplosione di Romanzo criminale: eppure un insieme di emozioni costante come quello garantito da Friday night lights dalla prima all'ultima puntata non l'avevo ancora provato.
Merito, forse, di una semplicità che si avvicina più alla vita che viviamo ogni giorno, e sentiamo nostra anche quando potrebbe non piacerci, e ci spinge, in un modo o nell'altro, a lottare per lei, sempre, come in attesa di una vittoria che bramiamo, di cui abbiamo bisogno come dell'aria, per mostrare al resto del mondo che siamo qui, e siamo vivi.
"Chi ha cuore e coraggio, non perde!", è il motto dei Dillon Panthers.
Certamente a Friday night lights non mancano nè l'uno, nè l'altro.
Non mancano ad Eric Taylor, che è solido come una roccia, e sulle spalle porta tutto il peso della pressione di questa piccola, non sempre facile, città. E protegge i suoi ragazzi, come figli.
Non mancano a Tami Taylor, perchè accanto ad un grande uomo, c'è sempre una grande donna. E tutta la forza del coach passa dalla saggezza di una compagna con palle e fascino da vendere.
Non mancano a Matt Saracen, che da riserva quasi invisibile diviene la star della squadra riuscendo a mantenere la dolcezza dei campioni silenziosi. Senza contare che esce con la figlia del coach, mica roba da poco.
Non mancano a "Smash" Williams, che da fuoriclasse impara a conoscere le proprie debolezze, per maturare e diventare grande forse addirittura prima dei suoi compagni.
Non mancano a Jason Street, che da protagonista assoluto finisce a dover ripartire da zero, e reinventarsi una vita intera. E con la forza della passione per lo sport che ama, a dimenticare rabbia e frustrazione.
Non mancano a Tim Riggins, che da sbandato dedito ad alcool, botte e ragazze rinsalda il legame con il fratello e nella mancanza di una figura paterna si riscopre un futuro padre molto migliore di quanto il suo sia mai stato.
Non mancano a Dillon, che nello sperduto panorama di un Texas troppo grande, tra voci e maldicenze, amarezze e delusioni, trova nella sua squadra un simbolo, una speranza, un sogno.
"Chi ha cuore e coraggio, non perde!", è il motto dei Dillon Panthers.
E chi vince non dimentica mai quante sconfitte ci sono volute per arrivare in cima.


MrFord


"You can take me outside
you can take me apart
you can take me upstairs
you can take me to hear
you made me love you when
you thought you were so smart
don't try to stop me when
you told me to start."
Elvis Costello - "Inch by inch" -



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