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sabato 4 gennaio 2014

Battle of the year

Regia: Benson Lee
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 110'



La trama (con parole mie): Dante Graham, produttore hip hop tra i più grandi degli USA, è deciso a finanziare una crew che possa avere qualche possibilità di vincere la Battle of the year, manifestazione dedicata ai b-boys che equivale al campionato mondiale del ballo di genere. 
Per portare a termine l'impresa si affida al vecchio amico Blake, caduto in disgrazia dopo la morte della moglie e del figlio due anni prima, ex allenatore di basket, convincendolo a riprendere il fischietto. Il compito dell'uomo sarà di formare una squadra di singoli e trasformarli in fratelli da palcoscenico in tempo per la grande sfida.





Quando, di comune accordo con Julez, si è deciso di recuperare Battle of the year in memoria degli anni da lostiano di Josh Holloway - al quale devo, in qualche modo, anche il mio nome da blogger -, mi aspettavo di trovare un ottimo candidato per la decina del peggio del duemilaquattordici appena iniziato - nonostante, di fatto, si tratti ancora di una pellicola targata duemilatredici -, una sorta di puntata fin troppo lunga di America's Best Dance Crew senza neanche un Mario Lopez pronto a presentare le evoluzioni dei suoi protagonisti.
E invece, almeno in parte, devo ammettermi di essere stato più che smentito.
Perchè seppur si tratti di un film di qualità infima, uno zero da grafico Pritchard della settima arte, Battle of the year si rivela un - quasi involontariamente - divertente intrattenimento simile ai film di arti marziali che negli anni ottanta mi divoravo uno dopo l'altro con la breakdance in sostituzione dei calci rotanti: certo, questi ultimi finiscono per avere sempre l'ultima parola, in casa Ford, eppure Battle of the year è riuscito non solo a strapparmi due risate, ma anche a non suscitare incazzature da bottigliate incontrollate ed incontrollabili.
Josh Holloway, da par suo, continua nel percorso delle tre espressioni già iniziato sull'isola più famosa del piccolo schermo - arrabbiato, sorridente, triste -, sfoggiando una panoramica perfetta delle sue doti attoriali, finendo per farsi voler bene anche nel ruolo di allenatore di un gruppo di b-boys da livello di tamarraggine decisamente spiccato - non per nulla uno dei protagonisti è Chris Brown, tristemente noto per le percosse a Rihanna, che ho riscoperto in grado di evoluzioni sul palco decisamente notevoli atleticamente parlando - pronto a farsi ripulire grazie alla voglia di riscatto dopo la morte drammatica di moglie e figlio che l'ha indotto ad una dieta ferrea a base di fiaschetta di whisky fin dal mattino.
Dunque, nonostante le premesse che paiono preannunciare una sequela di retoriche evoluzioni della trama tutte chiaramente anticipabili, lo scarsissimo Benson Lee riesce perfino a confezionare un paio di passaggi quasi a sorpresa, tenendosi aperte le porte per un eventuale sequel - che, a questo punto, non so se sperare sia realizzato oppure no - e ritagliando al presunto protagonista un ruolo soltanto marginale proprio nella parte conclusiva - e più importante - della pellicola, che verrà ricordata anche per un paio di pistolotti di incoraggiamento alla squadra di Josh Holloway capaci di far impallidire il famoso speech dei centimetri di Al Pacino in Ogni maledetta domenica - ed ovviamente non parlo sul serio -.
Per il resto il risultato è quello di un videoclip un pò troppo lungo in grado di catturare l'attenzione principalmente per l'abilità di questi ragazzi, effettivamente straordinari nel giocare - o quasi - con la gravità spingendo perfino i più atletici degli spettatori a chiedersi come certe evoluzioni possano essere umanamente possibili - e a non provocare tendiniti ben più che croniche -: siamo davvero dalle parti del Cinema molto di serie b, eppure, rimembranze di Lost o una tamarraggine di fondo che ben mi si addice, ho trovato Battle of the year perfino non abbastanza brutto per un'eventuale worst ten.
Forse è davvero giunta la fine del mondo - con un paio d'anni di ritardo -, se perfino un vecchio cowboy riesce a cavare fuori qualcosa da un film basato sul ballo.


MrFord


"Sun is shinin' in the sky 
there ain't a cloud in sight, it's stopped rainin'
everybody's in their play and don't you know
it's a beautiful new day, hey hey hey."

Electric Light Orchestra - "Mr. Blue Sky" -




mercoledì 9 gennaio 2013

Goon

Regia: Michael Dowse
Origine: USA, Canada
Anno: 2011
Durata: 92'




La trama (con parole mie): Doug Glatt, da sempre e per vocazione un buttafuori pronto a menare le mani per proteggere chi ne ha bisogno considerato alla stregua di un illegittimo dai genitori che lo vorrebbero medico come il fratello, dopo aver messo KO un giocatore di hockey nel corso di una partita - e da spettatore - viene ingaggiato dalla squadra della sua cittadina nel ruolo di picchiatore sul campo in difesa dei compagni più esposti ai duri colpi degli avversari.
La sua abilità lo porta ad un cambio di team e all'arrivo nella squadra degli Halifax Highlanders, compagine canadese che ha nel fuoriclasse Xavier LaFlamme il suo asso, rimasto così sconvolto da un colpo proibito subito in partita tre anni prima da essersi completamente perso in se stesso.
L'arrivo di Doug tra gli Highlanders riuscirà a scatenare di nuovo il furore agonistico dei suoi componenti, pronti a lottare in tutti i modi per raggiungere i playoff del campionato: Glatt scoprirà così che il suo talento nel rifilare cazzotti così forti da far sembrare i pugili professionisti dei bambini dell'asilo può davvero cambiare le cose, anche quando di fronte si troverà Ross Rhea, responsabile del crollo di LaFlamme.




A volte capita che film senza alcuna pretesa o velleità artistica riescano a riscaldare i cuori del pubblico come mai sarebbero capaci di fare pellicole d'autore dai significati profondi e dalla tecnica sopraffina: credo che l'origine di questo fenomeno sia da ricercare principalmente nel fatto che il mio tanto amato panesalamismo, a volte, diviene un vero e proprio toccasana quando si ha voglia di perdersi dietro a vicende che, in un modo o nell'altro - e anche per la loro casereccia realizzazione - finiscono per diventare assolutamente più verosimili di episodi sicuramente più eclatanti rispetto alla Storia della settima arte.
E' il caso di Goon, film firmato da Michael Dowse - già passato dalle parti del Saloon con Take me home tonight - che mescola gli elementi tipici della pellicola di matrice sportiva - cameratismo, spirito di squadra, voglia di vincere nel senso positivo del termine - al Cinema di botte tamarro figlio degli eighties, senza dimenticare un'altra grande eredità di un decennio decisamente caro al regista - così come al sottoscritto -, l'elogio degli outsiders e dei potenziali perdenti, dei losers carichi dello spirito dei Goonies o del Daniel-san di Karate kid.
Il tutto inserito nella cornice certo non morbida dell'hockey, uno sport con i controcazzi in cui ci si picchia effettivamente come fabbri - nonostante l'ovvia esagerazione mostrata nel corso della pellicola - e che ricordo con piacere fin dai tempi delle medie, quando mi capitava di andare con i compagni di scuola il sabato pomeriggio a pattinare sul ghiaccio e qualche volta a metà settimana con mio padre a seguire le partite dei Devils - se non sbaglio si chiamavano così - di Milano.
L'approccio della sceneggiatura - scritta, tra gli altri, anche dal coprotagonista Jay Baruchel - è invece quello della commedia in pieno Apatow-style, sboccata e tamarra, in grado di toccare temi assolutamente profondi come la Famiglia, l'Amore e l'Amicizia senza mai dimenticare quel sano carico di volgarità mai davvero volgare buona giusto a scandalizzare i consueti spettatori dalla puzza sotto il naso e una bella scopa lunga infilata su per il culo: per il resto tutto il peso della vicenda poggia sulle spalle di un sempre approvatissimo  - nonchè fordiano onorario - Seann William Scott, che sfodera uno dei suoi personaggi migliori dai tempi de Il tesoro dell'Amazzonia ed almeno un paio di perle stratosferiche sul campo di gioco - il disco da hockey preso di faccia, pura fantascienza, è già un piccolo cult della tamarrata -, un combattente assolutamente privo di talento ma irresistibile per quanto riguarda il carisma "buono" in grado di cambiare volto ai suoi compagni negli Highlanders, spinto anche dalla verve quasi grottesca del suo migliore amico Pat - il Jay Baruchel citato poco sopra -. Ad aiutarlo nell'impresa un rivale destinato a diventare il suo "gemello" - l'asso in declino Xavier Laflamme - ed una nemesi che rappresenta, in qualche modo, un involontario mentore dello stile di gioco di Doug "il teppista", il cazzutissimo Ross Rhea - cui presta volto e massa un Liev Schreiber che pare finalmente aver trovato la sua dimensione migliore con charachters massicci e tendenzialmente minacciosi -, primo a concedere al nostro protagonista l'onore ed il riconoscimento che di fatto non aveva mai avuto così come ad indicargli la via per il suo futuro da combattente, più che da giocatore di hockey.
Certo, non aspettatevi chissà quale visione rivoluzionaria: la sceneggiatura è telefonatissima fin dal principio, le evoluzioni prevedibili, i sentimenti ed il messaggio assolutamente di grana grossa: eppure - e parlo soprattutto per il pubblico maschile o per chi ha una certa familiarità con lo spirito da tifoso - sarà impossibile non esaltarsi con le imprese di Doug Glatt, gladiatore sui pattini da ghiaccio e cuore di una squadra persa dietro a problemi personali ed individualità, simbolo di quanto, a volte, in una squadra sia fondamentale lo spirito di chi non avrà i numeri, ma un ideale puro, due palle d'acciaio e pugni che fanno proprio male.
Onestamente, a vedere Doug schizzare sul campo pronto a togliersi le protezioni e cominciare una bella, robusta e sana scazzottata, viene proprio voglia di dare una pacca sulla spalla a questo ragazzone nato per menare le mani e sorridere di fronte alla sua purezza d'animo, decisamente più coinvolgente, umana e rassicurante dei cervelli allenati a suon di nozioni dei suoi stessi miopi genitori.
Caro Glatt, qui al Saloon siamo tutti orgogliosi di te.


MrFord


"Sempre lì
lì nel mezzo
finchè ce n'hai stai lì
una vita da mediano
da chi segna sempre poco
che il pallone devi darlo
a chi finalizza il gioco
una vita da mediano
che natura non ti ha dato
nè lo spunto della punta
nè del 10 che peccato."
Ligabue - "Una vita da mediano" -



venerdì 29 giugno 2012

Euro 2012 - Semifinali

La trama (con parole mie): e così, anche Euro 2012 si avvia alla conclusione, per una finale del tutto insperata alla vigilia della competizione. L'Italia di Prandelli, partita come assoluta underdog, giunge a sorpresa a bussare alla porta delle Furie rosse, alla loro terzo "ultimo atto" consecutivo dopo Euro 2008 e i Mondiali 2010, entrambi vinti.
Non c'è due senza tre, si dice in giro.
Io dico che ormai, con i sogni non si scherza.
E non solo con loro.


Balo si aggrappa ad una maglia riconquistata, Lahm vede il fantasma azzurro pronto a tormentarlo di nuovo.

Sognare ha pagato.
Cazzo, se ha pagato.
Nonostante il risultato - che, come per la partita contro l'Inghilterra, ci sta molto stretto -, ho chiuso la semifinale di questo Euro 2012 assolutamente incredulo.
Per la prima volta - tolto il recupero conclusivo - mi pare quasi di non aver sofferto per una partita dell'Italia.
Raramente, da quando mi ricordo, ho potuto provare sensazioni come queste: certo, c'è stata Italia-Ucraina ai quarti del Mondiale 2006, o Italia-Bulgaria semifinale del Mondiale 1994, vinte entrambe senza grossi patimenti.
Questa sera, però, ad attenderci, c'erano i panzer tedeschi reduci da quindici vittorie ufficiali consecutive, nonchè unica squadra di questo Europeo ad avere solo e soltanto vinto, con la voglia di riscatto coltivata dal pensiero che l'Italia è da sempre la loro bestia nera - mai battuta in partite della fase finale dell'Europeo o del Mondiale, i ricordi del 2006, del 1982 e del 1970 ancora impressi nella memoria -: e cosa accade, all'Italia delle scommesse, degli scandali, della crisi e dei giocatori che non esultano?
Accade che Prandelli mette in campo un undici che non sbaglia (quasi) un colpo, mette all'angolo i tedeschi con due magie di Cassano e Montolivo - assist straordinari - concretizzate da due prodezze - soprattutto la seconda - di Balotelli e si permette addirittura di sbagliare palle gol clamorose nel secondo tempo con Di Natale e Marchisio, imponendo praticamente sempre il suo gioco ed annullando i vari Gomez, Schweinsteiger, Lahm, Muller e Klose.
Julez ha sollevato il dubbio che il buon SuperMario potrebbe aver dato almeno un'occhiata al mio post a seguito della partita con l'Irlanda di una decina di giorni fa, e chissà, forse piace anche a me pensarla così.
Forse Prandelli è riuscito a stimolare il ragazzo nel modo giusto.
Forse tutto e il contrario di tutto.
Eppure, da tifoso e da appassionato di calcio, è una gioia vedere una giovane promessa realizzare due gol così pesanti, e soprattutto esultare con il sorriso, godendosi un palcoscenico che può e deve essere suo, domenica compresa.
E ci sta tutta anche quel pò di arroganza della posa sulla seconda rete, come a dire: "Da qui non mi muovo".
E nessuno vuole che tu da lì ti muova, Mario.
Anzi, hai un Paese intero che tra qualche giorno sarà con te, consacrandoti di fatto al ruolo di superstar del pallone, riponendo tutte le speranze e tutti i sogni che vorrà vedere concretizzati in una mina come quella che mette in ginocchio Neuer - e la Germania - come se non ci fosse un domani, e non importerà se gli avversari saranno più forti, o favoriti, perchè ci sarai tu ad annichilirli, sfruttando le energie e quel fare tamarro che fino ad ora avevano girato solo dalla parte sbagliata, per te.
Si può essere tamarri anche nel modo giusto, Mario.
"Ho visto l'era punk, quella metallara, quella dark, quella paninara, quella dei finti ricchi, quella dei finti poveri, e ancora io sono qui invariato, niente m'ha cambiato e sento finalmente che il momento mio sia arrivato, tipa con gli altri non c'ho sfida sai, il tamarro è sempre in voga perche' non è di moda mai", cantavano nell'ormai lontano 1996 gli Articolo 31: quell'anno, in Inghilterra, agli Europei l'Italia fu eliminata nella fase a gironi, ed in finale giunsero Germania e Repubblica Ceca, che si qualificarono proprio a scapito degli Azzurri.
Sono passati sedici anni, e nell'ultimo atto della competizione tornano ad incrociare il loro cammino due compagini che si sono già fronteggiate, come a ribadire che il momento - questo momento, questo Europeo - era ed è tutto loro.
Coincidenze quasi lostiane.
Quattro anni fa, fu proprio la Spagna ad eliminare i Nostri dall'Europeo.
Vidi la partita sempre con Julez, in una camera d'albergo in Polonia.
Che, guarda caso, ha ospitato questa edizione del torneo.
Fu una brutta partita, noiosa e poco emozionante. Finì tutto ai rigori, quasi in sordina.
Questa volta no.
Voglio continuare a sognare.
Voglio bene alla Spagna e agli spagnoli, ma quel rosso è pronto per essere caricato.
Abbiamo preso la rincorsa, e come tori non possiamo fermarci fino a quando non avremo incornato il bersaglio grosso.
Mario, ascoltami ancora una volta. Soprattutto questa volta.
Voglio continuare a sognare.
Domenica vinciamo.
In fondo, noi della Terra dei cachi siamo fatti per soffrire, e subire, e subire ancora.
E alzare la testa quando tutti si aspetterebbero di vederci nascondere come struzzi.
E vincere, cazzo.
Andiamo a vincere, ragazzi.

MrFord

E' partita un'accozzaglia male assortita, è arrivata in finale una squadra.


P. S. Non ho parlato della seconda semifinale, che ha visto la Spagna imporsi ai rigori sul Portogallo. Non che ci fosse molto da raccontare. E' stato come perdersi nella tecnica senza cuore.
E per la prima volta Cristiano Ronaldo, giocatore formidabile ma clamorosamente poco simpatico ed empatico, è finito per diventare quasi un eroe romantico.

mercoledì 20 giugno 2012

Ogni maledetta domenica

Regia: Oliver Stone
Origine: Usa
Anno: 1999
Durata: 150'



La trama (con parole mie):  per i Miami Sharks la stagione sta prendendo una brutta piega, dopo tre sconfitte di seguito in grado di minare la fiducia della squadra rispetto al raggiungimento dei playoff, quella dell'arrivista proprietaria del club Christina Pagniacci, dei tifosi e dei giornalisti.
Il vecchio leone Tony D'Amato, sulla stessa panchina da oltre vent'anni, vacilla, resistendo soltanto grazie alle meraviglie dei due veterani Jack Rooney e Luther "Shark" Lavay: quando, nel corso di una partita, proprio Rooney ed il quarterback di riserva Tyler Cherubini rimangono infortunati, l'unica alternativa sarà data dalla terza scelta per il ruolo, il giovane Willie Beamen.
Proprio il ragazzo sarà il motore di una vera e propria rivoluzione all'interno della squadra, portata a colpi di talento cristallino e colpi di testa da neo-superstar, che significherà per gli Sharks un nuovo, incredibile capitolo della loro storia.




Personalmente, non ho mai coltivato un amore particolarmente travolgente per Oliver Stone: certo, le sue pellicole spesso e volentieri sono un concentrato perfetto di quelli che sono i difetti - ed i punti di forza - degli Stati Uniti e della loro filosofia da "larger than life" a tutti i costi, ed ammetto che molte continuano ad emozionarmi incondizionatamente visione dopo visione, eppure, forse dalla ferita aperta che è ancora Platoon - per me una pallidissima imitazione di Apocalypse Now -, non sono mai riuscito a considerare il regista di New York come uno dei favoriti fordiani per eccellenza.
Nonostante questo, e con tutte le mie forze, adoro incondizionatamente Ogni maledetta domenica.
Nel Cinema moderno - parlo degli ultimi trent'anni - credo non esista un ritratto migliore del grande circo - anche e soprattutto mediatico - degli sport da incassi milionari nonchè dell'etica del gioco di squadra come in questa pellicola esagerata e sopra le righe, kitsch e clamorosamente emozionante: soltanto Friday night lights - serie ormai di culto in casa Ford, anch'essa incentrata sul football -, pur se in misura diversa, è riuscita negli ultimi mesi a rispolverare l'adrenalina ed il batticuore di una finale, o di quelle partite giocate sul filo dei secondi.
Chiunque, al campetto con gli amici o in una società, abbia praticato uno sport di squadra almeno una volta nella vita, conoscerà bene il brivido che percorre la schiena quando ci si gioca tutto fino all'ultima azione, e anche da semplici spettatori, che seguiate il calcio - l'equivalente nostrano del football per gli States -, il basket, il rugby o qualsiasi altra disciplina collettiva, penso che le emozioni regalate dai match più importanti possano essere sentite sulla pelle e dritte nell'anima pur non calcando il terreno di gioco: ricordo benissimo - almeno fino ad un certo punto della nottata - la vittoria dell'Italia ai Mondiali del 2006, che vissi praticamente senza muovermi o parlare, teso come la corda di un violino - e con Julez urlante accanto - fino all'ultimo, liberatorio rigore di Grosso.
E da quel momento furono Cuba Libre come se piovesse.
Ogni maledetta domenica è associabile ad una finale: brividi, tensione alle stelle e fiato grosso.
E poco importano la regia iperadrenalinica di Stone, la fotografia satura, la colonna sonora spettacolare che incornicia le intepretazioni - tutte ottime - di un cast a dir poco stellare, una durata che finisce per non farsi sentire neppure di striscio, un climax emotivo che continua come un'onda lunga anche al termine dell'ultima partita, addirittura fino all'inizio dei titoli di coda.
Quello che importa, in Ogni maledetta domenica, sono i centimetri.
Quelli dell'ormai supercult discorso di Tony D'Amato/Al Pacino ai suoi giocatori prima del match decisivo in casa della squadra texana - e quale stato è più associabile al football professionistico del Texas? -, ormai un passo obbligato di quasi tutti i corsi di formazione aziendali e sportivi, quelli di Jack "Cap" Rooney, che la vecchia stella deve sperare di guadagnare agli occhi di una moglie che non lo vorrebbe prossimo al ritiro, di Luther "Shark" Lavay - un gigantesco, in tutti i sensi, Lawrence Taylor, interprete di una parte che pare un omaggio alla sua incredibile carriera di giocatore professionista -, disposto a sacrificare tutto se stesso perchè quel bonus sui placcaggi possa garantire un futuro alla sua famiglia, di Willie Beamen, astro nascente che ancora deve capire quanto grande sia la fatica che si spende ogni maledetta domenica per vincere o perdere.
Perchè non importa chi vince e chi perde, l'importante sarà vincere o perdere da uomini.
Parola del coach D'Amato.
E chi non è con lui, in fondo?
Dalla parte di un nocchiero imperfetto e squilibrato, che ai calcoli del giovane erede sulla panchina degli Sharks Nick Crozier risponde con l'istinto del campo di gioco, delle dita sbiancate dei difensori che puntano il quarterback e quelle danzanti dei ricevitori ansiosi di avere tra le mani il pallone, gli occhi alla linea del touchdown, neanche fosse la donna della loro vita.
Dalla parte di un uomo che ha fatto tutti gli errori possibili, e a tavola con quello che potrebbe essere il giocatore più talentuoso che abbia mai allenato, non teme di mettere lo stesso di fronte alle sue responsabilità di futuro numero uno: una battaglia generazionale con le bighe di Ben Hur che corrono in sottofondo.
Perchè i giocatori di football professionistico sono come gladiatori, come ben sa il medico molto compiacente Harvey/James Woods, che ha sacrificato l'etica in nome degli ideali più o meno legati al successo e ai soldi degli uomini che ha visto spezzarsi osso dopo osso in tutti gli anni passati con gli Sharks.
Perchè ci sono molte cose che possono motivare un uomo - e uno sportivo - ad andare fino in fondo, sacrificando tutto il possibile - e anche di più - per quei centimetri che paiono miseri, ma che, alla fine, andranno a sommarsi per definire la vittoria o la sconfitta da Uomini: il coach D'Amato, riferendosi ad un suo vecchio pupillo, racconta di come lo stesso gli abbia confessato il fatto che non gli manchino i dollari, o il successo, o la folla, o le ragazze, quanto i suoi dieci compagni d'attacco: "Perchè quando ci muovevamo, ci muovevamo come fossimo un corpo solo."
"Ho imparato più da Cap Rooney nel primo tempo di questa partita che in cinque anni di football professionistico", dichiara Willie Beamen, pronto a prendere le redini della squadra nella speranza di superare le linee texane.
L'ispirazione del singolo e la confortevole sensazione di avere qualcuno pronto a pararti il culo quando un bestione di centocinquanta chili carica perchè è proprio te, che vuole schiantare a terra.
Non esistono doni dell'invisibilità: esistono solo i centimetri, e tutto il sangue che sputiamo accanto ai nostri compagni di lotta dall'inizio alla fine di una partita.
Quali siano il campo e lo sport che la muovono, non importa.
L'importante sarà potersi guardare attorno, e sapere che chi è dalla nostra parte della barricata sarà lì, piantato a terra o lanciato verso l'orizzonte di una linea apparentemente insignificante, a definire il nostro prossimo passo.
A quel punto, non basterà che alzare la testa e lanciare la palla.
Chissà che non sarà il centimetro decisivo, quello che andremo a sommare a tutti gli altri.


MrFord


"Sacrifice don't give up the fight,
everything will be all right on any given Sunday
The harder they come the hard, yeah the harder they must fall
Depends on you if you win or lose,
you know you got to pay some dues so that you can live on Monday
Strive to achieve and die in for what you believe."
Jamie Foxx - "Any given Sunday" -


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