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sabato 14 luglio 2018

Saloon Mundial: never say die








L'ultima partita prima delle due finali di questo Mondiale fuori dagli schemi ha tenuto fede a quello che è stato il mantra di questa improvvisata rubrica dai giorni dei gironi di qualificazione: è finita si dice alla fine.
La Croazia, che è passata dal dominare nella prima parte della competizione a non riuscire mai a chiudere un match nei novanta minuti - rigori contro Danimarca e Russia, supplementari contro l'Inghilterra, ma del resto il Portogallo vinse gli ultimi Europei pareggiando sul campo quasi tutte le partite vincendo in finale proprio contro la Francia - mostra ancora una volta il carattere e la tenuta fisica che nel calcio attuale paiono avere la meglio su tecnica, individualità e superstar.
Dopo aver subito un gol praticamente a freddo e giocato un primo tempo che lasciava presagire alla finale più classica immaginabile ed un rammarico simile a quello del Belgio - bellissimo, comunque, il filmato del pubblico di Hyde Park a Londra che esplode insieme alla birra -, la Croazia si guadagna la prima finale della sua storia entrando in campo nella seconda frazione con un piglio da spaccaculi ed un Perisic scatenato, che prima pareggia con un acrobazia da film di arti marziali e poi centra il palo, portando i Leoni anglosassoni ai supplementari dove, a fronte del progressivo cedimento mentale degli avversari, Mandzukic si dimostra cinico come un sicario portando i compagni all'appuntamento più importante delle loro carriere - anche in questo caso, indimenticabile l'immagine dei giocatori croati che travolgono un fotografo che finisce per essere parte integrante del gruppo - mentre i ragazzi oltremanica finiscono per subire il peso della loro inesperienza, portando a casa un Mondiale comunque storico - era dai tempi di Italia '90 che l'Inghilterra non centrava una semifinale - e la garanzia che, tra due anni, all'Europeo saranno una delle squadre da battere.
Ora restano da giocare due sole partite, una simbolica e storicamente spettacolare perchè priva di pressioni - la "finalina" tra Inghilterra e Belgio - ed una tesa come una corda di violino, che vedrà la Francia dei nuovi fenomeni affrontare la Croazia tutta squadra, carattere e volontà. Certo, ci sono Modric e Rakitic, che però paiono soffrire del morbo di Messi, e dunque tutto finirà sulle spalle dei Mandzukic e dei Vida, gente che non guarda in faccia a niente e nessuno, e combatte fino a quando non è il momento di crollare.
La Francia resta favorita, ma per quanto mi riguarda, dovesse trionfare - per la prima volta nella Storia - una squadra come la Croazia, sarei ben più che felice.
In memoria dei ricordi che ho del tempo trascorso in quella parte di Adriatico qualche anno fa e del favore che, al Saloon, hanno sempre gli outsiders.
Specialmente se di fronte si ritrovano la mia rivale calcistica per eccellenza.



MrFord

mercoledì 4 luglio 2018

Saloon Mundial: è finita si dice alla fine parte due




Oltre al Mondiale delle sorprese, dev'essere anche quello dell'ultimo minuto.
Mai, che ricordi, nella competizione principale del mondo del calcio, così tanti match si sono decisi quando i giochi parevano fatti, e mai il concetto di "ultimo minuto" è valso così tanto.
E' valso per la Svezia, che due anni fa all'Europeo battemmo senza troppi patemi e che si è aggrappata alla kermesse in Russia all'ultimo minuto rappresentato dai playoff dopo aver lasciato a casa la ben più temibile - sulla carta - Olanda nel corso dei gironi di qualificazione: è stato allora che sono iniziate le dichiarazioni come "non esiste un Mondiale senza l'Italia", "la Svezia non sarà mai una minaccia senza Ibrahimovic" e via discorrendo.
La realtà è che i vichinghi ikea, pur non portando spettacolo sul campo, hanno finito per ridurre ai minimi termini gli Azzurri - impietosamente e giustamente rimasti a guardare i Mondiali sul divano -, sopravvivere ad un girone che vedeva la Germania farla da padrona e ad un ottavo di finale contro una Svizzera ricca di talento che chiude la gara con una superiorità schiacciante in termini di possesso palla - e non solo -.
Dimostrazione che il calcio sta nuovamente cambiando, e che l'era del guardiolismo è giunta al tramonto: in fondo, delle otto squadre rimaste a contendersi la Coppa è soltanto una a mostrare un gioco funambolico - il Brasile di Neymar -, mentre le altre sette - perfino squadre tecniche come Belgio e Croazia - sono decisamente più orientate ad un gioco che ha nel carattere, nella fisicità e nella solidità le armi migliori.
Se qualcuno, alla vigilia del playoff con l'Italia, mi avesse detto che la Svezia si sarebbe giocata l'accesso alla semifinale del Mondiale, avrei pensato si fosse fatto qualche birra di troppo.
Più ultimo minuto di così.
E di ultimi minuti ha vissuto la partita tra Inghilterra e Colombia, che alle spalle un primo tempo decisamente bruttino - forse il peggiore tra quelli degli ottavi di finale - ed un nervosismo crescente, scelgono di portare in scena un thriller che vede prima i britannici in vantaggio - su un rigore nettissimo - gestire ed amministrare la gara e dunque i Cafeteros buttarla dentro con un difensore - l'enorme Mina, tre gol al mondiale, una bella cifra per uno nel suo ruolo - dopo aver modificato l'assetto tattico per tentare il tutto per tutto con quattro attaccanti ad un minuto dalla fine del recupero.
A quel punto il vantaggio psicologico ha portato alla pressione dei colombiani, pronti a rispondere agli attacch inglesi per giungere alla lotteria dei rigori, vera regina del fiato sospeso.
E anche qui, succede di tutto: al terzo tiro dal dischetto, con la Colombia in vantaggio di un gol, pareva che i giochi fossero fatti e che all'Inghilterra non restasse che rassegnarsi ad una maledizione che li ha perseguitati più che l'Italia negli anni novanta.
E invece, prima il tiro troppo bello per entrare di Uribe che sbatte contro la traversa interna - dopo che proprio una sua bomba da distanza siderale aveva provocato il calcio d'angolo dal quale era nato il pareggio della sua squadra - dunque l'errore di Bacca - ma, da tifoso milanista, ricordo quanto fosse inaffidabile dal dischetto - spostano ancora gli equilibri.
Dier non sbaglia, e l'Inghilterra prende per i capelli un quarto di finale contro la Svezia che ha il sapore del calcio anni cinquanta e sessanta.
Rimangono dunque otto squadre delle quali sei europee e due sudamericane, e di almeno la metà alla vigilia del Mondiale non avrei detto sarebbero riuscite a giungere fino a dove sono giunte.
Ora, c'è una netta distinzione tra quello che sarà e quello che mi piacerebbe vedere, o quasi: perchè se con ogni probabilità le due semifinali vedranno opporsi Francia e Brasile da un lato e Croazia e Inghilterra dall'altro, sarei felice come un bambino se le final four fossero Uruguay e Belgio così come Croazia e Svezia.
Ma non voglio andare troppo oltre.
Anche perchè gli ultimi minuti non sono ancora finiti.



MrFord




martedì 3 luglio 2018

Saloon Mundial: è finita si dice alla fine




La giornata di calcio mondiale di oggi è stata senza dubbio meno poetica e magica di quella di ieri, nonostante i due match in programma siano stati a conti fatti più belli di quelli che hanno portato Russia, Spagna, Croazia e Danimarca alla lotteria dei rigori: nel pomeriggio il Brasile ha stroncato i sogni messicani - e i miei di vedere un'altra sorpresa materializzarsi sul tabellone - mostrando la differenza di tasso prettamente tecnico con gli avversari.
Personalmente, così come nel duemilaquattordici, il Brasile non mi piace: è una squadra leziosa, a mio parere meno incisiva e potente delle formazioni dell'illustre passato di questa Nazionale, ed ha il suo simbolo nel fastidioso Neymar, che per quanto bravo continua ad essere uno di quei calciatori dalla scena facile che difficilmente sopporto. E così come nel duemilaquattordici, spero che il loro cammino si possa interrompere prima della finale del quindici luglio, anche fosse per mano di squadra che non mi sono mai state particolarmente simpatiche - leggasi la Francia di Mbappè -.
In serata, invece, è andato in scena un match al cardiopalma: quando, all'inizio del secondo tempo, con un uno-due a dir poco incredibile - e splendido nella sua esecuzione - il Giappone si è portato sul due a zero contro il favoritissimo Belgio, ho pensato come prima cosa che l'analisi che avevo fatto dei Diavoli Rossi fosse esatta - ovvero che si sarebbero sciolti al primo ostacolo - e come seconda che nell'ironia di chi in questi giorni diceva, stando a tutte le sorprese, che forse era la volta buona per i nipponici di imitare gli eroi dei cartoni animati e vincere la competizione poteva addirittura nascondersi un'incredibile verità.
Ma come più volte ho sentito al Cinema, "è finita si dice alla fine", e la squadra belga con grandissima tenacia - ed una qualità complessiva decisamente alta - non solo è riuscita a rimontare, ma anche ad evitare i supplementari con un gol in pieno recupero: curioso solo che, in una serata così thrilling e giocata all'ultimo secondo, le tre reti siano arrivate da elementi tecnicamente non eccelsi - Vertonghen e Fellaini - o subentrati dalla panchina - Chadli - piuttosto che dai più blasonati, pagati e celebrati Mertens, Lukaku e Hazard.
Ora occorrerà capire se, nell'incrocio ai quarti, il Belgio sarà in grado di mostrare lo stesso carattere contro i funanboli - anche nelle cadute - brasiliani, o se si ripeterà l'eliminazione degli europei come quattro anni fa contro l'Argentina di Messi.
Per quanto mi riguarda, e nonostante li ritenga fondamentalmente degli incompiuti, come allora sarò al loro fianco. E come allora continuerò a sperare che a vincere possa essere il meno celebrato e favorito.
Anche se, come è accaduto oggi - ed in particolare stasera - è finita si dice alla fine, e non è detto che sia proprio la fine che avevamo sognato.



MrFord





domenica 1 luglio 2018

Saloon Mundial: ottavi di finale, parte prima








I Mondiali di calcio sono entrati nel vivo, e lo hanno fatto presentando i due ottavi di finale iniziali che, almeno sulla carta, avrebbero potuto tranquillamente essere almeno semifinali.
Due partite diverse ma giocate fino all'ultimo, tese e molto belle, che hanno emesso un verdetto importante: Leo Messi e Cristiano Ronaldo, le due superstar dominatrici degli ultimi dieci anni di calcio, tornano a casa.
Al loro posto, raccolgono il testimone per la competizione Mbappe - giovanissima star francese che pare anche essere un tipo piuttosto schivo, che a diciannove anni porta agevolmente il dieci che fu di Zidane sulle spalle - e Cavani - che toglie le castagne dal fuoco ad un Uruguay che nel secondo tempo è parso una sorta di Rocky Balboa, pronto a prenderne tante senza mai andare al tappeto, e che spero possa tornare in campo nonostante l'infortunio subito -.
Per quanto pronosticassi esattamente l'opposto, è stata comunque una giornata di grande calcio, con match combattuti, divertenti ed emozionanti, dallo spettacolare quattro a tre del pomeriggio - i gol di Di Maria e Pavard sono due perle - al serrato due a uno della sera, entrambi in grado di esprimere il bello di uno sport mediaticamente ed economicamente sempre troppo esposto ma che continua ad emozionare chiunque riesca a viverlo senza considerarne gli interessi.
Messi e Ronaldo, dunque, protagonisti di un Mondiale a conti fatti fallimentare, tornano a casa nello stesso giorno, il primo restando silenzioso ed anonimo ed il secondo reagendo stizzito e rabbioso, ma chiaramente in calo rispetto alle prime, diropenti due partite disputate - e qui si potrebbe pensare ad un errore nella preparazione atletica che l'ha visto arrivare all'esordio troppo carico per poi spegnersi progressivamente -: a questo punto la competizione dovrà trovare nuovi volti da copertina e nuovi protagonisti, cosa che, personalmente, apprezzo molto, specialmente nell'ottica di una finale inedita e, chissà, in grado di regalare la coppa ad un Paese mai premiato prima.
Curioso che i due rivali per eccellenza del pallone, con le loro differenze di approccio, di gioco, caratteriali, si ritrovino sconfitti insieme, neanche il Destino avesse deciso di riservare, con questo Mondiale, un cambio della guardia: per quanto mi riguarda, è giusto che il rinnovamento ci sia, considerato che tra quattro anni probabilmente nessuno dei due mostri sacri suddetti sarà parte della competizione, e che le rivoluzioni sono sempre ben accette.
Ora occorrerà capire se il quarto di finale che ci attende vedrà prevalere la spinta della "giovane Francia" multietnica, atletica e sprezzante - meno antipatica delle sue controparti passate, ma ugualmente per questioni storiche invisa a questo vecchio cowboy - o l'esperienza dell'Uruguay del mitico Tabarez - vederlo alzarsi con la stampella dalla panchina provoca un misto di tenerezza ed ammirazione - e di Cavani e Suarez - due che non ho mai particolarmente sopportato, ma che senza dubbio rappresentano una tipologia di giocatori di talento e combattenti ad un tempo -.
Domani, invece, vedremo se la Croazia potrà effettivamente candidarsi ad outsider da battere e se prevarrà il vantaggio di essere la squadra di casa o quella più blasonata - Russia e Spagna potrebbero riservare sorprese -: per oggi, e per quanto mi riguarda, più che Messi, Ronaldo, le rivalità e le superstar, vince il calcio.
Quello bello e ben giocato.
Quello che non lascia respiro fino all'ultimo secondo.
E metterei la firma perchè il Mondiale fosse così fino alla fine.



MrFord




lunedì 18 giugno 2018

Saloon Mundial: the curse of the winners




Dopo Francia '98, vincere un Mondiale non è mai stato presagio di buona sorte, per i detentori del titolo, all'edizione successiva.
La squadra trascinata da Zidane che vinse in casa in quell'anno uscì malamente come ultima del girone nel duemiladue, il Brasile trionfatore in Corea venne superato proprio dalla Francia ai quarti nel duemilasei, l'Italia che alzò la Coppa a Berlino tornò a casa in Sudafrica come i cugini d'oltralpe dopo i gironi, destino identico per la Spagna vincitrice nel duemiladieci in Brasile quattro anni fa.
Oggi, questa maledizione che pare non risparmiare nessuno ha colpito anche i teutonici, tra i favoriti di questo torneo: a seguito di una partita bella e combattuta, che gli stessi tedeschi paiono aver sottovalutato almeno quanto i colleghi argentini contro l'Islanda ieri, il Messico si è imposto meritatamente, facendo iniziare il cammino in salita ai Campioni.
Certo, nel già citato duemiladieci la Spagna iniziò proprio con una sconfitta contro la Svizzera, e poi andò a vincere, ma pare che, in questo caso, le cose non vadano proprio in quella direzione.
Il fatto è che nel calcio di oggi, divenuto globale, non sempre basta essere i più tecnici, i più quotati, i più forti: a volte, quando la condizione fisica spinge una forte motivazione, anche compagini meno favorite possono riuscire in quello che appare come incredibile.
E sinceramente, non posso che esserne contento.
Perchè questo pare un Mondiale costruito sulle sorprese, che per una volta potrebbe davvero regalare una finale - ed una vittoria - ad una squadra nuova, che sorprenda e stupisca - un pò come era accaduto in Sudafrica, quando si giocarono la coppa Spagna e Olanda, che mai l'avevano sollevata prima -: e dunque, a seguito dei miracoli dell'Islanda, del Messico e della Svizzera - ancora una volta - stasera, pronta a fermare al pareggio il Brasile del divo Neymar, in questo momento comincio a coltivare davvero la speranza di una competizione diversa da tutte le altre, che potrebbe regalare al pubblico un'escalation diversa da tutte le altre, e dalle solite schermaglie tra i soliti noti.
Siamo appena all'inizio, e tutto potrebbe accadere o cambiare, considerato quanto questo tipo di competizioni siano imprevedibili, ma voglio continuare a sperare che il buongiorno si veda dal mattino e che il mattino abbia l'oro in bocca, e possano essere la fame e la passione, e non il divismo e le certezze, a farla da padrone sul campo da qui all'ultimo giorno.
Per ora, in questo Mondiale orfano dell'Italia - della quale, sinceramente, non sento così tanto il bisogno se non per trasporto - sento fermentare la voglia di ribaltamento rispetto ai "poteri forti" che stimola il mio animo da ribelle, e mi porta a sperare che quache rivoluzione calcististica sia già in atto, e pronta a sorprendere il mondo.
Nel frattempo, mi godo le vittorie e le sorprese giorno per giorno.
Sperando non siano certo le ultime.



MrFord

domenica 17 giugno 2018

Saloon Mundial: and Messi...





Se dovessi scegliere tra una persona di carattere pronta a starmi profondamente sul cazzo o una totalmente anonima dalla mia parte, credo sceglierei senza troppi patemi d'animo la prima.
Questo perchè amo il confronto, la sfida, la passione che emerge e bussa alla porta.
Nel corso della mia vita di amante del calcio ci sono stati giocatori in grado di emozionarmi come un grande film, o un romanzo, o una canzone: penso soprattutto a Roberto Baggio, uno che il Mondiale o la Champions non li ha mai vinti, che ha dovuto lottare per ogni successo, superare conflitti, fugare ad ogni partita dubbi, quasi fosse sempre il primo match, il debutto, il momento della conferma.
E che praticamente ogni volta mi ha regalato quella magia di chi è in grado di prendere per mano chi sta al suo fianco e portarlo dove non avrebbe neppure immaginato.
Personalmente trovo che i due giocatori considerati i più grandi di quest'epoca, Cristiano Ronaldo e Lionel Messi, non siano all'altezza di Roberto Baggio. O di Van Basten. O di Maradona. E via discorrendo.
Eppure, tra loro c'è un abisso.
Il primo, nel suo divismo quasi tomcruiseiano, è come un bambino che vuole sempre tutto e anche di più. Il secondo, circondato da un'aura che non gli corrisponde neppure per scherzo - quella del mitico Diego -, scompare ogni volta in cui gli si chiede di tirare fuori le palle.
Ancora negli occhi la tripletta di Ronaldo di ieri contro la Spagna, e la punizione che ha siglato il pareggio finale, oggi ho visto il suo più grande rivale - questioni "caprine" a parte - avvicinarsi al dischetto in una partita che a mio parere l'Argentina ha sottovalutato contro la rivelazione degli ultimi Europei, l'Islanda divenuta il vero simbolo dei Goonies del calcio, con il terrore e la rassegnazione negli occhi.
E neanche l'avessi gufato, prima ancora di sbagliare un calcio di rigore - non è mica da questo particolare che si giudica un giocatore, canterebbe De Gregori - ha in qualche modo e ancora una volta tarpato le ali alla sua squadra mostrandosi la cosa più lontana da un trascinatore si potesse immaginare: e così nasce una nuova favola islandese, e per l'ennesima volta mi trovo a confermare quello che penso di questo indubbio, inutile talento.
Inutile perchè forte solo nei momenti in cui chi è pronto a coprirgli le spalle è forte, a dare il meglio solo quando la vittoria è sicura, o già in cassaforte.
Troppo facile, caro Leo. Troppo scontato.
Mi viene da pensare che se fosse stato islandese, o un giocatore di una qualsiasi squadra di un qualsiasi campionato di serie b, e non il pupillo ed il predestinato del Barcellona, uno dei club più ricchi e potenti al mondo, ricettacolo di campioni, Messi non sarebbe stato dov'è ora, considerato com'è ora.
In un certo senso, Messi è come un figlio di papà che ha trovato la pappa pronta e che non è mai stato davvero pronto a guadagnarsela. E sinceramente, ritengo sia giusto che all'ennesimo Mondiale questo limite venga finalmente riconosciuto, a meno che lui non sia davvero pronto a superarlo.
Come lo sport insegna, come lo sport permette di sognare di fare.
Perchè se uno dei calciatori più talentuosi al mondo si permette di tirarsi indietro quando squadre certo non fenomenali come Danimarca e Perù si danno battaglia dal primo all'ultimo minuto emozionando e sbagliando e continuando a lottare come se fosse il giorno più importante delle vite dei loro giocatori, allora qualcosa in quello stesso calciatore non funziona.
Forse non ama quello che fa. O non lo ama abbastanza.
Di certo, per uno cresciuto a guardare partite come questo vecchio cowboy, non è abbastanza.
E allora è giusto che fallisca. Che veda la sua casa di carta crollare su fondamenta che non reggono.
Ed il suo rivale fare quello che dovrebbe fare anche lui, e sbeffeggiarlo.
Perchè da un grande talento - o potere - derivano grandi responsabilità.
La prima fra tutte, far sognare chi ti guarda.
E Messi non fa sognare proprio nessuno.
O almeno, non fa sognare me.



MrFord

venerdì 9 marzo 2018

Galveston (Nic Pizzolatto, 2010)




In quest'ultimo anno e poco più da casalingo, purtroppo, per impegni, organizzazione in famiglia e mancanza del pendolarismo che ha caratterizzato gli ultimi quasi dieci anni di lavoro, ho diminuito - non per volontà - il volume di lettura, riducendomi a poche pagine al giorno, e dunque finendo per ritrovarmi a palleggiare un romanzo come Galveston dal settembre alle Canarie fino all'inverno lodigiano, senza per questo smettere di gustarmi la prosa malinconica, sporca e magica di Nick Pizzolatto, creatore di True Detective e romanziere dal talento cristallino.
La vicenda di Ray Cade, uomo di forza di un boss di New Orleans, abituato al crimine ed alla sopravvivenza, che giunge ad un crocevia della sua vita quando gli viene diagnosticato un tumore ai polmoni all'ultimo stadio finendo per mettere in discussione qualsiasi sua certezza e ritrovarsi al centro di una vicenda che vede gelosia, vendetta, speranze disilluse e nuove possibilità come nella migliore tradizione del noir di stampo romantico da Chandler in poi, trascina il lettore in una serie di situazioni che raccontano il disagio dell'America degli outsiders e di quei confini che, una volta valicati, non portano a nulla che sia una sconfitta, neanche ci trovassimo in uno dei pezzi più maliconici e struggenti di Springsteen o Neil Young.
Il rapporto che Ray costruisce con Rocky, ragazza allo sbando colpevole soltanto di essere nata in una vita sbagliata, e della sua sorellina - ma nulla è come sembra, come si avvince quasi da subito - ha il sapore della sconfitta fin dal primo istante, eppure non lo si abbandona, lo si cerca, si lotta almeno quanto il protagonista, che pur condannato a morte dalla Natura e dal Destino non molla la sua posizione neanche fosse uno di quegli alberi centenari che a fronte delle ruspe si attaccano al terreno con radici robuste, solide e cazzute.
Se dal punto di vista dell'originalità o della necessità di non staccare gli occhi dalla pagina Pizzolatto forse non raggiunge i livelli di scrittori come Nesbo o Winslow, tutto viene compensato dallo spirito e dal lirismo di alcune descrizioni da pelle d'oca, che trasportano in un mondo ai margini in cui non sempre sopravvivere basta, e la sensazione che il buon Nick abbia una penna fatata del calibro di quella di gente come McCarthy è quasi una certezza, tanto da chiudere più di un capitolo con il groppo in gola a fronte delle riflessioni tristi ma vere dei protagonisti del romanzo.
Per chi, come questo vecchio cowboy, va a nozze con alcool, outsiders, motel a basso costo e panorami da film incentrato sui losers, pallottole e amori mai consumati, Galveston non sarà soltanto un luogo in cui fuggire, perduti nel profondo Texas, ma quella speranza che chi vive ai margini ha sempre di trovarsi, un giorno o l'altro, a vivere dall'altra parte della barricata.
Anche quando non sarà mai vero.
E in bilico tra presente, passato e futuro, Ray e Rocky vivranno la loro storia, i sogni, le illusioni sulle spiagge di Galveston, dove tutto può essere costruito, anche quando non è vero.
E anche quando il sangue, la morte e gli orizzonti minacciosi di un uragano restano le uniche possibilità per chi non potrà mai vivere una condizione da vincente.



MrFord



martedì 24 ottobre 2017

Siren (Gregg Bishop, USA, 2016, 82')





E' sempre difficile per il sottoscritto approcciarsi, dopo ormai quasi trent'anni di esperienza nel settore, ad un nuovo horror, a prescindere dalla tipologia, dal contesto o dalla cornice: la coscienza, poi, che negli ultimi dieci o quindici anni siano stati solo tre - quasi quattro - i film che hanno finito per farmi strizzare le chiappe sulla sedia, la situazione per qualsiasi nuova proposta finisce per essere decisamente difficile da gestire.
Questo Siren, giunto per caso sugli schermi del Saloon, ha finito quantomeno per tuffarsi senza infamia e senza lode nel grande oceano delle proposte che vanno come devono andare, mescolando tentativi di raccontare il genere da un'altra prospettiva - come fu per l'altrettanto non perfettamente riuscito Spring - ad un impianto più classico da survival poggiato sulle spalle, in questo caso, di un'idea abbastanza affascinante - che in qualche modo potrebbe riportare alla mente dei fan di vecchia data Cabal e la sua Midian - e dell'interpretazione di Justin Welborn, già apprezzato da queste parti per il suo contributo a Justified.
Non parliamo certo di tensione insopportabile o produzione da alti livelli, quanto più che altro di un lavoro da artigianato di nicchia del Cinema, che riempie senza problemi una serata in tranquillità pur non offrendo chissà quale meraviglia per gli occhi o il cuore - anche se, devo ammetterlo, l'associazione di alcune caratteristiche della "sirena" a quelle del gargoyle de "I racconti del gatto nero", film a episodi di secoli fa che ho sempre amato, mi ha lasciato quella piacevole sensazione da amarcord spietato - pronta a ribaltare anche il concetto di "mostro" rivolgendo lo stesso principalmente agli esseri umani, che nel bene e soprattutto nel male rappresentano le creature più pericolose che potrebbero mai popolare i nostri incubi - non a caso il mio spauracchio imperituro è e sempre sarà il Bob di Twin Peaks, che compariva terrificante proprio perchè privo di maschere, trucchi e look "da horror" -.
Ripensando proprio al ribaltamento di ruoli, la cosa più interessante risulta senza dubbio essere la storia d'amore che lega il protagonista alla sirena, che una volta scelto il compagno per la vita prosegue lungo la sua strada senza guardare in faccia a nessuno, e senza risparmiare chiunque decida di porsi tra lei e l'amato: una visione "romantica" del "mostro" che da respiro ad un genere che di norma ha schemi ben precisi e delineati, e fornisce un punto di vista femminile che, come per il recente The autopsy of Jane Doe finisce quantomeno per cambiare prospettiva, pur non diventando necessariamente un nuovo standard con il quale fare i conti.
Da rivedere - e non in senso positivo - gli effetti, mentre resta di grande efficacia il contesto da "notte da leoni" mescolato ad una sorta di versione horror e sovrannaturale della villa del piacere di Eyes Wide Shut - ovviamente paragone da prendere con le pinze e le più che dovute proporzioni - così come lo sguardo allucinato della sirena, pronta ad incantare con la voce pur mostrando un aspetto molto jappo nella sua rappresentazione mostruosa.
Un esperimento, dunque, certo non perfettamente riuscito ma che gli appassionati potranno quantomeno godersi in una serata off senza troppi pensieri.
In caso contrario, basterà procurarsi una sanguisuga.




MrFord




 

venerdì 13 ottobre 2017

Ray Donovan - Stagione 4





Piccolo o grande schermo che sia, nel corso di questi anni che hanno contraddistinto la vita del Saloon, il termine "fordiano" è diventato un modo - non solo mio - di definire un certo tipo di produzioni che per tematiche, tempistiche, approccio e via discorrendo finiscono quasi senza passare dal via automaticamente tra le schiere dei favoriti del sottoscritto, o quantomeno hanno buone probabilità di farlo.
Ray Donovan è senza ombra di dubbio parte del novero dei titoli assolutamente ed indiscutibilmente fordiani: personaggi cazzuti e tormentati, legati tra loro dal sangue, dall'alcool, dal sesso, da una vita da outsiders ma anche da profondi conoscitori - ed estimatori - della vita stessa vissuta sempre e comunque.
Da Mickey Donovan - che contende il titolo di padre dell'anno a Frank Gallagher -, che trabocca essenza da figlio di puttana e fascino irresistibile - grande merito ad un John Voight pazzesco - al mesto ma combattivo Terry, passando per Bunchy - uno dei personaggi meglio caratterizzati che ricordi -, per giungere al granitico Ray, le fondamenta del clan dei Donovan sono al contempo solide e fragili, indiscutibilmente forti, clamorosamente in grado di passare dall'avere il peso del mondo sulle spalle a crollare sconfitti e così in basso da non sapere neppure immaginare una risalita.
Questa quarta stagione, giunta a breve distanza dal recupero della terza, parte proprio con il tentativo di Ray di rimettersi in piedi a seguito degli eventi - soprattutto interiori - che avevano riaperto vecchie ferite nel suo cuore al termine della season precedente, segnato già dal principio dal connubio fornito da un ritorno alla Fede e dalla lontananza dall'alcool: due cose che si sposano male, soprattutto se applicate ad uno spaccaculi professionista che trabocca caos da ogni poro nonostante la sua naturale inclinazione a proteggere e lottare per chi ama, che con la chiesa e con dio ha chiuso i conti già da tempo, e che per tenere botta alle botte della vita non può certo pensare di stare lontano dalla bottiglia.
Ma è solo la punta dell'iceberg di dodici episodi come di consueto intensi e con le palle, pronti a passare da momenti divertenti o grotteschi - il trip con il peyote di Mick, ad esempio - ad altri estremamente violenti - l'episodio conclusivo mi ha ricordato i regolamenti di conti che di norma chiudevano le annate dei Sons of anarchy -, fino alla quasi commozione di sequenze non solo degne dei migliori film drammatici con focus sulla Famiglia, ma anche di titoli che sul piccolo schermo hanno avuto - ed hanno - seguito e celebrazioni ben più grandi di quella che è ancora a tutti gli effetti una proposta di nicchia - tra quelle mainstream, ovviamente - ma che continua con forza a mantenere alti i suoi standard anno dopo anno.
A fronte, inoltre, di una chiusura di stagione che ha visto i Donovan finalmente e forse per la prima volta in questo modo lottare insieme per il bene comune della famiglia, la curiosità per quello che aspetta questi irlandesi di Boston trapiantati nella L.A. delle celebrità sale indiscutibilmente, consolidando la credibilità della proposta Showtime - sempre ben costruita sia in termini di casting che di sceneggiatura e regia - ed introducendo nuovi elementi che potrebbero determinare il futuro dei protagonisti in modo molto positivo o clamorosamente negativo.
E considerato che parliamo dei Donovan, l'impressione è che i guai torneranno, incuranti delle battaglie combattute per tenerli alla larga, a bussare forte alla loro porta.




MrFord




 

venerdì 29 settembre 2017

The yellow sea (Hong Jin Na, Corea del Sud/USA/Hong Kong, 2010, 157')





Una delle cose che mi ha sempre colpito del Cinema Orientale - che si tratti di pellicole d'autore o trash, o di generi borderline - è la capacità di raccontare storie senza alcun tipo di peli sulla lingua o remore morali che farebbero felici molti bigotti delle nostre parti, cresciuti a pane e casa e chiesa: l'approccio tenuto dai vari John Woo, Takeshi Kitano, Park Chan Wook, Kim Ki-Duk e soci è quasi sempre stato concettualmente pane e salame anche quando gli argomenti portati sullo schermo erano tutt'altro che piacevoli, nonchè spesso e volentieri pronti a mostrare che razza di bestia riesce ad essere, quando ci si mette, l'Uomo.
Quando The Chaser, pazzesco thriller firmato da Hong Jin Na, è giunto su questi schermi, ho avuto la stessa impressione provata sulla pelle nel corso delle visioni di cose come Old Boy, Sonatine, Bad guy e via discorrendo: di fronte ai miei occhi scorrevano le immagini di un'opera senza paura, pronta a portare l'audience in un mondo predatorio ed oscuro, ma non per questo a fare sconti, banalizzarne il Bene o il Male ed allettare con propositi buonisti.
Recuperato, spinto dall'entusiasmo di quella visione, The yellow sea, ho finito per aspettare l'occasione giusta per gustarmelo in tutta calma in una serata tranquilla lontana dai pomeriggi con film in sottofondo nel pieno della furia dei Fordini, ed ancora una volta mi sono trovato a confermare il dna cazzuto del Cinema d'Oriente, in questo caso ed una volta ancora coreano: a partire dall'interessante premessa legata alla regione "schiacciata" tra Cina, Corea del Nord e Russia dove non solo non ce la si passa troppo bene ma si rischia anche di vivere per sempre come emarginati, la vicenda del tassista Gu Nam, lasciato dalla moglie, indebitato e pronto a trovare l'occasione giusta per veicolare la rabbia contro la vita accumulata in anni di sconfitte ed umiliazioni, rappresenta alla grande l'approccio da pugno in faccia delle pellicole sopra citate, rimbalzando - come fu per The Chaser - tra vari generi, dal thriller all'action, dallo splatter al revenge movie, passando per il grottesco, mantenendo per tutta la sua durata una tensione costante ed un ottimo ritmo, e finendo per legare il pubblico ad un protagonista che non ha davvero nulla per farsi amare, nonostante si tratti di un outsider in cerca di rivincite che il sistema, il destino, la posizione nella "catena alimentare" sociale, il crimine e la moglie non hanno fatto altro che fregare senza possibilità d'appello.
Una vicenda amara e violenta, che non lascia spazio alla speranza e si regge sulla volontà di sopravvivenza e sul feroce desiderio di rivalsa del suo protagonista, pronto a dibattersi e lottare con tutto se stesso prima ancora che per raggiungere un "successo" che lo possa affrancare dallo status di perdente che lo avvolge fin dalle prime immagini per mostrare che nessuno tra tutti i responsabili della sua "caduta" è o sarà in grado di abbatterlo o sopravvivergli.
Una parabola dei bassifondi che mi ha riportato alla mente la musica e le storie "di porto" di De Andrè, e che senza dubbio ha avuto il merito di fortificare le fondamenta del lavoro di un regista tosto come Hong Hin Na, ennesimo nome da tenere d'occhio - e non per moda, come ai tempi della Trilogia della vendetta - nel panorama coreano, che da decenni offre titoli e produzioni che meriterebbero un richiamo decisamente maggiore non solo nel circolo ristretto dei cineforum o dei Festival "d'alto bordo".
The yellow sea non è un film facile o pronto a fare sconti, così come il suo autore, o il protagonista, eppure rappresenta - e alla grande - l'energia viscerale di cui è capace, quando è ben portata sullo schermo, la settima arte: non sono risparmiati i sentimenti o le riflessioni, ma neppure la ferocia, il sangue, la furia, l'espressione della pericolosità e della crudeltà dell'animale più crudele di tutti.
L'Uomo.




MrFord




 

mercoledì 5 luglio 2017

Aspettando il re (Tom Tykwer, UK/Francia/Germania/Messico/USA, 2016, 98')




Cambiare prospettiva, spesso e volentieri, significa affrontare rotture di palle non indifferenti e fatica doppia rispetto a quanto la vita ci riservi in una rodata quotidianità.
Personalmente, mi piace crogiolarmi nei miei rituali, dall'allenamento alla bevuta, dalla visione del film o della serie televisiva ai momenti dedicati ai Fordini, e via discorrendo: l'unico cambiamento che ho finito per accettare da subito di buon grado è stato quello che mi ha visto da casalingo in questi ultimi mesi, in attesa di scoprire quale sarà il prossimo passo, e se verrà compiuto qui o da un'altra parte del mondo.
Senza dubbio, cambiare porterà sconvolgimenti che almeno in principio non saranno facili da gestire,  e per esperienza so che potrebbero costare qualche incazzatura, o pensiero che, forse, decidere di stare fermi è la scelta più goduriosa che si possa fare: peccato che, rituali a parte, io non sia affatto una persona in grado di attendere che il cadavere del nemico passi lungo il fiume, e dunque mi toccherà allargare le spalle e prepararmi a quello che sarà il futuro mettendo in conto anche e soprattutto i colpi bassi.
Aspettando il re - o, come al solito molto più indicato, A hologram for the king - è legato a doppio filo proprio a queste tematiche, e nonostante non avessi aspettative particolarmente alte - anzi, direi il contrario -, il regista fosse il sopravvalutato Tom Tykwer - che, a parte la co-regia di Cloud Atlas, non mi ha mai particolarmente impressionato - ed il protagonista Tom Hanks, che per quanto non riesca a starmi antipatico trovo allo stesso modo quasi sempre un pò troppo simile a se stesso, devo ammettermi di essere passato attraverso la visione con una sensazione di piacere simile a quella che si prova, finito un allenamento, a tornare a casa, farsi una doccia e schiaffarsi sul divano, consci di aver dato quello che si doveva dare e pronti al relax.
Pur non avendo letto il romanzo di Dave Eggers - che mi sta cordialmente sul cazzo - dal quale è stato tratto, e non considerandolo certo perfetto, ho trovato Aspettando il re una sorta di fratello maggiore e più fine dello scombinato - e comunque divertente, a conti fatti - Rock the Kasbah con Bill Murray protagonista, un'altra storia di rilancio e scommessa su se stessi legata ad un main charachter che, almeno sulla carta, dovrebbe essere ormai nella fase "calante" della sua avventura.
Ed il bello, a conti fatti, come per i cambiamenti, è proprio questo.
Nella vita non c'è una fase calante.
Certo, invecchiamo, ci sformiamo, ci ammaliamo e moriamo, ma questo non deve precludere la volontà e la voglia di fare fronte alle sfide, al desiderio di vivere, di scoprire che nostra figlia ci chiama per piacere e non per bisogno - "Vuol dire che sei bravo" - e che anche in mezzo ad un deserto la possibilità di trovare un'oasi c'è sempre.
In questo senso e da questa prospettiva il lavoro di Tykwer regala quella sensazione di seconda chance perfetta per la primavera - anche se ormai siamo in estate -, ed il pensiero che, in fondo, nonostante la paura, le limitazioni, l'ignoranza ed un sacco di stronzi il mondo resti ancora un luogo da scoprire, in cui bastano pochi accorgimenti - come un costume da uomo su una donna - per aggirare le assurdità ed esplorare la parte più bella e viva di qualsiasi cosa.
Cambiare prospettiva, spesso e volentieri, significa affrontare rotture di palle non indifferenti e fatica doppia rispetto a quanto la vita ci riservi in una rodata quotidianità.
Ma non è detto che proprio quelle rotture di palle non possano, un giorno, farci svegliare come uomini e donne arricchiti di qualcosa che vada oltre i concetti di carriera, doveri, incombenze: il cambiamento di prospettiva, nel bene o nel male, va preso come un'opportunità.
E le opportunità restano la scossa che rende più vivi anche i più vivi.
In barba agli ologrammi.




MrFord




 

martedì 25 aprile 2017

Via da Las Vegas (Mike Figgis, USA, 1995, 111')




Di norma, considerati il mio background, i vizi e le debolezze, gli stronzi con un cuore dediti ad alcool e donne finiscono sempre per colpire il sottoscritto, che con ogni probabilità fa parte senza neppure fare troppa fatica della categoria.
Da anni sentivo parlare di Via da Las Vegas, cult per moltissimi spettatori che avevo sempre in qualche modo mancato e che non troppo tempo fa, in occasione del Day dedicato da noi bloggers al mitico Nicholas "Parrucchino Selvaggio" Cage, avevo dovuto abbandonare per mancanza di tempistiche nel recupero del dvd: a causa di quell'ennesimo colpo a salve, ho deciso che in un modo o nell'altro avrei recuperato questo lavoro di Mike Figgis, che nel corso della vita ho perfino sentito definire Capolavoro da alcuni tra i miei amici e colleghi decisamente a loro agio in materia cinematografica.
Onestamente, il responso non è stato, almeno per questo vecchio cowboy, dei più positivi.
Perchè certo, Via da Las Vegas è un film intenso e struggente, in grado di raccontare con grande forza sia la passione di una storia d'amore sia quella che ogni persona con una dipendenza ha rispetto al veleno che si è scelta, con un'ottima escalation ed un paio di momenti decisamente toccanti, ma è anche un film prigioniero del suo tempo - puzza di anni novanta, come stile e contenuti, lontano miglia -, fin troppo volutamente "alternativo", lento e, a tratti, perfino noioso.
E a fare da contraltare ad una Elizabeth Shue bellissima come sempre, un Cage che, per quanto gli voglia bene, pare troppo sopra le righe perfino per lui, anche se, lo ammetto, il dubbio che il suo esserlo fosse legato anche all'esserlo della pellicola mi è passato per la mente: basterebbe pensare, sempre per rimanere in ambito alcolico, ad un Capolavoro - quello sì - come Giorni perduti di Wilder, forse ancora oggi uno dei ritratti più drammatici e toccanti del dramma dell'alcolismo, che se confrontato con il tentativo di Figgis finisce per ridimensionare lo stesso non poco.
Eppure, nonostante tutto e nonostante il fatto che, a conti fatti, non mi sia particolarmente piaciuto, non sono proprio riuscito a voler male a questo film, forse per lo spirito da outsiders e perdenti che lo pervade fin nell'anima, e che consegna al pubblico un ritratto - anzi, due - dei losers a stelle e strisce che dal grande sogno sono stati masticati e sputati fuori perchè non troppo graditi.
Con ogni probabilità, infatti, è stato sopravvalutato come molti film generazionali - presumo che i trentenni di allora abbiano visto in un lavoro come questo la versione romantica di quello che fu Trainspotting, decisamente superiore sotto tutti i punti di vista - e per chi lo vede ora per la prima volta, privo dell'occhio dell'amore, non resta molto altro se non i difetti.
Anche se, in una certa misura, è giusto così: Via da Las Vegas è la storia devastante di due solitudini che si incontrano e che sono inevitabilmente destinate al disastro.
E a volte è dura ammettere che dal disastro non c'è speranza di salvarsi.
Soprattutto se non lo si vuole.




MrFord



 

domenica 19 febbraio 2017

Qualcuno sta per morire (Carl Franklin, USA, 1992, 105')




Una delle cose più stimolanti di essere appassionati di una qualche forma d'arte - il Cinema, in questo caso - è a mio parere data dalla possibilità di conoscere sempre nuove opere grazie ai passaparola ed alla passione di altre persone, uno dei fattori che, dopo quasi sette anni, mi fa ancora bazzicare con grande piacere la blogosfera.
Oltre a questo, ammetto di essere stato fortunato ad aver potuto condividere questa passione con mio fratello fin dai tempi in cui, bambini, ci schiaffavamo dai tre ai cinque film al giorno - soprattutto durante le vacanze estive - e tenevamo occupato un videoregistratore per le visioni mentre l'altro registrava costantemente titoli nuovi: proprio con il Natale, e sempre grazie al passaparola, sempre mio fratello ha fatto in modo di recuperare l'edizione in dvd di questo titolo perduto nel tempo ormai difficile da reperire, che onestamente non avevo mai sentito prima e che si è rivelato un prodotto con due palle d'acciaio, fordiano fino al midollo e perfetto nel raccontare una storia di crimine, vendetta, passione e morte come la Frontiera richiede, ovviamente dando grande spazio agli outsiders e sfiorando la mitologia dei registi più duri degli USA, da Friedkin a Cimino, passando per Eastwood.
Se non fosse stato per l'ambientazione decisamente country ed una tecnica più grezza, avrei quasi avuto l'impressione di trovarmi di fronte ad un fratellino del magnifico Vivere e morire a Los Angeles, che vide ai tempi un giovane - ed inguardabile - Billy Bob Thornton - che collaborò anche alla sceneggiatura - interpretare un criminale instabile e violento ed un sempre ottimo - e sempre fordiano - Bill Paxton il tipico sceriffo del Sud eccitato di avere la possibilità di dare una svolta alla sua routine di paese fin troppo noiosa, e di confrontarsi con due veri investigatori venuti da Los Angeles in caccia dei responsabili di una strage agghiacciante ed in fuga verso l'Arkansas.
Sul finire dell'anno appena trascorso aveva fatto breccia in questo vecchio cuore l'ottimo Hell or high water, del quale, senza ombra di dubbio, seppur assolutamente non noto - e non aiutato dall'adattamento italiano, pessimo come sempre e completamente diverso dall'originale One false move -, Qualcuno sta per morire è antesignano: anche in questo caso, infatti, troviamo anime perse "tra il nulla e l'addio", come direbbe Clint, che nel bene o nel male cercano di ritagliarsi uno spazio in un mondo per il quale saranno sempre ai margini - si resta quasi feriti alla scena in cui lo sceriffo ascolta i due sbirri di città deridere il suo sogno di trasferirsi a L.A. una volta risolto il caso per lavorare al loro fianco -, che sono disposti a tutto - perfino a tradire chiunque senza alcun ritegno - per il futuro della loro famiglia, o che, semplicemente, si lasciano guidare da un istinto che, sicuramente, la società ha ben coltivato dentro di loro.
L'escalation di rivelazioni sul passato dei protagonisti e di violenza estremamente realistica - la sparatoria decisiva è da brividi per la sua anticinematograficità - contribuiscono a rendere il lavoro di Carl Franklin un vero e proprio cult per qualsiasi appassionato di crime e di storie al confine, da sempre un vero e proprio calderone di idee ribollenti soprattutto per la cultura a stelle e strisce, che lontana dalle grandi metropoli e dai centri culturali più in fermento si trasforma, soprattutto nelle campagne del Sud, in una versione attuale ma non per questo troppo differente del vecchio West.




MrFord




 

lunedì 9 gennaio 2017

Sing (Christopher Lourdelet/Garth Jennings, USA/UK/Giappone, 2016, 108')




Uno dei cambiamenti sociali più importanti, a mio parere, avvenuto negli ultimi vent'anni e radicato ormai nella cultura pop è stato senza dubbio quello dei reality show, ed ancor più dei talent, vera e propria miniera d'oro delle produzioni televisive di mezzo mondo e fabbrica di sogni per la gente comune molto e più di quanto il nostro amato Cinema potrà mai pensare di essere: in questo senso, l'idea di questo tipo di produzioni è assolutamente geniale e vincente, nel bene e nel male.
Come direbbe il Gusteau di Ratatouille, il talento potrebbe essere ovunque ed in chiunque, e la possibilità, per la casalinga o il giovane in cerca di una strada, di avere successo grazie alla propria voce, o abilità in cucina, o chi più ne ha, più ne metta, rappresenta uno dei trampolini di riscatto sociale più incredibili che si possano immaginare.
Il concetto dietro a Sing, ultimo figlio della Illumination dei Minions e di Pets, si basa proprio su questo, e funziona: perchè il lavoro è scorrevole, fresco, ben ritmato da una colonna sonora che mescola classici molto noti a nuove hits, e strizza l'occhio al mondo animale che piace a grandi e piccini - noi Ford ne siamo testimoni -.
La cosa, però, decisamente curiosa, è quanto Sing abbia colpito, benchè ne abbia fondamentalmente la stessa struttura, o ne ricicli il fascino - si veda Zootropolis -, gli abituali detrattori dell'animazione Disney, che porta gli stessi messaggi sfruttando, forse, soltanto un metodo di narrazione più classico ed articolato: non voglio chiedermi se si tratti di presa di posizione a priori o chissà cosa, quanto più godermi un prodotto semplice di semplice intrattenimento come questo senza per qualche oscuro motivo esaltarlo anche rispetto a produzioni di livello tecnico, emotivo e di scrittura decisamente superiori - come il recente Oceania -.
In questo senso, il lavoro di Garth Jennings tiene fede al suo impegno e riesce a regalare emozioni a qualsiasi età, come ha testimoniato la spinta irrefrenabile della Fordina di ballare ad ogni pezzo, del Fordino ad osservare gli animali ed attendere Faith, pezzo traino della pellicola spasmodicamente richiesto fino ai titoli di coda, di Julez nel commuoversi in almeno tre distinte occasioni ed al sottoscritto di passare un pomeriggio di grandissima goduria con la famiglia, di quelli che, anche a fronte della stanchezza o dell'anelito del momento in cui, con tutti a nanna, scriverai una recensione in solitaria e senza decibel oltre il livello di guardia, finisci per portarti dentro ogni istante.
Tornando alla pellicola, una menzione d'onore va senza dubbio al gorilla Johnny - che stimola, con il suo vecchio, i miei istinti di padre, culminati con l'abbraccio appena prima del finale che è coinciso a quello del Fordino a me - ed alla coppia mitica composta da Gunter e Rosita, senza dimenticare la timida Meena, pronta a rappresentare la rivincita di qualsiasi outsider che, grazie alla voce - o qualsiasi altro tratto distintivo - riesce nell'intento di uscire dal proprio guscio, successo ben maggiore dell'avere successo a prescindere.
Per il resto, manca lo spessore, a mio parere, dei già citati Zootropolis e Oceania, ma se approcciato come l'altrettanto recente Pets, Sing non avrà nulla di cui lo spettatore potrà lamentarsi: il ritmo è sostenuto, i brani scelti perfetti, il messaggio positivo e lo spirito assolutamente pane e salame.
Dunque, come quando camminando o correndo ascoltiamo un brano in grado di farci impazzire e lo immaginiamo come fosse la colonna sonora scritta appositamente per la nostra vita resistendo a stento alla tentazione di cantarlo a squarciagola per la strada, godetevi questo film così com'è, senza avere troppe pretese quanto, più che altro, voglia di vivere un sogno.
In fondo, il concetto di talent è questo.
Ma, ancor prima, quello di Cinema.



MrFord



 

lunedì 19 dicembre 2016

Miss Peregrine - La casa dei ragazzi speciali (Tim Burton, UK/Belgio/USA, 2016, 127')




Se guardo indietro ai tempi in cui il mio rapporto con il Cinema era solo ed esclusivamente quello definito dall'intrattenimento, sono pochi i registi che, in tempi non sospetti in cui la passione da cinefilo non era ancora esplosa, già riuscivano a colpire il mio immaginario di spettatore: Kubrick a parte, uno di questi era senza dubbio Tim Burton.
Vissuto con grande emozione come penso molti degli adolescenti degli anni novanta tra Edward mani di forbice e Beetlejuice, ho (quasi) sempre finito per amare i lavori del buon Tim, fatta eccezione, forse, per Sleepy Hollow e il pessimo Planet of the apes: ripensando, poi, a quando confezionò quello che a mio parere è il suo lavoro più maturo, splendido e completo, Big Fish, non posso che provare un brivido lungo la schiena e nel cuore.
Peccato che, come molti altri mostri sacri, con l'età Burton abbia deciso di tornare su binari decisamente più commerciali e biechi di quanto non avesse mai fatto - e che, probabilmente, ai tempi della sua giovinezza lo portarono ad allontanarsi dalla Disney, dove mosse i primi passi -, inanellando una serie di opere di poco conto ed uno degli abomini d'autore più clamorosi dell'ultimo decennio, Alice in Wonderland.
Proprio a causa delle ultime fatiche del regista di Burbank, le mie aspettative per questo nuovo Miss Peregrine erano piuttosto basse, senza contare una durata sulla carta decisamente importante - quasi due ore e dieci - ed un target che, ormai, mi vede inevitabilmente troppo vecchio, così come i Fordini troppo giovani: visione alle spalle, purtroppo, non posso che trovarmi a confermare i timori della vigilia.
Non che, rispetto al già citato scempio in Wonderland, Miss Peregrine sia mal realizzato, ed ammetto che per i primi venti minuti ho finito addirittura per essere sorpreso in positivo: peccato che, di contro, risulti smaccatamente derivativo - Del Toro e tutti gli Orphanage del mondo dovrebbero ricordare a Burton che è sempre meglio avere idee proprie piuttosto che pescarle a piene mani da altri -, decisamente e come già anticipato troppo lungo, per nulla riconducibile allo stile del suo autore - fatta eccezione per le smorfiette di Eva Green, che fa di tutto per rendersi odiosa come l'ultimo Depp - ed incapace di smuovere qualsiasi emozione in uno spettatore, a prescindere dall'età.
Un vero peccato, perchè almeno per quanto riguarda i giovani protetti della "protagonista" gli spunti per fare bene non mancavano di certo, nonostante alla fine rimangano seppelliti sotto una quantità esagerata di compromessi con la grande distribuzione ed attori consumati pronti a pensare, ormai, solo ed esclusivamente al portafoglio - Samuel Jackson, meriteresti il famoso discorsetto dell'Ezechiele -.
Un film, dunque, che non lascia nulla, perde nettamente il confronto con il suo diretto concorrente del periodo - che pur non è niente di trascendentale - Animali fantastici e si inserisce a pieno titolo nel filone dei film teen di questi ultimi anni - da Hunger Games a Percy Jackson, passando per Il mondo di Jonas - abbracciando senza neppure opporre resistenza la loro inutilità, almeno per chi, come il sottoscritto, è stato abituato a pellicole di formazione di ben altro spessore e, soprattutto, ad un Burton che ora pare la pallida, pallidissima copia di se stesso.




MrFord




martedì 29 novembre 2016

Kubo e la spada magica (Travis Knight, USA, 2016, 101')




E' curioso come e quanto, a volte, il Cinema d'animazione di qualità - fatta eccezione per realtà ormai consolidate come Pixar o Ghibli - viaggi in direzione diametralmente opposta a quella della distribuzione: di recente, ho felicemente massacrato quell'obbrobrio ipercommerciale di Trolls, merdina gommosa targata Dreamworks che ha letteralmente invaso la Penisola, mentre più o meno negli stessi giorni passava praticamente sotto silenzio Kubo e la spada magica, produzione ben più valida e profonda ma con un appeal commerciale decisamente più scarso - almeno agli occhi di chi decide questo tipo di cose -.
Il lavoro di Travis Knight, infatti, pescando a piene mani dalle fiabe orientali - ma non solo, si noti l'ispirazione al magnifico La fortezza nascosta di Kurosawa - e dall'approccio visivo della stop motion, riesce a presentarsi come un mix perfetto di classicità vecchio stampo ed ironia moderna, tenuto vivo da personaggi che funzionano dal primo all'ultimo, un importante sottotesto legato al valore dei ricordi e della vita vissuta con chi amiamo e ci ama - leggasi principalmente Famiglia - ed un ritmo piacevole che permette al prodotto di risultare non banale ad una prima occhiata prettamente estetica: personalmente, malgrado il Fordino non ne sia stato particolarmente conquistato se non nelle fasi in cui entravano in gioco gli animali antropomorfizzati della storia di Kubo, ho trovato il tutto emozionante e ben costruito, in grado di ricordare in qualche modo il primo Kung Fu Panda e tutta la filosofia dell'outsider guidato dall'amore che ha fatto la fortuna dei film d'avventura figli degli anni ottanta da Karate Kid ai Goonies, senza per questo, per l'appunto, risultare un'operazione di mero amarcord o troppo "vecchia" - gli scambi tra Scimmia e Scarabeo sono uno spasso, ed in particolare la primate vince a mani basse nella categoria "personaggio dell'anno" per quanto riguarda i cari, vecchi "cartoni animati" -.
L'utilizzo, inoltre, di due strumenti narrativi come il viaggio ed il sogno rendono il film solido quanto piacevole da vedere a prescindere dalla vostra età anagrafica, segno che il bersaglio è stato centrato e che, in fase di sviluppo, non si è pensato solo ed esclusivamente a merchandise e doppi giochi da multisala nel weekend per famiglie senza la minima idea di come intrattenere i propri figli: e dall'utilizzo delle zie di Kubo come nemiche giurate di sua madre - una cosa quasi shakespeariana anche come rappresentazione delle due "streghe" una volta tre, e di nuovo un rimando ad un altro gioiello di Kurosawa, Il trono di sangue - a quello del nonno pronto a fagocitare il nipote e tutta la sua eredità fino ad un finale che richiama, ed è un altro richiamo alla saga di Po, quello splendido di Kung Fu Panda 3, viene da chiedersi come sia possibile che un prodotto di questo tipo resti una chicca da appassionati quasi tutti entusiasti e non un prodotto sul quale investire guardando per una volta alla qualità e non alla quantità.
Purtroppo per noi tutti, ho l'impressione che quest'ultimo quesito resterà un mistero anche per chi riesce a vedere oltre come Kubo, che porta comunque fiero lo stendardo degli outsiders regalando anche ai bimbi di questa generazione un personaggio in cui identificarsi imparando che farsi il culo aiuta sempre, e avere qualcuno che ci copre le spalle mentre ce lo facciamo aiuta ancora di più.




MrFord




 

lunedì 28 novembre 2016

The night of (HBO, USA, 2016)




Sono sempre stato dell'idea che, nel corso di una vita, le persone conosciute e le situazioni affrontate abbiano un ruolo anche più importante di noi stessi nella formazione del carattere, del modo di porsi, del punto d'osservazione che abbiamo rispetto al mondo.
Quanto potrebbe cambiarci, per esempio, incontrare qualcuno pronto a tirarci fuori dal guscio, essere travolti da un'esperienza che in quel momento ci pare unica e sconvolgente, all'interno della quale siamo protagonisti indiscussi?
Molti di noi - specialmente i maschietti - vivono una situazione del genere prima, dopo e durante la prima volta con il sesso, quando si compie un salto che finisce per far sentire quasi invincibili, almeno per un pò, come quando, in una serata da sbronza, si attraversa quella mezzora in cui ci pare di avere il pieno controllo della situazione anche quando lo si ha già perso da un pezzo: e cosa accadrebbe, se da una situazione simile ci ritrovassimo accusati di un crimine non compiuto e che potrebbe ribaltare tutti i nostri sogni, e la vita vissuta con loro?
The night of, miniserie targata HBO giunta sugli schermi del Saloon grazie ai numerosi commenti positivi raccolti dentro e fuori la blogosfera, parte da un concetto molto vicino a questo, quando Nasir Khan, nato negli States da genitori pakistani, studioso, bravo ragazzo con qualche scheletro nell'armadio, incontra Andrea, disinibita, legata alla droga, ricca, senza dubbio più spigliata e "di mondo" di quanto non sia mai stato lui: un incontro che per Naz potrebbe significare quella "rivincita", quella sensazione di semi-onnipotenza da dopo orgasmo o da piena sbronza, il riscatto a fronte di una quotidianità da quasi sfigato.
E invece succede qualcosa che cambierà per sempre la sua vita.
Non avrei creduto, specialmente rispetto ai prodotti da piccolo schermo, di incontrare a così poco tempo dall'inizio dei primi lavori sulle classifiche di fine anno, un titolo in grado di scompaginare graduatorie che parevano già scritte, e per questo non posso che ringraziare ancora una volta la già citata HBO, che in otto puntate - anche se, occorre segnalarlo, la prima e l'ultima hanno un minutaggio da film - confeziona un noir da cardiopalma, scritto alla grande ed interpretato alla perfezione da tutto il cast, che non solo riesce a far invidia ai prodotti di Nic Pizzolatto, ma regala uno spaccato umano potentissimo, in cui tutti sbagliano, cadono e cercano di rialzarsi, in cui non esiste una parte giusta o una sbagliata, e come per un altro importante titolo di questo periodo - American crime story - viene mostrato quanto, nel sistema giudiziario americano, sia più importante apparire in sede di giudizio non tanto forti della verità quanto convincenti nel raccontare la storia che si desidera raccontare.
The night of è il racconto della discesa agli inferi non solo di Naz, che inizia da bravo ragazzo e finisce da ragazzo (cattivo) perduto - o con grandi possibilità di perdersi -, ma anche di John Stone, cui presta volto, ironia e malinconia un grande John Turturro, avvocato da pochi spiccioli ma dall'istinto quasi animale, uno dei charachters più tristi che ricordi degli ultimi anni quantomeno sul piccolo schermo, pronto a legare le sue speranze non solo al giovane assistito ma anche e soprattutto ad un gatto cui è allergico, e che potrebbe rappresentare l'ultima ancora che allontani la solitudine; del detective Box, alla ricerca dell'agognata pensione e forse, nel subconscio, di un'uscita di scena in grande stile, della procuratrice distrettuale e della giovane avvocatessa di belle speranze, di due genitori che dopo aver lottato contro l'emarginazione razziale per una vita si trovano a fronteggiare il dramma e le ripercussioni della vicenda del figlio; di chi è colpevole e di chi potrebbe esserlo, di chi è abituato a muoversi nella giungla dei carceri di massima sicurezza, e vede in Naz un "unicorno", qualcosa che, tra quelle mura, non esiste e forse non esisterà mai.
In The night of tutti perdono, anche quando vincono.
Perchè c'è sempre qualcosa che lasciamo, ed anche nel trionfo portiamo al giorno successivo una cicatrice lasciata dalla vita.
E passato quel momento, quella sbronza, quell'istante in cui tutto pare cambiare, o cambiato, finiamo per ritrovarci da soli a sfogarci contro un sacco da pugilato, o ricordando quanto la mente abbia potere sul corpo, accettando la sconfitta o andando alla ricerca di una vittoria, di una nuova possibilità, ricordando chi ci ha portato fino a dove siamo arrivati e non c'è più.
The night of esprime con grande umanità quella sensazione.
Una cicatrice che tira, una perdita che non potremo colmare.
Ma anche il richiamo della foresta.
Quello della nostra Natura.
Che potrà essere fallibile e forse anche cattiva, ma è senza dubbio il motore che può far ripartire.
Ripartire e sperare. Sempre e comunque.
Quel motore che, quando pensiamo non ci sia altra soluzione se non lasciarsi andare, spegnere, parcheggiare in qualche luogo perduto "tra il nulla e l'addio", ha uno scatto che non ci saremmo aspettati.
Come un gatto che sfreccia attraverso un salotto ed allontana lo spettro di un silenzio troppo pesante anche per il più forte degli uomini.




MrFord




 

venerdì 4 novembre 2016

Il drago invisibile (David Lowery, USA, 2016, 103')




Ricordo bene la prima volta in cui passò davanti agli occhi degli occupanti di casa Ford il trailer de Il drago invisibile, produzione fiction Disney ispirata ad un lungometraggio d'animazione che molti della generazione del sottoscritto ricorderanno, Elliot il drago invisibile, risalente al millenovecentosettantasette: il Fordino, catturato dalla presenza di un drago e dai richiami al più familiare per lui Dragon Trainer, espresse il desiderio di poterlo vedere, accolto di buon grado sia da me che da Julez, più che altro speranzosi di trovarsi di fronte ad un'esperienza da spettatori profonda e completa come quella di Kung Fu Panda 3, che segnò la prima avventura in sala del Fordino la scorsa primavera.
Come se non bastasse, opinioni positive come quelle del sempre sul pezzo Mr. Ink facevano ben sperare, promettendo una bella visione da famiglia con tanto di commozione finale e fazzolettone pronto: peccato che, a conti fatti, il risultato sia stato, seppur non negativo, assolutamente lontano dalle aspettative.
Non solo, infatti, Il drago invisibile porta in scena una storia nota e stranota, ma lo fa tirando fuori quello che è il lato peggiore del mondo Disney e delle sue produzioni, la zuccherosità e la spinta eccessiva sui sentimenti, finendo per annoiare Julez, lasciare assolutamente indifferente il Fordino - che al contrario di visioni come quelle del recente Tarzan invece di abbandonare i suoi giochi per accomodarsi sul divano ha continuato bellamente a dedicarsi agli adorati animali sbattendosene del drago e dei suoi amici - e ricordare al sottoscritto quanto prodotti come Il gigante di ferro - che presenta uno script molto, molto simile - siano riusciti, negli anni, a risultare molto più efficaci e meglio scritti di questo senza rinunciare al coinvolgimento emotivo dello spettatore.
Certo, vedere Redford è sempre un piacere, la storia dell'amicizia e della paura del diverso sono importanti e funzionano, eppure l'impressione che si ha è, purtroppo, quella del grande giocattolo mangiasoldi per famiglie da centro commerciale nel weekend nato da una scarsità di idee e proposte che ha finito per convincere la grande D a ripescare uno dei suoi Classici meno noti al grande pubblico - a questo punto mi aspetto anche una trasposizione di Taron e la pentola magica, che comunque mi era piaciuto anche ai tempi più di Elliot - per reinventarlo e proporlo a generazioni che non solo non potevano ricordare l'originale, ma neppure contare sul fatto che potessero tirarlo fuori a calci dalla memoria anche i genitori.
Niente di male o malvagio, sia chiaro - su Imdb, addirittura, si sfoderano voti che superano il sette, tanto per intenderci -, o che non possa intrattenere come si deve, quanto più che altro piuttosto privo di inventiva e retorico, che detto da un fan hardcore non solo della Disney e di un certo tipo di approccio pane e salame anche quando si parla di una certa dose di lacrime strappate a forza - ma neppure troppo - al pubblico tipico del Cinema ammeregano risulta ancora più grave di quanto non potrebbe se lanciato come un'invettiva da un radical in pieno stile Cannibal Kid.





MrFord




sabato 29 ottobre 2016

Jessica Jones - Stagione 1 (Netflix, 2015)



A volte il destino di alcuni titoli è curioso: dai tempi della fine delle scuole elementari fino alla soglia dei trent'anni sono stato un lettore accanito di fumetti, soprattutto targati Marvel, ed un appassionato di supereroi al limite del maniacale - potrei essere uno dei pochi non nerd in Italia a possedere l'intera collezione del Marvel Universe, vera e propria enciclopedia fatta uscire dalla Casa delle Idee negli anni novanta in forma di schede che presentavano storia, apparizioni, caratteristiche, poteri ed aspetto di ogni supereroe e supercattivo della grande M -.
Nel momento in cui Netflix - realtà ormai di riferimento per il piccolo schermo - decise di fare uscire Jessica Jones, serie dedicata alla supereroina che non vuole fare la supereroina, e preferisce le atmosfere sordide della New York più malfamata nelle vesti di detective privato, rimasi abbastanza indifferente alla cosa - nonostante, ai tempi, avessi letto parte degli albi dedicati alla Alias Investigations - e lasciai che il titolo entrasse a far parte della scuderia di Julez, che accompagna le sessioni al ferro da stiro con produzioni che al sottoscritto non interessano - Once upon a time, Gotham, Vampire diaries e via discorrendo - mentre al contrario io approfitto dei momenti di stacco per dedicarmi ai vari The Wire o Ballers.
Considerato, però, il successo delle due stagioni di Daredevil, l'appena uscito Luke Cage e l'imminente Iron Fist, così come l'idea di Netflix di costruire una sorta di progetto nello stile del Cinematic Universe sul grande schermo, ho pensato che non mi avrebbe fatto male recuperare anche le imprese della spigolosa Jessica.
Il risultato, però, devo ammetterlo, è stato inferiore alle aspettative, specie considerato che in giro avevo letto davvero un gran bene di una serie che, al momento, mi è parsa piuttosto incompleta, nonostante non malvagia, troppo lenta in alcune parti e troppo veloce in altre, e soprattutto ad anni luce di distanza da un progetto come quello sviluppato sul Diavolo Rosso: peccato, perchè la Jones è un personaggio interessante, la presenza di Cage regala spessore ed un villain come Kilgrave - interpretato da un sempre bravo David Tennant - è una manna dal cielo per qualsiasi "buono".
Eppure nel complesso ho avuto più la sensazione di trovarmi di fronte ad una serie di supereroi in stile "troppo televisivo" - come capita per la già citata Gotham, o Arrow, figlie della concorrenza DC Comics che, comunque, anche sul piccolo schermo perde nettamente il confronto con mamma Marvel - che non ad un tentativo autoriale di presentare il genere sotto una luce diversa, specie se inserito in un contesto sporco e urbano come quello di Jessica Jones.
Senza dubbio gli autori dovranno concentrarsi maggiormente sull'identità da dare alla proposta nel corso della seconda stagione, e avranno - almeno per quanto mi riguarda - l'arduo compito di compensare con la scrittura una scelta di casting che non ho per nulla condiviso come quella di Krysten Ritter, che a mio parere non riesce nell'impresa di spaccare lo schermo con il carisma che un personaggio "antipatico" come quello della detective richiederebbe - pensare che il bisteccone Cage di Mike Colter, messo dov'è per la presenza fisica imponente, possa fare meglio, è quasi da fantascienza -: ad ogni modo non voglio trattare troppo male la scombinata Jessica, un pò per solidarietà tra bevitori, un pò perchè sono più che convinto che le potenzialità del personaggio siano assolutamente presenti.
Devo solo sperare che, con il secondo giro di giostra previsto per il prossimo anno, gli autori riescano a tirarle fuori.




MrFord




 

venerdì 21 ottobre 2016

Taverna Paradiso (Sylvester Stallone, USA, 1978, 107')




Risale ormai a quasi un anno fa il proposito della cavalcata, in onore di Creed e del Globe - nonchè dell'Oscar mancato -, di recuperare tutte le pellicole con protagonista il buon vecchio Sly che ancora non mi era colpevolmente capitato di vedere o recensire, e devo ammettere di essere felice di non aver ancora portato a termine quest'impresa.
Taverna Paradiso, giunto di fatto come tappabuchi per una delle sere in cui, rientrato tardi dal lavoro, finisco - o potrei dire finivo, considerata la mia condizione attuale di padre casalingo e futuro disoccupato - per cenare da solo e trovare soluzioni alternative che mi permettano di cucinare e rassettare nel corso della visione - quindi non sottotitolate - mentre tutta la tribù è nel mondo dei sogni, e partito da aspettative bassissime, si è rivelato, al contrario, una visione molto istruttiva legata al percorso di uno dei miei idoli incontrastati, per l'appunto il Silvestrone: scritto e diretto dal Nostro, ambientato nella New York degli anni appena successivi alla Seconda Guerra Mondiale, questo film molto pane e salame, a metà tra West Side Story - anche se non si tratta di un musical - e l'approccio operaio europeo di Ken Loach, a livello di scrittura funge da palestra nonchè da formazione per quello che sarà - sempre grazie alla penna di Stallone - il primo Rocky, ragazzone dei bassifondi con la battuta facile - anche se molto meno guascone di Cosmo Carbone - e la voglia di riscatto tipica di chi si è dovuto fare il culo tutta la vita e cerca la grande occasione.
Tra le altre cose, a prescindere dalla cornice fumosa e quasi gangster, è stato davvero incredibile scoprire quanti dettagli di questo film possano ricondurre alla mia esperienza, alla mia vita ed a quello che mi conquista, dalla presenza di Tom Waits nel cast a quella di Terry Funk - storico wrestler ECW e WWE - nel ruolo del lottatore malvagio contrapposto al fratello forzuto ed un pò tonto di Cosmo, senza contare le tematiche della fratellanza, della famiglia e, per l'appunto, del riscatto degli outsiders.
Una piccola, grande scoperta, dunque, che aggiunge senza dubbio altro affetto nei confronti di uno scrittore, regista ed attore che è ed è stato una delle fondamenta più solide della formazione fordiana, nonostante l'abbia abbandonato - come un genitore, in un certo senso - negli anni dell'adolescenza per ritrovarlo con rinnovato affetto con la maturità: senza dubbio Taverna Paradiso resta un film acerbo e per certi versi incompiuto, frutto delle influenze che lo stesso Stallone deve aver avuto come regista e sceneggiatore prima ancora che come attore, eppure devo ammettere che, nella sua ingenua semplicità, è un prodotto come ora se ne fanno davvero pochi, in grado di conquistare a prescindere dallo scetticismo di partenza, fuori dai generi nonostante una collocazione abbastanza netta e più legato all'idea di un Cinema che racconti una storia che non a quello pronto a dare lezioni di tecnica o profondità.
Un Cinema come piace a questo vecchio cowboy.
Che non sarà perfetto, ma è quello che fa sentire a casa, tra fratelli, a prescindere da litigi, divergenze, limiti e sogni infranti: un Cinema che è una zuppa calda quando d'inverno, per la strada, a guadagnarsi il pane, finisci per congelarti anche il culo.
E da queste parti va bene così.




MrFord



 
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