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martedì 29 novembre 2016

Kubo e la spada magica (Travis Knight, USA, 2016, 101')




E' curioso come e quanto, a volte, il Cinema d'animazione di qualità - fatta eccezione per realtà ormai consolidate come Pixar o Ghibli - viaggi in direzione diametralmente opposta a quella della distribuzione: di recente, ho felicemente massacrato quell'obbrobrio ipercommerciale di Trolls, merdina gommosa targata Dreamworks che ha letteralmente invaso la Penisola, mentre più o meno negli stessi giorni passava praticamente sotto silenzio Kubo e la spada magica, produzione ben più valida e profonda ma con un appeal commerciale decisamente più scarso - almeno agli occhi di chi decide questo tipo di cose -.
Il lavoro di Travis Knight, infatti, pescando a piene mani dalle fiabe orientali - ma non solo, si noti l'ispirazione al magnifico La fortezza nascosta di Kurosawa - e dall'approccio visivo della stop motion, riesce a presentarsi come un mix perfetto di classicità vecchio stampo ed ironia moderna, tenuto vivo da personaggi che funzionano dal primo all'ultimo, un importante sottotesto legato al valore dei ricordi e della vita vissuta con chi amiamo e ci ama - leggasi principalmente Famiglia - ed un ritmo piacevole che permette al prodotto di risultare non banale ad una prima occhiata prettamente estetica: personalmente, malgrado il Fordino non ne sia stato particolarmente conquistato se non nelle fasi in cui entravano in gioco gli animali antropomorfizzati della storia di Kubo, ho trovato il tutto emozionante e ben costruito, in grado di ricordare in qualche modo il primo Kung Fu Panda e tutta la filosofia dell'outsider guidato dall'amore che ha fatto la fortuna dei film d'avventura figli degli anni ottanta da Karate Kid ai Goonies, senza per questo, per l'appunto, risultare un'operazione di mero amarcord o troppo "vecchia" - gli scambi tra Scimmia e Scarabeo sono uno spasso, ed in particolare la primate vince a mani basse nella categoria "personaggio dell'anno" per quanto riguarda i cari, vecchi "cartoni animati" -.
L'utilizzo, inoltre, di due strumenti narrativi come il viaggio ed il sogno rendono il film solido quanto piacevole da vedere a prescindere dalla vostra età anagrafica, segno che il bersaglio è stato centrato e che, in fase di sviluppo, non si è pensato solo ed esclusivamente a merchandise e doppi giochi da multisala nel weekend per famiglie senza la minima idea di come intrattenere i propri figli: e dall'utilizzo delle zie di Kubo come nemiche giurate di sua madre - una cosa quasi shakespeariana anche come rappresentazione delle due "streghe" una volta tre, e di nuovo un rimando ad un altro gioiello di Kurosawa, Il trono di sangue - a quello del nonno pronto a fagocitare il nipote e tutta la sua eredità fino ad un finale che richiama, ed è un altro richiamo alla saga di Po, quello splendido di Kung Fu Panda 3, viene da chiedersi come sia possibile che un prodotto di questo tipo resti una chicca da appassionati quasi tutti entusiasti e non un prodotto sul quale investire guardando per una volta alla qualità e non alla quantità.
Purtroppo per noi tutti, ho l'impressione che quest'ultimo quesito resterà un mistero anche per chi riesce a vedere oltre come Kubo, che porta comunque fiero lo stendardo degli outsiders regalando anche ai bimbi di questa generazione un personaggio in cui identificarsi imparando che farsi il culo aiuta sempre, e avere qualcuno che ci copre le spalle mentre ce lo facciamo aiuta ancora di più.




MrFord




 

martedì 26 aprile 2016

Il cacciatore e la regina di ghiaccio

Regia: Cedric Nicolas-Troyan
Origine: USA
Anno: 2016
Durata:
114'







La trama (con parole mie): Eric il cacciatore, ormai da tempo in pace nel regno di Biancaneve, si trova al centro di una nuova guerra legata alla minaccia di Freya, regina del Nord responsabile dell'apparente morte di sua moglie sette anni prima e del suo addestramento fin dai tempi dell'infanzia. Coinvolto nel recupero dello Specchio magico, rubato dai goblin ma preso di mira proprio da Freya, Eric scoprirà non solo che sua moglie è viva, ma che l'illusione della Regina del ghiaccio ha convinto la stessa a motivare un odio profondo per lui.
Riuscirà dunque a ricucire il rapporto e compiere la sua missione?
E quando, proprio attraverso lo Specchio, la terribile e spietata ex regina Ravenna tornerà in vita, riuscirà l'uomo, aiutato dai suoi compagni di viaggio, a debellare ancora una volta la minaccia che rappresenta la matrigna di Biancaneve?











La vita dura dei sequel è da sempre una delle grandi certezze del Cinema, pronta a regalare più delusioni che non successi: quando, poi, il film originale non rappresenta certo una pietra miliare nella Storia della settima arte la situazione si fa anche più difficile.
Biancaneve e il cacciatore, uscito qualche anno fa sulla scia della nuova moda della trasposizione delle favole su grande schermo, pur non essendo niente di meritevole di essere ricordato, risultò quantomeno più piacevole di versioni da incubo della storia di Biancaneve come quella firmata da Tarsem Singh, e finì per non essere stroncato come si sarebbe convenuto qui al Saloon.
Con questo secondo capitolo, si cerca di mantenere un'atmosfera simile sfruttando il fascino della regina malvagia Ravenna - decisamente più carismatica di Biancaneve, e decisamente più bella da vedere, considerato l'impietoso confronto Charlize Theron/Kristen Stewart - affiancando a quest'ultima una versione piuttosto sciapa della protagonista di Frozen interpretata da Emily Blunt - che non poteva essere pesce fuor d'acqua più di così - opposte alla coppia Hemsworth/Chastain - che pare un omaggio non dichiarato alla sempre disneyana eroina di Brave, oltre che un gran bello spettacolo per la vista del pubblico maschile - testimoniando una ricerca, da parte degli autori, in termini di estetica piuttosto che di profondità o fascino della storia.
Per il resto, il risultato è un mix ancora meno interessante del precedente capitolo delle immagini ed atmosfere de Il signore degli anelli e Lo hobbit, con qualche schermaglia amorosa divertente tra i già citati Hemsworth e Chastain ed un paio di momenti spassosi con i nani che li accompagnano e richiami a Once upon a time, nel complesso, però, troppo poco interessante per risultare brutto o giustificare una stroncatura come si conviene: non bastano, comunque, l'alto coefficente di fascino femminile ed un ritmo tutto sommato scorrevole per non rimpiangere cose come Willow che, nel corso degli anni ottanta, risultavano magiche dall'inizio alla fine e che ancora oggi sanno imporsi senza neppure troppa fatica su cose inconsistenti come questa.
Quantomeno l'utilizzo del prequel come parte introduttiva della pellicola non risulta troppo indigesto, e riesce a legarsi e giustificare quello che accade nello svolgimento e nel finale della pellicola: senza dubbio, resta un popcorn movie poco significativo buono per una serata di svacco totale, per far contente le vostre signore ed essere sicuramente contenti anche voi - e non parlo di settima arte, ovviamente - e far salire ulteriormente l'hype per l'imminente nuova stagione di Game of thrones, che in ambito fantasy offre spunti, emozioni ed orizzonti decisamente più ampi delle favole rivisitate più per mancanza di idee che per esigenze - fossero anche solo economiche -.





MrFord





"You're like ice
I-C-E,
feels so nice
scorching me,
you're so hot hot
baby, your love is so hot, hot."
Kelly Rowland - "Ice" - 





giovedì 30 aprile 2015

Cenerentola

Regia: Kenneth Branagh
Origine: USA, UK
Anno:
2015
Durata:
105'






La trama (con parole mie): a grande richiesta del sottoscritto, torna al bancone del Saloon con una nuova recensione Julez, che ormai è diventata la specialista di casa Ford nello sciropparsi tutti quei titoli apparentemente molto poco fordiani che finisco per non avere voglia di schiaffarmi.
Questa volta tocca alla nuova Cenerentola targata Kenneth Branagh, regista che in passato è riuscito a regare al sottoscritto ottime soddisfazioni così come schifezze abominevoli.
Quale sarà stato il risultato, questa volta?
Alla mia compagna di viaggio l'ardua sentenza.









Finalmente un film che ti da esattamente quello che ti aspetti quando decidi di vederlo.
Che può essere un’arma a doppio taglio, eh.
Cenerentola è precisamente quello che è Cenerentola. 
La morale, l’insegnamento, l’attesa del buono, la fantasia, un bel vestito, scarpe inventate da De Sade o dal signor Compeed, il lieto fine, i buoni che vincono sui cattivi.
Questo mi aspettavo, questo ho avuto.
Certo io non sono tanto tipo da principesse (se escludiamo Ariel e Merida, ma loro non contano vero? Sono ancora rock vero?) e ad un principe azzurro, per quanto buono e profondo e ricco sfondato preferisco tutta la vita un Sawyer o un Tim Riggins che di principesco non hanno una favazza secca.

Merida rock.
Quindi Cinderella non è mai stata la mia fiaba preferita, anche perché hai voglia ad essere gentile (e si metta agli atti vostro onore che io lo sono eccome) ma dopo un po’, o anche prima, io le sorellastre le avrei sfanculate e avrei loro tagliato i capelli di nascosto o fatto lo scherzo del dentifricio nelle scarpe come in Il cowboy con il velo da sposa.
Eppure devo ammettere che, complice il comparto tecnico – di mestiere e centratissimo –, mi sono goduta questa favola che non pretende di essere il nuovo “geniale” genere degli stravolgimenti delle fiabe (vedasi Into the Woods), ma riesce nell'intento di rispettare il classico che non stanca mai.
Quindi non si grida al miracolo, non è stata messa una pietra miliare lungo la strada del mondo della settima arte, non c’è stata alcuna sorpresa, però avercene film che non deludono le aspettative, anche quando non altissime. 
E bravo Kennettone mio che ci avevi lasciato un po’ per strada con un’egomania che aveva inficiato i tuoi ultimi lavori. Siamo lontani dai tuoi migliori Shakespeare (Molto rumore per nulla) ma anche dai tuoi peggiori flop (Il flauto magico).

Principesse come piacciono a me.
Il principe (che stavolta non è protagonista delle terribili nozze di sangue) è sicuramente meno noioso di altri visti in precedenza.
Cenerella si comporta in un determinato modo non solo perché è scema ma perché crede nella magia della gentilezza, così come insegnatole dalla madre, di cui è la fotocopia.
La trasformazione di zucca, topi, lucertole e oca è veramente magica.
Non ci sono grandi buchi di logica e la storia scorre liscia e senza inciampi.
Insomma, niente male per un film dal quale non mi sarei aspettata praticamente nulla.
Se dovessi avere una figlia femmina glielo farei vedere volentieri. 
Salvo poi mostrarle le foto di Tim Riggins a petto nudo.
Giusto per insegnarle il buon gusto.



Julez



 
"I sogni son desideri
chiusi in fondo al cuor
nel sonno ci sembran veri
e tutto ci parla d'amor."
Maria Cristina Brancucci - "I sogni son desideri" - 




 

martedì 7 aprile 2015

Into the woods

Regia: Rob Marshall
Origine: USA, UK, Canada
Anno: 2014
Durata: 125'






La trama (con parole mie): torna a grande richiesta sul bancone del Saloon la signora Ford, Julez, che non troppo tempo fa si è sobbarcata una delle fatiche da prodotti in sala che più temevo, la visione di Into the woods, musical/kolossal dal sapore di cocktail di fiabe targato Disney e firmato da Rob Marshall.
Avendo già letto la sua recensione, non posso che ringraziare la mia compagna di viaggio per avermi probabilmente risparmiato uno degli strazi maggiori di questo duemilaquindici.





“La la la la into the woods,
lalalalalalallalla into the woods,
into the woods lala lala,
papparappapa into the woods,
e alla fine………….. into the woods” – casomai non avessimo capito che film stiamo vedendo e tra un abbiocco e l’altro sognassimo di avere di fronte il vero e unico Into the woods aka The Evil Dead.

La recensione di questo film potrebbe senza dubbio finire qui.
Se non fosse che per questa ciofecaccia hanno speso la bellezza di 50 milioni di DOLLA (senza amore lungo lungo).
Se non fosse che il regista è Rob Marshall – quello di CHICAGO, porcocazzo!
Se non fosse che il cast è all stars (o quasi, dipende dai gusti) – Johnny Deep, che si candida col principe di Bel Air a garanzia di film demmmerda, Meryl Streep che anche basta, Anna Kendrick, che va bene tutto ma la più bella del reame anche no – ed è talmente anonima che il principe prova la scarpetta alle sorellastre senza accorgersi che non sono loro “l’amata” anche se Cinderella non indossa, come travestimento, neanche gli occhiali di Superman.
Se non fosse che il film è una brutta versione dell’imbruttito Once Upon a Time, che dico io, già c’è quello, già ormai fa cagarissimo, la necessità di rifarne una versione cinematografica “peggio te”, proprio non la vedevo.

Parlando per astrattismi aulici:
questo film è come un bel ragazzo che rispecchia proprio le caratteristiche fisiche che potrebbero piacerti. Nel mio caso è alto, biondo, con i capelli lunghi, gli occhi chiari e il fisicone. Ha all’incirca 17 ehm 18 anni. Ha pure un bel pisello, che non guasta. Del cervello ce ne freghiamo abbastanza, basta che sappia fare una frase con una subordinata semplice e pronunciare parole trisdrucciole.
Ma apre la bocca e non sa fare altro che grugnire. Neanche una tronca, un pensierino delle elementari, niente.
E magari ha anche il fiato fetente.

Questo film aveva tutto ciò che poteva piacere a me che sono una fruitrice di cinema di basso livello: è un musical, rientra nella categoria fantastico (mi accontento di poco), ha degli attori che riconosco.

Però: la musica è una cantilena talmente noiosa ma talmente noiosa, che ho ascoltato con più piacere le melodie stucchevoli sui titoli di coda. E oltretutto chiamarla musica è quasi un’iperbole considerato che sono quasi tutti recitativi (che odio in Rossini, figurarsi in un film al cinema).
La storia è risibile, farlocca, neanche tanto didattica.
Gli attori sono pessimi, tranne Meryl Streep che comunque porta a casa la pagnotta, anche se rinsecchita – ben lontani dalle meraviglie de I Ponti di Madison County.
(Johnny Deep che fa il lupo, invece, mi fa venire in mente Lucio Dalla e niente più).

Insomma un’altra bella schifezza che Mr. Ford si è evitato con piacere.
Ché io recensisco solo i film che lui non vuole guardare.
Degli altri parla lui. Per vostra fortuna.



Julez

 

“Attenti al lupo,
attenti al lupo,
living togheter.”
Lucio Dalla - "Attenti al lupo" -




 

domenica 28 settembre 2014

La città incantata

Regia: Hayao Miyazaki
Origine: Giappone
Anno: 2001
Durata: 125'


 

La trama (con parole mie): la piccola Chihiro, alle prese con un trasloco che non vuole ed in viaggio verso la sua nuova casa in campagna, si imbatte con i genitori in uno strano parco divertimenti deserto. Quando il padre e la madre cadono vittime di un incantesimo trasformandosi in maiali e Chihiro viene guidata dal giovane Haku in un mondo di spiriti e strane creature e viene ribattezzata Sem ed assunta in un complesso termale all'interno del quale si rilassano entità provenienti dalle differenti realtà, il suo confronto con la strega Yubaba e la sua gemella Zeniba diviene fondamentale per ritrovare la strada per il mondo che conosce e salvare i suoi genitori.
Riuscirà la bambina a trovare la via per l'equilibrio e lasciare il segno da una parte e dall'altra della realtà?






Lo Studio Ghibli, e Hayao Miyazaki, sono una realtà consolidata e celebrata in tutto il mondo, ed uno dei fiori all'occhiello della settima arte tutta: come spesso mi capita di citare, addirittura un Maestro come Kurosawa dichiarò in un'intervista che il paragone tra lui stesso e Miyazaki risultava riduttivo per quest'ultimo.
Una cosa non da poco, per un regista di "semplici" cartoni animati. E per un regista in generale.
La città incantata - primo, a quanto mi risulta, lungometraggio d'animazione a vincere il premio più prestigioso ad un grande Festival, nello specifico l'Orso d'oro a Berlino -, considerato da molti il Capolavoro del grande cineasta, la summa della sua opera, è un affresco meraviglioso per le suggestioni ed i colori, i paesaggi, i temi trattati, l'universalità dei temi - uno dei più grandi pregi di Miyazaki è la sua capacità, tratto distintivo dei grandi narratori, di parlare a tutte le latitudini ed età -, segnato da una vena dolce, speranzosa ed al contempo malinconica come la maggior parte dei suoi lavori, eppure, lo ammetto, continua a non essere di gran lunga il mio personale favorito.
Forse troppo ineccepibile, forse, effettivamente, un cocktail clamorosamente perfetto della poetica del suo autore, non sono mai riuscito a trovare in questa che è e resta, di fatto, una meraviglia, il cuore di Porco Rosso, la semplicità assoluta e disarmante del meraviglioso Totoro, la passione bruciante di Mononoke.
Senza dubbio, a partire dal tema del rapporto genitori/figli - dalla protagonista Chihiro alla strega Yubaba - alla meraviglia dei paesaggi offerti dal mondo "dall'altra parte", dalla varietà di personaggi e caratteri - che si tratti della fugace apparizione dello Spirito del ravanello allo sfaccettato e senza dubbio vero jolly della pellicola Senza Volto -, fino alla cornice da togliere il fiato offerta dalla brulicante struttura termale al mondo come spesso accade nelle opere del già leggendario Hayao basato e strutturato principalmente sull'acqua, tutto è un restare a bocca aperta, nella speranza che il cuore si lasci trasportare dalle gesta di una protagonista femminile - altro tratto distintivo dell'opera del regista - pronta a ritagliarsi un ruolo forse non di primo piano, eppure fondamentale per il suo mondo, a prescindere da quale quest'ultimo sia.
Dunque, potrebbe apparire decisamente strano che qui al Saloon si decida di mettere La città incantata un gradino sotto - sempre che di "sotto" si possa parlare, per lavori di questo calibro - altri titoli meno celebrati di Miyazaki, lanciando di fatto una sorta di sfida alla critica illustre che proprio grazie al successo di questo film ha riscoperto un nome che in Giappone era considerato intoccabile da quasi un ventennio: eppure, con il cuore in mano - e quattro visioni alle spalle - posso affermare che l'innamoramento che di consueto provo quando mi trovo di fronte ad un lavoro targato Ghibli in questo caso ha faticato - come ad ogni passaggio in casa Ford - a farsi strada nel mio cuore, finendo per "ridursi" al finale per sancire la sua indiscutibile grandezza - ed in particolare, allo stupendo viaggio sulla ferrovia di Sen/Chihiro e della sua improvvisata brigata -.
Certo, ci sarebbero da analizzare tutte le derivazioni culturali e le ispirazioni di un mondo coloratissimo e fantastico, ribollente, a tratti spaventoso eppure in qualche modo sempre giocoso, e senza dubbio un prodotto come questo apre la strada ad articoli, recensioni fiume, saggi e chi più ne ha, più ne metta: ma in un momento, chiudo gli occhi e torno con la mente a Totoro, alla poesia e alla bellezza delle piccole cose, e penso che allora il ritorno di Chihiro al suo mondo, alla realtà, a quello che sta da questa parte, benchè segnato nel profondo dalla magia dell'altra, sia più che giusto.
Naturale.
Ed è per questo che, alle spalle i postumi della sbronza di colori e stupore che La città incantata saprà sempre regalare e regalarmi, continuerò a pensare che il meglio di questo strepitoso regista non si trovi nelle gesta mirabolanti e strepitose dell'energica e piena di sorprese Chihiro.



MrFord



"Centuries are what it meant to me
a cemetery where I marry the sea
stranger things could never change my mind
I've got to take it on the otherside
take it on the otherside
take it on
take it on."
Red Hot Chili Peppers - "Otherside" - 




martedì 10 giugno 2014

Maleficent

Regia: Robert Stromberg
Origine: USA, UK
Anno: 2014
Durata: 97'





La trama (con parole mie): tutti conoscono, chi più chi meno, la fiaba de La bella addormentata, giovane principessa finita vittima di un incantesimo scagliato da Malefica e salvata dal bacio del vero amore. Ma la realtà della favola pare sia tutta un'altra cosa: a raccontare al pubblico come si sono svolti davvero i fatti è una misteriosa narratrice che riprende il filo di questa storia da molto tempo prima del suo principio più noto, quando la stessa Malefica, la più potente tra le fate, non era altro che una ragazzina, ed il suo regno, popolato da creature magiche, cercava di mantenere la distanza giusta affinchè la vicinanza del dominio degli umani non portasse ad un'altra guerra.
L'incontro casuale tra la stessa Malefica ed il giovane Stefano darà inizio ad una serie di eventi che nessuno dei due potrà davvero prevedere, e che avrà ripercussioni così grandi da scuotere le fondamenta dei due lati del confine.








Le fiabe, nel corso delle ultime due o tre stagioni, devono proprio aver avuto un brutto effetto, su Cinema e TV, di quelli simili alle sbronze che ti prendono male, pronte a farti pentire di tutto e del contrario di tutto sia durante che dopo.
Ricordo che, da bambino, Disney o audiocassette che fossero - le collane da edicola, in questo senso, erano pressochè perfette -, i Classici della Letteratura per bambini regalavano al sottoscritto emozioni e brividi che ancora oggi sento sulla pelle, che si parlasse di avventure, storie d'amore, pentimento, riscatto o puro e semplice terrore, da Il canto di natale a La bella e la bestia: le fiabe avevano qualcosa di magico a partire dalla loro semplicità, pronta spesso e volentieri a celare una profondità decisamente maggiore, nonchè specchio di una realtà scomoda interpretata dai loro autori in modo da dimenticare, probabilmente, ansie e zone d'ombra.
Poi, con l'avvento del colosso Disney, tutti parvero di colpo dimenticarsi di un certo tipo di atmosfera almeno fino ad una manciata di stagiorni or sono, quando da Gilliam alla serie Once upon a time il mondo dei Grimm e soci venne rispolverato e riadattato alla "modernità": con l'onda lunga generata da questo fenomeno, spesso e volentieri l'associazione alle favole è stata, per il sottoscritto ed il Saloon, una garanzia praticamente assoluta di schifezza pronta ad essere gustata e a prenotare un posto d'onore tra i dieci film in lizza per il Ford Award dedicato al peggio dell'anno, che si parlasse di Biancaneve, Hansel e Gretel o, per l'appunto, La bella addormentata.
Non è da meno a questa schiera Maleficent, proposta della grande D come peggio si potrebbe intendere, buona giusto per gli incassi stratosferici da weekend di pubblico occasionale preparata per pacificare non solo le famiglie in visita alla sala, ma anche il destino di quella che era una delle bad girls più interessanti prodotte dagli Studios del mitico Walt, perfetta nello scagliare la maledizione dell'arcolaio - che, ricordo, da piccolo mi inquietava parecchio nella sua ineluttabilità - trasformata in una sorta di zia figa che pare strana ma alla fine è pronta a tornare buona buona davanti al focolare ad uso e consumo di una delle Angelina Jolie peggiori di sempre, in grado di battagliare perfino con la sua controparte del terrificante The Tourist.
Al suo seguito, oltre ad una Elle Fanning tramutata in un'inutile bambola, l'ex alternativo Sam Riley, fatine irritanti cui prestano volto Imelda Staunton e Juno Temple ed il sempre più caricaturale Sharlto Copley, che alle spalle District 9 pare essere diventato una sorta di garanzia di delusione neanche si trattasse di un personaggio delle favole lui stesso: il problema, però, di Maleficent, non è tanto quello della bassissima prestazione del cast, della regia anonima e ad uso e consumo del 3D, della risibile sceneggiatura e dell'agghiacciante finale, quanto del bieco aspetto dell'intera operazione, nata chiaramente come una sanguisuga pronta a prosciugare le tasche dei poveri genitori costretti a sottostare ai desideri dei figli impazziti per l'ultima novità di casa Disney che non solo ha come protagonista una vera e propria "cattiva", ma è perfetta per veicolare le attenzioni sia del pubblico maschile che femminile.
Un colpo basso dei peggiori, che meriterebbe una lezione al botteghino oltre che dalla critica che purtroppo non arriverà, e che spalancherà le porte ad altre squallide operazioni commerciali simili mosse solo ed esclusivamente dalla povertà di idee degli autori pronti a riciclare e reebootare materie trite e ritrite - svilendole nel frattempo, e finendo per pescare a piene mani, come nel caso del bacio del vero amore, perfino da proposte recenti e legate allo stesso marchio decisamente meglio riuscite, come Frozen - ed alla necessità di gonfiare il portafoglio dei colossi di Hollywood prima che di far sognare il pubblico in sala.
Stando così le cose, sarei e sono senza dubbio felice di essere ancora dalla parte dei cattivi.




MrFord




"So you wanna play with magic
boy, you should know what you're falling for
baby do you dare to do this?
Cause I’m coming at you like a dark horse
are you ready for, ready for
a perfect storm, perfect storm
cause once you’re mine, once you’re mine
there’s no going back."
Katy Perry - "Dark horse" - 



mercoledì 14 maggio 2014

Grand Budapest Hotel

Regia: Wes Anderson
Origine: USA, Germania
Anno: 2014
Durata: 100'





La trama (con parole mie): uno scrittore ospite del leggendario Grand Budapest Hotel, affascinato dalla sua struttura decadente e dagli ospiti curiosi, incontra il suo proprietario, Zero Moustafa, ed avuta l'occasione di cenare con quest'ultimo finisce per diventare il testimone del racconto della vita dell'uomo, preso sotto l'ala protettrice, nel periodo tra la prima e la seconda guerra che sconvolsero il continente, dal mitico consierge Gustave H., cuore del Grand Budapest stesso ed amante di molte facoltose e vecchie signore. 
Alla morte di una di queste, Gustave finisce al centro di un complicato intrigo legato alla cospicua eredità della donna, nel mirino di parenti più o meno lontani capeggiati dal figlio Dmitri e della sua guardia del corpo Jopling: carcere, fughe e rischi più che concreti di morte diverranno dunque pane quotidiano per Gustave e Zero, pronti a lottare l'uno accanto all'altro per sopravvivere e costruire il futuro delle loro vite, bene o male possano le stesse finire.









Wes Anderson è uno dei paladini ufficialmente riconosciuti del radicalchicchismo.
Praticamente da sempre.
Tutto, nel suo Cinema, dalla fotografia curata maniacalmente ai carrelli laterali che paiono correre nei corridoi di una casa di bambole, dai colori pastello al gigioneggiamento selvaggio dei suoi attori, grida al radicalchicchismo.
Senza se e senza ma.
Eppure, allo stesso modo, dietro l'apparenza ed il piglio, i lavori del regista texano - il meno texano del pianeta, mi viene da aggiungere - traboccano cuore e sentimenti neanche ci trovassimo nel pieno di uno dei film pane e salame che tanto piacciono al sottoscritto: ricordo bene quanto riuscì a sovvertire sensazioni e valutazione Moonrise kingdom, penultima fatica del buon Wes, che iniziai a recensire pensando di sfoderare le bottigliate delle grandi occasioni e finii per riscoprire come una delle parabole migliori del Cinema grottesco recente, neanche i Grimm avessero incontrato un delirio di colori pastello e di profonda critica sociale.
Con Grand Budapest Hotel, probabilmente sogno segreto del regista da anni, album di fotografie con soggetti principali tutti i suoi attori feticcio - da Owen Wilson a Willem Defoe, passando ovviamente per Bill Murray, fino allo spazio concesso a nuove promesse come Saoirse Ronan -, Anderson poggia invece sul bancone del Saloon un cocktail che pare un mix abilmente dosato di romanticismo tedesco, stile narrativo russo - un pò Anna Karenina, un pò La figlia del capitano -, ironia nera, avventura vecchio stile in grado di richiamare addirittura qualcosa dell'espressionismo ed una fiaba nera da far impazzire dall'invidia gente come Tim Burton.
Le vicende di Gustave H. e Zero Moustafa, charachters che non avrebbero sfigurato in pellicole vintage d'alta scuola come i lavori d'ambientazione indiana di Fritz Lang o i grandi classici dell'avventura made in USA, senza contare il fascino dell'atmosfera mitteleuropea da spionaggio - e nonostante il bianco e nero c'entri poco o nulla, finisce per tornare a galla il Welles de Il terzo uomo e quello di Quarto potere -, sono un piacere per gli occhi, il cuore ed il cervello, ed il curioso mosaico di immagini e figurine in cui si muovono si rivela composto da tessere dai colori quasi accecanti - il rimbalzare delle telefonate della setta segreta dei consierge -, altre di bruciante ironia - i riferimenti al nazismo e gli uomini al servizio del regime - ed altre ancora velate di malinconia, che conducono lo spettatore per mano ad un finale in cui si incontrano il Woody Allen di Ombre e nebbia ed il gusto per il romanzo ottocentesco, carico di passione ed energia eppure in qualche modo segnato dall'inevitabile sconfitta dell'Uomo per mano del Destino.
La doppia narrazione, inoltre, dell'autore e di Moustafa, regala una struttura ad incastro che convince senza riserve, e nonostante l'intero lavoro dia l'impressione di un divertissement senza altro scopo se non intrattenere il regista stesso ed i suoi collaboratori, il risultato è quello delle grandi occasioni, ed il sentimento messo da Anderson in questo racconto è quanto di più lontano possa essere pensato rispetto al concetto di radical chic ed alle conseguenze che, di norma, l'esserlo porta agli autori ospiti di queste pagine.
E mentre sfilano davanti alla macchina da presa scenografie da sogno e si assiste ad intrighi da Dieci piccoli indiani, fughe da penitenziari neanche ci trovassimo in un Classico con Clint Eastwood, storie d'amore più o meno realizzabili o consuete, prende corpo un film che è una piccola perla per gli occhi ed il cuore, ennesima conferma di un Autore con la a maiuscola, capace di raccontare attraverso un'estetica da urlo storie che pare lo stesso abbia la necessità di portare sul grande schermo a prescindere dal fatto che sappia farlo con uno stile personale, unico e convincente.
In un certo senso, Grand Budapest Hotel rappresenta una summa del percorso compiuto da Anderson fino ad ora, all'interno del quale è possibile ritrovare tutti i temi cari al regista accanto ai suoi attori favoriti, pronto raccogliere e sfruttare la vena ironica e surreale de I Tenenbaum accanto alla delicata e spietata magia di Moonrise Kingdom e all'impatto esplosivo di Fantastic Mr. Fox: avercene, di Indiana Jones versione radical come questo.
E lo dico con tutto il cuore di un paladino del pane e salame.



MrFord



"Sleep on the left side
leave the right side free
hope gets salted
as those around you leave
we're gonna let it up like India House on fire
we're gonna let it go
and let it go higher
let it go."
Cornershop - "Sleep on the left side" - 





domenica 22 settembre 2013

Serie interrotte

La trama (con parole mie): come tutti voi ormai sapete, in casa Ford - spesso anche grazie alla predilezione di Julez per il genere - oltre ai film ci si cimenta spesso e volentieri con le produzioni da piccolo schermo, finendo per scoprirsi rapiti da titoli sui quali inizialmente non si sarebbe puntato meno di nulla o delusi - a volte molto - da altri nati sotto una buona stella ed andati inesorabilmente naufragando.
Considerato che in un Saloon che si rispetti non si butta via niente, oggi regalerò un pò di spazio ad una piccola carrellata di opere senza troppi patemi abbandonate a loro stesse dal sottoscritto.





GLEE



Il primo serial a finire nel cestino senza neppure passare dalle bottigliate è stato Glee, a dire il vero ormai ben più di un anno fa: partito fortissimo con una prima parte della prima stagione da urlo - in tutti i sensi -, questo prodotto profondamente teen eppure clamorosamente accattivante grazie allo straordinario utilizzo della musica ha finito per inabissarsi in se stesso, assumento sempre più i connotati di una robetta da pomeriggio su MTV senza capo ne coda che non di un titolo che voglia assumersi il ruolo d'importanza non indifferente di traghettatore di adolescenti verso l'età adulta a ritmo di pezzi uno più bello dell'altro.
Perfino il charachter si Sue Sylvester, negli ultimi episodi che mi capitò di vedere, appariva spompato e totalmente privo della verve degli inizi, senza contare sceneggiature ormai scritte ad hoc sulle canzoni scelte per l'episodio in grado di cambiare personalità e destini dei personaggi da una puntata all'altra. Una vera e propria meteora cui non è servito a nulla il restyling tra la terza e la quarta stagione.


PERSON OF INTEREST





Scelto dai Ford tutti come se fosse una sorta di erede della grande tradizione action di proposte come 24, Person of interest, accolto con giubilo da tutti gli ex lostiani orfani del più grande serial di tutti i tempi, si è rivelato un fuoco di paglia fin dai primi episodi: implausibile, assolutamente privo di ironia, incapace di appassionare ed interpretato dagli impalpabili Michael Emerson - l'indimenticato Ben dell'isola dei naufraghi più famosi del piccolo schermo, che proprio sulla stessa isola pare aver lasciato tutto il suo carisma di villain - e Jim Caviezel - che avrà pure azzeccato il ruolo della vita con La sottile linea rossa, ma resta sempre il Gesù in stile Bruce Lee dell'obbrobrio che fu La passione di Cristo di Mel Gibson -, ha finito per essere accantonato quasi senza che ce ne si accorgesse dopo la prima manciata di episodi, tendenzialmente sfruttati per conciliare la siesta pomeridiana nei giorni di riposo dal lavoro. Di interesting ho visto davvero poco, in questa proposta.


ONCE UPON A TIME


Ed ecco la vera nota dolente di questa piccola selezione: partita con una buona stagione d'esordio, Once upon a time è stata una delle pietre sulle quali si è costruita la recente moda del riciclo delle fiabe classiche, abile a sfruttare personaggi noti - Biancaneve, Cappuccetto Rosso e quant'altro - e meno noti - Tremotino su tutti - inserendoli in un contesto in grado di appassionare i fan del fantasy così come quelli degli intrighi a più livelli - e di nuovo il discorso torna a Lost -.
Peccato soltanto che, dopo un anno uno decisamente soddisfacente e chiuso alla grande, la seconda stagione sia partita cominciando a mescolare charachters che con le fiabe classiche c'entrano poco o nulla - Mulan, Victor Frankenstein - e finendo per rendere più complessa ed al contempo decisamente debole l'ossatura della trama, finendo in più di un'occasione per tracimare nel ridicolo - dall'utilizzo di un Capitan Uncino bello e maledetto all'episodio nella dimora del gigante, uno dei punti più bassi toccati dal piccolo schermo in questa stagione -.
In un certo senso, Once upon a time è stata l'altra faccia della moneta di American horror story, che avevo finito per bottigliare selvaggiamente al termine della prima stagione e mi sono ritrovato ad incensare con la seconda: per gli abitanti di Storybrook il destino si è giocato con uno degli episodi centrali dell'annata, se non ricordo male dedicato al Grillo Parlante - già di suo non uno dei favoriti del sottoscritto -.
Uno spreco davvero. Peccato.

 

MrFord


"Do you mean all the things you are?
Are you pleased with the way things are?
Wear that dress to protect this scar,
that only I have seen."
Maroon 5 - "Story" -


giovedì 6 dicembre 2012

Moonrise Kingdom

Regia: Wes Anderson
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 94'




La trama (con parole mie): siamo nel New England, nel cuore di un'isola piccola e fiabesca alla fine dell'estate del 1965. Sam e Suzy, due adolescenti innamoratisi praticamente a prima vista ed entrambi a loro modo isolati dal mondo - il primo è un orfano rifiutato anche dalla famiglia adottiva, la seconda è prigioniera all'interno di una casa in cui regnano una taciuta lontananza tra i genitori ed il dominio quasi incontrastato dei fratelli minori -, decidono di organizzare un piano e completare una fuga d'amore che li porti a scoprirsi a vicenda, giungendo per la prima volta a mettere il loro mondo interiore a disposizione di un altro.
La scomparsa dei due, però, provoca una sorta di crisi locale, così il funzionario di polizia del luogo, il Capitano Sharp, insieme ai genitori della ragazza, all'addetto alla posta Jed, al capo scout Ward e ai compagni di campo di Sam da inizio ad una ricerca a tappeto dei fuggitivi.
Il loro ritrovamento, però, sarà solo l'inizio di una nuova avventura, e chissà, anche di qualcosa di più grande.




Wes Anderson è uno di quei registi che ha tutte le caratteristiche buone per farmi incazzare: la cura maniacale per ogni dettaglio applicata ad un'estetica da nerd saputello, il tocco di un talento cristallino ingabbiato da una forma di altezzosità assolutamente irritante, tematiche profonde soffocate da una voglia incontrollabile di apparire cool: di conseguenza, ho sempre avuto un rapporto altalenante con il suo Cinema, e anche se l'unica vera delusione è stata Il treno per il Darjeeling, ho sempre guardato con sospetto al lavoro dell'autore de I Tenenbaum.
Moonrise kingdom, attesissimo dal sottoscritto dopo l'ottimo Fantastic Mr. Fox, giungeva in casa Ford spinto da recensioni entusiastiche lette in ogni dove - ebbene sì, anche dalle parti del mio antagonista Cannibale - e da un folgorante inizio giostrato alla perfezione dal regista ed in grado di unire il gusto per la fiaba ai carrelli laterali, la musica ai colori pastello, le suggestioni alle immagini.
Peccato che, nonostante le ottime premesse, la storia - e soprattutto, la via scelta dall'autore per raccontarla - prenda quasi subito la piega di una lezioncina leziosa che Mr. Anderson si prodiga a sviolinare a noi poveri cristi molto al di sotto delle sue straordinarie capacità dall'altra parte dello schermo: e non c'è cosa peggiore, soprattutto rispetto ad un film di formazione dalle tematiche assolutamente profonde e dalla messa in scena interessante, di un tono saccente e superiore come quello che trasmette questo lavoro.
Come se non bastasse, la storia di Sam e Suzy e la loro fuga d'amore e di maturazione ha risvegliato nel sottoscritto un paragone quasi immediato con uno dei film "per ragazzi" meglio realizzati degli ultimi dieci anni, quel Un ponte per Terabithia che mi lasciò senza parole e con il magone quando, ai tempi della sua uscita, lo affrontai con scetticismo e finì per strabiliarmi: dal punto di vista emozionale, Moonrise kingdom ricorda l'appena citata pellicola firmata da Gabor Csupo come se la stessa fosse stata anestetizzata, o tutti noi affrontassimo la visione con dei cuscini premuti fortissimo sulla faccia ad impedirci di esternare qualsiasi emozione.
Ho terminato la visione - tra l'altro, priva del ritmo e del mordente che dovrebbe conquistare il pubblico in un film d'avventura e ricerca, pur se interiore - assolutamente determinato a dedicare al buon Wes tutte le bottigliate che meriterebbe, quasi soddisfatto all'idea di scrivere un post che potesse sfogare tutta la delusione rispetto alla meraviglia provata in passato per i già citati Tenenbaum o Steve Zissou - per non parlare dello spreco di Bill Murray in una parte che non gli si addice neppure da lontano -.
Poi ho fatto un respiro profondo e ho pensato ai due protagonisti, al loro rapporto con il mondo esterno, sentendomi come uno degli scout pronti a vessare il povero Sam con il loro fare da bulli, ed ho avuto come un'illuminazione: non avrei trattato la pellicola di Anderson come i suoi due piccoli eroi non avrebbero voluto essere trattati a loro volta.
E ho ripensato a quanto dev'essere difficile, per quelli come loro - e il regista che li ha "creati" -, essere quello che sono senza rischiare qualche bottigliata a priori.
A quanto è difficile essere adolescenti e decisi, adolescenti e innamorati.
L'amore non è uno scherzo, ad ogni età: che sia legato ad una coppia, o dietro al rapporto tra genitori e figli - sempre al centro della poetica dell'autore -.
E se è vero che Moonrise kingdom è a suo modo spocchioso, algido, troppo perfettino per arrivare dritto al cuore di questo vecchio cowboy, è altrettanto indiscutibile non solo il suo valore artistico, ma anche la possibilità che merita di avere per comunicare ed aprirsi al mondo - e in qualche modo alla vita -.
Moonrise kingdom è come i due giovani viaggiatori che lo animano.
E ora che sto dall'altra parte della barricata, mi sento come Edward Norton, o Bruce Willis, che vorrebbero dare a Sam la possibilità che nessuno avrebbe voluto dargli.
E così, ad un film che mi ha irritato profondamente e fatto prudere le mani, convincendomi quanto fosse giusto bottigliarlo con tutte le forze, darò una possibilità di essere - e diventare - grande.
Perchè questo è quello che farebbe un padre.
Questo è quello che fa l'amore.
E di questo hanno bisogno Sam e Suzy.


MrFord


"Some folks might sa-ay that I'm no good
that I wouldn't settle down if I could
but when that open ro-oad starts to callin' me
there's somethin' o'er the hill that I gotta see
sometimes it's har-rd but you gotta understand
when the Lord made me, He made a Ra-amblin' Man."
Hank Williams - "Ramblin' man"- 


mercoledì 27 giugno 2012

Biancaneve e il cacciatore

Regia: Rupert Sanders
Origine: Usa
Anno: 2012
Durata: 127'




La trama (con parole mie): ispirata dalla nota fiaba, questa nuova incarnazione gotica e guerresca di Biancaneve vede la giovane principessa tenuta prigioniera per tutta la sua adolescenza dalla perfida regina Ravenna, giunta a sedere sul trono del regno una volta eliminato il padre della ragazza.
Fuggita dal castello, sulle sue tracce viene sguinzagliato un cacciatore vedovo ed ubriacone, unico a conoscere a fondo la foresta maledetta all'interno della quale Biancaneve ha trovato rifugio: l'incontro tra i due porterà ad un'alleanza destinata a coinvolgere nella lotta contro il potere oscuro di Ravenna i nani e gli abitanti della foresta così come del regno, ansiosi di porre fine al dominio della donna eternamente giovane e dei suoi biechi tirapiedi, primo fra tutti il suo stesso fratello.
Ci sarà tempo per sacrifici, magie, amori, mele avvelenate e battaglie prima del confronto finale e dell'ovvio trionfo del Bene sul Male.




Passate - o quasi - le mode dei supereroi e dei vampiri, questo duemiladodici pare proprio essere l'anno dei ripescaggi dal bacino - a dire il vero enorme - delle favole: ovviamente, una delle protagoniste di questo nuovo trend non poteva che essere Biancaneve, forse la principessa più amata dal pubblico dai tempi dell'immortale classico targato Disney.
Così, dopo la discreta e timida Snow co-protagonista del serial Once upon a time e la pessima versione di Tarsem Singh è stata la volta di Rupert Sanders - regista esordiente - di portare sul grande schermo le gesta del suo ritratto del personaggio: palesemente influenzato da un gusto dark, lo stesso Sanders sceglie di trasformare la canterina damigella in una guerriera battagliera che deve moltissimo della sua caratterizzazione all'immaginario dei fumetti e del neo-romanticismo che negli ultimi anni ha prodotto, a livello letterario, una dose non indifferente di spazzatura in grado di fare faville soprattutto rispetto alle lettrici adolescenti.
Pur se certamente non nuova, questa versione di Biancaneve risulta comunque leggermente meno irritante di quella opposta a Julia Roberts nella già citata ciofeca firmata Singh, riportando sul grande schermo un contesto fantasy che ricorda molto le meraviglie degli anni ottanta come La storia infinita - palesemente citata nella sequenza della morte del cavallo - e La storia fantastica così come la più recente trilogia de Il signore degli anelli, rispolverando un certo gusto per l'avventura che non dispiace cucito addosso al personaggio e alla sua spalla, un cacciatore con quell'aura da eroe maledetto e solitario in grado di convincere anche la parte maschile dell'audience ad affrontare una visione altresì troppo dipinta di rosa.
La stessa regina Ravenna - interpretata più che bene da Charlize Theron -, mossa da un sentimento di rivalsa verso il genere maschile, il Tempo e la vita in genere, ha tutte le carte in regola per essere quella vecchia stronza che ogni cattiva da fiaba merita di essere, ed il look non solo oscuro ma anche decisamente "liquido" - che la donna condivide con il famigerato specchio - dalle rimembranze in pieno T-1000 style risulta funzionale ed inquietante al punto giusto per renderle il carattere che è mancato sia alla versione shampista della Roberts che a quella finto senza cuore di Lana Parrilla.
Detto così, parrebbe quasi che questo Biancaneve e il cacciatore si possa rivelare come un'inaspettata ficata, ma lungi da me e dalle mie bottiglie metterla in questi termini: il fatto è, infatti, che nonostante il prodotto risulti tranquillamente godibile nel suo essere puro intrattenimento, non esiste nulla che mi possa convincere del fatto che non si tratti di robetta buona giusto per i nostalgici della terrificante epopea twilightiana o per adolescenti in cerca della prima - non troppo convinta - cotta cinematografica o in attesa di sistemarsi ben bene in ultima fila per limonare duro due orette piene.
Tolta, infatti, la già citata Charlize Theron la coppia protagonista Hemsworth/Stewart funziona davvero maluccio, il primo a darsi da fare per un ruolo che avrei visto decisamente meglio sulle spalle di un non più di primo pelo Hugh Jackman e la seconda che continua imperterrita a percorrere la strada di sciapissima predestinata che, al contrario dei nani, non seguirei neppure se, per citare il Cannibale ed il suo libro presto recensito da queste parti, "riuscisse a tramutare l'acqua in birra".
Per il resto, la pellicola risulta una sorta di versione minore delle fiabe dark di Tim Burton - quello vero, non la controfigura da due soldi che ne ha preso il posto negli ultimi anni - filtrata attraverso scopiazzature e citazioni di film più o meno memorabili, dal pessimo Solomon Kane al sottovalutato e decisamente interessante Robin Hood firmato Ridley Scott, per finire con una clamorosa scena-fotocopia della meraviglia di Miyazaki La principessa Mononoke - tutta la sequenza del cervo nel cuore della foresta giustificherebbe un'accusa di plagio da parte del Maestro giapponese -: troppo poco per brillare di luce propria o fare breccia negli appassionati di Cinema più esigenti o nel pubblico che si conceda più della visione di routine nel multisala del weekend.
Certo, gli incassi - almeno in Usa, ma scommetto sarà lo stesso anche qui da noi - hanno già premiato il lavoro di Sanders, tanto che pare sia stato già annunciato addirittura un sequel - del resto, il finale risulta aperto soprattutto rispetto al potenziale triangolo amoroso tra Biancaneve, il cacciatore e l'amico d'infanzia della protagonista William, figlio del Duca alla guida dell'esercito che segna il riscatto del regno rispetto alle forze di Ravenna -, eppure tutto mi fa supporre che meglio di così non si possa fare, considerata la materia a disposizione - in termini di talento, principalmente -.
Di sicuro dunque non tratterrò il fiato in attesa di questo nuovo capitolo, e mi accontento di sapere di essere passato quasi indenne attraverso la visione di questo primo film: poteva andare decisamente peggio.
Chi ha avuto esperienza in ambito twilightiano, sa benissimo di cosa sto parlando.


MrFord


"Two times in.
I've been struck dumb by a voice that
speaks from deep
beneath the endless waters.
Twice as clear as heaven,
twice as loud as reason.
Deep and rich like silt on a riverbed
and just as never ending."
Tool - "Undertow" -


 

domenica 20 maggio 2012

Once upon a time Stagione 1

Produzione: Abc
Origine: Usa
Anno: 2011/2012
Episodi: 22



La trama (con parole mie):  Emma Swan, donna tosta e sola che vive alla giornata, viene raggiunta e convinta dal piccolo Henry a seguirlo nella cittadina di Storybrook, Maine. Qui scoprirà non soltanto che il bambino è suo figlio naturale - che diede in adozione anni prima -, ma che lo stesso crede fermamente che proprio Emma sia la salvatrice destinata a liberare dal giogo di una potentissima maledizione i personaggi delle fiabe che noi tutti conosciamo, intrappolati nella nostra realtà.
Regina Mills, sindaco di Storybrook e madre adottiva di Henry, infatti, altri non è se non la Regina Cattiva che avvelenò Biancaneve, unica - o quasi - in città a ricordare il passato degli abitanti nel mondo della magia.
Emma si troverà combattuta tra il rimanere e fuggire, riscoprirsi madre o lasciare che Henry superi quelle che lei ritiene fantasie grazie alla crescita: nel frattempo imparerà a conoscere gli strani abitanti della città, da Tremotino ai Sette Nani.




Raramente capita che una serie riesca a rompere gli schemi ed affermarsi da subito come una delle visioni imprescindibili di casa Ford. Ovvero: per i film è più semplice, per durata ed immediatezza, fare breccia ed indurre il sottoscritto a recuperare al più presto il dvd o il bluray del titolo che è stato in grado di rompere il muro del file sull'hard disk esterno per finire all'interno della collezione a parete, mentre per i serial, opere più complesse, strutturate su numerose puntate - non sempre all'altezza di uno stesso standard - o stagioni, il processo è più complicato.
Once upon a time può essere considerata, di fatto, parte di quel ristretto circolo che, negli anni, ha accolto tra le sue fila titoli del calibro di Lost, Dexter, Six feet under e pochissimi altri: ma allora, vi starete chiedendo, come mai un voto solo discreto per un titolo apparentemente folgorante?
Perchè Once upon a time è stata clamorosamente adorata da Julez, ma a parere del sottoscritto ha espresso soltanto in parte le sue potenzialità, che spero davvero di poter vedere esplodere completamente il prossimo anno, data la recente conferma del titolo da parte della Abc, dato il successo riscontrato da questo esordio.
Certo, la struttura e l'approccio ricordano molto quelli che fecero di Lost la serie che più ho amato in assoluto, con continui salti dal passato al presente ed episodi incentrati sui singoli personaggi - ottimi i cambi nella schermata del titolo, a seconda del protagonista della puntata -, una trama complessa che ricorda un vero e proprio mosaico ed una varietà che permette ad ogni tipo di spettatore di trovare il suo - o i suoi - preferiti tra i charachters principali: eppure qualcosa, nella resa complessiva, non è riuscito a conquistarmi come avrebbe dovuto.
Sarà che la potenza e la qualità registica del prodotto non sono minimamente paragonabili a quelli di Game of thrones - altra recentissima serie di culto -, che l'uso degli effetti non riesce ad essere tamarro quanto in Spartacus e l'ironia non raggiunge i livelli delle prime due folgoranti stagioni di Misfits, o forse, semplicemente, che l'insieme del prodotto appare forse decisamente femminile per arrivare a toccare corde troppo fordiane per la delicata - e più di legno di Pinocchio, senza dubbio - Biancaneve, ma purtroppo non sono riuscito ad avvertire il tipico crescendo di tensione ed affezione che normalmente risulta travolgente per le serie destinate a rimanere nella Storia del piccolo schermo.
D'altra parte, sarei decisamente spocchioso e poco sincero a non affermare che a tratti le trovate degli autori sono state decisamente ottime - dal ruolo di Cappuccetto Rosso a quello dei Nani -, e che il parallelo tra le fiabe e la realtà risulta efficace, divertente e decisamente affascinante: inoltre, personaggi come il clamoroso Tremotino di Robert Carlyle - gigantesco - o lo Specchio interpretato da Giancarlo Esposito riescono a supplire anche alle carenze evidenti di protagonisti decisamente poco convincenti - Il Principe Azzurro su tutti -.
Tremotino stesso, per il suo spessore ed ambiguità, meriterebbe una serie dedicata, e si pone di gran lunga rispetto ad Emma, Biancaneve o il Principe come il vero cardine dell'intero prodotto, anche e più della vera "villain" Regina, spesso e volentieri messa all'angolo dall'enigmatico Gold/Rumplestiltskin con i suoi melliflui "please": fortunatamente l'ottimo season finale pare aver spostato la sua attenzione proprio sul personaggio interpretato da Carlyle - quelli a lui dedicati restano tra le altre cose gli episodi più riusciti della serie, a mio parere -, che a questo punto si suppone avrà un ruolo ancora più importante nel corso della prossima annata.
Dunque definirei Once upon a time come un tentativo ancora non espresso al massimo di andare a creare un nuovo standard di riferimento per i titoli caotici - dei quali Lost fu il capostipite - in grado di coinvolgere un bacino di pubblico ampio e diversificato, sognatori e pragmatici frequentatori della quotidianità, sentimentali in cerca di magia e amore o stronzi fatti e finiti sempre dalla parte dei "cattivi".
Resta da vedere se il secondo giro di giostra sarà un passo avanti verso la sua affermazione o una rovinosa caduta.
Dal canto nostro, non possiamo che associarci ad Emma e buttarci a capofitto: avere fede, a volte, può portare un caos che non sempre viene per nuocere.
Almeno, non del tutto.


MrFord


"Once upon a time I could control myself
ooh, once upon a time I could lose myself, yeah...
Oh, try and mimic what's insane...ooh, yeah...
I am in it...where do I stand?"
Pearl Jam - "Once" -

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