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lunedì 3 febbraio 2020

White Russian's Bulletin



Prosegue, nonostante la marcia di avvicinamento agli Oscar, uno dei periodi di entusiasmo più bassi di questo vecchio cowboy per il grande e piccolo schermo, fatta eccezione per le revisioni - la consueta maratona dei Rocky è stata una bomba - ed i sabati sera Cinema con i Fordini, complice l'assenza effettiva di titoli in grado di solleticare quello che, fino a qualche anno fa, era dato per scontato. 
Nell'attesa che questo momento di transizione mi riveli cosa sarà del mio futuro, il Bulletin continua la sua strada, pur con pochi titoli tra le cartucce.


MrFord



LE RAGAZZE DI WALL STREET (Lorene Scafaria, USA, 2019, 110')

La ragazze di Wall Street Poster


Tratto da una storia vera, Hustlers - decisamente meglio del terribile titolo italiano - rappresenta, per certi versi, la visione di un certo mondo apparentemente dorato da un punto di vista femminile e femminista in barba alle convinzioni - errate - che lo stesso sia in mano agli uomini, una sorta di rivelazione sulla realtà effettiva che gli stessi uomini rifiutano di ammettere per ego o limitazioni di testa.
Giunto sugli schermi del Saloon spinto da ottime recensioni e tiepidino almeno per una buona metà, trova nella seconda parte la sua reale dimensione, ed uno spessore che non ha davvero nulla da invidiare a produzioni come Molly's Game o Tonya che nel passato recente hanno mostrato più palle di tante altre ad esclusivo focus maschile.
Una buona sorpresa, dunque, ed un prodotto che, seppur non clamoroso per inventiva o evoluzione, porta a casa il risultato solido e diretto come solo una donna cazzuta può essere.




LEGEND (Ridley Scott, USA, 1985, 94')

Legend Poster


Scelto dal Fordino per la più recente serata Cinema, Legend torna sugli schermi del Saloon per la prima volta dopo almeno dieci anni, confermandosi uno dei cult anni ottanta meno amati dal sottoscritto: nonostante lo splendido trucco di Tim Curry - che dimostra e dimostrava di essere un vero fuoriclasse del travestimento -, la presenza di Tom Cruise e l'ambientazione fantasy, il lavoro di Scott risulta posticcio e noioso, chiaro risultato di problemi in fase di produzione e troppo serioso.
Un'ora e mezza che ha il sapore delle tre, incapace di avvincere grandi e piccini se non per il contributo del Signore delle Tenebre già citato, e che ha rappresentato il primo revival tra quelli che ho vissuto con i piccoli di casa Ford in grado di mettermi in difficoltà da divano.
Almeno, l'abbiamo archiviato. Con buona pace del Tommasone, che avrà modo di riscattarsi nei prossimi anni anche agli occhi dei più piccoli del Saloon.


giovedì 27 dicembre 2018

Ford . Awards 2018: del peggio del nostro peggio



Come ogni anno, inizia nel pieno delle Feste la carrellata dei Ford Awards, che dai tempi dell'apertura del Saloon ha perso per strada un paio di categorie - videogiochi e libri, che per questioni di tempo purtroppo ora hanno molto meno spazio a causa degli impegni che si moltiplicano - e a questo giro di giostra si presenta in una versione sicuramente più ridotta, complice il fatto che, soprattutto negli ultimi sei mesi, tra famiglia, lavoro e palestra - ed uscite non proprio esaltanti - il Cinema ha subito una forte ridimensionata nelle gerarchie di casa Ford.
Non potevo comunque mancare un appuntamento cui tengo particolarmente, e sperando di essere più presente nel duemiladiciannove inizio come di consueto dalla categoria del peggio, quest'anno dedicata - per carenza di candidati particolarmente brutti - più alle delusioni che non a titoli effettivamente ed oggettivamente brutti. 
Con ogni probabilità, date le scelte, questa potrebbe essere la classifica potenzialmente più chiacchierata.


MrFord


N°10: HELL FEST

Hell Fest Poster

Apre la carrellata Hell Fest, visto in una serata relativamente di recente ed emblema di quelli che possono essere considerati film brutti ed inutili incapaci di lasciare il segno anche in termini di incazzatura. Di norma questa decina sarebbe infarcita di cosette come questa, ma quest'anno, complice anche il ristretto numero di visioni, sono mancate anche loro. E poco male.


N°9: JUSTICE LEAGUE

Justice League Poster

Ennesima dimostrazione che i tentativi cinematografici di casa DC non sono neppure lontanamente all'altezza di quelli Marvel e del suo Cinematic Universe giunge la risposta della scuderia di Superman agli Avengers, pessima praticamente sotto ogni punto di vista se non per la presenza della Wonder Woman di Gal Gadot, unica a salvarsi dal tracollo. 


N°8: THE GREATEST SHOWMAN

The Greatest Showman Poster

Presentato neanche fosse una sorta di novello Moulin Rouge!, la storia di Barnum e della nascita del suo circo è un "abile" mix di tutto il peggio che ci si possa aspettare da una produzione su larga scala: retorica, forzature, luoghi comuni e chi più ne ha, più ne metta. 
E meno male che, sulla carta, si dovrebbero esaltare la diversità ed il suo fascino.


N°7: JURASSIC WORLD - IL REGNO DISTRUTTO

Jurassic World - Il regno distrutto Poster

Tanto mi aveva sorpreso e divertito il rilancio del brand di Jurassic Park qualche anno fa, tanto è suonato inutile e deludente questo sequel: serioso e troppo poco fracassone, ambientato sulla terraferma e non sulla classica isola tropicale che ospita il parco dal quale inesorabilmente fuoriescono dinosauri come se piovesse, mi ha colpito in negativo soprattutto per la firma di Bayona, che usciva dal bellissimo Sette minuti dopo la mezzanotte dello scorso anno. Uno spreco.


N°6: END OF JUSTICE - NESSUNO E' INNOCENTE

End of Justice - Nessuno è innocente Poster

Altro titolo, altro regista promettente clamorosamente scivolato: Gilroy, autore dell'ottimo The Jackal, affronta un legal drama supportato dal mitico Denzellone risultando più che altro tronfio e freddo, presentando uno script che ha moltissime lacune ed un prodotto patinato ma assolutamente incapace di emozionare, far riflettere o, molto più banalmente, mostrarsi come un bel film.


N°5: IL GIUSTIZIERE DELLA NOTTE

Il giustiziere della notte Poster

Inutile, potenzialmente dannoso, prevedibile ed implausibile.
Il remake del classico con Charles Bronson firmato da Eli Roth ed interpretato da Bruce Willis - pure due fordiani ad honorem - delude sotto tutti i punti di vista, e rappresenta una delle visioni più dimenticabili dell'anno, oltre che pericolosa rispetto ad un certo tipo di pubblico influenzabile e sensibile - per così dire - a determinati temi "giustizialisti".


N°4: A BEAUTIFUL DAY 

A Beautiful Day - You Were Never Really Here Poster

"Ora cominciano gli incontri seri", si recitava in Senza esclusione di colpi.
A beautiful day, osannato dalla critica ed accolto come una sorta di manna dal cielo da molti appassionati, è stato per me uno dei film più sbagliati dell'anno: a partire dal titolo italiano - in inglese ed assolutamente inutile - fino ad un ritmo che definire soporifero è un eufemismo, si salva solo per la consueta ottima interpretazione di Joaquin Phoenix. 
Per il resto, un'accozzaglia di belle immagini che lo qualifica in tutto e per tutto come il Drive dei wannabe cult.


N°3: HEREDITARY - LE RADICI DEL MALE

Hereditary: Le radici del male Poster

Avrei potuto fare copia/incolla delle righe scritte per A beautiful day cambiando il nome di Joaquin Phoenix con quello di Toni Collette e non sarebbe cambiato praticamente nulla.
Ottimo prodotto, buone idee, un paio di sequenze notevoli, sulla carta un potenziale cult e poi tutto che scompare come una bolla di sapone minuto dopo minuto, vanificando speranze e aspettative: questo, probabilmente, passerà alla storia del Saloon come l'anno in cui mi sono trovato più contro all'opinione della critica dai tempi del mio massacro a The tree of life.


N°2: A STAR IS BORN

A Star Is Born Poster

Ecco un altro titolo che, potenzialmente, sulla carta avrebbe potuto dimostrarsi come uno dei più fordiani dell'anno: musica a partire dal country, alcool, storia d'amore tormentata, il testimone passato da Eastwood a Bradley Cooper. Insomma, un mix da cocktail indimenticabile.
E invece la versione di A star is born firmata dal Cooperone all'esordio in regia è un vero e proprio concentrato di drammi sparati ad alto volume neanche fossimo dentro a Studio Aperto, in un crescendo che rende il tutto fastidioso ed eccessivo.
Neppure Lady Gaga, tanto esaltata, mi è parsa così incredibile. E lo dico da fan del suo lavoro come cantante.


N°1: LA FORMA DELL'ACQUA

La forma dell'acqua Poster

Non poteva esserci altro titolo in cima alla classifica del mio personale peggio del duemiladiciotto: il film di Del Toro non è certo brutto, è ottimamente realizzato e portato in scena, e cattura l'attenzione dall'inizio alla fine. Peccato che sia smielato, derivativo, retorico, fastidioso: una sorta di versione fantasy di Amelie fuori tempo massimo.
Incredibile quanto, considerati tutti questi difetti, sia riuscito nell'impresa di raggirare un sacco di quei cinefili "duri e puri" che, di norma, con le storie d'amore strappalacrime sono sempre pronti a prodigarsi in fiumi di insulti: ogni volta che ripenso a quella visione, mi sento come Michael Shannon nel film, unico, peraltro, a rivelarsi interessante.


I PREMI

Peggior regista: J. A. Bayona per Jurassic World - Il regno distrutto
Peggior attore: uno qualsiasi dei protagonisti maschili, Hell Fest
Peggior attrice: Amy Forsyth per Hell Fest
Premio "parrucchino di Nicholas Cage" per il personaggio trash: il cyborg di Justice League
Effetti "discount": Hell Fest
Premio "dolcetto o scherzetto" per il costume più agghiacciante: il cyborg di Justice League
Stile de paura: Lynne Ramsey per A beautiful day
Premio "veline": Lady Gaga per A star is born
Peggior scena d'amore: una qualsiasi tra quelle de La forma dell'acqua
Premio "pizza, spaghetti e mandolino": la masturbazione nella vasca da bagno, La forma dell'acqua

lunedì 22 ottobre 2018

White Russian's Bulletin

 


Seconda settimana di Bulletin e clamorosa battuta d'arresto nelle visioni, che registra il drastico cambio di registodi questa fase della mia vita, in cui complici la desolazione della blogosfera, le uscite non troppo stimolanti, la mole di lavoro, gli impegni con i Fordini e la Famiglia e quelli con la palestra penso abbiano contribuito ad uno dei periodi con meno film all'attivo della mia vita.
Come tutte le cose, anche il Cinema ha i suoi momenti, dunque accetto e prendo come viene, per dirla in stile Drugo - che, comunque, è stato protagonista dell'ennesima visione de Il grande Lebowski in compagnia di un collega che ha già superato lo status di collega e che ha avuto il suo "battesimo del fuoco" da White Russian proprio questa settimana -: e finchè è così, la vivrò così.

MrFord


A STAR IS BORN (Bradley Cooper, USA, 2018, 136')

  A Star Is Born Poster

I remake sono sempre roba tosta da gestire, ma a prescindere da questo e dalla prima esperienza dietro la macchina da presa di Bradley Cooper, dovevo cominciare a sentire puzza di bruciato da quando Eastwood pare abbia deciso di passare la palla all'attore che aveva diretto in American Sniper accantonando il progetto.
A star is born, scritto, diretto, interpretato e confezionato apposta per rendersi appetibile agli Oscar, è uno dei film più inutili dell'anno, straripante di luoghi comuni e passaggi da wtf da record: la tanto chiacchierata Lady Gaga - che comunque apprezzo come interprete - non mi ha convinto neanche per sbaglio, ed il pur simpatico Cooper anche meno.
Perfino il lebowskiano Sam Elliot, da sempre fordiano ad honorem, mi è parso poco convinto.
Una robetta buona giusto per chi vuole farsi fregare, o pensare di andare in sala giusto quella volta l'anno in cui passa il "film da statuetta".


 


ULTIMATE BEASTMASTER - STAGIONE 2 (Netflix, USA, 2017)

 

Una delle certezze di questo periodo così lontano dall'impegno cinefilo: Ultimate Beastmaster, che sta coinvolgendo oltremisura anche i Fordini - AleLeo che si infortuna a scuola cercando di saltare tra banchi e sedie è già un piccolo cult - è stato divorato anche nella sua seconda stagione, spinti da un pò di campanilismo - l'Italia è tra i partecipanti, nonostante la conduzione nostrana di Facchinetti e Bianca Balti non convinca granchè - e dalla curiosità nata rispetto ad alcune delle storie degli atleti protagonisti - bellissima quella dei due fratelli francesi dominatori della prima puntata -.
Un guilty pleasure da far storcere il naso a qualsiasi radical chic che rilassa le menti fordiane così sballottate da orari scombinati ed impegni moltiplicati dell'ultimo periodo.


venerdì 13 aprile 2018

Until death (Simon Fellows, UK/Bulgaria/Germania/USA, 2007, 101')




Non avrei davvero mai pensato di scrivere queste righe.
Ho visto un film con Jean Claude Van Damme che mi è parso inesorabilmente, totalmente, clamorosamente inutile e noioso.
Un film che pensa e spera di essere un noir o un hard boiled, e non fa che provocare sonno e nostalgia per i calci rotanti dell'attore belga.
Un vero peccato per un appassionato della mia risma, che sperava in una bella serata da rutto libero e neuroni in vacanza e si è trovato narcotizzato sul divano.
Poco altro ho da dire su un film così fuori tempo massimo da farmi quasi sentire il Cannibale che stronca un action fordiano.



MrFord



 

lunedì 11 dicembre 2017

L'uomo di neve (Tomas Alfredson, UK/USA/Svezia, 2017, 119')





Tutti gli avventori del Saloon sanno benissimo quanto ami Jo Nesbo ed il suo personaggio principe, Harry Hole, detective alcolista e tormentato che, sulla pagina, ha girato il mondo e stanato serial killers in Norvegia dalla fine degli anni novanta a oggi, seguendo o quasi per età il suo creatore.
E chi segue questo vecchio cowboy conosce bene anche tutte le riserve che nutrivo a proposito di questa trasposizione cinematografica de L'uomo di neve, romanzo che lanciò il già citato Nesbo nell'Olimpo dei best sellers internazionali, in parte date dal fatto che si trattasse del settimo romanzo della saga e non del primo, in parte legate alle assurde scelte di casting - Fassbender sarà pure bravo e famoso, ma con Hole non c'entra proprio una fava secca, per non parlare della tostissima Bratt trasformata in una specie di bambolina indie -, in parte perchè se di norma il romanzo è superiore al film ispirato dallo stesso la sensazione, in questo caso, era quella di un replay del terrificante - e non in senso buono - Io sono leggenda di qualche anno fa, che da un Capolavoro della Letteratura snaturato portò sullo schermo una merda fumante.
Purtroppo, rispetto a L'uomo di neve, i timori si sono rivelati più che fondati.
Conscio, mi rendo conto, dell'influenza del romanzo, ho finito per considerare non solo assurdo l'adattamento - forzatamente cambiato per la maggior parte delle vicende narrate -, ma anche l'utilizzo dei particolari - tutti i fan di Hole sanno che il suo veleno favorito è il Jim Beam, noto bourbon americano, mentre nella pellicola il detective, che più che un alcolista pare essere vulnerabile alla bevuta facile e poco più, compare solo ed esclusivamente in compagnia di bottiglie di vodka da discount -, senza considerare il ritmo soporifero e l'intensità non pervenuta che ha trasformato Hole da personaggio ferito, tormentato ed in qualche modo romantico nel senso letterario del termine al tipico protagonista da giallo cinematografico scandinavo buono per gli appassionati di thriller da seconda serata nel weekend televisivo.
Un calvario per un appassionato come il sottoscritto che, anche se osservato cercando di rimanere all'esterno dei panni di fan della saga letteraria, finisce per risultare anonimo e privo di personalità, la più classica operazione prettamente commerciale pronta ad approfittare dello spettatore occasionale o del sentito dire senza alcun rispetto o considerazione per l'opera d'ispirazione o per l'intelligenza degli spettatori.
Un peccato mortale considerate le potenzialità di autore, serie e personaggio, che, continuo a ribadirlo, meriterebbero un'attenzione maggiore ed un panorama da piccolo schermo nella sua versione meglio curata - un nome solo: HBO -, piuttosto che trasposizioni così prive di personalità da risultare identiche a qualsiasi altra abbia regalato al pubblico uno dei registi dalla concentrazione di Valium più importante degli ultimi anni, Tomas Alfredson, che pare essere in grado di trasformare anche adrenalina pura in una bella tazza di camomilla.
Come se tutto questo non bastasse viene fornita una spiegazione assolutamente priva di originalità rispetto all'originale delle giustificazioni che muovono l'Uomo di neve, si preferisce un finale "giustizialista" e si finisce per perdere inesorabilmente il rapporto ed il legame che si stabilisce tra main charachter ed antagonista: un fallimento, dunque, su tutta la linea per quanto mi riguarda, e che porta alla delusione di aver visto, più che un film oggettivamente brutto o da incazzatura, una terribile occasione sprecata considerato il materiale dal quale si partiva.




MrFord




lunedì 19 giugno 2017

Nerve (Henry Joost/Ariel Schulman, USA, 2016, 96')




Dovevo saperlo, nonostante gli ultimi mesi siano stati funestati da una sorta di non belligeranza costruita da insospettabili posizioni di accordo rispetto a numerosi titoli usciti nel corso di questo duemiladiciassette, che la cannibalata sarebbe tornata a funestare qualche mia serata di visioni: perchè, a conti fatti, Nerve è praticamente il film perfetto del mio rivale ai suoi tempi d'oro.
Implausibilità, attori cagnacci che pensano di essere bravi ma sono cool, atmosfera da supergiovani, tematiche d'attualità - forse la cosa migliore della pellicola, pur se molto di moda in quest'ultimo periodo, la sensibilizzazione sui rischi cui ci si espone in rete ed in questo mondo "social" - ed uno stile videoclipparo che vorrebbe strizzare l'occhio a certe cose considerate rivoluzionarie negli anni novanta ma risulta oggettivamente a metà tra il pretenzioso e l'inutile.
In un periodo di magra totale come questa primavera cinematograficamente - per non parlare della blogosfera - spentissima, speravo sinceramente qualcosa in più da un thriller che promette ma non mantiene, come canterebbe l'Ambra targata nineties, tanto per rimanere in tema - internet a parte -, e che si è rivelato una visione parzialmente molto meh e parzialmente molto soporifera - un paio di penniche me le sono fatte, lo ammetto - nonostante alcuni passaggi impressionanti considerato il mio rapporto con le altezze ed un piglio che dovrebbe tenere incollati alla poltrona dall'inizio alla fine.
Anche il cast, giovane e in rampa di lancio tra grande e piccolo schermo, non brilla particolarmente se non per gli evidenti limiti del piccolo Franco e di Emma Roberts, catapultati in un flipper che gestiscono come se stessero recitando per il peggiore dei film da Italia Uno del pomeriggio nel weekend: una produzione, dunque, pronta a finire nel dimenticatoio come molti dei titoli passati su questi schermi nel corso delle ultime settimane, segno che, passata la "tormenta" degli Oscar, sul fronte delle uscite in sala e delle nuove proposte si sia latitato davvero parecchio.
L'unica ragione per la quale affrontare comunque un'esperienza da spettatori certo non esaltante resta l'importanza dell'argomento di fondo, che probabilmente per le generazioni future avrà un ruolo sempre più pesante ed invasivo: l'influenza dei like, della rete e di alcune dinamiche distorte da una realtà che non è realtà potrebbero - e possono, casi ce ne sono a mazzi - diventare uno dei pericoli maggiori per i giovani del futuro.
O per i futuri giovani.
Un vecchio cowboy come me, invece, malgrado le intenzioni, continuerà a considerare robetta da ragazzini titoli come questo.




MrFord




 

venerdì 2 giugno 2017

Amore e inganni - Love&Friendship (Whit Stillman, Irlanda/Francia/Olanda, 2016, 90')




Nel corso delle mie stagioni da cinefilo radical, i film in costume hanno rappresentato una buona fetta di visioni che, in alcuni casi, ha portato qui al Saloon titoli degni di essere chiamati Capolavori - Barry Lyndon e L'età dell'innocenza su tutti -, così come in tempi meno sospetti più recenti produzioni come A royal affair hanno conquistato il favore di questo vecchio cowboy nonostante un'ambientazione non più così favorevole al sottoscritto.
Amore e inganni - adattamento dell'originale Love&Friendship -, tratto da un lavoro della celebre Jane Austen ed incentrato sugli intrighi orditi in società dalla machiavellica Lady Susan Vernon, rimasto ad attendere la visione per diversi mesi a causa di numerosi dubbi sul suo effettivo valore, purtroppo ha rispettato le aspettative non rosee, di fatto rimanendo ben lontano dalla qualità dei titoli sopra citati: nonostante, infatti, alcune critiche molto esaltate - forse qualche radical ha abusato a mia insaputa di white russian - ed un main charachter dalle potenzialità incredibili - e ben reso da Kate Beckinsale, devo ammettere -, il lavoro di Whit Stillman risulta noioso come un the delle cinque con un gruppo di zitellone senza ritegno, troppo tagliato con l'accetta nello script - alcuni passaggi della seconda parte sono quantomeno frettolosi, tanto da avermi fatto pensare ad alcune sforbiciate selvagge in post produzione - e poco incisivo nella regia e nel ritmo - un'ora e mezza che paiono quattro, roba da sognarsi una bella sbronza con tanto di sonno ristoratore che faccia dimenticare il tutto -, cui non riescono a porre rimedio neppure gli incredibili stratagemmi messi in atto dalla protagonista, talmente odiosa ed intrigante da apparire, a conti fatti, irresistibile rispetto agli scialbi nobili dei quali, di fatto, continua in un modo o nell'altro a farsi beffe.
Un vero peccato, da questo punto di vista, perchè Lady Susan Vernon avrebbe meritato un destino cinematografico decisamente migliore di quello riservatole da Stillman - del resto, io non sono un suo grande fan, avendo considerato The last days of disco poco più di un filmetto e Damsels in distress una vera schifezza -, che avrebbe potuto portarla nell'Olimpo dei "villain" di questi ultimi anni di settima arte e darle una visibilità maggiore presso il grande pubblico, sia dalla parte maschile che femminile in termini di possibilità di imparare come si muove davvero un predatore che conosce i sentimenti ed i loro tranelli all'interno non solo della società, ma anche e soprattutto del cuore delle persone.
L'unico merito che mi sento di assegnare a questo film è quello di avermi invogliato a recuperare il lavoro originale della Austen e scoprire quanto più possibile a proposito di Lady Vernon, che in qualche modo, minuto dopo minuto, seduzione dopo seduzione, intrigo dopo intrigo, pare decisamente ed inesorabilmente aver conquistato anche me.




MrFord




 

venerdì 26 maggio 2017

Under the shadow (Babak Anvari, UK/Giordania/Qatar/Iraq, 2016, 84')




Il Cinema mediorientale, iraniano in particolare, ha sempre esercitato un fascino notevole sul sottoscritto fin dai tempi della scoperta del Maestro Kiarostami, che ho adorato e probabilmente adorerò fino a quando adorerò la settima arte: con il suo allievo Panahi, poi, e qualche scoperta giunta negli anni, posso affermare con certezza di aver trovato un tipo di approccio che riesce quasi sempre a convincermi, povero e profondo ad un tempo, e che aspettavo al varco rispetto a questo insolito horror - anche se sarebbe più corretto, a mio parere, chiamarlo thriller - giunto qui al Saloon spinto dalle critiche positive raccolte in rete.
Come sempre, in questi casi, l'hype e le aspettative creano ostacoli decisamente ardui da superare per una pellicola, e quando capita - come per Under the shadow - che la stessa non sia propriamente memorabile, finiscono per appesantire il fardello e, di conseguenza, il mio giudizio nel momento di scrivere il post: in realtà non vorrei andarci troppo pesante, con questo film piccolo ma per nulla privo di idee e riflessioni legate in special modo alla situazione sociale iraniana ed al ruolo della donna così come allo "spettro" della guerra, dunque mi limiterò a sottolineare due cose che hanno avuto un ruolo fondamentale nel farmi considerare Under the shadow decisamente sopravvalutato rispetto a quanto avevo letto in proposito.
La prima è, ed è assolutamente triste per un prodotto di questo tipo, che non inquieti o spaventi per nulla, e che anzi, abbia finito per stimolare nel sottoscritto, nel corso della visione, la febbrile ricerca di una sequenza che potesse quantomeno regalare un minimo jump scare, senza successo.
La seconda è data dal fatto che la "povertà" stilistica che di norma rende il Cinema iraniano così interessante - l'accostamento con il nostro neorealismo per me è quasi naturale - finisca per cozzare con un genere che non prevede un approccio antispettacolare, a meno che non si tratti di qualcosa di talmente potente in termini di atmosfere da far passare lo spettatore perfino oltre all'estetica - come per Radice quadrata di tre, uno degli horror a bassissimo costo più spaventosi che abbia mai visto anche rispetto a titoli con produzioni da cifre di gran lunga superiori -.
Il risultato è dunque un tentativo e poco più, che già a distanza di ventiquattro ore dalla visione inizia a scomparire dalla memoria e non riesce ad essere evocativo come un djinn vorrebbe essere - quantomeno potrebbe essere interessante andarsi a leggere qualcosa su queste mitiche figure della letteratura mediorientale -: uscendo dal contesto e concentrandosi, al contrario, sul conflittuale rapporto mostrato tra madre e figlia protagoniste del film si finisce per trovare qualche spunto in più, neanche si fosse catapultati in una versione "povera" del Babadook che tanto colpì la blogosfera un paio d'anni or sono - altro film, per quanto ben realizzato, sicuramente sopravvalutato -.
Ma rispetto a quanto mi sarei aspettato, posso tranquillamente affermare che l'ombra sotto la quale pensavo di trovarmi avventurandomi in questa visione era decisamente più nera e minacciosa della nebbiolina che mi ha fatto compagnia per un'ora e venti scarsa.
E di nebbia, purtroppo, me ne intendo.



MrFord



 

venerdì 19 maggio 2017

Baby Boss (Tom McGrath, USA, 2017, 97')




Nel corso degli anni, per quanto qui in casa Ford si amino franchise come Kung Fu Panda e Dragon Trainer, ho imparato a diffidare e non poco delle produzioni Dreamworks: se, infatti, di norma Ghibli e Pixar sono praticamente delle garanzie che non sbagliano (quasi) mai un colpo, il colosso padre di Shrek e soci spesso e volentieri incappa in quei terribili scivoloni che fanno credere fuoco e fiamme con un trailer accattivante per poi rivelarsi film assolutamente inutili, o ancor peggio orribili - ho ancora impressa nella memoria l'esperienza agghiacciante vissuta con Trolls -: purtroppo per il sottoscritto - la Fordina ancora se ne sbatte abbastanza di quello che passa sulla tv, a parte per un paio dei titoli preferiti di suo fratello, come Monsters&Co e Oceania - Baby Boss si è rivelato uno di questi.
Inizialmente non convinto e dunque spinto al recupero grazie ad un paio di recensioni inspiegabilmente positive, ho trovato il lavoro di Tom McGrath troppo complesso per i piccoli - non credo che i bambini sotto una certa età possano comprendere i riferimenti al mondo degli adulti nonchè alle dinamiche psicologiche presenti tra fratelli maggiori e minori - ed assolutamente impalpabile per i grandi, considerato che non si tratta di un prodotto coinvolgente o forte dal punto di vista emotivo - nonostante il finale volutamente strappalacrime e ruffianotto - da un lato e neppure divertente dall'altro - non ricordo una sola battuta di quelle che, almeno sulla carta, avrebbero dovuto far venire giù la sala dalle risate -.
Come se non bastasse - ma in questo caso non imputo completamente il fallimento agli autori della sceneggiatura, essendo tratta da un libro che non ho letto - la storia risulta poco avvincente e tirata per i capelli, la versione del mondo prima della nascita mi ha riportato alla mente l'altrettanto scarso Cicogne in missione ed il ritmo latita nonostante siano presenti i soliti e numerosi inseguimenti che fanno parte del moderno Cinema d'animazione americano - Pixar compresa, pur se con risultati clamorosamente diversi -.
Un'ora e mezza e poco più, dunque, inutili come nei peggiori casi di tempeste da bottigliate, anche se non così terribili da poter pensare di mettersi in competizione con i grossi calibri che si affronteranno a fine anno nella sanguinosa battaglia per il Ford Award dedicato al peggio del duemiladiciassette, che già ora, a sette mesi di distanza, appare già una guerra in stile Westeros con tanto di bagni di sangue incorporati.
Voi che potete, dunque, se avete poco tempo, sapete già di poterlo risparmiare: e magare dedicarvi a fare un bambino con la compagna o il compagno, cosa che vi renderà protagonisti di un film decisamente più bello e coinvolgente di questo.




MrFord



 

sabato 25 febbraio 2017

Florence (Stephen Frears, UK, 2016, 111')




Lo ammetto, se non ci fossero stati di mezzo gli Oscar e le candidature, ed il tentativo, come ogni anno, di essere aggiornato rispetto alle visioni quantomeno dei titoli principali tra i nominati, avrei snobbato Florence senza pensarci due volte.
Non per Steven Frears, che resta un signor artigiano della macchina da presa, e che negli anni ha realizzato molti titoli degni di nota, compreso uno dei miei piccoli cult inossidabili, Alta fedeltà.
Non per la storia narrata, tratta dalle vicende di Florence Foster Jenkins, che, a dispetto delle discutibili attitudini artistiche, dedicò la sua vita alla musica e "cantò quando molti non tentano neppure".
Non per Hugh Grant, che nonostante lo stile profondamente british e le vicissitudini personali non lineari mi ha sempre dato l'idea di una certa guasconità di fondo che apprezzo sempre.
Semplicemente, non mi pareva cosa destinata a lasciare il segno da queste parti, se non per il rischio di un'incazzatura rispetto all'ennesima candidatura per una Meryl Streep sempre più uguale a se stessa e sempre più sopra le righe.
Purtroppo, ed oggettivamente, è stato così.
Florence non è un brutto film, è evidentemente realizzato con perizia in ogni dettaglio, scorre bene e finisce volenti o nolenti per coinvolgere, a prescindere dal fatto che si tratti di qualcosa di ispirazione reale: eppure, sa di vecchio.
Sa di vecchio come una Florence che, terminata l'esibizione, torna nei suoi appartamenti spogliandosi di vestiti, trucchi, parrucchi e lustrini e crolla come una balena spiaggiata, coccolata da tutti quelli che stanno al suo fianco per amore o per denaro.
Sa di vecchio, inesorabilmente.
Come un salottino delle cinque con the, biscotti e chiacchiere da comari, un banchetto formale che non si vede l'ora di lasciarsi alle spalle, un appuntamento con una tipa che, lo scoprite entro la prima mezzora, vi farà pensare a tutto quello che vi aspetta a casa, e senza di lei.
Nel corso della visione di Florence, ho avuto l'impressione che l'unica chance che qui al Saloon avrebbe potuto avere questo film si sarebbe giocata nel caso in cui fossi stato una vecchia zitella che, con le amiche più colte, invece che al bingo nel weekend punta dritta alla sala ed ai film che possono essere considerati adatti ad una certa età. E non in senso positivo.
Certo, non ho perso le staffe come con altri titoli deludenti del passato remoto o recente, eppure l'impressione che ho avuto affrontando questo film è stata la stessa che avrei mantenuto nel corso di una visita ad un museo delle cere, o a una chiesa: tutti in silenzio e pronti a buttarsi in applausi di circostanza una volta giunti alla conclusione.
Ma se da un lato apprezzo lo sforzo di una Florence Foster Jenkins, ed in più di una misura il suo coraggio - e, ancor più, quello di chi la sostenne ed amò incondizionatamente -, dall'altro mi rendo conto di non essere fatto - almeno per ora, e prima dei settanta quantomeno - per produzioni da pomeridiana prima della cena alle sei e del letto alle otto come questa.
Non importa quanto bene siano confezionate.
La puzza di stantìo resta.




MrFord



 

venerdì 10 febbraio 2017

Fuocoammare (Gianfranco Rosi, Italia/Francia, 2016, 114')




Se c'è una categoria di film che detesto più dei titoli prepotentemente radical chic, sono quelli che si mascherano da lavori pane e salame e celano sotto la superficie un'aura di supponenza ancora più fastidiosa di quelle emanate da chi se la mena a priori: un pò come quando mi capita di incrociare il cammino di gente che si professa "comunista" e poi finisce per cascare nel vecchio gioco da Fattoria degli animali, in cui tutti sono uguali, ma alcuni più uguali di altri.
Con Gianfranco Rosi era già successo qualche anno fa, ai tempi di Sacro GRA, che trovai lento, pesante, talmente costruito da risultare fastidioso, ed è capitato una volta ancora con questo suo titolo incensato e premiato - questa volta è stato l'Orso d'oro a Berlino, senza contare la candidatura all'Oscar duemiladiciassette per il miglior documentario -, Fuocoammare.
Personalmente, sono sempre stato un grande fan dei documentari: così come i film di fiction, infatti, se ben gestiti essi possono raccontare con uguale coinvolgimento e potenza una storia con il vantaggio costituito dal fatto che si tratti di una cronaca, di qualcosa di vero.
Per vicissitudini lavorative, una decina di anni fa ebbi l'occasione, per tre edizioni, se non ricordo male, di fare parte della giuria di un concorso dedicato proprio ai documentari organizzato dall'ottimo Spazio Oberdan a Milano: in una di queste occasioni, visionai il lavoro di una regista svizzera che, accanto al marito, aveva iniziato a strutturare un lavoro incentrato sulla vita nel cortile del palazzo in cui vivevano, collocato in una delle zone più multietniche di quella che poteva essere Ginevra, anche se non ricordo di preciso la città.
Un lavoro pianificato giorno per giorno, che più o meno a metà della sua lavorazione incontrò un ostacolo imprevisto: il marito della donna, infatti, improvvisamente morì.
Era inverno, quando successe, e lei si limitò a riprendere il loro salotto al buio con la finestra che mostrava una tempesta di neve all'esterno: raramente ho visto un'immagine, neanche quando si parlava di produzioni ben più grandi, così poetica e sentita.
Purtroppo quel documentario arrivò secondo dopo una battaglia tra noi giurati durata almeno un paio d'ore, decisa dalla spinta degli organizzatori - il suo avversario era firmato da un regista italiano ben visto dagli stessi - e dal "tradimento" del Presidente di giuria, che cambiò il suo voto per rompere un equilibrio che pareva potesse durare in eterno.
Ho immaginato Fuocoammare e Gianfranco Rosi ammanicati proprio come il film che vinse quel piccolo festival.
Perchè trovo davvero difficile pensare che in una grande manifestazione come la Berlinale - per quanto possa effettivamente essere possibile che una giuria si prenda una cantonata - un lavoro freddo e calcolato tanto quanto posticcio come questo possa essere accolto come una sorta di miracolo, quando la mia impressione è stata principalmente quella dello sfruttamento di un fenomeno divenuto un tristissimo oggetto di cronaca - i drammi dei migranti che giungono dall'Africa a Lampedusa - per atteggiarsi a narratore "alto" di un regista cui non frega nulla delle storie che racconta.
Se Rosi avesse deciso di partire dal cuore dell'Africa insieme ai migranti ed affrontare il viaggio per giungere in Sicilia accanto a loro, o avesse dato uno spessore ad immagini buone per me giusto per Studio Aperto, sarebbe stato un discorso differente: scegliere, invece, di alternare drammi amplificati dall'occhio dietro la macchina da presa - non che voglia sottovalutare quello che vivono questi disperati, sia chiaro - alla vita di una famiglia locale legata al mare, a quello che da e che toglie, mi è parso comodo ed ipocrita, lontano dal concetto che ho sempre ammirato del documentario, legato all'entrare così tanto in quello che si vuole portare sullo schermo da sporcarsi le mani e non solo.
Una bocciatura, dunque, completa e sonora, che mi invoglia, al contrario, a recuperare prodotti di tutt'altro spessore come Workingman's death o L'incubo di Darwin, e riproporli qui al Saloon come vero contraltare di roba come questa.




MrFord




mercoledì 1 febbraio 2017

Split (M. Night Shyamalan, USA, 2016, 117')




Raramente ho visto un regista dalla carriera stramba quanto quella di M. Night Shyamalan: di norma, quando un autore sale alla ribalta e dopo uno, due film subisce un tracollo, finisce per scomparire nel grande oceano dei mestieranti, finendo dimenticato da quasi chiunque o a dirigere episodi di serie tv.
Il qui presente Shambalà, invece, no: in questo senso, se non altro merita un plauso per la determinazione, perchè nonostante i numerosi affondi di critici o presunti tali, delle lamentele dei fan o degli haters, è sempre andato avanti per la sua strada sbattendosene parecchio, forse perchè dotato di un ego talmente grande da entrare in competizione perfino con quello del mio rivale Cannibal Kid.
Ad ogni modo, divenuto famoso grazie all'ottimo Il sesto senso sul finire degli anni novanta, e colpito in positivo il pubblico e buona parte della critica con i successivi Unbreakable, Signs - che resta l'unico suo titolo a mancarmi in termini di visioni - e soprattutto quello che è stato il vertice della sua carriera, The village, il buon M. Night pareva destinato ad un futuro luminoso.
Peccato che, da quella merdina di Lady in the water in poi, non sia più stato in grado di centrare il bersaglio neppure per sbaglio, sfornando anche schifezze apocalittiche come E venne il giorno o After Earth, due dei film più brutti degli ultimi dieci anni.
Di recente, con il comunque molto criticabile The visit, Shambalà aveva manifestato qualche segno di ripresa che, unito ad alcune recensioni buone di insospettabili bloggers per questo Split ed al successo al botteghino che sta ottenendo, avevano perfino finito per incuriosirmi, quasi potesse esserci un ritorno agli antichi fasti.
Per chi non l'avesse capito, questo ritorno non c'è stato.
Certo, la delusione è mascherata dal sempre funzionale - ma troppo sopra le righe per essere considerato bravo come, di fatto, è stato in altre occasioni, almeno per quanto mi riguarda - James McAvoy, da un paio di scorci delle tette di Anya Taylor-Joy - che i fan horror si ricorderanno per The VVitch -, dai dieci secondi dell'epilogo che alimentano un hype mostruoso per il ritorno di uno dei protagonisti più amati dei film di Shyamalan, ma tutto questo non basta a celare il fatto che Split sia un film inconcludente, che puzza - e non in senso buono - di thriller anni novanta da un miglio di distanza, pesi come un macigno nella durata - considerato che la sera prima con Julez avevamo affrontato come bere un bicchiere d'acqua lo splendido La La Land, che pure ha un minutaggio superiore, e che la visione di Split ci è parsa l'equivalente di una maratona in termini di fatica - e non lasci praticamente nulla allo spettatore, se non l'impressione di aver assistito ad uno spettacolo che funziona poco sia nelle ambizioni "alte" che come intrattenimento puro e semplice.
Certo, gli spunti ci sono, l'idea di considerare le personalità multiple come una sorta di evoluzione del cervello umano è avvincente - nonchè verosimile -, in alcuni passaggi si avverte la tensione ed è interessante scoprire le sfumature delle personalità portate in scena dal protagonista - che, senza dubbio, si apprezza maggiormente in versione originale -, ma l'impressione è che si tratti di un muro di cartongesso, e non di cemento armato, che perfino il più pusillanime tra i bloggers - e tutti sappiamo di chi sto parlando - potrebbe abbattere a suon di calci rotanti.
Senza contare che, giusto per citarne uno, cose come Identità riducono Split ai minimi termini divertendosi pure a sbeffeggiarlo.
La svolta, dunque, che da una decina d'anni aspetto per la carriera assurda di Shambalà anche questa volta ha deciso di non presentarsi all'appello, eppure sarò ancora qui a seguirlo se - e spero quando - deciderà di dare seguito allo spunto in stile Avengers che chiude la pellicola: per quanto mi riguarda, infatti, è stato quello a dare il senso a due ore che, altrimenti, avrei digerito molto, molto meno.





MrFord





venerdì 20 gennaio 2017

Allied - Un'ombra nascosta (Robert Zemeckis, UK/USA, 2016, 124')




Ogni volta che incrocio il cammino con produzioni come Allied rimpiango - e non poco - i tempi del Bullettin, quando mi bastavano quattro o cinque righe per chiudere la recensione.
Devo ammettere, giusto per non apparire prevenuto, che, nel caso dell'ultimo lavoro di Zemeckis, pensavo di restare molto, molto più deluso: in fondo, questo Un'ombra nascosta - consueto ed inutile adattamento italiano - è a conti fatti un film innocuo che non aggiunge nulla alla storia di uno spettatore navigato quanto di uno casuale ed alle prime armi, incapace di fare davvero incazzare, e neppure così terribile da annoiare.
Ma resta il fatto che, perizie tecniche a parte, il pensiero che ha accompagnato la visione dal primo all'ultimo fotogramma è stato uno ed uno soltanto: se qualcuno come Hitchcock avesse avuto la possibilità di lavorare a sceneggiatura e regia, incattivendo il finale e lasciando la sua firma, Allied avrebbe avuto tutte le carte in regola per poter diventare un grande film, complici temi importanti e profondi come l'amore, il matrimonio, il legame con un'altra persona cui affidiamo la vita e dalla quale per molti versi, da esseri umani, dipendiamo pur non conoscendone i segreti più profondi.
A fronte di tutto questo è senza dubbio molto triste il fatto che, per quasi tutta la durata della pellicola, il mio pensiero principale sia stato quello che, per la prima volta - e forse complice un look sempre precisino e poco wild -, mi è parso di notare davvero il fatto che anche Brad Pitt - con Tom Cruise e Johnny Depp una delle icone della mia generazione - stia cominciando davvero ad invecchiare: un'aggravante senza dubbio per quello che dovrebbe essere un titolo profondamente drammatico - seppur non coraggioso fino alla fine, da buon, vecchio film USA - e carico di tensione, che avrebbe il dovere di vivere sul dubbio istillato nello spettatore e non sulle osservazioni legate alla pelle in lento rilascio sul collo del protagonista, sex symbol di almeno un paio di generazioni di spettatrici.
In un certo senso, Allied rappresenta il prototipo del film manifesto di una mancanza di idee e stimoli che induce l'autore di turno a rispolverare l'atmosfera di un grande periodo ormai passato - in questo caso, l'epoca d'oro degli Studios - fallendo nel suo intendo proprio a causa delle basi poco solide del progetto: niente di particolarmente brutto, quanto più che altro qualcosa di ininfluente ed a suo modo molto noioso.
E purtroppo, non parlo di noia in termini di rottura di coglioni di vario livello, quanto di incapacità di sorprendere davvero, portando in scena un prodotto che pare un manichino senza vita, un pò come la protagonista femminile, una Marion Cotillard per la quale appaiono lontanissimi i tempi di Un sapore di ruggine ed ossa ed essersi adagiata su una bellezza che, conviene cominci ad abituarsi, il Tempo - e già si comincia a notare - non lascerà intatta.
In un certo senso, l'unica speranza di godere davvero del risultato di produzioni come questa, è di non aver masticato nulla di Cinema, in modo da rimanere sul filo nell'attesa di scoprire la risoluzione della trama ed immaginare cosa accadrebbe se qualcuno vi dicesse che la vostra amata - o amato - è una spia che dovete, in caso di conferma del sospetto, giustiziare: nel mio caso, ho immaginato un finale ben peggiore di quello che Zemeckis ha portato sullo schermo.
E che, ai miei occhi, non è parso neppure il difetto più grande di un film senza vizi di forma ma privo di qualsiasi idea.




MrFord






mercoledì 18 gennaio 2017

Il GGG - Il grande gigante gentile (Steven Spielberg, USA/India, 2016, 117')




Voglio sia chiaro a tutti che, come molti della mia generazione, voglio un bene sconfinato a Steven Spielberg: grazie a lui e ad alcuni film come E.T., Indiana Jones, Incontri ravvicinati del terzo tipo ma anche Duel, Lo squalo, L'impero del sole ho avuto le prime esperienze sulla pelle della meraviglia del Cinema, consolidate, nonostante qualche scivolone, in tempi più recenti con Schindler's List, Munich o Prova a prendermi.
Ad oggi, posso contare davvero sulle dita di una mano le opere del regista che ancora non ho affrontato da spettatore.
Eppure, con il Nuovo Millennio, qualcosa tra me ed il vecchio Steven si è rotto: La guerra dei mondi, War Horse e Lincoln, nello specifico, hanno messo così a dura prova la pazienza da farmi dubitare di molto di quel bene, e soltanto il recente e più che discreto Il ponte delle spie aveva riacceso la speranza.
Ma evidentemente anche Spielberg non deve volermi troppo bene, perchè con questo Il GGG ce l'ha messa davvero tutta per farsi detestare come nei momenti peggiori delle tre rotture di coglioni quantomeno di ottavo livello - per dirla come Rocco Schiavone - citate poco sopra: a prescindere, infatti, dall'aspetto tecnico - come sempre curatissimo e lavorato ad uso e consumo dell'hd e del 3D neanche fossimo in un parco tematico da Universal Studios -, e dal romanzo per ragazzi che l'ha ispirato - e che, occorre ammetterlo, non ho mai particolarmente amato -, Il grande gigante gentile è la favoletta per bambini buonista e noiosa per eccellenza, una sorta di Hugo Cabret - altro titolo che avevo detestato con tutte le mie forze - all'ennesima potenza, resa ancora più insopportabile da una piccola protagonista saccente e fastidiosa - ed io adoro i bambini - ed un modo di parlare dei giganti - ma questa, va detto, non è certo colpa del regista - assolutamente insopportabile ed adattato neanche tutti gli spettatori fossero un pò indietro di cottura, per dirla in termini metaforici ed edulcorati.
In buona sostanza, Il GGG ha tutte le carte in regola per essere il tipico film da sabato pomeriggio su Italia Uno, di quelli che perfino i piccoli - ormai tutti troppo svegli ed esposti a molte delle visioni non solo degli adulti, ma anche più adulte dei film d'animazione di nuova generazione - snobbano vinti dalla noia dopo qualche minuto, figurarsi dopo un paio d'ore.
Non basta, dunque, la sola perizia tecnica o meraviglia di effetti - la sequenza della caccia ai sogni è sicuramente una gran cosa, visivamente parlando -, se le stesse mascherano semplicemente carenza di idee e coinvolgimento: in questo senso Spielberg dovrebbe imparare da se stesso, quando con Hook riuscì nell'impresa certo non facile - seppur confezionando un prodotto imperfetto - di unire la magia della favola con l'epicità del titolo ad ampio respiro, portando gli spettatori adulti a riscoprirsi bambini ed i bambini a sentirsi un pò più "grandi".
Nel caso del GGG, tutto pare, semplicemente, una presa per il culo.
Adulti o bambini, conta poco.
E sinceramente, dopo aver amato incondizionatamente Swiss Army Man, ho vissuto la sequenza dedicata alle scoregge verdi degna della volgarità del peggior Cinepanettone.
E del peggior Cinema.
Cinema di cui, tristemente, Il GGG fa senza dubbio parte.




MrFord



martedì 17 gennaio 2017

Assassin's Creed (Justin Kurzel, UK/USA/Francia/Hong Kong, 2016, 115')




I videogiochi, fin dai tempi della mia infanzia, del Commodore 64, il Sega Master System e dunque Mega Drive, sono sempre stati parte della componente ludica e d'intrattenimento delle giornate in casa Ford giungendo fino alla Playstation 4 attuale, che se non fosse per gli impegni con i Fordini utilizzerei molto più spesso che non per i ritagli di serate quando, con tutti a letto, libero la mente grazie a sequele quasi infinite di partite a PES, e negli ultimi anni alcune produzioni - si vedano Last of us, Red dead redemption o le saghe di Uncharted e Dead space - hanno raggiunto livelli tali da scomodare addirittura paragoni con il Cinema.
Peccato che - vedasi l'orrido Warcraft - le trasposizioni su grande schermo di videogames di successo siano state nella loro quasi totalità fallimentari: non è da meno questo Assassin's creed, firmato ed interpretato dallo stesso trio che lo scorso anno in questo periodo consegnò al pubblico l'ottimo Macbeth - Justin Kurzel, Michael Fassbender, Marion Cotillard -.
Se, infatti, la pellicola tratta da Shakespeare spingeva l'acceleratore su interpretazioni pazzesche ed un'autorialità al confine con il rischio - in molti lo trovarono soporifero, senza dubbio si trattava di un lavoro ostico -, questa pare invece la tipica marchetta da portafoglio gonfio di regista ed attori, inutile ed assolutamente incapace di provocare qualsiasi emozione e portata qualche centimetro sopra l'abisso soltanto dall'indubbio talento del cineasta australiano, che dimostra, con una manciata di inquadrature e le dinamiche sequenze d'azione quantomeno di conoscere il suo mestiere.
Troppo poco, però, per quello che avrebbe dovuto - o voluto? - ambire a diventare un blockbuster e rivelatosi un buco nell'acqua fatto e finito, che si tratti di critica - è stato massacrato in lungo e in largo - o botteghino - al momento, la parola più ricorrente è flop, e neppure leggero -, una raccolta di sequenze adrenaliniche messe in fila una dopo l'altra in bilico tra presente di narrazione e passato - come fu per il primo capitolo del franchise videoludico, che, lo ammetto, non è riuscito mai a conquistarmi - all'interno della quale perfino gli attori più consumati paiono pesci fuor d'acqua pronti a recitare un copione che dice poco o nulla e del quale non pare capirsi tanto di più, da una parte o dall'altra della macchina da presa.
Un'operazione commerciale di quelle in grado di far incazzare oltre misura la critica più snob, e che finiscono per gettare ombre anche sui popcorn movies d'intrattenimento becero che, al contrario, fanno del pane e salame un vero e proprio vanto: peccato per Kurzel - che probabilmente ha deciso di accettare questo lavoro, oltre che per il compenso, proprio per poter completare il già citato Macbeth - così come per Fassbender e la Cotillard, che da queste parti sono sempre molto ben visti e, come il resto di cast e crew, sprofondano senza colpo ferire insieme alla pellicola, il primo impegnato solo a mostrare il suo stato di forma, la seconda a sfoderare una verve da "è il lunedì mattina del peggior lunedì dell'anno, ho il ciclo e poca voglia".
Non penso che, in fin dei conti, loro saranno così affranti - soprattutto osservando l'estratto conto -, ma spero che, la prossima volta, prima di imbarcarsi in un'operazione di questo tipo, valutino bene la credibilità che potrebbero perdere agli occhi dei fan ed ancor più dei detrattori accaniti: personalmente, comunque, io voglio crederci ancora.
Senza incappare, almeno spero, magari in un sequel, nelle gesta di questi misteriosi assassini incappucciati.
In quel caso, sarebbe davvero troppo anche per un cinefilo di bocca buona come il sottoscritto.




MrFord




venerdì 23 dicembre 2016

Ford Awards 2016: del peggio del nostro peggio






La seconda giornata ufficiale dedicata ai Ford Awards passa attraverso una delle classifiche più combattute dei premi, quella dedicata ai dieci titoli peggiori usciti in sala nel corso dell'anno.
Quest'anno si sono dati battaglia prodotti d'autore risultati assolutamente inguardabili e deludenti e schifezze atomiche mainstream degne di essere estromesse dalle sale: una lotta all'ultimo fotogramma che mi ha visto combattuto fino alla fine.
Chi l'avrà spuntata?




N°10: THE VATICAN TAPES di MARK NEVELDINE

 

Quando è stato il momento di redigere la classifica dedicata al peggio dell'anno, il terribile lavoro del pur interessante e tamarrissimo Mark Neveldine è stato fin da subito tra i nomi prescelti per la decina del non ritorno: a rendere meno pesante la sua presenza e, dunque, propiziare la decima posizione, il fatto che, a prescindere dal valore, non ricordi assolutamente nulla della visione.
Il che, a volte, è un gran bene.

N°9: LIGHTS OUT - TERRORE NEL BUIO di DAVID F. SANDBERG

 

Preceduto da un corto dal grande effetto fenomeno di Youtube, Lights out rappresenta il tipico horror privo di logica e totalmente inutile che ad un vecchio fan del genere come il sottoscritto finisce per far incazzare non poco.
A parte il minutaggio user friendly, una pellicola inutile ed inesorabilmente brutta, che si guadagna il titolo di peggior film "di paura" dell'anno: l'unica cosa che può vantare, è di trovarsi alle spalle di produzioni che, per un motivo o per un altro, hanno finito per farmi decisamente più cagare.

N°8: TROLLS di WALT DOHRN e MIKE MITCHELL

 

Bambinata buonista, colorata e caramellosa della peggior specie, tipico esempio di produzione Dreamworks che si esaurisce con il trailer, colonna sonora inflazionatissima ed un plot che, a prescindere dai protagonisti, è già visto e rivisto.
L'animazione, a conti fatti, che da queste parti, visto l'amore per Pixar e Studio Ghibli, non ci si augura mai e poi mai di affrontare, anche quando si tratta del blockbuster per tutta la famiglia.
Pessimo.

N°7: POINT BREAK di ERICSON CORE


Basterebbe pensare all'originale che ha ispirato questo abominevole remake, per dire tutto.
Ma purtroppo, la visione finisce per essere addirittura più agghiacciante del previsto.
Se, malauguratamente per lei, la Bigelow - autrice del supercult con Keanu Reeves e Patrick Swayze - dovesse incrociarne il cammino, finirebbe per desiderare di essere morta per rivoltarsi nella tomba.


N°6: ZOOLANDER 2 di BEN STILLER

 

Ho sempre voluto un gran bene al primo, mitico Zoolander.
Peccato che questo sequel fosse assolutamente inutile.
Stiller, forse attratto da un portafoglio più gonfio, porta infatti in scena uno spettacolo triste e volgare, che ribattezzai ai tempi del post il Mortdecai di questa stagione.
Fatta eccezione per le geniali apparizioni di Sting e Kiefer Sutherland, un ritorno completamente da buttare.


N°5: KNIGHT OF CUPS di TERRENCE MALICK

 

L'ex grande guru del sottoscritto per quanto riguarda il Cinema americano Terrence Malick aveva già dato segni di cedimento con The tree of life, che qualche anno fa vinse questo Ford Award sbaragliando ogni concorrenza.
Vennero poi To the wonder e dunque Knight of cups, fratellini minori di quel primo, assurdo, inconcepibile delirio di onnipotenza. E' dunque normale che si vada ad occupare una posizione meno alta in classifica.


N°4: THE NEON DEMON di NICOLAS WINDING REFN

 

Refn è sempre stato uno dei favoriti del Saloon dai tempi della mitica trilogia di Pusher.
Anche a fronte delle critiche, ho sempre difeso, infatti, il cineasta danese, una delle certezze del panorama mondiale che si parlasse di tecnica o di potenza.
Con quest'ultimo The neon demon, purtroppo, il buon Nicolas pare essersi perso negli stessi meandri di autoreferenzialità di Malick, finendo per sfornare una specie di pallida, orrenda imitazione - per quanto esteticamente bella - di Lynch.
Una tortura. Specie considerato che vidi questo film lo stesso giorno di Knight of cups.


N°3: WARCRAFT di DUNCAN JONES
 


L'ex bambino prodigio Duncan Jones - che anni fa stupì con il bellissimo Moon -, ostacolato da una produzione soffocante, confeziona uno dei blockbuster più brutti che abbia mai visto, ispirandosi ad un noto videogioco e cercando di portare in sala tutti i nerd orfani de Il signore degli anelli pronti a passare le loro nottate in campagne online nel tentativo di sostituire i vecchi, cari, giochi di ruolo.
Una vera merda galattica che ho faticato, malgrado la sua natura totalmente ludica, a terminare.


N°2: NOW YOU SEE ME 2 di JON M. CHU

 

Ai tempi della sua uscita, ero stato uno degli strenui difensori di Now you see me, che in casa Ford ci godemmo davvero parecchio nonostante le molte critiche estremamente negative.
Questo sequel è talmente brutto da avermi fatto rivalutare in peggio perfino il primo film.


N°1: BAD MOMS - MAMME MOLTO CATTIVE di JON LUCAS e SCOTT MOORE

 

Volgare, priva di idee, sessista.
Quella che, sulla carta, sarebbe dovuta diventare una delle commedie dell'anno, si è rivelata la visione indiscutibilmente peggiore dell'anno.
Dipendesse da me, roba come questa non verrebbe neanche distribuita.



 I PREMI

Peggior regista: Jon Lucas e Scott Moore per Bad Moms
Peggior attore: Jesse Eisenberg per Now you see me 2
Peggior attrice: Lizzy Caplan per Now you see me 2
Premio "parrucchino di Nicholas Cage" per il personaggio trash: Zoolander per Zoolander 2
Effetti "discount": Warcraft
Premio "dolcetto o scherzetto" per il costume più agghiacciante: i tattoos finti dei protagonisti di Point Break
Stile de paura: Terrence Malick per Knight of cups
Premio "veline": tutte le mamme di Bad moms
Peggior scena d'amore: uno qualsiasi dei pipponi di Knight of cups
Premio "pizza, spaghetti e mandolino": le sequenze girate in Italia di Zoolander 2



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