Prosegue, nonostante la marcia di avvicinamento agli Oscar, uno dei periodi di entusiasmo più bassi di questo vecchio cowboy per il grande e piccolo schermo, fatta eccezione per le revisioni - la consueta maratona dei Rocky è stata una bomba - ed i sabati sera Cinema con i Fordini, complice l'assenza effettiva di titoli in grado di solleticare quello che, fino a qualche anno fa, era dato per scontato.
Nell'attesa che questo momento di transizione mi riveli cosa sarà del mio futuro, il Bulletin continua la sua strada, pur con pochi titoli tra le cartucce.
MrFord
LE RAGAZZE DI WALL STREET (Lorene Scafaria, USA, 2019, 110')
Tratto da una storia vera, Hustlers - decisamente meglio del terribile titolo italiano - rappresenta, per certi versi, la visione di un certo mondo apparentemente dorato da un punto di vista femminile e femminista in barba alle convinzioni - errate - che lo stesso sia in mano agli uomini, una sorta di rivelazione sulla realtà effettiva che gli stessi uomini rifiutano di ammettere per ego o limitazioni di testa.
Giunto sugli schermi del Saloon spinto da ottime recensioni e tiepidino almeno per una buona metà, trova nella seconda parte la sua reale dimensione, ed uno spessore che non ha davvero nulla da invidiare a produzioni come Molly's Game o Tonya che nel passato recente hanno mostrato più palle di tante altre ad esclusivo focus maschile.
Una buona sorpresa, dunque, ed un prodotto che, seppur non clamoroso per inventiva o evoluzione, porta a casa il risultato solido e diretto come solo una donna cazzuta può essere.
LEGEND (Ridley Scott, USA, 1985, 94')
Scelto dal Fordino per la più recente serata Cinema, Legend torna sugli schermi del Saloon per la prima volta dopo almeno dieci anni, confermandosi uno dei cult anni ottanta meno amati dal sottoscritto: nonostante lo splendido trucco di Tim Curry - che dimostra e dimostrava di essere un vero fuoriclasse del travestimento -, la presenza di Tom Cruise e l'ambientazione fantasy, il lavoro di Scott risulta posticcio e noioso, chiaro risultato di problemi in fase di produzione e troppo serioso.
Un'ora e mezza che ha il sapore delle tre, incapace di avvincere grandi e piccini se non per il contributo del Signore delle Tenebre già citato, e che ha rappresentato il primo revival tra quelli che ho vissuto con i piccoli di casa Ford in grado di mettermi in difficoltà da divano.
Almeno, l'abbiamo archiviato. Con buona pace del Tommasone, che avrà modo di riscattarsi nei prossimi anni anche agli occhi dei più piccoli del Saloon.
La trama (con parole mie): Brad e Janet, reduci da un matrimonio, decidono di dare finalmente libero sfogo ai loro sentimenti e di sposarsi a loro volta. Quando, però, sulla strada del ritorno a casa, un violento temporale li costringe a chiedere aiuto agli occupanti di un castello visto in lontananza, le loro vite cambiano. Quella cui si trovano a bussare è infatti la dimora di Frank 'N Further, venuto dal lontano pianeta Transylvania per portare l'assoluta libertà nel sesso e nei costumi sulla Terra, dedito ad esperimenti e feste decisamente lontani dagli standard dei futuri sposini.
Accompagnati da personaggi inquietanti e grotteschi come Riff Raff, i due giovani finiranno prede del vortice di libidine orchestrato dallo stesso Frank, in attesa di rivelare quella che dovrebbe essere la sua più grande creazione - Rocky - senza sapere che l'intervento dell'ingestibile Eddie e le macchinazioni di alcuni suoi conterranei potrebbero mescolare completamente le carte in tavola.
La mia prima volta come spettatore del Rocky Horror Picture Show fu la migliore che si potrebbe chiedere ad un cult assoluto ed indimenticabile come il musical firmato da Richard O'Brien divenuto negli anni un fenomeno di massa planetario con schiere di fan incalliti di Frank 'N Further e soci: ero all'inizio dell'ultimo anno delle superiori, ed una sera fui portato da un gruppo di amici già appassionati al Cinema Mexico di Milano, locale storico che, da trent'anni, propone ogni settimana la versione cinematografica delle disavventure di Brad e Janet parallelamente ad una live con attori e partecipazione attiva - molto, molto attiva - del pubblico.
Per quanto, senza dubbio, il Ford di allora finì per divertirsi e lasciarsi andare in misura molto minore di quanto non farebbe il Ford attuale, quell'esperienza fu una delle più incredibili che la settima arte ed il potere che la stessa genera sarebbe stata in grado di farmi provare sulla pelle - in molti sensi -: e senza dubbio contribuirono alla creazione di questo ricordo gli amici che erano con me, l'atmosfera splendida del Mexico, il riso lanciato, l'acqua e i balli scatenati.
Ma nulla sarebbe stato lo stesso, senza il Rocky Horror.
Per quanto abbia amato, nel corso della mia successiva carriera di spettatore, musical meravigliosi come West Side Story - forse il mio preferito di sempre -, Cats o Hedwig, nessuno nel mio cuore avrà infatti mai la considerazione, l'amore e la capacità di farmi godere più della strampalata, caotica, travestita, ribollente, creatura di Jim Sharman, un affresco tra i più divertenti, sexy ed allo stesso tempo clamorosamente impacciati e grotteschi di sempre condito da una colonna sonora ed una selezione musicale praticamente perfette: eppure, nonostante gli innumerevoli pregi di questo affresco decisamente sopra le righe, niente potrebbe prendersi il merito della sua affermazione quanto la clamorosa galleria del cast of charachters, dall'indimenticabile Frank 'N Further, paladino della libertà di esprimere se stessi e del sesso sfrenato fino all'irrefrenabile Eddie, passando da Riff Raff e Magenta fino ai già citati quanto improbabili Brad e Janet.
Un gruppo variegato ed indimenticabile, in grado di fornire al pubblico tutte le differenze e diverse più o meno umanità in modo da stabilire da subito un contatto molto stretto - quasi quasi carnale - con i propri preferiti, sfruttando un meccanismo che, anni dopo, avrebbe reso così importante un lavoro come Lost, imitato alle feste e da una parte e dall'altra dello schermo praticamente fin dai primi giorni della sua uscita nelle sale: avremo dunque chi si immedesimerà in Brad e Janet, progressivamente conquistati e, chissà, per una certa morale, "corrotti", chi si crogiolerà nei panni dell'incontenibile Frank - che, considerati i Gallagher, pare fare del suo nome una sorta di garanzia -, chi si godrà semplicemente Magenta, altri che perderanno il sonno nel tentativo di spiegare il curioso e mellifluo Riff Raff, e ci sarà chi verrà travolto dall'istinto puro come Eddie o, semplicemente, finirà per chiedersi stranito cosa sta accadendo accanto a lui come Rocky.
Ed è profondamente giusto così.
Il Rocky Horror è infatti uno dei più importanti inni alla diversità positiva del Cinema, e se fosse possibile, sarebbe bello che ognuno di noi lo leggesse - o rileggesse - in maniera nuova e sorprendente, diametralmente opposta a tutte le altre: non che questo voglia necessariamente significare essere eccentrici o sopra le righe a tutti i costi, quanto un appello a chiunque ha tenuto tra le mutande ed in tutte le sue zone erogene la carica giusta per sorprendere la vita almeno quanto la stessa sorprese anche me al Cinema Mexico ormai quasi vent'anni fa.
Liberatevi di tutto, dal raziocinio al buon senso, e tuffatevi.
Sarà una delle prime volte più goduriose che possiate immaginare.
Che siate dalla parte di chi la sperimenta, o da quella di chi la insegna.
MrFord
"Don't get strung out
by the way I look
don't judge a book by its cover
I'm not much of a man
by the light of day
but by night I'm one hell of a lover
I'm just a sweet transvestite
from Transexual, Transylvania."
La trama (con parole mie): Angelo "Snaps" Provolone è un gangster di spicco divenuto uno dei boss incontrastati dei primi anni trenta, rispettato, ricco e temuto.
Quando incontra il vecchio padre sul letto di morte, quest'ultimo gli impone di promettere solennemente sulla sua memoria di ravvedersi, e così Angelo, da buon uomo all'antica, ripulisce i suoi modi e le attività, e pianifica di diventare socio di un'importante banca.
Il giorno dell'appuntamento con i suoi nuovi partners d'affari, però, Provolone scopre non solo di essere stato derubato dal suo giovane contabile, ma che quest'ultimo è pronto a chiedere la mano di sua figlia Teresa: peccato che lui non abbia una figlia di nome Teresa, e che la vera erede, Lisa, sia pronta a raccontare di essere rimasta incinta in modo da vendicarsi del padre che continua a tenerla rinchiusa in attesa di un matrimonio di comodo e che ha causato la fine della sua storia con l'autista Oscar.
Ma i guai della nuova vita "pulita" dell'ex "Snaps" sono appena cominciati: arrivare alla fine della giornata sarà più duro che ritagliarsi un posto nella mala a suon di colpi di pistola.
Questo post rappresenta la prima parte delle celebrazioni per il Sylvester Stallone Day, tramutato per l'occasione in Sylvester Stallone Weekend, alla facciazza di tutti quei radical chic che gli hanno preferito Kevin Spacey. Un ringraziamento speciale a Julez per il fantastico mosaico celebrativo.
Tutti gli avventori che si rispettano del Saloon sanno benissimo del culto che il sottoscritto continua ad alimentare rispetto ad una delle figure cardine della sua infanzia di appassionato cinefilo: parlo ovviamente di Sylvester Stallone, figura di spicco dell'action anni ottanta e non solo, icona della settima arte e del suo lato più fracassone e possessore del labbro più incredibile di Hollywood.
Nonostante il suddetto culto, alla mia lista personale di visioni mancava ancora Oscar, pellicola dei primi anni novanta firmata da un altro mito indiscusso, il John Landis di Blues Brothers e Una poltrona per due, capisaldi indiscutibili di ogni percorso di formazione che si rispetti.
Fortunatamente, il sessantasettesimo compleanno dello Stallone italiano - stessa età di mio padre, tra le altre cose - ha fornito l'occasione giusta per rimediare: perchè Oscar è uno spasso assoluto e totale, un divertentissimo divertissement all'interno del quale si fondono la commedia sguaiata e quella degli equivoci, la grana grossa e lo humour nero, la risata senza ritegno ed il ghigno sornione di chi la sa lunga.
In poche parole, il suo regista ed il protagonista.
Landis, che nel corso della sua carriera è sempre riuscito a regalare al pubblico un tocco pungente e molto più raffinato di quanto non possa apparire, tira fuori il meglio di Sly cucendogli addosso un personaggio che pare la sua trasposizione, gangster costretto a ravvedersi a seguito di una promessa fatta al padre sul letto di morte che pare un pesce fuor d'acqua almeno quanto uno abituato a menare le mani e scansare le esplosioni all'interno di un titolo che pare quasi un'escursione nell'autorialità nello stile del Woody Allen di Pallottole su Broadway o di frizzanti opere come L'importanza di chiamarsi Ernest.
La sequela di equivoci che mettono spalle al muro l'ormai ex gangster Angelo Provolone, infatti, è figlia della migliore tradizione del retaggio teatrale a partire dai titoli di testa - bellissimi, tra l'altro - sulle note di Rossini e del suo Il barbiere di Siviglia, come una danza senza requie tra figlie legittime e non, contabili con il vizio del furto, sicari tramutati in maggiordomi e borse che entrano ed escono da una villa che diviene palcoscenico quasi unico della vicenda nonchè motore dello stesso Snaps, intento a correre da un piano all'altro in modo da venire a capo di una matassa che pare più difficile da sbrogliare delle sue peggiori avventure da uomo della strada.
Benchè non si tratti d'altro se non di un susseguirsi di scambi di persona, di oggetti e battute apparentemente semplici, Oscar funziona a meraviglia, intrattiene e diverte grazie ad una squadra di attori tutti perfettamente in parte, una messa in scena da grandi studios dell'epoca d'oro ed un ritmo vertiginoso, reso ancor più funzionale da piccoli tormentoni già cult in casa Ford come lo schioccare delle dita di Provolone - e della figlia - ed i vezzi degli sgherri del boss, su tutti il patito di armi nonchè romantico sognatore Chazz Palminteri, perfetto nel ruolo del guardaspalle tutto muscoli e niente cervello.
Una sarabanda di situazioni, risate ed incastri che mi ha divertito dal primo all'ultimo minuto, e che nonostante una fama che non fa onore al lavoro di Landis e di Sly è stata per il sottoscritto una vera goduria che già non vedo l'ora di rivedere, perfetta per rivalutare il Rocky di noi tutti ed il suo ruolo cardine nella settima arte americana.
Almeno quella che, in barba a qualsiasi promessa, finisce sempre per preferire i muscoli alle buone maniere.
MrFord
"Tutti mi chiedono, tutti mi vogliono,
donne, ragazzi, vecchi, fanciulle:
qua la parrucca... Presto la barba...
Qua la sanguigna...
Presto il biglietto...
Tutti mi chiedono, tutti mi vogliono!
Qua la parrucca, presto la barba,
presto il biglietto, ehi!"
La trama (con parole mie): nel 1960 una piccola cittadina del Maine è sconvolta da una serie di sparizioni ed omicidi che vedono vittime solo ed esclusivamente bambini, e sprofonda nel terrore di un mostro cui non si riesce ad associare un volto. Un gruppo male assortito di giovanissimi losers, strettisi attorno alle reciproche sfortune, intuisce che dietro le tragedie che affliggono Derry - questo il nome della località - ci sia ben più dell'operato di un serial killer: infatti, celato dietro la maschera del clown Pennywise, si aggira per le loro strade il terrificante It, essere dall'età indefinita presente da secoli in quei territori e di norma abituato a ritorni giunti dopo un letargo di trent'anni. Il primo confronto tra Pennywise ed i ragazzini termina con l'apparente sconfitta del primo, che scompare senza lasciare traccia almeno fino al 1990, per l'appunto, a trent'anni di distanza dagli eventi dell'estate che vide nascere "La banda dei perdenti": così l'unico dei suoi membri ad essere rimasto a Derry - e non aver avuto successo, fama e denaro - chiama a raccolta i vecchi compagni in modo che possa essere mantenuta la promessa fatta ai tempi di uccidere It.
Come ormai ben sanno tutti i frequentatori di prima ora del Saloon, una parte importante dei miei recuperi cinematografici è legata all'amarcord di quella che è stata la mia prima formazione come spettatore, avvenuta a cavallo della seconda metà degli anni ottanta ed i primi anni novanta, e passata attraverso un bombardamento di action movies ormai mitici ed una serie quasi infinita di horror, che soprattutto d'estate, ai tempi in cui io e mio fratello ci ritrovavamo a casa entrambi, diventava il modo migliore per occupare le mattine in attesa dei pomeriggi passati al parco a giocare a pallone o a cominciare a sentire i primi richiami ormonali: in questo senso, un contributo fondamentale veniva, in un'epoca in cui internet, lo streaming e lo scarico erano praticamente fantascienza, da Paolo, personaggio leggendario da queste parti nonchè ai tempi proprietario con la sua famiglia di una videoteca a due passi dall'allora casa Ford, sempre pronto a consigliare i titoli più tamarri o "spaventosi" che poteva avere a disposizione al sottoscritto nelle assolate mattine delle prime settimane dopo la fine della scuola: uno dei riferimenti in quegli anni, visto per la prima volta a casa di amici e poi passato non so quante centinaia di altre sul nostro videoregistratore, fu It, tratto da un romanzo di dimensioni mastodontiche di Stephen King - che anni dopo iniziai a leggere senza mai terminarlo - divenuto da subito un nostro supercult.
Complice del successo di questo prodotto clamorosamente - anche per quanto riguarda la qualità - televisivo, fu senza dubbio il charachter del "mostro", interpretato da uno scatenato Tim Curry - che anni dopo avrei imparato ad ammirare nel Rocky Horror Picture Show -, perfetto nel prestare un malefico ghigno a Pennywise, senza contare l'atmosfera - soprattutto nella prima parte -, che ricordava avventure strepitose come quelle de I Goonies o Stand by me, anche in questo caso portate a compimento da un gruppo di outsiders clamorosi che non potevano che suscitare, ai tempi come oggi, la simpatia fordiana: e nonostante l'indole da aspirante scrittore mi suggerisse l'identificazione con il protagonista Bill - il cui fratellino Georgie finisce per essere tra le prime vittime di Pennywise in una delle sequenze più spaventose della pellicola -, ricordo di aver avuto fin da subito una certa predilezione per "Cannone" Ben, interpretato nella sua versione adulta dal compianto John Ritter nonchè, sempre nella parte ambientata all'inizio degli anni novanta, dedito ad una certa inclinazione per alcool e donne - evidentemente anche allora intuivo quali sarebbero state le mie debolezze da "adulto" -.
In realtà, e nonostante i limiti che ora mostra rispetto al tempo e alla resa, il lavoro di Wallace risulta ancora legato ai sentimenti del sottoscritto e di una generazione che lo visse praticamente sulla pelle, sentendo i brividi ad ogni tentativo di Pennywise di sfruttare le paure dei suoi avversari - da giovani e da adulti - ed un moto di orgogliosa partecipazione ad ogni impresa della Banda dei perdenti, i cui membri - perfino i meno interessanti come Stan o Eddie - risultano caratterizzati benissimo, oltre che a tratti irresistibili - su tutti Ritchie, vero e proprio motore comico del gruppo -.
Peccato, al contrario, per il netto calo presente nella seconda parte della storia e la rivelazione conclusiva della vera natura di It - decisamente deludente nella sua realizzazione -, nonchè del pessimo faccia a faccia finale tra gli ex ragazzini ed il loro persecutore: la differenza, infatti, in termini di atmosfera e di resa con la prima metà è notevole, e l'impressione è che l'intera operazione abbia perduto mordente strada facendo per lasciare spazio alla parte più consolatoria e positiva della storia - come il finale romantico -.
Il ricordo, comunque, di quelle estati e delle apparizioni di Pennywise - splendida quella attraverso l'album fotografico -, della cena al ristorante cinese dei vecchi membri della Banda dei perdenti trent'anni dopo e del destino di ognuno di loro permetteranno a It di conservare sempre un posto d'onore nell'amarcord del Saloon e del sottoscritto, che è già pronto a condividere con il Fordino appena sarà il momento, quasi si trattasse di un vero e proprio passaggio di testimone, e con il rassicurante monito che, se mai un giorno un Pennywise qualsiasi dovesse avvicinarsi a lui con intenti horrorifici, allora dovrà considerare di fare i conti con un mostro ben peggiore: quello delle bottiglie pronte a sfracellarsi sulla sua testa. MrFord "I'll be your clown behind the glass go 'head and laugh cause it's funny I would too if I saw me I'll be your clown on your favourite channel my life's a circus circus round in circles I'm selling out tonight." Emeli Sandè - "Clown" -