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lunedì 18 novembre 2019

White Russian's Bulletin



Nuova settimana per il Bullettin e, pur a fronte di un numero non altissimo di visioni, settimana di ottimi passaggi, che si tratti di piccolo o grande schermo, di novità o di recuperi legati ai sabati sera "Cinema" con i Fordini. Fosse sempre così, ci sarebbe da mettere la firma.
Perchè quando una serie, o un film, ti incolla allo schermo o finisce per essere presente per ore - o giorni - una volta terminata la visione nella testa e nel cuore, significa che il senso di essere qui ad amare la settima arte - all'interno della quale vanno ormai inserite anche le serie - trova il suo compimento.


MrFord



BILLIONS - STAGIONE 4 (Showtime, USA, 2019)

Billions Poster


Nel panorama delle serie televisive, anche tra i titoli che più ho amato negli anni, sono pochi quelli che sono riusciti a mantenere il loro standard qualitativo praticamente immutato stagione dopo stagione, risultando intriganti anche quando l'effetto novità si era affievolito. 
Fatta eccezione per il miracoloso Breaking Bad - a oggi, l'unico ad aver addirittura incrementato lo standard già elevato dalla prima alla quinta stagione -, si contano sulle dita di una mano le produzioni in grado di tenere botta: una di queste, ed una delle più solide degli ultimi anni, è senza dubbio Billions, shakespeariana storia della rivalità tra il procuratore Chuck Rhoades ed il miliardario e genio della finanza Bobby Axelrod portata sulle spalle, tra le altre cose, dalle ottime interpretazioni dei suoi protagonisti.
Giunta al quarto giro di boa, Billions mostra l'ennesima evoluzione del rapporto di questi due antagonisti, dapprima uniti per sconfiggere i rispettivi nuovi nemici e dunque, inesorabilmente, di nuovo dai due lati opposti di una barricata che, ormai, pare esistere più che altro nelle loro anime.
Un prodotto intenso, adulto, realizzato alla grande - dalla scrittura alla fotografia passando per una colonna sonora sempre pazzesca -, che tiene incollati dal primo all'ultimo episodio.
Ed alimenta l'hype per la stagione cinque neanche si fosse agenti di cambio in attesa dell'apertura dei mercati.




PARASITE (Bong Joon Ho, Corea del Sud, 2019, 132')

Parasite Poster

Sarebbe quasi superfluo andare ad analizzare l'etimologia del termine parassita. E, forse, anche riduttivo. Forse anche perchè, a conti fatti, noi esseri umani potremmo essere considerati i più grandi parassiti del pianeta in cui viviamo, essendo quelli che, almeno sulla carta, hanno più coscienza delle proprie capacità, dei difetti e delle zone d'ombra dove si nasconde tutto quello che non possiamo o non vogliamo che venga alla luce.
Bong Joon Ho, tornato in patria dopo le due produzioni internazionali che, almeno per quanto mi riguarda, avevano ridimensionato l'entusiasmo nei confronti del suo Cinema, dimostra che forse le stesse non fanno troppo bene ai cineasti di valore, e consegna al pubblico una delle chicche più toste dell'anno, un film che è giusto vivere più che raccontare, che sorprende, sconvolge, coinvolge, unisce l'eleganza dell'autorialità, una scrittura chirurgica, una recitazione di spessore, sequenze da antologia ed un finale che racconta tutta la poesia dell'imperfezione umana.
E in mezzo, come in un piatto dagli equilibri perfetti, troviamo la commedia nera, le risate, la critica sociale - Jordan Peele ed il suo Noi dovrebbero prendere più di qualche lezione da questo lavoro -, la violenza, il thriller, l'erotismo, l'orrore: in campo ci sono gli estremi, ma è nelle loro sfumature che si trova tutta la potenza di questo film clamoroso vincitore dell'ultimo Festival di Cannes.
Del resto, il bello dell'essere umani - e parassiti - sta proprio nell'intensità di quelle sfumature, che come all'interno di una famiglia, permettono di vivere intensamente sia con uno che con dieci: Mannarino in Maddalena canta "Lascia stare Giuda e guarda altrove, ecco, guarda la mia scollatura; e io mi guarderò dalla tua invidia, perchè Dio non gode come una creatura".
Parasite parla di creature. E di sfumature. E lo fa con cervello e cuore tutti umani.




LA STORIA FANTASTICA (Rob Reiner, USA, 1987, 98')

La storia fantastica Poster


Proseguono i sabati sera Cinema con i Fordini, e con loro il recupero dei titoli che hanno costruito una parte della mia infanzia e gran parte del mio amore per la settima arte: a questo giro è toccato a La storia fantastica, che l'anno scorso avevo rispolverato nel corso di un pomeriggio da solo con la Fordina - che ricordava ancora Andre The Giant e i roditori taglie forti della Palude del fuoco - e che anche il Fordino aveva richiesto dopo il successo della visione de La storia infinita.
E se non è stata ancora colta la portata di alcune frasi supercult come "ai tuoi ordini" di Westley o il famoso monologo di Inigo Montoya, lo spirito del lavoro di Rob Reiner è stato colto in pieno, e vedere i due piccoli scalmanati del Saloon oggi giocare tra loro dicendo "io sono il gigante e tu la principessa" mi ha riempito il cuore di gioia perchè è l'ennesima conferma che la magia di alcuni film non è legata a effetti speciali, epoche o generazioni, ma tocca lo spirito di ognuno di noi, come il bimbo che, pagina dopo pagina, viene catturato dalla magia del libro che il nonno è andato apposta a leggere per lui, così come faceva con suo padre anni e anni prima.
La magia delle Storie, quelle che sono destinate a restare e continuare a far sognare a qualsiasi età, e a prescindere dal Tempo. 
Un pò come a me, che ancora ho i brividi a sentire "Ola, mi nombre es Inigo Montoya, tu hai ucciso mi padre, preparate a morir", oppure vedere Westley alzarsi da un letto per difendere il suo vero amore anche quando si pensava che fosse "quasi" morto.




IL COLTELLO (Jo Nesbo, Einaudi, 2019)


Il coltello (Serie Harry Hole Vol. 12) di [Nesbø, Jo]


Sono passati diversi anni da quando per la prima volta ho incrociato il cammino di Harry Hole, il personaggio principe nato dalla penna di Jo Nesbo, l'illusionista del thriller, il Christopher Nolan della narrativa odierna: ormai conosco bene il detective alcolista cresciuto insieme al suo autore, appassionato di musica e sedotto dal Jim Beam, così come la straordinaria capacità del suo padre letterario di riuscire a scrivere romanzi quasi "al contrario", con architetture talmente incredibili da far supporre si possa davvero cominciare, in una storia, dalla fine e proseguire a ritroso.
Il coltello è la dodicesima avventura di Hole, ormai praticamente cinquantenne, pronta a raccontare l'ennesimo dramma, l'ennesima lotta nella vita di questo charachter oscuro e tormentato eppure ribollente di vita e passione: e nonostante alcune critiche negative lette in rete, nonostante potessi pensare di conoscere il suo approccio, nonostante le undici cavalcate precedenti, sono riuscito ancora una volta a rimanere sorpreso, stupito, rapito dal trucco portato in scena dal poliedrico Nesbo e dal suo protetto.
Perchè le ferite, le cadute, le colpe, "i fallimenti che per tua natura normalmente attirerai" come canterebbe Battiato, non possono nulla contro le radici che crescono, quelle che definiscono il viaggio, ci portano dal passato al futuro. 
Il coltello può ferire, il coltello può uccidere. Ma sono solo le radici quelle che permettono di lottare, resistere, provare ad immaginare un futuro. E viverlo.


lunedì 23 settembre 2019

White Russian's Bulletin



Proseguono - incredibilmente - i post in anticipo e programmati del Saloon, guadagnati a partire dalle purtroppo ormai lontane vacanze estive e che finiranno per presentare titoli freschi d'uscita in differita di qualche settimana: a questo giro tocca a serie e film che hanno imperversato poco dopo il rientro e prima che Venezia dichiarasse i suoi vincitori, nell'attesa anche qui di scoprire se saranno davvero tali anche quando giungeranno al mio bancone.
Intanto, tra serial killers e mostri, la compagnia qui è ben assortita.


MrFord



MINDHUNTER - STAGIONE 2 (Netflix, USA, 2019)

Mindhunter Poster


Chi frequenta il Saloon da qualche anno sa bene quanto abbia nel tempo sponsorizzato e caldeggiato la lettura di Mindhunter di John Douglas, autobiografia dell'omonimo agente FBI tra i fondatori dell'Unità di analisi comportamentale del Bureau: da quello stesso lavoro, oltre a numerosi romanzi e film di genere, due anni fa era stata tratta una serie molto interessante legata alla nascita della stessa unità, costruita su una serie di interviste svolte nelle carceri americane con protagoniste le superstar di questo decisamente inquietante mondo.
Gente come Manson, Kemper, Bergowitz e soci che, grazie alle chiacchierate con gli agenti, fornivano informazioni sempre più utili per comprendere - o tentare di farlo - cosa accade nella mente di un serial killer: alle spalle una prima stagione decisamente convincente, gli autori ed il cast tornano a confermare quanto di buono era stato fatto grazie all'incrocio di momenti cult - l'incontro con Manson -, indagini tese - gli omicidi di Atlanta - ed un lavoro ottimo sulla costruzione dei protagonisti, talmente buono da oscurare quello che, sulla carta, dovrebbe essere il main charachter in favore delle sue "spalle".
A questo si uniscono una regia che rispecchia in pieno lo stile di uno dei suoi "deus ex machina" David Fincher ed un'inquietudine diffusa ma mai gridata, più che altro suggerita e serpeggiante, quasi come quando tornando a casa in una notte tempestosa si ha il timore di essere seguiti.
Mindhunter è quel timore che diventa realtà.




IT - CAPITOLO DUE (Andy Muschietti, Canada/USA, 2019, 169')

It - Capitolo due Poster


It è stato - a prescindere dalla comunque dubbia qualità del film tv - uno dei supercult dell'infanzia di questo vecchio cowboy, grazie ad una storia di amicizia in pieno stile Goonies o Stand by me e all'interpretazione pazzesca di Tim Curry nel ruolo di Pennywise, charachter strepitoso creato da Stephen King che rappresentava e rappresenterà, fondamentalmente, la paura che il mondo può esercitare su ognuno di noi, con tutto il suo potere di celare mostri anche dietro il più innocuo degli angoli. Il primo capitolo di questa nuova versione firmata Muschietti mi aveva colpito molto favorevolmente, il lavoro di Bill Skarsgard era stato strepitoso e l'atmosfera in stile Stranger Things aveva rispolverato lo spirito di "quei tempi".
Con Julez abbiamo approfittato di una delle serate da "libera uscita di coppia" regalate dalla sempre preziosa suocera Ford per chiudere i conti con il Clown Danzante, portandoci a casa spunti notevoli e qualche dubbio: il prodotto è solido e ben realizzato, Skarsgard spacca ancora e in modo ancora diverso - la capacità del ragazzo di passare da patetico a inquietante spostando solo le sopracciglia è degna dei migliori trasformisti -, il "mostro" dietro Pennywise, chiaramente legato al bullismo e ai suoi surrogati, è ben portato sullo schermo, il vecchio Bowers - interpretato da Teach Grant - è perfetto, così come l'utilizzo di Stan non come esempio di vigliaccheria ma di coraggio e collante per i suoi amici.
Di contro, senza dubbio è mancato il coinvolgimento emotivo - del resto, anche io, come i Perdenti, sono invecchiato parecchio dal mio primo incontro con It -, alcuni passaggi non convincono pienamente e l'impressione è che Derry non sia stata calcolata a dovere - in alcuni momenti pare quasi che il gruppo di amici sia solo in tutta la città -, senza contare che, a proposito di giochi con il finale - mitica la comparsata di King, tanto per rimarcare le cose -, mi è mancato quello della tanto vituperata miniserie televisiva con Bill e Audra.
La visione, comunque, rende, e tra gli entusiasti e i criticoni mi metto nel mezzo, apprezzando un lavoro che, probabilmente, sarà sempre troppo stretto al materiale portato sulla pagina dal Re del brivido.





WHEN THEY SEE US (Netflix, USA, 2019)

When They See Us Poster


Proprio quando Chernobyl pareva già avere la strada spianata per conquistare il titolo di serie dell'anno del Saloon, ecco giungere su questi schermi When they see us, miniserie targata Netflix dedicata all'eclatante caso dei 5 di Central Park, accusati ingiustamente sul finire degli anni ottanta per questioni prevalentemente razziali di stupro e costretti a subire riformatorio e carcere per buona parte della loro giovinezza.
Ammetto che, per la durezza e la rabbia, al termine del primo episodio ho avuto il dubbio se proseguire nella visione, considerato che lavori come questo - o come Diaz, o Sulla mia pelle, o qualsiasi altro che tocchi il tasto dell'ingiustizia - finiscono per solleticare il mio lato ribelle, "da bombarolo", come canterebbe De Andrè e mi ricorderebbe Julez come monito: fortunatamente, ho proseguito.
E ho avuto la fortuna di incrociare il cammino con uno dei titoli più sentiti, potenti e vivi degli ultimi anni, che dovrebbe toccare chi è genitore, perchè un calvario del genere è inconcepibile da provare dall'altra parte, per chi è vivo, perchè farsi privare della giovinezza non è nulla rispetto a qualsiasi risarcimento, perchè questa è una ferita aperta nel cuore degli USA almeno quanto l'Undici Settembre, a prescindere dal numero delle vittime. E perchè gente come Trump, più che occupare posizioni di potere che influenzano il mondo, dovrebbe giusto scaldarsi il culo sulla poltrona del salotto senza rischiare di compromettere cose decisamente più grandi della loro limitata visione del mondo.
Per quanto mi riguarda, i 5 di Central Park, o di Harlem, o come li vogliamo chiamare, potrebbero essere Presidenti. Ma non credo gli interesserebbe.
Perchè, per quello che hanno dovuto subire e per quello che vogliono costruire, credo vogliano per prima cosa occuparsi davvero degli altri.
E che i loro figli possano non passare quello che hanno passato loro.





LE IENE (Quentin Tarantino, USA, 1992, 99')

Le iene Poster


Spinto dalla curiosità per l'ultimo Tarantino, sono andato a rispolverare il primo.
E a distanza di ventisette anni - quasi non ci credo sia passato così tanto tempo -, Le iene sa ancora essere una bomba atomica pronta a prendere a calci in culo una marea di pellicole uscite dopo di lei, ed altre che ancora devono vedere la sala.
Il primo film del buon Quentin è un dramma shakespeariano che pare una versione hard boiled di Americani, un concentrato di dialoghi pazzeschi e tensione continua, interpretazioni e scene cult ed un vero e proprio manuale per lo sceneggiatore: dall'apertura da antologia nella caffetteria alle prove da infiltrato, passando per il taglio dell'orecchio ed il finale senza speranza, Tarantino mescola i Cani arrabbiati al Bardo, il classicismo con sangue e merda, le risate al dramma profondo.
E lo fa con uno stile impeccabile, unico, indimenticabile.
Le iene, come altri titoli firmati dal regista di Knoxville, va visto, rivisto, vissuto, più che recensito o spiegato. E' il colpo di genio, la rottura, quel qualcosa che qualsiasi fan aspetta, e prega di vivere sulla pelle nel momento in cui esplode.





ARMADA (Ernest Cline, USA, 2015)


Tornato agli standard di lettura di quasi cinque anni fa, subito dopo Winslow ed in attesa di Nesbo ho deciso di buttarmi su un altro fordiano acquisito, Ernest Cline, che qualche anno fa mi conquistò con Ready Player One. Purtroppo, però, questo Armada risulta patire la sindrome del "sequel" - anche se di sequel non si tratta -, rimanendo lontano anni luce - per usare un termine che piacerebbe all'autore - dal romanzo che lo portò alla ribalta: i riferimenti sono divertenti, si fa leggere, per chiunque sia nato o cresciuto negli anni ottanta regala senza dubbio qualche chicca, eppure pare la versione fan - e Hollywood - service del già citato lavoro portato sugli schermi - a mio parere senza successo - da Spielberg.
I tempi di narrazione lasciano più di un dubbio, alcuni passaggi vengono giustificati in poche righe, l'atmosfera vintage pare più nerd che non sincera, vissuta e amata, quasi come Armada fosse la versione da sfigato rancoroso di quello che era stata la "rivincita dei nerd" di Player One.
Un peccato, perchè finisce per far dubitare di un autore che prometteva davvero un gran bene, anche se, dall'altra parte, ha avuto il merito di alleggerire come un cuscinetto il passaggio tra due mostri come Winslow e Nesbo.


venerdì 22 luglio 2016

Bomber (Michele Lupo, Italia, 1982, 101')

 


E' davvero curioso che il mio primo post "lungo" dopo l'interruzione di programmazione estiva sia legato ad uno dei film che ho più amato da bambino e cui sono legato maggiormente rispetto alla mitica figura di Bud Spencer, protagonista di decine e decine di visioni sul divano di casa di mio nonno: la scomparsa dell'atleta ed attore che ha rappresentato l'immagine perfetta del "gigante buono" per il Cinema popolare italiano è stata un'occasione speciale anche per tanti di noi nella blogosfera, legati indissolubilmente alla sua figura ed alla portata dei cazzotti che sferrava tra una mangiata epocale e l'altra.
Bomber, nato nel periodo d'oro della saga di Rocky e, di fatto, versione di serie molto b della stessa, in bilico tra l'umorismo da scuola media - che ancora oggi mi fa sbellicare - di Jerry Calà, sequenze mitiche come quella del ballo tirolese ed una malinconia di fondo legata al passato del protagonista interpretato dal vecchio Bud - ricordo il magone delle prime visioni al pensiero delle mani fatte spezzare per garantire la sconfitta a chiunque si ponesse sul cammino del poco sopportabile Rosco Dunn -, è uno di quei film cui non potrò mai non voler bene a prescindere dal suo valore tecnico - bassino, occorre ammetterlo -, di quelli che sei i voti si misurassero con il cuore rischierebbe i quattro bicchieri e tutti a casa, andando fiero di ogni suo aspetto, dalla colonna sonora ai piatti preparati dalla Gegia, dalla parabola del giovane Giorgio, protetto di Bud, al finalone in trionfo con vendetta menata a suon di pugni.
 
 
In un certo senso, cullarsi in visioni di questo tipo è un pò come azionare una macchina del tempo in grado di riportarci ad un'epoca in cui non c'erano troppe domande o sfumature, e le cose apparivano - forse anche per l'età che avevo allora - infinitamente più semplici.
Peccato che, così come per Bud Spencer, anche di Bomber, purtroppo, non se ne fanno più, e per quanto naif ed ingenuo possa apparire agli occhi smaliziati dei figli del Nuovo Millennio, sarò fiero di mostrarlo, un giorno, ai Fordini, sperando che l'esempio del fu Carlo Pedersoli possa essere per loro quello che è stato anche per il loro vecchio.
Un esempio di genuina semplicità, burbera bontà, tanto cuore ed una forza sovrumana data non tanto dalla stazza - comunque notevole -, quanto dalla capacità di raccontare storie d'altri tempi, in cui a vincere erano i buoni e tutti i torti potevano essere raddrizzati a tavola o, al massimo, con una bella scazzottata digestiva.
Altri tempi, altri eroi.
Ma eterno Bud.




MrFord
 
 
 
 
Partecipano alla scazzottata con il vecchio cowboy ed il vecchio Bud anche:
 
Combinazione Casuale - Lo chiamavano Buldozer
Non c'è paragone - Pari e dispari + Altrimenti ci arrabbiamo
Cuore di celluloide - Lo chiamavano Trinità
Director's Cult - Io sto con gli ippopotami
GiocoMagazzino - Il soldato di ventura
In Central Perk - Cantando dietro i paraventi
Solaris - I due superpiedi quasi piatti
Il Bollalmanacco - Non c'è due senza quattro

domenica 19 giugno 2016

Il ragazzo dal kimono d'oro 3

Regia: Larry Ludman (Fabrizio De Angelis)
Origine: Italia
Anno: 1991
Durata:
88'






La trama (con parole mie): Anthony Scott, il leggendario ragazzo dal kimono d'oro, si è trasferito in Sud Dakota con la famiglia lasciando gli amici ed i compagni di college, nonchè la sua divisa da battaglia come testimone per chi, in futuro, potrà raccoglierne l'eredità.
Quando, avendo campo libero, Joe Carson ed i suoi sgherri torneranno a terrorizzare il campus arrivando ad appropriarsi del kimono, l'arrivo del giovane Larry Jones cambierà gli equilibri: mosso principalmente dal coraggio, il nuovo studente finirà per accettare, provocato, le sfide di Carson e dei suoi, e trovato un maestro nel ristoratore Masura, quattro volte campione del mondo di arti marziali, per raccogliere il testimone di Anthony sfidando Joe con in palio proprio il kimono d'oro simbolo del percorso che fece il giovane Scott prima di lui.












Lo ammetto: quando, di recente, il mio buddy Steve si è presentato in occasione di Wrestlemania con in regalo i dvd dei primi tre film della saga de Il ragazzo dal kimono d'oro, non ero neppure sicuro di aver visto, ai tempi, questo terzo capitolo.
Soltanto dopo aver dato un'occhiata al menù di partenza del disco ho finito per ricordare, come una sorta di trashissima madeleine, di aver registrato e più volte affrontato con mio fratello ai tempi questo film, ovviamente con lo spirito dell'epoca, ben diverso da quello che, oggi, mi ha permesso di fare ben più di quattro risate affettuose rispetto ad una produzione ancora più televisiva e pessima delle precedenti, che vede non solo attori cambiati, ma anche nomi dei personaggi - il Dick del capitolo precedente pronto a diventare Joe Carson, come sarà fino al sesto ed ultimo film del "franchise" -, testimonianza di quanto, all'epoca, certe cose contassero davvero fin troppo poco - ricorderò per sempre l'adattamento italiano di Voglia di vincere, che nel doppiaggio prevedeva che il protagonista originale Scott diventasse Marty a seguito del successo di Ritorno al futuro, una cosa davvero agghiacciante -.
Ad ogni modo, la parentesi che ho vissuto nel recupero delle tre pellicole - perchè non credo di avere il coraggio di proseguire, considerato che le restanti tre finirono snobbate anche allora - è stata ludica e clamorosamente divertente anche quando si è trattato di prendere in giro l'abbigliamento, la faciloneria, le situazioni campate in aria in termini di script e chi più ne ha, più ne metta: in fondo, questo tipo di proposte di grana grossissima hanno fatto la fortuna e la spensieratezza della mia infanzia, e probabilmente gettato i semi per quello che sarebbe divenuto, decenni dopo, il pane e salame che tanto difendo e sostengo.
A difesa, per l'appunto, di questo numero tre, occorre ammettere che il nuovo protagonista Larry Jones appare quantomeno più simpatico di Anthony Scott/Rossi Stuart, sarà perchè effettivamente preso di mira dopo essere intervenuto in difesa dell'outsider Greg, per il suo background proletario o per il nuovo maestro Masura, decisamente più simile all'ispiratore del genere Miyagi del precedente Kimura, finto asceta davvero poco credibile soprattutto nella versione mostrata nel secondo capitolo.
Per il resto, trama e svolgimento sono quanto di più scontato potrebbe essere ritrovato in questo tipo di proposte: presentazione dell'eroe, presentazione dei suoi avversari, momento di difficoltà, addestramento con il maestro e vittoria finale, solo in una qualità da far pensare ai thriller del sabato sera di Italia Uno come ad una cosa davvero, davvero figa.
Rispetto ai primi due capitoli diminuisce la componente drammatica dei combattimenti - meno violenza e sangue, più richiami ai classici tornei di arti marziali di matrice "olimpica", Colpo del drago escluso, che ancora adesso mi chiedo, essendo un segreto di Kimura, come fosse inserito nel corso intensivo di Masura per diventare degli assi del karate nel giro di due settimane scarse -, mentre resta l'atmosfera universitaria ed in stile College - per richiamare un altro cult trash del periodo - del film precedente: probabilmente, ragionando a mente fredda, si potrebbe addirittura pensare di porre questo capitolo alle spalle del primo, ma in fondo, poco importa.
Si è trattato di un'operazione nostalgia che ho vissuto con grande piacere pur conscio dei suoi enormi, clamorosi e terrificanti limiti, lasciando che mi bastasse l'effetto quasi da droga del mitico kimono d'oro, o del Colpo del drago.
In fondo, non si smette mai di essere bambini.
Ed è bello, a volte, non dimenticarsene.





MrFord





"Now I’m banging on your door
just like four up on the floor
this is happening too soon
why are we battling the moon?
You are my golden, you are my golden, you are my golden."
Kylie Minogue - "Golden Boy" -





sabato 18 giugno 2016

Il ragazzo dal kimono d'oro 2

Regia: Larry Ludman (Fabrizio De Angelis)
Origine: Italia
Anno: 1988
Durata:
92'








La trama (con parole mie): tornato negli Stati Uniti forte degli insegnamenti di Kimura, Anthony Scott si prepara ad iniziare l'università nello stesso campus che, vent'anni prima, vide laurearsi suo padre, in Florida.
Festeggiato il compleanno con i nonni e ricevuta in regalo una macchina nuova, Anthony finisce per trovarsi nei guai già sulla strada della sua nuova città, quando a seguito di un diverbio da automobilista finisce per essere buttato fuori strada dalla banda dei Tigers, un gruppo di studenti appassionati di arti marziali che terrorizza il campus capeggiata dal bieco Dick: stretta amicizia con l'outsider Luke, Anthony si troverà a doversi battere prima con lo stesso Dick, e dunque con il fondatore dei Tigers, Mark Sanders, disposto a tutto pur di affermare il dominio del gruppo che creò dieci anni prima.












Il recupero della prima trilogia dedicata alla saga de Il ragazzo dal kimono d'oro è stata un vero e proprio tuffo nel passato, considerato che da oltre vent'anni - facciamo anche venticinque - non mettevo più gli occhi su quella che, a tutti gli effetti, è stata la versione italiana finto americana dei poveri di Karate Kid sul finire degli anni ottanta, e che alcuni personaggi, situazioni e passaggi si sono ripresentati come immagini tornate a galla dopo una sorta di oblio mescolando tenerezza ed amarcord.
Quello che, però, è certo, è che affetto e ricordi a parte il secondo capitolo del brand risulta davvero terribile, sia in termini cinematografici - ma questo già si sapeva - che di scrittura, tanto da ricordare al sottoscritto schifezzone terribili come il secondo Voglia di vincere figlio dello stesso periodo: come se non bastasse, il già non troppo simpatico Anthony Scott finisce per diventare a questo giro praticamente insopportabile, tanto da muovere il sottoscritto a simpatizzare per i pezzentissimi Tigers - versione di serie b del mitico Cobra Kai -, provocati in partenza rispetto all'incidente che da inizio alla rivalità e dunque, di fatto, sfruttati come il classico punching ball da buoni di qualsiasi film di grana grossa dei tempi: e se l'esempio dei "cattivi" bastonati da un "buono" spocchioso e sottilmente prepotente non basta, quello della spalla di quest'ultimo, Luke, che praticamente si mette una scopa in culo e ramazza la stanza per il ragazzo dal kimono d'oro ha del clamoroso.
Ma in fondo poco importa: sono banalità che rispetto all'atmosfera fanno quasi sorridere, e prendere bonariamente per il culo una produzione al limite del ridicolo per la quale, però, non si può che provare affetto, se non altro perchè grazie alle sue immagini si finisce per tornare ai tempi della prima media, quando tutto era più semplice, non c'erano troppi grigi ma quasi esclusivamente bianchi e neri e la via per la soluzione di qualsiasi problema era assolutamente lineare.
Poi, certo, per chi non l'avesse vissuto sulla pelle allora un film come questo risulta agghiacciante sotto tutti i punti di vista, dalla colonna sonora platealmente plagiata - come era stato, del resto, anche per quella del capitolo precedente - all'improbabile ritorno del maestro Kimura, con tanto di cambio di attore e passaggio di quest'ultimo da eremita a scommettitore, senza contare il fantascientifico utilizzo del Tempo che mostra nel giro di qualche giorno Anthony inviare una lettera al suo vecchio mentore nella foresta delle Filippine ed essere raggiunto dallo stesso in un paio di giorni, o il finale aperto con tanto di strizzata d'occhio ad un terzo capitolo che, lo vedremo, non avrà comunque Kim Rossi Stuart ed Anthony Scott come protagonisti.
Dettagli, comunque, per un tuffo nel passato remoto di questo vecchio cowboy e degli albori del suo essere tamarro e di pancia: certamente allora sognavo di essere un charachter in stile Anthony, pronto a raddrizzare torti e sorprendere soprattutto chi non lo riteneva in grado di compiere grandi imprese, mentre ora il personaggio principale mi pare irritante almeno quanto i suoi avversari, e non mi dispiacerebbe vedere tutti rimessi in riga da un Kimura in stile Gunny, ma alla fine è giusto così.
Le ragazzate sono sacrosante e a loro modo belle proprio perchè sono ragazzate.
Con o senza un kimono d'oro.





MrFord





"Go-Go-Golden Boys
you’ve got your war toys
looking straight on
and with your eyes of blue
I will remember you
one for me, one for you."
NOFX - "Golden boys" - 





venerdì 17 giugno 2016

Il ragazzo dal kimono d'oro

Regia: Larry Ludman (Fabrizio De Angelis)
Origine: Italia
Anno: 1987
Durata:
94'








La trama (con parole mie): Anthony Scott, adolescente americano cresciuto a Boston, giunge nelle Filippine per incontrare il padre, giornalista d'assalto finito "confinato" in Oriente a causa delle sue inchieste scomode, in modo da recuperare il rapporto con lo stesso, più difficile dopo la separazione di quest'ultimo dalla madre. Entrato in conflitto con un giovane delinquente del luogo, Quino, Anthony si complica la permanenza sfidando apertamente lo stesso, addestrato tempo prima da un leggendario maestro di arti marziali, Kimura, che proprio a seguito della condotta di Quino ha deciso di lasciare l'insegnamento e la civiltà per vivere come un eremita nella foresta.
Ferito gravemente dopo uno scontro con Quino, Anthony viene ritrovato e salvato proprio da Kimura, che deciderà di addestrarlo in modo da renderlo in grado di sconfiggere il suo vecchio allievo: tornato a fronteggiare il rivale, Anthony avrà dalla sua l'esperienza del maestro ed il letale "Colpo del drago".










Ricordo benissimo i tempi in cui, tra la fine delle elementari e l'inizio delle medie, attraversai la fase arti marziali della mia vita di spettatore, dalle prime, mitiche visioni dei cult con Bruce Lee alle pietre miliari come Kickboxer o Senza esclusione di colpi con Van Damme fino a quello che considero come uno dei passaggi fondamentali dalla mia infanzia con la saga di Karate Kid.
Proprio a seguito del successo di quest'ultimo, qui in Italia si pensò immediatamente a cavalcare l'onda come negli anni settanta fu per il Western, l'Horror ed in parte per quello che, poi, fu rivalutato come Poliziottesco, sfornando, con tanto di nomi anglofonizzati e girato in inglese, una versione nostrana e dei poveri proprio del lavoro di John Avildsen, con protagonista un giovanissimo Kim Rossi Stuart che, nei panni del classico teenager americano cresciuto nella bambagia, finisce per provare sulla pelle la dura vita di un paese in cui sopravvivere non è così semplice, prendersi i suoi schiaffoni ed ovviamente sfoderare un comeback con tanto di improbabile addestramento con un leggendario maestro in tempi da fantascienza - almeno il buon vecchio Daniel-San qualche mese di dai la cera togli la cera se l'è schiaffato, mente qui in una settimana scarsa si impara a meditare, "essere uomini" e sfoderare il famigerato Colpo del drago, che se non ricordo male ai tempi fu un must al parco tra me e i miei amici -.
Curioso, invece, come non avessi mai più pensato di tirare fuori dal cilindro dei ricordi questa pellicola - per quanto ne avessi ancora benissimo a mente i passaggi principali -, se non che il mio collega, amico e compare Steve detto Tango, in onore della serata dedicata all'ultima Wrestlemania ha deciso di omaggiarmi dei dvd dei primi - e di qualità "più alta" - tre capitoli di un brand che ai tempi proseguì addirittura fino al sesto lungometraggio: a quel punto non potevo più esimermi, tornando sulle tracce di Anthony Scott e del kimono d'oro, probabilmente insieme alla canotta di Jack Burton ed alla fascia del già citato Karate Kid uno degli oggetti di culto della mia prima adolescenza - e non solo di allora, tengo a sottolineare -.
Il ritorno alle immagini ed alle atmosfere dei tempi, così come a passaggi che ricordavo come se li avessi visti ieri - il brutale pestaggio di Anthony o il combattimento finale -, con i colpi di alluce di Quino ed il trionfale finale "cieco" prima del Colpo del drago mi ha divertito non poco nonostante l'ingenuità della proposta, figlia di un'epoca nel corso della quale bastava davvero poco - e non in senso necessariamente negativo - per intrattenere un pubblico che forse era più naif, ma che mostrava desiderio e voglia di essere, per l'appunto, intrattenuto.
In un certo senso, rivedere Il ragazzo dal kimono d'oro è stato come ritrovare a casa dei genitori la vecchia console con i primi videogiochi che ai tempi ci sembravano spettacolari e difficilissimi e che, ora, abituati alla Playstation 4 ed a prodotti sempre più simili a film finiscono per apparire elementari e semplicissimi.
Dal canto mio, quando capita di andare a trovare i vecchi Ford in montagna, non sento mai troppo dispiacere ad accendere e far girare qualche vecchia cartuccia sul Sega Mega Drive.
Più o meno è la stessa sensazione che ho provato vedendo Kim Rossi Stuart che indossa il mitico kimono d'oro.





MrFord





"His rise was irresistible (yeah) - he grew into the part
his explanation simply that he suffered for his art
no base considerations of some glittering reward
the prize was knowing that his work was noticed and adored."
Freddy Mercury - "The golden boy" -





venerdì 27 maggio 2016

Le cinque leggende

Regia: Peter Ramsey
Origine: USA
Anno:
2012
Durata: 97'









La trama (con parole mie): Jack Frost, legato a poteri nati dal freddo e dalla Luna, dopo secoli e secoli di solitudine ed incapacità di comunicare con il mondo mortale, viene convocato da Babbo Natale al Polo Nord perchè selezionato come nuovo Guardiano del mondo e delle speranze dei bambini a fronte di un'iniziativa dell'Uomo Nero volta a minare qualsiasi speranza dei giovani terrestri rispetto ai miti ed alle leggende del pianeta.
Inizialmente scettico, lo spirito troverà proprio grazie al sostegno dei suoi riluttanti "colleghi" e di un gruppo di bambini pronti ad aggrapparsi proprio alla sua presenza la forza di reagire e far scattare la scintilla necessaria per debellare il Male ed iniziare un nuovo percorso di speranza e magia legato ai sogni, alle passioni ed alla capacità di non vergognarsi di ciò in cui si crede.
Basterà questo, a fermare l'Uomo Nero?














Considerato il tipo che sono e mi dipingo pare assurdo, Fordino a parte, che possa concedere una possibilità anche remota ad un recupero come questo, legato a doppio filo al mondo delle favole ed al concetto di non mollare, a prescindere dalla condizione in cui ci si trovi.
Eppure, lo ammetto, erano anni che lo meditavo.
Prima di tutto perchè, per questioni lavorative, mi sono ritrovato, ai tempi dell'edizione in bluray di questo titolo, a dover ritrattare l'opinione maturata a scatola chiusa legata all'uscita del lavoro firmato da Peter Ramsey a seguito di una serie reiterata di visioni pronte a riconoscere, quantomeno, lo sforzo contenutistico e produttivo dei suoi autori, e dunque spinto, attualmente, dalla curiosità del Fordino a proposito di un film in cui figuravano Babbo Natale, il Coniglio di Pasqua - anche se, da queste parti, più che un rito cristiano appare come una sorta di festività del cioccolato - ed altre figure mitiche ad essi associate pronte a "dare le botte" all'Uomo Nero, famigerata nemesi nota praticamente a tutti i bambini del mondo.
La visione complessiva de Le cinque leggende, dunque, lo posso confermare a scapito della mia eventuale reputazione, è stata decisamente positiva, nonchè distante, in termini di qualità, messaggio trasmesso e perizia, anni luce da molti titoli dello stesso genere spinti anche oltre misura nel corso delle ultime stagioni cinematografiche: grande merito di questo pur non clamoroso successo è legata alla resa grafica dei main charachters, dalla versione tatuata di Babbo Natale a quella australiana del già citato Coniglio, senza contare l'impatto notevole delle evoluzioni del ghiaccio di Jack Frost, delle ombre dell'Uomo Nero e della sabbia di Sandman, per la prima volta proposto sul grande schermo in una versione in grado di dare un'alternativa all'immagine dello stesso personaggio legata ai fumetti firmati negli anni novanta da Neil Gaiman.
Per il resto, la vicenda ed il suo svolgimento non inventano certo nulla di nuovo, ma portano sullo schermo una storia piacevole e coinvolgente, che si lascia guardare più che volentieri a qualsiasi età, rimbalzando, nel mio caso, dalle domande a raffica del Fordino - che nel corso di qualsiasi visione, ormai, vuole sapere i perchè di tutto e di più - al piacevole intrattenimento per i vecchi della casa, pronti a tornare bambini per un'ora e mezza immaginando quale tra i Guardiani sarebbe stato, ai tempi, il preferito.
Come sempre in questi casi, si è inoltre optato per un finale che chiude la vicenda ma non le porte ad un eventuale sequel che, al momento, non mi pare sia stato progettato o annunciato, ma che non vedrei affatto male se realizzato con lo stesso piglio di questo primo capitolo: e se Jack Frost con la sua aura da outsider destinato a diventare un riferimento per gli altri Guardiani pare un mix dei vecchi cartoni giapponesi e dei nuovi idoli delle teenager - divertenti, in questo senso, i siparietti con le fatine dei denti pronte ad andare in brodo di giuggiole neanche fosse una specie di Justin Bieber -, personalmente le potenzialità ancora da esprimere dimorano tutte nel muto Sandman, che tra l'altro sarebbe ora fosse conosciuto di più anche qui in Italia, dove la tradizione legata ai sogni ha sempre snobbato quello che, nei paesi anglosassoni, è considerato il loro signore.
Ad ogni modo, dovesse capitarvi, in televisione o in una qualche sezione di offerte per l'home video online o in un negozio, date una possibilità a Peter Ramsey ed al suo lavoro: in fondo, basta poco per cominciare - o ricominciare - a credere, e la magia tornerà a farsi sentire.





MrFord




"The story ends, as stories do
reality steps into view
no longer living life in paradise - of fairy tales - uh
no, uh - huh - mmm - mmm."
Anita Baker - "Fairy tales" -









venerdì 19 febbraio 2016

Il piccolo principe

Regia: Mark Osborne
Origine: Francia
Anno: 2015
Durata: 108'






La trama (con parole mie): una ragazzina appena trasferitasi in una nuova casa con la madre pronta a progettare l'intera vita della piccola a partire dall'ingresso in un prestigioso istituto scolastico, scopre di avere come vicino di casa un vecchio e strambo aviatore, pronto a raccontare favole, immaginare mondi lontani, raccontare di viaggi e far decollare aeroplani in giardino.
Dopo un turbolento primo incontro e nonostante le resistenze della genitrice e dell'ordine costituito, la ragazzina comincia ad essere affascinata dal modo di pensare del vicino, lontano dagli schematismi e dalle regole del mondo in cui lei è cresciuta e pronto a raccontarle la storia del Piccolo Principe, che lasciò il suo asteroide e la rosa che amava per scoprire l'universo e se stesso, fino a conoscere proprio l'aviatore che ne racconta le gesta.
Cosa accadrà, dunque, quando l'esempio dell'aviatore influenzerà il modo di porsi della ragazza rispetto alla società e alla crescita?










A volte, soprattutto ora che sono genitore, finisco per invidiare - e non poco - l'approccio assolutamente unico e privo di condizionamenti e preconcetti dei bambini, lontani non solo dal modo di pensare, ma anche di agire, di noi adulti: allo stesso modo, la consapevolezza che si acquisisce giorno dopo giorno ed esperienza dopo esperienza riesce, dall'altra parte, a permetterci di proteggere, di fatto, noi stessi e chi amiamo, senza trovarci privi di difese rispetto ad un mondo che non sempre è pronto a regalarci solo sorprese positive.
La chiave della felicità, in questo senso, potrebbe davvero risiedere nella capacità di mantenere una certa ingenua curiosità e voglia di buttarsi a capofitto nelle cose sbattendosene di regole ed imposizioni nonostante la vera o presunta saggezza della maturità: probabilmente, nella Storia della Letteratura non esiste un'opera in grado di tradurre questo concetto meglio de Il piccolo principe, che io lessi - rimanendone conquistato - già adulto quando me lo regalò quella che considero la prima, vera fidanzata importante del sottoscritto oltre le cottarelle tipiche dell'adolescenza pronte a risolversi entro un paio di mesi dalla loro esplosione.
L'approccio di Saint Exupery alla vicenda del Piccolo principe e la storia personale dell'autore - che non solo fu aviatore, ma scomparve in volo quasi avesse deciso di partire per un mondo lontano e sconosciuto - poteva rappresentare un rischio - e neppure da poco - per un lavoro cinematografico, anche perchè, di fatto, quel piccolo libretto dice già tutto quello che si potrebbe dire sull'argomento, nel modo più semplice possibile: Mark Osborne, già regista del primo Kung Fu Panda - dunque, eroe imperituro qui al Saloon se non altro per la gioia del Fordino -, con un budget notevole, un comparto tecnico ottimo ed uno spirito che omaggia e rispecchia quello dell'autore dell'opera originale, riesce nell'impresa di regalare al pubblico grande e piccolo una parentesi commovente e piacevole mescolando cose come Up! - pur non raggiungendone i livelli - allo spirito da "cogli l'attimo" de L'attimo fuggente, sfruttando la storia del Piccolo principe rimodellandola in modo da poterne fornire un'interpretazione ad un tempo rispettosa e moderna, in grado di stuzzicare corde importanti per il pubblico adulto - il ruolo della madre della protagonista, l'anziano aviatore o il Piccolo principe "invecchiato" neanche fosse il Peter Banning di Hook - e quello giovane - la ragazzina, la volpe, lo stesso aviatore -.
La resa estetica è notevole, ottimi i passaggi dalle pagine della favola del Piccolo principe ed il "mondo reale" della protagonista, il ritmo scorrevole, il contrasto tra i colori della fantasia ed il grigiore della realtà efficace nel rendere lo spirito del charachter e del suo autore: ma è, come per il romanzo, l'emotività a fare la parte del leone nel corso della visione, l'elogio del naif tipico dell'infanzia ma anche dell'addomesticarsi che è figlio della crescita ed inevitabilmente doloroso, perchè nonostante l'istinto di sopravvivenza, fondamentalmente, conduce ognuno di noi ad abbassare le proprie difese.
Del resto, come da bambini, è bello ogni tanto sbucciarsi le ginocchia, se è per una causa più grande come un'avventura indimenticabile, un mondo nuovo da esplorare o un amico da scoprire e conoscere.
E di certo, per quanto strano possa suonare, finisce per proteggerci più di quanto non faccia un programma definito nel minimo dettaglio.





MrFord





"Well when I see my parents fight
I don't wanna grow up
they all go out and drinking all night
and I don't wanna grow up
I'd rather stay here in my room
nothin' out there but sad and gloom
I don't wanna live in a big old tomb
on Grand Street."
Tom Waits - "I don't wanna grow up" - 






martedì 29 settembre 2015

Quando c'era Marnie

Regia: Hiromasa Yonebayashi
Origine: Giappone
Anno: 2014
Durata:
103'






La trama (con parole mie): Anna è una ragazzina chiusa ed introversa cresciuta con genitori adottivi con i quali, con il passare del tempo, il rapporto si è molto complicato. Quando, a causa dei problemi con l'asma, da Sapporo per le vacanze estive viene mandata da due parenti della madre putativa in Hokkaido, in modo che il mare possa aiutarla, Anna finisce per incappare nelle stesse complicate dinamiche sociali che la tormentavano in città.
Quando, però, conosce Marnie, misteriosa coetanea che abita in una villa non lontana dalla casa dove è ospite Anna, e finisce per comparirle anche in sogno, tutto cambia: tra le due si crea un legame sempre più forte, che finisce per stimolare entrambe a cercare di trovare la propria strada, la propria identità: questo fino a quando Anna scopre che la villa è in realtà in pieno restauro, e la bambina figlia dei nuovi proprietari le rivela aver trovato un diario appartenuto proprio ad una Marnie.
Quale sarà, dunque, il mistero legato all'amica ormai radicata nel cuore di Anna?










Senza alcun dubbio, anche tra un centinaio di anni, quando si parlerà dello Studio Ghibli, ogni cinefilo che si rispetti si toglierà il cappello di fronte all'operato di questa realtà a dir poco incredibile nata ormai più di trent'anni fa che è stata in grado di regalare al pubblico ed agli appassionati non solo alcuni tra i più grandi Capolavori dell'animazione, ma anche e soprattutto un modo di raccontare la vita e le emozioni che suscita attraverso una semplicità disarmante e profondissima.
Del resto, quando si tratta di Maestri come Miyazaki e Takahata, il risultato è una garanzia, eppure il Ghibli ha finito per rivelare al mondo anche talenti come quello di Hiromasa Yonebayashi, già apprezzatissimo da queste parti per il suo Arrietty: con questo Quando c'era Marnie, firmato dallo stesso Yonebayashi, pare che l'avventura del mitico Studio sia giunta al termine, complice anche il ritiro dello stesso Miyazaki dalle scene.
Sinceramente, mi piace pensare che una delle cose più belle delle cose più belle, è la consapevolezza che giungano, prima o poi, ed inevitabilmente, alla loro conclusione, un pò come la vita - per quanto, se dipendesse dal sottoscritto, farei la firma per l'immortalità, con tutto quello che voglio scoprire, vedere, imparare -, e che a volte il fascino sia anche che non sia tutto perfetto ed infallibile.
Perchè Quando c'era Marnie è un ottimo prodotto dal punto di vista tecnico, ne ho apprezzato tantissimo l'animazione, la placida calma anche nei momenti di maggiore "tensione", lo spirito - tipico del Ghibli - di ricerca della pace interiore attraverso la Natura ed i suoi paesaggi, il passato ed il futuro che si mescolano tra loro, eppure è ben lontano dall'essere una pietra miliare come Il mio vicino Totoro o La storia della principessa splendente.
Fin dalla sua uscita - a prescindere dalla scellerata programmazione italiana, che l'ha visto in sala soltanto per un weekend - questo titolo ha finito per dividere e non poco i fan del Ghibli, pronti a difenderlo a spada tratta o storcere il naso di fronte ad un prodotto di una caratura inferiore rispetto a quelli cui i fondatori dello Studio hanno abituato i loro fan nel corso dei decenni: personalmente ho trovato Quando c'era Marnie debole soprattutto dal punto di vista della sceneggiatura - non ho letto il romanzo dal quale è tratto, ma faccio conto che si parta da zero - e troppo sbrigativo nel finale, quando la risoluzione del mistero che circonda la bionda amica della protagonista diviene finalmente realtà - ed in questo Yonebayashi è caduto in uno dei difetti del suo Maestro Miyazaki, che in un paio di occasioni è partito dal Capolavoro per scendere al "solo" buono proprio per aver accelerato troppo sulla conclusione, quasi si fosse accorto che l'intreccio costruito fino a tre quarti di film andava risolto nell'ultimo quarto d'ora, come accadde per lo splendido a metà Il castello errante di Howl -, quasi ci si volesse accontentare soltanto dell'impatto emotivo che avrebbe avuto la rivelazione a proposito di Marnie sul pubblico così come sulla giovanissima protagonista della vicenda.
Appurato questo, il lavoro del buon Hiromasa resta comunque in grado di interpretare alla grandissima lo spirito del Ghibli e lavorare sulle emozioni ed i sentimenti dell'audience, e malgrado non sia all'altezza delle sue ispirazioni, ha finito per solleticare il cuore del sottoscritto anche a fronte dei suoi difetti, e di trasportarmi in un mondo quasi magico in cui, come da bambino, sognavo di passare le vacanze in luoghi pronti ad affascinarmi ed aprire nuovi orizzonti capaci di cambiare, di fatto, anche la percezione del futuro, e non solo del presente.
Non so se questo sarà l'ultimo film dello Studio Ghibli, ma francamente, anche se dovesse essere così, il saluto di questa straordinaria realtà cinematografica è stato fatto nel pieno rispetto di quelle che sono state, da sempre, le sue linee guida principali.
Ed è difficile, avendo amato tutti i film targati Totoro, non accorgersene ed impedirsi di voler bene anche alla struggente storia di Anna e Marnie.




MrFord




"Goodbye Grandma, sleep well tonight 
dream of all your younger days
way before time had left you sad
and store yourself away."
Elton John - "Goodbye Grandma" - 




mercoledì 16 settembre 2015

Inside out

Regia: Pete Docter, Ronaldo Del Carmen
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 94'






La trama (con parole mie): Riley è una ragazzina di undici anni cresciuta in una famiglia felice del Minnesota, tra hockey, amicizie e due genitori amorevoli e presenti. Nella sua testa, come in quelle di tutti noi, le cinque emozioni primarie governano azioni e ricordi filtrandoli attraverso le vicende di ogni giorno.
Quando il lavoro del padre spinge Riley ad un forzato e non desiderato trasferimento a San Francisco, il cambiamento e gli sconvolgimenti che ne conseguiranno porteranno Gioia, Tristezza, Rabbia, Disgusto e Paura a dover gestire un passaggio fondamentale per ogni essere umano: la fine dell'infanzia e l'inizio del percorso che porterà la loro amata Riley all'adolescenza.
Riusciranno a gestire questo delicato momento, o tutto il castello di certezze costruito fin dalla nascita della bambina crollerà lasciando ferite destinate a restare per sempre?








A volte ci si può soltanto arrendere.
Certo, resistere è lecito, tentare quasi doveroso, ma di fondo, il risultato sarà scontato, deciso, devastante.
Pete Docter, oltre ad essere uno dei cervelli dietro l'ascesa della Pixar, una delle realtà più importanti del Cinema - non solo d'animazione - della nostra epoca, e l'autore dietro i due film più importanti della stessa casa di produzione - Monsters&Co e Up! -, deve essere un profondo conoscitore della parte bambina dell'animo umano, essere lui stesso rimasto un "fanciullino" o riuscire ad empatizzare incredibilmente non solo con quello che portiamo dentro - indubbiamente viziato - noi adulti, ma anche e soprattutto con i più piccoli.
Se non fosse che si tratta di uno dei registi più importanti che l'animazione abbia in scuderia in questo momento, sarei felice se potesse essere l'insegnante del Fordino, perchè ho come l'impressione che ne avrebbe solo ricordi costruttivi ed importanti.
Ma a prescindere da lui, si parlava di resa.
Incondizionata, nello specifico.
Perchè Inside out porta a questo.
Con leggerezza e colore, semplicità e lampi di genio che fanno invidia perfino alle porte di Sully e Mike o all'apertura fulminante legata alla vita di Carl ed Ellie.
Inside out, oltre a mostrare uno spaccato della nostra testa e dei sentimenti che farebbe invidia ad artisti e psicologi, è come un bimbo.
Non voglio menarla troppo rispetto alla questione dell'essere genitori, o pensare che lo stesso fatto di diventarlo renda automaticamente chi lo è migliore degli altri, perchè non è così - c'è un sacco di gente in giro, purtroppo, che finisce per avere figli anche quando dovrebbe non averne per il bene dei figli stessi -, ma vorrei cercare di rendere al meglio la tempesta emotiva, oltre che visiva e "cinefila", che è questo gioiello: la notte in cui il Fordino è nato ho assistito al travaglio - che non è stato propriamente breve - ed al parto senza avere la minima idea di quello che stesse provando Julez, sono stato in prima fila all'evento più importante della mia vita, ho visto venire al mondo quel piccolo esserino capellone con la testa da Alien e ho veicolato il suo passaggio qui tagliando il suo cordone ombelicale, me lo sono ritrovato tra le braccia senza neppure avere la minima idea di quello che sarebbe stato, che sarei stato.
Ricordo che quella notte, a casa, scrivendo come scrivo ora, detti fondo ad una bottiglia di Southern Comfort piangendo senza controllo, liberando le emozioni primarie come poche volte nella mia vita.
Al termine della visione del film, Julez mi ha chiesto perchè avessi pianto, non accondentandosi della mia risposta, ovvero che Inside out è straordinariamente bello.
A distanza di qualche ora, scrivendo come in quella notte fondamentale per la mia esistenza, posso dire di aver pianto perchè in Inside out ho visto le emozioni che sento sulla pelle quando vedo, di giorno in giorno, crescere AleLeo, perchè "averlo avuto è stato come nascere un'altra volta" - per citare il sempre mitico Rocky -, perchè l'infanzia è uno dei periodi più incredibili della vita, ed è ad un tempo necessario, stupefacente e terribile che lo stesso finisca, sacrificandosi come un elefante di zucchero filato che si getta nel baratro affinchè si possa compiere un salto che è un'evoluzione naturale, ma anche una meraviglia differente.
Inside out racconta come un genitore quel momento, l'istante in cui la fanciullezza e l'innocenza finiscono, e si impara che non sono solo gioia ed istinto ad avere il timone della nostra nave, ma anche il dolore, la tristezza: e nonostante l'apparenza, questi ultimi sono necessari quanto i primi affinchè si possa amare incondizionatamente la vita, e viverla a fondo.
E lo racconta con gli occhi pieni d'amore di un genitore che si ricorda del proprio elefante guardando i figli crescere, ben sapendo che non ci sarà un momento più bello di quello, così innocente, così puro, così vero, colorato e magico.
Ma nell'ampliarsi delle isole e degli orizzonti, il sacrificio finisce per essere necessario.
Come la resa, in alcuni casi.
Come quando guardiamo i nostri figli crescere, e troviamo straordinario un gesto semplice, perchè viviamo una volta ancora quello stesso gesto che la nostra memoria ha perduto insieme all'innocenza.
Come quando assistiamo al miracolo che è vivere, ed alla meraviglia che è possibile tirare fuori dal cilindro senza confini che passa dal nostro cervello al cuore.
Inside out è uscito dritto da quel cilindro.
E ringrazio di essermi arreso alla grandezza di chi è riuscito a raccontare la vita come se non avesse mai perso l'innocenza.
O l'avesse ritrovata guardando crescere un figlio.




MrFord




"And some of us have to grow up sometimes
and so, if I have to I'm gonna leave you behind
some of us have to grow up sometimes
and so, if I have to I'm gonna leave you behind."
Paramore - "Grow up" - 




giovedì 23 luglio 2015

Indiana Jones e il tempio maledetto

Regia: Steven Spielberg
Origine: USA
Anno: 1984
Durata: 118'





La trama (con parole mie): siamo nel 1935, e Indiana Jones, celebre archeologo, insegnante ed avventuriero, dopo una rocambolesca fuga dalla Cina, finisce in India, in un piccolo villaggio dal quale sono state trafugate pietre sacre per la popolazione.
Alla ricerca delle pietre stesse, Indy, il piccolo Shorty e la cantante Willie si troveranno a scoprire i segreti dietro il palazzo del maraja locale, dominato da una setta dedita al culto della dea Kali e legato ad un complesso sistema di tunnel, miniere ed un vero e proprio tempio all'interno del quale si compiono sacrifici umani.
Riuscirà il dottor Jones a mettere le mani sulle pietre per riportarle ai legittimi proprietari, avere la meglio sul leader della setta, sedurre Willie e portare a casa la pelle?








Senza dubbio, uno dei personaggi fondamentali per la mia formazione di cinefilo e di bambino di fronte alla meraviglia offerta dalla settima arte, che ha finito per accompagnare innumerevoli visioni in compagnia di mio fratello nel corso di tutti gli anni ottanta e nella prima parte dei novanta è stato Indiana Jones: l'alter ego di maggior successo di Harrison Ford, avventuriero spaccone e ciarliero, donnaiolo e decisamente umano, fisicamente, rispetto agli altri action heroes targati eighties, negli anni non ha perso ai miei occhi lo smalto di allora, eppure non ha avuto grande fortuna o spazio qui al Saloon, limitando le sue apparizioni ad un recupero de I predatori dell'Arca perduta quando ancora White Russian muoveva i suoi primi passi.
Dunque, spinto dalla leggerezza dell'estate, ho deciso di ripescare i due capitoli che seguirono proprio quella prima, fantastica avventura, e che, paradossalmente, nel corso della mia vita ho finito per vedere e rivedere un numero di volte decisamente superiore all'esordio sul grande schermo del Dottor Jones, che ad oggi risulta ancora essere l'episodio qualitativamente migliore della saga: in particolare, Indiana Jones e il tempio maledetto, con i suoi improbabili voli da aerei lasciati senza piloti, gli insetti delle catacombe, il rituale della setta dedita a Kali con tanto di cuore estirpato a mani nude, è stato - ed è - un guilty pleasure tra i più amati dal sottoscritto, perfettamente in grado di funzionare ancora oggi e di parlare ad un pubblico di tutte le età divertendo clamorosamente e senza ritegno.
Nonostante, infatti, sia a livello critico forse il capitolo meno interessante tra i quattro realizzati fino ad ora, tutto funziona a meraviglia, dall'incipit cinese all'ambientazione indiana dal sapore di film di genere anni cinquanta, passando per un villain d'eccezione - lo stregone a capo della setta - e comprimari perfetti per spalleggiare il sempre pungente Jones - dal giovane Shorty, il Data dei Goonies, alla cantante Willie, che regala un'ottima dose di schermaglie amorose con il nostro archeologo preferito nella grande tradizione di questo franchise -: se, a tutto questo, si aggiungono poi sequenze action perfette per ritmo e tensione - l'inseguimento nella miniera sui vagoni è uno dei passaggi più belli che ricordi della mia infanzia di spettatore -, le consuete battute di Indy ed il mestiere di Spielberg e soci, il cocktail servito è quanto di meglio si potrebbe chiedere al Cinema d'intrattenimento, lo stesso in grado di far sognare i bambini e far tornare bambini gli adulti, oltre a delineare situazioni e charachters che, in un modo o nell'altro, hanno finito per entrare nella Storia della settima arte così come nella memoria di generazioni di spettatori.
Personalmente, non vedo già l'ora che il Fordino sia abbastanza grande per potergli proporre cult dei tempi del suo vecchio come questo, sperando di trasmettergli la stessa passione per il Cinema e l'avventura che nutro e rinnovo ad ogni giorno e visione: e quando la quotidianità o film troppo scarsi non me lo permettono, posso sempre evocare ricordi dell'epopea indiana di Indiana o, ancora meglio, pescare dalla libreria il dvd e gettarmi a capofitto in qualche inseguimento mozzafiato come se fossi io a portare il cappello e la frusta.




MrFord




"In the temple of love you hide together
believing pain and fear outside
but someone near you rides the weather
and the tears he cried will rain on walls
as wide as lovers eyes
in the temple of love, shine like thunder
in the temple of love, cry like rain
in the temple of love, hear my calling
in the temple of love, hear my name."
The Sisters of mercy - "Temple of love" - 






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