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venerdì 16 settembre 2016

Tutti vogliono qualcosa (Richard Linklater, USA, 2016, 117')


E' davvero curioso il rapporto che, negli anni, ho sviluppato con Linklater e la sua idea di Cinema: un rapporto quasi al contrario, che considerati i successi degli esordi - Prima dell'alba su tutti - avrebbe dovuto toccare il suo vertice ai tempi dell'adolescenza o post-adolescenza del sottoscritto per raffreddarsi negli anni, ed invece, complici i maturi - e splendidi - Prima di mezzanotte e Boyhood, ho finito per riscoprirmi cresciuto - ma non troppo - accanto ad un autore in grado di raggiungere la maturità artistica e realizzativa con semplicità disarmante, senza prodigi di tecnica o espedienti da radical o da colpo basso per il grande pubblico.
Tutti vogliono qualcosa - adattamento che non rende per nulla l'originale Everybody wants some!, che suona vitale e fresco, e più sensato rispetto all'opportunistico titolo nostrano - non raggiunge i livelli dei due titoli appena citati ma si inserisce perfettamente nel percorso del suo autore, oltre a rappresentare un perfetto esempio di quei film nel corso dei quali non accade nulla di particolare, sconvolgente, clamorosamente ottimistico o drammatico, eppure si fanno seguire dal primo all'ultimo minuto, risultano veri e di pancia e, alla fine, titoli di coda alla mano, si finisce per essere soddisfatti come se fosse stata raccontata una parte della nostra vita.
Purtroppo per me, collocazione geografica e destino avversi, non ho potuto assaporare l'esperienza del college americano figlio della grande tradizione delle goliardate, delle confraternite e dell'idea di essere davvero protagonisti di un film, un pò come quando, musica a palla in cuffia, fingiamo che il brano che ci fa impazzire in quel momento e che stiamo facendo lavorare al massimo sia stato scritto apposta per una scena madre che stiamo per vivere, più ancora che recitare, eppure grazie a prodotti come questo mi pare quasi di riuscire a colmare il gap, stupito del fatto che mi ritrovo ad essere più simile agli scombinati giocatori di baseball alla ricerca di affermazioni, ragazze e della festa migliore del campus ora che si avvicinano i quaranta piuttosto che vent'anni or sono, quando un'esperienza meno completa ed i rimasugli della timidezza adolescenziale ancora mi impedivano di tirare fuori davvero il lato più wild che scalpitava nel cuore di questo vecchio cowboy - un esempio è lo stato attuale della mia "squadra" al lavoro, all'interno della quale vige più o meno lo stesso clima assaporato nel corso di queste quasi due ore mai noiose -.
Un titolo perfetto per l'estate, che sono stato felice di recuperare in extremis prima del sopraggiungere dell'autunno, e che mantenendo un pizzico di nostalgia in sottofondo - il finale, aperto e leggero, riesce comunque a dare l'impressione del tempo che passa, lasciando alle spalle di ognuno la magia dei momenti epici della giovinezza - ha il grande merito di essere leggero, pane e salame e, soprattutto, credibile nella sua evoluzione, dalla diversa umanità dei protagonisti ad uno spirito di squadra che mescola la tipica goliardia di grana grossa maschile alla volontà di emergere, di fare in modo che i propri sogni di gloria comincino a porre i primi mattoni per quello che potrebbe essere il palazzo di un futuro successo - bellissimi i riferimenti alle superstizioni ed agli scherzi dei giocatori che finiscono di colpo quando si parla del mitico osservatore professionista, artista del travestimento -.
A nessuno dei suoi protagonisti, come a noi, è dato sapere quello che il futuro riserva ed avrà riservato a questi ragazzi, ma quello che è certo è che, vinti o vincitori, finiti bene o male, vivi o morti, probabilmente tutti loro avvertiranno una fitta al cuore e faranno un respiro profondo quando, oggi, fiction o realtà, torneranno con la mente a quei gloriosi giorni di sogni e notti come se fossero le ultime della propria vita dei primi anni ottanta.
E come dare loro torto, del resto.



MrFord




venerdì 19 febbraio 2016

Il piccolo principe

Regia: Mark Osborne
Origine: Francia
Anno: 2015
Durata: 108'






La trama (con parole mie): una ragazzina appena trasferitasi in una nuova casa con la madre pronta a progettare l'intera vita della piccola a partire dall'ingresso in un prestigioso istituto scolastico, scopre di avere come vicino di casa un vecchio e strambo aviatore, pronto a raccontare favole, immaginare mondi lontani, raccontare di viaggi e far decollare aeroplani in giardino.
Dopo un turbolento primo incontro e nonostante le resistenze della genitrice e dell'ordine costituito, la ragazzina comincia ad essere affascinata dal modo di pensare del vicino, lontano dagli schematismi e dalle regole del mondo in cui lei è cresciuta e pronto a raccontarle la storia del Piccolo Principe, che lasciò il suo asteroide e la rosa che amava per scoprire l'universo e se stesso, fino a conoscere proprio l'aviatore che ne racconta le gesta.
Cosa accadrà, dunque, quando l'esempio dell'aviatore influenzerà il modo di porsi della ragazza rispetto alla società e alla crescita?










A volte, soprattutto ora che sono genitore, finisco per invidiare - e non poco - l'approccio assolutamente unico e privo di condizionamenti e preconcetti dei bambini, lontani non solo dal modo di pensare, ma anche di agire, di noi adulti: allo stesso modo, la consapevolezza che si acquisisce giorno dopo giorno ed esperienza dopo esperienza riesce, dall'altra parte, a permetterci di proteggere, di fatto, noi stessi e chi amiamo, senza trovarci privi di difese rispetto ad un mondo che non sempre è pronto a regalarci solo sorprese positive.
La chiave della felicità, in questo senso, potrebbe davvero risiedere nella capacità di mantenere una certa ingenua curiosità e voglia di buttarsi a capofitto nelle cose sbattendosene di regole ed imposizioni nonostante la vera o presunta saggezza della maturità: probabilmente, nella Storia della Letteratura non esiste un'opera in grado di tradurre questo concetto meglio de Il piccolo principe, che io lessi - rimanendone conquistato - già adulto quando me lo regalò quella che considero la prima, vera fidanzata importante del sottoscritto oltre le cottarelle tipiche dell'adolescenza pronte a risolversi entro un paio di mesi dalla loro esplosione.
L'approccio di Saint Exupery alla vicenda del Piccolo principe e la storia personale dell'autore - che non solo fu aviatore, ma scomparve in volo quasi avesse deciso di partire per un mondo lontano e sconosciuto - poteva rappresentare un rischio - e neppure da poco - per un lavoro cinematografico, anche perchè, di fatto, quel piccolo libretto dice già tutto quello che si potrebbe dire sull'argomento, nel modo più semplice possibile: Mark Osborne, già regista del primo Kung Fu Panda - dunque, eroe imperituro qui al Saloon se non altro per la gioia del Fordino -, con un budget notevole, un comparto tecnico ottimo ed uno spirito che omaggia e rispecchia quello dell'autore dell'opera originale, riesce nell'impresa di regalare al pubblico grande e piccolo una parentesi commovente e piacevole mescolando cose come Up! - pur non raggiungendone i livelli - allo spirito da "cogli l'attimo" de L'attimo fuggente, sfruttando la storia del Piccolo principe rimodellandola in modo da poterne fornire un'interpretazione ad un tempo rispettosa e moderna, in grado di stuzzicare corde importanti per il pubblico adulto - il ruolo della madre della protagonista, l'anziano aviatore o il Piccolo principe "invecchiato" neanche fosse il Peter Banning di Hook - e quello giovane - la ragazzina, la volpe, lo stesso aviatore -.
La resa estetica è notevole, ottimi i passaggi dalle pagine della favola del Piccolo principe ed il "mondo reale" della protagonista, il ritmo scorrevole, il contrasto tra i colori della fantasia ed il grigiore della realtà efficace nel rendere lo spirito del charachter e del suo autore: ma è, come per il romanzo, l'emotività a fare la parte del leone nel corso della visione, l'elogio del naif tipico dell'infanzia ma anche dell'addomesticarsi che è figlio della crescita ed inevitabilmente doloroso, perchè nonostante l'istinto di sopravvivenza, fondamentalmente, conduce ognuno di noi ad abbassare le proprie difese.
Del resto, come da bambini, è bello ogni tanto sbucciarsi le ginocchia, se è per una causa più grande come un'avventura indimenticabile, un mondo nuovo da esplorare o un amico da scoprire e conoscere.
E di certo, per quanto strano possa suonare, finisce per proteggerci più di quanto non faccia un programma definito nel minimo dettaglio.





MrFord





"Well when I see my parents fight
I don't wanna grow up
they all go out and drinking all night
and I don't wanna grow up
I'd rather stay here in my room
nothin' out there but sad and gloom
I don't wanna live in a big old tomb
on Grand Street."
Tom Waits - "I don't wanna grow up" - 






sabato 3 ottobre 2015

Fordino Unchained: prime visioni

La trama (con parole mie): considerata la passione e la sterminata videoteca del suo vecchio, il Fordino sta cominciando a sviluppare le prime preferenze in termini di visioni, avendo preso di fatto possesso della sezione "animazione" che ora non conosce più, purtroppo, il religioso ordine alfabetico che aveva sempre avuto, ignorando per il momento - e per fortuna mia e delle custodie dei dvd e bluray - tutto il resto.
Considerate, dunque, la sua crescita, le domande e le spiegazioni che comincia a richiedere nel corso della visione, ho pensato di dedicare un post ad una breve carrellata dei titoli più amati dal vero cuore di casa Ford.





MADAGASCAR 


Le imprese di "Aless" e soci sono state uno dei primi must di AleLeo, con reiterate ed insistite visioni di tutti e tre i capitoli della saga, con particolare predilezione per l'ultimo, che personalmente non mi colpì ai tempi dell'uscita ed ho rivalutato forse preso dall'entusiasmo del Fordino, che regala le sue perle migliori imitando le evoluzioni da circo dei protagonisti ogni volta che parte Firework di Katy Perry.

KUNG FU PANDA


Probabilmente la prima figura cinematografica di riferimento della vita del Fordino, che ora comincia a concretizzare l'idea del "Uattà!" grazie alle movenze del nonno materno ed alle sessioni di lotta sul letto con il sottoscritto: Po - che è diventato una sorta di archetipo per tutti i panda - e le sue avventure rimarranno probabilmente impresse nella memoria più pronfonda di AleLeo, che non vedo l'ora di poter portare - magari in sala, chissà - a vedere il terzo capitolo della saga, previsto per la prossima primavera.

MONSTERS AND CO

Sully e Mike Wasowsky, eroi della doppietta Pixar legata alle avventure nel mondo dei mostri, sono da sempre anche tra i miei preferiti - del resto, il primo film è un vero Capolavoro dell'animazione e non solo - e sapere che AleLeo li adori - pur se in misura minore rispetto a Po e Alex il leone - mi riempie di gioia: durante le vacanze, quando una delle più care amiche di Julez ha portato in dono il pupazzo di Sully, il Fordino non ci si è staccato per giorni, al punto dal disperarsi per non poterlo portare anche in spiaggia, ed ora lo stesso fa bella mostra di sè in cameretta proprio accanto a Po, suo idolo supremo.
La cosa più bella, però, è che nel caso di Monsters&Co l'età lo porterà ad apprezzarlo anche più di quanto non capiti ora.

ORTONE E IL MONDO DEI CHI


Sottovalutata e piacevolissima, la pellicola che narra le gesta di Ortone, ispirata da uno dei libri del Dr. Seuss, è per la verità una delle hit meno hit della top ten del Fordino, spinta principalmente dalla natura di elefante del protagonista che, però, in media difficilmente supera il quarto d'ora di visione.
Per ora, dunque, si è visto tantissimo l'inizio del film, e praticamente mai la fine.
Chissà, però, che il trend non subisca un'inversione nei prossimi mesi.

I PINGUINI DI MADAGASCAR


I "Lilli" - pinguini, NdT - sono un'altra specie che riscuote una discreta simpatia da queste parti, nonostante le preferenze di AleLeo siano tutte per animali decisamente più predatori o temibili - coccodrilli, squali, leoni, ippopotami e via discorrendo -: probabilmente tutto nasce dal fatto che i quattro terribili "carini e coccolosi" sono, di fatto, il pepe di Madagascar e che nel corso di questo spin off incrocino il loro cammino con una piovra ed una squadra formata, tra gli altri, da un lupo e un orso, ma poco cambia ai fini del risultato.
Una cosa curiosa, comunque, a proposito di questo film va riscontrata: è forse l'unico che il Fordino riesce a seguire quasi per intero, a scapito di proposte decisamente più "autoriali".

IL RE LEONE



Uno dei Classici Disney meglio riusciti dell'ultimo trentennio, e forse di sempre, ha scalato i vertici delle classifiche di visioni principalmente per la natura felina del suo protagonista, la ricchezza di specie animali e le parti musicali, in particolare "Voglio diventar presto un re", che riscuotono gran successo e scatenano balli scoordinati ai quali sono costretto a partecipare nella savana tra divano e televisore.
Anche questo, come Monsters&Co., sarà sicuramente più apprezzato ed approfondito con il passare degli anni, in barba al fatto che i film d'animazione siano considerati troppo spesso "bambineschi".

IL LIBRO DELLA GIUNGLA



Altro classico intramontabile che da bambino, insieme a Robin Hood e La spada nella roccia, devo aver visto almeno un paio di milioni di volte: perfette le musiche - Lo stretto indispensabile era già una delle canzoni della nanna di Ale quando ancora non sapeva camminare -, indimenticabili i personaggi, ambientazione che rientra perfettamente negli standard del Fordino ed ultimamente un vero e proprio amore per la sequenza della parata degli elefanti, che ho mandato avanti e indietro - ed ovviamente ballato, per fortuna del sottoscritto senza essere ripreso da nessuno - sul dvd decine di volte. Chicche del periodo più bello della vita di ognuno di noi, che prima dimentichiamo, e poi, grazie ai figli, torniamo a sentire sulla pelle.



MrFord

mercoledì 16 settembre 2015

Inside out

Regia: Pete Docter, Ronaldo Del Carmen
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 94'






La trama (con parole mie): Riley è una ragazzina di undici anni cresciuta in una famiglia felice del Minnesota, tra hockey, amicizie e due genitori amorevoli e presenti. Nella sua testa, come in quelle di tutti noi, le cinque emozioni primarie governano azioni e ricordi filtrandoli attraverso le vicende di ogni giorno.
Quando il lavoro del padre spinge Riley ad un forzato e non desiderato trasferimento a San Francisco, il cambiamento e gli sconvolgimenti che ne conseguiranno porteranno Gioia, Tristezza, Rabbia, Disgusto e Paura a dover gestire un passaggio fondamentale per ogni essere umano: la fine dell'infanzia e l'inizio del percorso che porterà la loro amata Riley all'adolescenza.
Riusciranno a gestire questo delicato momento, o tutto il castello di certezze costruito fin dalla nascita della bambina crollerà lasciando ferite destinate a restare per sempre?








A volte ci si può soltanto arrendere.
Certo, resistere è lecito, tentare quasi doveroso, ma di fondo, il risultato sarà scontato, deciso, devastante.
Pete Docter, oltre ad essere uno dei cervelli dietro l'ascesa della Pixar, una delle realtà più importanti del Cinema - non solo d'animazione - della nostra epoca, e l'autore dietro i due film più importanti della stessa casa di produzione - Monsters&Co e Up! -, deve essere un profondo conoscitore della parte bambina dell'animo umano, essere lui stesso rimasto un "fanciullino" o riuscire ad empatizzare incredibilmente non solo con quello che portiamo dentro - indubbiamente viziato - noi adulti, ma anche e soprattutto con i più piccoli.
Se non fosse che si tratta di uno dei registi più importanti che l'animazione abbia in scuderia in questo momento, sarei felice se potesse essere l'insegnante del Fordino, perchè ho come l'impressione che ne avrebbe solo ricordi costruttivi ed importanti.
Ma a prescindere da lui, si parlava di resa.
Incondizionata, nello specifico.
Perchè Inside out porta a questo.
Con leggerezza e colore, semplicità e lampi di genio che fanno invidia perfino alle porte di Sully e Mike o all'apertura fulminante legata alla vita di Carl ed Ellie.
Inside out, oltre a mostrare uno spaccato della nostra testa e dei sentimenti che farebbe invidia ad artisti e psicologi, è come un bimbo.
Non voglio menarla troppo rispetto alla questione dell'essere genitori, o pensare che lo stesso fatto di diventarlo renda automaticamente chi lo è migliore degli altri, perchè non è così - c'è un sacco di gente in giro, purtroppo, che finisce per avere figli anche quando dovrebbe non averne per il bene dei figli stessi -, ma vorrei cercare di rendere al meglio la tempesta emotiva, oltre che visiva e "cinefila", che è questo gioiello: la notte in cui il Fordino è nato ho assistito al travaglio - che non è stato propriamente breve - ed al parto senza avere la minima idea di quello che stesse provando Julez, sono stato in prima fila all'evento più importante della mia vita, ho visto venire al mondo quel piccolo esserino capellone con la testa da Alien e ho veicolato il suo passaggio qui tagliando il suo cordone ombelicale, me lo sono ritrovato tra le braccia senza neppure avere la minima idea di quello che sarebbe stato, che sarei stato.
Ricordo che quella notte, a casa, scrivendo come scrivo ora, detti fondo ad una bottiglia di Southern Comfort piangendo senza controllo, liberando le emozioni primarie come poche volte nella mia vita.
Al termine della visione del film, Julez mi ha chiesto perchè avessi pianto, non accondentandosi della mia risposta, ovvero che Inside out è straordinariamente bello.
A distanza di qualche ora, scrivendo come in quella notte fondamentale per la mia esistenza, posso dire di aver pianto perchè in Inside out ho visto le emozioni che sento sulla pelle quando vedo, di giorno in giorno, crescere AleLeo, perchè "averlo avuto è stato come nascere un'altra volta" - per citare il sempre mitico Rocky -, perchè l'infanzia è uno dei periodi più incredibili della vita, ed è ad un tempo necessario, stupefacente e terribile che lo stesso finisca, sacrificandosi come un elefante di zucchero filato che si getta nel baratro affinchè si possa compiere un salto che è un'evoluzione naturale, ma anche una meraviglia differente.
Inside out racconta come un genitore quel momento, l'istante in cui la fanciullezza e l'innocenza finiscono, e si impara che non sono solo gioia ed istinto ad avere il timone della nostra nave, ma anche il dolore, la tristezza: e nonostante l'apparenza, questi ultimi sono necessari quanto i primi affinchè si possa amare incondizionatamente la vita, e viverla a fondo.
E lo racconta con gli occhi pieni d'amore di un genitore che si ricorda del proprio elefante guardando i figli crescere, ben sapendo che non ci sarà un momento più bello di quello, così innocente, così puro, così vero, colorato e magico.
Ma nell'ampliarsi delle isole e degli orizzonti, il sacrificio finisce per essere necessario.
Come la resa, in alcuni casi.
Come quando guardiamo i nostri figli crescere, e troviamo straordinario un gesto semplice, perchè viviamo una volta ancora quello stesso gesto che la nostra memoria ha perduto insieme all'innocenza.
Come quando assistiamo al miracolo che è vivere, ed alla meraviglia che è possibile tirare fuori dal cilindro senza confini che passa dal nostro cervello al cuore.
Inside out è uscito dritto da quel cilindro.
E ringrazio di essermi arreso alla grandezza di chi è riuscito a raccontare la vita come se non avesse mai perso l'innocenza.
O l'avesse ritrovata guardando crescere un figlio.




MrFord




"And some of us have to grow up sometimes
and so, if I have to I'm gonna leave you behind
some of us have to grow up sometimes
and so, if I have to I'm gonna leave you behind."
Paramore - "Grow up" - 




martedì 19 novembre 2013

I vitelloni

Regia: Federico Fellini
Origine: Italia
Anno:
1953
Durata: 107'




La trama (con parole mie): cinque amici all'alba della loro età adulta, in bilico tra sogni e responsabilità, nel cuore di una cittadina italiana all'inizio del boom. Dal matrimonio che porta Fausto, il leader spirituale dei "vitelloni" alla nuova condizione di padre di famiglia e lavoratore alle vicende artistiche di Leopoldo, l'intellettuale del gruppo, passando per le turbolenze dell'incorreggibile Alberto, diviso tra l'amore per la bella vita e quello per la madre, e lo sguardo perso all'orizzonte di Moraldo, il più giovane del gruppo.
Una fotografia di un'epoca ma soprattutto un film generazionale, il ritratto della giovinezza sempre pronta alle "zingarate" di colpo trovatasi di fronte il non sempre tenero sguardo della crescita.





La mitologia di Federico Fellini, fatta di neoralismo e sogno mescolati abilmente in un cocktail che è stato, è e sarà parte della Storia d'Italia, ancora prima di quanto il mondo imparò ad ammirare con La dolce vita, 8 e 1/2 o Amarcord passò attraverso le strade deserte della notte che accoglieva quasi maternamente i vitelloni, gruppo di ragazzi alle porte della loro esistenza da adulti dediti a succhiare tutto il midollo della vita progenitori delle allora future generazioni degli Amici miei.
Federico Fellini, ai tempi al suo terzo lungometraggio e all'inizio del percorso che l'avrebbe portato a stupire le platee del mondo intero, delinea l'universo che lui stesso si trovava ad affrontare ai tempi, poco più che trentenne, mescolando i suoi tratti con quelli dei protagonisti della pellicola, dall'amore per le donne e l'egoismo di Fausto alla passione incontrollata per la scrittura e l'arte di Leopoldo, dalla voglia di andare oltre i confini della sua Romagna di Moraldo alla teatralità in bilico tra la malinconia e l'allegria sfrenata di Alberto.
Proprio al personaggio che prende il nome dal suo interprete, l'indimenticato Alberto Sordi, sono legate le sequenze più note de I vitelloni, dal famoso gesto dell'ombrello indirizzato ai lavoratori alla meravigliosa sequenza del Carnevale, in grado di sottolineare il gusto per il farsesco e la dualità di comico e tragico che si ritroverà in quasi tutta l'opera felliniana successiva, dal Casanova al Satyricon, dai Clowns alla realtà profonda de Le notti di Cabiria: passaggi semplici eppure di potenza che allora il Cinema poteva soltanto immaginare, scanditi da un ritmo soltanto apparentemente placido come le giornate di quei ragazzi pieni di speranze e di sogni alle prese con un mondo per il quale non sempre potevano definirsi pronti.
In questo senso la figura di Fausto, il più carismatico ma allo stesso tempo il più negativo tra i personaggi principali, assume una grande importanza sia rispetto a quello che, di fatto, era il ruolo dell'uomo a quei tempi - sempre che non lo sia ancora oggi -, sia nell'equilibrio della pellicola tra sacro e profano, poesia e panesalamismo, testa e cuore: i suoi confronti con il padre e lo splendido passaggio che chiude la sua storia - almeno quella che viene narrata - sono da antologia almeno quanto la figura del suo datore di lavoro, pronto a fare da mentore - o quasi - al giovane bugiardo che per poco non gli costa il matrimonio.
Più che una generazione, quella dei vitelloni è una tappa che ogni uomo tocca nel corso del suo personale viaggio attraverso il Tempo e la vita, e più che un film generazionale I vitelloni è un affettuoso ritratto ed un omaggio alla giovinezza che, per quanto possa essere preservata dallo spirito, è destinata, prima o poi, ad essere lasciata alle spalle almeno quanto la casa che finiamo per abbandonare, spinti dalla curiosità, dalla paura e dal desiderio di confrontarci con il mondo esterno, il grande caos che attende ognuno una volta libero dall'abbraccio di chi lo ha protetto per tutta una vita.
Un film che è un pezzo di tutti noi, almeno quanto il Cinema di Fellini è parte integrante delle fondamenta della settima arte, con quel suo piglio teatrale pronto a barcollare, ebbro di vita, danzando tra il dolore e la passione.


MrFord


 "E poi ci troveremo come le star
a bere del whisky al Roxy Bar
oppure non c'incontreremo mai
ognuno a rincorrere i suoi guai
ognuno col suo viaggio
ognuno diverso
e ognuno in fondo perso
dentro i cazzi suoi." 
Vasco Rossi - "Voglio una vita spericolata" - 




mercoledì 5 giugno 2013

Epic - Il mondo segreto

Regia: Chris Wedge
Origine: USA
Anno: 2013
Durata:
102'




La trama (con parole mie): M. K., una diciassettenne da poco rimasta orfana di madre, si ritrova a vivere con un padre perso da sempre in una ricerca scientifica che lo trova convinto dell'esistenza di una razza di piccoli esseri nascosti nella foresta cui abita accanto.
Sconvolta dalla recente perdita e dall'incapacità del genitore di rapportarsi a lei come vorrebbe, la ragazza decide di abbandonare la speranza di poter costruire un rapporto con il suddetto e partire: una casualità, però, la conduce nel luogo in cui la regina del piccolo - e realmente esistente - popolo sta per morire, consegnando proprio a lei il destino di un baccello che potrebbe significare il destino della foresta stessa.
Rimpicciolita e alla scoperta di un nuovo mondo, M. K. troverà il tempo per rivalutare non solo la ricerca del padre, ma anche una sorta di nuova famiglia prima di salvare il salvabile e tornare alla sua vita di tutti i giorni.




Ricordo quando, non troppo tempo fa, in occasione di una delle uscite in sala rese possibili dalla disponibilità della Ford-suocera pronta ad accudire il Fordino per un paio d'ore, mi capitò di incrociare il trailer di Epic, ultima fatica di Chris Wedge, creatore del fortunatissimo - anche se spompato già dal secondo capitolo - franchise de L'era glaciale.
Il risultato fu un'espressione di disgusto dipintasi in stereo sui volti del sottoscritto e di Julez, convinti entrambi di trovarsi di fronte all'ennesima schifezza d'animazione buona giusto per l'incasso al botteghino che di recente pare sia diventata un'alternativa profondamente ben voluta dai distributori, consci del fatto che gli spettatori occasionali - specie se famiglie - nei weekend da trionfo dei multisala finiscono per vivere praticamente di prodotti usa e getta di questo genere.
Fortunatamente, il buon Chris è riuscito nella non facile impresa di ribaltare almeno in parte le aspettative riuscendo a farmi dimenticare la delusione enorme che fu Robots, presentando un film d'avventura nella sua accezione più classica scomodando addirittura l'approccio hollywoodiano da emozioni forti e commozione stuzzicata che di recente - pur se, ovviamente, con un impatto decisamente maggiore - ha reso Avatar uno dei titoli più discussi ed importanti della settima arte e del concetto di blockbuster globale.
Forte dell'influenza di titoli clamorosamente eighties ed ingenui come Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi e degli spunti legati ai film di formazione e al rapporto tra genitori e figli - Ronin e Nod così come M. K. e suo padre - Wedge confeziona un prodotto d'intrattenimento scorrevole e per nulla irritante, per una volta sminuito da un trailer che pareva la solita compilation di gag inutili che da qualche anno a questa parte troppo spesso finiscono per essere la ben poco solida spina dorsale delle proposte made in USA di Cinema d'animazione che non sia firmato Pixar: proprio questa componente, costituita dalle due lumache a guarda del baccello indicato dalla morente regina come fulcro di un nuovo regno a protezione della foresta e dal "saggio" consigliere della stessa rappresenta il punto debole effettivo del prodotto, che finisce per acquisire uno spessore decisamente più consistente sia nella sua componente action - le battaglie così come le sequenze "a volo di colibrì" create ad uso e consumo del 3D - che in quella sentimentale, dall'elemento legato a doppio filo al superamento del dolore dei due protagonisti - M. K. ha perso la madre, Nod il padre - alla presa di coscienza di se stessi e del proprio percorso, reso decisamente più credibile da un finale ovviamente lieto ma non eccessivamente zuccheroso - parlo della storia tra i due ragazzi, gestita in modo equilibrato e non eccessivamente ruffiano -.
Dunque, e clamorosamente a sorpresa, devo ammettere di essermi gustato Epic quanto e più di quello che mi sarei aspettato, pensando che, un giorno o l'altro, un titolo di questo genere sarà in grado di intrattenere lasciando un insegnamento - nella migliore tradizione dei cartoni animati classici, soprattutto Disney - rispetto al Fordino, che spero di tenere lontano dalle proposte ipnotizzatrici di bambini a suon di colori e movimenti di macchina roboanti ma prive dello spessore - almeno minimo - necessario affinchè al termine della visione si possa considerare di parlare di quello che si è appena visto invece di sperare che il piccolo - o i piccoli - possano dimenticarlo in fretta.
Unica, vera, grande nota negativa l'agghiacciante doppiaggio italiano, che da Lillo e Greg a Maria Grazia Cucinotta - Maria Grazia Cucinotta, santi numi, una che, come giustamente dice Julez, riesce a malapena a parlare l'italiano, e che qui finisce addirittura a prestare la voce, compresa di pessima dizione, alla regina! - fa vergognare rispetto all'originale, che vede all'interno del cast nomi illusti come quelli di Colin Farrell, Amanda Seyfried e Christoph Waltz, senza contare ospiti del calibro di Steve Tyler, Beyoncè ed il tamarrissimo Pitbull - anche se quest'ultimo non dovrebbe poi essere chissà quale motivo di vanto -.
Senza dubbio, comunque, una proposta insospettabilmente valida ed in grado di andare incontro al pubblico più e meno giovane incontrando in qualche modo i gusti di entrambi, che pur non presentandosi certo come un riferimento del genere riesce nell'intento di regalare un momento di magica coesione tra genitori e figli, proprio come accadeva ai tempi d'oro che furono gli eighties già citati.
E per qualcosa che, dal trailer, avrei destinato al cestino senza pensarci due volte, direi che è davvero un risultato niente male.


MrFord


"You opened the door,
I let myself in.
Between you and me,
I only believe
what I want to believe.
I guess it's because I'm
greener than green.
Only because I'm green."
Dandy Warhols - "Green" - 


giovedì 31 gennaio 2013

Il manuale del papà e La guida del giovane papà

Autore: Robert Richter, Eberard Shafer (Il manuale del papà) - Pierre Antilogus, Jean Louis Festjens (La guida del giovane papà)
Origine: Germania (Il manuale del papà) - Francia (La guida del giovane papà)
Anno: 2005 (Il manuale del papà) - 1988 (La guida del giovane papà)
Editore: Tecniche nuove (Il manuale del papà) - EDT (La guida del giovane papà)




La trama (con parole mie):  la nuova frontiera dell'essere padri secondo due letture leggere che possano comunque informare e mantenere sulla soglia d'attenzione necessaria i futuri padri, soprattutto quando si tratta di primi figli.
Il manuale del papà è un'opera di stampo didattico basata su un approccio preciso, dettagliato e didascalico, ricca di informazioni e basata su una concezione molto razionale del percorso che porta al fatidico momento del parto - e oltre -.
La guida del giovane papà è una sorta di parodia dei momenti migliori - e peggiori - che aspettano il futuro genitore dal momento della scoperta della "dolce attesa" ai trent'anni suonati del suo futuro erede.




Già lo so che qualcuno tra gli avventori più stagionati del Saloon storcerà il naso rispetto a questo tipo di letture, specie se affrontate da uno che predica la filosofia dell’imparare dall’esperienza come il sottoscritto: parrebbe quasi suonare come una ritirata, o peggio un ritrattare il panesalamismo di cui vado così fiero.
Al contrario devo ammettere che, così come il corso preparto – esperienza mitica -, questi due libri piccoli piccoli dalla lettura veloce e leggera sono stati una buona fonte d’informazioni rispetto a quello che è, di fatto, il mestiere più difficile e soddisfacente ad un tempo del mondo: quello del genitore.
Ovviamente quella che sarà la mia vita da padre “sul campo” andrà ben oltre le pagine dei consigli e le descrizioni delle esperienze altrui – degli autori, nello specifico -, e probabilmente al primo cambio di pannolino la mente si farà vuota e non riuscirò a ricordare nulla di quello che ho letto o ascoltato, eppure buttarmi in queste pagine è stato piacevole e confortante, quasi potessi contare su una sorta di cuscinetto soprattutto nelle temibili prime sei settimane, quando se il destino è avverso – ed il bimbo non ama dormire la notte – le cose possono diventare drammatiche per i genitori, anche considerato che, purtroppo, in Italia non esistono cose intelligenti come un periodo anche minimo di permesso lavorativo per i padri – che sono costretti a bruciarsi le ferie per poter stare accanto alla compagna ed al nuovo arrivato almeno nei primi giorni – e l’occupazione continua ad incombere senza pietà alcuna.
Dei due testi ho trovato sicuramente più valido Il manuale del papà, a volte forse un po’ troppo didascalico ma sicuramente più indicato per cominciare a masticare qualcosa sia rispetto alla preparazione al parto – che, se è pur vero che si tratta di un’incombenza femminile, incide su entrambi i componenti di ogni coppia che voglia partecipare “come squadra” al lieto evento – che al periodo post-nascita, mentre La guida del giovane papà, sulla carta più easy e “narrativa” appare a volte un po’ troppo forzatamente simpatica – e dunque, di fatto, finta – per poter conquistare un lettore come il sottoscritto, che cerca sempre negli autori una certa onestà nel portare sulla pagina storie ed esperienze – in questo senso, ho trovato pressoché perfetta soltanto l’introduzione al testo di Baricco -.
Ad essere sincero, poi, inizialmente avevo pensato di ignorare bellamente da queste parti l’idea di dedicare un post a due titoli assolutamente settoriali e lontani dalla consuetudine del bancone grezzo e dell’alcool, ma considerato l’arrivo del Fordino ho trovato la cosa in qualche modo affascinante, anche perché voi per primi sarete testimoni, pur se indiretti, dell’impatto che il piccoletto avrà rispetto alle vite del sottoscritto e di Julez così come sulla quotidianità del blog, che potrebbe allargare la sua sfera di competenza anche alle esperienze “paterne” di questo vecchio cowboy.
Niente, ovviamente, è certo, o definito, un po’ come l’esperienza di questo viaggio assolutamente unico che, nonostante i corsi, i consigli di parenti o amici già padri e chi più ne ha, più ne metta, giorno dopo giorno diviene qualcosa di profondamente intimo ed unico, così come il legame che ci porterà a lasciare quella che è la più grande eredità che un essere umano possa regalare al mondo: una nuova esistenza.
E di nuovo mi rendo conto che una frase come questa potrebbe suonare addirittura new age o radical chic da genitore “di cultura”, dunque passo oltre e me la gioco affermando che questi due testi sono stati un piacevole riempitivo nell’attesa dell’arrivo del Fordino ma che non potranno mai e poi mai sostituire quello che sarà il mio rapporto con lui, le cose che avremo in comune e quelle che, al contrario, ci porteranno a trovarci su fronti opposti: e chissà che, un giorno, non decida anche io di scrivere qualcosa legato a questo periodo così particolare e che, in qualche modo, non avrà mai fine, perché una volta passati “dall’altra parte” e divenuti genitori, si continuerà ad esserlo per sempre.
Di sicuro è presente la voglia e la curiosità di conoscerlo ed il desiderio di trasmettere tutto quello che la Frontiera ha insegnato a me, sperando che possa fare del suo meglio per goderselo e trovare una strada che possa renderlo felice ed appassionato, curioso ed affamato di vita almeno quanto continua ad essere anche quel vecchiaccio di suo padre.
E poi, in un prossimo futuro, forse toccherà anche a lui affrontare la lettura di un manuale che tenterà di tradurre in parole quello che è il mestiere più antico e difficile del mondo.
E anche lui penserà che, chissà, quel libretto sarà stato soltanto un modo per accorciare i tempi e passare, finalmente, dalla teoria alla pratica.
Perché non c’è pratica più intensa e soddisfacente di questa.


MrFord


"It's not time to make a change,
just sit down, take it slowly.
you're still young, that's your fault,
there's so much you have to go through.
Find a girl, settle down,
if you want, you can marry.
Look at me, I am old, but I'm happy."
Cat Stevens - "Father and son" -


 

giovedì 10 novembre 2011

Tomboy

Regia: Cèline Sciamma
Origine: Francia
Anno: 2011
Durata: 84'



La trama (con parole mie): Laure, una ragazzina sveglia ed energica dal fare mascolino e dalla sensibilità tutta femminile, si è appena trasferita in una nuova casa e in un quartiere tutto da scoprire con la famiglia e la sorellina. Fatta amicizia con un gruppo di suoi coetanei del posto - probabili futuri compagni di scuola -, ha intenzione di godersi l'estate e la vicinanza della nuova amica Lisa, felice della sua nuova vita.
Peccato che, per integrarsi più facilmente e - chissà - conquistare il cuore della stessa Lisa, Laure, sfruttando la sua fisicità, comincia a spacciarsi per un maschio e farsi chiamare Michael.
Quando la sua sorellina Jeanne verrà a conoscenza dell'inganno, le cose cominceranno a complicarsi: e quando farà a botte con un ragazzino proprio per difenderla finiranno per precipitare.




Il Cinema francese è, da sempre, per me una sorta di Two face batmaniano: da una parte troviamo un autorialismo spesso spocchioso e giocato sull'apparenza, dall'altra una leggerezza ed un rispetto dei personaggi unico ed elegante.
In particolare, le pellicole di formazione legate ai giovani protagonisti, sembrano ispirare in modo particolare gli autori d'oltralpe, e fin dai tempi de I 400 colpi, passando attraverso i Classici come Au hasard Balthazar per arrivare a cose recenti come Stella o Ricky, le vicende legate alla crescita sono sempre state esponenti importanti della seconda - e, che ve lo dico a fare, preferita dal sottoscritto - categoria.
Tomboy, pur non raggiungendo i livelli dei titoli appena citati, riesce a regalare un punto di vista straordinariamente ben inquadrato "ad altezza bambino" e mantiene una soavità fuori dal comune dal primo all'ultimo minuto, avvincendo pur non raccontando nulla di clamoroso - anzi, giocando più sulla semplicità di una quotidianità comunissima e speciale, quale può essere l'estate di una bambina, addirittura arrivando a ricordarmi in questo il Capolavoro Totoro del Maestro Miyazaki - e mostrando a tratti un coraggio non coraggio che qui in Italia avrebbe assunto i connotati del classico scandalo studioapertiano con le sequenze del bagno di Laure e Jeanne - culminato con un brevissimo nudo della giovane e bravissima protagonista Zoè Heràn - o dei baci tra Michel/Laure e Lisa.
Al contrario, dunque, di quanto potrebbe sembrare al pubblico italiota di grana grossa, le parti dedicate alle interazioni tra i piccoli protagonisti e alle loro dinamiche di gruppo risultano le più efficaci, dalle partite di calcio alla nuotata, fino alla rissa che innescherà il progressivo crollare della bugia di Laure e al confronto avvenuto a verità rivelata, in grado di mostrare le potenziali crudeltà di un'età per certi versi priva di freni senza mai risultare eccessiva o decisa a liberare qualche colpo basso per arruffianarsi - o scandalizzare - il pubblico e la critica.
In questo senso, lo stesso confronto con la madre - "Non lo sto facendo per punirti, ma per proteggerti" - appare tanto realistico quanto illuminato, simbolo di un rapporto tra Laure e i suoi genitori assolutamente moderno e paritario.
Il pregio maggiore di Tomboy, dunque, resta quello del suo sfiorare lo spettatore mantenendo i toni di una curiosa cronaca che sta a metà strada tra il ricordo e l'emozione del momento, portando sullo schermo il ritratto di un'estate di quelle che, una volta adulti, ricordiamo come uniche ed irripetibili anche nei loro momenti "bui".
D'altro canto, occorre ammettere che la levità di cui ho appena parlato costituisce, in qualche modo, anche il limite maggiore dell'opera di Sciamma, lontana dalla realtà dura e pura di cose egrege come La classe ma anche dai voli del Truffaut di Doinel: in qualche modo, si potrebbe addirittura affermare che l'equilibrio di questo film, quasi confortevole, potrebbe essere preso come timore di rischiare quel qualcosa in grado di trasformare una visione discreta in qualcosa che resta dentro, e che lo spettatore non dimenticherà facilmente.
Il fatto è che, onestamente, vorrei evitare di pensarla in questo modo, e mi piace credere che Tomboy sia stato realizzato in questo modo perchè è così che doveva essere: un film a cui volere bene, delicato e a suo modo magico, sottile eppure intenso.
Proprio come la sua protagonista.

MrFord

"I need an easy friend
I do, With an ear to lend
I do, Think you fit this shoe
I do, But DO you have a clue?"
Nirvana - "About a girl" -

lunedì 31 ottobre 2011

This must be the place

Regia: Paolo Sorrentino
Origine: Italia, Irlanda, Usa
Anno: 2011
Durata: 118'



La trama (con parole mie): Cheyenne, una rockstar figlia degli anni del dark e della new wave, si è da tempo ritirata in una sorta di esilio dorato a Dublino, dove vive in compagnia della moglie e quasi galleggia, etereo, in bilico tra le passeggiate al centro commerciale con la giovane Mary e le partite di pelota con la compagna Jane, ancora turbato dal suicidio di due suoi giovani fan avvenuto vent'anni prima, causa principale del suo allontanarsi dal palcoscenico.
Quando suo padre muore, Cheyenne fa ritorno negli Stati Uniti ed inizia un viaggio che diviene iniziatico alla ricerca dell'uomo che, ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, fu carceriere del genitore dell'ex rockstar: lungo la strada farà degli incontri che porranno le basi per un cambiamento radicale della sua vita.



Questo dev'essere proprio l'anno delle delusioni.
Dopo Malick, Polanski, Almodovar e Cronenberg anche Paolo Sorrentino - il mio favorito, con Giorgio Diritti, nel panorama italiano attuale - confeziona un'opera tanto perfetta nella forma quanto profondamente svuotata di sostanza.
Nonostante una regia impeccabile, movimenti di macchina da capogiro, una colonna sonora da urlo firmata da David Byrne e Bonnie "Prince" Billy, la fotografia d'impatto di Luca Bigazzi e tutti i pregi - e i difetti - di una grande produzione internazionale patinatissima, la resa ed il lascito di quest'ultima opera del regista partenopeo manca della potenza emotiva che aveva caratterizzato tutto il suo Cinema precedente, in particolare i miei titoli favoriti L'uomo in più e lo splendido Il divo.
Certo, non siamo di fronte ad una pellicola completamente sbagliata, o incapace di affascinare: i momenti magici non mancano, sia dal punto di vista tecnico - la sequenza del concerto di David Byrne riesce a rendere tutta la carica che pensavo solo un "live" potesse trasmettere allo spettatore - che emotivo - il confronto tra il protagonista ed il figlio della cameriera Rachel proprio in merito alla canzone dei Talking heads che da titolo al film -, ed il fascino del road movie autoriale made in Usa pervade l'intera opera, mescolando abilmente il Wenders di Paris, Texas e i Coen di Arizona Junior, eppure proprio in questo suo essere artisticamente convenzionale l'opera di Sorrentino perde la freschezza se vogliamo casereccia che aveva sempre contraddistinto il suo lavoro, togliendo cuore a quella che è sempre stata una sorta di macchina perfetta.
Dalla sua This must be the place ha comunque un crescendo convincente che - pur se molto lentamente - cattura l'attenzione ed il cuore dello spettatore aprendolo ad una crescita simile a quella del suo protagonista, che nonostante l'età, l'apatia ed i rimorsi attraversa la pellicola neanche fosse un adolescente ancora alla ricerca di se stesso - per quanto lo stesso possa negarlo -, riuscendo, soprattutto con il finale, ad innescare una reazione sotterranea eppure dirompente a livello sentimentale, tracciando una linea nell'esistenza di Cheyenne e, in una certa misura, nella visione dello spettatore.
In questo senso, Sean Penn - che già tutti sapevamo essere un attore assolutamente dotato - incede e conquista con il passare dei minuti, anche se la sua interpretazione risulta essere talmente sopra le righe da sfiorare - soprattutto nella parte ambientata a Dublino - quella gigioneria da bottigliate tanto osteggiata in casa Ford: lo sbuffo sul ciuffo è un esempio perfetto.
Cosa resta, dunque, di This must be the place?
Sorrentino ha iniziato a percorrere l'inevitabile - o quasi - parabola discendente delle talentuose promesse non in grado di reggere la pressione delle ribalte importanti?
O ha soltanto cominciato a prendere le misure - come fu per Nolan con Insomnia - in modo da essere pronto al vero salto di qualità con il suo prossimo lavoro?
Di certo, rispetto agli altri registi citati all'inizio del post, in questo caso la delusione è stemperata dalla voglia dell'autore - che traspare anche nei momenti meno riusciti della pellicola - di raccontare e portare sullo schermo un percorso che pare sempre profondamente personale - anche quando le sbavature dello script si fanno notare, come in questo caso - e che, soprattutto, dopo una fase centrale a rischio di perdizione tutta citazioni, gente strana degli Usa da profonda e grottesca provincia ed un autoriale sensazione di deja-vù, riesce a riprendere il filo conduttore della narrazione regalando un ottima chiusura, quasi a dirci che il Sorrentino internazionale diventerà grande, ed il futuro che lo aspetta è nuovo e, in qualche modo, privo delle "zone d'ombra" di questo suo lavoro.
Io continuo a sperarci.
Anche perchè, se dovessi proprio fare il cinico, direi che se "this must be the place", sarebbe meglio che il buon Paolo torni dalle nostre parti, perchè "il luogo" a stelle e strisce non sembra proprio giovargli.

MrFord

"Home - is where I want to be
but I guess I'm already there
I come home she lifted up her wings
guess that this must be the place
I can't tell one from the other
did I find you, or you find me?
there was a time Before we were born
if someone asks, this where I'll be . . . where I'll be."
Talking heads - "This must be the place" -


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