Visualizzazione post con etichetta cult movies. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cult movies. Mostra tutti i post

giovedì 14 dicembre 2017

I gemelli (Ivan Reitman, USA, 1988, 107')




Di tanto in tanto, soprattutto nelle serate in cui mi capita di non aver voglia di investire energie neppure nella scelta del prossimo film da selezionare tra le fila dei titoli in lista, l'idea di ripescare piccoli cult non troppo impegnativi della mia infanzia diventa l'equivalente di un cocktail nel bar di fiducia, di un massaggio che già si sa porterà al sesso, o di una cena dove arriveranno solo i nostri piatti preferiti.
Una cosa confortante, piacevole, rilassante, goduriosa.
Con questo spirito, a distanza di non so neppure quanto tempo dall'ultima volta, ho riesumato all'inizio di questo autunno agli sgoccioli I gemelli, pellicola perfettamente inserita negli anni ottanta firmata Ivan Reitman - lo stesso di Ghostbusters, per intenderci - con protagonisti il mitico Schwarzy e Danny DeVito, commedia d'azione piacevole e divertente ancora oggi, con tutti i limiti del caso ma ugualmente in grado di intrattenere non solo uomini e donne, ma anche grandi e piccini.
Uscito - almeno per il momento - dal suo periodo tosto dei Conan e dei Terminator, l'Arnold di tutti noi attraversava all'epoca una sorta di tentativo di rendere umano il suo consueto charachter tutto d'un pezzo, passando proprio per ruoli come quello che avrà da lì a due anni in Poliziotto alle elementari o quello di Julius Benedict, trentacinquenne fisicamente e mentalmente al massimo che dopo aver vissuto di teoria e in quasi isolamento su un'isola del Sud Pacifico sbarca a Los Angeles una volta scoperto di avere un gemello separato da lui alla nascita.
La progressiva scoperta dell'altro, la crescita spalla a spalla ed il consueto - e sempre piacevole - road trip pronto a consolidare i rapporti fanno il resto, forti della grossa alchimia che si creò sullo schermo tra i due protagonisti, perfetti nel rendere l'idea del ragazzone forzuto e studioso buono fino al midollo e del piccoletto opportunista e seduttore in grado di cavarsela con le proprie forze - e a scapito del prossimo - fin dalla tenera età: il fatto, poi, di aver amato questo film dai tempi delle elementari, saperlo a memoria a seguito delle infinite visioni in compagnia di mio fratello e gustarsi i siparietti tra DeVito e Schwarzy dal primo all'ultimo aggiungono I gemelli alla schiera di titoli con protagonista l'inossidabile Arnold che non solo gli appassionati non possono non avere in casa a portata di mano per qualsiasi serata d'emergenza o rutto libero, ma che dovrebbero ringraziare per aver mostrato un lato più umano e divertente di quella che, per anni, era stata praticamente una macchina per uccidere.
E dal balletto nella camera d'albergo all'abbraccio in bagno - quante volte citato quel "Hey, è mio fratello!" -, passando per il corso accelerato di scuola guida e le tre regole in una situazione critica, a quasi trent'anni dalla sua uscita I gemelli regala ancora ben più di un sorriso ed ottimo intrattenimento, ennesima dimostrazione che i gloriosi eighties sono stati la vera e propria miniera d'oro dell'intrattenimento disimpegnato, che ancora oggi viene in soccorso di noi ragazzi troppo cresciuti nel momento in cui abbiamo bisogno di un salvagente, un abbraccio, una coperta per le serate in cui si sta troppo male, o così bene, che solo qualcosa che conosciamo a fondo può rendere davvero degne di essere vissute.
Ancora una volta.



MrFord



 

lunedì 23 gennaio 2017

Face/Off - Due facce di un assassino (John Woo, USA, 1997, 138')




Questo post partecipa orgogliosamente indossando un parrucchino assurdo alle celebrazioni per il Nicholas Cage Day.




Quasi mi dispiace di aver utilizzato un supercult anni novanta - e sapete bene quanto sia problematico il mio rapporto con i nineties - come ripiego per questo Nicholas Cage Day organizzato dalla ciurma di F.I.C.A.: in realtà, approfittando dell'occasione, avrei voluto recuperare uno dei film più importanti della carriera del Gabbia - Via da Las Vegas, che gli portò l'Oscar - colpevolmente ancora mai passato sugli schermi del Saloon, ma per questioni organizzative e di tempo ho dovuto ancora una volta rimandare l'appuntamento con la Città del peccato e rispolverare, in un pomeriggio da solo con la Fordina, che più passa il tempo e più, rispetto a suo fratello, sembra una vera e propria bestia selvaggia - la sala, al termine della visione, pareva un vero e proprio campo di battaglia tra libri e giochi sparsi in ogni dove -, uno degli esperimenti più riusciti della carriera di un Maestro dell'action come John Woo, al servizio di una doppia grande interpretazione del Nicolone - ovviamente - e di John Travolta, entrambi talmente sopra le righe da fare spavento eppure efficaci come non mai.
Ammetto che, rivedendolo per la prima volta dopo qualche anno, l'impressione che sia un pò invecchiato ha fatto capolino a tratti, eppure Face/Off rappresenta ancora oggi l'esempio perfetto di unione quasi da fantascienza tra action tamarro e sguaiato e film d'autore, grazie ad un comparto tecnico perfetto al servizio di una vicenda totalmente implausibile ma in grado di reggere la tensione ed il ritmo - pazzeschi entrambi - dall'inizio alla fine, regalando uno dei charachters più strabilianti mai interpretati dal Nicolone, Castor Troy, che dal mitico "Mi piace mangiare la patata" agli occhi sgranati delle grandi occasioni è e resta indimenticabile non solo per i fan del Nostro, ma anche per chiunque apprezzi il classico cattivo senza ritegno di questo genere di produzioni.
Come se non bastasse - e, ricordiamolo, vale lo stesso discorso per Travolta - la doppia parte permette a Cage di sfoderare anche il suo lato romantico/patetico prepotentemente come poche altre volte nel corso della carriera, e senza dubbio in questo caso funzionale al personaggio, per l'appunto doppio: la rivalità tra Archer e Troy, che riesce ad essere intensa quasi quanto quella tra il sottoscritto e Cannibal Kid, fa da ossatura ad un film che è un vero e proprio caposaldo del genere, ed uno dei pochi action che, negli anni, sono riusciti a convincere perfino la critica "dura e pura".
Dai "bullet time" che anticiparono i tempi alle riflessioni sul tema del doppio e su quello che accadrebbe se fossimo costretti a vestire i panni del nostro peggior nemico, passando attraverso molti dei grandi nodi narrativi del poliziesco, Face/Off è un film nel suo ambito quasi perfetto, che potrà cominciare ad apparire datato agli spettatori attuali ma che è senza alcun dubbio una bomba pronta ad esplodere, un rollercoaster dal quale non si scende fino ai titoli di coda, e che permette di cedere al fascino del bad guy da parte di chi è sempre stato il buono per antonomasia - la rissa in carcere - così come a quello del bravo ragazzo per chi, al contrario, è sempre stato uno stronzo maiuscolo - il trattamento allo spasimante della "figlia" -: in un giorno di celebrazioni come questo, non mi sento troppo a disagio nell'affermare che si tratta senza ombra di dubbio di uno dei successi maggiori di Nicola Gabbia, in uno dei ruoli che più hanno calzato sulla sua capacità interpretativa da occhio sbarrato e movenze nervose ed apparentemente scomposte, un misto tra un cane maledetto ed un veterano della cocaina.
Chiunque pensi che l'action sia morta con gli anni ottanta o, ancora peggio, che viva in molti dei prodotti spompati che girano in sala di questi tempi - si veda il recente terzo capitolo dell'inutile XxX -, dovrebbe farsi un giro con i signori Archer e Troy per assaporare il vero brivido di un genere da sempre troppo sottovalutato ed in grado come pochi altri di esaltare a dismisura lo spettatore.




MrFord



 




Partecipano orgogliosamente indossando il parruccone con me anche:
Il Bollalmanacco 
Director's Cult
Non c'è paragone
Pietro Saba's World
In Central Perk 
Una mela al gusto pesce
Cooking Movies

martedì 24 maggio 2016

Lo chiamavano Jeeg Robot

Regia: Gabriele Mainetti
Origine: Italia
Anno:
2015
Durata: 112'







La trama (con parole mie): Enzo Ceccotti è un piccolo criminale di strada della periferia romana, un individuo solitario che, quando non tenta di sbarcare il lunario grazie a piccoli furti, passa il tempo chiuso in casa mangiando budini di fabbricazione industriale e guardando film porno.
Nel corso di una rocambolesca fuga dalla polizia, finisce nel Tevere in una zona in cui sono stati scaricati barili di scorie non identificate: tornato a casa ed alla vita di sempre, scopre di aver guadagnato, nell'incidente, una forza ed una resistenza sovrumane, che inizialmente sfrutta in modo da poter portare a termine colpi che in precedenza avrebbe potuto solo sognare.
Quando, però, la disequilibrata vicina di casa figlia di uno dei suoi contatti nel mondo del crimine, appassionata della serie di Jeeg Robot d'acciaio, si avvicina emotivamente ad Enzo spingendolo ad agire nel giusto, le cose cambiano: specie quando lo Zingaro, boss locale con ambizioni spropositate, entra prepotentemente nelle vite dei due.













Considerato il mio rapporto recente con il Cinema italiano, giocato sulla nostalgia dei tempi in cui sfornavamo Capolavori a raffica ed eravamo un punto di riferimento mondiale per la settima arte e le continue critiche alle miriadi di inutili nuove uscite, questo duemilasedici ha segnato un netto salto in avanti, soprattutto per quanto riguarda le speranze da nutrire rispetto al futuro.
Prodotti come Perfetti sconosciuti o Veloce come il vento, per quanto impossibili da considerare come molti hanno sperato o creduto che potesse essere ma ugualmente titoli dal valore indubbio e dal respiro almeno all'apparenza più internazionale, infatti, hanno spinto il sottoscritto a pensare che perfino nell'ormai quasi irrecuperabile Terra dei cachi qualcosa si stesse muovendo.
Lo stesso discorso è applicabile all'osannatissimo e già cult movie Lo chiamavano Jeeg Robot, un successo di critica e pubblico che, probabilmente, non si sarebbero aspettati neppure gli autori stessi nei più rosei sogni di gloria.
Hype a mille e recensioni entusiastiche lette una dopo l'altra, ho inseguito questo titolo per mesi, quasi sperando che potesse significare il salto di qualità che da anni attendo - esclusi un paio di nomi grossi già consolidati -, ad un tempo cercando di non esaltarmi troppo per finire poi deluso: il risultato è stato una sorta di via di mezzo, così come per i due titoli fenomeno di questo duemilasedici italiano in sala citati in apertura di post.
Lo chiamavano Jeeg Robot è un gran bel film, costruito con un piglio che, di norma, da queste parti ci si sogna, graziato da una regia ed una colonna sonora pazzesche e da un interprete come Luca Marinelli che potrebbe rappresentare il futuro attoriale della nostra penisola in cui neppure un tonno come Santamaria sfigura, che coinvolge, emoziona e convince, ma che, nonostante tutti questi pregi, è e resta "confinato" allo status di promessa: gli entusiasmi quasi incontenibili di alcune recensioni lette dai tempi della sua uscita in sala, infatti, paiono non aver tenuto conto che, per quanto da queste parti non si sia mai tentato un esperimento simile con successo - perchè, lo ribadisco, il prodotto lo è, eccome -, oltreoceano si ha la possibilità di incrociare il cammino con lavori del genere a bizzeffe, e dai quali lo stesso Mainetti potrebbe aver preso ispirazione, si pensi a Batman begins, Kick Ass, Super, e chi più ne ha, più ne metta.
La vicenda di Enzo Ciccotti, solitario criminale di mezza tacca trasformato dal disequilibrato amore per Alessia in un potenziale supereroe - considerati il finale ed il successo, non mi stupirei se venisse messo in cantiere un sequel - pronto a muoversi nella periferia criminale romana quasi Non essere cattivo incontrasse Christopher Nolan funziona, è divertente, tragica e violenta quel tanto che basta per fare breccia nell'audience di qualsiasi livello culturale e di passione rispetto alla settima arte, trascina e non pecca di presunzione così come di essessiva retorica: in un certo senso, Mainetti è riuscito nella non facile impresa di confezionare un film sostanzialmente privo di difetti e nato per vincere, nonostante di fatto si tratti dell'epopea di uno sconfitto, di un outsider pronto ad emergere dal fango proprio come i supereroi Marvel di maggior successo.
Dunque, se ancora non l'avete fatto, correte a vedere Lo chiamavano Jeeg Robot.
Difficilmente ne resterete delusi.
Solo, non aspettatevi il film del secolo.
Perchè ad ogni eroe che si rispetti serve del tempo per farsi per bene le ossa.






MrFord






"C'è una ragione che cresce in me e una paura che nasce
l'imponderabile confonde la mente
finchè non si sente e poi, per me più che normale
che un'emozione da poco mi faccia stare male
una parola detta piano basta già
ed io non vedo più la realtà non vedo più a che punto sta."
Anna Oxa - "Un'emozione da poco" - 






venerdì 6 novembre 2015

Cannibal holocaust

Regia: Ruggero Deodato
Origine: Italia
Anno: 1980
Durata: 95'






La trama (con parole mie): il professor Monroe, antropologo tra i più noti nella comunità universitaria newyorkese, viene contattato da un'emittente televisiva affinchè si avventuri nel profondo delle aree inesplorate della foresta amazzonica alla ricerca di un gruppo di noti documentaristi d'assalto dispersi tempo prima. La missione della troupe svanita nel nulla era di riprendere da vicino le popolazioni indigene del cuore della foresta, società tribali lontane dal mondo e mai venute a contatto con l'uomo bianco.
Monroe, grazie alle guide locali e ad una buona dose di fortuna gestita con raziocinio, scopre che il gruppo guidato da Jack Anders è stato ucciso e cannibalizzato dagli indigeni, e a seguito di un'intuizione finisce per recuperare anche il loro girato.
Tornato nella Grande Mela, scoprirà che Anders e i suoi nascondevano segreti più terribili di quanto si potesse immaginare, legati all'approccio ai loro "soggetti", decisamente oltre ogni misura concepibile ed etica.








La Storia della settima arte ha regalato, nel corso dei decenni, titoli che, a prescindere dal loro valore, hanno finito per raccogliere più fan di quanto non abbiano fatto i veri Capolavori - che, per un motivo o per un altro, spesso finiscono per essere quasi dimenticati -: da I guerrieri della notte a Le iene, passando per Bullit o Il corvo, il nostro cammino di spettatori ha finito per incrociare film che sono stati capaci di cambiare mode, spettatori, epoche.
Uno di questi, preceduto da una fama "estrema", è senza dubbio Cannibal Holocaust, oggetto di culto per gli appassionati del gore e dell'horror nonchè vero e proprio fumo negli occhi per il grande pubblico e parte della critica, giunto al suo trentacinquesimo anno con una fama cresciuta stagione dopo stagione, versione uncut dopo versione uncut.
Personalmente, ricordavo solo frammenti parziali di una visione in videocassetta forse neppure portata a termine quando ero piccolo, ed ho approfittato dell'uscita in sala del suo "erede" The Green Inferno per rispolverarlo qui al Saloon: il risultato della visione, sicuramente disturbante in più di un momento, è stato quasi duplice.
Da un lato, è assolutamente giusto riconoscere al lavoro di Deodato lo status non solo di cult, ma di precursore dei tempi rispetto ai mockumentary ed alla volontà di sfidare e testare i limiti dell'audience osando perfino troppo: proprio in merito a questo, dall'altro è indubbio che una visione di questo tipo risulti disturbante o malsana, non tanto per la storia raccontata o per la critica mossa dall'antropologo protagonista ai suoi colleghi scomparsi dei quali recupera le riprese - "Chi sono i veri cannibali?", è il monito del professore in chiusura -, o per la violenza - di scena - operata rispetto agli esseri umani, quanto per quella - che pare sia vera dall'inizio alla fine - perpetrata ai danni degli animali.
Onestamente, siamo bel lontani dalla rabbia che provai ai tempi della visione di A serbian film, l'immondizia più indecente della Storia del Cinema, ma sequenze come quella dello squartamento della tartaruga o della fucilata al piccolo maiale - sparata, tra l'altro, da Luca Barbareschi, che ha sempre negato il suo coinvolgimento diretto negli episodi più estremi che si dice fossero legati alle riprese - rendono difficile non dare un giudizio etico o morale sui responsabili delle stesse: probabilmente, se fosse stato girato oggi, tutto sarebbe stato affidato agli effetti speciali, o addirittura omesso per evitare problemi di distribuzione o censura - come ne ha incontrati Eli Roth, del resto, veri o presunti che fossero -, e senza dubbio sono esistiti esploratori, giornalisti, soldati o più semplicemente uomini che, lontani dalla civiltà e dalla Legge, hanno compiuto efferatezze scellerate forti soltanto della loro temporanea "intoccabilità" - e non sto parlando dei cosiddetti "selvaggi" -, ma questo non deve necessariamente giustificare qualcosa che dovrebbe essere mostrato, super partes, soltanto dai veri documentari.
Sono comunque contento, da spettatore e presunto critico, di essermi confrontato anche con un lavoro come questo: in fondo, piaccia o no, il Cinema ha portato anche a racconti e storie come questa, a volte - come nel caso dell'opera forse più nota di Deodato - giunte a conquistare una fama che Capolavori molto più meritevoli potranno sempre e solo sognarsi.
E come nella vita di tutti i giorni, non possiamo pensare di poter prendere sempre e solo il meglio.




MrFord




"I eat boys up, breakfast and lunch
then when I'm thirsty, I drink their blood
carnivore animal, I am a cannibal
I eat boys up, you better run
I am Cannibal (cannibal, cannibal, I am)
I am cannibal (Cannibal) (I'll eat you up) (I am)
I am cannibal (cannibal, cannibal, I am)
I am cannibal (cannibal) (I'll eat you up)."
Kesha - "Cannibal" - 





venerdì 4 settembre 2015

Corvo rosso non avrai il mio scalpo!

Regia: Sidney Pollack
Origine: USA
Anno: 1972
Durata: 108'





La trama (con parole mie): Jeremiah Johnson, un ex soldato stanco della vita nel mondo civilizzato, abbandona tutto e tutti per divenire un cacciatore tra i monti del Colorado. Passati mesi in completa solitudine e conosciuto ogni aspetto della Natura e dei suoi molteplici aspetti, da quelli belli da togliere il fiato a quelli crudeli da perderci la vita, l'uomo verrà in contatto con il vecchio Artiglio d'orso, che lo metterà in guardia dalle possibili minacce e lo addestrerà come solo decenni passati lontano dal mondo civile permettono di essere addestrati.
Ripreso il suo cammino, Johnson entrerà in contatto con le diverse realtà degli abitanti delle più remote zone della Frontiera, dai Nativi americani con le loro differenti usanze e tribù ai cercatori d'oro e fortuna, fino a quando l'equilibrio raggiunto verrà turbato dal passaggio di un distaccamento dell'esercito: il dramma che ne seguirà porterà di nuovo Jeremiah a viaggiare solo tra i monti, divenuto una leggenda rispettata perfino dal più temibile dei guerrieri Crow.








Di tanto in tanto, quando mi capita di tornare lungo la Frontiera del West, provo una sensazione di calore come quando, al termine di un viaggio, si apre una volta ancora la porta di casa: il sapore ed il brivido che i western continuano a regalarmi sono gli stessi che provavo da bambino, quando con mio nonno scoprivo la mitologia di John Wayne e dei Nativi americani, da Ombre rosse a L'uomo che uccise Liberty Valance, e che ha contribuito non solo a formarmi come spettatore, ma come persona.
Era proprio risalente a quei tempi la mia ultima visione di uno dei più grandi cult degli anni settanta che il genere abbia regalato al suo pubblico, appartenente forse più alla generazione dei miei genitori che non a quella, per l'appunto, di mio nonno, e già intrisa del fascino che la smitizzazione successiva del West delle leggende avrebbe vissuto fino ai più recenti Dead Man e Gli spietati: Corvo rosso non avrai il mio scalpo!, divenuto nonostante un adattamento pessimo del titolo giustamente uno dei riferimenti cinematografici della carriera di Robert Redford e di Sidney Pollack, ispirando, tra gli altri, Berardi e Milazzo nella creazione di Ken Parker, uno degli eroi a fumetti favoriti dal sottoscritto di tutti i tempi, ha mantenuto negli anni lo stesso fascino che aveva allora.
Sceneggiato, tra gli altri, dal John Milius che divenne in seguito noto per Conan il barbaro e Un mercoledì da leoni - storico sostenitore dell'epica di grande respiro e rappresentate dello zoccolo duro dei registi "repubblicani" formatisi proprio negli anni settanta, come Friedkin e Eastwood - Corvo rosso è un racconto di formazione lontano dagli standard del tipico western, una vicenda dai ritmi dilatati - in questo, ricorda molto il già citato Dead man, solo in versione meno lisergica - che si concentra sulla maturazione del suo protagonista, Jeremiah Johnson, esploratore e cacciatore pronto a prendere le distanze dalla società "civile" solo per vedersi almeno in parte seguire dalla stessa nel cuore dei monti del Colorado, tra i territori che furono teatro di alcuni dei massacri dei Nativi americani e delle rappresaglie organizzate dagli stessi contro i bianchi: in questo senso è interessante notare l'atteggiamento di Johnson rispetto a chiunque incroci il suo cammino in quelle terre selvagge e meravigliose, decisamente differente rispetto a quello degli eroi - o antieroi - del Western classico e da quanto ci si aspetterebbe di scoprire considerato il già segnalato e poco azzeccato titolo italiano, che lascia quasi presagire il tipico filmone da battaglia tra soldati e Nativi pronti ad ammazzarsi gli uni con gli altri senza requie.
L'avventuriero, infatti, assume un comportamento il più possibile razionale e rispettoso, in modo da mantenere un equilibrio e rapporti di pace con gli altri cacciatori, i Nativi e chiunque attraversi le montagne, finendo per apparire più umano e vicino all'audience di quanto non possano sembrare, al contrario, main charachters tutti d'un pezzo più legati alla fiction che non a quella che poteva essere la realtà di quei tempi e luoghi: questo atteggiamento equilibrato ma ugualmente risoluto non limita, comunque, le capacità e la resa come uomo d'azione di Johnson, pronto all'occorrenza a far valere la sua presenza, il carattere ed i sentimenti.
Un protagonista, dunque, in grado di regalare uno spessore notevole ad un film che fa dell'atmosfera e del respiro da grande epopea i suoi punti di forza, cui si affiancano comprimari che con una manciata di sequenze riescono ad entrare nel cuore dell'audience, dal piccolo e silenzioso Caleb ad Artiglio d'orso, culminati con la narrazione del periodo più felice di Jeremiah - che corrisponde alla scelta di divenire "stanziale" e circondarsi, pur se quasi per caso, di una famiglia - ed un finale potente ed emozionante, che trova nel confronto a distanza di Johnson, tornato a vagabondare come all'inizio della sua avventura, e l'altrettanto rispettato in quei luoghi guerriero Crow dal volto dipinto di rosso.
Un momento lirico e maestoso come le montagne che lo circondano, pronto a rendere leggendario un personaggio che, al contrario, pare assolutamente vero e reale.
Un Uomo alla scoperta della Frontiera e di se stesso.




MrFord




"The way you wonder is the way that you choose
the day that you tary, is tha day that you lose
sunshine or thunder, a man will always wonder
where the fair wind blows
Jeremiah Johnson made is way to the mountains,
he was bettin' on forgettin' all the troubles that he knew."
Beau Jennings - "The ballad of Jeremiah Johnson" -






venerdì 12 giugno 2015

Agente 007 - Licenza di uccidere

Regia: Terence Young
Origine: UK
Anno: 1962
Durata: 110'




La trama (con parole mie): James Bond, agente segreto britannico tra i pochi ad avere la "licenza di uccidere", è incaricato di indagare sulla misteriosa morte di un collega, avvenuta in circostanze poco chiare. Giunto in Jamaica, Bond si troverà coinvolto in una serie di intrighi legati ai servizi segreti statunitensi, ad una bellissima avventuriera ed alle dicerie a proposito di draghi sputafuoco e del Dr. No, criminale deciso a sfruttare risorse e scienza per colpire al cuore il mondo.
Toccherà a Bond, accanto alla nuova compagna di viaggio Honey Ryder, fare fronte ai piani di No e tentare di sgominare la sua organizzazione e base segreta dall'interno: ma non sarà facile, ed il percorso che condurrà al successo non risparmierà sofferenza, rischi e morte.








Esistono personaggi in grado di cambiare la vita dei loro autori, del pubblico e di generazioni intere di fan: giunti nel momento e nel posto giusto, dotati del carisma che necessitano i charachters memorabili, di tratti fisici distintivi, di una morale più o meno solida, i protagonisti di grosso calibro finiscono per diventare così grandi da fagocitare le opere che ne raccontano le gesta.
Uno di questi è senza dubbio James Bond, nato dalla penna di Ian Fleming, icona della Letteratura e del Cinema, ma anche della cultura popolare, passando attraverso l'approccio, lo stile, le scelte in termini di alcool ed armi, il magnetismo esercitato sulle donne: tra gli attori che hanno prestato, nel corso dei decenni, volto e fisicità all'agente segreto più famoso del grande schermo, Sean Connery rappresenta, forse, l'apice in termini di equilibrio perfetto tra classe e presenza scenica, che proprio con il suo esordio nei panni del nostro 007 ha finito per settare uno standard assolutamente unico.
Personalmente, per quanto possa suonare strano, non avevo ancora affrontato la visione di questo Licenza di uccidere - decisamente meno affascinante dell'originale Dr. No nell'adattamento -, o quantomeno non nella mia vita da appassionato di Cinema - probabilmente, nel corso dell'infanzia, mi sarà capitato di incrociare il cammino del lavoro di Terence Young con mio nonno, ma onestamente non ne ho memoria -, e l'averlo recuperato mi ha fatto sentire decisamente più completo come appassionato di Bond e di settima arte.
Licenza di uccidere, infatti, è un film d'avventura splendido da vedere anche a più di cinquant'anni dall'uscita - forse apparirà un pò vintage, ma per nulla posticcio o forzato, al massimo leggermente naif nell'evoluzione -, che trasuda stile e manifesta la grande compostezza inglese, che anche nei passaggi più movimentati e fracassoni, riesce a mantenere lo stesso contegno del suo protagonista, pronto a passare da eleganti completi, drinks e notti a letto con la donna di turno ad un'ambientazione decisamente esotica, da fumetto dell'epoca, e che presenta uno spirito più simile a quello dei successivi Indiana Jones che non ad un prodotto legato allo spionaggio.
Sequenze leggendarie, inoltre, come la notissima uscita dall'acqua di Ursula Andress in bikini o il confronto con il Dr. No nel pieno della degenerazione radioattiva del rifugio di quest'ultimo contribuiscono a rendere Licenza di uccidere una visione di quelle in grado di conquistare a prescindere dal periodo storico e dalla cultura personale dello spettatore, catturando dal primo all'ultimo minuto anche grazie a cambi di passo che portano dal thriller al film d'atmosfera, dall'avventura - come scrivevo poco sopra - all'azione pura - splendido nella sua ingenuità il momento dedicato allo scontro con il "drago" - .
Senza dubbio, per approccio e tamarraggine, un tipo come il sottoscritto resterà sempre più legato a titoli della serie di Bond come il recente Casinò Royale, eppure non posso che rimanere ammirato dalla classe cristallina di questo Classico senza tempo, divertente ma non troppo leggero, semplice e veloce ma non improvvisato.
Avercene, di protagonisti - e di film - come questo.



MrFord



"Now, there's a woman on my block 
she just sit there facing the hill
she say who gonna take away his license to kill?"

Bob Dylan - "License to kill" - 







sabato 30 maggio 2015

Lo chiamavano Trinità

Regia: E. B. Clutcher (Enzo Barboni)
Origine: Italia
Anno: 1970
Durata: 113'





La trama (con parole mie): Trinità, un vagabondo dall'indole pigra nonchè pistolero infallibile soprannominato "La mano destra del Diavolo", dopo aver sistemato un paio di cacciatori di taglie senza scrupoli e preso con sè il loro prigioniero, finisce nella città di frontiera in cui suo fratello, Bambino, burbero e forzuto, altrettanto abile con la sei colpi e detto "La mano sinistra del Diavolo", esercita la professione di Sceriffo.
In realtà proprio Bambino ha usurpato il ruolo dell'ufficiale nominato in modo da poter organizzare un colpo ai danni di un signorotto del posto, padrone di una mandria di cavalli smisurata momentaneamente ferma oltre il confine messicano e non marchiata.
Con l'arrivo di Trinità e le vessazioni che gli uomini del suddetto Maggiore operano ai danni di una comunità di mormoni stabilitasi in una valle ricca di risorse naturali appena fuori dalla città, tutti i piani saltano: i due fratelli, loro malgrado, dovranno dunque fare fronte comune per raddrizzare i torti e ripristinare l'ordine.










Frugando tra i miei primi ricordi di spettatore di film, una delle immagini ricorrenti che tornano a galla è quella di Bud Spencer e Terence Hill, mitici interpreti del filone grottesco che rese noto in tutto il mondo il Cinema "basso" all'italiana a partire dagli anni settanta e li vide protagonisti di pellicole che ancora oggi non solo guardo con affetto, ma mi godo senza pietà ad ogni passaggio in televisione o desiderio di rispolverare qualche dvd da troppo tempo a riposo nella libreria.
Certo, dovessi scegliere tra i due continuerò sempre a parteggiare per il burbero e mitico nelle scazzottate Bud, anche se l'atteggiamento del sottoscritto è certamente più simile a quello dello strafottente e più easy Terence: Lo chiamavano Trinità, in questo senso, non solo è la sintesi perfetta di quella che è stata la loro formula vincente, ma anche uno dei più grandi capisaldi della filosofia Spaghetti-Western, a metà tra il trash e l'artigianale, il Mito e le risate sopra le righe.
Ancora oggi, a distanza di poco meno di trent'anni dalla prima visione, in più di una sequenza mi sono ritrovato incapace di resistere di fronte alle gesta dei due curiosi eroi - una sorta di antesignani degli Hap e Leonard targati Lansdale -, ed anche nel pieno di una impegnativa sessione di gioco con il Fordino mi sono sentito trasportato di nuovo sul divano a casa di mio nonno, ridendo allo stesso modo di allora della strafottenza di Trinità e dei colpi alla base del collo di Bambino.
Se, a questo, si aggiungono l'ambientazione Western - anche se di stelle e strisce c'è davvero ben poco -, una colonna sonora assolutamente mitica ed una serie di confronti più che cult - il primo faccia a faccia con i banditi di Mezcal, nome geniale, è leggenda - il gioco è fatto: non sarà per tutti, molti radical storceranno il naso, altri si accorgeranno che, di fatto, il tempo per questo tipo di prodotti è inesorabilmente, indubbiamente e purtroppo passato, e se fossero riproposti ai giorni nostri risulterebbero quantomeno ridicoli, eppure il lavoro di Clutcher/Barboni funziona alla grande, e nei quasi cinquant'anni trascorsi dalla sua uscita in sala ha finito per influenzare decine e decine di titoli, Western e non, concepiti qui nella Terra dei cachi o ai quattro angoli del globo.
In casi come questo, in effetti, non dovrebbero essere post da normali recensioni a parlare, bensì ogni cazzotto rifilato dai due eroi di questa come di altre decine di avventure, pronti a raddrizzare i torti con il sorriso sulle labbra ed un appetito smodato - proprio da qui nacquero le celebri mangiate e scorpacciate di fagioli della premiata ditta Spencer&Hill -, ad apprezzare una bevuta, belle donne e sprezzo del pericolo almeno quanto il punzecchiarsi tipico del buddy movies: in effetti, se fosse possibile mettere in parole il suono di quei colpi, o la tranquillità quasi lebowskiana trasmessa dalla lettiga trascinata dal cavallo di Trinità, tutte queste parole, benchè omaggio ad un'epoca d'oro alla quale vorrò sempre bene, non servirebbero.
Resterebbe soltanto una dimensione d'amore per il Cinema, ed il piacere di ricordare i momenti in cui questo viaggio di Frontiera che continuo ad avere la fortuna, il piacere e l'onore di intraprendere ogni giorno è iniziato.
E sarà pure un piatto di fagioli da poco, ma esiste poco altro di così godurioso e nutriente.




MrFord




"He's the guy who's the talk of the town
with the restless gun.
Don't shoot broad out to fool him around
keeps the varmints on the run, boy-
keeps the varmints on the run.
You may think he's a sleepy tired guy
always takes his time."
Franco Micalizzi - "Lo chiamavano Trinità" -





domenica 24 maggio 2015

Terminator 2 - Il giorno del giudizio

Regia: James Cameron
Origine: USA, Francia
Anno: 1991
Durata:
137'






La trama (con parole mie): dieci anni dopo i drammatici eventi che videro Sarah Connor sopravvivere a stento all'attacco del primo Terminator inviato per ucciderla, incinta del suo salvatore Kyle Reeves, morto nel tentativo di fermare proprio l'automa killer, la donna è considerata una psicopatica e sconta una pena in un istituto psichiatrico correzionale a Los Angeles, mentre il giovanissimo John, sbruffone e delinquente in erba, passa da una famiglia affidataria all'altra.
Dal futuro, una volta ancora, giungono due emissari: uno di Skynet, intelligenza artificiale a capo dei robots, ed uno inviato dalla Resistenza umana.
Il primo è il nuovo, terrificante modello di Terminator, il T-1000, realizzato interamente in metallo liquido. Il secondo è il vecchio e solido T-800, che dieci anni prima, con lo stesso volto, venne inviato nel passato allo scopo di uccidere Sarah.
Questa volta, però, l'assassino di un tempo potrebbe diventare non solo un salvatore, ma addirittura un compagno per affrontare un'Apocalisse che pare imminente.








Il primo ricordo che ho di Terminator 2 è uno tra i più belli che potrei conservare nella mia carriera di spettatore: spinti dalla curiosità del sequel di un film che aveva appassionato in egual misura me, mio padre e mio fratello - che, effettivamente, forse fosse stato oggi sarebbe stato considerato troppo piccolo per una visione di questo tipo -, entrammo in una sala stipata - figlia dei tempi in cui non esistevano posti numerati, e si finiva anche a stare spesso e volentieri seduti lungo i corridoi o in piedi oltre le ultime file - per tuffarci in una delle esperienze da grande schermo più intense della mia infanzia, della quale parlammo per tutto il tragitto di ritorno in metropolitana verso casa, in una di quelle domeniche che parevano magiche e infinite e che, nel corso della vita, finiscono per ripetersi soltanto una volta diventati padri.
Amarcord ed affetti a parte, però, il fatto è che Terminator 2 - Il giorno del giudizio resta uno dei capisaldi del genere nonchè dei più grandi cult anni novanta, perfetto nell'equilibrio tra azione serrata e tensione, visioni da sci-fi pura ed adrenalina tipica dell'action, tecnica perfetta ed un elemento emozionale che ha nel finale uno dei climax più toccanti che il mio io fanciullesco ricordi - quel pollice alzato nella fonderia ancora oggi mi procura brividi lungo la schiena -.
Per chi, come il sottoscritto, lo vide praticamente alla stessa età del John Connor protagonista - un giovanissimo Edward Furlong, poi perdutosi sulla via del successo -, Terminator 2 rappresenta tutto quello che un pre-adolescente potrebbe in qualche modo sognare: faccia tosta, un computer in grado di decrittare i codici degli sportelli bancomat, un robot potenzialmente killer proveniente dal futuro pronto ad obbedire agli ordini e dare tutto, ed anche di più, come se fosse una sorta di distorto padre - in questo senso, è da brividi la riflessione della disillusa e combattiva Sarah in proposito - e la possibilità di cambiare non solo il proprio destino, ma anche quello del mondo attraverso un'avventura rischiosa, tesissima ed oltre ogni più sfrenata fantasia.
A prescindere, comunque, dai coinvolgimenti personali, questo Judgement Day rappresenta una delle vette del Cinema di fantascienza action degli ultimi trent'anni, impreziosito da effetti clamorosi per l'epoca - il T-1000 è ancora una meraviglia - e da una serie di sequenze indimenticabili una dopo l'altra, dall'inseguimento tra moto e camion alla fuga di Sarah dall'ospedale psichiatrico, passando poi per l'incredibile confronto tra il Terminator assassino e quello "guardiano" a partire dalla Cyberdyne per giungere alla fonderia teatro dello scontro finale: James Cameron, che diverrà decisamente più noto in seguito per Titanic e Avatar - entrambi, nel loro clamoroso successo ed essere incarnazioni del concetto di blockbuster, assolutamente perfetti -, confeziona un prodotto di fattura tecnica pazzesca, ma non per questo freddo come l'antagonista che propone o fin troppo tutto d'un pezzo come il protagonista - i siparietti tra John e il Terminator e la progressiva umanizzazione del secondo ripercorrono la strada compiuta da tutto il Cinema d'avventura adolescenziale degli anni ottanta -, in grado di colpire a più livelli ed ancora oggi, a quasi venticinque anni dall'uscita, assolutamente strepitoso.
Ed è curioso come ora, lontani gli spauracchi dei tempi delle guerre atomiche e delle intelligenze artificiali - in fondo, siamo più vicini al duemilaventinove dei Terminator che non al millenovecentonovantuno di questo film -, mi tocchi nel profondo il fatto che la fantasia di Sarah Connor, che vede come compagno in un mondo pazzo il T-800 in quanto unico che non picchierebbe, sgriderebbe, andrebbe contro i desideri del piccolo John, e non si fermerebbe davanti a nulla pur di proteggerlo, perchè sono le stesse cose che penso e sento e vivo rispetto al Fordino: merito di un titolo che, pur scavando nella fantascienza e nei viaggi nel tempo, nell'azione e negli effetti da rimanere a bocca aperta, nel Cinema della meraviglia, resta figlio di un'umanità profonda e sentita.
La stessa che conduce Sarah e John a costruirsi da soli il proprio destino.
Il domani.
La stessa che porta il Terminator a comprendere le lacrime.
E ad alzare quel pollice.




MrFord




"We walk toward desire,
hand and hand
through fields of fire
with only love to light the way
on the road to Judgement Day."
Whitesnake - "Judgement day" -






sabato 23 maggio 2015

Terminator

Regia: James Cameron
Origine: USA, UK
Anno: 1984
Durata: 107'






La trama (con parole mie): siamo nel pieno della primavera dell'ottantaquattro a Los Angeles quando dal distopico futuro del duemilaventinove, dominato dalle macchine e tenuto in vita da un gruppo di umani ribelli guidati da John Connor, giungono due guerrieri con missioni diametralmente opposte. Da un lato c'è un Terminator, organismo cibernetico rivestito di tessuto vivente, inviato dal computer Skynet per uccidere la trentacinquenne Sarah Connor, futura madre del rivale delle macchine John, e dall'altro il soldato profondamente umano Kyle Reeves, che ha il compito, assegnatogli proprio dal leader della resistenza umana nonchè suo migliore amico, di proteggerne la madre.
Cosa accadrà quando Sarah si troverà di fronte ad un destino futuro che non sa ancora di dover affrontare? E la battaglia tra i due visitatori che conseguenze avrà sul presente?








Ai tempi in cui vidi per la prima volta Terminator ero praticamente ancora un bambino, e non avevo assolutamente idea di quanto importante sarebbe stato il ruolo del Cinema nella mia vita - benchè, con mio fratello, già ci si stordisse a furia di videocassette consumate una dietro l'altra negli anni d'oro del noleggio -: ricordo, però, che rimasi impressionato da quel robot dagli occhi rossi che appariva praticamente invincibile, così determinato nella fredda esecuzione della sua missione da non dare alcuna speranza che le cose per i due protagonisti potessero in qualche modo mettersi bene.
Senza contare che quello stesso organismo cibernetico portava il volto e l'espressione granitica di Arnold Schwarzenegger, che ai tempi avevo conosciuto e già mitizzato per i due Conan, e che dunque appariva ai miei occhi come una sorta di supereroe positivo, più che un automa assassino.
Gli anni sono passati, e le visioni di quelli che ancora oggi considero come i due unici e veri Terminator si sono susseguite lasciando spazio anche all'opinione "critica" dell'appassionato, che ha finito per stimolare una due giorni dedicata alle gesta di Sarah e John Connor e dei loro alleati e nemici provenienti dal futuro da proporre qui al Saloon.
Dovendo scegliere un favorito, ho sempre preferito il sequel a questo primo lavoro di James Cameron dedicato ai Terminator, eppure, nonostante il passare degli anni e l'ovvio effetto vintage di tutto il comparto tecnico, trovo che questo numero uno sia assolutamente invecchiato alla grande, oltre ad aver, di fatto, settato uno standard in grado di mescolare l'esperienza di un survival horror al gusto unico delle grandi produzioni sci-fi, inserendo nel cocktail anche una dose più che robusta di thrilling ed azione ed un'attenzione notevole al sempre affascinante mondo dei viaggi nel tempo.
L'incrocio tra le esistenze di Kyle Reeves - il cui volto attoriale, Michael Biehn, sarà uno dei protagonisti anche di un altro grande successo di James Cameron, Aliens: Scontro finale - e di Sarah Connor, orchestrato dal futuro dal figlio di quest'ultima John, leader della resistenza umana, richiama le grandi saghe della Letteratura di fantascienza ed ha finito senza dubbio per essere di ispirazione per molte opere successive, e l'alchimia di questo elemento "complesso" con l'aggressiva e terrificante avanzata del Terminator produce un effetto che ancora oggi rende questo film assolutamente senza pause, graziato da un ritmo che neppure il suo pure più riuscito sequel non è stato in grado di eguagliare.
Perfino i passaggi più artigianali e fisici in qualche modo segnati dagli oltre trent'anni trascorsi dalla realizzazione - come le due strepitose sequenze dell'occhio e della prima apparizione del Terminator "nudo" tra le fiamme - riescono ad affascinare come se fossimo nel pieno di quegli anni ottanta fatti di pettinature improbabili ed accostamenti tra oscurità urbana e colori saturi e strade bagnate per le riprese notturne, e in un qualche Cinema, lontani dalle future realtà di internet e delle nuove tecnologie, staremmo con il fiato sospeso osservando Sarah e Kyle lottare non solo per le loro vite, ma per quella futura di un figlio che ha accettato, compreso e voluto l'incontro dei suoi genitori.
Quest'idea, che in un certo senso ribalta il concetto di concepimento e traccia una via per il destino al contrario, è una delle più interessanti, coinvolgenti e geniali di questo supercult, che dietro l'avanzata apparentemente inarrestabile del suo "cattivo" cela una trama ricca di spunti e riflessioni, forse in una certa misura figlia del suo tempo - il terrore di un prossimo futuro dominato dalle macchine a seguito di un olocausto nucleare tipico degli anni della Guerra fredda - eppure profondamente attuale anche oggi, con le dovute proporzioni del caso.
Considerato che si parla di viaggi nel Tempo, direi che anche Terminator, nel suo essere film, è stato fedele ai protagonisti di cui narra le gesta.




MrFord




"We’re scanning the scene in the city tonight
we’re looking for you to start up a fight
there’s an evil feeling in our brains
but it’s nothing new, you know it drives us insane."

Metallica - "Seek and destroy" - 





lunedì 30 marzo 2015

Inside man

Regia: Spike Lee
Origine: USA
Anno: 2006
Durata:
129'






La trama (con parole mie): Dalton Russell sa bene quello che deve fare. E conosce il piano come le sue tasche. Una rapina, nel pieno centro di Manhattan. Arthur Case è il proprietario e socio della Banca assalita dal commando di Russell, e sa bene cosa potrebbe perdere, se il contenuto di una certa cassetta di sicurezza venisse allo scoperto. Madeleine White è una negoziatrice, una donna con le palle d'acciaio sempre pronta a risolvere le grane peggiori dei potenti, per la giusta parcella. Keith Frazier è un detective tosto ed incasinato, indagato dalla disciplinare per una vicenda di soldi rispetto alla quale si dichiara innocente e una voglia di riscatto che punta ad una promozione.
Quando le loro strade finiranno per incrociarsi, mantenere l'equilibrio potrebbe diventare decisamente difficile: a fare da arbitro, la Grande Mela, New York City, la città che più di ogni altra ha simboleggiato la modernità ed il concetto di metropoli cosmopolita.








Questo post partecipa alle celebrazioni del Black Power Day.





"Ed è qui, come direbbe il Bardo, che sta l'inghippo", sentenzia Dalton Russell, guardando in camera, in apertura di uno dei più straordinari film degli Anni Zero.
Onestamente, l'unico inghippo che mi pare di trovare, è dato dal fatto che si tratti del più grande film che Spike Lee - regista manifesto della cultura "black" - abbia mai girato, nonchè uno dei titoli più importanti, parlando di heist movies, dai tempi di Rapina a mano armata.
E non parliamo, dunque, di piccoli calibri.
Personalmente, ho sempre pensato che il problema del vecchio Spike risiedesse principalmente nella sua eccessiva ed incontrollata rabbia, e nel fatto che i suoi prodotti - anche i migliori - fossero razziali e razzisti, in una certa misura, quanto il sistema che il cineasta newyorkese cercava di criticare: il suo percorso per giungere a questo vertice assoluto, partito con Summer of Sam e passato attraverso l'altrettanto splendido La 25ma ora, ha visto come protagonista principalmente una sorta anestetizzazione del lato più black del suo approccio, affidandosi alla tecnica e ad un'ironia - in questo caso - graffiante in grado di colpire ad ogni latitudine sociale e, allo stesso tempo, fornire al pubblico una delle dichiarazioni d'amore più profonde per New York che siano state mai portate sullo schermo.
Dalla sequenza della ricerca di qualcuno che possa comprendere il linguaggio della registrazione "donata" dai rapinatori alla polizia - "Siamo a New York, qualcuno conoscerà la lingua che stanno parlando" - alla vicenda di Vikram, passando per il cellulare di Peter Hammond ed il dialogo - da antologia - tra Dalton ed il bambino con il padre tra gli ostaggi a proposito del videogame che il piccolo sfrutta come passatempo nel corso delle ore del sequestro, tutto suona come un ritratto ironico ed allo stesso tempo traboccante amore di una città ricca di contraddizioni e conflitti, dalla strada ai salotti d'alto bordo, ma ugualmente e forse proprio per questo una delle più affascinanti al mondo.
Ma Spike Lee non si limita a questo: grazie soprattutto al confronto tra Russell ed il suo antagonista - il perfetto Frazier di Denzellone Washington - con Inside man viene a galla un Cinema di genere che ricorda i Classici come Un bacio e una pistola, o i romanzi di Mickey Spillane ed Elmore Leonard impreziosito da una tecnica ed un approccio assolutamente moderni, cui fa da cornice - o da cuore - una critica meno arrembante ma non per questo poco decisa agli anni del bushismo e della cultura del terrore, culminata con una parte finale grazie alla quale, in una certa misura, tutti i protagonisti di questo intrigo finiscono per cavarsela senza però uscire puliti, quasi come se la sceneggiatura ci ricordasse l'imperfezione - ed il bello della stessa - che si cela dietro l'umanità, rappresentata alla grande dagli ostaggi della banca e dai loro interrogatori.
E dato che, malgrado qualche scivolone nel corso degli anni - cinematografico ed in termini di dichiarazioni -, il pungente Spike non è affatto stupido, Inside man finisce anche per risultare uno degli esempi migliori di confezione hollywoodiana impeccabile e titolo assolutamente perfetto nell'ambito del Cinema dell'illusione - forse, a memoria del sottoscritto, superato soltanto, in tempi recenti, dall'appena precedente The prestige -, che lega lo spettatore alla poltrona e lo trasporta di prepotenza quasi dentro lo schermo: un'evoluzione, in questo senso, è riuscita a farmi rabbrividire, nel corso della revisione concessa a questo Modern Classic grazie al Black Power Day che celebriamo oggi.
Un passaggio che, dal primo gennaio del duemilaquattordici, era accaduto soltanto una volta.
La partenza dal divano e l'arrivo a terra del sottoscritto, cocktail alla mano e culo sul tappeto, a bocca aperta di fronte al televisore: come fu per The Wolf of Wall Street.
E basterebbe questo, per definire Inside Man.
Anche se, a ben guardare, forse l'idea rende di più per definire il filmone totale di Scorsese, altro grande interprete della cultura newyorkese nella settima arte.
Ma poco importa.
Qui non c'è nessun inghippo.
Solo un fottuto, grande colpo.
Un fottuto, grande film.
Anzi, più che grande.
"Noi non dimenticheremo", si intravede su un muro dietro Denzel Washington.
La ferita del World Trade Center ancora aperta.
Neppure io dimenticherò.
Non dimenticherò quanto è grande Spike Lee quando misura l'ego di Spike Lee e diventa un dannato, enorme interprete della cultura americana.
Black e non solo.




MrFord






"Chal chaiyya chaiyya chaiyya chaiyya
chal chaiyya chaiyya chaiyya chaiyya
chal chaiyya chaiyya chaiyya chaiyya
chal chaiyya chaiyya chaiyya chaiyya."
A. R. Rahman - "Chaiyya Chaiyya" -





sabato 7 febbraio 2015

Il bambino d'oro

Regia: Michael Ritchie
Origine: USA
Anno: 1986
Durata:
94'





La trama (con parole mie): Chandler Jarrell è un detective specializzato in casi di ragazzini scomparsi, contattato da una giovane che gli rivela il suo destino di Prescelto, ovvero di custode della sicurezza del Bambino d'oro, una sorta di entità quasi divina minacciata dalle forze del Male.
Inizialmente scioccato dal ruolo che dovrebbe ricoprire e dall'idea di partire per il Tibet e mettersi alla prova al cospetto di forze apparentemente frutto della fantasia della ragazza, Chandler si troverà non solo a constatare l'esistenza effettiva di queste ultime, ma anche a dover lottare con il demone Sardo Numspa in modo da garantire allo stesso Bambino d'oro un'esistenza normale e alla realtà una speranza di non soccombere all'oscurità.
Riuscirà a portare a termine il percorso previsto per lui ed uscire vincitore dalla battaglia finale?








Probabilmente, Eddie Murphy è stato, in bilico tra gli anni ottanta e novanta, la promessa meno mantenuta di un certo tipo di Cinema grazie al quale sono cresciuto: partito giovanissimo come volto simbolo del Saturday Night Live ed affermatosi clamorosamente anche sul grande schermo - si pensi a Una poltrona per due, i primi Beverly Hills Cop, 48 ore -, l'attore originario di Brooklyn precipitò come una cometa con l'avvento della disillusione figlia dei nineties, per finire in un dimenticatoio dal quale, di fatto, non è mai più uscito.
Eppure chicche come questo Il bambino d'oro fanno parte ancora oggi di un immaginario che non trova eguali nella settima arte attuale, e ad ogni passaggio in tv o revisione finiscono per catturarmi sfruttando il micidiale cocktail amarcord/tocco naif: Chandler Jarrett, con le sue sceneggiate decisamente sopra le righe e l'approccio scanzonato alla materia fantasy che si trova ad affrontare fu, ai tempi, uno dei motori che spinse il sottoscritto nella sua ricerca del superamento della timidezza - ricordo ancora quando, nella prima adolescenza, ruppi il vetro di una casa che pensavo abbandonata con un tiro fin troppo preciso di un sasso, in montagna, ed al grido "Viva il Nepal!" un vicino degli occupanti della stessa inseguì me e mio fratello fino a quando non riuscimmo correndo a perdifiato a nasconderci a casa in tempo per non essere presi - nonchè cardine delle prime esperienze cinematografiche fatte nei pomeriggi passati con i compagni di scuola delle elementari che ebbero la possibilità prima del sottoscritto di possedere un videoregistratore e la tessera di una videoteca.
Senza dubbio il lavoro di Michael Ritchie risulta amatoriale ed invecchiato decisamente male - e non solo per quanto riguarda gli effetti speciali -, rendendo perfino le presenze dello stesso Murphy e dell'attualmente mitico - grazie a Game of thrones - Charles Dance nel ruolo dell'oscuro Sardo Numspa - ricordo quante difficoltà a decifrarne il nome ai tempi delle prime visioni della pellicola - quasi vane, eppure l'intera operazione ha il sapore della favola per tutti coloro che hanno vissuto uno dei decenni più incredibili rispetto alla magia del Cinema, costituendo una sorta di risposta sopra le righe, tamarra e scombinata de La storia infinita, cucita addosso ad un Eddie Murphy ai tempi lanciatissimo ed in bilico tra il film di genere e la parodia dello stesso.
E poco importa che ora finisca per apparire come una robetta esotica di basso livello: Il bambino d'oro è e resterà un supercult per un'intera generazione di spettatori, dai passaggi dedicati alla vita sulla strada di Jarrett al viaggio alle pendici dell'Himalaya del curioso detective, dal "senza versarne una goccia" allo scontro finale con la vera forma del mefistofelico Sardo.
In un certo senso, e per certi versi, soltanto Howard e il destino del mondo e Tremors in seguito sono riusciti a raggiungere vette di trash di culto così importanti, destinate a rimanere non solo negli occhi, ma anche e soprattutto nel cuore degli spettatori: un potere che soltanto "il Prescelto" può manifestare, e che ancora oggi finisce per rendere possibile una certa magia.



MrFord



"He stood before the union, and he made a solemn oath
uphold the purity of his creed, the others he would toast
he worked nights at the liquor mart, and he drank to pad his pay
when caught him liftin' 40's, he shot a boy last May."
Primus - "Golden boy" - 




venerdì 9 gennaio 2015

The Rocky Horror Picture Show

Regia: Jim Sharman
Origine: USA, UK
Anno:
1975
Durata:
100'





La trama (con parole mie): Brad e Janet, reduci da un matrimonio, decidono di dare finalmente libero sfogo ai loro sentimenti e di sposarsi a loro volta. Quando, però, sulla strada del ritorno a casa, un violento temporale li costringe a chiedere aiuto agli occupanti di un castello visto in lontananza, le loro vite cambiano. Quella cui si trovano a bussare è infatti la dimora di Frank 'N Further, venuto dal lontano pianeta Transylvania per portare l'assoluta libertà nel sesso e nei costumi sulla Terra, dedito ad esperimenti e feste decisamente lontani dagli standard dei futuri sposini.
Accompagnati da personaggi inquietanti e grotteschi come Riff Raff, i due giovani finiranno prede del vortice di libidine orchestrato dallo stesso Frank, in attesa di rivelare quella che dovrebbe essere la sua più grande creazione - Rocky - senza sapere che l'intervento dell'ingestibile Eddie e le macchinazioni di alcuni suoi conterranei potrebbero mescolare completamente le carte in tavola.








La mia prima volta come spettatore del Rocky Horror Picture Show fu la migliore che si potrebbe chiedere ad un cult assoluto ed indimenticabile come il musical firmato da Richard O'Brien divenuto negli anni un fenomeno di massa planetario con schiere di fan incalliti di Frank 'N Further e soci: ero all'inizio dell'ultimo anno delle superiori, ed una sera fui portato da un gruppo di amici già appassionati al Cinema Mexico di Milano, locale storico che, da trent'anni, propone ogni settimana la versione cinematografica delle disavventure di Brad e Janet parallelamente ad una live con attori e partecipazione attiva - molto, molto attiva - del pubblico.
Per quanto, senza dubbio, il Ford di allora finì per divertirsi e lasciarsi andare in misura molto minore di quanto non farebbe il Ford attuale, quell'esperienza fu una delle più incredibili che la settima arte ed il potere che la stessa genera sarebbe stata in grado di farmi provare sulla pelle - in molti sensi -: e senza dubbio contribuirono alla creazione di questo ricordo gli amici che erano con me, l'atmosfera splendida del Mexico, il riso lanciato, l'acqua e i balli scatenati.
Ma nulla sarebbe stato lo stesso, senza il Rocky Horror.
Per quanto abbia amato, nel corso della mia successiva carriera di spettatore, musical meravigliosi come West Side Story - forse il mio preferito di sempre -, Cats o Hedwig, nessuno nel mio cuore avrà infatti mai la considerazione, l'amore e la capacità di farmi godere più della strampalata, caotica, travestita, ribollente, creatura di Jim Sharman, un affresco tra i più divertenti, sexy ed allo stesso tempo clamorosamente impacciati e grotteschi di sempre condito da una colonna sonora ed una selezione musicale praticamente perfette: eppure, nonostante gli innumerevoli pregi di questo affresco decisamente sopra le righe, niente potrebbe prendersi il merito della sua affermazione quanto la clamorosa galleria del cast of charachters, dall'indimenticabile Frank 'N Further, paladino della libertà di esprimere se stessi e del sesso sfrenato fino all'irrefrenabile Eddie, passando da Riff Raff e Magenta fino ai già citati quanto improbabili Brad e Janet.
Un gruppo variegato ed indimenticabile, in grado di fornire al pubblico tutte le differenze e diverse più o meno umanità in modo da stabilire da subito un contatto molto stretto - quasi quasi carnale - con i propri preferiti, sfruttando un meccanismo che, anni dopo, avrebbe reso così importante un lavoro come Lost, imitato alle feste e da una parte e dall'altra dello schermo praticamente fin dai primi giorni della sua uscita nelle sale: avremo dunque chi si immedesimerà in Brad e Janet, progressivamente conquistati e, chissà, per una certa morale, "corrotti", chi si crogiolerà nei panni dell'incontenibile Frank - che, considerati i Gallagher, pare fare del suo nome una sorta di garanzia -, chi si godrà semplicemente Magenta, altri che perderanno il sonno nel tentativo di spiegare il curioso e mellifluo Riff Raff, e ci sarà chi verrà travolto dall'istinto puro come Eddie o, semplicemente, finirà per chiedersi stranito cosa sta accadendo accanto a lui come Rocky.
Ed è profondamente giusto così.
Il Rocky Horror è infatti uno dei più importanti inni alla diversità positiva del Cinema, e se fosse possibile, sarebbe bello che ognuno di noi lo leggesse - o rileggesse - in maniera nuova e sorprendente, diametralmente opposta a tutte le altre: non che questo voglia necessariamente significare essere eccentrici o sopra le righe a tutti i costi, quanto un appello a chiunque ha tenuto tra le mutande ed in tutte le sue zone erogene la carica giusta per sorprendere la vita almeno quanto la stessa sorprese anche me al Cinema Mexico ormai quasi vent'anni fa.
Liberatevi di tutto, dal raziocinio al buon senso, e tuffatevi.
Sarà una delle prime volte più goduriose che possiate immaginare.
Che siate dalla parte di chi la sperimenta, o da quella di chi la insegna.




MrFord




"Don't get strung out
by the way I look
don't judge a book by its cover
I'm not much of a man
by the light of day
but by night I'm one hell of a lover
I'm just a sweet transvestite
from Transexual, Transylvania."
Richard O'Brien - "Sweet transvestite" - 






Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...