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lunedì 12 settembre 2016

Io prima di te (Thea Sharrock, UK/USA, 2016, 110')


Alla prima visione del trailer di Io prima di te, ho quasi esultato.
L'idea che una specie di Colpa delle stelle adulto potesse esaltare - come poi ha fatto - il mio antagonista Pusillanime Kid per poi essere massacrato dalle bottigliate qui al Saloon mi pareva perfetta per il rientro in pianta stabile nella blogosfera dopo i mesi di "pausa" estivi.
Del resto, anno dopo anno mi sono sempre più allontanato non solo da un certo Cinema d'autore pretenzioso e radical, ma anche dai sentimentalismi inutili, quelli per nulla pane e salame e costruiti a tavolino per la lacrima facile del pubblico facile o finto tale - esempio perfetto il già citato Colpa delle stelle -.
Purtroppo per me, almeno in una certa misura, nessuna previsione in tempi recenti si è rivelata tanto sbagliata: non solo, infatti, ho trovato Io prima di te un buon film, ben costruito e congegnato nonostante qualche colpo di mano emotivo di troppo, quasi una versione romcom di Quasi amici - ormai vero e proprio riferimento "del genere" -, ma sono giunto ai titoli di coda pienamente soddisfatto, colpito al cuore più che dalla storia d'amore da un dialogo tra la protagonista interpretata dalla Khaleesi Emilia Clarke e suo padre, nel corso del quale ho finito per viaggiare nel tempo al momento in cui, tra una ventina d'anni, avrò di fronte Rebecca adulta e pronta ad affrontare il mondo e le prime esperienze lavorative ed amorose, e finirò per ricordarle quanto il suo vecchio sarà sempre e comunque dalla sua parte ed orgoglioso di lei - oltre che pronto a prendere a pugni in faccia qualsiasi fidanzato, ex fidanzato o presunto tale -.
Dunque, lo ammetto senza alcuna vergogna, posso definire Io prima di te assolutamente sorprendente in senso positivo, fresco e divertente e mai troppo bieco nello sfruttare l'ovvio elemento della lacrima facile - ne sa qualcosa Julez, che ha lottato praticamente dalla prima scena per cercare di trattenersi -, interpretato bene da protagonisti e comprimari - curioso che si fronteggino per la prima volta Tywin Lannister e Khaleesi, che in Game of thrones hanno "interagito" sempre e solo a distanza - e pronto a regalare un paio d'ore scarse di Cinema popolare ma non per questo scontato o troppo facile, per quanto potranno dirne critici più o meno autorevoli in rete e non.
Come se non bastasse, la presa di posizione del Will di Sam Claflin porta a riflessioni non banali a proposito della libertà di scelta e di come affrontare la morte, finendo per risultare a suo modo sensata anche ad un sostenitore a tutti i costi della vita come il sottoscritto, che anche se paralizzato fino al buco del culo - per usare un francesismo - lotterebbe comunque con le unghie e con i denti per restare qui il più a lungo possibile, a quel punto ridotto a visioni continue di film, alcool a fiumi e magari una qualche Emilia Clarke - che pur non è tra le mie preferite - a farmi da badante, signora Ford permettendo.



MrFord



mercoledì 13 aprile 2016

Victor: la storia segreta del Dottor Frankenstein

Regia: Paul McGuigan
Origine: USA, UK
Anno:
2015
Durata:
110'







La trama (con parole mie): Igor, da sempre vissuto al circo come clown ed attrazione a causa della sua deformità, in realtà medico brillante e studioso autodidatta, viene sottratto alla sua "famiglia" da tendone quando un incidente occorso alla trapezista Lorelei mostra le sue doti a Victor Frankenstein, medico al lavoro su un progetto apparentemente folle come quello di rompere la barriera tra vita e morte.
Guarito dalla malattia e ripulito, Igor diviene non solo l'assistente, ma anche e soprattutto il partner di Frankenstein, che trovato un insperato finanziatore nel giovane Finnegan, iscritto anch'egli alla scuola di medicina di Londra e rampollo di una delle famiglie più ricche d'Inghilterra, ha la possibilità concreta di realizzare il suo progetto di dare vita ad un uomo dotato di intelletto e capacità razionali  partendo da componenti fisiche morte.
Ma Scotland Yard è sulle sue tracce, e l'esperimento risulterà decisamente più complesso del previsto.












E' davvero curioso quanto, negli ultimi anni, causa crisi di idee o, forse, di una voglia di impegnarsi più limitata, molti registi e sceneggiatori abbiano pescato a piene mani dall'oceano dei reboot e dei remake, o di personaggi e vicende che hanno fatto la Storia del Cinema e non solo: uno di essi è senza dubbio quello di Frankenstein, nato dalla penna di Mary Shelley - moglie dell'altrettanto straordinario poeta Percy -, creatura crepuscolare perfetta per il romanticismo con la sua natura di predestinato e maledetto, protagonista di Classici dell'horror, rivisitazioni moderne, pellicole d'aspirazione autoriale ed improbabili produzioni simil-action.
La versione di Paul McGuigan, talentuoso regista mai davvero esploso - ricordo che, ai suoi esordi con Gangster N°1 mi colpì parecchio -, non è meglio o peggio di molte altre, tentativo di mescolare le versioni di Guy Ritchie di Sherlock Holmes ed un'atmosfera quasi romantica alla Moulin Rouge! pronta a sfruttare il ruolo di protagonista di Igor, interpretato da un sempre inutile Daniel Radcliffe - nonostante l'impegno profuso, soprattutto nella prima parte, rispetto alla postura fisica - spalleggiato da un James McAvoy che, pur folle e scombinato nei panni di Victor Frankenstein, ripulito, ben rasato ed acconciato non funziona certo come nei panni del Lercio.
Le recensioni oltreoceano e non solo di questo prodotto erano a dir poco terribili, ed il mio approccio è stato assolutamente privo di aspettative, eppure non mi è parso di trovarmi di fronte qualcosa di davvero agghicciante, quanto un prodotto d'intrattenimento spicciolo mascherato da produzione cool simil gotica che ha come principale colpa quella di aver snaturato il personaggio del mostro: una delle cose più affascinanti, infatti, della storia di Frankenstein, era data principalmente dal fatto che, in conclusione, era il visionario e folle genio Victor a risultare effettivamente mostruoso, al contrario della sua triste e malinconica creatura, destinata ad essere sempre e comunque reietta nel mondo degli uomini, pronti ad essere più pericolosi di quanto, nonostante l'apparenza e la forza, potesse essere lei.
Nell'interpretazione di McGuigan, invece, la creatura diviene soltanto l'espediente principale di un finale quasi da film action, o d'avventura, poco digeribile almeno quanto la prima parte ambientata al circo, culminata con l'improbabile fuga a suon di pugni e colpi acrobatici di Igor e Victor: molto meglio, al contrario, la parte centrale del lavoro, incentrata sull'ossessione crescente dei due medici di poter realizzare qualcosa che mai era stato realizzato prima, e superare il confine apparentemente invalicabile tra vita e morte, impreziosita dalle parti affidate ad Andrew Scott - il Moriarty di Sherlock - ed il sempre mitico Charles Dance, cui basta una sequenza per rubare la scena a tutto il cast.
Per il resto, questo Victor: la storia segreta del Dottor Frankenstein trova perfetta collocazione nel grande calderone dei film che passano e vanno senza infamia e senza lode, nonostante i tentativi del suo regista di renderlo appetibile e figo agli occhi del pubblico più giovane ed affascinante a quelli dei più cinefili - le strizzate d'occhio al Lynch di Elephant Man o a Terry Gilliam sono parecchie - ed un finale che prevederebbe addirittura un eventuale sequel - che spero vivamente non veda la luce -.
Peccato per i personaggi di Victor e della creatura - che meriterebbero davvero un'opera degna del romanzo -, mentre nel caso di Igor peccato per la scelta dell'interprete - Radcliffe, purtroppo per lui, resterà a vita imprigionato nel ruolo del maghetto Harry Potter che gli ha regalato soldi, fama e celebrità -, considerato che, Frankenstein Jr a parte, non ricordavo alcuna pellicola che lo vedesse protagonista quasi indiscusso.
Se, dunque, siete in cerca di qualcosa che possa riportarvi all'oscurità ed allo struggimento del periodo della Londra vittoriana, mettetevi l'anima in pace: l'esperimento fallirà clamorosamente.
Al contrario, se il vostro obiettivo è divertirvi senza alcun pensiero, orientatevi verso qualcosa di più scanzonato e veloce in termini di ritmo.
Resta soltanto, a sostenere questo film, la voglia di scommettere o tentare di quella parte di pubblico che non ha paura di sporcarsi le mani, un pò per coraggio ed un pò per follia.
Un pò come Victor Frankenstein.





MrFord






"Feed my Frankenstein
meet my libido
he's a psycho
feed my Frankenstein
hungry for love
and it's feeding time."
Alice Cooper - "Feed my Frankenstein" - 






martedì 21 luglio 2015

Child 44

Regia: Daniel Espinosa
Origine: USA, UK, Repubblica Ceca, Romania
Anno: 2015
Durata: 137'





La trama (con parole mie): Leo Demidov, tra gli eroi della conquista di Berlino da parte dell'Armata rossa durante la Seconda Guerra Mondiale, diviene nel corso degli anni cinquanta un ispettore esperto in interrogatori dell'elite delle forze dell'ordine del regime. Quando il figlio del suo migliore amico viene trovato morto e le indagini a proposito dello stesso omicidio sono insabbiate per esigenze politiche, la fedeltà di Demidov al regime viene messa a dura prova nel momento in cui il dito del Potere punta dritto a sua moglie Raisa.
Messo ai margini ed esiliato ai confini dell'Unione Sovietica, Leo non demorde, e si pone l'obiettivo di riuscire a scoprire quanto più possibile a proposito di quello che pare essere un serial killer feroce e spietato pronto a prendere di mira ragazzini tra i dieci e i quindici anni lungo la linea ferroviaria che va dalla Capitale a Rostov.
Spalleggiato dal Generale Nesterov, suo superiore per il nuovo incarico, Leo dovrà lottare contro i suoi fantasmi ed il Sistema per poter completare l'indagine.








E' curioso quanto, a volte, titoli che sulla carta hanno tutte le caratteristiche per conquistarci finiscono, al contrario, per risultare davvero poca cosa, prodotti pronti ad entrare ed uscire dalle nostre vite di spettatori senza colpo ferire: Child 44, firmato dal discretamente anonimo Daniel Espinosa - già autore del non eccessivamente esaltante Safe house - e prodotto da Ridley Scott - che, purtroppo, con il passare degli anni non è più la garanzia che era ad inizio carriera -, rientra alla perfezione nella categoria.
Un cast di prim'ordine - Tom Hardy, Gary Oldman, Joel Kinnaman, Noomi Rapace, Charles Dance, Paddy Considine, Vincent Cassel, giusto per citare i nomi più grossi -, un'ambientazione oscura, una trama divisa tra la critica e la lotta al Potere ed al Sistema e la caccia ad un serial killer ispirato alla figura di Cikatilo, storie di amore, amicizia e vendetta che si intrecciano a Storia e fatti di cronaca: se me l'avessero presentato senza permettermi di vederlo, avrei potuto perfino azzardare che Child 44 poteva essere una delle proposte più interessanti della prima metà del duemilaquindici, per il sottoscritto.
Peccato che, a conti fatti, il risultato sia debole sotto molti aspetti, privo del carattere necessario per rimanere davvero nel cuore, lontano sia dai blockbuster che dai film d'autore, troppo lungo e decisamente privo del mordente che un thriller ha bisogno di mantenere alla distanza: nonostante, infatti, le idee messe sul piatto nel corso della prima parte - il ruolo di Leo come uomo del Sistema, la sua abilità nell'estorcere confessioni, la rivalità con Vasili, l'amicizia fraterna con Alexei, il clima di terrore imposto dal regime, la presenza di un serial killer terribile, un uomo nero pronto a portare con sè ragazzi all'inizio delle proprie esistenze, lasciando un vuoto che nessun genitore potrà mai colmare - con il passare dei minuti tutto pare sgonfiarsi, diventare un compito che regista e sceneggiatori si sono ritrovati a portare a termine giusto per guadagnarsi la pagnotta, più che per voglia, passione o desiderio di dare alla storia che raccontano quella scintilla in grado di differenziare un titolo assolutamente anonimo da uno destinato a rimanere nella memoria.
In particolare, e senza rivelare passaggi che potrebbero rendere ancora più inutile la visione, il quarto d'ora finale che chiude la vicenda e, di fatto, racconta tutto quello che accade archiviato il vero epilogo della trama si è rivelato uno dei passaggi più inutili dell'ultimo periodo, finendo per portare il lavoro di Espinosa da un giudizio medio alle bottigliate delle delusioni, nonostante, di fatto, da Espinosa stesso non era certo lecito aspettarsi un nuovo Memories of murder o Se7en.
Di fatto, non siamo di fronte ad un film brutto, mal realizzato o poco interessante - per quanto non sfruttati a dovere, gli spunti per riflettere sono molti -, quanto principalmente ad un titolo piatto che non aggiunge nulla al genere, alla carriera di chi ha partecipato alla sua realizzazione o alla vita di chi si trova dall'altra parte dello schermo: in questo senso, parrebbe più interessante documentarsi - magari attraverso i libri - in merito alle ombre del dominio di Stalin nell'URSS del dopoguerra e rispetto a Cikatilo, ribattezzato il mostro di Rostov, uno dei serial killers più terribili degli ultimi cinquant'anni.
A dimostrazione, per una volta, della poca incisività dell'operazione, anche il riscontro clamorosamente basso al botteghino: poco più di un milione di dollari complessivi contro i cinquanta stimati di budget.
Considerate queste premesse, sarà difficile che la trilogia letteraria che ha ispirato Child 44 vedrà la luce interamente: e se i risultati sono di questo calibro, direi che non è neppure un male.




MrFord




"I'm friend with the monster that's under my bed
get along with the voices inside of my head
you're trying to save me, stop holding your breath
and you think I'm crazy, yeah, you think I'm crazy."
Eminem feat. Rihanna - "Monster" - 





sabato 7 febbraio 2015

Il bambino d'oro

Regia: Michael Ritchie
Origine: USA
Anno: 1986
Durata:
94'





La trama (con parole mie): Chandler Jarrell è un detective specializzato in casi di ragazzini scomparsi, contattato da una giovane che gli rivela il suo destino di Prescelto, ovvero di custode della sicurezza del Bambino d'oro, una sorta di entità quasi divina minacciata dalle forze del Male.
Inizialmente scioccato dal ruolo che dovrebbe ricoprire e dall'idea di partire per il Tibet e mettersi alla prova al cospetto di forze apparentemente frutto della fantasia della ragazza, Chandler si troverà non solo a constatare l'esistenza effettiva di queste ultime, ma anche a dover lottare con il demone Sardo Numspa in modo da garantire allo stesso Bambino d'oro un'esistenza normale e alla realtà una speranza di non soccombere all'oscurità.
Riuscirà a portare a termine il percorso previsto per lui ed uscire vincitore dalla battaglia finale?








Probabilmente, Eddie Murphy è stato, in bilico tra gli anni ottanta e novanta, la promessa meno mantenuta di un certo tipo di Cinema grazie al quale sono cresciuto: partito giovanissimo come volto simbolo del Saturday Night Live ed affermatosi clamorosamente anche sul grande schermo - si pensi a Una poltrona per due, i primi Beverly Hills Cop, 48 ore -, l'attore originario di Brooklyn precipitò come una cometa con l'avvento della disillusione figlia dei nineties, per finire in un dimenticatoio dal quale, di fatto, non è mai più uscito.
Eppure chicche come questo Il bambino d'oro fanno parte ancora oggi di un immaginario che non trova eguali nella settima arte attuale, e ad ogni passaggio in tv o revisione finiscono per catturarmi sfruttando il micidiale cocktail amarcord/tocco naif: Chandler Jarrett, con le sue sceneggiate decisamente sopra le righe e l'approccio scanzonato alla materia fantasy che si trova ad affrontare fu, ai tempi, uno dei motori che spinse il sottoscritto nella sua ricerca del superamento della timidezza - ricordo ancora quando, nella prima adolescenza, ruppi il vetro di una casa che pensavo abbandonata con un tiro fin troppo preciso di un sasso, in montagna, ed al grido "Viva il Nepal!" un vicino degli occupanti della stessa inseguì me e mio fratello fino a quando non riuscimmo correndo a perdifiato a nasconderci a casa in tempo per non essere presi - nonchè cardine delle prime esperienze cinematografiche fatte nei pomeriggi passati con i compagni di scuola delle elementari che ebbero la possibilità prima del sottoscritto di possedere un videoregistratore e la tessera di una videoteca.
Senza dubbio il lavoro di Michael Ritchie risulta amatoriale ed invecchiato decisamente male - e non solo per quanto riguarda gli effetti speciali -, rendendo perfino le presenze dello stesso Murphy e dell'attualmente mitico - grazie a Game of thrones - Charles Dance nel ruolo dell'oscuro Sardo Numspa - ricordo quante difficoltà a decifrarne il nome ai tempi delle prime visioni della pellicola - quasi vane, eppure l'intera operazione ha il sapore della favola per tutti coloro che hanno vissuto uno dei decenni più incredibili rispetto alla magia del Cinema, costituendo una sorta di risposta sopra le righe, tamarra e scombinata de La storia infinita, cucita addosso ad un Eddie Murphy ai tempi lanciatissimo ed in bilico tra il film di genere e la parodia dello stesso.
E poco importa che ora finisca per apparire come una robetta esotica di basso livello: Il bambino d'oro è e resterà un supercult per un'intera generazione di spettatori, dai passaggi dedicati alla vita sulla strada di Jarrett al viaggio alle pendici dell'Himalaya del curioso detective, dal "senza versarne una goccia" allo scontro finale con la vera forma del mefistofelico Sardo.
In un certo senso, e per certi versi, soltanto Howard e il destino del mondo e Tremors in seguito sono riusciti a raggiungere vette di trash di culto così importanti, destinate a rimanere non solo negli occhi, ma anche e soprattutto nel cuore degli spettatori: un potere che soltanto "il Prescelto" può manifestare, e che ancora oggi finisce per rendere possibile una certa magia.



MrFord



"He stood before the union, and he made a solemn oath
uphold the purity of his creed, the others he would toast
he worked nights at the liquor mart, and he drank to pad his pay
when caught him liftin' 40's, he shot a boy last May."
Primus - "Golden boy" - 




domenica 21 dicembre 2014

Dracula untold

Regia: Gary Shore
Origine: USA
Anno:
2014
Durata: 92'





La trama (con parole mie): Vlad l'impalatore, ex bambino soldato donato dal padre ai turchi come tributo e divenuto una vera e propria macchina di morte, tornato in patria come Principe, da anni protegge i suoi sudditi preservando la pace pagando pesanti tributi monetari ai potenziali invasori in modo da pensare di poter garantire un futuro anche a sua moglie ed al figlio.
Quando una pattuglia di soldati del sultano Mehmed viene massacrata, Vlad scopre l'esistenza di una creatura millenaria rifugiatasi in una montagna all'interno dei suoi domini che potrebbe diventare l'unica speranza di debellare la minaccia costituita dalle quasi infinite risorse del suo avversario: accettato un patto con il mostro, Vlad avrà tre giorni di tempo e di Potere quasi assoluto per sconfiggere i suoi avversari, pur che resista alla sete di sangue che lo tormenterà.
Riuscirà il Principe sacrificatosi per la sua Famiglia e la sua gente a vincere la sfida con la Bestia, o il prezzo da pagare per la vittoria sarà quello più alto?








Esistono personaggi che, nel bene o nel male, hanno finito, dalla Storia, per sconfinare nel Mito divenendo, di fatto, icone in grado di ispirare a più livelli scrittori, registi ed artisti in genere: Dracula, come è stato più facilmente ribattezzato da Bram Stoker in avanti, sanguinario condottiero del quattrocento, è senza dubbio una di esse.
Alla base della mitologia del Vampiro, creatura romantica ed affascinante che da sempre stimola una curiosità quasi irresistibile nel sottoscritto, ispirato dall'idea di una vita eterna e di una sete ed una passione da tenere costantemente a freno, il ribattezzato Impalatore ha fatto la fortuna di numerosissime incarnazioni ed interpretazioni letterarie, cinematografiche, musicali e fumettistiche, e la rovina di altrettante.
Dracula Untold, prima fatica dell'esordiente Gary Shore, partiva con un piede più che sbagliato, bollato in ogni dove come una sorta di immondiziona trash buona neppure per un intrattenimento sguaiato, ed è finito sugli schermi di casa Ford principalmente come tappabuchi a ridosso dei Ford Awards di fine anno: eppure, contro ogni previsione, ha finito per sorprendermi a suo modo in positivo, garantendo una visione senza dubbio limitata e disimpegnata, eppure divertente e travolgente - sempre a suo modo - come poche altre di recente.
Una sorta di guilty pleasure nella sua migliore - o peggiore, a seconda dei punti di vista - accezione, un filmaccio - quantomeno in fase di scrittura - di grana grossa clamorosamente povero eppure in qualche modo in grado di catturare lo spirito di un charachter tra i più importanti della cultura non solo horror, ma anche pop, cattivo e spietato per antonomasia eppure da sempre rappresentato come un romantico nell'accezione letteraria e più profonda del termine.
Anzi, dovessi ammetterlo, potrei addirittura scrivere che Dracula untold è stato il film vampiresco che più ha reso giustizia alla figura del succhiasangue dai tempi di Intervista col vampiro, per quanto sopra le righe, casinaro e fracassone possa essere, con alcuni passaggi tagliati con l'accetta ed un'interpretazione di Vlad che pare più simile a quella di un antieroe da fumetto che non al personaggio maledetto e fumoso di Coppola - non è un caso che il suo volto attuale, Luke Evans, prenderà parte, a quanto si legge, al remake de Il corvo nel ruolo di Eric Draven -: non mi capitava da tempo - neanche fossi impegnato in una revisione di un qualsiasi cult anni ottanta - di restare così stupito rispetto ad una produzione smaccatamente imperfetta, e di sentirmi coinvolto come se avessi ancora dodici anni e sognassi una riscossa che con la vita reale ha davvero ben poco a che fare.
Nonostante, infatti, un antagonista assolutamente non all'altezza - il sultano Mehmed interpretato dall'inutile Dominic Cooper -, il Vlad dell'appena citato Luke Evans è riuscito nella non facile impresa di portare sullo schermo l'approccio dello spaccaculi da film action - a prescindere dall'ambientazione - accanto a quello dell'eroe tormentato e destinato all'ombra, un pò come Anakin Skywalker o Gollum, per citare due dei più importanti personaggi nell'ambito pop della settima arte recente: la scelta della dannazione in favore della Famiglia, pur conscio del fatto che, nonostante gli sforzi, la stessa verrà compromessa dalla sua volontà di difenderla a tutti i costi, lo rende uno dei protagonisti più interessanti di questa chiusura di anno, di fatto ribaltando ogni pronostico che vedeva Dracula Untold come quasi sicura presenza all'interno della decina dedicata al peggio del duemilaquattordici dei Ford Awards.
Probabilmente molti non capiranno questa sorta di presa di posizione, e molti altri - vero, Cannibal!? - sfrutteranno la cosa per bersagliare il sottoscritto, eppure non sento la paura, o il disagio di essere il mostro in mezzo a tutti quelli che avranno visto o vedranno questo film come una schifezzina da archiviare il più presto possibile: in fondo, quel fascino oscuro che solo i vampiri hanno assume sembrianze e connotazioni differenti, a distanza di secoli, a volte, in grado di portare perfino nel futuro, e dall'altra parte del mondo, con la sensazione che si sia appena all'inizio della storia.




MrFord




"I carved a whistle from a reed;
Mother Nature's quite a Lady
but you're the one I need
flesh and blood need flesh and blood
and you're the one I need."
Johnny Cash - "Flesh and blood" - 




venerdì 14 giugno 2013

Game of thrones - Stagione 3

Produzione: HBO
Origine: USA
Anno: 2013
Episodi: 10




La trama (con parole mie): la guerra che dovrebbe portare una delle casate di Westeros alla conquista del Trono di spade infuria, e nuovi volti si aggiungono sulla scacchiera della lotta. A Sud i Lannister si stringono attorno al patriarca Tywin, che con pugno di ferro e matrimoni di comodo spera di poter salvare la sua famiglia, mentre a Nord il giovane Robb Stark guida gli eserciti finora imbattuti per vendicare la morte di suo padre.
E mentre Stannis Baratheon, fratello dell'ultimo re manipolato dalla sacerdotessa Melisandre, prepara il suo contrattacco a seguito del fallimento che gli è costato la sconfitta di Blackwater, dall'altra parte del mare la giovane Khaleesi Daenerys, madre dei draghi, è intenta ad assemblare un esercito di ex schiavi pronto a tutto per garantirle la vittoria.
Nel mezzo si muovono la giovane Arya Stark, in viaggio nelle terre del continente, il bastardo Jon Snow, finito tra i bruti oltre la Barriera, Jamie Lannister e la sua compagna di viaggio Brienne di Tarth e molti altri volti di una lotta che pare non essere concentrata sui nemici da temere davvero: gli esseri giunti dal ghiaccio eterno pronti ad invadere le terre degli Uomini.




Poche serie, nel corso delle ultime stagioni, hanno saputo mantenere, anno dopo anno, una qualità ad un livello alto ed una costanza così salda come Game of thrones: la creatura di Benioff e Weiss prodotta dalla HBO e tratta dai romanzi di George Martin sorprese due anni fa la critica ed il pubblico con una prima stagione a dir poco strabiliante, seguita da una seconda forse di passaggio ma ugualmente in grado di fornire all'audience materia per riflessioni, momenti di esaltazione ed altri di grandissimo intrattenimento: con il terzo giro di giostra, pare che gli autori siano riusciti in qualche modo a realizzare una sorta di clamorosa media tra le due stagioni precedenti, creando il connubio perfetto tra l'adrenalina di passaggi come il confronto tra Daenerys - sempre uno dei personaggi di punta dell'intero affresco - e gli schiavisti pronti a venderle l'esercito degli Illuminati o quello del destino degli Stark - uno dei finali di puntata più clamorosi degli ultimi anni - e la riflessione legata al dialogo - da rimanere a bocca aperta per quelli tra Tywin e Tyrion Lannister, due dei charachters più tosti, carismatici ed importanti della serie -.
Come se non bastasse, l'evoluzione - in positivo ed in negativo - di protagonisti come Jamie Lannister - mi pare ancora di portare i segni della sua menomazione -, il Cavaliere della Cipolla o Arya Stark - che promette di essere uno dei volti più importanti del futuro di questa storia -, uniti all'inserimento di interessantissimi nuovi nomi come Olenna Tyrell, Ramsay Snow - interpretato dall'ex di Misfits Iwan Rehon - e Daario Naharis hanno reso possibile un ulteriore passo verso la maturazione di uno dei titoli fondamentali che la tv abbia regalato al suo pubblico negli ultimi anni.
Senza dubbio troverete, al pari di elogi, critiche che ormai considerano l'imponente affresco ispirato dal titanico lavoro di Martin ostico a causa del numero certamente non indifferente di storie, sottotrame, personaggi e vicende che si intersecano ed incastrano dal Nord al Sud di Westeros, fino ad oltre il mare: potrei dirvi perfino che potrebbero essere fondate, le suddette critiche, eppure prestando la necessaria attenzione non vi sarà richiesto alcuno sforzo, perchè la passione e l'intensità con la quale questa storia è stata narrata sarà in grado di rapirvi neanche foste uno dei membri di una delle casate che si contendono un trono che pare costare più sangue e morte, che non gloria ed onore.
Oppure finireste per ritrovarvi tra i non nobili che finiscono per dedicare ogni loro singolo giorno alla lotta, e che volenti o nolenti portano sulle spalle il peso di una colpa e di un fardello che non hanno scelto - Jon Snow ed il già citato Cavaliere della Cipolla su tutti, con quel suo "Ho accettato di avere un titolo per il futuro di mio figlio", cui segue il raggelante scambio "E che ne è di tuo figlio, ora?" "E' morto seguendomi in battaglia" -, uomini più o meno deprecabili che si battono per uno spazio anche limitato su una terra che potrebbe essere la nostra.
George Martin, infatti, ha certamente composto e portato sulla pagina una sorta di complesso gioco di ruolo dipanatosi nei recessi della sua mente, eppure il risultato non ha il sapore di qualcosa di irreale, lontano, estraneo da quello che anche noi siamo: i protagonisti della lotta che racconta Game of thrones sono quanto di più umano possa esistere anche nel nostro mondo, e se le questioni, da queste parti, non si regolano più con la spada in pugno, il potere della politica e delle influenze, le differenze di classe ed i problemi che accomunano tutti gli uomini - nobili o popolani che siano - altro non è se non lo specchio della grande giostra di passioni che è la vita: Cersei che trova gioia perfino in Jeoffrey e nel ricordo della sua bellezza da bambino, Arya al suo primo omicidio, Jon Snow in lacrime di fronte alla donna che ama, e che si trova costretto a lasciare, Jamie Lannister pronto ad affrontare la menomazione e uomini biechi uccisi da uomini ancora più biechi. 
Homo homini lupus. La legge della giungla e quella della spada.
Anche se non è sempre detto che le ferite più profonde possano essere provocate dall'acciaio.
Questa è una guerra, signori miei. E da una guerra non si esce mai incolumi.
La guerra è una tempesta che non salva neppure i superstiti.
E all'orizzonte si addensano nubi di una ancora più grande di quella per un trono d'acciaio.
E a quel punto si vedrà la differenza tra i re e gli uomini che non hanno bisogno di dichiarare di esserlo per doversi imporre sugli altri.


MrFord


"Blood and tears
blood and tears
since you've been gone
I hear you've been crying
blood and tears
all alone
in your misery
so alone
could you have
been deceived
since I've been gone
I hear you been crying."
Danzig - "Blood and tears" -


mercoledì 31 ottobre 2012

Last action hero - L'ultimo grande eroe

Regia: John McTiernan
Origine: USA
Anno: 1993
Durata: 130'




La trama (con parole mie): Danny Madigan è un fan sfegatato di Jack Slater, protagonista di una saga action interpretato da Arnold Schwarzenegger nella migliore tradizione dei film tamarri arricchiti da esplosioni e sparatorie a ripetizione.
Quando, grazie ad un biglietto magico, il ragazzino scopre di poter entrare nella pellicola e vivere le avventure che ha sempre sognato accanto al suo eroe, pare che si realizzi il desiderio più incredibile che potesse esprimere: peccato che il nemico giurato di Jack Slater riesca a mettere le mani sull'incantato artefatto liberando nel mondo che tutti noi conosciamo i personaggi figli della settima arte.
L'eroe di Danny, catapultato in una realtà all'interno della quale può essere ferito e ucciso, dovrà scovare dentro una nuova forza e compiere la sua impresa più incredibile per ristabilire l'ordine delle cose.





Era l'inizio del 1988 quando nell'allora casa Ford comparve per la prima volta un videoregistratore: senza neppure attraversare la strada potevo facilmente raggiungere Strike!, un posto dal look acidissimo che avrebbe dovuto essere il primo di una serie di negozi in stile Blockbuster e che scomparve dopo pochissimo, giusto in tempo perchè riuscissi a noleggiare una marea di film Disney e tutti i Bud Spencer e Terence Hill.
Ma la vera manna dal cielo per la mia nascente passione cinematografica giunse con la scoperta della videoteca di Paolo - personaggio ormai mitico qui al Saloon - e della sua famiglia, luogo in cui riuscivo a passare ore scegliendo dai dettagliatissimi cataloghi divisi per generi i film che avrebbero fatto compagnia a me e mio fratello: il suddetto Paolo, che allora doveva essere più o meno attorno alla trentina, mi prese in simpatia e cominciò a consigliarmi rispetto ai titoli, permettendomi di scoprire perle quali Gremlins, Labyrinth ed un'infinità di horror.
Ovviamente, ad ogni mia scorribanda nel suo negozio, non poteva mancare la proposta action, considerato che si trattava dell'unico genere che avrebbe convinto papà Ford, perennemente irrequieto e in movimento, abituato agli allenamenti in bicicletta ogni volta che poteva, a sedersi sul divano e concedersi una visione: Last action hero fu uno dei consigli più azzeccati che, in quel periodo, il buon Paolo riuscì a darmi.
In fondo, quasi quattordicenne e ancora immerso nel mondo delle medie - qualche mese dopo sarebbe giunta la famigerata peggior sezione del liceo a procurarmi una bella doccia gelata - un film in cui il protagonista, amante del Cinema e degli action, entrava in possesso di un biglietto magico che gli permetteva di vivere incredibili avventure accanto al suo eroe preferito non poteva che fare breccia nel cuore del piccolo Ford, e nonostante già da allora preferissi Sly a Schwarzy riuscii ad accontentarmi godendomi dal primo all'ultimo minuto questa tamarrata insolitamente lunga con tutta la gioia possibile.
Non sapevo nulla di metacinema - alla base di tutto il gioco del biglietto e sfruttato con l'idea di parodizzare il buon Arnold e compagni come sarebbe riuscito a fare decisamente meglio True lies ed avrebbero portato a modello Expendables ed Expendables 2 soltanto molti anni dopo -, o avevo idea che il John McTiernan dietro la macchina da presa fosse lo stesso del primo, mitico Die hard o del mio cult personale Predator: mi bastava poter immaginare di entrare in ogni pellicola e che la nemesi di Schwarzenegger fosse Charles Dance, che ora sarà pure noto come il Tywin Lannister di Game of thrones, ma che ai tempi per me era solo ed esclusivamente il cattivo de Il bambino d'oro.
Per il resto non c'è nulla che un prodotto a cavallo tra gli anni ottanta e novanta di grana grossa non avesse, anche se le comparsate di gente come Van Damme o James Belushi nel ruolo di loro stessi o l'apparizione della Morte da Il settimo sigillo - interpretata da Ian McKellen - riescono ad apparire cult ai miei occhi anche ora.
L'interrogativo più grande resta rispetto al perchè una pellicola così tamarra e casinara non abbia riscosso, tutto sommato, il successo di altre a lei affini, di fatto entrando in un quasi dimenticatoio che ancora oggi non rende giustizia ad uno degli ultimi acuti di un genere assolutamente mitico: forse il mondo non era più lo stesso, e i decisamente meno sopra le righe nineties si preparavano a fare tabula rasa del precedente decennio da Luna Park, ma in questo periodo di revival e vintage anche un titolo "perduto" come questo meriterebbe un recupero.
In fondo, ha tutte le carte in regola per essere la gioia di grandi e piccini.


MrFord


"Un fascio di luce va dal proiettore
per un sogno da duemila lire
porti addosso qualche segno provero' a tirarteli via
posso solo questo sogno scusa per la mia fantasia
giu' in platea sedie di legno
gole secche per la sete d'eroi."
Ligabue - "Marlon Brando è sempre lui" -




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