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lunedì 26 agosto 2019

White Russian's Bulletin



Prosegue, nonostante la "differita", la carrellata delle visioni da grande e piccolo schermo che hanno caratterizzato le ormai purtroppo già alle spalle vacanze di casa Ford, con ogni probabilità il periodo di maggior coinvolgimento e con il numero di visioni - e non solo - più alto degli ultimi mesi. 
Praticamente, un ottimo modo per essere già in attesa delle prossime ferie.


MrFord



JOHN BARLEYCORN - MEMORIE ALCOLICHE (Jack London, Mattioli)

Risultati immagini per john barleycorn memorie alcoliche

In realtà la carrellata inizia con un libro consigliatomi - e prestato, come se non bastasse - dal suocero Ford, una sorta di autobiografia alcolica di Jack London, uno dei grandi nomi del classico d'avventura americano: queste memorie alcoliche, in realtà, sono una sorta di viaggio di autoanalisi di London, che racconta al lettore il suo rapporto - decisamente stretto, per usare un eufemismo - con l'alcool, dagli inizi in giovane età sfruttando le sbronze come rito sociale per conquistare la fama di "vero uomo" al controllo - o presunto tale - del bevitore esperto.
Da bevitore esperto ho trovato molto interessante, divertente, drammatico e a volte inquietante questa lettura, perchè anche quando si è "benedetti da una costituzione di ferro" e si pensa di avere il controllo di questa sorta di demone che lo scrittore ritiene si attacchi con molta più facilità agli individui più ricettivi e pensanti, in realtà il controllo vero non si ha mai.
Personalmente, mi sono sentito toccato nel profondo dalla descrizione che London da dei bevitori "professionisti", affermando "troverete questo tipo di uomini ai ricevimenti, tra i professionisti, nei club esclusivi, nei circoli: ebbene, non li vedrete mai ubriachi, perchè sanno quel che fanno, ma sappiate che non sono neppure mai davvero sobri": una verità che può davvero spaventare anche il più guascone e leggero tra i bevitori.




ANNABELLE 3 (Gary Dauberman, USA, 2019, 106')

Annabelle 3 Poster


Probabilmente dev'essere l'estate all'insegna delle sorprese, per quanto riguarda l'horror: dopo i titoli quasi decenti passati nelle ultime settimane su questi schermi, perfino il franchise di Annabelle - nato da una costola di The Conjuring e legato a due capitoli di livello infimo - si riprende con un numero tre quantomeno guardabile nello spirito estivo legato a doppio filo a questo genere.
Mescolando il tipico prodotto da babysitter in pericolo figlio degli anni ottanta alle possessioni, con una spruzzata di coniugi Warren - protagonisti dei Conjuring - a fare da spalle di lusso, il lavoro di Dauberman intrattiene come si conviene, non brillando per logica ma regalando quantomeno quello che questo tipo di visioni dovrebbero garantire come minimo sindacale.
Considerato che, quando l'abbiamo approcciato, pensavo si sarebbe rivelato una merda atomica di quelle da top ten assicurata del peggio dell'anno, direi che la produzione ha centrato il bersaglio, e gli incassi discreti lo testimoniano: a questo punto, e non l'avrei mai detto, quasi spero in un quarto capitolo.




CRIMINAL MINDS - STAGIONE 14 (CBS, USA, 2019)

Criminal Minds Poster


L'estate, in casa Ford, ha sempre significato, fin dai primi tempi della convivenza con Julez, l'appuntamento con Grey's Anatomy e Criminal Minds, le due colonne portanti della "bella stagione" su piccolo schermo: il serial dedicato alle indagini dei membri del BAU sempre in caccia di psicopatici e serial killers per anni ha rappresentato un'alternativa decisamente più valida ed interessante ai vari e più noti C.S.I. e soci, prima di cominciare a navigare in acque sicure e segnare il passo come tutte le produzioni televisive eccessivamente lunghe.
Questa quattordicesima - e penultima - stagione ne è la netta dimostrazione: un solo episodio davvero interessante su quindici - una scelta strana quella di troncare rispetto ai consueti ventiquattro episodi e stabilirne soltanto dieci per la prossima -, idee non pervenute, cast stanco e svogliato, l'ombra di quello che il prodotto era ai tempi del Gideon di Mandy Patinkin, quando si chiudeva la visione della puntata con i sudori freddi. 
Giusto, a questo punto, terminarlo. Anche se salutare il BAU sarà comunque difficile.




ORANGE IS THE NEW BLACK - STAGIONE 7 (Netflix, USA, 2019)

Orange Is the New Black Poster


E in tema di addii da piccolo schermo, i Ford hanno salutato anche le ragazze di Orange is the new black, che dopo aver raggiunto il loro apice con la stagione dell'inizio della rivolta e la morte di Washington avevano calato un pò i ritmi, portando probabilmente - e giustamente - gli autori a scrivere l'ultimo capitolo dedicato alle ospiti di Litchfield: un capitolo toccante, sentito, emozionante, che si rivela uno dei più intensi e vivi dell'intera vita di questo prodotto, e riesce a dare il giusto spazio alle protagoniste rimaste, regalare un'ultima vetrina a chi, stagione dopo stagione, se n'era andato, e soprattutto firmare una critica feroce ma anche divertente e divertita al sistema statunitense.
A prescindere dal fatto che un addio provoca sempre emozioni forti, personaggi come Taystee o Caputo resteranno assolutamente nel mio cuore, e parabole discendenti come quella di Red continueranno a ricordare che il Tempo, prima o poi, diventa la nostra prigione più terribile.
Quello che è certo, a proposito di Tempo, è che le ragazze di Litchfield non saranno dimenticate, e in qualche modo rappresenteranno, per chi studierà Cinema e non solo nei prossimi anni, uno dei titoli più importanti rispetto al riconoscimento della figura della donna.





venerdì 11 agosto 2017

Sete (Jo Nesbo, Norvegia, 2016)




L'arrivo di un nuovo lavoro di Jo Nesbo, uno degli idoli letterari incontrastati degli ultimi anni in casa Ford - e non solo per quanto riguarda il sottoscritto - è sempre un momento quasi magico, con tanto di aspettative altissime e grande attesa - oltre alla solita discussione rispetto a chi, tra me e Julez, dovrà essere il primo a metterci mano -: con gli ultimi lavori - Sangue e neve e Sole di mezzanotte -, però, perfino il poliedrico autore norvegese aveva cominciato a dare qualche segno di stanca, probabilmente legato al successo ed alla necessità di presentare nuovi titoli a ritmo serrato presso i suoi editori in tutto il mondo.
Fortunatamente, a far respirare l'aria dei cari, vecchi tempi torna Harry Hole, il detective alcolista e caotico che ha fatto la fortuna di quest'uomo dai mille talenti, che nel corso della vita è stato calciatore nella Serie A norvegese, analista finanziario, giornalista, musicista e dunque scrittore: con Sete, infatti, riprendiamo le fila della saga del personaggio simbolo di Nesbo a tre anni dalla conclusione del capitolo precedente, Polizia, finalmente sposato con la donna della sua vita, Rakel, e tornato al tranquillo incarico di insegnante all'Accademia di polizia, lontano dall'alcool e dai guai, nonchè, ormai, quasi cinquantenne - altra grande cosa di questo charachter, il tempo che passa sulle pagine come nella realtà, considerato che sono trascorsi quasi vent'anni dalla pubblicazione del primo romanzo dedicato alle sue avventure, almeno in Norvegia -.
E come di consueto, quando entra in gioco Hole, Nesbo riesce sempre, trainato dal suo charachter favorito, a regalare tensione, emozioni, idee geniali e quel tocco da illusionista che, ai miei occhi, l'ha reso da tempo il Nolan del thriller letterario: con Sete, che rimbalza tra le allusioni della propensione alla bottiglia di Harry ed i delitti di un assassino con il quale Hole non ha ancora chiuso i conti, compiuti attraverso un rituale che ricorda i vampiri, Nesbo recupera pienamente il terreno perso con le sue ultime e più scialbe produzioni, tornando su binari solidi ed efficaci, e seppur non consegnando ai lettori il titolo migliore della saga - che, a mio parere, resta sempre La ragazza senza volto - si dimostra uno dei riferimenti per la Letteratura di genere degli anni zero e non solo.
Ancora una volta, infatti, fin dalle prime pagine ci si trova avvinti nella spirale di giochi di specchi, momenti quasi horror, riferimenti musicali e cinematografici e personaggi delineati alla perfezione tipica dei romanzi dedicati all'ispettore Hole, questa volta davvero molto vicini al sottoscritto - dal White Russian de Il grande Lebowski citato apertamente alle descrizioni efficaci e dettagliate dei movimenti di pesistica e della sensazione che porta rincorrere i propri limiti fisici attraverso lo sport - e come sempre perfetti nel delineare non solo le sfumature del protagonista - splendido nei passaggi legati alla malattia di Rakel, o al rapporto con il figlio acquisito Oleg - ma anche vecchie conoscenze come Katrine Bratt - sempre tosta e molto figa - e Truls Bernsten - credo sia un'impresa pazzesca per uno scrittore riuscire a rendere così tridimensionale ed affascinante un personaggio nato come una caricatura negativa -, o i nuovi volti Anders Wyller - che, chissà, potrebbe un giorno raccogliere, con Oleg, il testimone di Hole - e Mona Daa, giornalista d'assalto fulcro di molti giochi di prestigio del geniale Jo nel corso di questo romanzo.
E tra sangue, riferimenti ai social, alla solitudine ed alla crudeltà umana, ci si ritrova, come di consueto, con il fiato corto e la voglia di non arrivare alla conclusione, o quantomeno al momento in cui l'illusionista rivela il suo trucco: perchè le architetture di Nesbo sono così belle da vedere e vivere, che pare quasi un delitto - per l'appunto - sapere che prima o poi verranno rivelate per fare spazio ad una soluzione come di consueto spiazzante.
Resta la sete, quella di vita e di brividi, di questo protagonista imperfetto e magnetico, una sete che tutti gli irrequieti come lui - e come me - non riusciranno a tenere a bada fino alla fine dei propri giorni.
La sete che già mi fa attendere con ansia il prossimo capitolo della storia di Harry Hole.




MrFord



 

mercoledì 26 luglio 2017

Criminal Minds - Stagione 12 (CBS, USA, 2016/2017)




Come per Grey's Anatomy, Criminal Minds ha da sempre un significato molto estivo per gli occupanti di casa Ford, oltre ad essere un guilty pleasure consolidato fin dai tempi in cui io e Julez eravamo solo una giovane coppia da poco trasferita nella nuova casa: ai tempi, e per almeno quattro o cinque stagioni, il serial dedicato ai profiler del BAU si era dimostrato un'alternativa molto più valida dei banali CSI e compagnia, risultando, a tratti, addirittura quasi spaventoso.
Con il tempo, però, e nonostante alcune buone idee ed i cambi di cast in questi casi quasi doverosi, il serial aveva segnato il passo giungendo a questa dodicesima stagione senza stimolare più l'aspettativa dei bei tempi qui al Saloon, quanto più che altro il bene che si finisce per volere ad un vecchio amico pur non avendo più molto da dirsi: e potrei affermare che lo stato d'animo avrebbe potuto essere questo ancora una volta, se non fosse stato per la manciata di episodi conclusiva in grado di mescolare le carte e tenere il fiato dell'audience sospeso incentrando l'azione su Spencer - uno dei charachters più interessanti, nonchè della prima ora -, su una vendetta incrociata ed una possibile trappola all'indirizzo del team aperta in vista della già confermata annata numero tredici.
Un buon modo, questo, per recuperare un altro passaggio certo non memorabile, all'interno del quale - forse anche a causa del "sovraffollamento" della squadra - nessun personaggio ha avuto un vero sviluppo o un'evoluzione - Spencer escluso, ovviamente -, mentre i due nuovi inserimenti hanno funzionato a corrente alternata - in questo caso, molto più efficace il "nuovo Morgan" Alvarez che non "l'intellettuale" Walker, troppo insipido per entrare davvero nel cuore degli spettatori -.
Per il resto tutto è proseguito nella "normalità", con episodi che ricollegati alla trama partita nel corso della stagione undici con la fuga di alcuni serial killer da un carcere di massima sicurezza - in particolare Mister Graffio, ormai nemesi della squadra - ed altri autoconclusivi e pronti ad esplorare, pur se in modo non particolarmente incisivo, gli abissi della mente umana e le possibilità purtroppo infinite che la psicopatia ha di manifestarsi e provocare dolore nel mondo.
La speranza, considerata la parte conclusiva della stagione, è che con il prossimo anno la squadra del BAU torni ai livelli che l'avevano nettamente separata dalle numerose proposte decisamente televisive - e non in senso buono - di qualche anno fa dello stesso genere, per rinnovare non solo l'affetto, ma anche l'interesse dei fan di vecchia data come i Ford e, perchè no, anche qualcuno di nuova.




MrFord



 

sabato 24 settembre 2016

Wolf Creek - La miniserie (Stan, Australia, 2016)




Chi frequenta il Saloon abitualmente ben conosce il rapporto tra il sottoscritto e l'Australia, terra che ospitò i Ford nel corso del loro viaggio di nozze e che da sempre, per le sue componenti wild, di natura incontaminata e nuove possibilità, ha un posto speciale in questo vecchio cuore.
Ai tempi della visione del primo Wolf Creek il continente "down under" era ancora un sogno da viaggiatore da coronare eppure, grazie anche ad una robusta dose di tensione e violenza e a panorami mozzafiato, divenne immediatamente un piccolo cult anche grazie al diabolico Mick interpretato da John Jarrat, una versione psicopatica e sanguinaria del mitico Mr. Crocodile Dundee.
Quando, anni dopo, in sala approdò il sequel, arricchito con una svolta da humour nero non da poco, potei constatare con piacere che Greg McLean non si era fatto abbagliare dal successo, ed era riuscito a trovare una nuova formula per la sua creatura senza per questo mancare il bersaglio o snaturare la stessa: con questa miniserie, ed un ritorno ad atmosfere più cupe e da thriller, i fan del terribile Mick avranno pane per i loro denti e la conferma che il franchise funziona, pur se, come fu anche per i due lungometraggi, non senza difetti disseminati qui e là come buche in una strada perduta nel bush dell'outback.
A prescindere, comunque, da questi stessi difetti - un utilizzo del Tempo non proprio perfetto, e certe coincidenze forse un pò forzate -, le sei puntate di Wolf Creek scorrono che è una meraviglia, facendo luce sull'infanzia e le origini del nostro serial killer ed introducendo un'antagonista per lo stesso finalmente all'altezza, la giovane Eve, atleta americana scampata al massacro della sua famiglia e decisa a vendicarsi dell'uomo che l'ha privata di tutto quello che aveva: a fare da spalla a quest'ultima, i fan di Spartacus ritroveranno con gioia - anche se i capelli corti ed un pò di imbolsimento non gli hanno certo fatto bene - il Dustin Clare che diede volto all'indimenticabile Gannicus, uno dei favoriti del sottoscritto della serie dedicata al trace che sfidò Roma.
Per il resto, tra polvere e casi umani da far impallidire anche il peggiore dei rednecks, la vicenda di Eve e di Mick prosegue con una violenza forse più edulcorata rispetto alle pellicole ma ugualmente efficace, personaggi di contorno scombinati tanto da far pensare siano usciti dritti dritti da Un tranquillo weekend di paura - siano essi positivi o negativi, dalla camionista maori alla banda di rapinatori - ed una Natura che pare ben più di una comparsa, considerato che, negli spazi sconfinati dell'outback australiano, basta anche soltanto un infortunio casuale più grave del previsto per rischiare la vita.
Senza dubbio non si tratta di un prodotto indimenticabile o capace di convincere i non avvezzi al genere, ma per chi ha almeno un minimo di confidenza con squartamenti, morti ammazzati e thrilling, i sei episodi scorreranno come il sangue da una ferita aperta con bisogno di sutura, e l'epopea di Mick e la sua rivalità con la giovane e determinata statunitense incorniciata dall'immensità dell'entroterra australiano avranno il sapore del più fresco e stordente dei cocktail al termine di un pomeriggio assolato di fine estate.




MrFord





 

sabato 12 marzo 2016

D-Tox

Regia: Jim Gillespie
Origine: USA, Germania
Anno: 2002
Durata: 96'








La trama (con parole mie): Jake Malloy, ex agente divenuto federale sulle tracce di un serial killer di poliziotti, rimane sconvolto dal duplice omicidio di un suo vecchio collega e della sua compagna, quest'ultimo avvenuto mentre lo stesso omicida è con lui al telefono.
Sprofondato nell'abisso dell'alcool e salvato dal suo partner Hendricks, viene da quest'ultimo condotto in un centro isolato e costruito sulle ceneri di un vecchio manicomio gestito da un altro ex poliziotto ben conscio dei traumi che gli agenti possono affrontare nel corso della loro carriera: peccato che la terapia di riabilitazione venga da subito minata dalle morti avvenute una dopo l'altra dei compagni di "rifugio" di Jake.
A questo punto nella mente dell'agente si insinua il dubbio che il serial killer responsabile del suo crollo possa essere presente tra quelle mura, e che la loro sfida debba giungere dunque alla sua conclusione con la morte di uno tra loro.








Quando, a seguito della vittoria del Golden Globe come migliore attore non protagonista, ho cominciato ad accarezzare l'idea di Sly trionfatore anche alla Notte degli Oscar, il progetto di dedicare un'intera settimana alle recensioni dei film con protagonista lo Stallone Italiano che ancora non avevo colpevolmente visto o postato qui al Saloon è diventato una missione: purtroppo, le cose non sono andate come avrei voluto, ma come Sly ho deciso di accettare sportivamente la mancata statuetta ed andare avanti inserendo comunque le recensioni che avevo preparato di tanto in tanto, come a ricordarmi quanto questo attore, regista, sceneggiatore e personaggio di culto della settima arte - nonostante i suoi radical detrattori - sia stato importante per generazioni intere di spettatori ed appassionati.
Uno dei titoli, dunque, selezionati per l'occasione è stato D-Tox, thriller uscito nel peggior momento della carriera di Stallone - i primi Anni Zero, quando a seguito del tracollo dei novanta gli action heroes parevano ormai dinosauri in via d'estinzione - addirittura sconsigliato perfino dal mio fratellino Dembo: il lavoro dello sconosciuto Jim Gillespie, a metà tra il poliziesco, il thriller, il survival horror ed il film da serial killer psicopatici alla riscossa, però, è riuscito almeno in parte a sorprendermi in positivo, regalando agli occupanti di casa Ford una serata da neuroni zero niente male da chiusura d'inverno, un cast variegato e ricco di caratteristi più che noti - senza considerare Tom Berenger e Kris Kristofferson, segnalo Robert Patrick, Robert Proski e Steven Lang, visti in decine e decine di produzioni grandi e piccole - ed un'evoluzione a sorpresa davvero niente male per una sorta di versione di Dieci piccoli indiani di grana molto grossa ed action.
Senza dubbio non parliamo di una delle interpretazioni più convincenti della carriera di attore di Sly, forse un pò troppo ingessato e decisamente poco a suo agio soprattutto nelle parti più drammatiche della pellicola - la morte della compagna ad inizio film su tutte - così come nel ruolo di detective "maledetto" con il vizio dell'alcool, eppure il film scorre rapido ed indolore, riportando indietro nel tempo ad un'epoca oscura per tutti i tamarri come il sottoscritto ma testimonianza della scorza dura dei simboli - perchè simboli sono, pochi cazzi - come Sly, pronti a sopravvivere anche a prove come questa per poi tornare come vecchietti terribili a suonare la carica sulla cresta dell'onda - sono convinto che Stallone stesso, ai tempi dell'uscita di D-Tox, non avrebbe mai immaginato che poco più di dieci anni dopo il fenomeno Expendables l'avrebbe rilanciato, e che nel ruolo principe della sua vita, quello di Rocky Balboa, avrebbe vinto un premio per lui fino a quel momento da fantascienza come il Globe -.
Nonostante, dunque, una fama certo non da fuochi d'artificio, dovesse capitarvi di trovarlo in un cestone di quelli con i dvd in offerta al supermercato o da qualche parte in tv o in rete, concedete una serata da rutto libero a D-Tox: vi parrà di essere precipitati dentro al più classico degli horror "ad eliminazione" con la differenza che tutto si svolge all'interno di una cornice più legata ai classici thriller da sabato sera su Italia Uno, con un cast senza dubbio interessante ed un paio di twist gestiti davvero niente male.
Considerato che mi aspettavo una debacle, direi che è andata meglio che alla Notte degli Oscar.
Molto, molto meglio.





MrFord





"Everything's all right
I'm just looking at you through
crazy eyes toniqht
so if I'm acting kind of strange
I'm just looking through crazy eyes."
Hall&Oates - "Crazy eyes" - 











lunedì 14 dicembre 2015

La isla minima

Regia: Alberto Rodriguez
Origine: Spagna
Anno: 2014
Durata: 105'






La trama (con parole mie): siamo nel settembre dell'ottanta nel cuore dell'Andalusia, nel profondo Sud della Spagna ancora segnata dalle cicatrici del franchismo, quando i due detectives Juan e Pedro sono inviati sul posto per indagare sulla scomparsa di due sorelle adolescenti.
Il primo è un poliziotto alla fine della carriera con numerose ombre nel suo passato, malato eppure dedito a godersi ogni istante; il secondo il più giovane e promettente investigatore di Madrid, in procinto di diventare padre e ligio alle regole seppur troppo zelante, tanto da essere stato punito con il trasferimento.
Quando emergono i cadaveri delle due ragazze scomparse e viene a galla un legame misterioso con altri omicidi simili, i due investigatori dovranno superare le loro divergenze e mettersi sulle tracce di un pericoloso serial killer celato dai loschi traffici che paiono sfruttare i sogni delle giovani del luogo di abbandonare la provincia per cercare di costruirsi una vita altrove: riusciranno Juan e Pedro a risolvere il caso, mettere in pace le proprie coscienze e staccare un biglietto per il ritorno ad incarichi di primo piano?











Non ricordo quando esattamente nacque l'amore del sottoscritto per il crime: ricordo, però, che nel periodo dell'adolescenza e nel pieno del delirio di ego che fu quell'epoca, restai affascinato dalle figure dei più famosi serial killers della Storia, quasi avessero qualcosa di magico, o romantico, figure maledette eppure in grado di ispirare, a loro modo, chi avrebbe saputo vederli dalla giusta prospettiva.
Gli anni sono passati, ho abbandonato le vesti del supponente teenager che si credeva migliore degli altri solo perchè guardava tanti film e leggeva cose che i suoi coetanei non sapevano neppure cosa fossero, e sapeva mettere insieme frasi di senso compiuto, per imparare sulla pelle tutto il bello di una vita vissuta senza troppe pippe mentali, con la consapevolezza del fatto che il mondo continuerà ad avere molti più lati oscuri che non illuminati, ma che varrà sempre la pena di vivere.
La paternità, poi, ha fatto il resto, facendo vibrare corde che, con ogni probabilità, aspettavano solo di essere stuzzicate per poter liberare lati di me che, ai tempi, non consideravo neppure: quello che è certo è che, dopo tutti questi anni, continuo ad amare il crime, pur considerando i suddetti serial killers come qualcosa dalla quale proteggere con tutte le forze i miei figli, ed il loro futuro.
Un pensiero detto da predatore a proposito di predatori per eccellenza.
La isla minima, pellicola spagnola trionfatrice in patria ai Goya, probabile candidata all'Oscar per il miglior film straniero il prossimo febbraio, fotografa dall'interno e dall'esterno con grande forza proprio questa sensazione, questo monito, e lo fa raccontando ad un tempo uno dei drammi più terribili vissuti dai nostri cugini iberici nel passato recente, ovvero il segno lasciato dalla dittatura di Franco: nel corso degli ultimi mesi a proposito del lavoro di Alberto Rodriguez sono stati sprecati paragoni decisamente alti, dalla prima stagione di True Detective a cult come Se7en e Memories of murder, nonostante, di fatto, il risultato migliore di questo film - a prescindere dall'ottima ricostruzione del finire dell'estate andalusa dell'ottanta e da alcuni passaggi tecnicamente notevoli come lo splendido inseguimento tra le auto nella notte nel finale - sia, di fatto, quello prevalentemente politico, pronto a sottolineare i lati oscuri dell'Uomo e ad un tempo l'importanza del riscatto ed il valore di una nuova partenza.
La isla minima non è il filmone che in molti hanno incensato, per nulla.
Rodriguez è molto bravo dietro la macchina da presa, ma non altrettanto dietro quella da scrivere, che lo induce a prendersi il tempo per disporre in tutta calma i pezzi sulla scacchiera solo per farsi prendere troppo la mano in un finale decisamente frettoloso, quasi come se l'opera volesse diventare una serie ma avesse a disposizione solo il minutaggio di un lungometraggio: fortunatamente, però, i temi trattati toccano nel profondo, l'indagine, per quanto non così lontana da molti fatti di cronaca letti in numerose occasioni - purtroppo - sui quotidiani di tutto il mondo risulta avvincente, il rapporto tra i due protagonisti sfaccettato ed impreziosito da un commiato strepitoso, le cicatrici di uno dei grandi drammi europei del secolo scorso - la dittatura franchista - ben sottolineate, uno dei quesiti più inquietanti che si possano immaginare sotto gli occhi e la pelle dello spettatore, e non solo dei protagonisti.
Chi è il vero mostro? Il serial killer che smembra giovani pronte a fuggire da una realtà di violenze sessuali e ricatti? Chi è dietro le stesse violenze? Il silenzio che aleggia in una società inesorabilmente maschilista? La volontà di fare il bene per se stessi sfruttando quello per gli altri ed eventi tragici pur scrivendone la parola fine?
Il mostro è il serial killer delle giovani andaluse in cerca di un sogno o il Corvo, che zittiva gli oppositori del regime a colpi di pistola?
Forse entrambi, forse nessuno.
In una cosa La isla minima ricorda Se7en.
Il mondo è un bel posto, e vale la pena lottare per esso.
In questo caso, sono assolutamente d'accordo con la seconda parte.





MrFord




"From the first day I saw her I knew she was the one
she stared in my eyes and smiled
for her lips were the colour of the roses
that grew down the river, all bloody and wild 
when he knocked on my door and entered the room
my trembling subsided in his sure embrace
he would be my first man, and with a careful hand
he wiped at the tears that ran down my face."
Nick Cave and The Bad Seeds - "Where the wild roses grow"  -






sabato 5 dicembre 2015

The Following - Stagione 2

Produzione: Fox
Origine: USA
Anno: 2014
Episodi: 15






La trama (con parole mie): l'ex detective Ryan Hardy, archiviati i tragici eventi che lo hanno portato al confronto apparentemente definitivo con la sua nemesi, il serial killer Joe Carroll, ha cercato di lasciarsi alle spalle cicatrici, alcolismo ed ossessioni per quasi un anno quando, mascherati proprio da Carroll, misteriosi individui fanno irruzione nella metropolitana di New York per uccidere arbitrariamente passeggeri scelti in modo casuale.
E' l'inizio del ritorno di un incubo che vede Hardy trovarsi ai ferri corti con l'FBI e reclutato segretamente dalla CIA per dare la caccia non soltanto ad una nuova setta di psicopatici, ma anche al "redivivo" Joe, pronto a tornare a quello che l'ha reso noto dopo aver passato mesi nascosto nella campagna dell'Arkansas, prendendo il controllo di una setta e preparandosi ad un nuovo attacco al mondo.
Riuscirà Hardy a tenere testa alle numerose minacce e mantenere il suo equilibrio morale e mentale?










Ai tempi del debutto di The Following, serie pubblicizzata in pompa magna grazie alla presenza di Kevin Bacon nel ruolo di protagonista neanche si trattasse di una sorta di Se7en per piccolo schermo, ricordo quanto rimasi deluso dal risultato finale, complici una trama decisamente discutibile e la presenza di James Purefoy, uno dei canoidi meno sopportati dal sottoscritto: alle spalle quella delusione, pensai che non avrei neppure preso in considerazione l'idea di proseguire nella visione del prodotto, e dunque di lasciare la seconda stagione alla sola Julez per le sue sessioni di stiro.
A dispetto, invece, di quelle che erano le aspettative - bassissime - devo dire di essermi discretamente divertito a questo secondo giro di giostra del confronto tra l'agente Ryan Hardy ed il serial killer Joe Carroll, forse proprio perchè preparato ad affrontare non tanto un thriller serio, quanto una sorta di equivalente dei miei cari action senza pensieri trasportato nell'ambito dei "morti ammazzati", genere che in casa Ford funziona sempre parecchio.
Dunque, dal sempre tormentato Ryan Hardy di Kevin Bacon al sempre più gigioneggiante Joe Carroll di James Purefoy - che nella sua sfida alla religione ed alle sette ha quasi finito per starmi simpatico - i quindici episodi sono volati in gran scioltezza, tra improbabili epigoni dello stesso Carroll - di fatto, assistiamo all'ascesa ed alla caduta della versione femminile dello stesso Joe -, followers della nemesi del protagonista come se piovessero, evoluzioni di personaggi conosciuti nel corso della prima stagione - la riscoperta durezza del braccio destro di Hardy, interpretato da Shawn Ashmore - ed ottimi nuovi comprimari - i gemelli folli Luke e Mark -, arrivando addirittura a farmi salire un certo hype per la stagione numero tre, trainata ovviamente da un finale aperto per questa seconda.
In questo senso, The Following ha reso benissimo l'idea del prodotto mainstream senza pretese alte che non corre proprio per questo il rischio di essere sezionato ed analizzato nel dettaglio, quanto più goduto nel suo essere pane e salame: la posizione, poi, presa dagli autori che quasi sbeffeggiano senza neppure farne troppo mistero santoni, sette ed affini ha contribuito a trasformare, di fatto, un prodotto che consideravo già sull'orlo del baratro in una sorta di guilty pleasure di grana molto grossa perfetto per le cene ed al centro di uno dei nuovi tormentoni del Fordino: "Papà, cosa guardi?" "Ryan Hardy", ripetuto come al solito un paio di centinaia di volte.
Non nascondo, poi, di essere curioso di come verrà sviluppata la trama con i nuovi episodi, considerati il destino di Joe e la volontà di Hardy di allontanarsi da quello che, di fatto, è stato l'incubo più grande della sua vita: e l'ombra del dubbio che Carroll abbia ragione, e che, di fatto, loro siano due facce della stessa moneta separate solo da una differente morale, mi fa pensare che il confronto sia solo all'inizio delle sue potenzialità.
Ed ora che ho ridimensionato le ambizioni e la portata della produzione di Kevin Williamson, sono perfettamente pronto a scoprirle anche io.




MrFord




"I, I follow, I follow you
deep sea, baby, I follow you
I, I follow, I follow you,
dark doom, honey. I follow you
he a message; I'm the runner.
He's the rebel; I'm the daughter waiting for you.
you're my river running high.
Run deep. Run wild."
Lykke Li - "I follow rivers" - 





venerdì 20 novembre 2015

The Mentalist - Stagione 6

Produzione: CBS
Origine: USA
Anno: 2014
Episodi: 22






La trama (con parole mie): Patrick Jane ed i suoi compagni del CBI di Sacramento sono sempre più vicini alla scoperta della reale identità del serial killer John il Rosso, responsabile dell'omicidio della moglie e della figlia dello stesso Jane e di decine di altri delitti.
La lista di sette sospettati conduce, dunque, al confronto definitivo tra le due nemesi, ed apre un nuovo capitolo nelle vite dei suoi protagonisti: Jane deciderà di sparire in Messico per mesi, mentre gli sposi novelli Rigsby e Van Pelt apriranno una loro agenzia di investigazioni, Lisbon finirà a fare lo sceriffo in un piccolo centro e Cho deciderà di arruolarsi nell'FBI.
E proprio dalla sezione di Austin dell'FBI giungerà una proposta che Jane non potrà rifiutare per tornare in campo e continuare a combattere il crimine.










Se, solo qualche anno fa, alla conclusione di quella che è stata, senza dubbio e fino ad ora, la stagione migliore di questa serie, qualcuno mi avrebbe detto che prima della sua conclusione si sarebbe arrivati ad un cambio definitivo di rotta con il confronto tra Jane e John il Rosso ed un nuovo inizio per il sagace protagonista del prodotto, non ci avrei creduto.
E avrei pensato che lo stesso avrebbe significato un salto di qualità enorme per la creatura di Bruno Heller.
Peccato che, con il passare degli anni, di fatto The Mentalist abbia dimostrato quanto mancare di tempismo possa significare, per un prodotto, rimanere nel "limbo" delle - pur più che discrete - proposte d'intrattenimento da cena o compiere il salto di qualità e diventare un riferimento.
Ad ogni modo, nonostante rappresenti più una grande occasione persa dai suoi autori che non una certezza, la saga con protagonista Patrick Jane è rimasta nei cuori degli abitanti di casa Ford, nonostante un approccio sempre più mainstream - almeno rispetto al genere crime - ed un progressivo avvicinamento alle regole standard del serial televisivo con tanto di storie d'amore più importanti della trama effettiva.
Ma non voglio ridurmi a criticare questa longeva e decisamente ben considerata dal grande pubblico serie come se fossi il più snob tra i radical chic - lascio volentieri questo ruolo al mio rivale Cannibal Kid -, quanto più che altro rimproverare a Heller e soci il fatto di non aver avuto abbastanza coraggio quando la rivelazione dell'identità di John il Rosso e la conclusione della storyline che lo vedeva contrapposto a Jane avrebbero avuto significati ben più profondi.
Poco importa, comunque: a questo penultimo giro di giostra Jane e soci conoscono la svolta più importante delle loro vicende, il confronto con la nemesi che li ha perseguitati fin dal principio della serie che funge da preludio ad un cambio di setting operato, con ogni probabilità, per scrollare la polvere di dosso al protagonista ed approcciare l'epilogo abbracciando, di fatto, quello che tutti gli spettatori si aspettavano sarebbe arrivato prima o poi.
Dal preferito fordiano Cho allo stesso Jane, passando per Rigsby e Van Pelt per arrivare a Lisbon, assistiamo dunque ad un cambio di cast e di registro pronto ad avvenire in termini molto meno drammatici di quanto si sarebbe potuto prevedere, finendo per resettare - almeno rispetto alle indagini di puntata - il meccanismo che aveva guidato The Mentalist fin dai primi episodi senza snaturare la proposta, e più semplicemente accontentandosi di una sua versione meno di "rottura".
Interessanti, comunque, i cambi di direzione operati dalla produzione - che poi gli stessi fossero voluti, o dettati dall'incertezza nel futuro del serial, è una domanda alla quale probabilmente non avremo mai la possibilità di dare risposta - e la svolta sentimentale che chiude il ciclo di ventidue episodi, pronta ad aprire scenari probabilmente auspicati da una buona fetta di pubblico ma ugualmente insoliti per la settima e conclusiva annata.
Personalmente, spero che Jane e soci possano chiudere al meglio la loro cavalcata, consci del fatto che, pur non avendo mantenuto le promesse giocate sul piatto fino ad un certo punto della loro produzione, continueranno ad avere l'appoggio incondizionato dei Ford tutti.




MrFord




"You are not an enemy anymore
there's a ray of light upon your face now
I can look into your eyes
and I never thought it could be so simple."
Elisa - "Rainbow" - 




sabato 17 ottobre 2015

The killing - Stagione 3

Produzione: AMC
Origine: USA
Anno:
2013
Episodi:
12






La trama (con parole mie): sono passati mesi dalla risoluzione del caso di Rosie Larsen, e mentre l'ormai ex detective Linden si gode una ritrovata tranquillità con un nuovo impiego, un nuovo e più giovane compagno ed un lavoro a bassissimo rischio su un'isola al largo di Seattle, il suo ex partner Holder, in coppia con il veterano Reddick, si è completamente ripulito e si dedica ad una nuova relazione e a risolvere casi uno dopo l'altro.
Quando, a seguito dell'omicidio di una giovane senzatetto, si apre il vaso di Pandora di un serial killer di ragazzine tossiche dedite alla prostituzione occasionale che non si sa quante vittime possa aver mietuto e che ricorda nel modus operandi il killer già condannato Ray Seward, in attesa dell'esecuzione capitale, le carte si rimescolano: scossa dall'idea di non aver scoperto la verità, Linden si rimette in gioco tornando in servizio per affrontare il caso coordinato da quello che era il suo partner ai tempi, Skinner, con il quale ebbe anche una relazione.
Tornati uno accanto all'altra, cosa scopriranno Holder e Linden?








L'oscurità che si annida nel cuore e nell'animo umani è da sempre uno degli elementi che più attrae gli occupanti di casa Ford, che si parli di film, romanzi, fumetti o serie televisive: in questo senso serial killer e produzioni che accompagnano il pubblico "dall'altra parte", fin dai tempi di Twin Peaks si sono ritagliati un ruolo fondamentale nella formazione del sottoscritto - e di Julez - da molto tempo prima che esistesse il Saloon.
The Killing, scoperto lo scorso anno in colpevole ritardo - del resto, ormai, con i prodotti seriali mi sono rassegnato a muovermi con un gap consistente rispetto a chi ha più tempo da dedicare alle visioni "in tempo reale" - è riuscito a centrare il bersaglio fin dai primissimi episodi dedicati alla scomparsa ed all'omicidio di Rosie Larsen, presentando due protagonisti caratterizzati alla grande, profondamente reali ed imperfetti, ed un'indagine con molti lati oscuri che, nel corso delle prime due stagioni, non solo ha chiuso il cerchio a proposito della storyline principale, ma portato a galla effetti collaterali generati dalla stessa, proprio come fu per il già citato Twin Peaks.
Con questa terza stagione gli autori - complici anche le vicissitudini di natura produttiva del titolo - voltano pagina presentando non solo un nuovo caso legato a doppio filo ad uno dei più importanti affrontati in passato da Sarah Linden, ma anche costruendo una cornice di comprimari destinata non solo a lasciare il segno nell'immediato - Bullet, Seward e Skinner su tutti - ma anche nella cavalcata che porterà l'audience ad affrontare la quarta ed ultima stagione, a seguito di un passaggio di produzione - da AMC a Netflix - volto a scrivere un finale non aperto per le avventure di Linden e Holder.
Nonostante, dunque, gli alti e bassi di natura non artistica, The Killing si mantiene su alti livelli anche con questa terza annata, forse la più oscura e disperata tra quelle presentate fino ad ora: basta osservare l'epopea di Seward, condannato a morte per un reato che potrebbe non aver commesso, e la sua rabbia scomposta, o i sentimenti traballanti di Linden e Holder - due outsiders da manuale - per rendersi conto della profonda oscurità che è stata impressa alla proposta ispirata dall'omonima e di qualche anno precedente serie danese: in questa Seattle piovosa e dolente non c'è spazio per chi vive ai margini, e l'escalation di scoperte a proposito del destino delle ragazzine vittime del killer soprannominato "Il pifferaio magico" è lo specchio di tutto questo dolore, figlio di seconde occasioni che non sono mai giunte neppure nella patria per eccellenza delle stesse, ed hanno finito per affogare nella droga, nella prostituzione, nel dolore e nel sangue.
Come all'interno della più spietata delle giungle, solo pochi - pochissimi, a dire il vero - usciranno a riveder le stelle - per dirla, più che con Dante, con il Rust Cohle di True detective -, e non è detto che i segni che si porteranno sulla pelle e nel cuore non siano più terribili di chi ha finito per perdersi, abbandonarsi, arrendersi ad una selezione naturale spietata e profondamente malvagia.




MrFord




"Until you had enough then you took that ring off
you took that ring off
so tired of the lies and trying, fighting, crying
took that ring off
oh, now the fun begins
dust yourself off and you love again
you found a new man now you shine and you're fine
like it's my time, you took that ring off."
Beyonce - "Ring off" - 




giovedì 6 agosto 2015

The chaser

Regia: Hong Jin Na
Origine: Corea del Sud
Anno: 2008
Durata:
125'





La trama (con parole mie): Joong Ho Eom, ex detective della polizia divenuto protettore di un gruppo di prostitute al suo servizio, è inquieto per la scomparsa di una delle sue ragazze, che crede possa essere fuggita rubandogli dei soldi. Quando capisce che la stessa non è affatto fuggita, ma finita nelle mani di un serial killer efferato che nel corso del tempo si è fatto notare per il suo approccio anche con altre donne, e che una di loro potrebbe essere ancora salvata per tornare a riabbracciare la figlia, l'uomo pare tornare al suo passato da investigatore per dare la caccia allo spietato omicida.
Una volta rintracciato Young Min Jee, che subito risulterà coinvolto nei fatti collaborando addirittura con le forze dell'ordine, per Joong inizierà una vera e propria lotta contro il tempo nella speranza di riuscire a trarre in salvo la donna della quale finisce per sentirsi responsabile come se la figlia di quest'ultima fosse sua.
Riuscirà nell'impresa, o quello che si trova di fronte, pur se sconfitto, è un predatore troppo grosso perfino per un coriaceo uomo della strada come lui?







La linea di demarcazione oltre la quale i registi - ma non solo - riescono a spingersi nel raccontare una storia sfidando, di fatto, i limiti sociali e le convenzioni, cambia a seconda delle culture e delle latitudini: ricordo bene quando vidi per la prima volta in sala Old Boy, e pensai che un finale come quello, con la scoperta da parte di Oh Dae Soo dell'identità della ragazza che aveva conosciuto, qui nel Vecchio Continente non si avrebbero avute le palle per presentarlo.
Lo stesso Kitano, che nello splendido L'estate di Kikujiro gioca con ironia nerissima a ridicolizzare un pedofilo, dalle nostre parti sarebbe risultato quantomeno fuori luogo, soprattutto all'inizio degli anni novanta.
Sono solo due esempi di quante e quanto affascinanti siano le differenze tra Europa e Asia, e quanto potente possa ancora essere - anche grazie alla sua diversità dal nostro - il Cinema venuto da Oriente.
The Chaser, sponsorizzato con grande partecipazione da mio fratello e recensito spesso e volentieri ottimamente anche qui nella blogosfera, è un perfetto esempio di quanto scritto sopra: il lavoro di Hong Jin Na, impeccabile dal punto di vista tecnico, pare incrociare senza guardare in faccia a nessuno I saw the devil, Il cattivo tenente e Big Bad Wolves, prendendo per il collo lo spettatore e trascinandolo in una vera e propria corsa di due ore piene nel corso della quale non viene risparmiato nulla, ed in termini di tensione non abbiamo una sola pausa dallo sviluppo iniziale alla drammatica conclusione.
Joong Ho Eom, antieroe alla scoperta di un'oscurità profonda ben più della sua, alla ricerca dapprima del responsabile delle sparizioni delle sue ragazze e dunque impegnato in una corsa contro il tempo per smascherarlo senza possibilità di appello, regala all'audience uno dei ritratti più vitali, imperfetti e combattivi che ricordi del Cinema recente, e la determinazione nel combattere la sua nemesi - l'inquietante Young Min Jee, degno di cult del genere come Se7en -, cresciuta di pari passo con l'affezione per la giovanissima figlia della ragazza che cerca disperatamente di ritrovare, rappresentano un vero e proprio inno all'umanità, seppur messa all'angolo - ed anche di più - da una realtà all'interno della quale si muovono predatori terrificanti che, spesso, finiscono per sfruttare la Legge che infrangono per tornare a cacciare una volta dopo l'altra.
Il duello a distanza tra i due rivali, risolto all'apparenza dopo neppure mezzora di visione - non mi era mai capitato di incontrare un thriller che prevedesse la cattura del colpevole ad un quarto di pellicola -, è una continua sfida, una rivelazione, una disperata lotta all'ultimo sangue.
Come per il gioiellino made in Hong Kong Expect the unexpected, anche qui, quando ci si aspetta che non possa accadere altro più di quanto non è già accaduto, ecco un nuovo sconvolgimento nella trama pronto a prendere le nostre certezze e farne letteralmente polpette: e dalla terrificante abitazione di Young Min Jee, degna di uno slasher anni settanta, al commissariato di polizia, passando per l'auto di Joong e quella sequenza maledetta scandita dai colpi di martello nel retro del negozio, quasi non si può credere quanto dura possa essere la mano del regista, e quanto a fondo possa colpire il pubblico.
The Chaser è un viaggio allucinante nella mente di un serial killer - da brividi il confronto con il vecchio incaricato delle forze dell'ordine nella stanza degli interrogatori -, il percorso di crescita di un protagonista assolutamente caotico e negativo che riscopre la sua umanità di fronte a qualcuno che pare, al contrario, aver rinunciato volontariamente alla stessa.
In mezzo, la Legge e l'Ordine, criticate aspramente quasi fossero pedine di un gioco sempre più grande di loro, incapaci di seguire, oltre al fiuto, anche la pancia e le sensazioni come per l'indomito Joong, che non risparmia colpi bassi sia con le parole - il suo "braccio destro" continuamente vessato - che con i fatti - i confronti fisici con l'assassino -: e se l'epilogo lascia intravedere quantomeno un barlume di speranza, nello stomaco oscuro di questo angolo di Corea e dell'animo umano, tutto pare essere digerito da appetiti troppo grandi e spaventosi per essere affrontati, che si parli di lupi solitari ormai disillusi o bambine aggrappate alla speranza con tutte le forze.
E allora non resta che stare gli uni accanto alle altre, e sperare di potercela fare insieme.




MrFord




"You don't waste no time at all
don't hear the bell but you answer the call
it comes to you as to us all
we're just waiting for the hammer to fall."
Queen - "Hammer to fall" - 




martedì 21 luglio 2015

Child 44

Regia: Daniel Espinosa
Origine: USA, UK, Repubblica Ceca, Romania
Anno: 2015
Durata: 137'





La trama (con parole mie): Leo Demidov, tra gli eroi della conquista di Berlino da parte dell'Armata rossa durante la Seconda Guerra Mondiale, diviene nel corso degli anni cinquanta un ispettore esperto in interrogatori dell'elite delle forze dell'ordine del regime. Quando il figlio del suo migliore amico viene trovato morto e le indagini a proposito dello stesso omicidio sono insabbiate per esigenze politiche, la fedeltà di Demidov al regime viene messa a dura prova nel momento in cui il dito del Potere punta dritto a sua moglie Raisa.
Messo ai margini ed esiliato ai confini dell'Unione Sovietica, Leo non demorde, e si pone l'obiettivo di riuscire a scoprire quanto più possibile a proposito di quello che pare essere un serial killer feroce e spietato pronto a prendere di mira ragazzini tra i dieci e i quindici anni lungo la linea ferroviaria che va dalla Capitale a Rostov.
Spalleggiato dal Generale Nesterov, suo superiore per il nuovo incarico, Leo dovrà lottare contro i suoi fantasmi ed il Sistema per poter completare l'indagine.








E' curioso quanto, a volte, titoli che sulla carta hanno tutte le caratteristiche per conquistarci finiscono, al contrario, per risultare davvero poca cosa, prodotti pronti ad entrare ed uscire dalle nostre vite di spettatori senza colpo ferire: Child 44, firmato dal discretamente anonimo Daniel Espinosa - già autore del non eccessivamente esaltante Safe house - e prodotto da Ridley Scott - che, purtroppo, con il passare degli anni non è più la garanzia che era ad inizio carriera -, rientra alla perfezione nella categoria.
Un cast di prim'ordine - Tom Hardy, Gary Oldman, Joel Kinnaman, Noomi Rapace, Charles Dance, Paddy Considine, Vincent Cassel, giusto per citare i nomi più grossi -, un'ambientazione oscura, una trama divisa tra la critica e la lotta al Potere ed al Sistema e la caccia ad un serial killer ispirato alla figura di Cikatilo, storie di amore, amicizia e vendetta che si intrecciano a Storia e fatti di cronaca: se me l'avessero presentato senza permettermi di vederlo, avrei potuto perfino azzardare che Child 44 poteva essere una delle proposte più interessanti della prima metà del duemilaquindici, per il sottoscritto.
Peccato che, a conti fatti, il risultato sia debole sotto molti aspetti, privo del carattere necessario per rimanere davvero nel cuore, lontano sia dai blockbuster che dai film d'autore, troppo lungo e decisamente privo del mordente che un thriller ha bisogno di mantenere alla distanza: nonostante, infatti, le idee messe sul piatto nel corso della prima parte - il ruolo di Leo come uomo del Sistema, la sua abilità nell'estorcere confessioni, la rivalità con Vasili, l'amicizia fraterna con Alexei, il clima di terrore imposto dal regime, la presenza di un serial killer terribile, un uomo nero pronto a portare con sè ragazzi all'inizio delle proprie esistenze, lasciando un vuoto che nessun genitore potrà mai colmare - con il passare dei minuti tutto pare sgonfiarsi, diventare un compito che regista e sceneggiatori si sono ritrovati a portare a termine giusto per guadagnarsi la pagnotta, più che per voglia, passione o desiderio di dare alla storia che raccontano quella scintilla in grado di differenziare un titolo assolutamente anonimo da uno destinato a rimanere nella memoria.
In particolare, e senza rivelare passaggi che potrebbero rendere ancora più inutile la visione, il quarto d'ora finale che chiude la vicenda e, di fatto, racconta tutto quello che accade archiviato il vero epilogo della trama si è rivelato uno dei passaggi più inutili dell'ultimo periodo, finendo per portare il lavoro di Espinosa da un giudizio medio alle bottigliate delle delusioni, nonostante, di fatto, da Espinosa stesso non era certo lecito aspettarsi un nuovo Memories of murder o Se7en.
Di fatto, non siamo di fronte ad un film brutto, mal realizzato o poco interessante - per quanto non sfruttati a dovere, gli spunti per riflettere sono molti -, quanto principalmente ad un titolo piatto che non aggiunge nulla al genere, alla carriera di chi ha partecipato alla sua realizzazione o alla vita di chi si trova dall'altra parte dello schermo: in questo senso, parrebbe più interessante documentarsi - magari attraverso i libri - in merito alle ombre del dominio di Stalin nell'URSS del dopoguerra e rispetto a Cikatilo, ribattezzato il mostro di Rostov, uno dei serial killers più terribili degli ultimi cinquant'anni.
A dimostrazione, per una volta, della poca incisività dell'operazione, anche il riscontro clamorosamente basso al botteghino: poco più di un milione di dollari complessivi contro i cinquanta stimati di budget.
Considerate queste premesse, sarà difficile che la trilogia letteraria che ha ispirato Child 44 vedrà la luce interamente: e se i risultati sono di questo calibro, direi che non è neppure un male.




MrFord




"I'm friend with the monster that's under my bed
get along with the voices inside of my head
you're trying to save me, stop holding your breath
and you think I'm crazy, yeah, you think I'm crazy."
Eminem feat. Rihanna - "Monster" - 





sabato 25 aprile 2015

The Poughkeepsie Tapes

Regia: John Eric Dowdle
Origine: USA
Anno: 2007
Durata:
86'





La trama (con parole mie): a Poughkeepsie, cittadina a Sud dello Stato di New York, in una casa in affitto viene scoperta la macabra collezione di uno dei più terriili e feroci serial killers che abbiano mai operato negli Stati Uniti.
Quello che le Forze dell'ordine analizzano, infatti, è la personale videoteca di un assassino dedito a documentare ogni suo atto, dalla prima volta al terrificante piano che lo vede plagiare, dalla mente al corpo, una delle sue vittime: ma chi potrà mai essere, questo psicopatico in grado di mostrare profili e caratteri diversi ad ogni suo omicidio?
Il sospetto principale, arrestato e condannato, sarà davvero chi tutti sperano possa essere?
O questo "uomo nero" continuerà a viaggiare per le strade, innalzando le statistiche di sequestri ed uccisioni in una o nell'altra area metropolitana?








Se qualche mese fa mi avessero detto che non solo avrei finito per divertirmi con Necropolis - La città dei morti, nonostante i suoi limiti, e che proprio a seguito di quella visione sarei andato a recuperare questo The Poughkeepsie Tapes firmato sempre da John Eric Dowdle e prodotto dal fratello di quest'ultimo, sarei stato quantomeno incredulo, nonostante, di fatto, il mockumentary rappresenti uno dei guilty pleasures di genere più apprezzati, al Saloon, e nel corso degli anni mi abbia riservato soddisfazioni uniche come The troll hunter, Lake Mungo ed Europa Report.
Non solo, comunque, questo recupero si è rivelato un successo, ma ho finito per considerare The Poughkeepsie Tapes superiore al successivo e già citato Necropolis, non perfetto ma in grado comunque di inquietare ed affascinare soprattutto gli appassionati di thriller e morti ammazzati come noi Ford, regalando al pubblico un serial killer tra i più terrificanti che la settima arte abbia portato sullo schermo dai tempi dell'intramontabile Hannibal Lecter de Il silenzio degli innocenti.
L'idea di ricostruire l'operato dello psicopatico attraverso il ritrovamento delle videocassette dallo stesso girate a partire dalla prima uccisione alternando le immagini "di repertorio" - ottimo l'effetto nastro conferito alla documentazione del maniaco omicida - con il parere di esperti dell'FBI e della Scientifica funziona, per quanto finisca per essere poco sfruttata soprattutto rispetto alla sua parte "tecnica", quando nella seconda metà del film il focus della narrazione si sposta sul ritrovamento della superstite schiavizzata dal mostro per anni e sul tentativo delle forze dell'ordine di catturarlo.
Senza dubbio il lavoro di Dowdle, all'apparenza amatoriale quanto basta per poter rientrare anche esteticamente in alcuni termini del mockumentary, non è esente da difetti, e rappresenta più il primo esperimento di un regista che non il lavoro della sua maturità, eppure avvince dal primo all'ultimo minuto, e a prescindere dalla violenza mostrata - mai compiaciuta o in qualche modo disturbante come fu per l'immondo A serbian film - conduce lo spettatore a domandarsi fino a quali abissi ci si possa spingere quando si parla dell'oscurità dell'animo umano: l'operato di questo misterioso omicida seriale, culminato con il rapporto terrificante con la sua schiava che chiude con i brividi la visione, per quanto atroce ed incredibile possa apparire, in realtà non si discosta dalle gesta di altri documentati serial killers, da Albert Fish - che sul punto di essere giustiziato parlò della sedia elettrica come dell'occasione di provare un'emozione che non aveva mai potuto testare sulla pelle prima - a Gacy o Dahmer, in grado di commettere atti che, se raccontati, finiscono per apparire più come il frutto dell'immaginazione di uno scrittore dell'orrore, piuttosto che cronaca nera.
In questo senso, The Poughkeepsie Tapes rende molto bene questo inquietante aspetto del predatore pronto a mietere le proprie vittime seguendo i propri istinti, e che, nel caso di assassini dall'alto quoziente intellettivo ed un'elevata capacità di controllo, impara dalla propria esperienza affinando le tecniche di caccia ed occultamento delle proprie vittime finendo per ingaggiare una vera e propria sfida con le forze dell'ordine.
Probabilmente, comunque, un prodotto di questo genere o i registri delle vittime degli assassini seriali passati alla storia, non riusciranno mai a definire completamente i confini dell'oscurità che alberga nel nostro cuore di Uomini, e che in alcuni casi - fortunatamente non così numerosi - finisce per fagocitare tutto quello che può, dentro e fuori, e dalla quale non è possibile fare ritorno, o sperare di trovare una via d'uscita.




MrFord




"I know I may be young, but I've got feelings too.
and I need to do what I feel like doing.
so let me go and just listen."
Britney Spears - "I'm a slave 4U" - 





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