Una delle cose che mi ha sempre colpito del Cinema Orientale - che si tratti di pellicole d'autore o trash, o di generi borderline - è la capacità di raccontare storie senza alcun tipo di peli sulla lingua o remore morali che farebbero felici molti bigotti delle nostre parti, cresciuti a pane e casa e chiesa: l'approccio tenuto dai vari John Woo, Takeshi Kitano, Park Chan Wook, Kim Ki-Duk e soci è quasi sempre stato concettualmente pane e salame anche quando gli argomenti portati sullo schermo erano tutt'altro che piacevoli, nonchè spesso e volentieri pronti a mostrare che razza di bestia riesce ad essere, quando ci si mette, l'Uomo.
Quando The Chaser, pazzesco thriller firmato da Hong Jin Na, è giunto su questi schermi, ho avuto la stessa impressione provata sulla pelle nel corso delle visioni di cose come Old Boy, Sonatine, Bad guy e via discorrendo: di fronte ai miei occhi scorrevano le immagini di un'opera senza paura, pronta a portare l'audience in un mondo predatorio ed oscuro, ma non per questo a fare sconti, banalizzarne il Bene o il Male ed allettare con propositi buonisti.
Recuperato, spinto dall'entusiasmo di quella visione, The yellow sea, ho finito per aspettare l'occasione giusta per gustarmelo in tutta calma in una serata tranquilla lontana dai pomeriggi con film in sottofondo nel pieno della furia dei Fordini, ed ancora una volta mi sono trovato a confermare il dna cazzuto del Cinema d'Oriente, in questo caso ed una volta ancora coreano: a partire dall'interessante premessa legata alla regione "schiacciata" tra Cina, Corea del Nord e Russia dove non solo non ce la si passa troppo bene ma si rischia anche di vivere per sempre come emarginati, la vicenda del tassista Gu Nam, lasciato dalla moglie, indebitato e pronto a trovare l'occasione giusta per veicolare la rabbia contro la vita accumulata in anni di sconfitte ed umiliazioni, rappresenta alla grande l'approccio da pugno in faccia delle pellicole sopra citate, rimbalzando - come fu per The Chaser - tra vari generi, dal thriller all'action, dallo splatter al revenge movie, passando per il grottesco, mantenendo per tutta la sua durata una tensione costante ed un ottimo ritmo, e finendo per legare il pubblico ad un protagonista che non ha davvero nulla per farsi amare, nonostante si tratti di un outsider in cerca di rivincite che il sistema, il destino, la posizione nella "catena alimentare" sociale, il crimine e la moglie non hanno fatto altro che fregare senza possibilità d'appello.
Una vicenda amara e violenta, che non lascia spazio alla speranza e si regge sulla volontà di sopravvivenza e sul feroce desiderio di rivalsa del suo protagonista, pronto a dibattersi e lottare con tutto se stesso prima ancora che per raggiungere un "successo" che lo possa affrancare dallo status di perdente che lo avvolge fin dalle prime immagini per mostrare che nessuno tra tutti i responsabili della sua "caduta" è o sarà in grado di abbatterlo o sopravvivergli.
Una parabola dei bassifondi che mi ha riportato alla mente la musica e le storie "di porto" di De Andrè, e che senza dubbio ha avuto il merito di fortificare le fondamenta del lavoro di un regista tosto come Hong Hin Na, ennesimo nome da tenere d'occhio - e non per moda, come ai tempi della Trilogia della vendetta - nel panorama coreano, che da decenni offre titoli e produzioni che meriterebbero un richiamo decisamente maggiore non solo nel circolo ristretto dei cineforum o dei Festival "d'alto bordo".
The yellow sea non è un film facile o pronto a fare sconti, così come il suo autore, o il protagonista, eppure rappresenta - e alla grande - l'energia viscerale di cui è capace, quando è ben portata sullo schermo, la settima arte: non sono risparmiati i sentimenti o le riflessioni, ma neppure la ferocia, il sangue, la furia, l'espressione della pericolosità e della crudeltà dell'animale più crudele di tutti.
L'Uomo.
MrFord