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martedì 3 settembre 2019

Notte Horror 2019 Edition - La casa del diavolo



E' strano, mettersi a scrivere questo post. Per un sacco di motivi.
Senza dubbio, perchè non ricordo neppure quando è stata l'ultima volta in cui mi sono messo al servizio del blog in questo modo.
Poi perchè questo è un film che ho sempre adorato, ma che appartiene ad un'altra mia epoca, al periodo wild in cui tredici anni fa lo vidi per la prima volta. Cazzo, se sono tanti, tredici anni.
Non da ultimo il fatto che allora pensavo che Rob Zombie avrebbe avuto le carte in regola per raccogliere il testimone di Tarantino e Rodriguez, mentre ora lo considero solo un pallone gonfiato ed un regista terribile.
La casa del diavolo è cazzuto, violento e tosto come lo ricordavo.
E in grado di sfidare il pubblico. Di ribaltare le parti perchè è proprio vero che è così.
Nel corso della nostra vita, a prescindere dalle estremizzazioni cinematografiche - che poi non vanno tanto lontano dagli orrori di situazioni reali -, tutti siamo stati vittime e carnefici, abbiamo fatto soffrire e sofferto, siamo stati quelli da consolare o gli stronzi da insultare.
Il bello de La casa del diavolo, oltre al lavoro eccezionale sul concetto di Famiglia e sull'ironia che si nasconde dietro l'assurdità degli estremismi, è proprio questo.
In Natura, del resto, ogni creatura è predatore e preda, in una qualche misura: dunque nel momento in cui, per istinto, piacere o appetito, ti cibi di una creatura, è giusto in qualche modo che la memoria suoni un campanello d'allarme rispetto al fatto che potrebbe essercene un'altra, in giro, pronta a cercare proprio te.
E in un mondo costruito sulle sfumature, non esistono Bene o Male assoluti, e chi si professa portatore di uno o dell'altro, in realtà, finisce per dispensare la stessa amara medicina.
In un certo senso, rispetto ai tempi, mi sono sentito piuttosto distante, colonna sonora a parte, dal film, quasi come se avessi deciso di ascoltare un disco dei Nirvana, dei Pearl Jam, dei R.E.M. o dei Radiohead, o incontrato per caso una vecchia cotta dei tempi del liceo: un'epoca che potrebbe essere magica, mitica o qualsiasi altro aggettivo esaltante, ma ormai alle spalle.
Eppure, il lavoro di Rob Zombie è carnoso e carnale, e anche se ora non mi coinvolge più emotivamente come in quell'ottobre del duemilasei in cui lo vidi per la prima volta, nel pieno del mio periodo senza controllo, riconosco il tentativo che il regista fece, portando ad un livello decisamente superiore il precedente La casa dei mille corpi: quel finale che rievoca grandi coppie come Thelma e Louise o Butch Cassidy e Sundance Kid, poi, è ancora da pelle d'oca, legato a chiunque abbia ancora qualche sogno selvaggio e segreto che coltiva nel cassetto.
Certo, tutto questo è strano, se riferito ad un titolo che dovrebbe passare in una rassegna dedicata all'horror e ai ricordi che le carrellate estive ha sempre suscitato lo stesso, e che al massimo dovrebbe preoccuparsi di spaventi, tensione, sangue e tutto il circo che ne consegue: ma è un pò come aspettarsi divertimento assicurato da un clown.
I clown possono essere tristi, soli, inquietanti, spaventosi.
Fermarsi all'etichetta non conviene mai.
Un pò come pensare che il mondo sia tutto Bianco o Nero, Bene o Male.
Meglio essere un Free Bird, e lottare per trovare almeno una parvenza di equilibrio tra le sfumature.


MrFord


La casa del diavolo Poster

martedì 11 settembre 2018

Revenge (Coralie Fargeat, Francia/Belgio, 2017, 108')




- Se c'è una cosa che ho amato dal primo momento e che amo ancora oggi a distanza di anni della blogosfera, è il tam tam che porta alla scoperta di titoli dimenticati o potenzialmente dimenticati dai distributori italiani.

- Coralie Fargeat, praticamente un'esordiente seppure "datata" - ha quarantadue anni -, confeziona un thriller perfetto per il contesto sociale che si è sviluppato negli ultimi anni, dal sapore molto nineties ma ugualmente adattato ai gusti attuali, una specie di remix di un dj di quelli di moda ora che ripesca qualcosa come All that she wants.

- La trama è assolutamente implausibile, così come lo svolgimento, eppure il gioco messo in scena dalla regista funziona, il messaggio è ben chiaro, la cornice fantastica. Montaggio e fotografia sono ottimi, e personalmente ho adorato i colori pastello affiancati ad una violenza che ha riportato alla mente Wolf Creek e The Descent.

- L'idea vincente, a prescindere da tutto, è l'assoluta onestà della Fargeat di portare in scena una metafora e uno spettacolo pop, una versione decisamente più riuscita di Alta tensione di Aja di una quindicina di anni fa: non ci sono pretese, e accanto alle possibili implicazioni impegnate, si regalano momenti ad alto tasso di goduriosa ignoranza.

- Scena sicuramente cult per il sottoscritto resterà il momento lisergico della protagonista nella grotta sotto l'effetto del peyote, così come mitico rimane il marchio del logo della birra sulla ferita cauterizzata: una tamarrata che neppure il più tamarro dei registi finto macho d'azione anni ottanta sarebbe riuscito ad immaginare. Chapeau.

- Altro passaggio notevole è il confronto finale nella villa - stupenda, tra l'altro - tra la protagonista ed il suo ormai ex amante, sanguinoso e giocato sul montaggio in pieno stile tarantiniano. E' chiaro a tutti fin dal principio come andranno a finire le cose, ma ce lo si gusta come se non lo si sapesse.

- Revenge, che tratta temi vecchi come il mondo - anche se fingiamo di no, certe dinamiche probabilmente esistono da sempre ed andrebbero combattute alla radice più che con moralismi o riscatti violenti -, rappresenta alla perfezione quella che è una proposta in grado di accontentare il pubblico occasionale e quello smaliziato, il sacro ed il profano, l'Uomo e la Donna. Merito, probabilmente, di una regista che è stata in grado di raccogliere idee e riflessioni e portarle sullo schermo senza pretese o pipponi. Piuttosto, con tanto sangue, colore e polvere.
Una specie di concessione ad un mondo a prevalenza maschile.



MrFord



 

mercoledì 29 agosto 2018

The Wailing (Hong-Jin Na, Corea del Sud/USA, 2016, 156')




- Per anni ho inseguito questo lavoro di Na, già apprezzatissimo da queste parti per il buon The yellow sea e lo strepitoso The Chaser, sponsorizzatissimo da mio fratello e da amici appassionati. Forse le aspettative sono una bestia più brutta di quanto abbia sempre pensato.

- Una premessa di questo tipo potrebbe far pensare che The Wailing non mi sia piaciuto, o si tratti di un'opera deludente: niente di più sbagliato. Questo film è una bomba che esplode progressivamente e si fa ripensare con il tempo, regala al pubblico almeno due sequenze pazzesche, quella del rito sciamanico che ricorda l'Herzog più visionario mescolato a Jodorowsky ed il confronto finale che ancora oggi mi fa venire la pelle d'oca, mescola alla grande terrore ed ironia. Eppure mi è parso sia giunto come "in ritardo".

- Considerato che sul mercato italiano e occidentale Na è praticamente un semisconosciuto rispetto a suoi conterranei più noti come Joon-ho Bong giunti qualche anno prima un'opera come questa, nonostante il suo innegabile valore, perde qualcosa per coinvolgimento ed originalità rispetto ad altre che trattano temi simili - come la Famiglia, la Paura, l'impossibilità di sapere quale sia davvero la verità -, su tutti The Host, che a più riprese mi è tornato alla mente nel corso della visione.
In un certo senso, e paradossalmente, mi pare che la stessa cosa che potrebbe far amare The Wailing, ovvero nascere per un pubblico che mastica di Cinema, sia la stessa che potrebbe penalizzarlo, perchè se si ha una certa familiarità con l'approccio coreano alla settima arte, risulterà certo poco "rivoluzionario".

- Nonostante l'apparente povertà della produzione, Na conferma comunque che la capacità di creare suggestione non è commisurata al denaro: il dialogo del detective protagonista con la figlia posseduta o passaggi come la comparsa della donna fuori dalla stazione di polizia sono degni di film horror in grado di far stringere le chiappe anche ai duri o presunti tali.

- Molto interessante in termini sociali e culturali è osservare la differenza incredibile tra la Corea che identifichiamo con Seoul, i treni ad alta velocità e la vita "all'occidentale" e quella delle realtà rurali che paiono lontane anni luce e decenni da tutto quanto appena elencato. Notevole anche la riflessione sul ruolo dello "straniero" e dello "sconosciuto", che si mescola alle sensazioni che la visione provoca rispetto ai concetti di sospetto e timore che serpeggiano minuto dopo minuto.

- Se, dunque, nonostante i sentieri lastricati d'oro che mi hanno accompagnato alla visione The Wailing mi sia parso "solo" un gran bel film, avete voglia di conoscere l'approccio coreano alla settima arte o più semplicemente trovarvi di fronte ad una pellicola ironica ma anche terrificante non abbiate paura: quello di Na è "solo" un gran bel film.


MrFord



 

venerdì 24 agosto 2018

The ritual (David Bruckner, UK, 2017, 94')




Ogni volta che scrivo di un horror, mi rendo conto che inizio sempre il post allo stesso modo, ripetendo quanto per un vecchio fan come il qui presente sia difficile trovare proposte interessanti, che l'atmosfera degli anni settanta e ottanta si sia persa e non si trovi più nulla che faccia davvero paura. Una sorta di remake di quei film inutili che vengono propinati al pubblico giovane sperando di poter assurgere a cult del Cinema di paura senza avere la minima possibilità di riuscirci.
The Ritual è giunto su questi schermi principalmente per merito dell'operato del suo regista nell'antologico Southbound, ed ammetto che si sia difeso niente male dai post al vetriolo contro le ciofeche che questo genere spesso rifila, pur non riuscendo a raggiungere le vette dei titoli che cito in quei post che spesso e volentieri fanno da remake: grazie ad un'atmosfera che parte da The Descent e giunge fino a The Village, il lavoro di Bruckner finisce per tenere discretamente bene la tensione pur non garantendo risultati esagerati in termini di sceneggiatura, parte con un'atmosfera invidiabile, aperta come i paesaggi ed opprimente come la mente umana e chiude quasi senza dare giustificazioni, pesando non tanto perchè le stesse servano, ma perchè si sono volute inserire in un'equazione che avrebbe funzionato comunque.
Ad ogni modo, The Ritual resta un discreto prodotto di genere basato sul percorso compiuto per affrontare il proprio senso di colpa, specialmente se legato a qualcuno che amiamo o abbiamo amato: un tentativo interessante trasformato in un survival "filosofico" che come spesso accade per gli horror regala il suo meglio quando ancora si sa poco o nulla di quello che si prepara a scendere come la mano del Mietitore sui protagonisti, ben caratterizzati e legati ad un episodio terribile, casuale e violentissimo - forse il momento più spaventoso dell'intera pellicola, benchè clamorosamente ed assurdamente reale -.
Perfetta la cornice, almeno per chi come questo vecchio cowboy ama la Natura e considera i paesaggi incontaminati e sconfinati splendidi quanto spaventosi, come chiunque sia stato in un bosco da solo dopo il calar del sole può testimoniare: forse, a ben guardare, il difetto principale di The Ritual è quello di cercare di mettere più carne al fuoco possibile in modo da apparire come un tentativo d'autore di far compiere all'horror un passo in avanti senza accorgersi che, spogliato dei fronzoli, questo avrebbe potuto essere un titolo di quelli da ricordare dagli appassionati e non.
Un peccato veniale, comunque, di un regista senza dubbio da tenere d'occhio soprattutto se dovesse concentrarsi sul genere e non lasciarsi tentare da eventuali proposte "pop", affrontando "l'orrore" senza il timore di non essere compreso, o di apparire troppo estremo, o "di nicchia".
Non c'è bisogno, del resto, di rituali, per far apparire terribile o spaventoso qualcosa: l'ingrediente principale, l'Uomo, raccoglie senza alcun problema dentro di sè tutto quello che serve.
Come Hitchcock aveva tradotto in sequenze d'antologia e Lynch in un delirio grottesco e spaventoso, del resto, non c'è bisogno di nient'altro che quello che abbiamo da riservare in quanto animali più pericolosi sul pianeta per far scorrere sudori freddi sulle schiene degli spettatori, se non quello che siamo.
Violenti, rancorosi, timorosi, istintivi, codardi.
Non ci sono rituali che possano salvarci da noi stessi in quanto umani.
Tranne noi stessi.



MrFord



 

venerdì 18 maggio 2018

Southbound - Autostrada per l'Inferno (Roxanne Benjamin/David Bruckner/Patrick Horvath/Radio Silence, USA, 2015, 89')




Per un appassionato di horror come il sottoscritto resistere al richiamo di recensioni favorevoli di altri fan accaniti ed autorevoli come la Bolla è praticamente impossibile: quando, dunque, essendomelo perso ai tempi dell'uscita, ho letto di Southbound, una sorta di film ad episodi raccordati l'uno all'altro, ho subito colto l'occasione per il tipico recupero da serata di decompressione dei Ford una volta messi a letto gli scatenati Fordini.
Nonostante la stanchezza che, nel corso della visione, ha finito per costringere alla lotta contro il sonno prima questo vecchio cowboy e dunque Julez, devo confermare le buone impressioni a proposito di questa pellicola già lette in rete, pur cosciente del fatto che non si tratterà di un film destinato a diventare un cult del genere: fin dal principio, straniante e scombinato, di Radio Silence, si ha l'impressione di essere di fronte ad un esperimento riuscito, che porta lo spettatore - insieme ai protagonisti - a confrontarsi con il rimorso ed il senso di colpa, senza dubbio elementi cardine dell'intera struttura narrativa, accanto ad inserti sovrannaturali davvero interessanti visivamente.
A seguire Siren, incentrato sulle vicende di una band tutta al femminile soccorsa da una coppia apparentemente normale che, nella migliore tradizione del genere, si rivelerà decisamente lontana dall'idea di normalità: un segmento interessante che punta più sull'inquietudine che non sull'impatto "fisico" del resto della pellicola, che non sarà stato il mio preferito ma senza dubbio porta in dote solide basi.
Bellissimo - e mio personale favorito - il terzo "episodio", The accident, splatterissimo, sanguinosissimo, ironico e cattivo, teso dall'inizio alla fine e senza dubbio l'elemento in grado di far compiere il salto all'intera pellicola: probabilmente sarebbe stato impossibile avere una resa dello stesso tipo su un lungometraggio, ma così com'è, funziona davvero alla grande.
Jailbreak, quarto e penultimo passaggio, risulta inquietante abbastanza per dare corpo ad una sorta di "antologia" degna delle sue colleghe di moda nel corso degli anni ottanta, anch'esso teso e di carattere, segno che l'operazione legata agli angoli bui della Natura umana funziona e riesce a descrivere bene la dimensione più efficace dell'horror, quella che trasforma ciò che abbiamo dentro e vediamo ogni giorno in immagini e situazioni che non fanno altro che cambiarne la forma in modo da risultare più evidenti nella loro inquietudine.
La parte conclusiva, che si riallaccia all'incipit e funge da cornice all'intero blocco di episodi, tra home invasion e ribaltamento delle parti, è perfetta nel descrivere le sensazioni che gli autori si prefiggono di trasmettere al pubblico, e a confermare le solide basi di una delle proposte horror più interessanti passate da queste parti negli ultimi mesi, costruita con pochi fondi ma ugualmente efficace e di pancia, carne e sangue come è giusto che questo tipo di titoli siano.
Dunque, se vi trovaste in una di quelle serate in cui i neuroni chiedono tregua ed il desiderio di qualcosa di brutto, sporco e cattivo si fa sentire, e doveste trovarvi sprovvisti della possibilità di sbronzarvi in giro o fare sesso, quest'autostrada e quest'Inferno farebbero decisamente al caso vostro.



MrFord



 

venerdì 15 dicembre 2017

The Void: il vuoto (Jeremy Gillespie&Steven Kostanski, USA/UK/Canada, 2016, 90')




L'horror è senza dubbio una delle trappole più insidiose, per un film che voglia trovare uno spazio come si deve al bancone del Saloon: fin da bambino, infatti, dai favolosi tempi di Notte Horror in avanti, il genere è sempre stato uno dei guilty pleasures favoriti del sottoscritto, costantemente in cerca non tanto di spaventi - ormai è davvero difficile scuotermi in quel senso -, quanto di goduria selvaggia accompagnata da idee che, derivative o originali, possano dare un senso ad una tipologia di storie che potrebbe benissimo non averne - problema di molte pellicole prive di logica anche spicciola che tentano questa strada -.
The void, uscito qualche tempo fa in sala perfino in Italia e recensito davvero alla grande da alcuni appassionati in rete, è giunto da queste parti sospinto proprio dal tam tam con aspettative che, seppur non altissime, erano comunque consistenti: messi da parte i paragoni con Carpenter - a mio parere un pò azzardati -, il lavoro di Gillespie e Kostanski si è rivelato l'entertainment che cercavo, portando sullo schermo molte delle suggestioni di un certo cinema gore e mistico degli anni ottanta - da Hellraiser a Society, passando per Reanimator -, tantissimo sangue, effettacci in bilico tra l'essere geniali e trash, una trama assurda ma sfruttata al meglio per lo scopo della pellicola - portare in scena i suddetti effettacci nonchè la componente ultraterrena del "mostro" - ed un ritmo decisamente serrato, in grado di collocarsi tra la tensione costante ed il grottesco.
Un lavoro non originalissimo, dunque, ma assolutamente interessante, che si pone come uno degli esperimenti più riusciti di questo duemiladiciassette "di paura", apre le porte ad un eventuale sequel - che mi piacerebbe molto venisse realizzato interamente nella dimensione aperta dal portale nella parte conclusiva - e conduce lo spettatore navigato ad una serata di godurioso spargimento di sangue, tentacoli e lembi di pelle rimossi dai volti, e quello poco avvezzo a questo tipo di pellicole a rimanere sicuramente colpito dal quantitativo di violenza e "ciccia" portato sullo schermo senza alcun tipo di rimorso dagli autori, che partono forte con un corpo bruciato vivo, confondono le acque con gli incappucciati che paiono usciti da una versione horror di Eyes wide shut ed esplodono una volta superata la parte più misteriosa e da thriller legata all'utilizzo dell'ospedale semi deserto, setting ottimo per questo tipo di proposte.
Non saremo di fronte ad un titolo destinato a fare la storia del genere - in fondo si pesca a piene mani proprio dalle immagini di tutti quelli che l'hanno fatta davvero -, ma il risultato funziona, colpisce, omaggia senza risultare spocchioso o leccaculo e, provo a sganciare la bomba, con ogni probabilità sarebbe piaciuto molto a gente come Romero o Fulci, per non parlare di Gordon o Yuzna.
Le basi, dunque, di The void sono più che solide, e spero che i due ragazzi in regia non si perdano come molti altri loro colleghi e continuino a lavorare con pancia e budella come hanno fatto in questo caso, anche perchè quando le interiora lavorano bene le digressioni cosmiche e mistiche - presenti in modo massiccio nel crescendo finale, che è riuscito ad evocare tra i ricordi d'infanzia del sottoscritto la caduta di Midian in Cabal - finiscono per risultare molto meno fastidiose, campate in aria e snob di quanto potrebbero apparire in altri contesti.
Dunque che si aprano le porte del triangolo - che scritta così suona davvero splatter - e state pronti ad un tuffo in una dimensione che, più che il vuoto, pare rappresentare al meglio il concetto in stile Cthulhu dell'horror: una cosa che, più che spaventare, per un vecchio appassionato come il sottoscritto risulta terribilmente invitante.




MrFord






martedì 5 dicembre 2017

Il culto di Chucky (Don Mancini, USA, 2017, 91')





Ho sempre amato alla follia il personaggio di Chucky, uno degli alfieri dell'horror trash anni ottanta nonchè charachter perfetto nel mescolare crudeltà, terrore, ironia, risate grasse, linguaggio colorito e violenza incontenibile, rivale assoluto in questo dell'altrettanto mitico Freddy Krueger: tempo fa, qui al Saloon, avevo perfino dedicato una sorta di retrospettiva alla creatura di Don Mancini, recensendo tutti i film della saga e divertendomi a rivederli anche più di quanto non fosse accaduto per quelli, per l'appunto, più blasonati e legati al brand di Nightmare.
Alla notizia - ed avendo letto buone recensioni - del ritorno della bambola più folle del Cinema, avevo già immaginato una serata da rutto libero selvaggio e risate sguaiate un pò come era capitato, anche se non parliamo di horror, di recente con Thor: Ragnarok, pregustandomi già tutte le cattiverie che il buon Chucky avrebbe riservato alle sue vittime di turno: peccato, però, che non si sa neppure bene perchè, Mancini abbia deciso, nonostante la vena ironica sia ovviamente presente, di virare in una direzione decisamente più seriosa, quasi un tentativo di rendere il prodotto più oscuro ed "autoriale", risultando a conti fatti un pò troppo pretenzioso - anche se mi pare assurdo associare un termine di questo tipo alla figura di Chucky - e finendo per limitare troppo lo spettacolare protagonista pupazzo, in questo caso reso sulla carta ancora più forte da un nuovo potere che gli permette di trasferire la sua coscienza in più bambole contemporaneamente e perfino all'interno di persone viventi.
Peccato che l'insieme del lavoro, legato ad un fu piccolo Andy sempre più cresciuto e potenzialmente più pericoloso della sua nemesi ed agli internati in un istituto psichiatrico di media sicurezza - compresa Nica, che Chucky affrontò nel capitolo precedente del suo percorso cinematografico - non regga neppure per sbaglio in termini di logica anche spiccia - per quale motivo scegliere una cornice di questo tipo se a fronte di una struttura ipermoderna ed enorme troviamo soltanto cinque o sei persone tra personale e pazienti? -, ritmo e divertimento, restando a galla solo nei - comunque troppo rari - momenti in cui Chucky sproloquia e conducendo ad un finale che dovrebbe portare ad un nuovo capitolo addirittura, ma spero davvero che non sia così, con protagonisti il serial killer divenuto bambola e la sua ex ma neanche poi tanto moglie in versione umana - in questo senso andrebbe spezzata una lancia in favore di Jennifer Tilly, che ricopre il ruolo con grande ironia e sfruttando tutte le sue non proprio spiccate doti recitative -.
Una grossa delusione su tutta la linea, dunque, che giunge proprio quando, al contrario, mi aspettavo la definitiva consacrazione comedy di un characther dalle potenzialità illimitate, che necessiterebbe di un approccio in stile Ash vs Evil Dead e di un rilancio a tutti gli effetti, magari proprio attraverso una serie televisiva: dopotutto, a Chucky piace stare sotto i riflettori, e pensare che il suo posto possa essere in qualche modo "rubato" da un eccesso di presunzione degli autori e dalla figlia dell'attore che da sempre gli ha prestato la voce mi pare davvero uno spreco enorme.




MrFord



 

sabato 25 marzo 2017

The grey (Joe Carnahan, USA, 2011, 117')




Liam Neeson non è mai stato tra i miei attori favoriti.
Fin dai tempi di Darkman - a memoria, il primo film in cui lo vidi come protagonista -, l'ho sempre trovato fisicamente brutto, poco adatto al ruolo di protagonista - quantomeno dei film che guardavo allora, in cui anche un antieroe come la creatura di Raimi doveva essere figo -, compagno adatto in termini di aspetto terrificante delle mani di Megan Fox.
Negli anni della mia formazione come cinefilo, però, il buon Liam si riscattò prendendo parte a progetti importanti come Schindler's List o Gangs of New York, scalando almeno in parte le graduatorie del Saloon in quanto garanzia di qualità delle pellicole che rappresentava.
A seguito della morte della compagna - avvenuta nel duemilanove a causa di un incidente sugli sci simile a quello che di fatto ha ucciso, per quanto si possa pensare il contrario, anche Schumacher -, forse per cercare in qualche modo di esorcizzare il dolore, il Liamone ha deciso di cambiare completamente direzione artistica, prendendo parte a progetti principalmente action e principalmente trash appartenenti al grande filone esploso negli ultimi dieci anni dei "nonni alla riscossa", che se nel caso di vecchie glorie del genere come Sly, Schwarzy, Van Damme e soci risulta una piacevole e divertente operazione di amarcord, nel suo risulta decisamente fuori tempo massimo.
Ricordo bene le sonore bottigliate piovute a cascata su tutta la saga di Taken, ma anche un paio di altre cosette che la mia mente ha giustamente fatto di tutto per rimuovere dalla memoria: dunque questo The Grey, datato duemiladodici, era rimasto nonostante alcuni pareri incoraggianti in naftalina senza che avessi mai abbastanza voglia di recuperarlo neppure nelle serate di stanca invernali, dato che la collocazione temporale di un film è per me fondamentale - non potrei mai e poi mai concedere una visione ad un titolo come questo in piena estate, per intenderci -.
Spinto, però, da una serie di casualità - la promozione di un paio di settimane gratuite per Cinema e Serie tv sul box di Now TV, una domenica mattina di fine inverno con i Fordini da intrattenere dopo colazione per concedere un pò di giusto riposo a Julez -, ho deciso di tuffarmi, su suggerimento di AleLeo - che appena ha sentito dei lupi ha dato il suo benestare immediato -, in questa avventura al freddo e al gelo di Neeson, che interpreta - guarda caso - il ruolo del vedovo tormentato e sull'orlo del suicidio al lavoro in Alaska per far fuori i lupi pronti ad avvicinarsi agli impianti di estrazione.
Impostato come fosse un survival horror, con la presenza animale che assume connotazioni quasi mitiche - più volte mi è tornato alla mente Gmork de La storia infinita -, ma raccontato come una sorta di palestra del riscatto nel cuore della Natura più selvaggia e crudele di un gruppo di uomini apparentemente cattivi e che in realtà così cattivi non sono, quanto più esuli e sopravvissuti, non aggiunge sicuramente nulla di nuovo al genere o a livello tecnico - del resto, dietro la macchina da presa troviamo il regista dell'agghiacciante A-Team, uno dei film action peggiori del Nuovo Millennio -, eppure riesce ad assumere una connotazione quasi epica e sopra le righe nel senso positivo del termine, regalando al pubblico l'aspettativa di un'escalation in pieno rispetto delle regole non scritte dell'action e dei suoi eroi trasformandosi poi, minuto dopo minuto, in una sorta di racconto crepuscolare di una sconfitta a testa alta che non ci si aspetterebbe da un prodotto di questo tipo, con tanto di finale da brividi che regala senza dubbio qualcosa di più all'intero film.
L'inverno, e non posso che esserne felice, dato che io vivo per la bella stagione dodici mesi all'anno, è ormai alle spalle, ma se dovesse capitarvi, ai primi freddi o per festeggiare la neve, di aver voglia di un prodotto di genere solido e fracassone il giusto, crudo e tosto, una sorta di versione povera di Revenant, allora per una volta fidatevi del Liam action man e buttatevi in questo confronto terribile con Madre Natura ed i suoi lati più oscuri.
In fondo, non fa male ricordarsi chi è che davvero comanda, sulla Terra.




MrFord




 

venerdì 24 marzo 2017

On the job (Erik Matti, Filippine, 2013, 118')





Fin dai primi passi mossi nell'incredibile mondo del Cinema d'Oriente, compiutid a suon di pallottole grazie a Kitano e To, sono sempre stato affascinato dal modo di raccontare il dramma e lo struggimento del crimine e di una realtà senza uscite dei nostri cugini ad Est: probabilmente liberi dai condizionamenti religiosi e culturali presenti da queste parti, infatti, ho sempre trovato gli autori asiatici ben più capaci di quelli occidentali di rappresentare senza nascondere la mano dopo aver lanciato il sasso la crudeltà di un certo tipo di storie e di mondi, così come la semplicità, l'emozione e, a tratti, l'ironia macabra delle stesse - una sequenza come quella del confronto tra Kitano ed il pedofilo in L'estate di Kikujiro, probabilmente, qui avrebbe provocato uno scandalo -.
Dunque, quando si tratta di crime violento proveniente da Oriente, da queste parti si sfonda una porta aperta: doveva ben saperlo il mio fratellino Dembo quando, nel corso di un pomeriggio a casa sua con i bimbi scatenati, il Fordino in fremente attesa di vedere ancora una volta il pappagallo Elvis ed i consueti scambi "tra genitori", ha gentilmente offerto al sottoscritto questo On the job, teso crime filippino di qualche anno fa inspiegabilmente uscito sul mercato home video anche in Italia e ben recensito in rete.
Il risultato è stato, oltre ad un viaggio nel tempo fino all'epoca in cui il già citato Kitano e John Woo erano i miei mostri sacri, una vera, interessante scoperta: a prescindere dal fatto che sia ispirato a fatti realmente accaduti - e non mi stupisco, Manila è una delle metropoli con il più alto tasso di corruzione e criminalità di tutta l'Asia -, On the job rappresenta il tipico racconto senza speranze manifesto dell'hard boiled, in cui tutti perdono, specie se sono "buoni" o animati da intenzioni "giuste", il Potere vince sulla Giustizia, il sangue sulla speranza e chi più ne ha, più ne metta.
Da entrambi i lati della barricata, che si tratti di poliziotti o criminali, la bassa manovalanza finisce fagocitata dai meccanismi dei grandi burattinai di entrambe, spesso soffocata nel sangue: in questo senso, occorre ammettere una perizia notevole - nonostante un montaggio a mio parere non sempre all'altezza - nel rappresentare con un realismo sconvolgente le fasi più concitate e violente di inseguimenti ed uccisioni, così come l'ottima scrittura che permette allo spettatore di trovare spunti di coinvolgimento che si parli dei poliziotti in caccia, dei criminali pronti a tutto - anche a fare da sicari per il Governo - pur di toccare con mano una speranza tradotta in termini economici o di promesse di libertà, e delle vittime.
Come di consueto, eminenza grigia ed avversario di tutti - nonchè mio, da spettatore e da uomo - il Potere costituito manovrato dalle dittature silenziose, che si esprimono per bocca di personaggi come il generale Pacheco e tutti quelli come lui, "guardiani" silenziosi di democrazie che celano imperi, monarchie pronte a spacciarsi per repubbliche: e non nascondo che, per indole ed inclinazione, se non ci fosse stata l'azione a stemperare il mio lato ribelle e politico, mi sarei indignato di fronte all'ennesima dimostrazione di come vanno le cose, a prescindere dalla parte del mondo in cui ci si trova.
Per poter quantomeno accantonare il pensiero, mi sono rifugiato, neanche fossi tornato ai tempi di The Killer, al rapporto ed allo struggente finale dello stesso tra i due sicari: umanità, sangue e lacrime.
Qualcosa di vissuto, nel bene o nel male.
Qualcosa che il potere non potrà mai comprendere.
Perchè quello si mangia tutto, senza badare al sapore.




MrFord




 

sabato 3 dicembre 2016

Train to Busan (Sang-Ho Yeon, Corea del Sud, 2016, 118')




Dopo una permanenza praticamente fissa nel genere - e ormai direi che i venticinque anni sono superati in scioltezza - fin dagli albori della mia vita da appassionato di Cinema, posso tranquillamente definirmi un veterano quando si tratta di horror: in particolare, a partire dal primo colpo di fulmine per il meraviglioso La notte dei morti viventi di Romero, gli zombies - lenti o veloci, stupidi o voraci - sono sempre stati tra i miei mostri preferiti soprattutto quando si trattava di survival movies pronti a mostrare che non esiste creatura più pericolosa, in Natura oppure no, dell'Uomo.
In anni recenti, però, nonostante il bombardamento mediatico della sopravvalutata The Walking Dead e di blockbuster inutili come World War Z, questo sottogenere pareva aver raggiunto la tipica fase di stanca pronta a mettere in crisi perfino i fan hardcore come il sottoscritto, che per trovare un'esperienza degna di questo nome in quest'ambito ha dovuto concentrarsi non troppi anni fa sul videogioco - stupendo - The last of us, ed ancora prima su 28 giorni dopo e Shaun of the dead, gli ultimi due veri zombie-movies degni di questo nome.
Fortunatamente, sospinto da recensioni positive giunte praticamente da ogni direzione nella blogosfera e non e come di consueto scandalosamente ignorato dalla nostrana distribuzione, è giunto a rispolverare i Classici ed un giustificato entusiasmo Train to Busan, pellicola coreana che riprende il tema del già citato cult La notte dei morti viventi - ovvero butta un gruppo di umani in un luogo chiuso assediato dagli zombies e vedrai quali sono i veri mostri - e lo trasforma in una visione appassionante, serrata, emozionante, tesa dal primo all'ultimo minuto e pronta a colpire al cuore grazie anche ad una caratterizzazione dei personaggi principali forse non nuova ma perfettamente riuscita, in grado di stimolare l'affezione o l'odio dell'audience per questo o quel charachter, i riscatti ed il dolore nel vedere il proprio o la propria preferita cadere per mano dei mutati.
Altro merito degli autori, oltre a quello di aver rispettato alcune regole sempre convenienti in questi casi ed aver mantenuto alte tensione ed adrenalina neanche fossimo all'interno di una versione riuscita del deludente Snowpiercer, quello di aver sfruttato al massimo la location - un treno ad alta velocità partito da Seoul e diretto a Busan - così come le caratteristiche dei feroci zombies ed i loro limiti, senza per questo dimenticarsi del mondo ormai controllato dalla tecnologia in cui viviamo e dei rapporti umani che si possono rompere o cementare in questi casi - tra amici, fratelli e sorelle, mariti e mogli, genitori e figli, perfetti sconosciuti -.
In questo senso, la tematica dell'approccio da mantenere in casi estremi - in soldoni, salvare se stessi ed i propri cari indipendentemente da tutto il resto o cercare di mantenere una certa unità in modo da avere più possibilità di sopravvivenza -, per quanto già esplorata nel genere, funziona molto bene, e regala, oltre a tensione, buoni effettacci e violenza anche più di un momento di sincera emozione, come spesso capita quando si parla di produzioni coreane di qualità - mi torna in mente il mitico The Host -: dunque, anche per un veterano del genere come il sottoscritto, Train to Busan si impone viaggiando ad altissima velocità come uno degli horror migliori dell'anno - se non il migliore - e senza dubbio uno dei lavori più interessanti legati agli zombies degli Anni Zero.
Se non avete troppa paura di sporcarvi le mani, o di scoprire tutte le sfumature oscure del vero mostro - sempre il genere umano -, correte a strappare un biglietto per questo treno senza ritorno.




MrFord




 

martedì 22 novembre 2016

The neon demon (Nicolas Winding Refn, Francia/Danimarca/USA, 2016, 118')





Caro Nicolas Winding Refn, io ti ho sempre voluto bene, ho amato tantissimo molti - quasi tutti, a dire il vero - tuoi film, ma te lo devo proprio dire: se fossi la Liv cui è dedicato in chiusura The neon demon, ti manderei affanculo così tanto che dovresti ringraziare di non vederti rifatti i connotati a suon di parolacce.
Certo, la colpa è anche mia, che ho deciso in un giorno solo di farmi del male e vedere questo film dopo aver subito la tortura di Knight of cups, che conosco bene il Cinema di Lynch - cui questa roba deve molto, se non tutto - e spero sempre, una volta stabilito un certo legame con un Autore, di partire in vantaggio.
Certo, The neon demon è diretto e fotografato impeccabilmente, ma questo l'avrebbero saputo dire anche gli spettatori da centro commerciale la domenica.
Certo, è la prima volta che in cui mi tocca stroncarti, dunque avrei potuto anche essere più indulgente.
Ma proprio non ce la faccio.
Perchè The neon demon non solo è una merda fumante ben impacchettata, due ore di noia ed autoreferenzialità, ma un vero insulto - neanche l'avesse girato una delle mie nemesi come Lars Von Trier - a quelli che sono stati i veri Maestri della settima arte - resto convinto che se uno come Kubrick avesse visto la sequenza della tomba aperta con la truccatrice psicopatica all'interno nel mezzo del campo di fiori neanche fosse un quadro avrebbe preso Refn a calci in culo fino a fargli desiderare di essere sottoposto alla Cura Ludovico -: ho detestato questo film pur avendolo approcciato nella speranza di sbugiardare tutti quei critici che l'avevano fischiato a Cannes e dunque bersagliato all'uscita in sala, ne ho patito il ritmo, l'inutile scabrosità - che poi, a dirla tutta è un prodotto "scandaloso" solo sulla carta -, la vuotezza, la totale mancanza di empatia e passionalità, la voglia di raccontare una storia al pubblico o anche solo rapirlo, proprio come capita con le pellicole anche più ostiche del già citato Lynch - il paragone con un cult del livello di Mulholland Drive è impietoso -.
The neon demon è tutto quello contro cui lotto del Cinema da quando ho aperto il blog, il simbolo del ciarpame che mi sono lasciato faticosamente alle spalle dopo gli anni di formazione in cui più un lavoro era (apparentemente) complesso ed "artistico", meglio era, l'alternativismo spocchioso ed arricchito di registi ormai intossicati dalla tecnica e totalmente privi di idee interessanti e soprattutto della voglia di trasformarle in immagini.
Caro Nicolas, da queste parti non avrai i cuoricini della tua dedica.
E sappi che faccio questo anche per Liv, chiunque sia.
The neon demon,  per parafrasare un noto personaggio del Cinema nostrano, è una cagata pazzesca.
Considerato, però, che siamo al cospetto di un grande artista, cercherò di usare termini più adeguati: Refn, vaffanculo.
Con il cuore.
Tu e il tuo demone.
Nel caso ne sentissi il bisogno, qui c'è un esorcista pronto a prendere a calci rotanti entrambi.




MrFord




 

martedì 27 settembre 2016

Man in the dark (Fede Alvarez, USA, 2016, 88')



Quando si tratta di film horror, oltre che con i piedi di piombo, ormai approccio sempre con un filo di tristezza nel cuore: ricordo bene le grandi stagioni vissute a cavallo tra la fine degli anni ottanta e l'inizio dei novanta, quando tra Nightmare e Twin Peaks finivo a passare gran serate a cagarmi sotto di brutto dalla paura.
Con il tempo, la vecchiaia, l'esperienza ed una scarsità d'inventiva e di idee degli autori del genere, le cose si sono complicate parecchio, tanto da restringere ad una manciata di titoli i prodotti che, negli ultimi dieci anni, hanno finito per farmi davvero saltare sulla sedia - The Descent, Eden Lake, Lidris cuadrade di tre e Lake Mungo -, mentre tutto il resto passava senza restare nella memoria per più di qualche ora.
Fede Alvarez, che qualche anno fa mi stupì in positivo - pur non strabiliando - con il remake di un supercult del sottoscritto come La casa, con questo Man in the dark - accolto benissimo oltreoceano - tornava in sala con tutti i migliori propositi del caso, alimentando le speranze del sottoscritto di trovare almeno un riferimento "giovane" in grado di dare nuova linfa al Cinema "di paura": il risultato è una via di mezzo convincente solo in parte, senza dubbio girata con perizia e discretamente tesa ma troppo derivativa e poco cattiva per poter sperare di avviare la macchina del tempo e far viaggiare un residuato del mio calibro fino ai bei tempi degli spaventi e delle mani portate davanti agli occhi dal terrore.
Basterebbe tornare con la memoria a La casa nera di Wes Craven per ridimensionare - e non di poco - l'entusiasmo forse eccessivo per il comunque discreto lavoro di Alvarez, che confeziona un survival quantomeno anomalo per i tempi che corrono cedendo solo nella parte finale all'ombra della produzione e della distribuzione su larga scala che, probabilmente, vedono con un occhio migliore epiloghi che siano almeno in parte "consolatori", mentre sarebbe calzato come un guanto al main charachter - e non parlo dei tre ragazzi - una chiusura spietata e cattiva.
Ad ogni modo, Man in the dark riesce a riempire i vuoti lasciati dagli horrorini in salsa teen del nuovo millennio passati da queste parti di recente, e seppur non all'altezza delle aspettative a regalare un intrattenimento solido al servizio di un minutaggio perfetto per questo tipo di pellicole, una buona dose di thrilling ed un incedere senza pause, impreziosito da un paio di ottime trovate e da un "mostro" interessante, anche se a mio parere non sfruttato in tutte le sue potenzialità e poco approfondito.
Mi sarebbe piaciuto, considerate le premesse, scrivere ed emozionarmi molto di più rispetto a questo titolo, ma se da un lato la delusione è stata indiscutibile, dall'altro occorre ammettere che, pur risultando decisamente all'acqua di rose, un horror realizzato da qualcuno che crede negli stessi "valori di genere" del sottoscritto risulti comunque più incisivo di qualsiasi goffo tentativo figlio indiscutibile del Nuovo Millennio.
E questo è senza dubbio già qualcosa.




MrFord




 

sabato 24 settembre 2016

Wolf Creek - La miniserie (Stan, Australia, 2016)




Chi frequenta il Saloon abitualmente ben conosce il rapporto tra il sottoscritto e l'Australia, terra che ospitò i Ford nel corso del loro viaggio di nozze e che da sempre, per le sue componenti wild, di natura incontaminata e nuove possibilità, ha un posto speciale in questo vecchio cuore.
Ai tempi della visione del primo Wolf Creek il continente "down under" era ancora un sogno da viaggiatore da coronare eppure, grazie anche ad una robusta dose di tensione e violenza e a panorami mozzafiato, divenne immediatamente un piccolo cult anche grazie al diabolico Mick interpretato da John Jarrat, una versione psicopatica e sanguinaria del mitico Mr. Crocodile Dundee.
Quando, anni dopo, in sala approdò il sequel, arricchito con una svolta da humour nero non da poco, potei constatare con piacere che Greg McLean non si era fatto abbagliare dal successo, ed era riuscito a trovare una nuova formula per la sua creatura senza per questo mancare il bersaglio o snaturare la stessa: con questa miniserie, ed un ritorno ad atmosfere più cupe e da thriller, i fan del terribile Mick avranno pane per i loro denti e la conferma che il franchise funziona, pur se, come fu anche per i due lungometraggi, non senza difetti disseminati qui e là come buche in una strada perduta nel bush dell'outback.
A prescindere, comunque, da questi stessi difetti - un utilizzo del Tempo non proprio perfetto, e certe coincidenze forse un pò forzate -, le sei puntate di Wolf Creek scorrono che è una meraviglia, facendo luce sull'infanzia e le origini del nostro serial killer ed introducendo un'antagonista per lo stesso finalmente all'altezza, la giovane Eve, atleta americana scampata al massacro della sua famiglia e decisa a vendicarsi dell'uomo che l'ha privata di tutto quello che aveva: a fare da spalla a quest'ultima, i fan di Spartacus ritroveranno con gioia - anche se i capelli corti ed un pò di imbolsimento non gli hanno certo fatto bene - il Dustin Clare che diede volto all'indimenticabile Gannicus, uno dei favoriti del sottoscritto della serie dedicata al trace che sfidò Roma.
Per il resto, tra polvere e casi umani da far impallidire anche il peggiore dei rednecks, la vicenda di Eve e di Mick prosegue con una violenza forse più edulcorata rispetto alle pellicole ma ugualmente efficace, personaggi di contorno scombinati tanto da far pensare siano usciti dritti dritti da Un tranquillo weekend di paura - siano essi positivi o negativi, dalla camionista maori alla banda di rapinatori - ed una Natura che pare ben più di una comparsa, considerato che, negli spazi sconfinati dell'outback australiano, basta anche soltanto un infortunio casuale più grave del previsto per rischiare la vita.
Senza dubbio non si tratta di un prodotto indimenticabile o capace di convincere i non avvezzi al genere, ma per chi ha almeno un minimo di confidenza con squartamenti, morti ammazzati e thrilling, i sei episodi scorreranno come il sangue da una ferita aperta con bisogno di sutura, e l'epopea di Mick e la sua rivalità con la giovane e determinata statunitense incorniciata dall'immensità dell'entroterra australiano avranno il sapore del più fresco e stordente dei cocktail al termine di un pomeriggio assolato di fine estate.




MrFord





 

domenica 18 settembre 2016

Green Room (Jeremy Saulnier, USA, 2015, 95')


Il tam tam che precede un film ben accolto dalla blogosfera, specie quando si tratta di horror, nel corso degli anni ha finito per assumere più i connotati di una spada di Damocle sui titoli incensati a destra e a manca che non un propulsore pronto a spedire gli stessi nell'orbita della galassia dei cult: dallo scarso It follows al - pur se solo in parte, considerato che parliamo di un film più che discreto - The VVitch, sono stati molti i titoli ridimensionati una volta giunti su questo bancone.
In particolare, temevo Green Room principalmente perchè discretamente considerato dal mio antagonista Cannibal Kid, sempre pronto a fornire indicazioni utili sul valore - basso - di film e serie dalle sue parti acclamati come Capolavoroni: per una volta, invece, devo ammettere di essermi non solo gustato il lavoro di Jeremy Saulnier, ma anche di aver apprezzato un horror che non è un horror, quanto più un terrificante survival "umano" pronto a ricordare, almeno in parte, esperienze indimenticabili come Eden Lake.
L'epopea da incubo che colpisce la band protagonista della pellicola, una vera e propria Odissea all'interno del mondo dell'underground nazipunk con propositi omicidi, nata da una casualità e proseguita con un'escalation di violenza da applausi per come è stata trattata dai responsabili delle sequenze d'azione e degli effetti speciali - tutto appare molto realistico e d'impatto - rende questa pellicola assolutamente lontana dal mondo della grande distribuzione, una piccola chicca che gli appassionati non possono perdersi, impreziosita dalla presenza dei protagonisti molto indie Anton Yelchin - recentemente scomparso - ed Imogen Poots e da un plot convenzionale ma mai banale, pronto a sferrare colpi proibiti in termini di violenza, per l'appunto, ma anche a regalare chicche di ironia niente male - la questione della band da portare con se su un'isola deserta, gestita davvero alla grande ed apprezzatissima dalle parti di casa Ford -.
Certo, non si tratterà del titolo destinato a cambiare la vostra vita di spettatori, ma se avete bisogno di un solido prodotto di genere in grado di far mangiare la polvere ai lavori ben più noti dei vari Eli Roth e soci, troverete pane per i vostri denti - e non solo per i vostri, oserei dire -: se, poi, a questo si dovesse aggiungere una certa passione per il punk allora avrete anche modo di assaporare il gusto non proprio godurioso di un certo tipo di scenari e brani "brutti, sporchi e cattivi" così come gli omaggi e le citazioni inseriti nella pellicola - prima o poi dovrò comprarmi anch'io un bello smanicato dei Dead Kennedys, una delle band più importanti della formazione del punk "duro e puro" americano -.
Inoltre, l'ennesima dimostrazione che l'Uomo può essere un mostro ben peggiore di tutti quelli immaginati di norma nel Cinema horror funziona se, oltre all'aspetto prettamente "ludico", vorrete affrontare una discussione "alta" una volta terminata la visione.
Dal canto mio, sono contento di essere sopravvissuto bene alla stessa, e preferisco fermarmi a pensare a quale potrebbe essere la mia band da isola deserta.




MrFord



sabato 25 giugno 2016

Predator - Dark ages

Regia: James Bushe
Origine: UK
Anno: 2015
Durata:
25'







La trama (con parole mie): Thomas, un templare a comando di un manipolo di guerrieri d'elite, è richiamato dagli esponenti della Chiesa che lo costringono a collaborare con un saraceno affinchè la sua squadra si metta sulle tracce di una bestia che pare aver preso di mira i soldati.
Thomas, che vede decisamente male la collaborazione con lo straniero, apprende dallo stesso che, in realtà, la cosiddetta bestia che vanno cercando potrebbe essere un cacciatore venuto da chissà dove pronto a sterminare qualsiasi uomo per guadagnare nuovi trofei: i due uomini dovranno, nel corso della missione, mettere da parte le divergenze e lottare fino allo stremo delle forze per cercare di completare la loro missione.











E' sempre un piacere, per il sottoscritto, ospitare al Saloon cortometraggi e prodotti di nicchia di autori semisconosciuti pronti a cercare la loro strada ed il loro spazio nello sconfinato oceano delle produzioni cinematografiche.
Lo stesso piacere è ancora più grande se a sponsorizzare un'opera è il mio fratellino Dembo, e come protagonista della stessa ritroviamo un esponente della razza dei Predator, divenuta famosa nel Cinema come nei Fumetti e Videogiochi e dal sottoscritto amata nei secoli dei secoli grazie alla strepitosa pellicola firmata nel cuore degli anni ottanta da John McTiernan con protagonista l'inossidabile Arnold Schwarzenegger.
Il lavoro dell'anglosassone James Bushe è infatti, nonostante l'ambientazione medievaleggiante, un omaggio sentito e profondo alla pellicola originale dedicata alla razza di alieni cacciatori, un giocattolo di venticinque minuti che volano in un vero e proprio festival di effetti artigianali ma ottimamente studiati ed una trama che rispecchia abbastanza - per quello che i mezzi e la durata potevano concedere - quell'epico primo capitolo delle avventure del Predator.
La sensazione, osservando la squadra di guerrieri capeggiata da Thomas avventurarsi nelle foreste dei Secoli Bui alla ricerca di una belva assetata di sangue in compagnia del malvisto saraceno che è stato testimone delle imprese dell'alieno, è senza dubbio quella che, con i mezzi e la produzione adatti, Bushe potrebbe senza ombra di dubbio consegnare al pubblico un prodotto forse non all'altezza dell'originale ma superiore - e di gran lunga - allo spento numero due ed ai vari Alien VS Predator usciti più di recente: in questo senso, resta il rammarico legato a combattimenti risolti molto velocemente - del resto, i mezzi ed il minutaggio non potevano offrire niente più di quanto non sia stato portato sullo schermo - accanto alla speranza che, in qualche modo, possa essere affidato proprio a questo regista un eventuale nuovo titolo con protagonista uno dei mostri più affascinanti ed esteticamente efficaci della Storia del Cinema di genere.
Senza ombra di dubbio resta una visione adatta solo agli amanti di questo tipo di titoli ed ai cultori del già citato Predator, che esulteranno come hooligans memori dell'esaltazione che, fin da bambini, la visione di quel supercult provoca in tutti loro - e mi inserisco fieramente nel novero -, dalla quale schizzinosi, radical e presunti alternativi vari faranno bene a tenersi lontani per evitare i consueti, inutili e poco interessanti commenti negativi scritti con l'altezzosità dei critici di nicchia.
Dunque, se siete dei nostri, armatevi di birra e rutto libero e concedetevi una mezzora di puro, sanguinoso, predatorio divertimento.
Il successo, in quel caso, è garantito.




MrFord




"Dark Ages
shaking the dead
closed pages
better not read
cold rages
burn in your head."
Jethrotull - "Dark Ages" - 






venerdì 3 giugno 2016

Quella sporca sacca nera

Produzione: BloodFilm Aragoni
Origine: Italia
Anno: 2015
Episodi:
4






La trama (con parole mie): il cacciatore di taglie Red Bill, leggenda sia per i criminali che per la gente comune, è in Messico sulle tracce di due ricercati quando, dopo aver dato sfoggio della sua velocità con la pistola e del suo cruento metodo legato alle prove dei suoi successi - una sacca nera all'interno della quale raccoglie le teste mozzate dei suoi bersagli una volta uccisi -, si ritrova ostaggio di uno psicopatico che si nutre delle sue vittime.
Tratto casualmente in salvo proprio dai banditi cui da la caccia Red Bill dovrà far fronte alle difficoltà, ai segni lasciati dai ricordi dolorosi legati all'uccisione della sua famiglia ed all'eventualità che non sarà lui a consegnare alle autorità la sacca che porta, pronta a garantire un'ingente somma di denaro a chi la consegnerà.
Riuscirà il cacciatore di uomini a sconfiggere i suoi due rivali?











Avere la possibilità di confrontarsi, che sia online o dal vivo, con altri appassionati del proprio "settore", permette una delle cose più interessanti che si possano chiedere alla passione in questione stessa: scoprire titoli e prodotti che non si conoscevano e che, forse, non si sarebbero mai neppure conosciuti.
Dai tempi in cui aprii le porte del Saloon ho avuto la fortuna di trovarmi in situazioni come questa numerose volte, ed ancora oggi sono sempre lieto di scoprire qualche titolo nuovo grazie al passaparola: nel caso di Quella sporca sacca nera, web serie western in quattro episodi scritta e diretta dal giovane e talentuoso Mauro Aragoni in Sardegna con un budget irrisorio e premiata negli States prima ancora che potesse essere conosciuta dalle nostre parti, è stato mio fratello a regalare al sottoscritto l'imbeccata.
Divorata in un paio di giorni di ritagli di tempo grazie anche al minutaggio, figlia del Western che tanto amo, del pulp tarantiniano e del Cinema di genere legato alle produzioni italiane anni settanta, Quella sporca sacca nera non solo è un vero e proprio saggio di tecnica - per quanto espressa attraverso mezzi produttivi limitati -, ma anche un interessante esperimento in termini di scrittura - ottima l'evoluzione, partita in termini molto tradizionali, del protagonista, soprattutto con il finale - e la dimostrazione che, quando passione e talento si incontrano, i risultati non possono che essere interessanti.
Senza dubbio il retaggio di Aragoni è legato a doppio filo a figure come quella di Sergio Leone, che con la Trilogia del Dollaro ha indubbiamente influenzato la Storia della settima arte, ed allo stesso modo del Maestro autore di Per un pugno di dollari il buon Mauro trasporta la Frontiera in territori a lui ben noti e congeniali - l'entroterra sardo, in questo caso - affidando al suo sanguinario e maledetto protagonista invece la parte più realistica e selvaggia di quello che doveva essere il vecchio West, lasciando il classicismo alla parte tecnica e visiva, alle inquadrature ed ai tempi dilatati e tenendo per lo script, le evoluzioni più crude della trama ed il finale il fatto che la stessa Frontiera doveva essere una vera e propria giungla all'interno della quale il forte schiacciava il debole e solo l'istinto, il talento e, a volte, la fortuna facevano la differenza tra vivere e morire.
L'esperimento, dunque, di Aragoni è senza dubbio riuscito, ed oltre a stimolare nel sottoscritto il desiderio di recuperare le altre opere del giovane cineasta sardo, ha finito per stuzzicare la curiosità rispetto ad un eventuale esordio dietro la macchina da presa del regista sostenuto, però, da una produzione che, in termini di costi, mezzi e possibilità possa dare al buon Mauro tutti gli strumenti affinchè il prodotto finale risulti ancora più potente.
Certo, poi, il dubbio che il salto di qualità in termini economici e distributivi possa nuocere al talento verace resta, ma pensare che in sala siano distribuite schifezze immonde e prodotti assolutamente meritevoli come questo restino confinati al tam tam della rete ha davvero il sapore del delitto nei confronti del Cinema: personalmente, il Saloon sostiene pienamente Quella sporca sacca nera ed il suo autore, che è stato in grado in tre quarti d'ora scarsi di farmi rivivere una stagione fantastica per il genere e per il Cinema italiano così come il fascino che la Frontiera - come setting ed ancor di più come concetto - non ha mai davvero perduto.
Ben vengano, dunque, i Red Bill con le loro accette, le pallottole, le teste mozzate, il sigaro consumato e le poche parole a ricordare quanto un certo tipo di Cinema è ancora vivo, e potente come pochi altri.





MrFord




"Ora ti voglio dire: c'è chi uccide per rubare
e c'è chi uccide per amore,
il cacciatore uccide sempre per giocare,
io uccidevo per essere il migliore."
Francesco De Gregori - "Buffalo Bill" -





domenica 31 gennaio 2016

Cabin fever

Regia: Eli Roth
Origine: USA
Anno: 2002
Durata: 93'






La trama (con parole mie): cinque universitari freschi di laurea desiderosi di sfogarsi dopo gli anni di studio, tramite la madre di uno di loro, affittano uno chalet per una settimana che intendono dedicare a bevute, sesso e, forse, qualche passeggiata in mezzo alla natura.
Peccato che, poco prima del loro arrivo, un eremita del luogo contragga un misterioso morbo che attacca carne e sangue causando una degenerazione inquietante e terribile, e che un alterco dello stesso con il membro più instabile della compagnia porti ad una serie di circostanze a causa delle quali anche i ragazzi contrarranno la malattia stessa, finendo non solo per dubitare l'uno dell'altro, ma per rischiare di non tornare mai più a casa.
Riusciranno i cinque giovani a trovare un modo per cercare aiuto evitando di lasciarci la pelle o pugnalarsi alle spalle a vicenda senza incorrere nell'ira dei ruvidi abitanti del luogo?










L'uscita in sala del "recente" The Green Inferno ha scatenato, non so neppure io bene per quale motivo, una curiosità a proposito dell'opera di Eli Roth dietro la macchina da presa che, di fatto, non avevo mai avuto: il giovane regista e protetto di Tarantino, infatti, da queste parti era noto solo per la sua mitica partecipazione all'altrettanto mitico Bastardi senza gloria nel ruolo dell'adorato - da Julez, ma anche dal sottoscritto - Orso ebreo.
Dunque, dopo aver archiviato Hostel, il già citato Green Inferno ed il più attuale Knock knock, ho deciso di tornare indietro nel tempo all'inizio degli anni zero, quando il suddetto Roth si affacciava nel panorama della settima arte della grande distribuzione con Cabin fever, horror che richiama le atmosfere di cult come La casa e Non aprite quella porta con una spruzzata di Romero all'interno del quale il regista si divertì anche ad inserire una propria piccola apparizione, e che lo lanciò nel mondo dell'horror come uno dei nomi più caldi legati alla nuova linfa del genere - questo, ovviamente, a prescindere dalla critica più o meno favorevole -.
La visione di Cabin fever, assolutamente divertente - considerato il genere e la mia passione per lo stesso - e disimpegnata, si è rivelata piacevole anche a fronte del fatto di non essere di fronte ad una nuova sensazione dell'horror quanto più ad un ragazzo pronto a portare sullo schermo le suggestioni di migliaia di visioni appassionate di lavori che sono stati, sono e saranno decisamente più validi di quanto potrà mai essere il suo.
Quello, però, che apprezzo e probabilmente continuerò ad apprezzare di Roth è la sua grande onestà nel proporre titoli senza alcuna ambizione "alta" - e non intendo in termini di valutazioni o recensioni, quanto di approccio -, di fatto costruiti solo ed esclusivamente per intrattenere e divertire il pubblico: Cabin fever, per quanto acerbo e derivativo, può essere tranquillamente incluso nel novero, tanto da essere riuscito non solo a far passare una serata distensiva post-lavoro al sottoscritto, ma anche a Julez, per l'occasione riuscita a tenere botta fino alla fine della visione senza crollare addormentata - la gravidanza, del resto, amplifica il già notevole talento naturale della signora Ford per la nanna -.
Doppio merito, dunque, al buon Roth, che con una consistente dose di ironia nera porta al massacro l'ennesimo gruppo di giovani determinati a passare in uno chalet isolato inserito in una cornice impreziosita da rednecks senza ritorno un'intera settimana, ispirando comunque il sottoscritto non soltanto perchè l'idea dello chalet risulta effettivamente affascinante ma anche in materia alcolica - l'idea di bere solo birra durante tutta la vacanza potrebbe risultare una sfida interessante -, portando a galla quello che è il nemico più pericoloso nelle situazioni di sopravvivenza estrema - ovvero chi dovrebbe essere nostro amico - ed arrivando a soluzioni sicuramente valide - il destino di Jeff, autista del gruppo nonchè tramite dello stesso per l'affitto dello chalet -, oltre che divertenti - la figura del vicesceriffo Winston, più strafatto del Drugo dopo una sessione intensiva di White russian -.
Un bel divertissement, dunque, per gli appassionati, che senza dubbio farà storcere il naso a chi, l'horror, non è abituato a masticarlo: e per chi lo adora, come noi qui al Saloon, è una soddisfazione ancora maggiore.





MrFord




"Fever ‘cause I’m breaking
fever got me aching
fever how will you explain
break it down again
fever got me guilty
just go ahead and kill me
fever how will you explain
break it down again."
The Black Keys - "Fever" - 





martedì 22 dicembre 2015

Crimson Peak

Regia: Guillermo Del Toro
Origine: USA, Canada
Anno: 2015
Durata: 119'






La trama (con parole mie): Edith Cushing, una giovane aspirante scrittrice figlia di un magnate di successo della provincia dello Stato di New York, rimane affascinata dalla visita negli States del Baronetto Thomas Sharpe, venuto con la sorella Lucille dall'Inghilterra, avvolto da un alone di mistero ed in cerca di finanziatori per i suoi sogni di rilancio dell'impresa mineraria che fu di suo padre.
Quando il vecchio Cushing, insospettito dagli Sharpe, muore, ed il ricordo della fine della madre inquieta e perseguita sotto forma di spettro Edith, questa decide di sposare Thomas e trasferirsi nella tenuta degli Sharpe perduta nella campagna inglese, finanziando con i suoi averi il progetto di questi ultimi.
La casa stessa, però, pare nascondere segreti agghiaccianti, così come Lucille, la cui presenza diviene sempre più invadente ed inquietante: quali misteri si celano dietro l'argilla rossa di Crimson Peak?
E riuscirà il giovane medico McMichael, da sempre innamorato di Edith, ad arrivare a salvarla prima che sia troppo tardi?










Ho sempre voluto un gran bene, a Guillermo Del Toro: il gusto gotico ed il piglio quasi pulp lo hanno reso uno degli ospiti più graditi del Saloon fin dai tempi delle prime volte in cui incrociai il suo cammino, dai suoi tentativi più autoriali - La spina del diavolo, Il labirinto del fauno - a quelli più pop e rivolti al grande pubblico - il secondo Blade, i due Hellboy -.
Alle spalle, però, l'abbandono al progetto della trilogia de Lo hobbit e la parziale delusione di Pacific Rim, ammetto che le aspettative del sottoscritto rispetto a questo Crimson Peak avevano finito per essere clamorosamente basse, quasi come se si trattasse di uno di quei film in cui Tim Burton fa il Tim Burton a tutti i costi e si finisce a desiderare con tutto il cuore di tornare ai bei tempi in cui sfornava film innovativi, inquietanti ed avvincenti.
Fortunatamente per il sottoscritto, il risultato della visione dell'ultimo lavoro del regista di origini messicane è stato decisamente sorprendente - e di molto - in senso positivo: certo, Crimson Peak non è esente da difetti, pecca in logica in più di un passaggio di sceneggiatura e risulta telefonato rispetto ad alcuni particolari - il destino del padre della protagonista, il ruolo dell'inquietante Lucille, resa alla grande da una come di consueto irresistibile Jessica Chastain -, eppure in ogni suo fotogramma, effetti speciali e magione degli Sharpe a parte - un plauso ai tecnici che hanno reso praticamente un personaggio vivente la dimora -, si respira l'atmosfera dei grandi romanzi gotici, di Mary Shelley e Poe, e si ha l'impressione in più di un passaggio che Del Toro abbia voluto a suo modo omaggiare il Cinema del primo Hitchcock, quello, fra gli altri, di Rebecca - La prima moglie.
Perfino il ritmo, che mi è capitato di leggere in giro essere latitante, ha finito per risultare decisamente più fluido di quanto mi aspettassi, da un incipit che ricorda la diversità tra la Vecchia Europa ed il Nuovo Continente dei tempi ad un crescendo che si concentra sui segreti degli Sharpe ed i misteri che portano con loro fin dall'infanzia: peccato solo che, al cospetto della già citata Chastain, sia Mia Wasikowska che Tom Hiddlestone finiscano per risultare quantomeno scialbi, un pò come l'ex SamCro Charlie Hunnam abbigliato come il più educato dei damerini - e che con quei capelli fa rimpiangere parecchio il tenebroso motociclista che Kurt Sutter ha portato sul piccolo schermo -.
Peccati, comunque, assolutamente veniali, quelli di Del Toro, che eccede forse anche rispetto al ruolo dei fantasmi all'interno di una vicenda che avrebbe funzionato alla grande anche come semplice crime story, ma che nel finale assume una connotazione fondamentale legata a doppio filo ai ricordi ed alle fotografie ed i segni che, in un modo o nell'altro, ci portiamo dentro e addosso insieme ai luoghi in cui viviamo o abbiamo vissuto.
Un passato, dunque, che vive traumatizzando fino a quando non si raccoglie il coraggio necessario per superarlo, con la volontà di vivere pronta a superare quella di inabissarsi, guardando al passato prima ancora che al futuro: dai sogni insanguinati degli Sharpe a quelli fin troppo candidi di Edith, passando per la pragmaticità di aspirante Conan Doyle di McMichael, tutto in Crimson Peak pulsa dell'energia della passione, del sangue che tinge i nostri gesti più eclatanti, siano essi nobili o terrificanti.
Crimson Peak è una vecchia, impressionante dimora con un cuore pulsante in grado di pompare il cremisi più profondo trasformando anche la neve più bianca, è il confronto tra Passato e Futuro, tra distruzione e voglia di ricominciare, tra l'addio a chi abbiamo amato ed il benvenuto ad un nuovo giorno: cade a pezzi, puzza, sporca le mani.
Eppure lascia il segno come un fantasma che, pur se alle nostre spalle, continuerà a farci sentire il suo tocco. Per sempre.





MrFord





"Past the square, past the bridge,
past the mills, past the stacks
on a gathering storm comes
a tall handsome man
in a dusty black coat with
a red right hand."
Nick Cave and The Bad Seeds - "Red right hand" - 






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