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martedì 14 luglio 2020

Notte Horror 2020 - Lidris cuadrade di tre

Radice quadrata di tre - Lidris Cuadrade di tre


L'occasione del mio ritorno nella Blogosfera è stata piacevolmente accompagnata da una delle iniziative più apprezzate e longeve passate dal Saloon nel passato recente, la rassegna Notte Horror: pur in clamoroso ritardo rispetto ai miei colleghi e nonostante le vicissitudini che in questo periodo mi portano ad essere ben poco presente da queste parti, ho approfittato dell'iniziativa per rispolverare un piccolo cult italiano che non rivedevo da almeno una dozzina d'anni, e che ai tempi rappresentò una vera e propria sorpresa, ed una rivelazione per gli appassionati di genere.
Lorenzo Bianchini, con questo suo lavoro decisamente artigianale ma ricco di spunti e idee - per quanto derivative -, fece ben sperare gli appassionati di horror nostrani sfruttando quello che molte produzioni decisamente più imponenti continuano ad ignorare: i film di paura devono sfruttare la suggestione per poter fare paura.
E' risaputo, infatti, che una volta svelati arcani e mostri, o rivelata l'immagine dietro un suono, sia molto più facile esorcizzare - per usare un termine adatto al genere - l'inquietudine: da questo punto di vista Lidris cuadrade di tre tiene discretamente bene per quasi tutta la sua durata, anche se ammetto che, visto a distanza di anni e in una serata dalla risata facile - il ridoppiaggio della parte conclusiva è stato da antologia, ma questa è un'altra storia - l'atmosfera che avevo riscontrato ai tempi mi è parsa appannata, o quantomeno dalla potenza ridotta.
Resta il fatto che, considerata la produzione e la realizzazione tutte italiane, il lavoro di Bianchini resta una delle sorprese underground più interessanti degli Anni Zero, consigliatissima per qualunque appassionato non sia ancora entrato accanto ai protagonisti all'interno di uno dei teatri più horror che ognuno di noi ha la possibilità di vivere - la propria scuola superiore - per vivere il delirio pronto a scatenarsi tra labirinti reali e mentali.


MrFord


martedì 3 settembre 2019

Notte Horror 2019 Edition - La casa del diavolo



E' strano, mettersi a scrivere questo post. Per un sacco di motivi.
Senza dubbio, perchè non ricordo neppure quando è stata l'ultima volta in cui mi sono messo al servizio del blog in questo modo.
Poi perchè questo è un film che ho sempre adorato, ma che appartiene ad un'altra mia epoca, al periodo wild in cui tredici anni fa lo vidi per la prima volta. Cazzo, se sono tanti, tredici anni.
Non da ultimo il fatto che allora pensavo che Rob Zombie avrebbe avuto le carte in regola per raccogliere il testimone di Tarantino e Rodriguez, mentre ora lo considero solo un pallone gonfiato ed un regista terribile.
La casa del diavolo è cazzuto, violento e tosto come lo ricordavo.
E in grado di sfidare il pubblico. Di ribaltare le parti perchè è proprio vero che è così.
Nel corso della nostra vita, a prescindere dalle estremizzazioni cinematografiche - che poi non vanno tanto lontano dagli orrori di situazioni reali -, tutti siamo stati vittime e carnefici, abbiamo fatto soffrire e sofferto, siamo stati quelli da consolare o gli stronzi da insultare.
Il bello de La casa del diavolo, oltre al lavoro eccezionale sul concetto di Famiglia e sull'ironia che si nasconde dietro l'assurdità degli estremismi, è proprio questo.
In Natura, del resto, ogni creatura è predatore e preda, in una qualche misura: dunque nel momento in cui, per istinto, piacere o appetito, ti cibi di una creatura, è giusto in qualche modo che la memoria suoni un campanello d'allarme rispetto al fatto che potrebbe essercene un'altra, in giro, pronta a cercare proprio te.
E in un mondo costruito sulle sfumature, non esistono Bene o Male assoluti, e chi si professa portatore di uno o dell'altro, in realtà, finisce per dispensare la stessa amara medicina.
In un certo senso, rispetto ai tempi, mi sono sentito piuttosto distante, colonna sonora a parte, dal film, quasi come se avessi deciso di ascoltare un disco dei Nirvana, dei Pearl Jam, dei R.E.M. o dei Radiohead, o incontrato per caso una vecchia cotta dei tempi del liceo: un'epoca che potrebbe essere magica, mitica o qualsiasi altro aggettivo esaltante, ma ormai alle spalle.
Eppure, il lavoro di Rob Zombie è carnoso e carnale, e anche se ora non mi coinvolge più emotivamente come in quell'ottobre del duemilasei in cui lo vidi per la prima volta, nel pieno del mio periodo senza controllo, riconosco il tentativo che il regista fece, portando ad un livello decisamente superiore il precedente La casa dei mille corpi: quel finale che rievoca grandi coppie come Thelma e Louise o Butch Cassidy e Sundance Kid, poi, è ancora da pelle d'oca, legato a chiunque abbia ancora qualche sogno selvaggio e segreto che coltiva nel cassetto.
Certo, tutto questo è strano, se riferito ad un titolo che dovrebbe passare in una rassegna dedicata all'horror e ai ricordi che le carrellate estive ha sempre suscitato lo stesso, e che al massimo dovrebbe preoccuparsi di spaventi, tensione, sangue e tutto il circo che ne consegue: ma è un pò come aspettarsi divertimento assicurato da un clown.
I clown possono essere tristi, soli, inquietanti, spaventosi.
Fermarsi all'etichetta non conviene mai.
Un pò come pensare che il mondo sia tutto Bianco o Nero, Bene o Male.
Meglio essere un Free Bird, e lottare per trovare almeno una parvenza di equilibrio tra le sfumature.


MrFord


La casa del diavolo Poster

mercoledì 1 agosto 2018

Notte Horror 2018 - Scanners (David Cronenberg, Canada, 1981, 103')

 


Come ogni anno, e pur affrontando forse i dodici mesi peggiori della blogosfera che possa ricordare in termini di visite, commenti, entusiasmo dei suoi abitanti, l'intramontabile gruppo di F. I. C. A. anche per questa caldissima estate duemiladiciotto ha riportato sugli schermi Notte Horror, iniziativa tra le più amate di noi vecchi cinefili della rete. Pur se con un lieve ritardo rispetto alle ventitre preannunciate dal programma, anche il Saloon risponde presente rispolverando un vecchio titolo firmato da quello che, oggi, è considerato un mostro sacro: David Cronenberg.






Fatta eccezione per gli stanchi lavori più recenti, ho sempre considerato David Cronenberg come uno dei cineasti più importanti che il Nordamerica abbia regalato alla settima arte, autore di cult assoluti e noti come La mosca, Videodrome e Crash, gioelli meno noti - Inseparabili - e veri e propri Capolavori - A history of violence e La promessa dell'assassino -: il lavoro del regista canadese, legato a doppio filo alle mutazioni ed agli estremi, fossero essi fisici o mentali, ebbe inizio e si sviluppò grazie all'incontro tra horror, thriller e sci-fi delle sue prime opere, tra le quali spicca senza dubbio Scanners, amatissimo da una parte della critica di nicchia e degli appassionati che consolidò la fama dell'allora non così noto David e lo lanciò verso una carriera di successi.
Ricordavo poco di questa pellicola che ai tempi, per l'appunto, di Notte Horror, rividi diverse volte accanto a mio fratello, che credo la ami alla follia ancora oggi, fatta eccezione per il mitico Michael Ironside, caratterista che per quanto mi riguarda è un simbolo di un certo tipo di personaggi nei film "di paura" anni ottanta e novanta: senza dubbio tutti i semi della ricerca di Cronenberg sono presenti, così come l'idea di un futuro distopico come allora poco ancora si immaginava, legato ad un immaginario che pescava tra le altre cose dai fumetti - in un certo senso, gli Scanners possono essere associati ai mutanti Marvel - e trasformava in angoscia l'idea di avere un "superpotere" - quello che accadrà poi con il già citato La Mosca qualche anno dopo -.
Senza ombra di dubbio, per quanto valido e piacevole da riscoprire come un oggetto vintage, Scanners appare però prigioniero della sua epoca - se non addirittura degli anni settanta -, quasi datato se filtrato attraverso gli occhi e la realtà attuali, ben più smaliziati a prescindere dagli effetti, l'atmosfera ed i costumi: la visione, dunque, diventa d'affetto o "di storia" se intrapresa da appassionati o studenti di Cinema, interessante se affrontata con lo spirito dell'amante della settima arte e del percorso di un regista che, nonostante il declino degli ultimi anni, è senza dubbio da considerarsi grande, ma assolutamente nemica del pubblico attuale o comunque meno legato a titoli che non siano popcorn movies o proposte disimpegnate da weekend.
Certo, Ironside con quell'espressione che ricorda Jack Nicholson è un cattivo d'eccezione, le teste che esplodono a seguito dei poteri degli Scanners rendono molto bene l'idea del concetto di splatter che Cronenberg non ha mai nascosto di amare, la tensione e l'utilizzo della corporazione come organo di controllo e potere ha sempre il suo fascino - mi ha ricordato l'atmosfera di un altro grande film del regista, La zona morta -, eppure perfino questo vecchio cowboy ha patito almeno in parte gli anni che cominciano a pesare sulle spalle di questo lavoro, un pò come quando si ascolta un disco che un ventennio prima si è consumato e che, ripreso a distanza, pare incapace di regalare le stesse emozioni.
Ma il bello di Notte Horror è anche questo: un pò di sana, vecchia nostalgia fuori tempo massimo per quei momenti magici in cui pare che il tempo si fermi e non possa mai andare avanti.
Quei momenti che si vivono solo da bambini, quando ci si copre gli occhi ma si tiene sempre uno spiraglio aperto per avere il gusto del brivido.
E che, da adulti, si possono rivivere solo attraverso i catalizzatori di quei ricordi.



MrFord



venerdì 25 agosto 2017

Notte Horror 2017 - Brivido (Stephen King, USA, 1986, 98')




AVVISO AI NAVIGANTI: avrei dovuto pubblicare, come da cartellone, questo post qualche giorno fa, ma la vacanza appena trascorsa, quella incombente, l'alcool e l'età che avanza mi hanno mandato completamente nel pallone. Mi scuso con i compari di F.I.C.A. e rimedio ora.


Con l'estate, uno dei guilty pleasures maggiori per il sottoscritto è godersi tamarrate action leggere e easy, commediacce terrificanti, vecchi cult o horror che possano riportare alla mente il periodo in cui, con mio fratello, passavamo le serate delle vacanze scolastiche di ritorno dai giardinetti davanti alla tv sperando di andare a dormire dopo esserci cagati sotto per bene ed essere pronti, al risveglio, a riprendere con qualche nuova visione.
Nel corso degli ultimi anni, complici le iniziative dei compari bloggers di F.I.C.A., abbiamo avuto modo di dedicare una parte delle visioni della bella stagione proprio agli horror, ma fino ad ora avevo - colpevolmente - mancato Brivido, film minore tratto come spesso accade da un lavoro del re indiscusso del genere, Stephen King - che compare in un divertente passaggio ad inizio pellicola -, in questo caso presente addirittura in veste di regista, da sempre nella wishlist estiva del Saloon grazie principalmente all'attrattiva di una colonna sonora decisamente rock firmata dagli AC/DC, che da queste parti hanno sempre un giro gratis ed una pacca sulla spalla.
Lacuna colmata, devo ammettere di essermi parecchio divertito, complici un'atmosfera da estate torrida, l'effetto amarcord legato soprattutto alle pellicole di genere e a basso costo come questa e l'impressione che l'intera operazione fosse pane e salame e senza pretese proprio come piace al sottoscritto, quasi una versione "motorizzata" e di serie B - ma questa volta non in senso negativo - dei survival d'assedio di Carpenter o Romero, con i superstiti rinchiusi in un ambiente che porta a galla i loro squilibri e qualcosa di minaccioso e terribile all'esterno pronto a colpirli.
La cornice della tavola calda accanto al distributore, con tanto di charachters stereotipati ma efficaci - il ragazzino fuggito dal massacro della sua squadra di baseball, l'ex detenuto pronto a diventare eroe, la bella in difficoltà, la coppia appena sposata, il cattivo che non guarda in faccia ai suoi compagni di "prigionia" così come alla minaccia all'esterno, le comparse ed i protagonisti, rendono Brivido una piacevolissima visione da "Notte horror", senza dubbio conscia dei propri limiti ma ugualmente interessante, dalla già citata sequenza della lotta tra il distributore di lattine e la squadra di baseball, il passaggio nelle fogne e la fuga degli sposini dal camion lungo l'autostrada divenuta il campo di battaglia delle macchine in rivolta rispetto agli umani.
Interessante anche la scelta di affidare la leadership dei congegni meccanici impazziti ad un camion dall'aspetto inquietante che pare un incrocio tra il Joker e Green Goblin versione motorizzata, così come l'idea di solleticare l'immaginazione del pubblico rispetto a quanti danni potrebbero fare tutte quelle cose che "abbiamo costruito noi" e che fanno parte della vita di tutti: dalla sveglia, al microonde, ai mezzi di trasporto, una rivolta meccanica sarebbe davvero difficile da affrontare, anche se, come sempre in questi casi, le gatte da pelare più difficili continuerebbero ad essere fornite, nel bene e nel male, dai più pericolosi di sempre: gli Uomini.



MrFord



 

martedì 9 agosto 2016

Cabal (Clive Barker, USA, 1990, 102')


Se penso ai gloriosi anni di Notte Horror ed alla meravigliosa sigla che, nei primi anni novanta, portava tutti noi ragazzini di allora nello spaventoso mondo di una seconda serata condita con il terrore propiziata, come sempre, dall'estate e dalle vacanze scolastiche, non posso non tornare con il pensiero a Cabal, che grazie alla comparsata di uno dei suoi protagonisti - nonchè tra i personaggi più affascinanti del genere, almeno ai tempi, la Bestia, che campeggia su locandina e copertina del dvd in barba al vero main charachter, Aaron Boone pronto a divenire Cabal, per l'appunto - faceva la parte del leone ed alimentava l'hype rispetto ad una visione che, a dispetto degli anni che passano, continua a mantenersi affascinante.
Senza alcun dubbio, il lavoro di Clive Barker ricorda più un thriller fantasy che non un horror vero e proprio, e conta principalmente sul fascino di un David Cronenberg versione psichiatra serial killer e su Midian, la città dei mostri che potrebbe essere considerata un personaggio a tutti gli effetti: il cimitero che cela la comunità dei reietti ed i vicoli e le strutture sotterranee che nascondono l'esercito delle creature senza controllo, le grandi volte pronte ad evocare per chiunque abbia avuto occasione di visitarne miniere come quelle di Wieliczka in Polonia - se non l'avete fatto, dovreste: è un posto che non si dimentica - regalano emozioni anche a quasi trent'anni dalla realizzazione, spinti da una vicenda che, nonostante il chiaro sapore anni ottanta - Cabal è l'incarnazione dell'antieroe action tipico del periodo ed estremamente fordiano - è profondamente legata all'epica delle seconde possibilità ed alla rivincita degli outsiders, nonchè dell'accettazione del diverso.
La geografia "umana" di Midian, con le tipologie così diverse di creature, dalle più pericolose alle più scenografiche, da quelle innocue e delicate a quelle spietate e letali, è uno specchio, pur se distorto, della società cosmopolita attuale, con le sue tensioni, differenze ed incongruenze, ed il destino di Midian stessa rispetto a quella che sarà la sua nuova guida - sempre Cabal, forse il primo protagonista di un film horror che finisce per essere un accessorio al vero messaggio della pellicola e non il suo fulcro - strizza l'occhio anche al romanticismo del circo e del primo novecento dei freak show e dei vagabondi in cerca di fortuna, oltre che sottolineare l'importanza dell'istinto e del bisogno che ognuno di noi ha di liberare i propri demoni e, in un modo o nell'altro, quello che si porta dentro.
Un titolo che resta uno dei miei favoriti del tempo e dell'estate, quando il bisogno di provare un brivido lungo la schiena al chiaro di luna diventa quasi fisiologico, così come qui al Saloon parteggiare per chi vive, lotta e si batte da outsider, guadagnando ogni centimetro con il sudore della fronte, che si tratti di pelle morbida e vellutata o coriacea struttura da predatore assetato di sangue.




MrFord






martedì 28 luglio 2015

Candyman - Terrore dietro lo specchio

Regia: Bernard Rose
Origine: USA
Anno: 1992
Durata: 99'






La trama (con parole mie): Helen Lyle, laureanda sposata al professore ed esperto di leggende metropolitane Trevor Lyle, incappa nel racconto di uno degli spauracchi del ghetto di Chicago, Candyman, anima tormentata pronta a rivendicare il sangue che versò in nome di un amore finito male ai tempi della Guerra Civile dilaniando le vittime con un uncino messo al posto della mano destra una volta evocato citando il suo nome per cinque volte di fronte ad uno specchio.
Curiosa e dubbiosa ad un tempo, la giovane ricercatrice pronuncia l'incantesimo che dovrebbe far comparire Candyman, e quando lo stesso giunge per perseguitarla proprio a causa del suo scetticismo, per la ragazza iniziano i guai: presente sui luoghi degli omicidi compiuti dall'assassino e considerata pericolosa, Helen dovrà tentare di scagionarsi ed affrontare il temibile nemico ad un tempo.
Quale destino attenderà la ricercatrice?



 Questo post partecipa orgogliosamente alla rassegna 2015 di Notte Horror.






E come se fossimo tornati ai tempi d'oro delle notti su Italia Uno, non perdetevi nessuna di queste horrorifiche recensioni.







Per un vecchio fan del Cinema di paura come il sottoscritto, l'occasione di una seconda tornata dell'iniziativa di noi bloggers cinefili legata al ricordo di Notte Horror risultava assolutamente irresistibile, ennesima dimostrazione degli stimoli che, spesso e volentieri, il confronto con altri perenni innamorati della settima arte alimentano.
L'occasione mi ha permesso di recuperare uno dei cult sotterranei del genere degli anni novanta, Candyman, che non mi era mai capitato, sorprendentemente, di vedere: il risultato dell'incontro con la pellicola di Bernard Rose è stato senza dubbio un ibrido in grado di mescolare la parziale delusione per quello che è considerato da molti un cult che non mi è parso all'altezza delle aspettative e la soddisfazione, comunque, di aver assistito ad uno spettacolo senza dubbio insolito - soprattutto per l'horror moderno -, ricco di spunti e riflessioni e per nulla banale, legato a questioni sociali come fu per Il serpente e l'arcobaleno e La casa nera di Craven, forse i due capisaldi di questo tipo di incursioni del terrore nell'ambito reale.
La delusione nasce principalmente dal fatto che, indiscutibilmente, Candyman non faccia paura: neppure quando viene chiamata in causa la leggenda dello specchio e del nome ripetuto cinque volte, o il fatto che lo stesso spirito vendicativo compaia soltanto a tre quarti della pellicola.
Senza contare un ritmo che pare più quello di una pellicola d'introspezione ed indagine interiore ed una cornice davvero molto, troppo legata al decennio cui appartiene, in grado di perdere nettamente il confronto con predecessori illustri come Nightmare o Hellraiser - per citare Clive Barker, produttore della pellicola e senza dubbio eminenza grigia della realizzazione della stessa -.
D'altro canto, però, il fascino di un "mostro" che agisce di fatto per vendetta di un sopruso mai dimenticato - e che ricorda cose più profonde ed importanti come 12 anni schiavo - ed una dimensione sociale assunta dalla pellicola rendono Candyman uno dei pochi esempi di horror "reale", in grado di investigare a proposito delle ansie e delle tensioni che, seppur in misura e modalità differenti, continuano a colpire la società a stelle e strisce ancora oggi.
L'indagine sul ghetto dal degrado enorme con la Sears Tower sullo sfondo di Helen rappresenta uno spaccato in grado di colpire anche a distanza di più di vent'anni il pubblico, forte delle esplorazioni nelle case popolari alla ricerca di quello che potrebbe essere ben più di uno spauracchio da leggenda metropolitana, e finisce per essere l'aspetto che più colpisce di una pellicola datata ma ugualmente efficace, forse non clamorosa come i suoi fan hardcore vorrebbero, ma meritevole di una visione non fosse altro che per un interesse sociale.
Del resto, il carattere urbano della pellicola ed un finale per nulla consolatorio rendono Candyman interessante quasi più a livello sociologico che non in quanto film horror - di fatto, la sceneggiatura non è propriamente il suo punto forte, sia in termine di scrittura che di spaventi, e non è molto diverso il discorso per quanto riguarda la regia -, e forse proprio per questo in grado di guadagnarsi una possibilità anche rispetto alla fetta di pubblico che con questo tipo di pellicole, di norma, non ha alcun legame.
Se non volete, dunque, rischiare di pronunciare cinque volte il suo nome di fronte ad uno specchio, quantomeno potrete considerare di indagare a proposito delle spaccature sociali che ancora affliggono una società moderna come la nostra.




MrFord




"I met him out for dinner on a Friday night
he really had me working up an appetite
he had tattoos up and down his arm
there's nothing more dangerous than a boy with charm
he's a one stop shop, makes the panties drop
he's a sweet-talkin', sugar coated candyman
a sweet-talkin', sugar coated candyman."
Christina Aguilera - "Candyman" - 




martedì 5 agosto 2014

Notte Horror - L'ululato

Regia: Joe Dante
Origine: USA
Anno: 1981
Durata: 91'





La trama (con parole mie): Karen White, una giornalista televisiva coinvolta nel caso di un serial killer rimasta traumatizzata dall'incontro con quest'ultimo, viene consigliata da un noto psicologo in modo che possa trascorrere un periodo di riposo all'interno di una comunità immersa nella Natura insieme al marito per ritrovare la tranquillità, se stessa ed i ricordi della notte del suo incontro con l'assassino.
Ma all'atmosfera pacifica ed accogliente dell'arrivo ben presto si sostituisce il sospetto che qualcosa di strano si celi nel luogo in cui è stata mandata, e per Karen ha inizio un incubo fatto di passione, sesso, carne e sangue che coinvolgerà non soltanto lei ed il suo compagno, ma anche, in caso di sopravvivenza, il mondo, una volta che la stessa giornalista dovesse riuscire a tornare per raccontare la sua esperienza.






Per intercessione del sempre mitico Zio Tibia, questo post partecipa alle celebrazioni di Notte Horror.



 



Ricordo bene - come più spesso mi è capitato di sottolineare qui al Saloon, anche con post dedicati come questo - le meravigliose estati di una ventina e più d'anni fa, quando con mio fratello passavamo la mattinata a guardare film, il pomeriggio a giocare a calcio al parco, la sera nella speranza di sfruttare obbligo o verità per limonare duro con la ragazza di turno prima di correre a casa per l'appuntamento imperdibile con Notte Horror, contenitore di Italia Uno che regalava una rassegna di titoli spesso e volentieri molto diversi tra loro legati dal denominatore comune del terrore.
Quando, complici i miei vulcanici colleghi della blogosfera, è stata messa sul piatto l'idea di un'iniziativa che ne ripercorresse i fasti e celebrasse il ricordo, non ho avuto alcun dubbio a proposito della partecipazione, sfruttando l'occasione per proporre uno dei film meno noti del regista cult degli anni ottanta Joe Dante - che la maggior parte ricorda principalmente per Salto nel buio e Gremlins -, L'ululato, di fatto, con il primo L'uomo lupo di George Waggner - omaggiato ribattezzando lo psicologo della protagonista proprio con questo nome - e Un lupo mannaro americano a Londra, una delle più importanti pietre miliari per quanto riguarda i licantropi al Cinema.
Più un'inquietante favola nera che non un horror vero e proprio, il lavoro di Dante sfrutta il viaggio della protagonista all'interno di una comunità dominata dai licantropi per affiancare a sequenze prodigiose per effetti - parliamo dell'alba degli eighties, ricordiamolo - e tensione - la lotta nella baita, l'incipit legato alla caccia al serial killer che sconvolge le strade della città, e che ricorda le atmosfere dei thriller urbani figli degli anni settanta - una riflessione profonda sull'istintività umana - dal cibo, al sesso, fino all'omicidio e alla violenza - e sulla gestione dei lati più oscuri di noi stessi, così come al rapporto tra il singolo e la società - i media, gli amici e i vicini, i compagni e compagne -: così come per il già citato Lupo mannaro di John Landis, anche in questo caso il cocktail proposto da regista e sceneggiatori unisce ironia nerissima, sangue, passaggi al limite dello splatter e momenti dal fascino decisamente carnale, più vicini ai b-movies che non alle grandi produzioni a fare da cornice ad una trama che pare più vicina ad un thriller - a mio parere, sono evidenti i richiami e gli omaggi al Maestro del genere, Hitchcock, per quanto la materia trattata sia assolutamente più grezza e "zozza" rispetto all'approccio controllato e di classe del regista inglese - che non allo slasher sanguinolento che ci si potrebbe aspettare sulla carta.
Un titolo, dunque, passato troppo spesso ed ingiustamente sotto silenzio, affascinante e profondo ma anche divertito e divertente - splendido il finale, con tanto di hamburger al sangue -, tra le prime testimonianze del talento di un autore mai davvero esploso eppure tra i più interessanti che gli States abbiano regalato al genere negli ultimi decenni: l'appartenenza ad un gruppo, la presa di coscienza
della propria natura predatoria, i legami che ognuno di noi ha con la carne - in tutti i sensi la si possa intendere - e le tentazioni che la stessa veicola sono tematiche decisamente importanti, trattate senza alcuna spocchia e con il panesalamismo delle migliori occasioni.
Tutto questo contribuisca a rendere L'ululato un titolo perfetto per una rassegna come Notte Horror, capace di riunire davanti ad un fuoco vecchi lupi navigati e giovani cuccioli in cerca di brividi.
In un modo o nell'altro, il fascino della cornice ed un'atmosfera ben sfruttata, riusciranno, seppur con mezzi e punti di vista differenti, a far drizzare i peli sulla nuca a chiunque abbia voglia di guardare in quel fuoco, ed ululare alla luna liberando l'animale che è in lui.



MrFord



"In touch with the ground
I'm on the hunt I'm after you
smell like I sound, I'm lost in a crowd
and I'm hungry like the wolf
straddle the line in discord and rhyme
I'm on the hunt I'm after you
mouth is alive with juices like wine
and I'm hungry like the wolf."
Duran Duran - "Hungry like the wolf" - 



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