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sabato 25 luglio 2015

The Vampire Diaries

Produzione: CW
Origine: USA
Anno: 2009 - in corso 
Stagioni: 6 (in corso)





La trama (con parole mie): nuovo episodio della non ufficiale rubrica di Julez qui al Saloon, dedicato ancora una volta ad un guilty pleasure da piccolo schermo della parte in rosa del Saloon, The Vampire Diaries. 
Le vicende dei fratelli Salvatore, in bilico tra bene, male e dolori della crescita da adolescenza piena, hanno rappresentato, di fatto, la consacrazione dell'ex Boone di Lost Ian Somerhalder, imponendosi come alternativa a Twilight negli anni dell'onda lunga del rinnovato successo dei succhiasangue, riuscendo a mantenersi, pur partendo dal basso, ad un livello più costante rispetto al più blasonato - sulla carta - True Blood.
Come sarà andata, dunque, per i due fratelli della notte, all'esame della signora Ford?






Lo so, non ci sono scusanti. 
Vedo un sacco di cagate, ma che vi devo dire? 
Ho il trauma che quando tutti vedevano Beverly Hills e Melrose Place i miei mi vietavano la tv spazzatura ed io rimanevo fuori dagli argomenti di conversazione scolastici più gettonati.
Ora, che sono padrona di me stessa e di casa Ford – almeno quando MrFord non c’è – faccio indigestione di programmi per adolescenti con protagonisti adulti che fingono ragazzini. 
E soddisfo così il mio bisogno di strùggio e quella parte di me che i 16 anni e gli stravolgimenti ormonali del periodo non li ha ancora superati. Rimandata a vita in rincoglionimento adolescenziale.
Detto questo e tornando al nostro diario del vampiro, la serie tv con protagonisti i fratelli Salvatore e la bella Elena Gilbert è entrata nella mia vita ormai sei anni fa poco dopo la lettura (terrrrribile) del primo libro da cui è tratta. 
Ai tempi pensai, come fu per True Blood, che il team di sceneggiatori era stato grande a prendere un materiale decisamente scadente trasformandolo in qualcosa di godibile e non eccessivo pur trattandosi di un fantasy/horror.
Le prime stagioni ed il triangolo amoroso Delena/Stelena sono appassionanti, per chi non ha un cervello da ingegnere ed un cuore da matusa (oppure semplicemente ha trovato la pace dei sensi). 
I coprotagonisti sono ben delineati e sostengono il fulcro della storia senza rubare la scena: dalla maniaca del controllo Caroline, alla strega Bennet, al bravo ragazzo Matt, all’irruente licantropo Tyler, al ribelle fratellino Gilbert fino al serio professor Alaric, figura paterna per l’orfana Elena.
Con l’avvento degli originali e degli ibridi capeggiati da Niklaus (*sbav*), le storie contorte e bruciate in quattro e quattr’otto dei doppelgänger, e tutti gli ambaradan relativi ai lupi si scivola un po’ nel trash ma, forse perché già da principio mai sostenuto da un comparto tecnico d’eccellenza e dall’ambizione di essere una serie tv figa e innovativa, non si ha la sensazione di qualcosa che è cominciato bene ed è finito in vacca, se non forse per la parte relativa a quella sorta di aldilà che non ho neanche ben capito come è andata a finire.
Non si grida al miracolo, non si detesta, intrattiene il giusto nei momenti vuoti che non si ha voglia di riempire con noiose palle d’autore (o di piangere per film bellissimi, che da dopo la gravidanza piango persino per le pubblicità, io).
Quindi continuerò ad aspettare l’autunno per rincontrare i miei cari amici vampiri, giunti alla settima stagione e rivedere (sfortunatamente non più dal vivo, come in quel di Barcellona) lo sguardo trasparente ed intenso di Damon Salvatore, con il nostro appuntamento porno soft del sabato mattina.
Il mio personale triangolo. 
Io, Damon e il ferro da stiro.



Julez



"Just for a second a glimpse of my father I see
and in a movement he beckons to me
and in a moment the memories are all that remain
and all the wounds are reopening again."
Iron Maiden - "Blood brothers" - 




martedì 5 agosto 2014

Notte Horror - L'ululato

Regia: Joe Dante
Origine: USA
Anno: 1981
Durata: 91'





La trama (con parole mie): Karen White, una giornalista televisiva coinvolta nel caso di un serial killer rimasta traumatizzata dall'incontro con quest'ultimo, viene consigliata da un noto psicologo in modo che possa trascorrere un periodo di riposo all'interno di una comunità immersa nella Natura insieme al marito per ritrovare la tranquillità, se stessa ed i ricordi della notte del suo incontro con l'assassino.
Ma all'atmosfera pacifica ed accogliente dell'arrivo ben presto si sostituisce il sospetto che qualcosa di strano si celi nel luogo in cui è stata mandata, e per Karen ha inizio un incubo fatto di passione, sesso, carne e sangue che coinvolgerà non soltanto lei ed il suo compagno, ma anche, in caso di sopravvivenza, il mondo, una volta che la stessa giornalista dovesse riuscire a tornare per raccontare la sua esperienza.






Per intercessione del sempre mitico Zio Tibia, questo post partecipa alle celebrazioni di Notte Horror.



 



Ricordo bene - come più spesso mi è capitato di sottolineare qui al Saloon, anche con post dedicati come questo - le meravigliose estati di una ventina e più d'anni fa, quando con mio fratello passavamo la mattinata a guardare film, il pomeriggio a giocare a calcio al parco, la sera nella speranza di sfruttare obbligo o verità per limonare duro con la ragazza di turno prima di correre a casa per l'appuntamento imperdibile con Notte Horror, contenitore di Italia Uno che regalava una rassegna di titoli spesso e volentieri molto diversi tra loro legati dal denominatore comune del terrore.
Quando, complici i miei vulcanici colleghi della blogosfera, è stata messa sul piatto l'idea di un'iniziativa che ne ripercorresse i fasti e celebrasse il ricordo, non ho avuto alcun dubbio a proposito della partecipazione, sfruttando l'occasione per proporre uno dei film meno noti del regista cult degli anni ottanta Joe Dante - che la maggior parte ricorda principalmente per Salto nel buio e Gremlins -, L'ululato, di fatto, con il primo L'uomo lupo di George Waggner - omaggiato ribattezzando lo psicologo della protagonista proprio con questo nome - e Un lupo mannaro americano a Londra, una delle più importanti pietre miliari per quanto riguarda i licantropi al Cinema.
Più un'inquietante favola nera che non un horror vero e proprio, il lavoro di Dante sfrutta il viaggio della protagonista all'interno di una comunità dominata dai licantropi per affiancare a sequenze prodigiose per effetti - parliamo dell'alba degli eighties, ricordiamolo - e tensione - la lotta nella baita, l'incipit legato alla caccia al serial killer che sconvolge le strade della città, e che ricorda le atmosfere dei thriller urbani figli degli anni settanta - una riflessione profonda sull'istintività umana - dal cibo, al sesso, fino all'omicidio e alla violenza - e sulla gestione dei lati più oscuri di noi stessi, così come al rapporto tra il singolo e la società - i media, gli amici e i vicini, i compagni e compagne -: così come per il già citato Lupo mannaro di John Landis, anche in questo caso il cocktail proposto da regista e sceneggiatori unisce ironia nerissima, sangue, passaggi al limite dello splatter e momenti dal fascino decisamente carnale, più vicini ai b-movies che non alle grandi produzioni a fare da cornice ad una trama che pare più vicina ad un thriller - a mio parere, sono evidenti i richiami e gli omaggi al Maestro del genere, Hitchcock, per quanto la materia trattata sia assolutamente più grezza e "zozza" rispetto all'approccio controllato e di classe del regista inglese - che non allo slasher sanguinolento che ci si potrebbe aspettare sulla carta.
Un titolo, dunque, passato troppo spesso ed ingiustamente sotto silenzio, affascinante e profondo ma anche divertito e divertente - splendido il finale, con tanto di hamburger al sangue -, tra le prime testimonianze del talento di un autore mai davvero esploso eppure tra i più interessanti che gli States abbiano regalato al genere negli ultimi decenni: l'appartenenza ad un gruppo, la presa di coscienza
della propria natura predatoria, i legami che ognuno di noi ha con la carne - in tutti i sensi la si possa intendere - e le tentazioni che la stessa veicola sono tematiche decisamente importanti, trattate senza alcuna spocchia e con il panesalamismo delle migliori occasioni.
Tutto questo contribuisca a rendere L'ululato un titolo perfetto per una rassegna come Notte Horror, capace di riunire davanti ad un fuoco vecchi lupi navigati e giovani cuccioli in cerca di brividi.
In un modo o nell'altro, il fascino della cornice ed un'atmosfera ben sfruttata, riusciranno, seppur con mezzi e punti di vista differenti, a far drizzare i peli sulla nuca a chiunque abbia voglia di guardare in quel fuoco, ed ululare alla luna liberando l'animale che è in lui.



MrFord



"In touch with the ground
I'm on the hunt I'm after you
smell like I sound, I'm lost in a crowd
and I'm hungry like the wolf
straddle the line in discord and rhyme
I'm on the hunt I'm after you
mouth is alive with juices like wine
and I'm hungry like the wolf."
Duran Duran - "Hungry like the wolf" - 



mercoledì 30 ottobre 2013

True blood - Stagione 6

Produzione: HBO
Origine:
USA
Anno: 2013
Episodi: 10




La trama (con parole mie): Sookie, ormai alle spalle le storie con Bill ed Eric, si ritrova a dover fronteggiare la minaccia del millenario vampiro Warlow, responsabile della morte dei suoi genitori tornato per riscuotere un antico credito con la famiglia della cameriera telepate.
Nel frattempo la situazione che vede il progressivo incrinarsi dei rapporti tra umani e succhiasangue continua a peggiorare, ed il Governatore della Louisiana, accanto alla costruzione di campi di prigionia all'interno dei quali segregare le creature della notte, accarezza il sogno di un ritorno del Tru Blood sul mercato: c'è però un oscuro segreto, dietro la nuova versione del sangue sintetico.
La formula progettata, infatti, ha il compito di divulgare tra la popolazione vampirica una mortale malattia pronta a sterminare i figli di Lilith dal primo all'ultimo ribattezzata Epatite V.




Se osservare un regista cui ci si sente legati sprofondare un film dopo l'altro nell'oceano della mediocrità e delle stronzate soffocanti - vero, Malick!? - fa male al cuore di ogni cinefilo, osservare l'agghiacciante declino di una serie tv finisce per avere effetti anche più devastanti, considerato l'affetto che si finisce per provare rispetto ai protagonisti di proposte nate per accattivare e conquistare l'audience neanche si trattasse di un gruppo di vecchi amici.
True blood, creatura figlia del mitico Alan Ball, responsabile di quel Capolavoro di Six feet under, partita alla grande qualche anno fa e rimasta a livelli decisamente alti fino alla sua terza annata, sancisce con questa season numero sei la sua definitiva sepoltura - sempre per restare in tema "balliano" - con un anno di anticipo rispetto alla stagione conclusiva, fissata per il prossimo anno.
Tutto quello che, fino a qualche tempo fa, infatti, rendeva questo titolo un'intrigante rilettura del mito del vampiro applicato ad un'atmosfera rovente da southern profondo è stato sostituito da un trash ben oltre il pacchiano, personaggi divenuti macchiette ed un assurdo quanto illogico inanellarsi di eventi spesso e volentieri pronti a scadere nel ridicolo involontario: colonne portanti della serie come Eric Northman - che aveva avuto una vera e propria evoluzione nei primi due anni del prodotto - ridotte a pupazzoni privi di spessore, dinamiche ed eventi buttati a caso nel calderone neanche dietro la macchina da scrivere si trovassero gli sceneggiatori di Occhi del cuore, atmosfera da teen eccitabili buona giusto per la trasmissione della serie su Mtv ed un'escalation esplosa in un finale tra i più discutibili passati sul piccolo schermo negli ultimi anni.
Tutto questo senza contare la profonda antipatia - peraltro continuamente crescente - di Sookie, quella che dovrebbe essere l'eroina della serie e che, di fatto, rappresenta ormai una sorta di cacciatrice di cazzi - e mi perdonino le signore, ma del resto qui siamo in un Saloon -, preferibilmente di origine sovrannaturale, da attizzare per bene prima di dedicarsi al successivo, magari dopo aver abilmente eliminato il precedente facendolo passare per fesso oltre che per cattivo - ovviamente -.
Emblematico è il caso di Warlow, personaggio dallo spessore nullo nato e morto - fortunatamente - con queste dieci puntate che finisce per passare nella loro quasi totalità legato come un salame ad una sagra di paese: neppure l'utilizzo come sua nemesi di un grosso calibro come Rutger Hauer riesce a scuotere, dunque, un charachter inutile fin dal principio, simbolo del declino di un titolo che finisce per appiattire praticamente ogni suo punto di riferimento.
In questo senso, il responso è davvero impietoso: Bill in formato "divino" non si può assolutamente vedere, gli abitanti di Bon Temps paiono riciclati nel ruolo di bagonghi disposti ad accettare ogni ordine di stranezze, i vampiri in toto finiscono per recitare la parte dei perenni assatanati senza alcuno scopo, Alcide - che probabilmente finirà per essere affossato il prossimo anno - è un orsacchiottone senza carattere che rimbalza da una situazione all'altra, Sam un comprimario cui pare essere assegnato d'ufficio il ruolo di tappabuchi.
L'unico a scampare in qualche modo al massacro pare essere Jason, che conserva l'ingenuità da scemo del villaggio che ha fatto la sua fortuna fin dalla prima stagione, e che spero ardentemente non sia in qualche modo coinvolto nella debacle con la conclusione della saga: quello che è certo, nel frattempo, è che il Southern Comfort che ben simboleggiava True blood ai suoi esordi, è diventato una sorta di Crodino annacquato da discount.
Ed essendo in un Saloon questa non è mai una buona cosa.


MrFord


"Well, he's trying to survive up on Mulholland Drive 
he's got the phone in the car in his hand 
everbody's trying to be a friend of mine
even a dog can shake hands."
Warren Zevon - "Even a dog can shake hands" - 


giovedì 27 settembre 2012

True blood - Stagione 5

Produzione: HBO
Origine: USA
Anno: 2012
Episodi: 12




La trama (con parole mie): Sookie Stackhouse è in pericolo. Russell Edgington, millenario vampiro che già tempo prima l'aveva braccata e che tutti credevano morto, è in realtà ancora in vita, salvato dall'avventatezza di Eric e Bill e dall'intervento di un misterioso salvatore rimasto nell'ombra.
Come se non bastasse, ai guai di Sookie si aggiungono quelli di Alcide - licantropo innamorato della ragazza - con il suo nuovo branco, di Lafayette - perseguitato dalla presenza dello zio del suo fidanzato morto -, di Terry ed Arlene - cacciati dallo spirito evocato da una maledizione - e la presenza sempre più incombente dell'Authority, organo di governo che unisce Stato e Chiesa nella società vampirica.
Ma non è ancora finita: perchè Tara è stata uccisa davanti agli occhi di Sookie, e l'unica soluzione per poterla riportare indietro pare essere quella di farla trasformare in una figlia della notte.





Alla fine, è successo.
Dopo le avvisaglie della scorsa stagione, anche True blood incappa in un'annata di passaggio e crisi così come era accaduto ad un altro dei miei preferiti, Dexter, proprio nel corso dell'autunno passato.
Il serial dedicato alle disavventure di Sookie Stackhouse e degli abitanti di Bon Temps, la proposta più southern, passionale e "sudata" del piccolo schermo, tradisce le attese implodendo sotto il peso delle aspettative e dell'eccessiva quantità di carne al fuoco messa dagli autori a partire dalla già citata passata stagione: il solo ritorno di Russell Edgington, infatti, sarebbe bastato a rendere interessante una quinta tornata iniziata molto bene, con la trasformazione in vampiro di Tara e l'ombra dell'Authority ad incombere su Eric e Bill.
Alan Ball e i suoi sceneggiatori, invece, preferiscono buttare nel calderone di Bon Temps praticamente ogni creatura magica conosciuta, costruendo sottotrame spesso assurde ed inconcludenti, e per nulla utili all'economia dell'opera nel suo complesso pur di non perdere di vista nessuno dei protagonisti o l'attenzione di un pubblico che, rispetto alle prime stagioni, mi pare abbia abbassato considerevolmente la sua età media.
Dunque tornano in gioco le fate - che ho sempre trovato pessime ed involontariamente ridicole -, la vicenda di Alcide e del branco di licantropi di Shreveport finisce per fare da tappabuchi nei momenti di stanca degli episodi, la maledizione che porta Terry ed Arlene a confrontarsi con l'Efreet appare tirata per i capelli, i cambi di rotta improvvisi ed improvvisati finiscono per nuocere alla resa finale delle puntate come della stagione - Lafayette prima protagonista dello scontro con il brujo, poi relegato praticamente a comparsa, l'Authority che passa nel giro di una scena dall'essere completamente dedita all'integrazione all'integralismo da setta di invasati, Salomè e Russell che da vampiri millenari quasi invincibili divengono in men che non si dica lamentosi bambini cresciuti molto più vulnerabili di quanto non si potrebbe credere -.
Considerata la potenza che la serie aveva sfoderato nelle prime stagioni - e soprattutto nella terza - quest'approssimazione nella scrittura risulta davvero sconvolgente, senza contare i passaggi forzatamente action che fanno rimpiangere le atmosfere da thriller dell'annata d'esordio: se, poi, la poco sopportabile Sookie appare a suo modo contenuta, l'ancor meno sopportabile Bill acquista sempre più spazio, e se la sua metamorfosi in delirante messia malvagio potrebbe risultare interessante nell'ottica della sesta stagione dall'altra parte aumenta il timore di un True blood completamente Compton-centrico.
Ovviamente questo passo falso non è completo, e nel mezzo disastro ci sono alcune cose sulle quali sicuramente riporre le speranze future: in primis Eric, che seppur scombinato da una sceneggiatura per nulla all'altezza del suo personaggio si appresta a diventare l'effettivo protagonista maschile della serie; subito a ruota il duo Tara/Pam, nato per caso e divenuto uno dei più interessanti proposti dagli autori; il tutto senza dimenticare Alcide accanto al ritrovato padre e la giovane Jess, che ha ormai perduto sia Jason - sciroccato ulteriormente dall'ultimo "colpo di fata" ricevuto - che Hoyt, la partenza del quale è forse la sequenza migliore regalata dai dodici episodi.
La speranza, comunque, è che possa essersi trattato soltanto di una sbronza di esseri sovrannaturali e che presto si possa tornare al caro, vecchio, southern cajun style fatto di cattiveria - vera -, vampiri - altrettanto di sostanza -, e di un bel pò di pulp e sesso come si converrebbe a delle creature della notte che si rispettino.


MrFord


"Searching in the darkness, running from the day
hiding from tomorrow, nothing left to say
victims of the moment, future deep in doubt
living in a whisper until we start to shout."
Kiss - "Creatures of the night" -


venerdì 16 dicembre 2011

Dylan Dog

Regia: Kevin Munroe
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 107'



La trama (con parole mie):   immagino che tutti voi conosciate, almeno di fama, l'indagatore dell'incubo creato da Tiziano Sclavi, Dylan Dog. 
Maggiolone bianco, Londra fumosa, l'impareggiabile Groucho come assistente, look malaticcio e seduttivo.
Bene.
Ora prendete New Orleans, buttateci dentro un pò di vampiri alla Blade, un braccio destro zombie, un ruolo da guardiano del passaggio tra il nostro mondo e quello sovrannaturale e Brandon Routh. 
Sì, proprio lui, il non troppo deperito Superman.
Ecco pronta la vostra versione cinematografica del personaggio che ha fatto la fortuna recente di Bonelli.
Come dite!? Non c'entra una beneamata favazza con l'originale?
Siete davvero incontentabili.




Dedico questo post a quella sciamannata di Cybsix, dato che sarebbe dovuto essere l'argomento di un'altra bettolata andata un pò persa.

Personalmente, non sono mai stato un grande fan di Dylan Dog.
Da fumettaro incallito e adolescente un pò stronzo ed altezzoso come senza dubbio ero ai tempi detestavo tutto il clamore sviluppatosi nella prima metà degli anni novanta attorno al personaggio creato da Tiziano Sclavi, senza contare che due delle cose che più stimolavano la mia voglia di bottigliate ai tempi erano i commenti standard che ricevevo quando rivelavo di essere un appassionato di fumetti, ovvero "Anche io, ho tutti i Dylan Dog" oppure "Leggi l'Uomo Ragno? Ma non l'avevano ucciso?".
Dunque, quando ai tempi uscì il pessimo Dellamorte Dellamore, tolto qualche pensiero ai generosi argomenti portati sullo schermo da Anna Falchi, pensai che anche il Cinema ne avesse avuto abbastanza del buon Dylan.
Purtroppo, mi sbagliavo.
Sotto l'egida della grande produzione ammeregana, infatti, a distanza di vent'anni circa e con un budget che quasi quasi faceva ben sperare - almeno nell'ambito dell'intrattenimento - ecco arrivare la versione nuova di pacca dell'indagatore dell'incubo cinematografico.
Il risultato - e lo dico soprattutto per la salute dei fan hardcore del buon detective dell'orrore - è senza dubbio uno dei film clamorosamente più brutti usciti in sala quest'anno, che riesce a non funzionare sia come trasposizione - il rispetto del personaggio originale è lo stesso avuto dagli autori di quell'obbrobrio di Io sono leggenda per il romanzo dal quale hanno rubato il titolo attaccandolo ad una vicenda a caso scritta da loro - che come pellicola presa senza considerare le fonti d'ispirazione: un protagonista inerte ed espressivo quanto l'ultimo dei Taylor Lautner, una sceneggiatura che non riesce neppure a raggiungere un livello lontanamente elementare - direi che stiamo più attorno al nido, da queste parti -, situazioni al limite del ridicolo involontario - la famiglia dei licantropi, i vecchi vampiri impagliati come gufi, il ruolo della donna del momento di Dylan e l'agghiacciante confronto finale con il demone, uscito fuori tempo massimo dallo splendido spot della Nike che nel pieno degli anni novanta aveva fatto venire i brividi a tutti gli appassionati di calcio e non solo del mondo - ed una regia da dimenticare.


Curioso quanto, nello scempio che è il risultato finale, l'elemento più efficace finisca per essere il tanto criticato Marcus, reo di avere scippato la vetrina cinematografica all'amatissimo Groucho - che potrebbe superare in popolarità perfino il suo capo, almeno tra i fan della prima ora della collana -, unico a portare una certa freschezza ad una pellicola stanca e abulica sfoderando caratteristiche che fanno pensare - ma molto, molto alla lontana - a Shaun of the dead.
Insomma, a meno che non nutriate un'attrazione morbosa per l'inespressivo Brandon Routh o siate dei feticisti estremi dell'indagatore dell'incubo, quello che dovreste fare è evitare come la peste questa fiera del ridicolo, una vicenda che non reggerebbe neppure nel più sfrenato degli scenari fantastici e che non riesce neppure ad essere tamarra o volgare abbastanza per essere quantomeno divertente: a meno che non siate nel mood giusto per sfoderare bottigliate come se piovesse - ma, e ve lo dico per esperienza, vale così poco la pena che passa anche la voglia di incazzarsi - o vogliate scoprire come NON deve essere realizzato un film, fuggite alla sola vista della locandina, perchè avventurarsi nella visione significherebbe dare un senso anche a schifezze da record come Solomon Kane rendendole addirittura accettabili.
E se c'è una cosa che non deve accadere, è proprio questa.


MrFord


"I've got the Devil in me!
Gloria nell'alto dei cieli
ma non c'è pace quaggiù
non ho bisogno di veli
sei già un angelo tu
che accendi un diavolo in me."
Zucchero - "Diavolo in me" -

martedì 29 novembre 2011

Breaking dawn Parte 1

Regia: Bill Condon
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 117'



La trama (con parole mie):  Bella e Edward, terminato il liceo, finalmente coronano il loro sogno d'amore convolando a nozze, con sommo dispiacere del licantropo Jacob e stupore degli ex compagni di scuola umani. 
In luna di miele Bella costringe finalmente Edward - che alla religione e alle tradizioni ci tiene - a fare sesso nonostante i clamorosi rischi - quello di godersela un pò, forse!? -, e non contenta fa di tutto perchè il vampiro ripeta la performance più di una volta, tanto che alla fine quello ci casca e la ragazza rimane incinta.
Peccato che essere ingravidate da un vampiro provochi effetti collaterali mai visti, oltre all'incertezza assoluta a proposito del nascituro, con il rischio concreto che sia un mostro assetato di sangue pronto a distruggere tutto e tutti.
A questo punto i licantropi vicini dei Cullen, guidati dall'arcigno Sam, faranno di tutto per tornare sul sentiero di guerra e rimettere i succhiasangue al loro posto.




Lo scorso anno, quando uscì in sala Eclipse, pensai che, nonostante la clamorosa bruttezza della pellicola, ci fosse perlomeno qualche speranza di vedere venata di una leggera autoironia la parte conclusiva di una delle saghe letterarie e cinematografiche qualitativamente peggiori della Storia, legata alla vicenda amorosa del vampiro Edward Cullen e la giovane umana Bella Swann.
Invece, con la prima parte del fortunatamente ultimo capitolo di questa merdata di proporzioni bibliche per quindicenni in crisi ormonale post-cartoni animati, il pessimo Bill Condom torna sui binari dell'agghiacciante New moon, uno dei teen movies peggiori di sempre: confesso che, nel corso dei primi venti minuti di Breaking dawn, la mia incredulità ha raggiunto livelli mai visti prima rispetto al fatto che qualcuno possa essere stato davvero pagato - e profumatamente, pensando ai giovani protagonisti - per produrre questa roba e portarla sullo schermo.
Il retrogusto profondamente cattolico della vicenda - proveniente probabilmente dai libri, e legato alla terrificante evoluzione della storia d'amore di Edward e Bella, una delle più smielate, patetiche, noiose e clamorosamente finte mai portate sullo schermo -, unito ad una recitazione ai livelli del parrucchino di Nicholas Cage o di quello, ben peggiore, di Steven Seagal, una sceneggiatura da soap televisiva ed effetti visivi così portentosi da non mostrare nulla di quello che sarebbe interessante mostrare - le trasformazioni dei licantropi, così veloci da ricordare quelle dei Transformers, mi hanno ricordato quanto miracolosa resta la magia di Un lupo mannaro americano a Londra - targato 1981, Taylor Lautner è nato nel 1992: viva i Classici - fanno di Breaking dawn un serissimo candidato al primo posto nella classifica dei peggiori film del 2011 che mi accingo a preparare per fine anno, arrivando, nella mia mente, anche a minacciare schifezze subumane quali Tekken e Dylan Dog, orrori giunti senza un perchè sul grande schermo.
Ma andando oltre il futuro destino di questo film nelle classifiche fordiane, i ridicoli scambi di sguardi tra i due innamorati e la totale incapacità a livello attoriale di Pattinson e della Stewart, sopravvissuti - noi spettatori, non loro - a stento all'assurda sequenza del matrimonio, incontriamo il peggio solo con la partenza dei piccioncini per la loro luna di miele, un campionario di scene in grado di infrangere la barriera del ridicolo involontario per giungere, semplicemente, nel magico mondo dell'immondizia non solo cinematografica: oltretutto, per una vicenda che dovrebbe - almeno in teoria - rappresentare un amore traboccante passione e romanticismo, la sequela infinita di primi piani inespressivi conditi da frasi senza alcun senso logico unita alla freddezza dei due protagonisti - ma questi due staranno davvero insieme!? Perchè credo bacerebbero con più trasporto anche il più repellente degli animali presente sul globo - rende il tutto soltanto terribilmente noioso.
Ma al peggio non c'è mai fine, e così, una volta esploso lo scandalo della gravidanza di Bella, si da inizio alla supposta parte drammatica della pellicola, che dovrebbe culminare con un'epica - e telefonatissima - battaglia tra vampiri e licantropi in parallelo al momento del parto della fresca sposina, e che invece finisce per essere una sorta di supplizio ritmato dall'aumentare del trucco per rendere la Stewart sempre più emaciata, schiacciata dal peso di questa creatura insolita e già praticamente leggendaria nata dalla sua unione con Edward - che passa il tempo a darsi la colpa di tutto senza combinare una fava di niente, senza contare lo scarsissimo appeal mascolino che esprime, specie accanto a quello che, in teoria, dovrebbe essere il suo rivale in amore Jacob, già di suo non proprio un esempio di machismo duro e puro -.
Fortunatamente, ad un certo punto, tutto finisce, ovviamente nessuno si fa la bua e l'amore - ma quello vero vero vero e forte forte forte di Edward e Bella - trionfa come solo nelle migliori famiglie.
Ed è a quel punto che succede.
Ci si rende conto che ad attenderci c'è ancora la parte due.
E allora non si è più tanto felici.
Se non per il fatto che il 2012 ha già un film candidato al titolo di peggiore dell'anno.

MrFord

"La bella canzone di una volta faceva sorridere la gente, 
che la trovava divertente e la cantava a voce alta. 
La bella canzone di una volta faceva commuovere la gente, 
che la ascoltava attentamente e la imparava in una volta. 
La canta il commissario al lestofante, 
la fischia il portinaio spazzolante 
mentre la balia col poppante 
la trova molto interessante. 
L'accenna il giovanotto dal barbiere
e dopo un po' la sa tutto il quartiere
che pullula di mille capinere, e a mezzanotte c'è l'oscurità."
Elio e le Storie Tese - "La bella canzone di una volta" -
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