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lunedì 26 settembre 2016

The legend of Tarzan (David Yates, USA/UK/Canada, 2016, 110')









Uno dei piaceri di essere tornato a scrivere quotidianamente è dato dal fatto di essermi liberato ancor più di prima della zavorra di recensore "duro e puro", di critico cinematografico o aspirante tale e soprattutto di radical che mi attanagliava parecchi anni fa: il vecchio non ancora vecchio cowboy di allora avrebbe non solo ripudiato un'uscita in sala come The legend of Tarzan, ma anche sparato a zero su una pellicola assolutamente sacrificata sull'altare dei blockbuster, dallo spiccato gusto anni novanta ed incentrata principalmente, almeno per quanto riguarda la promozione della stessa, sugli addominali scolpiti di Skarsgard, figlio d'arte reduce dalla cavalcata finita in modo decisamente poco trionfale di True Blood.
Fortunatamente, quell'epoca è decisamente tramontata, e mi trovo con onestà ad ammettere di essermi goduto questo reboot - se così si può chiamare, considerato che si tratta di una rilettura - firmato dal David Yates degli ultimi, spenti Harry Potter dal primo all'ultimo minuto neanche fosse una versione riuscita - in termini di qualità ed intrattenimento - di un floppone targato nineties dal quale ai tempi della prima adolescenza aspettavo grandi cose come Spiriti nelle tenebre, di gran lunga tra i titoli "di cassetta" più goduriosi dell'estate appena trascorsa: certo, non posso dire se tra qualche tempo - o al momento della pubblicazione di questo post, che avverrà più o meno ad un mese dalla visione e dalla stesura di questo post, se non di più - non l'avrò completamente rimosso, o se avrà mai un posto nella vasta collezione di dvd e bluray del Saloon, ma senza dubbio lo assocerò per sempre non alla figura senza dubbio mitica di Tarzan - comunque reso discretamente dal fu Erik Northman e già citato Skarsgard - o dall'ormai scontatissimo Waltz - che, comunque, regala la battuta migliore del film con quel "Questo è l'urlo di Tarzan? Me lo aspettavo diverso!" - ma al Fordino, che alle prime avvisaglie di crescita comincia a manifestare interesse per i film dall'inizio alla fine, abbandonando - come in questo caso - addirittura i suoi adorati animali per sedersi sul divano accanto a me e partecipare con emozioni crescenti alla visione.
Guardare il mio piccolo grande uomo stringersi a me per la tensione nel corso del duello tra Tarzan ed il suo fratello scimmia divenuto rivale o saltare in preda all'euforia nel momento della rivincita che la popolazione - umana ed animale - della foresta nera africana sui tentativi dell'uomo occidentale e "civilizzato" di derubare le sue risorse togliendo la vita ai suoi figli rende questo film - a prescindere da quello che è l'effettivo ed oggettivo suo valore artistico - una delle esperienze da spettatore e da uomo più belle che ricordi, e non solo mi fa quasi sperare in un ipotetico sequel, ma anche di aver trasmesso già da ora, una visione dopo l'altra, la stessa passione del sottoscritto per la magia del grande schermo anche a mio figlio, alimentando il desiderio di poter condividere questo tipo di momenti con lui anche in futuro, e chissà, forse un giorno anche uno spazio come questo.
Dunque sì, il Tarzan di David Yates non inventa nulla di nuovo, si appoggia agli effetti ed agli stratagemmi - dagli addominali tarzaneschi a Margot Robbie - come ad una ciambella di salvataggio, sfrutta l'enfasi dell'epica di grana grossa, spoglia l'eredità di un personaggio cult di tutto quello che potrebbe essere anche vagamente autoriale, ma anche fosse una vuota, inutile, campata in aria operazione di marketing, è riuscita in ogni caso a regalare una parentesi di magia ad un bimbo dalle energie e curiosità inesauribili e dalla passione sfrenata per gli animali.
E, spero davvero, anche per il Cinema.
Per me, va più che bene così.





MrFord





domenica 1 marzo 2015

True blood - Stagione 7

Produzione: HBO
Origine: USA
Anno:
2014
Episodi: 10





La trama (con parole mie): Sookie e la comunità di Bon Temps, Louisiana, cercano di fare fronte alla terribile realtà legata all'espansione del virus della ribattezzata Epatite V, che colpisce i vampiri ed ha, di fatto, creato una frattura ancora più insanabile nei rapporti tra umani ed esseri sovrannaturali.
E mentre la ragazza dai geni di fata ed i suoi parenti ed amici affrontano un assalto vero e proprio da parte di alcuni succhiasangue ammalati, il millenario Eric Northman si ritrova contagiato e sul punto di cedere alla tentazione della Vera Morte, Bill tenta di porre un rimedio ai danni causati nel periodo in cui si ritrovò posseduto da Lilith e la corporazione un tempo creatrice del True Blood cerca di mettere le mani sull'unica persona che potrebbe rappresentare una cura per questa nuova, vampirica piaga: l'ex moglie del fu Reverendo Newlin.










Erano davvero bei tempi, quelli in cui True Blood, creato da Alan Ball - lo stesso dietro a cose meravigliose come Six feet under o riuscitissime furbate come American beauty -, rappresentava, di fatto, la risposta crudele, sexy ed avvincente alla nuova generazione di spompati vampiri figli di Twilight e porcate di quel calibro.
Ricordo la tensione della prima stagione, il fascino della seconda, la consacrazione definitiva con quella magnifica terza grazie all'introduzione del malefico Russell Edgington, giunta parallelamente all'ascesa di un charachter partito in sordina come quello di Eric Northman: peccato che, con l'annata numero quattro, la musica sia cominciata a cambiare, e non in meglio.
Ma se la suddetta e la cinque a molti apparirono come un chiaro segno di declino - mentre io, ancora, lottavo per difendere l'allegra brigata di Sookie, uno dei personaggi più odiosi e detestabili del piccolo schermo -, rispetto allo scempio cui abbiamo finito per assistere con la sei e la qui presente sette finiranno, a posteriori, per risultare addirittura strepitose: neppure con Dexter, altra serie partita alla grande e naufragata con le ultime seasons, il risultato è stato così agghiacciante.
In casa Ford abbiamo assistito a quest'ultima, assurda, trashissima e sconvolgente - per bruttezza - stagione più o meno con lo stesso entusiasmo di condannati diretti al patibolo, di fatto costringendoci a chiudere i conti semplicemente in memoria di un titolo che anni addietro abbiamo molto amato: dalle ridicole scelte di scrittura - sequenze girate a caso come quella onirica che ha visto protagonisti Ryan Kwanten ed Alexander Skarsgard, i due sex symbols della serie, personaggi eliminati senza criterio, intere sottotrame dimenticate, dialoghi volti al ridicolo involontario - ad interpretazioni ormai imbarazzanti, passando per una crisi più che creativa di decenza - probabilmente gli autori hanno pensato di avere di fronte un pubblico di primati poco inclini al pensiero razionale -, niente di questa stagione di commiato ha funzionato, che si trattasse del ripescaggio di alcuni vecchi personaggi o di svolte che avrebbero dovuto in qualche modo rivoluzionare l'opera e chiuderla con il botto.
Se non altro, un lato positivo c'è: non avremo più niente a che fare con Sookie Steakhouse e la sua volubilità in campo affettivo - roba da morto un papa se ne fa un altro, per intenderci: un fidanzato muore nel pomeriggio e lei è già pronta a scaldare il letto per qualcuno di nuovo, o di vecchio, già la sera -, gli scambi ridicoli con la sua anima gemella Bill Compton - uno dei personaggi più noiosi che l'universo delle serie tv abbia mai prodotto, che non è stato in grado di rendersi interessante neppure nel momento in cui era divenuto una sorta di dio dei vampiri -, l'atmofera southern ormai divenuta quella di uno scadente romanzo rosa - terribile il ricongiungimento di Jessica e Hoyt, due charachters un tempo ricchi di spunti tramutati in macchiette imbarazzanti -.
Gli unici - ma neppure troppo - a salvarsi dal massacro di quest'inguardabile chiusura sono l'Alcide di Joe Manganiello - che lascia la barca prima che affondi definitivamente - e l'inossidabile coppia Eric/Pam, se non altro rimasti in qualche modo fedeli a loro stessi ed al piacere che entrambi continuano - e continueranno, a quanto pare - a provare nell'essere immortali dai poteri quasi illimitati: ma è decisamente troppo poco per un titolo che cinque anni fa era tra i più interessanti proposti dall'HBO ed in generale dalla realtà televisiva, ed un finale inglorioso per una vicenda che avrebbe meritato senza dubbio un destino meno triste ed un sangue meno amaro.
L'unica cosa di cui si sentirà davvero la mancanza sarà la sigla, ancora oggi una delle meglio riuscite - paradossalmente, proprio insieme a quella del già citato Dexter - che ricordi.
Ma resta sempre troppo poco, quasi come pensare al True blood come surrogato del sangue fresco.
Magari di fata.



MrFord




"When you came in the air went out
and all those shadows there filled up with doubt
I don't know who you think you are
but before the night is through
I wanna do bad things with you
I wanna do real bad things with you."
Jace Everett - "Bad things" -




martedì 23 settembre 2014

The giver - Il mondo di Jonas

Regia: Philiph Noyce
Origine: USA
Anno:
2014
Durata:
97'




La trama (con parole mie): in un futuro controllato minuziosamente da un gruppo di anziani in cui tutto è in bianco e nero e le emozioni uniformate almeno quanto le distinzioni e le passioni, Jonas riceve l'incarico, con l'arrivo della sua maggiore età, di divenire il custode dei ricordi dell'epoca passata, il testimone dell'efficacia della realtà in cui è cresciuto.
Quando, però, l'addestramento del ragazzo con il vecchio custode diventato donatore inizia, per Jonas si aprirà un mondo traboccante colore e sentimento che lo indurrà a ribellarsi passo dopo passo al sistema, lottando affinchè il meccanismo che regola la precisione schematica della società venga scardinato e tutte le imperfezioni ritrovino la loro identità.
Riuscirà il poco più che adolescente nuovo custode dei ricordi a sovvertire la sua realtà?
O sarà il Sistema ad avere la meglio?








La questione del futuro distopico è da decenni uno dei principali spunti non soltanto per quanto riguarda la fantascienza, ma anche per l'analisi sociale del mondo in cui viviamo attualmente: dai più grandi autori del genere fino ai blockbuster più commerciali immaginabili, il mondo del Cinema si confronta in continuazione con questo filone, probabilmente conscio delle potenzialità che esprime e delle riflessioni che è in grado di far nascere nel pubblico.
Onestamente, mi aspettavo davvero poco da questo The giver, considerata l'aura un pò teen che lo circondava, ed altrettanto onestamente ammetto di aver approcciato il lavoro di Noyce semplicemente per la curiosità di Julez e perchè, dovendo tenere aggiornato il blog rispetto alle ultime novità, poteva starci: e devo ammettere che, nel corso della prima parte, nonostante tutto sapesse di già sentito - dall'utilizzo del bianco e nero e del colore fino all'idea dell'organismo di controllo e del mondo perfetto che perfetto non è -, Meryl Streep e la protagonista femminile Odeya Rush fossero pressochè inguardabili e la realizzazione certamente lontana dalla perfezione - soprattutto il montaggio -, ho finito per ritrovarmi addirittura stupito in positivo dalla costruzione di una vicenda assolutamente senza pretese rispetto al risultato complessivo ma comunque a suo modo sopportabile.
Peccato che, neppure il tempo di gustarsi un pò di sana retorica da "siamo tutti imperfetti, ma il mondo ha comunque sempre una speranza" e chi più ne ha, più ne metta - cosa, del resto, a proposito della quale potrei concordare anche io, in linee molto generali - elargita dal sempre mitico e sempre fordiano ex lebowski Jeff Bridges, ed ecco materializzarsi di colpo davanti agli occhi degli occupanti del Saloon un crescendo finale terribile, ancora più banale di quanto le premesse potessero presagire, privo di qualsiasi tensione e soprattutto di logica neppure si trattasse dell'ultimo dei prodotti horror che di norma fungono da carne da macello per le uscite in sala estive.
La progressiva presa di coscienza di Jonas e la sua escalation di rivolta contro il Sistema e chi lo coordina divengono una sorta di barzelletta in grado di demolire, peraltro grazie a piccoli dettagli, tutto il poco di buono costruito in precedenza senza possibilità di appello, dall'utilizzo scellerato del neonato Gabriel - che riesce, nell'ordine, durante la sua fuga accanto al protagonista, a resistere ad una corsa a perdifiato in moto con tanto di salto stile Expendables, a giorni e giorni di viaggio senza mangiare, bere o avere il culo pulito, ad una sorta di base jump in un fiume, ad una discesa in slitta con tanto di caduta nella neve prima di giungere a destinazione - all'assurdità del cambio repentino delle attitudini di tutti gli abitanti della società perfetta ed alla sua stessa gestione - un mondo totalmente soggiogato e controllato in cui tutto è ripreso nessuno effettua controlli in tempo reale?
Le medicine e le iniezioni che inibiscono le emozioni di colpo, nel momento in cui il protagonista prende la decisione di ribellarsi, cominciano miracolosamente a non fare più lo stesso effetto, almeno sugli amici più stretti del buon Jonas -, fino al classico finale hollywoodiano che suona di presa per il culo enorme alla razionalità ed al buon senso, oltre che alla questione sentimentale sfruttata nel modo peggiore.
Ora, non ho letto il romanzo e non conosco, nel dettaglio, gli eventuali cambiamenti e rimaneggiamenti operati dagli sceneggiatori, ma senza dubbio una robetta come questa - soprattutto nella seconda parte - potrebbe funzionare giusto come anestetico pomeridiano per ragazzini non troppo concentrati desiderosi giusto di poter raccontare agli amici di aver visto l'ultimo film di moda del momento - schifezzuole come Colpa delle stelle permettendo, ovviamente -.
Peccato, perchè premesse di questo tipo, per quanto già sentite, hanno sempre la possibilità di regalare qualche emozione "a colori".
Mentre qui siamo nel bianco e nero più profondo.
E neppure dei migliori.




MrFord




"Now a shadow scream my name
and in the daylight I could swear
we’re the same
but I’m just an ordinary human
(ordinary ways)
I’m just an ordinary human."
One Republic - "Ordinary human" -



martedì 13 maggio 2014

Disconnect

Regia: Henry Alex Rubin
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 115'




La trama (con parole mie): Rich e Lydia Boyd, genitori di Abbie e Ben, assistono impotenti al dramma di quest'ultimo, ingannato da due compagni di scuola ed indotto ad un tentativo di suicidio, trovandosi a dover scoprire cosa ha portato il loro figlio minore ad isolarsi rispetto a loro e al mondo; Jason, uno dei due responsabili, sente la mancanza della figura del padre Mike, incaricato da una coppia sconvolta dalla morte del loro bambino di scoprire chi potrebbe essersi inserito nei loro conti correnti lasciandoli senza soldi, mentre una giornalista in rampa di lancio di un'emittente locale che per le questioni legali si affida proprio a Rich Boyd: la reporter in questione, Nina, è infatti contattata dall'FBI dopo aver realizzato un servizio sullo sfruttamento dei giovani pronti ad esibirsi davanti ad una webcam partendo dalla testimonianza di Kyle.
Le loro vicende si intersecheranno dando origine a nuovi drammi e potenziali rinascite.






Fin dai tempi della mia scoperta del Maestro Altman e delle tempeste di emozioni che furono Boogie nights e Magnolia firmati da Paul Thomas Anderson - di fatto, l'erede del buon Robert -, ho sempre avuto un occhio di riguardo per i film corali, in grado di trasformare gioie e dolori dei loro personaggi in affreschi dal potenziale emotivo enorme.
Nella mia storia relativamente recente di spettatore, ricordo bene l'amore a prima vista che esplose per Amores Perros - unico, vero grande film di Inarritu - e l'irritazione che suscitò invece Crash - Contatto fisico, sopravvalutato drammone made in USA clamorosamente premiato con l'Oscar: Disconnect, uscito non troppo tempo fa in sala e lasciato in sospeso dal sottoscritto proprio per evitare di affrontarlo con aspettative eccessivamente alte, si pone a metà strada tra i due estremi.
Pellicola interessante e a tratti solida, con idee di base decisamente buone - dalla scelta di raccontare l'incomunicabilità e l'isolamento nel mondo "smart" in cui viviamo a quella di far recitare il cast solo attraverso le espressioni durante le sessioni di chat - eppure non abbastanza coraggiosa da compiere quel passo oltre in grado di fugare ogni dubbio rispetto al facile sfruttamento del dramma e ad una traccia di fondo che possa far considerare questo come un titolo comunque consolatorio: un buon prodotto, dunque, ma dalle potenzialità decisamente superiori alla resa definitiva, soprattutto per quanto riguarda le intenzioni di sceneggiatori e regista, che paiono premere sull'acceleratore solo ed esclusivamente nei momenti in cui loro stessi si sentono più sicuri e certi di non perdere parte dell'audience lungo il tragitto.
Da questo punto di vista, Disconnect rischia in più di una sequenza di incorrere nelle bottigliate delle grandi occasioni - alla riunione che precede il finale della famiglia Boyd al capezzale di Ben giuro di aver avuto i brividi rispetto ad un eventuale "miracolo" strappalacrime da stelle e strisce della peggior specie, fortunatamente scongiurati - tanto quanto in altre di toccare le corde giuste del cuore di questo vecchio cowboy - dall'ottima descrizione del rapporto tra padri e figli a quella del superamento del dolore della coppia formata da Skarsgaard e dalla Patton, costretti a fare fronte alla metabolizzazione della morte del figlio, che mi ha ricordato il potentissimo e splendido Alabama Monroe -.
Le emozioni non mancano, e non ci troviamo certo di fronte ad una vera e propria delusione, eppure al termine della visione la sensazione di essere stati in qualche modo fregati resta, quasi fossimo anche noi uno dei protagonisti, alle prese con le vicissitudini di una vita certo non tenera, in grado di dispensare dolori profondi e gioie decisamente rare: in questo senso Disconnect rende bene l'idea dei bocconi amari che spesso e volentieri tocca masticare per andare avanti, nonostante, almeno in una certa misura, lo stesso film possa essere considerato uno di questi.
Restano comunque una discreta confezione ed un buon lavoro del cast, così come il pensiero non tanto a proposito della portata dell'impatto della rete e della comunicazione online globale, quanto dell'effettiva incapacità che, a volte, sviluppano le persone soprattutto rispetto alla comunicazione con chi sta loro accanto: la forza di ritrovare - o di scoprire per la prima volta - quella stessa comunicazione, accesa da eventi drammatici, conosce in questo modo una sorta di nuova primavera.
Suona come una ritirata, o un correre ai ripari, per certi versi: ma è terribilmente umano.
Come questo film.
Con tutti i difetti che finisce per portarsi sulle spalle.



MrFord



"Life's a tangled web
of cell phone calls and hashtag I-don't-knows
and you you're so caught up
in all the blinking lights and dial tones
I admit I'm a bit of a victim in the worldwide system too
but I've found my sweet escape when I'm alone with you."
5 seconds of summer - "Disconnected" - 





martedì 17 dicembre 2013

The East

Regia: Zal Batmanglij
Origine:
USA, UK
Anno: 2013
Durata: 116'





La trama (con parole mie): Sarah, agente impiegata presso un'agenzia di sicurezza privata, è incaricata di guadagnare la fiducia dei membri di una cellula terroristica chiamata The East, responsabile di una serie di attacchi a multinazionali responsabili di danni all'ambiente e alla popolazione.
Infiltratasi con successo ed accolta nella piccola comune dove vive il gruppo, Sarah si ritrova a dover fare fronte ai sentimenti che costituiscono la battaglia più difficile per ogni talpa: da un lato il crescente coinvolgimento - anche sentimentale - con le persone che dovrebbe assicurare alla Giustizia, dall'altro il senso del dovere ed il desiderio di ritornare ad una vita normale e ad una consolidata quotidianità.
L'incontro con il leader del gruppo Benji e con la battagliera Izzy cambierà però per sempre il modo di percepire il mondo - e la battaglia per esso - di Sarah.




Lo ammetto: ho approcciato la visione di The East - film indipendente dal sapore "rivoltoso" in stile V per vendetta - con poca voglia e diverse riserve, temendo di trovarmi di fronte l'ennesimo inutile tentativo di presentare al grande pubblico una pellicola a suo modo indie dalle ambizioni da blockbuster.
Fortunatamente per me e le bottiglie ultimamente messe a dura prova da delusioni come The bling ring - nota a margine: questo post è stato scritto non proprio ieri -, il lavoro di Zal Batmanglij - un cognome che è tutto un programma - e Brit Marling - perchè la giovane ed interessante attrice firma la sceneggiatura accanto al regista - convince quasi del tutto, proponendo un thriller "sociale" con numerosi spunti interessanti soprattutto dal punto di vista dei risvolti umani della lotta tra la cellula rivoluzionaria e le grandi multinazionali responsabili di scempi naturali e non solo in tutto il pianeta.
Lasciando dunque - e giustamente, a mio parere - le parti action e di critica come cornice, i due autori si concentrano principalmente sui rapporti tra i protagonisti sfruttando il vecchio tema sempre interessante della "Sindrome di Stoccolma" dell'infiltrato, analizzato sul grande schermo alla perfezione ormai più di dieci anni fa da Mike Newell nello splendido Donnie Brasco: la protagonista Sarah - cui presta volto e talento, e ne ha da vendere, la già citata Brit Marling -, in equilibrio - anche se sarebbe più giusto scrivere in bilico - tra due mondi finisce per confrontarsi con il peggio ed il meglio di entrambi, elaborando nelle quasi due ore della visione, scorrevoli e ritmate da un'ottima gestione della tensione, una sua personale posizione che porterà ad un finale che, seppur non completamente convincente, riesce comunque a mantenere una certa coerenza rispetto alla crescita e all'evoluzione del main charachter.
Interessante, dunque, notare come da un lato Sarah si ritrovi a vivere una distanza ed una partecipazione sempre minore in un mondo dominato dal profitto e da una quotidianità che è quasi ipocrisia - incarnato perfettamente dal rapporto con il fidanzato - ma dal quale è impossibile, nel bene e nel male, affrancarsi - che sia per comodità, o per inseguire una sorta di sogno di un mondo perfetto, ben rappresentato dalla visione dei cavalli nei campi che accompagnano la protagonista ad ogni viaggio di andata e ritorno a casa -, così come il disagio dell'inserimento nel gruppo di ribelli dominato da regole che paiono vicine a quelle - inquietanti - delle sette religiose ma che, di fatto, nascondono nobili intenti, passione e tanta rabbia - pur se mal indirizzata - per una vita decisamente più libera e piena.
Un conflitto interiore vissuto anche dagli altri due protagonisti, il "bel tenebroso" Benji di Alexander Skarsgard e la ribollente Izzy di Ellen Page, che sorprende nell'evoluzione drammatica del rapporto con il padre, che se forse non viene risolto nel modo più potente e "cattivo" possibile - in una certa misura, il finale è quasi consolatorio - riesce comunque nella non facile impresa di rendere bene al pubblico - di nicchia e non - il senso del messaggio della pellicola, e della lotta condotta da gruppi come quello protagonista di questa storia.
Considerato quanto difficile sia riuscire ad analizzare il senso della rivolta e le ragioni del compromesso, direi che Batmanglij e la Marling, pur non osando, sono riusciti nell'impresa di dare un equilibrio ad entrambe le cose: e dato che di recente il solo Homeland ha fatto meglio in quest'ambito, si può affermare senza alcun dubbio che la loro impresa sia stata un successo.


MrFord


"Conversion, software version 7.0,
looking at life through the eyes of a tire hub,
eating seeds is a pastime activity,
the toxicity of our city, of our city,
no, what do you own the world?"
System of a down - "Toxicity" - 


mercoledì 30 ottobre 2013

True blood - Stagione 6

Produzione: HBO
Origine:
USA
Anno: 2013
Episodi: 10




La trama (con parole mie): Sookie, ormai alle spalle le storie con Bill ed Eric, si ritrova a dover fronteggiare la minaccia del millenario vampiro Warlow, responsabile della morte dei suoi genitori tornato per riscuotere un antico credito con la famiglia della cameriera telepate.
Nel frattempo la situazione che vede il progressivo incrinarsi dei rapporti tra umani e succhiasangue continua a peggiorare, ed il Governatore della Louisiana, accanto alla costruzione di campi di prigionia all'interno dei quali segregare le creature della notte, accarezza il sogno di un ritorno del Tru Blood sul mercato: c'è però un oscuro segreto, dietro la nuova versione del sangue sintetico.
La formula progettata, infatti, ha il compito di divulgare tra la popolazione vampirica una mortale malattia pronta a sterminare i figli di Lilith dal primo all'ultimo ribattezzata Epatite V.




Se osservare un regista cui ci si sente legati sprofondare un film dopo l'altro nell'oceano della mediocrità e delle stronzate soffocanti - vero, Malick!? - fa male al cuore di ogni cinefilo, osservare l'agghiacciante declino di una serie tv finisce per avere effetti anche più devastanti, considerato l'affetto che si finisce per provare rispetto ai protagonisti di proposte nate per accattivare e conquistare l'audience neanche si trattasse di un gruppo di vecchi amici.
True blood, creatura figlia del mitico Alan Ball, responsabile di quel Capolavoro di Six feet under, partita alla grande qualche anno fa e rimasta a livelli decisamente alti fino alla sua terza annata, sancisce con questa season numero sei la sua definitiva sepoltura - sempre per restare in tema "balliano" - con un anno di anticipo rispetto alla stagione conclusiva, fissata per il prossimo anno.
Tutto quello che, fino a qualche tempo fa, infatti, rendeva questo titolo un'intrigante rilettura del mito del vampiro applicato ad un'atmosfera rovente da southern profondo è stato sostituito da un trash ben oltre il pacchiano, personaggi divenuti macchiette ed un assurdo quanto illogico inanellarsi di eventi spesso e volentieri pronti a scadere nel ridicolo involontario: colonne portanti della serie come Eric Northman - che aveva avuto una vera e propria evoluzione nei primi due anni del prodotto - ridotte a pupazzoni privi di spessore, dinamiche ed eventi buttati a caso nel calderone neanche dietro la macchina da scrivere si trovassero gli sceneggiatori di Occhi del cuore, atmosfera da teen eccitabili buona giusto per la trasmissione della serie su Mtv ed un'escalation esplosa in un finale tra i più discutibili passati sul piccolo schermo negli ultimi anni.
Tutto questo senza contare la profonda antipatia - peraltro continuamente crescente - di Sookie, quella che dovrebbe essere l'eroina della serie e che, di fatto, rappresenta ormai una sorta di cacciatrice di cazzi - e mi perdonino le signore, ma del resto qui siamo in un Saloon -, preferibilmente di origine sovrannaturale, da attizzare per bene prima di dedicarsi al successivo, magari dopo aver abilmente eliminato il precedente facendolo passare per fesso oltre che per cattivo - ovviamente -.
Emblematico è il caso di Warlow, personaggio dallo spessore nullo nato e morto - fortunatamente - con queste dieci puntate che finisce per passare nella loro quasi totalità legato come un salame ad una sagra di paese: neppure l'utilizzo come sua nemesi di un grosso calibro come Rutger Hauer riesce a scuotere, dunque, un charachter inutile fin dal principio, simbolo del declino di un titolo che finisce per appiattire praticamente ogni suo punto di riferimento.
In questo senso, il responso è davvero impietoso: Bill in formato "divino" non si può assolutamente vedere, gli abitanti di Bon Temps paiono riciclati nel ruolo di bagonghi disposti ad accettare ogni ordine di stranezze, i vampiri in toto finiscono per recitare la parte dei perenni assatanati senza alcuno scopo, Alcide - che probabilmente finirà per essere affossato il prossimo anno - è un orsacchiottone senza carattere che rimbalza da una situazione all'altra, Sam un comprimario cui pare essere assegnato d'ufficio il ruolo di tappabuchi.
L'unico a scampare in qualche modo al massacro pare essere Jason, che conserva l'ingenuità da scemo del villaggio che ha fatto la sua fortuna fin dalla prima stagione, e che spero ardentemente non sia in qualche modo coinvolto nella debacle con la conclusione della saga: quello che è certo, nel frattempo, è che il Southern Comfort che ben simboleggiava True blood ai suoi esordi, è diventato una sorta di Crodino annacquato da discount.
Ed essendo in un Saloon questa non è mai una buona cosa.


MrFord


"Well, he's trying to survive up on Mulholland Drive 
he's got the phone in the car in his hand 
everbody's trying to be a friend of mine
even a dog can shake hands."
Warren Zevon - "Even a dog can shake hands" - 


giovedì 27 settembre 2012

True blood - Stagione 5

Produzione: HBO
Origine: USA
Anno: 2012
Episodi: 12




La trama (con parole mie): Sookie Stackhouse è in pericolo. Russell Edgington, millenario vampiro che già tempo prima l'aveva braccata e che tutti credevano morto, è in realtà ancora in vita, salvato dall'avventatezza di Eric e Bill e dall'intervento di un misterioso salvatore rimasto nell'ombra.
Come se non bastasse, ai guai di Sookie si aggiungono quelli di Alcide - licantropo innamorato della ragazza - con il suo nuovo branco, di Lafayette - perseguitato dalla presenza dello zio del suo fidanzato morto -, di Terry ed Arlene - cacciati dallo spirito evocato da una maledizione - e la presenza sempre più incombente dell'Authority, organo di governo che unisce Stato e Chiesa nella società vampirica.
Ma non è ancora finita: perchè Tara è stata uccisa davanti agli occhi di Sookie, e l'unica soluzione per poterla riportare indietro pare essere quella di farla trasformare in una figlia della notte.





Alla fine, è successo.
Dopo le avvisaglie della scorsa stagione, anche True blood incappa in un'annata di passaggio e crisi così come era accaduto ad un altro dei miei preferiti, Dexter, proprio nel corso dell'autunno passato.
Il serial dedicato alle disavventure di Sookie Stackhouse e degli abitanti di Bon Temps, la proposta più southern, passionale e "sudata" del piccolo schermo, tradisce le attese implodendo sotto il peso delle aspettative e dell'eccessiva quantità di carne al fuoco messa dagli autori a partire dalla già citata passata stagione: il solo ritorno di Russell Edgington, infatti, sarebbe bastato a rendere interessante una quinta tornata iniziata molto bene, con la trasformazione in vampiro di Tara e l'ombra dell'Authority ad incombere su Eric e Bill.
Alan Ball e i suoi sceneggiatori, invece, preferiscono buttare nel calderone di Bon Temps praticamente ogni creatura magica conosciuta, costruendo sottotrame spesso assurde ed inconcludenti, e per nulla utili all'economia dell'opera nel suo complesso pur di non perdere di vista nessuno dei protagonisti o l'attenzione di un pubblico che, rispetto alle prime stagioni, mi pare abbia abbassato considerevolmente la sua età media.
Dunque tornano in gioco le fate - che ho sempre trovato pessime ed involontariamente ridicole -, la vicenda di Alcide e del branco di licantropi di Shreveport finisce per fare da tappabuchi nei momenti di stanca degli episodi, la maledizione che porta Terry ed Arlene a confrontarsi con l'Efreet appare tirata per i capelli, i cambi di rotta improvvisi ed improvvisati finiscono per nuocere alla resa finale delle puntate come della stagione - Lafayette prima protagonista dello scontro con il brujo, poi relegato praticamente a comparsa, l'Authority che passa nel giro di una scena dall'essere completamente dedita all'integrazione all'integralismo da setta di invasati, Salomè e Russell che da vampiri millenari quasi invincibili divengono in men che non si dica lamentosi bambini cresciuti molto più vulnerabili di quanto non si potrebbe credere -.
Considerata la potenza che la serie aveva sfoderato nelle prime stagioni - e soprattutto nella terza - quest'approssimazione nella scrittura risulta davvero sconvolgente, senza contare i passaggi forzatamente action che fanno rimpiangere le atmosfere da thriller dell'annata d'esordio: se, poi, la poco sopportabile Sookie appare a suo modo contenuta, l'ancor meno sopportabile Bill acquista sempre più spazio, e se la sua metamorfosi in delirante messia malvagio potrebbe risultare interessante nell'ottica della sesta stagione dall'altra parte aumenta il timore di un True blood completamente Compton-centrico.
Ovviamente questo passo falso non è completo, e nel mezzo disastro ci sono alcune cose sulle quali sicuramente riporre le speranze future: in primis Eric, che seppur scombinato da una sceneggiatura per nulla all'altezza del suo personaggio si appresta a diventare l'effettivo protagonista maschile della serie; subito a ruota il duo Tara/Pam, nato per caso e divenuto uno dei più interessanti proposti dagli autori; il tutto senza dimenticare Alcide accanto al ritrovato padre e la giovane Jess, che ha ormai perduto sia Jason - sciroccato ulteriormente dall'ultimo "colpo di fata" ricevuto - che Hoyt, la partenza del quale è forse la sequenza migliore regalata dai dodici episodi.
La speranza, comunque, è che possa essersi trattato soltanto di una sbronza di esseri sovrannaturali e che presto si possa tornare al caro, vecchio, southern cajun style fatto di cattiveria - vera -, vampiri - altrettanto di sostanza -, e di un bel pò di pulp e sesso come si converrebbe a delle creature della notte che si rispettino.


MrFord


"Searching in the darkness, running from the day
hiding from tomorrow, nothing left to say
victims of the moment, future deep in doubt
living in a whisper until we start to shout."
Kiss - "Creatures of the night" -


martedì 24 aprile 2012

Battleship

Regia: Peter Berg
Origine: Usa
Anno: 2012
Durata: 131'



La trama (con parole mie):  Alex Hopper, ventiseienne casinista e scombinato, viene arrestato mentre cerca di farsi bello con una ragazza che l'ha colpito al cuore mandando su tutte le furie il fratello maggiore Stone, che lo costringe ad arruolarsi in marina con lui.
Nel frattempo, cervelloni al lavoro su un complesso sistema di satelliti lanciano un segnale verso un pianeta che si direbbe in tutto e per tutto simile al nostro, dall'altra parte dell'universo.
Non troppo tempo dopo, mentre Alex è in procinto di essere buttato fuori dalla suddetta marina e cerca di trovare il modo per chiedere all'Ammiraglio Supremo la mano di sua figlia - la stessa per la quale si fece arrestare -, nel pieno di un'esercitazione piombano nel Pacifico le forze d'invasione aliene, pronte a fare polpette di chiunque sbarri loro la strada.
A quel punto Alex non potrà far altro che mettere da parte i suoi squilibri da testa calda e darsi da fare per salvare il mondo.




Mettiamo subito in chiaro le cose: Battleship è una tamarrata formato gigante, con pochissima logica, un sacco di sbruffonate all'americana - roba da far sembrare Independence day praticamente un film d'autore - e tanto di quel trash che pare quasi di essere ripiombati nel pieno delle improbabili perle figlie degli anni ottanta.
Eppure mi ha divertito, e neanche poco.
Perchè, con tutti i suoi difetti ed il suo essere un giocattolone sopra le righe, questo film ha una cosa che molti dei titoli dello stesso tipo passati sul grande schermo negli ultimi anni hanno pensato di poter lasciare a casa con leggerezza: l'ironia.
Dal regista Peter Berg - autore di un'altra baracconata simile che ugualmente mi divertì, Hancock, e della serie tv di superculto Friday night lights - al cast - il lanciatissimo Taylor Kitsch, tra i protagonisti della suddetta serie e del recente John Carter, Liam Neeson, Rihanna e Alexander Skarsgard -, dall'atmosfera all'ispirazione gentilmente offerta dalla Hasbro - lo stesso colosso che confezionava anche i G. I. Joe, per intenderci - rispetto alla sua battaglia navale, tutto sa di consapevole e divertito blockbusterone da zero neuroni, tante schifezze nello stomaco e grasse risate con gli amici.
Tolti i legami con il gioco da tavolo, infatti, quello che viene presentato sullo schermo è una sorta di cocktail divertito e divertente di quelle che sono state le pellicole più "larger than life" dell'ultimo ventennio - o poco più - di catastrofismo made in Usa, dal già citato Independence day a Titanic, da Top Gun a 2012, in un tripudio di patriottismo e gigionismo come solo i nostri cuginoni a stelle e strisce sanno tirare fuori dal cilindro.
Non mancano, in questo senso, le scene già cult per il livello di trash mostrato: dal confronto tra Stone e gli alieni al "tuffo" di Alex e Nagata - incredibile pensare che si tratti dello stesso Tadanobu Asano che anni fa mi fece impazzire con Ichi the killer - in pieno stile Winslet/Di Caprio fino alla clamorosamente ridicola sequenza del rinnovato arruolamento dei reduci della Seconda Guerra Mondiale tutto sa di "troppo", eppure non si ha neppure per un istante l'impressione che questo "troppo" sia sinonimo di tronfio, e lo spirito dell'intera operazione pare non sia altro che confezionare una giostra da godersi per quel giro che viene buono per farti girare la testa prima di dimenticartene appena sceso.
La cosa importante è dunque quella di lasciarsi alle spalle tutto quello che può essere il buon senso cinematografico, e godersi queste due ore piene come se si fosse ancora bambini - probabilmente i maschi finiranno per apprezzarlo di più, anche grazie alla loro voltairiana semplicità -, rimanendo a bocca aperta davanti alle esplosioni e alle sequenze più catastrofiche - realizzate comunque in maniera assolutamente ineccepibile - o esaltandosi a dismisura quando l'ex soldato spaccaculi depresso per aver perso le gambe in bilico sulle protesi scazzotta selvaggiamente l'alieno di turno, stimolando quel patriottismo recondito che ci porta in questi casi a dare contro a questi ospiti del nostro pianeta un pò come se fossimo tutti ammeregani sempre vigili e sempre primo bersaglio dell'invasione.
Lanciati dunque i popcorn in aria e festeggiato a suon di birroni e rutto libero l'inevitabile riuscita dell'impresa - con tanto di siparietto finale decisamente da action eighties -, potremo tornare a casa felici di aver resistito - quasi come se fossimo noi gli eroi - all'ennesimo assalto extraterrestre ed aver passato una serata in libera uscita dal buon senso e dal cervello, che a volte pretende davvero un pò troppo, giusto perchè pensa di essere il capo: fortunatamente ci sono film come questo, che ci ricordano che c'è un'altra consistente fetta di corpo che chiede ogni tanto un pò di tregua.
Che poi la stessa sia giocata su esplosioni di dimensioni sempre più considerevoli, poco importa.
Il giorno dopo potremo fare finta di niente, come quando ci si accorge di aver fatto qualche stronzata nel pieno di una sbronza.
Si può sempre fingere di essersene dimenticati.
Ma non si potrà dimenticare di essersi divertiti un mondo.


MrFord


"Sound of the drums
beatin' in my heart
the thunder of guns!
Tore me apart
you've been - thunderstruck!
Rode down the highway
broke the limit, we hit the ton."
AC/DC - "Thunderstruck" -

 

martedì 25 ottobre 2011

Melancholia

Regia: Lars Von Trier
Origine: Danimarca
Anno: 2011
Durata: 136'


La trama (con parole mie): Justine e Michael si sono appena sposati, felici e contenti e pronti a farsi due risate nonostante il loro ritardo al ricevimento del matrimonio a causa di una limo troppo ingombrante per i tornanti che portano al fiabesco eremo dove li attendono parenti ed amici.
Peccato che, appena arrivati, la sposa diventi una depressa completamente imprevedibile cui non frega più nulla di quello che ha attorno, più che altro perchè c'è qualcosa di molto più importante, ad attendere la Terra.
Qualcosa che si chiama Melancholia.
Un pianeta venuto da chissà dove che piove dritto dritto sulle nostre teste, pronto a seminare distruzione nella vita borghese e tutta certezze della sorella tutta d'un pezzo Claire, moglie del fu Jack Bauer, ex uomo d'acciaio improvvisamente convertito ad astronomia e cagasottismo.




Permettetemi di parafrasare L'attimo fuggente.
Escrementi.
Ecco cosa penso del Cinema attuale di Lars Von Trier.
Ho appena concluso la visione di quello che, da parte di molti, in questi giorni, ho letto essere considerato un Capolavoro.
Mi ci sono voluti un bel pò di patatine, altrettanta Coca Cola e molto, molto più Jack Daniels.
Non tanto perchè fosse noioso - e lo è stato, senza se e senza ma -, o perchè la tanto celebrata Dunst non sia stata minimamente all'altezza delle sue interpretazioni migliori.
Non tanto perchè il buon Lars passi le due ore e oltre della pellicola a smanettarsi di fronte al seno della suddetta.
Non tanto perchè pare quasi di avere di fronte un figlio di papà che più borghese non si potrebbe tentare - senza successo, peraltro - di disconoscere la sua natura.
Più che altro perchè Melancholia è l'ennesimo tentativo di riportare Kubrick in sala cercando di dimostrarsi l'erede ultimo di quello che è stato uno dei più grandi registi di tutti i tempi.
Ci aveva già provato, con risultati decisamente negativi, anche Malick, qualche mese fa, in occasione dello stesso Festival di Cannes che ha visto Von Trier cacciato per le sue inutili sparate da esibizionista dall'ego troppo grande perchè il talento possa sorreggerne le ambizioni.
E dove ha fallito Malick, dal sottoscritto sempre profondamente amato, cosa poteva fare il povero Lars, autore di uno degli scempi cinematografici più clamorosi di tutti i tempi - per chi non lo sapesse, Antichrist -?
Niente, è la risposta.
Tant'è che Melancholia si rivela pessimo fin dall'incipit, che cerca di ricalcare l'unico barlume di talento intravisto nel crimine contro il Cinema citato poco sopra: una sequenza terrificante di immagini random che vorrebbero sconvolgere lo spettatore - o creare aspettativa - di quello che si rivelerà poi la pellicola: un'interminabile attesa del momento in cui Melancholia metterà fine alle sofferenze dello spettatore, intrappolato in un incubo che rimanda - oltre a Kubrick - all'Altman di Un matrimonio e a Bergman, ovviamente senza raggiungere neanche per scherzo i livelli di Maestri che l'ex profeta del Dogma potrà solo e soltanto continuare a sognarsi, almeno quanto le tette della Dunst, che insegue per buona parte della pellicola e sfodera per il suo - e di numerosi spettatori - piacere in una scena che sfiora per ridicolo le peggiori della sua indecorosa opera precedente.
Infarcito di terrificanti prese di posizione - siamo soli nell'universo perchè io lo so - e da una spocchia che vorrebbe tanto, ma proprio tanto, sconvolgere quelli che sono i dogmi - per l'appunto - della più "buona" società di cui il regista è il primo e più importante esponente - un pò come il suo irritante cast, Rampling e Hurt su tutti -, a Melancholia non basta l'attesa, ma desidera ardentemente che noi martiri in sala si vada fino in fondo: in questo senso, diviene agghiacciante ed involontariamente ridicola tutta la prima parte dedicata alla festa del matrimonio, preludio di una ancora più terribile seconda metà completamente dedicata all'apocalittico arrivo del pianeta "nascosto" pronto a cancellare la nostra esistenza dall'universo - e se non c'è nessuno a parte noi, chi se ne fregherà mai, dico io!? - nel corso della quale le due sorelle protagoniste danno libero sfogo all'agghiacciante approccio del regista, neppure per un istante sincero o sentito.
Tutto, in questo film povero e traboccante ego, è vuoto ed assolutamente lontano a quello che dovrebbe essere il grande Cinema.
Le uniche cose azzeccate paiono essere il "bacio" tra i due pianeti nel delirio dell'incipit e la presenza di Antares e del "mio" scorpione.
Ne avevo già parlato, in occasione di Drive.
Lo scorpione non perdona.
E adora pungere le sue rane.
Specialmente quelle che pensano che il loro saper nuotare implichi, in qualche modo, il fatto di essere prescelte.
E a voi anfibi insignificanti dico: la vostra grotta magica non vi servirà.
Se questo mondo cattivo di cui tanto avete paura dovesse essere schiacciato da questo piccolo pianeta melanconico, finirete in polvere come tutti noi.
A proposito della grotta magica: ancora rido, cazzo.
La grotta magica.
E di nuovo ho Antichrist davanti agli occhi.
Fortunatamente solo per un istante.
Perchè poi penso alle tette della Dunst.
E al fatto che Von Trier deve averle desiderate oltre ogni limite. 
Ma c'è un ma.
Von Trier, per loro, l'avrà sempre davvero molto, molto piccolo.
E puzzolente.
E la macchina da presa - mi spiace per te, Lars -, non potrà mai essere un surrogato valido.

MrFord


"La noia è come il blues ti fa pensare a dio
leggera come un gas che penetra il tuo io
la noia è nostalgia di un posto che non c'è
è voglia di andar via da tutti e anche da te
è la malinconoia che uccide a questa età
è il cuore che si scuoia cercando quel che ha già
e il cielo cade giù con la sua tenda buia
e non esisti più nella malinconoia."
Marco Masini - "Malinconoia" -




lunedì 19 settembre 2011

True blood Stagione 4

Produzione: Hbo
Origine: Usa
Anno: 2011
Episodi: 12



La trama (con parole mie): Sookie, perduta nel mondo delle fate senza sapere che nella realtà dei mortali è trascorso un anno, torna a Bon Temps scoprendo che molte cose sono cambiate, nella sua cittadina. 
Bill è ufficialmente il re dei vampiri della Louisiana, Eric ha acquistato la casa della giovane telepate e pare sempre più convinto a conquistarne il cuore, suo fratello Jason è diventato un vice sceriffo e l'amica di una vita Tara vaga di città in città celandosi dietro una falsa identità.
Il tutto condito dalle consuete stranezze in sensuale salsa southern cui la serie di Alan Ball ci ha abituati, senza contare la minaccia incombente di una congrega di wiccan guidata dallo spirito di una strega morta secoli prima per volere dei vampiri accecata dalla furia e dal desiderio di vendetta.



Sono davvero poche le serie tv in grado di mantenere quasi inalterata la loro qualità con il passare degli anni e delle stagioni, continuando in qualche modo a reinventarsi e tornando puntualmente a sedurre gli spettatori ad ogni nuova premiere, o season finale: senza dubbio, una delle realtà più consolidate degli ultimi anni in questo senso è stata True blood.
Figlia del talentuoso autore di Six feet under - altra serie Capolavoro - e tratta dai romanzi di Charlene Harris - a detta di Julez, decisamente meno incisivi della serie, ed io le credo senza riserve -, fin dalla prima annata questa serie è stata una delle mie personali favorite ad ogni stagione televisiva, fornendo un'alternativa validissima ai miei due cult personali Lost e Dexter e confermandosi quest'anno accanto a Misfits e Game of thrones come uno dei prodotti qualitativamente più importanti del piccolo schermo.
Certo, replicare un grande passaggio come quello dello scorso anno non era facile, e per certi versi la vicenda di Russell Edgington resta la migliore mai mostrata sugli schermi di Bon Temps, eppure, eliminato il superfluo - il mondo delle fate e la sottotrama delle reiette pantere mannare -, Sookie e soci regalano al loro pubblico anche in questo loro quarto passaggio in tv emozioni a profusione, spargimenti di sangue, sesso come se piovesse, nuovi intrighi ed un crescendo conclusivo che sfocia in un'ultima puntata a dir poco clamorosa, che apre nuovi, affascinanti scenari per il prossimo anno e, come al solito, lascia con il fiato sospeso ed ansiosi di scoprire cosa riserverà la prossima estate in questa southern realtà venata di sangue denso e corposo.
Se, da un lato, perdono un pò di mordente Jason - mio idolo sin dall'esordio - e la parte "umana" della piccola città della Louisiana, dall'altro scopriamo il lato più politico di Bill, un Eric assolutamente inedito - secondo favorito fordiano -, il meglio della coppia Lafayette/Jesus - Nelsan Ellis da applausi dalla prima all'ultima puntata - e tutto il fascino di Jessica, nata come un personaggio praticamente di contorno e divenuta progressivamente sempre più importante nell'economia della serie intera - un pò come fu per lo stesso Eric/Alexander Skarsgard -: certo, con un parterre di personaggi come quello che offre la creatura di Ball ce n'è davvero per tutti i gusti - la stessa Julez resta in trepidante attesa di ogni nuova apparizione di Alcide/Joe Manganiello -, e anche le vicende secondarie come la possessione del figlio di Arlene e Terry ed il rapporto tra Sam e suo fratello minore paiono assumere un'importanza quasi pari alla storyline principale, grazie ad un sempre attento approfondimento da parte degli sceneggiatori, che seppur non impeccabili dal punto di vista più realistico del lavoro - ma sarà mai possibile che, dopo la trama quasi thriller della prima stagione, nessuno si preoccupi più di tutti i morti seminati per le strade di Bon Temps!? - continuano a realizzare ottime cose riguardo la caratterizzazione di tutti i protagonisti.
Inutile sottolineare, dunque, che a suon di sudore, corpi che si affrontano e sfiorano, alcool, fuoco, passione, morte e sesso, il prossimo giugno saremo ancora lì, nel cuore del profondo Sud, con le zanne ben in vista pronte ad addentare il primo boccone di questo succulento pasto notturno.

MrFord

"Bite hard well it's a broken smile,
breaking their hearts
and breaking their minds
bite hard, well its a five ol' five?
Your engine's alive and we ride together
bite hard."
Franz Ferdinand - "Bite hard" -

 

domenica 3 luglio 2011

If you want blood... You got it!

La trama (con parole mie): ieri è andata in onda, sugli schermi di casa Ford, la prima, attesissima puntata della nuova stagione di True blood. 
Un inizio che promette scintille per una delle produzioni migliori che il piccolo schermo abbia fornito nel dopo Lost.

Viaggi nel tempo, possessioni, fate, giochi di potere ed una scena da manuale di montaggio alternato.
Pochi cazzi, signore e signori.
State pronti a sudore, lacrime e sangue. Tanto sangue.
Perchè è tornato il serial southern più caldo della tv.

MrFord

"So give them blood, blood, gallons of the stuff!
Give them all that they can drink and it will never be enough.
So give them blood, blood, blood.
Grab a glass because there's going to be a flood!"
My chemical romance - "Blood" -

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