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martedì 1 ottobre 2019

White Russian's Bulletin



Alle spalle lo special organizzato con il mio rivale Cannibal Kid e spinto dall'uscita della sua ultima fatica, ho deciso di dedicare il poco tempo delle visioni settimanali all'inizio del recupero della filmografia tarantiniana, sulla scia dell'operazione che feci qualche anno fa con Kubrick.
Oltre, dunque, ad affrontare l'ultima fatica del ragazzaccio di Knoxville, ho deciso, archiviato la scorsa settimana il suo debutto con Le iene, di riportare al Saloon quelli che forse sono i suoi due lavori più noti e celebrati, Pulp Fiction e Kill Bill.


MrFord



KILL BILL - VOLUME 1 (Quentin Tarantino, USA, 2003, 111')

Kill Bill - Volume 1 Poster

Kill Bill fu il primo Tarantino che vidi in sala. Ai tempi dell'uscita de Le iene e Pulp fiction ero troppo piccolo, e quando arrivò Jackie Brown ancora non mi ero avvicinato al Cinema "d'autore" da appassionato: ricordo bene che le attese e l'hype erano davvero altissime, anche perchè fino a quel momento il buon Quentin non mi aveva mai deluso.
Ricordo anche che uscii dalla sala pervaso da una sensazione d'incompiutezza, come se il regista avesse voluto semplicemente divertirsi inserendo in una cornice realizzata come al solito alla grande tutte le sue passioni, le sue fisse, le sfumature dell'essere, in una buona misura, un nerd cinematografico fatto e finito, ma che mancassero sia la forza distruttiva che la profondità dei suoi lavori precedenti.
Certo, la Sposa è un personaggio indimenticabile, il film ha una colonna sonora incredibile, la parte tecnica ed alcune idee sono strepitose, eppure, nonostante potrebbe essere considerato il film forse più amato di Tarantino - almeno dal grande pubblico -, Kill Bill, e soprattutto questa prima parte, non è mai stato uno dei miei preferiti. Parlando, ovviamente, sempre del lavoro dell'autore.
Resta comunque un divertissement con i fiocchi, ma poco di più.




KILL BILL - VOLUME 2 (Quentin Tarantino, USA, 2004, 137')

Kill Bill - Volume 2 Poster


La saga della Sposa, che probabilmente andrebbe vista come un'unica pellicola, in sala e di conseguenza per l'home video fu spezzata in due, finendo per farmi rivalutare l'intera operazione grazie ad una seconda parte decisamente più efficace ed intensa della prima: merito dell'addestramento di Pai Mei, della parte dedicata a Budd, fordiano fino al midollo, e del destino del main charachter che si compie nel decisivo confronto con la sua nemesi nonchè ex amato Bill.
Certo, il lungo monologo di quest'ultimo legato alla "filosofia di Superman" è stato fin troppo sopravvalutato, ma è un peccato veniale all'interno di quella che è una vera e propria fiera dei peccati veniali, una pellicola bellissima e realizzata alla grande che, di contro, non manifesta, se non a sprazzi, un'anima vera.
Kill Bill, in un certo senso e per quanto popolare sia, è il lavoro più "fighetto" di Tarantino, quello in cui non ha voluto osare pur osando il più possibile, e se da un lato merita il successo che ha avuto, dall'altro continuo a trovare assurdo, da appassionato di Cinema, che abbia avuto più fortuna di lavori - come il già citato Jackie Brown - che gli sono decisamente superiori.
Kill Bill, del resto, è come la Sposa: da una parte un angelo sceso dal cielo, dall'altro una fastidiosa pertica succhiacazzi.




C'ERA UNA VOLTA A... HOLLYWOOD (Quentin Tarantino, USA, 2019, 161')

C'era una volta a... Hollywood Poster


Nel corso degli anni, ad ogni nuova uscita firmata dal vecchio Quentin, l'attesa ha sempre giocato un ruolo importante, quasi fondamentale. 
Del resto, quando sei un fenomeno, il pubblico si aspetta che sempre e comunque tu sarai un fenomeno, senza se e senza ma.
Una sorta di condanna, si potrebbe pensare.
E così C'era una volta a Hollywood si trasforma, per i non cinefili o per chi si aspetta il sangue di Kill Bill o la rivoluzione di Pulp Fiction, una sorta di "so tutto io" di un appassionato della settima arte che si diverte a mettersi un gradino - e forse di più - al di sopra dello spettatore medio, che probabilmente riconoscerà Bruce Lee e poco più per oltre due ore di vera e propria goduria da divoratori di film: eppure, nonostante l'apparente sterilità, anche questo C'era una volta a... Hollywood è una raccolta di scene cult - lo scontro tra Cliff e Bruce Lee, la visita di Cliff alla fattoria della Manson Family, la scena del western con protagonista Rick Dalton alle prese con il rapimento di una bambina -, il consueto stile, la colonna sonora sempre strepitosa, ottime interpretazioni ma soprattutto una mezzora finale da urlo, figlia della tendenza più recente di Tarantino di mostrare la potenza del Cinema nel riscrivere addirittura la Storia, cambiando le carte e andando oltre il Destino, il già scritto.
Probabilmente c'è chi non riesce a giustificare un film di quasi tre ore che assume la sua dimensione solo nel finale, ma per chi, come me, ama lo sport, sa bene che a volte basta anche un secondo per cambiare una partita, un incontro, una vita: ed è facile passare dal fallimento più completo alla gloria.
O viceversa. 
In questo senso, C'era una volta a... Hollywood è un film da Zona Cesarini, che allunga la zampata proprio quando tutti, seduti ai propri posti, aspettavano i supplementari o i calci di rigore, e lo fa con una rovesciata che neppure i cazzo di Holly e Benji si sarebbero potuti immaginare.
Un esecuzione così straordinaria da rendere impossibile il fatto di lasciare il culo poggiato alla sedia.
Occorre alzarsi ed applaudire. Fosse anche che questo Quentin vi sia stato sul cazzo almeno un pò.




PULP FICTION (Quentin Tarantino, USA, 1994, 154')

Pulp Fiction Poster


Nel corso della sua relativamente breve Storia, la settima arte ha regalato al suo pubblico alcuni titoli oggettivamente indiscutibili, film che hanno segnato intere generazioni di spettatori, appassionati, futuri registi o attori: mi vengono in mente cose come Apocalypse Now, La sottile linea rossa, 2001, Ran, Aurora, 8 e 1/2, tanto per citarne alcuni.
E in mezzo a tutti questi mostri sacri, c'è un titolo che di sacro non ha proprio nulla, ma che gode e costruisce la sua grandezza a partire, più che dal profano, da quello che si nasconde sotto il profano: Pulp Fiction.
Palma d'Oro a Cannes nel novantaquattro - non mi stancherò mai di ricordare che il Presidente della Giuria era un signore di nome Clint Eastwood -, cult assoluto per qualsiasi nuova generazione almeno fino a Kill Bill - ma in questo caso è un pò come paragonare Ghali a Frankie Hi NrG -, manuale di sceneggiatura, festival di scene cult, una delle colonne sonore migliori di tutti i tempi, dramma e grottesca comicità, massaggi ai piedi e colpi al cuore.
Personalmente, credo esistano pochi titoli che siano riusciti ad influenzare il mio amore per il Cinema come Pulp Fiction: lo vidi ai tempi dell'ultimo anno di superiori, in ritardo rispetto all'uscita, su una videocassetta di un compagno di classe che l'aveva registrato sull'allora TelePiù, e niente fu lo stesso, dopo quella volta.
Fu come comprendere in due ore e mezza la magia di tutti gli Scorsese e i Coppola che erano passati prima e trovare un ponte ideale per tutto quello che sarebbe venuto dopo.
E il bello è che Pulp Fiction è uno di quei titoli che non può essere recensito, raccontato, spiegato: va vissuto. Punto e basta. Perchè è venuto per risolvere problemi. E quanto cazzo è bravo nel farlo.
Perchè sono venticinque anni, eppure è ancora un "cazzo, che botta, che botta cazzo".


sabato 19 gennaio 2019

Saturday's child (always in late)


Nuova settimana di uscite e nuovo ritardo accumulato dal sottoscritto tra lavoro, palestra, impegni di famiglia e anche di Cannibal Kid, che con il suo compare Raffaele sono riusciti nell'impresa di essere quasi in ritardo quanto me. Quasi, per l'appunto.
Il duemiladiciannove, intanto, prosegue purtroppo in scia al duemiladiciotto, con uscite non propriamente da coda davanti alla sala: ma andiamo a vederle una per una.


"Katniss Kid, sono il principe Raffaello, e sono qui per liberarvi da quel mostro di Ford."

Glass

James McAvoy si prepara a recitare la parte di Ford.
Raffaello: Gli indizi: un film che inserisce Samuel L.Jackson e Bruce Willis nel cast, ispirato ai comics, crudamente pulp... Pare evidente che si tratti di un sequel tarantiniano.. Ma no, mi dicono di no, l'unica cosa azzeccata è che si tratta di un sequel, Anzi il compimento di una trilogy, iniziata nel 2000 con Unbrekable, poi Split nel 2016 (16 anni di gap, ci sara' stato un motivo...). Perciò finalmente siamo a posto, la trilogy è finita, andiamo in pace. A meno che non salti in mente a qualcuno di farne tre trilogy, visto che c'è la Disney di mezzo in veste Touchstone. E comunque Tarantino non è del tutto estraneo alla faccenda, avendo inserito Unbreakable nella lista dei suoi "film preferiti dopo il 1992", qualsiasi cosa questo voglia significare...
Cannibal: Certo che Tarantino è forse ancora più fissato con le liste di me. D'altra parte noi geni ci assomigliamo tutti. Anche a Ford piace compilare classifiche?
Beh, è la classica eccezione che conferma la regola.
Quanto al film Glass, anche questa potrebbe essere l'eccezione ai soliti sequel, visto che è addirittura un sequel-spin-off-crossover di due film differenti di M. Night Shyamalan: il capolavoro ai tempi incompreso e sottovalutato Unbreakable - Il predestinato, col tempo trasformatosi giustamente in un piccolo cult, e il sopravvalutato e non troppo riuscito recente Split. Da questa fusione ne uscirà una pellicola singolare, o Shyamalamalalalaman questa volta ha davvero esaurito anche la benché minima idea nuova?
Ford: con tutto il dispiacere di Cannibal, anche a me piace compilare liste, e sicuramente Unbreakable, per quanto non clamoroso come dice lui, è in quella che comprende il meglio di Shambalà. Non è nella stessa lista Split, che se non fosse stato per il finale che agganciava a questo Glass sarebbe caduto nel dimenticatoio da tempo. Resto comunque curioso di questo mix, anche se M. Night è talmente incostante da rappresentare un rischio più alto di un qualsiasi consiglio fornito da Peppa Kid.

Maria Regina di Scozia

"Katniss Kid, ma perchè i tuoi gorilla sono tutti degli hipster?" "Sono anche radical chic: due delle cose che Ford teme di più."
Raffaello: Vedo bene dai manifesti: parrucconi, costumi sontuosi, volti imbiancati.. un film di ambientazione, così appare...
Anche in teatro e all'opera l'ambientazione spesso diventa piatto forte, possibilmente fuori contesto, e gli scenografi dettano legge. Ma non divaghiamo.
Mi infastidiscono queste caratterizzazioni ostentate, troppo spesso prevalenti su storie possibilmente risapute...
Però, leggo bene? C'è la piccola Saoirse nel ruolo principale!! Mollo di brutto i miei pregiudizi e corro al cinema senza se e senza meno...
Cannibal: Film storico in costume di quelli che sembrano perfetti per una serata tra carampane insieme a qualche Cosmopolitan, o per quel professorino saputello di Ford insieme a qualche White Russian. In entrambi i casi, certo non il massimo del divertimento. Però, c'è un però. Anzi ce ne sono due: Saoirse Ronan e Margot Robbie. Subito il film diventa doppiamente imperdibile. E per una volta mi riferisco alle loro capacità recitative, visto che a livello fisico qui non mi sembra che appaiano proprio al loro top.
Ford: questo mi pare il classico film da merenda delle cinque che tanto piace alle carampane amiche di Katniss Kid, dunque mi tengo le serate a suon di Rocky e White Russian. E brindo ai film in cui Margot Robbie si mostra in altre vesti.

L'agenzia dei bugiardi

"Per fare incazzare Ford, farò finta di essere dentro Il grande Lebowski."
Raffaello: Ecco un film che in questo periodo di rifiorente boom economico, potrà rilanciare il grande cinema italiano, come fosse Antonioni.
La bugiardigia, sport nazionale, si fa fondamento nella Nuova Commedia all'Italiana.
Un cast eccellente, dall'emergente Ruffini al sempreaggalla Ghini; la solida realtà televisiva di Carla Signoris e l'ineffabile spit-off delle epopee capatondesche, Herbert Ballerina.
Forse con più coraggio si sarebbe potuto offrire un ruolo anche al grande Rupert Sciamenna, sarebbe ormai arrivata l'ora.
Successo assicurato e sempre prima l'italiani!!
Cannibal: La trama di questo film mi suonava stranamente familiare e infatti si tratta del remake italiano di Alibi.com, scemotta ma decisamente divertente commedia francese di quelle che piacciono a me, e forse pure a Ford. Potrei guardarlo per 3 motivi, e tra questi no, non c'è Paolo Ruffini: fare un confronto con l'originale, il mitico Herbert Ballerina e Alessandra Mastronardi. E nel suo caso non è per le sue capacità recitative.
Ford: giro ovviamente al largo da questa roba italiana e troppo italiana che mi pare ancora più agghiacciante di quelle che puntualmente cerca di rifilare Cannibal ai suoi lettori. E preferirei vedere una qualsiasi di quelle, tanto per dare l'idea della voglia che ho di schiaffarmi Ruffini e compagnia.

Mia e il leone bianco

"I weekend fordiani sono proprio divertentissimi!"
Raffaello: Una bambina cresce con un leone bianco per amico, creando un legame speciale e duraturo.
Anche se la storia si svolge in Sud Africa, ogni riferimento al colore del pelo è accidentale.
Dei cattivoni metteranno in pericolo l'idillio, ma tutto finirà bene, suppongo.
In ogni caso non fatelo a casa, e nella vita vera diffidate se occorre anche del vostro gatto.
Cannibal: Tipica storiella sul rapporto tra umani e animali. Non trattandosi però della leggenda di Cicciolina con il cavallo, direi nulla di interessante.
Ford: Tipica storiella sul rapporto tra umani e animali. Una metafora, praticamente, del rapporto tra me e Cannibal.

La douleur

Un film talmente radical da non far reperire altre immagini se non la locandina.
Raffaello: Il titolo francese e la presenza di un cast francese mi fa sospettare che si tratti di un film francese.
E io generalmente detesto il cinema francese, fatte salve rare eccezioni. Vedo che nella produzione sono coinvolti anche Belgio e Svizzera, il che non migliora le cose.
Però non ho ambizioni di influencer, contrariamente a certi blogger, percio' fate come vi pare ma io ve l'avevo detto...
Cannibal: Io adoro il cinema francese, anzi j'adore il cinema francese! Inoltre ho ambizioni da influencer, quindi vi dico: correte a vedere questo film che fin dal titolo sprizza un'incontenibile joie de vivre da tutti i pori e non date retta a quello che vi dice James Ford e, almeno in questo caso, nemmeno a Raffaello Conti.
Ford: questa mi pare una radicalchiccata totale che non risolleva le sorti di un inizio anno purtroppo in linea con la decisamente poco esaltante chiusura del precedente. Attendo fiducioso settimana prossima, quando ad attendere noi tutti ci sarà Creed 2, per la joie di Cannibal.

lunedì 9 ottobre 2017

Come ti ammazzo il bodyguard (Patrick Hughes, USA/Cina/Bulgaria/Olanda, 2017, 118')




Da tamarro appassionato di action anni ottanta, potrei dire di nutrire una sorta di debolezza congenita rispetto ai buddy movies: mi bastano due compari bene o male assortiti pronti a prendere a suon di battute o cazzotti - o entrambi - loro stessi e gli avversari di turno, e il gioco è fatto: da Bud Spencer e Terence Hill ad Arma letale, da Kevin Smith a Danko, il genere è senza dubbio territorio fordiano al cento per cento.
Eppure, alla vigilia, nutrivo ben più di una perplessità, rispetto a quest'ultimo lavoro di Patrick Hughes con protagonisti Samuel Jackson e Ryan Reynolds: per prima cosa rispetto alle scelte di casting, considerata la scarsa sostanza che di norma il buon Sam mostra una volta messo alla prova al di fuori di contesti tarantiniani e la scarsa sostanza che di norma mostra il decisamente meno buono Ryan Reynolds, che se non fosse figlio d'arte a mio parere potrebbe al massimo aspirare a fare il portaborse ad un qualsiasi attore professionista; come se tutto questo non fosse bastato, a meno di sceneggiature dalla battuta pronta dal primo all'ultimo minuto o di colpi di genio, l'idea che il genere risulti essere senza dubbio fin troppo sfruttato e compromesso, almeno da un punto di vista più "tecnico", con tutti i rischi che un'affermazione del genere può comportare rispetto al sembrare radical, non aiuta certo le cose che già dal trailer paiono essere i classici tentativi di registrare incassi decenti nei multisala nel weekend e poco altro.
Premesse, dunque, tutt'altro che buone.
E purtroppo, come non avrei voluto fosse così prevedibile, la visione di Come ti ammazzo il bodyguard, iniziata come un riempitivo da serata in relax, si è rivelata una delle più noiose dell'ultimo periodo, di quelle in grado di mettere in difficoltà perfino il me stesso pronto a cavacare il momento migliore del blog e della blogosfera di qualche anno fa rispetto a quanto si potrebbe scrivere in una recensione, figurarsi ora, a fronte di una situazione decisamente ben diversa e della voglia decisamente sotto le scarpe di tirare fuori post interessanti per film che non lo sono affatto.
Ringrazio, da questo punto di vista, il fatto che con la signora Ford dopo dieci anni ancora si mantenga la tradizione del "quando lo spirito ed il corpo chiamano, fanculo il film", grazie alla quale la visione si è interrotta ad un certo punto di stanca permettendoci di indirizzare la serata ad obiettivi decisamente più soddisfacenti, perchè altrimenti non sarei certo stato capace di essere in qualche modo tenero e comprensivo rispetto ad una pellicola di qualità davvero molto bassa, commerciale nel peggior senso del termine, inutile e poco divertente.
Considerato tutto, dunque, posso affermare che Come ti ammazzo il bodyguard risulta essere un film che non aggiunge nulla al panorama - già scarso - di questa stagione, così come al genere, ma che quantomeno ha davvero poco perfino per risultare nocivo o in grado di ispirare recensioni cattive e creative come in questi casi si spera sempre di portare sulla pagina scritta.
Sempre che il fatto in questione sia da considerara un bene.
Archiviato tutto questo, resta un action dal sapore retrò poco incisivo e divertente solo a piccolissimi sprazzi, evidente più per i meriti economici della produzione che non per quelli effettivi ed artistici, o quantomeno soltanto d'intrattenimento, dalla durata eccessiva e dal ritmo, nonostante la vicenda portata sullo schermo, assolutamente blando.
Considerato il risultato, e la strada scelta per tentare di raggiungerlo, direi che l'idea migliore sarebbe stata quella di tagliare la maggior parte delle situazioni create per "approfondire", o viceversa: in questo caso, non mi pare sia stata raggiunta nessuna delle due.
Quantomeno consciamente.




MrFord




 

sabato 1 aprile 2017

Kong - Skull Island (Jordan Vogt-Roberts, USA, 2017, 118')





Quando, qualche mese fa, in prima fila nella Sala Energia dell'Arcadia di Melzo con Dembo, mi imbattei nel trailer di Kong - Skull Island, pensai che se tutto fosse andato bene, il gorillone avrebbe fatto impazzire il Fordino - la sua passione sfrenata per gli animali tocca i vertici con gorilla, ippopotamo, elefante e coccodrillo - ed io mi sarei ritrovato di fronte ad un guilty pleasure tra i più goduriosi dell'anno.
Probabilmente, effetti a parte, nessuno sentiva davvero il bisogno di una nuova incarnazione del primate gigante per il grande schermo, specie dopo il moscio Godzilla e la qualità espressa da quello che è l'unico film ad aver a mio parere quasi eguagliato l'originale dei tempi che furono, ovvero quello prodotto da Peter Jackson ormai una dozzina d'anni fa: ed in effetti anche a visione ultimata, resta poco o nulla di un titolo sinceramente non così brutto - l'ambientazione anni settanta funziona, Brie Larson e Tom Hiddleston catturano l'attenzione del pubblico maschile e femminile, le citazioni non danno troppo fastidio - quanto purtroppo inutile perchè per molti versi uguale a tantissimi altri, dal membro della spedizione incattivito e sempre pronto a scatenare una battaglia con o senza cognizione di causa all'evoluzione prevedibile e sacrificata ad un eventuale sequel - anche se, considerati gli incassi non clamorosi, non metterei la mano sul fuoco -.
Il lavoro di Vogt-Roberts, dunque, trova la sua collocazione ideale all'interno dell'immenso bacino dei popcorn movies che si guardano e si dimenticano un paio d'ore dopo, tanto da rendere difficile la vita di noi bloggers nel momento in cui si decide, per mancanza di tempo o di voglia, di scrivere il post dedicato soltanto qualche giorno dopo la visione, e ci si rende conto di non avere più così tanto da dire rispetto ad un prodotto tagliato con l'accetta che si appoggia, come l'isola che è una quasi protagonista, sulle spalle di Kong, che tra effetti, elicotteri abbattuti e lotta contro i mostri del sottosuolo - anche se quella con il T-Rex mostrata nel già citato King Kong di Jackson era decisamente superiore - rappresenta l'unica attrattiva di una storia vecchia e poco stimolante, seppur realizzata più che discretamente in termini tecnici.
Altro punto interessante della pellicola è la definitiva conferma di Tom Hiddleston - che fino a poco tempo fa consideravo poco più di uno sfigato - come ottima alternativa per l'action di lusso, e che considerate le origini e la prova fornita qui così come in The night manager finisce per diventare uno dei candidati più interessanti per ricoprire in futuro il ruolo di James Bond nella serie di 007.
In ombra, invece, sia John Goodman che Samuel Jackson, che quando non lavora con Tarantino mostra tutti i suoi enormi limiti, mentre apprezzatissime restano le cornici effettivamente molto seventies e la canotta di Brie Larson, che non sarà una delle mie preferite ma che in questo caso ricopre assai bene il ruolo della bella in pericolo ma non troppo.
Se, dunque, avete bisogno di una serata senza pensieri o aspettative, Kong saprà fare il suo a patto che amiate i film d'avventura vecchio stampo ed un approccio che è a metà tra Indiana Jones e Lost, senza deludere troppo e senza avere la pretesa di essere ricordato il giorno dopo, un pò come un one night stand goduto in tutta tranquillità, neanche foste una rockstar o una stella del Cinema abituate a cambiare spesso e volentieri.
L'importante, a conti fatti, sarà non pestare troppo i piedi al gorillone, perchè si sa che, per dirla come il Fordino, "quando il gorilla si arrabbia, si batte il petto e spacca tutto".
Parole sante.




MrFord




venerdì 3 febbraio 2017

xXx - Il ritorno di Xander Cage (D.J. Caruso, USA, 2017, 107')




Ricordo bene quando il mio cammino incrociò quello del franchise di xXx.
Ero in Portogallo, nel settembre del duemilatre, alla scoperta di uno dei Paesi che ho più amato nella mia vita da turista, e in un locale vuoto di Coimbra, città universitaria ancora semideserta a causa delle vacanze, con una lista di chupiti di varietà incredibile per le mani, vidi trasmesso sulle tv del posto in inglese sottotitolato in portoghese - per l'appunto - proprio xXx.
Una vera merda, in tutta onestà.
C'è anche da ammettere che, forse, quello fu l'anno più tosto del mio periodo da radical, talmente tosto da farmi rinnegare o dimenticare le gioie che gente come Stallone, Schwarzenegger o Van Damme mi aveva regalato durante l'infanzia, e dunque con ogni probabilità ero addirittura prevenuto.
Fatto sta che, quando qualche anno dopo vidi di striscio il secondo, rimasi orripilato e ringraziai la buona sorte di quella sera a Coimbra, pensando che non ci sarebbe stata altra occasione per affrontare la questione.
E invece, al contrario di ogni previsione, ecco giungere in sala un terzo capitolo che non solo rilancia il charachter di Xander Cage sul mercato, ma strizza l'occhio anche ad un ipotetico quarto episodio della saga - nonostante al botteghino non stia andando niente bene -, arricchendola di personaggi noti agli spettatori del grande - Ice Cube - e piccolo - Ruby Rose, Rory McCann - schermo ed aggiungendo al cocktail grandissimi esperti di Cinema di botte come Donnie Yen e Tony Jaa: il risultato, a conti fatti, è a tutti gli effetti un film di fantascienza a livello di logica ed esecuzione, una tamarrata trash di livelli così alti ed assurdi da non poter risultare antipatica, scomodando paragoni importanti come quello con il primo Sharknado.
Vin Diesel e soci, in barba alla plausibilità ed al fatto di essere potenzialmente fuori tempo massimo - questa è una pellicola che avrebbe fatto furore negli anni ottanta dei Commando e dei Cobra - portano in scena una baracconata talmente assurda da far accendere immediatamente la lampadina del cult, ed accompagnare i Ford tutti, tra giochi, urla, casini da famiglia con due figli e via discorrendo in un normale pomeriggio di follia quotidiana e goduria da sfogo del cervello, quasi lo stesso avesse vinto due settimane pagate in uno dei villaggi più esclusivi della Polinesia in compagnia di almeno tre o quattro donzelle ben disposte - in pieno stile Xander Cage -.
A conti fatti, questo terzo capitolo di xXx è una porcata fatta e finita, una roba di grana così grossa da fare venire un infarto a qualsiasi radical nel raggio di un paio di chilometri, eppure risulta talmente prevedibile, implausibile, eccessivo da essere irresistibilmente divertente e godurioso, di quei film che sono come il pompino della buonanotte, il fast food quando avete il frigo vuoto, il bicchiere dell'oblio al termine di una serata da sbronza totale.
Anzi, dirò di più: nell'anno che vede già l'hype del sottoscritto per Fast 8 toccare livelli astronomici, la sorpresa inaspettata di questo terzo xXx è praticamente un aperitivo per quello che mi aspetta e che non vedo l'ora di godermi.
Questi sono i porno del Cinema.
Senza se e senza ma.
Almeno qui al Saloon.
E come ogni porno che si rispetti, contano la goduria e i pochi pensieri, più che la trama o la credibilità.



MrFord



 

lunedì 19 dicembre 2016

Miss Peregrine - La casa dei ragazzi speciali (Tim Burton, UK/Belgio/USA, 2016, 127')




Se guardo indietro ai tempi in cui il mio rapporto con il Cinema era solo ed esclusivamente quello definito dall'intrattenimento, sono pochi i registi che, in tempi non sospetti in cui la passione da cinefilo non era ancora esplosa, già riuscivano a colpire il mio immaginario di spettatore: Kubrick a parte, uno di questi era senza dubbio Tim Burton.
Vissuto con grande emozione come penso molti degli adolescenti degli anni novanta tra Edward mani di forbice e Beetlejuice, ho (quasi) sempre finito per amare i lavori del buon Tim, fatta eccezione, forse, per Sleepy Hollow e il pessimo Planet of the apes: ripensando, poi, a quando confezionò quello che a mio parere è il suo lavoro più maturo, splendido e completo, Big Fish, non posso che provare un brivido lungo la schiena e nel cuore.
Peccato che, come molti altri mostri sacri, con l'età Burton abbia deciso di tornare su binari decisamente più commerciali e biechi di quanto non avesse mai fatto - e che, probabilmente, ai tempi della sua giovinezza lo portarono ad allontanarsi dalla Disney, dove mosse i primi passi -, inanellando una serie di opere di poco conto ed uno degli abomini d'autore più clamorosi dell'ultimo decennio, Alice in Wonderland.
Proprio a causa delle ultime fatiche del regista di Burbank, le mie aspettative per questo nuovo Miss Peregrine erano piuttosto basse, senza contare una durata sulla carta decisamente importante - quasi due ore e dieci - ed un target che, ormai, mi vede inevitabilmente troppo vecchio, così come i Fordini troppo giovani: visione alle spalle, purtroppo, non posso che trovarmi a confermare i timori della vigilia.
Non che, rispetto al già citato scempio in Wonderland, Miss Peregrine sia mal realizzato, ed ammetto che per i primi venti minuti ho finito addirittura per essere sorpreso in positivo: peccato che, di contro, risulti smaccatamente derivativo - Del Toro e tutti gli Orphanage del mondo dovrebbero ricordare a Burton che è sempre meglio avere idee proprie piuttosto che pescarle a piene mani da altri -, decisamente e come già anticipato troppo lungo, per nulla riconducibile allo stile del suo autore - fatta eccezione per le smorfiette di Eva Green, che fa di tutto per rendersi odiosa come l'ultimo Depp - ed incapace di smuovere qualsiasi emozione in uno spettatore, a prescindere dall'età.
Un vero peccato, perchè almeno per quanto riguarda i giovani protetti della "protagonista" gli spunti per fare bene non mancavano di certo, nonostante alla fine rimangano seppelliti sotto una quantità esagerata di compromessi con la grande distribuzione ed attori consumati pronti a pensare, ormai, solo ed esclusivamente al portafoglio - Samuel Jackson, meriteresti il famoso discorsetto dell'Ezechiele -.
Un film, dunque, che non lascia nulla, perde nettamente il confronto con il suo diretto concorrente del periodo - che pur non è niente di trascendentale - Animali fantastici e si inserisce a pieno titolo nel filone dei film teen di questi ultimi anni - da Hunger Games a Percy Jackson, passando per Il mondo di Jonas - abbracciando senza neppure opporre resistenza la loro inutilità, almeno per chi, come il sottoscritto, è stato abituato a pellicole di formazione di ben altro spessore e, soprattutto, ad un Burton che ora pare la pallida, pallidissima copia di se stesso.




MrFord




lunedì 26 settembre 2016

The legend of Tarzan (David Yates, USA/UK/Canada, 2016, 110')









Uno dei piaceri di essere tornato a scrivere quotidianamente è dato dal fatto di essermi liberato ancor più di prima della zavorra di recensore "duro e puro", di critico cinematografico o aspirante tale e soprattutto di radical che mi attanagliava parecchi anni fa: il vecchio non ancora vecchio cowboy di allora avrebbe non solo ripudiato un'uscita in sala come The legend of Tarzan, ma anche sparato a zero su una pellicola assolutamente sacrificata sull'altare dei blockbuster, dallo spiccato gusto anni novanta ed incentrata principalmente, almeno per quanto riguarda la promozione della stessa, sugli addominali scolpiti di Skarsgard, figlio d'arte reduce dalla cavalcata finita in modo decisamente poco trionfale di True Blood.
Fortunatamente, quell'epoca è decisamente tramontata, e mi trovo con onestà ad ammettere di essermi goduto questo reboot - se così si può chiamare, considerato che si tratta di una rilettura - firmato dal David Yates degli ultimi, spenti Harry Potter dal primo all'ultimo minuto neanche fosse una versione riuscita - in termini di qualità ed intrattenimento - di un floppone targato nineties dal quale ai tempi della prima adolescenza aspettavo grandi cose come Spiriti nelle tenebre, di gran lunga tra i titoli "di cassetta" più goduriosi dell'estate appena trascorsa: certo, non posso dire se tra qualche tempo - o al momento della pubblicazione di questo post, che avverrà più o meno ad un mese dalla visione e dalla stesura di questo post, se non di più - non l'avrò completamente rimosso, o se avrà mai un posto nella vasta collezione di dvd e bluray del Saloon, ma senza dubbio lo assocerò per sempre non alla figura senza dubbio mitica di Tarzan - comunque reso discretamente dal fu Erik Northman e già citato Skarsgard - o dall'ormai scontatissimo Waltz - che, comunque, regala la battuta migliore del film con quel "Questo è l'urlo di Tarzan? Me lo aspettavo diverso!" - ma al Fordino, che alle prime avvisaglie di crescita comincia a manifestare interesse per i film dall'inizio alla fine, abbandonando - come in questo caso - addirittura i suoi adorati animali per sedersi sul divano accanto a me e partecipare con emozioni crescenti alla visione.
Guardare il mio piccolo grande uomo stringersi a me per la tensione nel corso del duello tra Tarzan ed il suo fratello scimmia divenuto rivale o saltare in preda all'euforia nel momento della rivincita che la popolazione - umana ed animale - della foresta nera africana sui tentativi dell'uomo occidentale e "civilizzato" di derubare le sue risorse togliendo la vita ai suoi figli rende questo film - a prescindere da quello che è l'effettivo ed oggettivo suo valore artistico - una delle esperienze da spettatore e da uomo più belle che ricordi, e non solo mi fa quasi sperare in un ipotetico sequel, ma anche di aver trasmesso già da ora, una visione dopo l'altra, la stessa passione del sottoscritto per la magia del grande schermo anche a mio figlio, alimentando il desiderio di poter condividere questo tipo di momenti con lui anche in futuro, e chissà, forse un giorno anche uno spazio come questo.
Dunque sì, il Tarzan di David Yates non inventa nulla di nuovo, si appoggia agli effetti ed agli stratagemmi - dagli addominali tarzaneschi a Margot Robbie - come ad una ciambella di salvataggio, sfrutta l'enfasi dell'epica di grana grossa, spoglia l'eredità di un personaggio cult di tutto quello che potrebbe essere anche vagamente autoriale, ma anche fosse una vuota, inutile, campata in aria operazione di marketing, è riuscita in ogni caso a regalare una parentesi di magia ad un bimbo dalle energie e curiosità inesauribili e dalla passione sfrenata per gli animali.
E, spero davvero, anche per il Cinema.
Per me, va più che bene così.





MrFord





lunedì 22 agosto 2016

Saloon's Bullettin #6




La marcia attraverso quest'estate più rilassata - in termini di visioni e di blog - prosegue la sua marcia verso la conclusione, e come ogni estate che si rispetti - anche se l'ambientazione non rispecchia affatto la stagione - qualche horror finisce per fare sempre capolino sugli schermi: Cell, ispirato da un romanzo di Stephen King e massacrato un pò ovunque nella blogosfera e non, è un'accozzaglia di idee mal scritte e confuse che pescano a piene mani dagli zombie movies, i survival, videogiochi e serial televisivi, partite con un principio anche interessante - l'epidemia originata dall'uso smodato dei cellulari - e naufragate in una fiera del già visto banale, diretta malissimo ed interpretata anche peggio da due bollitissimi John Cusack e Samuel Jackson.
Davvero un peccato per la chance sprecata, per il Maestro del brivido e i due protagonisti - cui ho sempre voluto bene -: un film, però, davvero impossibile da salvare anche in minima parte, già candidato ad un posto di rilievo nella decina del peggio dell'anno (un bicchiere).
E' andata decisamente meglio con Race - Il colore della vittoria, biopic senza dubbio patinato ed hollywoodiano eppure funzionale ed emozionante incentrato sulle imprese sportive di Jesse Owens, che fu eroe alle Olimpiadi del trentasei a Berlino vincendo quattro medaglie in barba al nazismo e ad Adolf Hitler: una pellicola solida e piacevole da vedere, che non inventa nulla ma racconta bene, culminata con i passaggi legati all'amicizia nata proprio dalla rivalità sportiva tra lo stesso Owens ed il saltatore tedesco Luz.
Senza dubbio gli amanti del Cinema d'autore storceranno il naso, eppure lo sport e le vicende pane e salame come questa fanno sempre bene al cuore, soprattutto in momenti complicati come quello che stiamo vivendo: il bello dello sport e delle sue icone, del resto, è anche e soprattutto questo (due bicchieri).
A proposito di film d'essai, invece, ho approfittato della curiosità stimolata da alcuni pareri più che buoni raccolti nella blogosfera per affrontare 11 minuti, pellicola di Jerzy Skolimowski sviluppata come un gioco ad incastro, un mosaico di storie pronte a convergere abbracciando proprio un arco di undici minuti: esperimento decisamente interessante legato alla riflessione sul destino e la casualità, impreziosito da un finale pazzesco ed a suo modo mitico, graziato da un minutaggio perfetto e da un ritmo serrato, finisce di contro per risultare un pò troppo "sconnesso" in alcuni passaggi e forzatamente autoriale in altri.
Un peccato, perchè con un paio di aggiustamenti soprattutto sullo script avrebbe potuto rappresentare una delle sorprese più interessanti dell'estate: quello che vi consiglio, però, è di vederlo comunque, senza informarvi troppo sulla trama e la sua evoluzione prima della visione.
Buttatelo giù d'un fiato come lo shot che scatena il tracollo della sbronza.
Non avrà tutto questo gran sapore, ma di sicuro non lo dimenticherete, nel bene o nel male (due bicchieri).
A chiudere la settimana di visioni prima della mia partenza per il mare - scrivo attorno alla metà di luglio - ho voluto festeggiare ferie e stagione con l'ennesima visione di Weekend con il morto, che ancora oggi mi fa sbellicare dalle risate tanto quanto ai tempi, quando con mio fratello riuscivamo a vederlo almeno tre o quattro volte la settimana non appena finivano le scuole: le peripezie dei due protagonisti con il loro defunto capo Bernie Lomax, per quanto assurde e decisamente di bassa lega, mi paiono funzionare ancora oggi, dalla festa del venerdì sera alla scoperta del piano dello stesso Lomax, fino allo scontro decisivo con il sicario Vito, che fin dai tempi era rimasto nel cuore dei fratelli Ford con quel suo "Sambuca con ghiaccio, minchia!", in originale così come nella versione italiana. Intramontabile (un bicchiere e mezzo).
I viaggi in treno per andare a trovare i Fordini già al mare, invece, hanno veicolato anche la lettura dell'ultimo Nesbo, Sole di mezzanotte, altro romanzo slegato dalla creatura più fortunata della penna dell'autore norvegese, Harry Hole: il successo, l'aumento esponenziale della produzione e la mancanza del detective alcolista, però, paiono non fare troppo bene al buon Jo, che come per Sangue e neve incappa in un mezzo passo falso, rimbalzando da una prima parte interessante legata soprattutto alla descrizione dei paesaggi del Finnmark ad una seconda con poco mordente ed anche parzialmente scontata.
Niente di irreparabile, ed un libro comunque piacevole e scorrevole, ma il vero Nesbo sta da un'altra parte.
Forse ad ubriacarsi con Hole. E forse è il caso di fare un pensierino a proposito del ritorno di quest'ultimo (due bicchieri).




MrFord

lunedì 8 febbraio 2016

The hateful eight

Regia: Quentin Tarantino
Origine: USA
Anno:
2015
Durata:
187'






La trama (con parole mie): siamo nel cuore dell'inverno in Wyoming, quando John Ruth, cacciatore di taglie soprannominato "il Boia", sta conducendo nella cittadina di Red Rock la ricercata Daisy Domergue, in modo da consegnarla viva e riscattarne la taglia.
Quando, sulla via, incontra l'ex Maggiore dell'esercito nordista Marquis Warren, anch'egli cacciatore di taglie con prede da consegnare - morte -, quello che doveva essere un viaggio tranquillo diviene una vera e propria lotta per la sopravvivenza: caricato il Maggiore sulla diligenza con quello che dovrebbe divenire lo sceriffo di Red Rock, Chris Mannix, figlio di un ufficiale sudista ribelle, Ruth è costretto a causa della tormenta incombente a ripiegare sulla stazione di cambio gestita da Minnie, in modo da lasciare che il clima divenga più favorevole.
Peccato che Minnie stessa abbia lasciato la gestione del locale ad un messicano mai incontrato, e che gli ospiti non ispirino tutta questa fiducia: avrà inizio, dunque, una sorta di partita a scacchi tra Ruth, Warren e Mannix ed il resto dei loro forzati compagni di sosta.











L'approdo in sala di Tarantino è sempre, in un modo o nell'altro, un evento.
Il ragazzaccio del Tennessee, fin dai tempi de Le iene e Pulp fiction, ha catalizzato l'attenzione non solo della critica, ma anche del pubblico mainstream, finendo per diventare, di fatto, uno degli autori più di culto che la settima arte statunitense abbia prodotto negli ultimi cinquant'anni.
Al suo ottavo film, il vecchio Quentin ha lanciato un'altra sfida: sfruttare il Western, già materia del precedente Django Unchained, per raccontare, di fatto, un thriller da camera decisamente teatrale che non sfigurerebbe nella filmografia di un Polanski, pur filtrato attraverso la mitologia pulp che, di fatto, ha lui stesso consacrato.
E ci sarebbero scene a profusione, da citare in termini critici, dai dialoghi fitti e serrati della prima parte alle immagini del finale, dalla rappresentazione della cultura americana come e più di quanto non fu fatto con il già citato Django al retaggio dei Dead man e de Gli spietati, tra giustizialismo a stelle e strisce a menzogne vendute come sogni.
Di fatto, per quanto mi riguarda e di pancia - scrivo questo pezzo un mese prima che esca in Italia, fresco di visione -, The hateful eight è il film più maturo di Tarantino come regista, il primo a sfidare davvero sia il suo "pubblico occasionale", più alternativo e giovane - principalmente, gli amanti di Kill Bill - sia quello di vecchia data, che si aspetta ad ogni nuova uscita un'innovazione anche quando, di fatto, la stessa innovazione risulti ormai un marchio di fabbrica - come la decostruzione temporale che rese così noto il vecchio Quentin ai tempi della Palma d'oro a Pulp fiction -: troppo lento ed ostico per i primi, troppo classico per i secondi, anche quando, di fatto, The hateful eight non è l'una o l'altra cosa.
Da amante del West e della Frontiera, ho adorato il modo in cui, di fatto, Tarantino ha snobbato entrambe le cose, finendo per raccontare una storia di violenza, vendetta, menzogna, voglia di dimostrare chi si è e chi non si è pur di arrivare a quello che si vorrebbe, adattabile a qualsiasi epoca ma soprattutto specchio di quello che è da sempre la cultura degli USA, dal senso del dovere esasperato - John Ruth - al giustizialismo - quei "bastardi che vengono impiccati dai più bastardi che sono quelli che impiccano" -, dai problemi razziali al concetto del "self made" in grado di sconfinare oltre ogni limite.
Ed è curioso come e quanto i charachters tutti d'un pezzo che tanto hanno fatto la fortuna della settima arte del passato siano spazzati via in favore di quelli che, al contrario, vivono di sfumature, profondamente umani nel loro essere in bilico tra senso comune ed istinti primordiali: e nel film meno "musicato" - nonostante il lavoro splendido di Morricone - di Tarantino a fare la parte del leone sono soprattutto i personaggi, pensati e sentiti profondamente dal Quentin sceneggiatore, prima che regista, coccolati nel bene e nel male dal primo all'ultimo minuto, ed a prescindere dal tempo concesso agli stessi davanti alla macchina da presa.
The hateful eight diviene, dunque, una versione della maturità de Le iene, un dramma da interno che potrebbe essere inserito in qualsiasi contesto ed epoca, vissuto più come una lettura dell'animo umano - ed in particolare statunitense - che non come un omaggio al Cinema di genere che tanto Tarantino ha dichiarato di amare: e senza dubbio, è uno dei suoi lavori più puri, in termini di settima arte.
Ma, ancora una volta, non voglio confinare un'opera di questa portata ad un post ed una recensione "di testa": The hateful eight è un film di interiora, carne e sangue, per quanto figlio di un cervello che quasi scoppia dalla voluminosità del materiale che contiene, un'opera di immagini di potenza rara - le "ali" di Daisy formate dalle racchette da neve su tutte - e volgarità sopra le righe, che non ha mezze misure e non le chiede, sfrutta il retaggio del percorso del suo autore ma ha un'identità così forte da scomodare paragoni per il sottoscritto di norma impossibili da mettere in gioco.
Qui non si entra in un Saloon con bevute, pacche sulle spalle e magari, di tanto in tanto, qualche pugno: qui ci si muove in un covo di vipere, con gli istinti primordiali che tutti noi umani, chi più predatorio e chi meno, portiamo in dono al mondo.
Ruth o Domergue, poco cambia.
Quelli sono gli estremi.
Ed intanto i Mannix così come i Warren dovranno continuare a vivere giocandosi tutto su faccia tosta o menzogne, pompini alle convenzioni razziali e lettere d'amore a qualcuno che possiamo soltanto sognare di conoscere.
In un certo senso, si potrebbe pensare che il West sia stato la preistoria del social marketing.
O che, ancora più semplicemente, l'Uomo non possa vivere senza un confronto all'ultimo colpo con chi sta di fronte a lui: caccia o complicità che sia.





MrFord





"I am tired of this devil
I am tired of this stuff
I am tired of this business
so when the going gets rough
I ain't scared of your brother
I ain't scared of no sheets
I ain't scare of nobody
girl, when the goin' gets mean."

Michael Jackson - "Black or white" - 









venerdì 2 ottobre 2015

Big game - Caccia al Presidente

Regia: Jalmari Helander
Origine: Finlandia, UK, Germania
Anno:
2014
Durata: 90'






La trama (con parole mie): Oskari è un quasi tredicenne finlandese figlio di un grande cacciatore, pronto al rito di passaggio che, nel giorno del suo compleanno, lo vedrà trascorrere ventiquattro ore da solo nelle foreste del Nord del suo Paese in modo da riportare un trofeo di una preda a chi lo aspetta al campo base.
William Moore è il Presidente degli Stati Uniti: l'uomo più potente dello Stato più potente del mondo.
In volo sull'Air Force One con destinazione Helsinki per una conferenza, però, non sa che una talpa nel suo equipaggio, pagata da un gruppo di terroristi che li attendono a terra, progetta di far precipitare il velivolo, uccidere la scorta e rapirlo per poi chiudere la pratica in diretta web.
Quando la capsula di salvataggio del Presidente viene trovata da Oskari, però, il copione già scritto dagli attentatori cambia: il giovane aspirante cacciatore, infatti, sarà una spina nel fianco più tosta del previsto.










Una delle cose che mi ricorderà maggiormente questo duemilaquindici cinematografico sarà senza dubbio il tentativo - voluto o no, nessuno lo saprà mai davvero - di tornare, almeno per quanto riguarda l'action ed i popcorn movies, ad una dimesione più vicina possibile a quella che ha reso noti gli anni ottanta: l'esagerazione sguaiata pane e salame senza ritegno alcuno.
Ai tempi dell'uscita in sala di Big Game, lo scorso giugno, bollai il prodotto come uno dei tanti fondi del barile che vengono raschiati per la stagione estiva in sala, non preoccupandomi troppo di recuperarlo, se non finendo per imbattermici praticamente per caso quando l'estate volgeva ormai al termine, in una serata per la quale avevo bisogno del minimo impegno e del minimo sforzo, considerato che avevo deciso di allenarmi durante la visione ed avere tempo, la mattina successiva, di prepararmi per il primo giorno di asilo del Fordino.
A conti fatti, il lavoro di Jalmari Helander, regista finlandese più noto come sceneggiatore relativamente giovane che non si sa con quali stratagemmi sia riuscito a guadagnare la direzione di un prodotto da lui anche scritto con un budget non da poco ed un cast che comprende nomi decisamente importanti come Samuel Jackson, Ray Stevenson, Felicity Huffman e soprattutto Jim Broadbent, uno più noto per il Teatro ed i film d'autore che per prodotti come questo, è una schifezzona trash che non avrebbe sfigurato nel pieno degli eighties in grado di mescolare Cliffhanger ai film di formazione per pre-adolescenti, eppure, devo ammetterlo, il suo sporco lavoro d'intrattenimento l'ha svolto alla grande.
Certo, se vi aspettate una cosa profonda legata alla formazione del piccolo protagonista - con un volto quasi felino che cinematograficamente funziona alla grande - o una logica dietro le scelte dello script avete sbagliato indirizzo - e anche di parecchio -, ma se l'idea è quella di spegnere il cervello e seguire l'evoluzione di un film d'avventura in campo aperto - bellissime le locations delle riprese bavaresi, nonostante la vicenda sia ambientata in Finlandia - allora avrete trovato pane per i vostri denti: piccolo protagonista in cerca di riscatto figlio di un padre troppo ingombrante, Presidente USA tendenzialmente vigliacco e dal poco carattere pronto a prendersi a sua volta una rivincita, un paio di villains da fumettone - Ray Stevenson ed il capo dei terroristi - ed un altro da film di spionaggio, esplosioni, battute, momenti di quasi epica action - il salto del giovane Oskari, il volo dentro il congelatore - e tutto quello che serve per lasciare che il cervello si prenda un ultimo weekend off prima di affrontare l'autunno e tutto quello che ne consegue.
Di fatto nulla, o quasi, nel corso dell'ora e mezza scarsa segue un filo logico che potrebbe mostrare un qualsiasi nesso con la realtà, ma in questi casi va benissimo così, alla facciazza del floppone che è stato negli USA questo film e della curiosa nuova tendenza del Cinema finnico, che pare più votato al trash che non all'autorialità come ai tempi di Kaurismaki.
Lasciati dunque a casa i lamentoni ed i radical chic, potrete mettere a letto i bambini - almeno quelli piccoli, perchè secondo me dalle elementari in poi roba come questa è una pacchia, considerato anche il protagonista - e godervi questa roboante - era parecchio che non vedevo così tante esplosioni in un film dove non comparisse un action hero dei miei - schifezzona dall'inaspettato potenziale d'intrattenimento: vi assicuro che sarà un toccasana almeno quanto quella volta in cui avete detto al vostro capo cosa veramente pensate di lui o vi siete presi, a sorpresa di chi vi sta intorno, un'inaspettata rivincita sul Destino.
O qualunque sua incarnazione convinta di poter avere la meglio su di voi.




MrFord




"There is no turning back from this unending path of mine
serpentine and black it stands before my eyes
to hell and back it will lead me once more
It's all i have as i stumble in and out of grace
I walk through the gardens of dying light."
H.I.M. - "The path" - 





giovedì 25 giugno 2015

Thursday's child

La trama (con parole mie): l'estate è ormai esplosa anche sul calendario, si comincia a pensare alle vacanze e si cerca ristoro anche mentale nelle visioni. La settima arte, però, conferma il trend negativo del duemilaquindici e, che si tratti di proposte d'autore o blockbusteroni giocattolo, non sembra protagonista di una delle sue stagioni migliori: dunque, di fatto, si finisce per doversi accontentare di sequel poco convincenti e del ritorno sul grande schermo di uno dei paladini del Saloon.
Ovviamente non parlo del mio sgradito compare Cannibal Kid, ma di Arnold Schwarzenegger.
Riuscirà il buon vecchio Conan a cambiare i destini di un weekend un pò spento?


"Cannibal, ho deciso di terminarti."
Ted 2

"Un'altra lettera d'amore per te da parte di Cannibal Kid. Proprio non si vuole arrendere."
Cannibal dice: Ted 1 si è rivelata per me una delle commedie più esilaranti degli ultimi tempi. Riguardo a Ted 2 però ho una brutta sensazione. Seth MacFarlane finora non mi ha mai deluso particolarmente, ma questo sequel mi sa tanto di minestra riscaldata.
E poi non c'è più Mila Kunis, rimpiazzata da new-entries come l'insipida Amanda Seyfried e l'insopportabile Liam Neeson... Ma si può?
È come sostituire Cannibal Kid con James Ford e Giacomo Festi, uahahah!
Ford dice: il primo Ted, per quanto simpatico, non era nulla più di una commediola da neuroni spenti. MacFarlane, poi, ha prodotto uno dei film più brutti degli ultimi anni, Un milione di modi per morire nel West.
Le aspettative rispetto a questo secondo Ted, dunque, sono bassine, ma in questo periodo ci potrebbe anche stare.




Contagious - Epidemia mortale

"E tanto per essere sicuro, ti termino una seconda volta."
Cannibal dice: Il nuovo film con Arnold Schwarzenegger. No, non l'atteso (ma da chi?) nuovo Terminator, bensì questa pellicola zombie di cui vi parlerò presto, molto presto...
Ford dice: a prescindere dal ridicolo titolo italiano, Maggie è stata una vera e propria rivelazione. Si parla di zombies e di Schwarzy, ma non aspettatevi il consueto action tutto esplosioni e morti ammazzati.
Sarà un bene o un male? A brevissimo la risposta di White Russian.




Ruth & Alex - L'amore cerca casa

"Coltivo i pomodori per Ford: con tutti quelli che mangia, non bastano mai!"
Cannibal dice: Morgan Freeman + Diane Keaton in uno di quei film per la terza età di cui l'anti-teen Ford andrà pazzo. Io invece torno alle mie pellicole adolescenziali, probabilmente più sceme, ma sicuramente anche più divertenti.
Ford dice: tipica commedia da terza età come ne sono uscite parecchie negli ultimi anni. Non essendo una tamarrata action, però, non mi attira per nulla.




Big Game - Caccia al presidente

"Hey, Peppa, ricordami di non accettare più l'invito di Ford per un weekend in montagna."
Cannibal dice: Film che si annuncia una big cazzatona, e pure una big fordianata action. Considerando però che il clima estivo invoglia a vedere porcatone disimpegnate come questa, non escludo del tutto la possibilità di una visione. E non escludo nemmeno la possibilità di dare la caccia al presidente di WhiteRussian.
Ford dice: sarà pure un action, ma ormai Samuel Jackson è garanzia di cagata neppure si trattasse di Johnny Depp. Passo più che volentieri.




Bota Cafè

L'eremo in cui si rifugia Cannibal Kid. Sul tetto, l'auto di Ford dopo un parcheggio improvvisato.
Cannibal dice: Pellicola albanese che dal trailer sembra più interessante di un prodotto italiano medio. Non credo di aver mai visto un film albanese in vita mia, al massimo ne ho visto qualcuno di Antonio Albanese, questa potrebbe essere – fooorse – l'occasione per rimediare. Di certo Bota Cafè è sempre meglio che andare a prendere un caffè con Mr. Ford. Anche perché io non bevo caffè.
Ford dice: essendo estate ed avendo, di fatto, solo voglia di sole, sbronze, mare e film disimpegnati, passo.
Resto più che altro stupito che la mia nemesi per eccellenza, come me, non beva caffè.




Violette

"Dici che siamo più chic di Katniss Kid?" "Vestite così non credo, sembriamo più le nonne di Ford!"
Cannibal dice: Violette non è il film su Violetta, l'idolo delle teenagers e di Mr. Ford, bensì una pellicola franco-belga sul femminismo che sembra più noiosetta che radical-chic. Però mai sottovalutare il cinema franco-belga.
Ford dice: dopo Alabama Monroe, qualsiasi cosa venga dal Belgio finisce per ispirarmi, eppure in questo caso sento puzza di radicalchiccata che in questo periodo dell'anno sta al Saloon quasi peggio del Cannibale.




Crushed Lives - Il sesso dopo i figli

"Smettetela di guardarci, voi due blogger! Siamo già abbastanza incasinati con i figli!"
Cannibal dice: Per il sesso dopo i figli non c'è bisogno di vedere questo film che non promette niente di buono. Basta chiedere a Ford.
E la vera risposta che dovrà darvi sarà: niente sesso dopo i figli, ah ah aaah!
Ford dice: il sesso dopo i figli è un argomento particolare, perchè di fatto finisce per riportare ai tempi in cui si faceva di nascosto dai genitori.
Preferisco, comunque, vivermi il sesso dopo i figli, che vedere film che non mi attraggono neanche per sbaglio.




Noi siamo Francesco

"Ammazza! I piedi mi puzzano più della tana del Fordosaurus Rex!"
Cannibal dice: E io no. E soprattutto, grazie a Iddio, non sono nemmeno Fordesco.
Ford dice: neanche io. E grazie a tutti gli dei, non sono Cannibalesco.



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