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lunedì 7 ottobre 2019

White Russian's Bulletin



Settimana di pausa nel recupero tarantiniano - comunque in cima alla lista delle mie priorità di visione - che ha portato al Saloon due nuove uscite e un paio di serie che erano da parecchio nel menù di casa Ford: e in bilico tra pellicole premiate, supereroi e vecchie glorie fordiane, non c'è stato davvero modo di annoiarsi.
Anche se i punti di vista potrebbero essere diversi da quelli raccolti in rete e sui social.


MrFord



THE BOYS - STAGIONE 1 (Amazon Original, USA, 2019)

The Boys Poster


Tratto da una serie firmata dal Garth Ennis di Preacher e legato per ispirazione a Watchmen, The Boys è giunto sugli schermi del Saloon quasi a sorpresa, nonostante il passato legato a doppio filo al mondo del Fumetto del sottoscritto: acclamata e ben accolta, la produzione Amazon centra il bersaglio grazie ad una serie di personaggi e trovate di grande efficacia, oltre ad una manciata di episodi - quelli iniziali - davvero notevoli.
Si spegne un pò alla distanza, ma senza dubbio presenta materiale che, se ben trattato, potrebbe trasformare The Boys in una delle realtà da supereroi più interessanti del passato recente, grazie principalmente al gruppo di outsiders protagonisti/antagonisti e ad un villain d'eccezione - il Patriota di Anthony Starr, che in barba al passato tagliato con l'accetta di Banshee ha svolto un lavoro d'interpretazione notevole -, oltre ad una visione che porta il mondo del superpotere strettamente a contatto con i difetti che tutti noi portiamo dentro da esseri umani.
E cosa accade quando un essere umano in grado di sfondare muri o volare o correre a velocità supersonica non è in grado di mantenere il controllo?
Who watch the Watchmen?, recitava la graphic novel cult di Alan Moore. Ci sarebbe da chiederselo.




WU ASSASSINS - STAGIONE 1 (Netflix, USA, 2019)

Wu Assassins Poster


Giunta sugli schermi di casa Ford principalmente grazie alla presenza nel cast di Iko Uwais e alla promessa di un sacco di calci rotanti, Wu Assassins ha finito per non rispettare appieno le attese: la produzione Netflix, ambientata in una San Francisco splendidamente ripresa, ha vissuto nel corso dei suoi dieci episodi una sorta di lotta tra la componente action e botte da orbi e quella fantasy, legata a doppio filo alla trama principale che vede il protagonista ritrovarsi ricettacolo del potere di Assassino dei Wu, esseri una volta umani divenuti sovrannaturali grazie al ritrovamento di reliquie in grado di donare loro caratteristiche uniche ma anche una propensione al "lato oscuro" non indifferente.
Personalmente, ho di gran lunga preferito la prima, legata agli stilemi classici del "buono contro cattivo" in ambiente metropolitano con tante mazzate e dose di pane e salame elevata rispetto alla seconda, più dispersiva, senza particolari idee e confusa, purtroppo pronta a prevalere nel ciclo di episodi che concludono la stagione, ancora senza una conferma a proposito di una seconda.
Faccio giusto tesoro delle evoluzioni di Uwais - uno dei migliori interpreti attuali del "Cinema di botte" - e di Katheryn Winnick, la Lagertha di Vikings.




JOKER (Todd Phillips, USA/Canada, 2019, 122')

Joker Poster

Ho fatto di tutto, nonostante le recensioni entusiastiche lette in ogni dove in rete e sui social, per non farmi influenzare dall'hype rispetto al Joker fresco vincitore del Leone d'Oro a Venezia, in modo da evitare l'eventuale delusione. Oggettivamente, c'è da congraturarsi con Todd Phillips per la confezione e la realizzazione di una pellicola dal sapore di anni settanta disturbante e molto autoriale, considerato il genere, e con Joaquin Phoenix per un'interpretazione ottima, almeno tre scene cult - la discesa dalla scalinata una volta completata la "mutazione" in Joker, gli omicidi in metropolitana e quello nello studio televisivo - ed un lavoro di oppressione rispetto allo spettatore più che efficace, eppure devo ammettere di essere uscito dalla sala emotivamente distaccato, con la sensazione di aver assistito ad un grande spettacolo con la grande pecca di essere stato studiato clamorosamente a tavolino.
Anche se non è giusto - perché si tratta di pellicole diverse - fare paragoni, questo Joker è più simile a quello macchiettistico di Nicholson nel primo Batman di Tim Burton che non a quello distorto e caotico di Heath Ledger nel Cavaliere Oscuro di Nolan, e proprio per questo, forse, non sono riuscito a sentire tutta la carica emotiva che avrebbe dovuto avere.
Resta senza dubbio un lavoro con i fiocchi, ma non quelli che restano stampati nella memoria.




RAMBO: LAST BLOOD (Adrian Grunberg, USA/Spagna/Bulgaria, 2019, 89')

Rambo: Last Blood Poster


La settimana è stata chiusa dal più consueto festival della tamarrata fordiana, quel Rambo che, come Rocky ed in modo ancora più pane e salame continua a non voler mollare e continuare a combattere, in barba ad età, mondo che cambia ed essere fuori tempo massimo.
Riprendendo il canovaccio di Taken alimentando pessimismo e violenza, il buon Sly riesuma uno dei suoi charachters simbolo in un tributo che ha poco senso in termini di scrittura e di logica narrativa ma è una gioia per gli occhi ed il cuore di tutti i fan che, come il sottoscritto, l'hanno visto attraversare mezzo mondo e spaccare culi a prescindere dalla latitudine geografica ed ora tornano ad apprezzarlo tra le mura di casa sua, spinto come il passato vuole dalla vendetta e dal desiderio di raddrizzare i torti.
Con ogni probabilità i radical chic o i finti intenditori di Cinema come Cannibal Kid protesteranno di fronte a un titolo come questo, eppure messi da parte i pregiudizi ed accettata l'operazione per quello che è, resta un festival del gore versione action come solo il Rambo precedente era stato.
Segno che, per quanto fantasmi, certi personaggi hanno ancora il diritto ed il dovere di far sentire la loro presenza al pubblico.


martedì 1 ottobre 2019

White Russian's Bulletin



Alle spalle lo special organizzato con il mio rivale Cannibal Kid e spinto dall'uscita della sua ultima fatica, ho deciso di dedicare il poco tempo delle visioni settimanali all'inizio del recupero della filmografia tarantiniana, sulla scia dell'operazione che feci qualche anno fa con Kubrick.
Oltre, dunque, ad affrontare l'ultima fatica del ragazzaccio di Knoxville, ho deciso, archiviato la scorsa settimana il suo debutto con Le iene, di riportare al Saloon quelli che forse sono i suoi due lavori più noti e celebrati, Pulp Fiction e Kill Bill.


MrFord



KILL BILL - VOLUME 1 (Quentin Tarantino, USA, 2003, 111')

Kill Bill - Volume 1 Poster

Kill Bill fu il primo Tarantino che vidi in sala. Ai tempi dell'uscita de Le iene e Pulp fiction ero troppo piccolo, e quando arrivò Jackie Brown ancora non mi ero avvicinato al Cinema "d'autore" da appassionato: ricordo bene che le attese e l'hype erano davvero altissime, anche perchè fino a quel momento il buon Quentin non mi aveva mai deluso.
Ricordo anche che uscii dalla sala pervaso da una sensazione d'incompiutezza, come se il regista avesse voluto semplicemente divertirsi inserendo in una cornice realizzata come al solito alla grande tutte le sue passioni, le sue fisse, le sfumature dell'essere, in una buona misura, un nerd cinematografico fatto e finito, ma che mancassero sia la forza distruttiva che la profondità dei suoi lavori precedenti.
Certo, la Sposa è un personaggio indimenticabile, il film ha una colonna sonora incredibile, la parte tecnica ed alcune idee sono strepitose, eppure, nonostante potrebbe essere considerato il film forse più amato di Tarantino - almeno dal grande pubblico -, Kill Bill, e soprattutto questa prima parte, non è mai stato uno dei miei preferiti. Parlando, ovviamente, sempre del lavoro dell'autore.
Resta comunque un divertissement con i fiocchi, ma poco di più.




KILL BILL - VOLUME 2 (Quentin Tarantino, USA, 2004, 137')

Kill Bill - Volume 2 Poster


La saga della Sposa, che probabilmente andrebbe vista come un'unica pellicola, in sala e di conseguenza per l'home video fu spezzata in due, finendo per farmi rivalutare l'intera operazione grazie ad una seconda parte decisamente più efficace ed intensa della prima: merito dell'addestramento di Pai Mei, della parte dedicata a Budd, fordiano fino al midollo, e del destino del main charachter che si compie nel decisivo confronto con la sua nemesi nonchè ex amato Bill.
Certo, il lungo monologo di quest'ultimo legato alla "filosofia di Superman" è stato fin troppo sopravvalutato, ma è un peccato veniale all'interno di quella che è una vera e propria fiera dei peccati veniali, una pellicola bellissima e realizzata alla grande che, di contro, non manifesta, se non a sprazzi, un'anima vera.
Kill Bill, in un certo senso e per quanto popolare sia, è il lavoro più "fighetto" di Tarantino, quello in cui non ha voluto osare pur osando il più possibile, e se da un lato merita il successo che ha avuto, dall'altro continuo a trovare assurdo, da appassionato di Cinema, che abbia avuto più fortuna di lavori - come il già citato Jackie Brown - che gli sono decisamente superiori.
Kill Bill, del resto, è come la Sposa: da una parte un angelo sceso dal cielo, dall'altro una fastidiosa pertica succhiacazzi.




C'ERA UNA VOLTA A... HOLLYWOOD (Quentin Tarantino, USA, 2019, 161')

C'era una volta a... Hollywood Poster


Nel corso degli anni, ad ogni nuova uscita firmata dal vecchio Quentin, l'attesa ha sempre giocato un ruolo importante, quasi fondamentale. 
Del resto, quando sei un fenomeno, il pubblico si aspetta che sempre e comunque tu sarai un fenomeno, senza se e senza ma.
Una sorta di condanna, si potrebbe pensare.
E così C'era una volta a Hollywood si trasforma, per i non cinefili o per chi si aspetta il sangue di Kill Bill o la rivoluzione di Pulp Fiction, una sorta di "so tutto io" di un appassionato della settima arte che si diverte a mettersi un gradino - e forse di più - al di sopra dello spettatore medio, che probabilmente riconoscerà Bruce Lee e poco più per oltre due ore di vera e propria goduria da divoratori di film: eppure, nonostante l'apparente sterilità, anche questo C'era una volta a... Hollywood è una raccolta di scene cult - lo scontro tra Cliff e Bruce Lee, la visita di Cliff alla fattoria della Manson Family, la scena del western con protagonista Rick Dalton alle prese con il rapimento di una bambina -, il consueto stile, la colonna sonora sempre strepitosa, ottime interpretazioni ma soprattutto una mezzora finale da urlo, figlia della tendenza più recente di Tarantino di mostrare la potenza del Cinema nel riscrivere addirittura la Storia, cambiando le carte e andando oltre il Destino, il già scritto.
Probabilmente c'è chi non riesce a giustificare un film di quasi tre ore che assume la sua dimensione solo nel finale, ma per chi, come me, ama lo sport, sa bene che a volte basta anche un secondo per cambiare una partita, un incontro, una vita: ed è facile passare dal fallimento più completo alla gloria.
O viceversa. 
In questo senso, C'era una volta a... Hollywood è un film da Zona Cesarini, che allunga la zampata proprio quando tutti, seduti ai propri posti, aspettavano i supplementari o i calci di rigore, e lo fa con una rovesciata che neppure i cazzo di Holly e Benji si sarebbero potuti immaginare.
Un esecuzione così straordinaria da rendere impossibile il fatto di lasciare il culo poggiato alla sedia.
Occorre alzarsi ed applaudire. Fosse anche che questo Quentin vi sia stato sul cazzo almeno un pò.




PULP FICTION (Quentin Tarantino, USA, 1994, 154')

Pulp Fiction Poster


Nel corso della sua relativamente breve Storia, la settima arte ha regalato al suo pubblico alcuni titoli oggettivamente indiscutibili, film che hanno segnato intere generazioni di spettatori, appassionati, futuri registi o attori: mi vengono in mente cose come Apocalypse Now, La sottile linea rossa, 2001, Ran, Aurora, 8 e 1/2, tanto per citarne alcuni.
E in mezzo a tutti questi mostri sacri, c'è un titolo che di sacro non ha proprio nulla, ma che gode e costruisce la sua grandezza a partire, più che dal profano, da quello che si nasconde sotto il profano: Pulp Fiction.
Palma d'Oro a Cannes nel novantaquattro - non mi stancherò mai di ricordare che il Presidente della Giuria era un signore di nome Clint Eastwood -, cult assoluto per qualsiasi nuova generazione almeno fino a Kill Bill - ma in questo caso è un pò come paragonare Ghali a Frankie Hi NrG -, manuale di sceneggiatura, festival di scene cult, una delle colonne sonore migliori di tutti i tempi, dramma e grottesca comicità, massaggi ai piedi e colpi al cuore.
Personalmente, credo esistano pochi titoli che siano riusciti ad influenzare il mio amore per il Cinema come Pulp Fiction: lo vidi ai tempi dell'ultimo anno di superiori, in ritardo rispetto all'uscita, su una videocassetta di un compagno di classe che l'aveva registrato sull'allora TelePiù, e niente fu lo stesso, dopo quella volta.
Fu come comprendere in due ore e mezza la magia di tutti gli Scorsese e i Coppola che erano passati prima e trovare un ponte ideale per tutto quello che sarebbe venuto dopo.
E il bello è che Pulp Fiction è uno di quei titoli che non può essere recensito, raccontato, spiegato: va vissuto. Punto e basta. Perchè è venuto per risolvere problemi. E quanto cazzo è bravo nel farlo.
Perchè sono venticinque anni, eppure è ancora un "cazzo, che botta, che botta cazzo".


lunedì 27 maggio 2019

White Russian's Bulletin



Nonostante le settimane piene di un maggio lavorativo piuttosto intenso, anche a questo giro il Saloon è riuscito a presentarsi all'appuntamento con il Bulletin con due cocktail di grande fordianità pronti, sulla carta, a rendere questa insolita primavera autunnale decisamente interessante, che si parli di piccolo o grande schermo: saranno riusciti nell'intento, o anche per titoli "di sicurezza" si sarà concretizzato l'agguato delle bottigliate?


MrFord



COBRA KAI - STAGIONE 2 (Youtube Originals, USA, 2019)

Cobra Kai Poster


Lo scorso anno, quando a sorpresa uscì per Youtube Originals la prima stagione di Cobra Kai, pensai che sarebbe stata un'operazione nostalgia perfetta per i vecchiacci come me, che ancora oggi, quando nessuno li vede, posano nel colpo dell'airone che permise all'underdog Daniel LaRusso di battere il favorito Johnny Lawrence nell'All Valley Tournament per gli under diciotto dell'ottantaquattro.
Invece, amarcord a parte, gli autori di Cobra Kai non solo finirono per attualizzare le vicende degli ormai ultracinquantenni Daniel e Johnny, ma anche per rendere profondo, divertente e a tratti drammatico un serial che suonava, inizialmente, come un divertissement: con questa seconda stagione la conferma della bontà del prodotto è arrivata, a partire dall'utilizzo del vecchio sensei di Johnny nonchè villain numero uno - o quasi - del brand cinematografico John Kreese fino all'evoluzione dei personaggi, su tutti proprio quello di Lawrence, scritto benissimo, incredibilmente fallibile e dunque incredibilmente umano. 
Il crescendo degli ultimi episodi, impreziositi dalla cornice da commedia romantica del nono e dalla chiusura assolutamente drammatica del decimo - che già alimenta un hype pazzesco per la terza stagione -, mette il sigillo ad un'operazione che, ormai, è una delle certezze più solide che posso avere sul piccolo schermo, e che mi fa immaginare ad un ponte ideale tra la mia generazione e quella dei Fordini. In fondo, dai la cera e togli la cera funziona ancora. E molto bene.





DRAGGED ACROSS CONCRETE (S. Craig Zahler, Canada/USA, 2018, 159')

Dragged Across Concrete Poster


Zahler, noto al Saloon per aver stupito con l'ottimo Bone Tomahawk ed aver consolidato la sua posizione con Brawl in cell block 99, continua il suo percorso da regista grindhouse confezionando un poliziesco violento e dai ritmi dilatati che almeno fino a mezzora dalla conclusione regala l'impressione di essere un vero e proprio miracolo di gestione: non che il finale sia deludente, ma considerato il percorso del regista, non regala sorprese rispetto a chi, ormai, conosce il suo "modus operandi". 
Un film solido, ruvido, lento eppure magnetico, ottimo nel gestire personaggi anche marginali come fossero veri e propri protagonisti, violento nel modo in cui piacerebbe a Tarantino, e non solo, senza speranze ma in qualche modo ottimista: peccato davvero che il marchio di fabbrica, al terzo lavoro, andrebbe modificato quantomeno per non rischiare di lasciare che chi ha seguito dal principio la sua opera possa prevedere tutto, o quasi.
Molto bene Gibson, pulp la rapina, interessanti le riflessioni "sociali" trasmesse attraverso la moglie proprio del charachter dell'attore/regista australiano: sarà sottovalutato, ma non bisognerebbe sottovalutarlo.


lunedì 28 gennaio 2019

White Russian's Bulletin



Nuova puntata del Bulletin che, nonostante il sempre più rosicato tempo dedicato al Cinema e ad alcuni problemi tecnici porta in dono una serie di visioni più corposa rispetto a quella del trend delle ultime settimane: ovviamente, il titolo principe a questo giro di bevute è uno e uno soltanto, e credo che tutti quelli che frequentano il Saloon - e forse anche chi non lo frequentano - sappiano bene di quale titolo io stia parlando.
Dunque saliamo tutti sul ring e scopriamo com'è andata con l'ultima avventura del mitico Stallone Italiano.

MrFord


CREED II (Steven Caple Jr, USA, 2018, 130')

Creed II Poster

Penso aspettassi questo secondo capitolo delle avventure sul ring di Adonis Creed, figlio del defunto Apollo cresciuto pugilisticamente parlando da Rocky Balboa fin dai titoli di coda del precedente, circa tre anni fa: il charachter principe creato da Sly, parte integrante della mia formazione cinefila e non solo, ha un potere su di me incredibile, quasi riuscisse a vincere il Tempo e riportarmi a quando mi emozionavo da bambino davanti alle imprese mirabolanti del re degli underdogs cinematografici per poi farmi balzare avanti nel futuro, quando con i Fordini ripercorrerò la strada di questo mito che è riuscito non solo a fare la fortuna del suo creatore, ma anche a rompere lo schermo neanche fosse esistito davvero. 
Tecnicamente parlando, questo numero due della saga di Donnie Creed si rivela leggermente inferiore al precedente, un pò per l'effetto sorpresa, un pò per la mancanza di Ryan Coogler alla regia, eppure la formula è stata pienamente azzeccata: Rocky, come nel precedente, si mangia il film, ormai vecchio maestro neanche fosse un Miyagi della boxe, la versione reloaded della vecchia faida con Drago è ottima - ed è stato bravissimo Stallone in fase di scrittura a rendere umana e quasi "eroica" la coppia padre/figlio sovietici -, le tematiche legate proprio al rapporto tra genitore e figlio ben sviluppate, il match che chiude la pellicola gestito ottimamente.
Ma è stato fuori dal quadrato che Creed II ha dato il meglio, con un epilogo splendido sia per quanto riguarda la gestione del duello tra Adonis e Viktor Drago, sia per le tre vicende sviluppate, per l'appunto, in chiusura: generazioni che si sostengono e che si scontrano, che si incontrano, che cadono al tappeto e trovano la forza di rialzarsi, sempre.
Per continuare a lottare fino al suono della campana.




REVENGER (Seung Won Lee, Corea del Sud, 2019, 101')

Revenger Poster

Privo - momentaneamente, spero - della possibilità di recuperare come si deve i film in sala e non solo, sono stato soccorso da Netflix scoprendo una nutrita selezione di film di botte di quelli che piacciono tanto ai vecchi tamarri come me, prontamente recuperata per tutte quelle serate in cui la stanchezza finisce per farla da padrona ed il rischio di appisolarsi sul divano diventa più che concreto: Revenger, film coreano dal vago sapore anni novanta, recupera tematiche già portate sullo schermo da cult sotterranei come Fuga da Absolom condendoli con coreografie decisamente d'impatto ed un mix di grottesco e drammatico dal carattere decisamente asiatico.
Peccato che, nel complesso, deluda le aspettative finendo per risultare, nonostante tutto, piuttosto statico e freddo, un giocattolone a metà strada tra l'essere tamarro - e dunque divertire sguaiatamente - e ambizioso nel tentare di proporsi come una sorta di "figlio" di cose come The Raid. Peccato.




3% - Stagione 1 (Netflix, Brasile, 2016)

3% Poster

Sponsorizzata caldamente da Julez e diventata l'accompagnatrice delle pause pranzo che riesco a passare a casa - poche, tra palestra e lavoro, considerato che gli otto episodi sono passati sugli schermi del Saloon nell'arco di quasi tre mesi -, 3% ha rappresentato una scommessa per questo vecchio cowboy, dubbioso fin dal principio delle avventure da prossimo futuro raccontate in questo sci-fi distopico made in Brasile: certo, l'originalità non è il punto forte del plot, eppure il lavoro svolto sui personaggi - si tratta di una serie corale nella grande tradizione inaugurata da Lost - è più che buono, i twist ed i cambi di direzione inaspettati non mancano e l'hype per la stagione successiva si mantiene alto. Il lavoro svolto dagli autori, dunque, è senza dubbio funzionale, e pur non avendo inventato nulla ha saputo una volta ancora sottolineare l'incredibile varietà di sfumature che porta dentro l'animale più pericoloso che sia mai esistito. L'Uomo.



LA NOTTE SU DI NOI (Timo Tjahjanto, Indonesia/USA, 2018, 121')

La notte su di noi Poster

Insieme a Revenger, La notte su di noi è stato il titolo che, sulla carta, ha finito per colpirmi maggiormente scorrendo tra le proposte di botte made in Netflix: a differenza del titolo coreano, però, il lavoro di Tjahjanto è una vera e propria giostra di botte, sangue, casino e vendetta da buon, vecchio film di genere da fare invidia ai titoli "di serie b" che negli anni finiscono sempre per diventare veri e propri cult. Iko Uwais - già idolo da queste parti - è una garanzia, la vicenda - per quanto "da fumetto" - un vero circo di mazzate come non ne vedevo dai tempi del già citato The Raid, le coreografie un gioiellino pronto a solleticare i punti giusti negli appassionati di calci rotanti.
Tra le recensioni lette dalle parti di Imdb, una ha reso perfettamente giustizia in una frase a questo film: "Fa sembrare John Wick un gioco per bambini". Tremendamente vero.

sabato 29 dicembre 2018

Ford Awards 2018 - Le serie



Così come per il Saloon ed i Ford Awards in generale, anche le serie con la loro classifica quest'anno subiscono una drastica ridimensionata assestandosi sulla più classica delle top ten: per questioni di tempo e stanchezza, in realtà, negli ultimi mesi mi sono legato molto più al piccolo che al grande schermo, che è riuscito a regalarmi anche titoli destinati a diventare piccoli o grandi cult: mancano ancora recuperi importanti almeno sulla carta - Narcos, Mayans, Westworld, The handsmaid's tale -, ma se ne riparlerà il prossimo anno. Intanto, per il duemiladiciotto questo è quanto.


N°10: MAKING A MURDERER

Making a Murderer Poster

Sulla scia di lavori come Capturing the Friedmans o The Jinx, sempre grazie a Netflix ho recuperato un documentario che, fosse stato scritto per il grande schermo, sarebbe stato un legal thriller mozzafiato: la vicenda di Stephen Avery, tutt'ora in corso, filmata nell'arco di dieci anni, rappresenta uno dei casi più incredibili di cronaca nera degli States, in bilico tra vendetta, ignoranza, sangue, il nulla e l'addio. Lo stile potrà apparire quasi amatoriale, ma quello che racconta è senza dubbio da brividi.


N°9: BLACK SAILS

Black Sails Poster

Il mio amore per L'isola del tesoro ed il personaggio di Long John Silver non poteva che farmi rimanere una volta ancora ammirato da questa sottovalutatissima versione piratesca di Spartacus, che chiude il suo cammino con una quarta stagione in crescendo e che, personalmente, avrei voluto veder proseguire per almeno un altro paio di annate. 
Lo spirito indomito, selvaggio, crudele e ribelle dei pirati mostrato dall'altro lato della medaglia a fronte dell'ombra del Sistema e dell'Impero che lo rappresentava.


N°8: JEAN CLAUDE VAN JOHNSON

Jean-Claude Van Johnson Poster

Riprendendo quello che fu lo spirito del mitico JCVD sfruttandone la vena più grottesca e comica, Jean Claude Van Damme, uno dei miei idoli d'infanzia nonchè volto mitico dell'action tamarra, torna per raccontare un'assurda vicenda in cui interpreta se stesso rivelando di essere in realtà un agente segreto la cui copertura è proprio quella della star del Cinema. 
Per chi è cresciuto a calci rotanti, un vero e proprio cult: peccato si siano fermati alla prima stagione.


N°7: SEVEN SECONDS

Seven Seconds Poster

Le storie fosche pronte a rivelare tutto il buio dell'animo umano sono tra le mie preferite, quando si parla di crime: e così come avevo adorato The Shield, The Killing e The night of, sono stato conquistato da Seven Seconds, dai ritmi forse più dilatati e blandi rispetto ai titoli appena citati ma potentissimo nel raccontare una vicenda tristissima dalla quale nessuno esce vincitore consegnando al pubblico almeno un paio di charachters memorabili - il detective Fish su tutti -. 


N°6: MANHUNT - UNABOMBER

Manhunt: Unabomber Poster

Sulla scia dello spirito di Mind Hunter dello scorso anno, Manhunt - Unabomber è stata la sorpresa crime degli ultimi mesi: teso, ben raccontato, pronto a mostrare una storia di paura collettiva e solitudine profonda di due facce della stessa medaglia, interpretato bene perfino da Sam Worthington, che pur standomi simpatico di norma non è noto per brillare per qualità attoriali.
Da antologia l'episodio dedicato a Unabomber e al suo passato.

N°5: BOJACK HORSEMAN

BoJack Horseman Poster

L'Hank Moody del post Californication, Bojack Horseman, continua a mietere successi stagione dopo stagione, confermandosi uno dei charachters più interessanti del piccolo schermo e non solo. In attesa di affrontare la nuova stagione, il cavallo alcolizzato che lotta contro la fama e Hollywood rappresenta qualcosa di incredibilmente geniale, divertentissimo e profondamente triste con cui perdersi. Magari bevendo mentre lo si fa.


N°4: THIS IS US

This Is Us Poster

Uno dei serial più fordiani degli ultimi anni e forse di sempre strazia i cuori degli occupanti del Saloon anche con la seconda stagione, confermandosi come una delle opere più emozionanti e coinvolgenti che la televisione abbia da offrire al momento: in attesa di imbarcarci nella visione della terza stagione, i Pearson continuano a solleticare le lacrime anche dei più duri, rivelando finalmente quello che fu il destino del mitico Jack.


N°3: COBRA KAI

Cobra Kai Poster 

Il revival anni ottanta che ha furoreggiato negli ultimi anni porta alla riscoperta di Daniel LaRusso e John Lawrence, rivali nel primo, indimenticabile, Karate Kid, oltre trent'anni dopo: l'ex pupillo di Miyagi è diventato un imprenditore di successo, mentre il bullo del Cobra Kai è un uomo ai margini che vive di lavoretti e serate accompagnate da alcool e solitudine. 
Bravissimi gli autori a giocare su amarcord, divertimento ed un ribaltamento delle parti che mostra l'uomo dietro il "cattivo" dei vecchi tempi ed il peggio del "buono": per chi ha amato ed è cresciuto con il film originale, un must. Per tutti gli altri, un piccolo gioiellino da scoprire.


N°2: HILL HOUSE

Hill House Poster

Mike Flanagan, regista che sul grande schermo ha sempre funzionato per quanto mi riguarda a corrente alterna, trova la sua dimensione migliore sul piccolo, confezionando uno dei titoli che ha furoreggiato nella blogosfera lo scorso autunno e che rappresenta un vero e proprio gioiellino di un genere spesso vituperato e difficile come l'horror.
Incrociando le dinamiche da famiglia disfunzionale in stile Six Feet Under alle vecchie storie di case infestate, Flanagan racconta con grandissima tecnica una storia avvincente e profonda dal primo all'ultimo episodio, esplodendo in particolare con il quinto, La donna con il collo spezzato, un vero gioiello.


N°1: LA CASA DI CARTA

La casa di carta Poster

Se c'è una serie che più di ogni altra ha rappresentato il duemiladiciotto, è senza dubbio La casa di carta. Divenuta rapidamente un cult, pur non rappresentando nulla di davvero nuovo, è riuscita nell'impresa di rielaborare elementi di vari generi rendendoli cult anche quando sguaiati, eccessivi, implausibili: una sorta di Tarantino versione piccolo schermo.
Le vicende del Professore e dei suoi rapinatori sono al cardiopalma dal primo all'ultimo episodio, regalano emozioni, cambi di fronte, tensione, perfino commozione.
In fondo a volte nel "cattivo" troviamo un'umanità imperfetta e pulsante che nel "buono", d'altra parte, non possiamo trovare.


MrFord



I PREMI

Preferito fordiano: John Lawrence, Cobra Kai


Miglior personaggio: il Professore, La casa di carta

Miglior sigla: Bojack Horseman

Uomo dell'anno: Alvaro Morte, La casa di carta

Donna dell'anno: Ursula Corberò, La casa di carta

Scena cult: il Professore e Berlino cantano "Bella ciao", La casa di carta

Migliore episodio: La donna con il collo spezzato, Hill House

Premio ammazzacristiani: la casa, Hill House

Miglior coppia: Daniel LaRusso e John Lawrence, Cobra Kai


Cazzone dell'anno: Denver, La casa di carta

Cattivo dell'anno: Berlino, La casa di carta

lunedì 19 novembre 2018

White Russian's Bulletin

 


Neanche il tempo per essere soddisfatto e felice di una settimana come la scorsa, ed eccomi incappato in sette giorni in cui non solo l'unico film passato sugli schermi di casa Ford è stato il Jumanji originale - apprezzato tantissimo, a sorpresa, dai Fordini, che l'hanno immediatamente fatto diventare un cult alla pari del più recente -, ma ho pensato davvero poco e niente alla settima arte, rapito dalla stanchezza, dal lavoro, da Red Dead Redemption II - gioco pazzesco - e dalle serie televisive, più consone al mio stato attuale di vittima della pennica da divano.
Con la speranza di tornare ad un volume più ricco la prossima settimana - contando anche su alcuni recuperi che mi intrigano parecchio -, a questo giro tocca a due titoli targati Netflix che hanno confermato, purtroppo, una caratura non importante.


MrFord



IRON FIST - STAGIONE 2 (Netflix, USA; 2018)

Iron Fist Poster 

Nato a seguito dell'operazione "Marvel Knights" targata Netflix, Iron Fist era apparso da subito - ma anche nella miniserie The Defenders - come il più debole della catena: già nella prima stagione, che ero stato tra i pochi a salvare almeno in parte, si notavano una produzione, characthers e passaggi non entusiasmanti, confermati da una seconda di livello ancora inferiore.
Il charachter di Danny Rand, interpretato dal Finn Jones di Game of thrones, è poco carismatico e tendenzialmente antipatico, il suo rivale Davos anche meno, e tutto si riduce, a ben guardare, alle ben più interessanti Colleen Wing - che è anche un bel vedere - e Mary Walker, decisamente le cose più riuscite di una seconda - e ultima, giustamente - stagione insieme al riscoperto Ward Meachum che dalla prima non era uscito proprio benissimo.
Un'opera per appassionati ed appassionati soltanto che non aveva davvero altro da dire.




LUKE CAGE - STAGIONE 2 (Netflix, USA, 2018) 

 Luke Cage Poster

Per Luke Cage, partner fumettistico di Iron Fist - la loro prima testata targata Marvel li vedeva fianco a fianco con il nome di "Eroi in vendita" -, vale lo stesso discorso fatto poco sopra, quantomeno a grandi linee: in generale le due stagioni di Cage sono risultate più strutturate ed interessanti, in bilico tra la musica soul, i riferimenti "black" anni settanta, Spike Lee e via discorrendo, eppure le problematiche si sono rivelate le stesse.
Attori di spessore medio/basso, ritmo troppo lento per una proposta che dovrebbe essere d'intrattenimento puro, vicenda che fatica a decollare e nonostante qualche buono spunto si rivela davvero troppo "di genere" per pensare di poter catturare l'attenzione di pubblico nuovo o mantenere quella dei fan hardcore: peccato, perchè gli eroi metropolitani che fanno da contraltare agli Avengers vari sulla carta avrebbero potuto davvero essere più profondi, interessanti e cazzuti di così.


 

lunedì 11 giugno 2018

Cobra Kai - Stagione 1 (YouTube Red, USA, 2018)







Chi frequenta il Saloon da un pò di tempo sa quanto potrebbe essere difficile, per me, scrivere un post dedicato alla prima stagione di Cobra Kai: un post che potrebbe uscire fordiano oltre misura, dedicato al Tempo che scorre inesorabilmente neanche fossimo i protagonisti del video de Gli anni degli 883 ai tempi d'oro, al decennio che mi ha visto iniziare a crescere ed amare il Cinema, alle prime vittorie degli outsiders che attraverso Rocky e Karate Kid hanno posto le basi per tanto di quello in cui ho creduto negli anni a venire.
E così come fu di recente per Creed, attraversare i dieci episodi di Cobra Kai è stato come guardare me stesso bambino, e ripercorrere i giorni che hanno trasformato quello che era un Daniel LaRusso in un Johnny Lawrence versione sensei in bilico tra desiderio di riscatto, alcool, voglia di trasmettere il lato positivo di un "cattivo": proprio con l'avvicinarsi del finale di stagione, Daniel - che nel ribaltamento delle parti continuo di questo prodotto assolutamente geniale per timing e riferimenti rimbalza spesso e volentieri da un lato all'altro della barricata in modo totalmente umano, come del resto faceva allora - afferma che la differenza tra lui e Johnny, più simili di quanto loro stessi non potessero sembrare, è stata data dai loro maestri.
Dall'indimenticato ed indimenticabile Miyagi al perfido John Kreese, chiunque di noi, nel corso della vita, avrà avuto modo di provare sulla pelle l'effetto che un buono o cattivo insegnante riesce a trasmettere: l'allievo avrà sempre la responsabilità di imparare al meglio quello che viene trasmesso - in questo senso, bellissimo il lavoro fatto sui personaggi, che hanno tanto del teen movie in senso positivo, di Miguel, Hawk e Robbie -, ma sta e starà al maestro fare in modo che non possano esserci cattive interpretazioni, o strade che possano portare dove nessuno dei due vorrebbe.
Cobra Kai, nel rispetto dell'originale Karate Kid - con qualche riferimento ai due successivi -, del rinnovato interesse per il fascino degli eighties, del prodotto indirizzato al pubblico adolescente, delle tematiche di attualità - interessante il fatto che il Cobra Kai, ai tempi casa dei bulli, sia ora il rifugio degli sfigati in cerca di riscatto e rivincita - racconta in modo semplice, emotivo, divertente e quasi magico un ritorno, una nuova generazione che potrebbe crescere con i miti della precedente, senza dimenticarsi chi, come una vecchia canzone ascoltata accanto ad un vecchio nemico in una vecchia macchina, porta indietro nel tempo.
Perchè il nemico vero resta sempre quello.
Che passa, e per quanto possa regalare nuove possibilità, un colpo alla volta, per dirla come Rocky, finisce per toglierci tutto quello che abbiamo. Inesorabilmente e senza appello.
Cobra Kai è una serie che, al contrario, ci permette di pensare, sperare, sognare di prenderci una rivincita con il bullo più grande di tutti, quello che porta alcuni a "colpire per primi" - nel timore di essere colpiti a loro volta - ed altri a "cercare l'equilibrio": il Tempo.
Quello che, inesorabilmente, si porta via i maestri buoni e cattivi, i colpi ricevuti o assestati, i ricordi, i sogni, quello che siamo stati e quello che saremo, e infine anche noi.
Quello che non ha pietà.
Il bello, però, e Johnny Lawrence lo sa bene quanto me, è sorprenderlo.
Mostrare che la forza non sta nel pugno, come gridava Kreese, ma nella capacità di chi potrebbe sferrarlo di decidere di non farlo, in pieno stile Miyagi.
E in quel modo, affondare un colpo più forte di quanto non si possa immaginare.
Questo Cobra Kai è stato decisamente uno di quei colpi.
Così forte che non me lo sarei aspettato.
Che mi ha divertito, commosso, fatto sorridere, ricordare, e pensare che tutti, prima o poi, passano dall'essere allievi ad essere maestri.
L'importante, in tutto questo, è che si pensi che non si smette davvero mai di imparare.
Di sorprendere e lasciarsi sorprendere.



MrFord



 
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