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lunedì 30 dicembre 2019

Ford Awards 2019: i film (N°20-11)



E giungiamo così alla classifica più importante dei Ford Awards e di ogni blog che si leghi alla settima arte: quella dedicata ai film usciti in sala nel corso del duemiladiciannove.
Personalmente, è stato uno degli anni passati più lontano dal Cinema che ricordi, con pochissimi - rispetto ai tempi in cui aprì il Saloon - film visti e la maggior parte del tempo dedicato, più che allo schermo, a famiglia, lavoro e palestra. Non sono però fortunatamente mancate le pellicole interessanti, di generi e tagli diversi, che si sono date appuntamento in questa Top 20 pronta oggi a cominciare la scalata alla vetta che consacrerà domani il film migliore dell'anno che sta per finire a detta di questo vecchio cowboy.


MrFord


N°20: CREED II di STEVEN CAPLE JR

Creed II Poster

Non potevo che aprire questa classifica con, come la definirebbe Cannibal, la classica fordianata: pur se inferiore al capitolo precedente, Creed II alimenta il mito - per quanto, si dice, ne abbia scritto la parola fine - di Rocky Balboa, riuscendo anche a rendere tridimensionali ed umane le figure del vecchio rivale del mitico Stallone Italiano Ivan Drago e quella di suo figlio, emarginati e cresciuti nell'odio in patria in tempi in cui ancora la Cortina di ferro la faceva da padrona.
Un film solido e pane e salame, di quelli che non posso non amare.


N°19: LE MANS '66 - LA GRANDE SFIDA di JAMES MANGOLD

Le Mans '66 - La grande sfida Poster

Entrato in classifica all'ultimo secondo, in modo totalmente inaspettato - pensavo si sarebbe inserito l'ultimo Star Wars, rivelatosi invece più anonimo - l'ultimo lavoro di James Mangold si rivela, per quanto molto, molto classico, un prodotto solido ed emozionante, il film perfetto per la corsa all'Oscar, il prodotto americano nella migliore accezione del termine.
Ottimo comparto tecnico, il fratellino minore di Rush si impone come un ritratto sentito di una figura - anzi, due -, almeno per i non addetti ai lavori quasi sconosciuta, e per un finale molto emozionante.


N°18: JOKER di TODD PHILLIPS

Joker Poster

In molti, probabilmente, piazzeranno Joker decisamente più in alto nelle classifiche di fine anno, spinti dai facili entusiasmi dopo la vittoria a Venezia della pellicola di Todd Phillips e dall'interpretazione indubbiamente notevole di Joaquin Phoenix: eppure, nonostante le intenzioni ed il lavoro decisamente importante svolto, continuo a pensare che Joker sia "soltanto" un buon film, attraverso il quale autori ed interprete si siano preoccupati più di mostrare quanto fossero in gamba che non di raccontare una storia che sentivano nel profondo di raccontare.
In qualunque modo la si voglia vedere, comunque, almeno un paio di sequenze restano da incorniciare.


N°17: YESTERDAY di DANNY BOYLE

Yesterday Poster

Al contrario di Joker, ci saranno molti che considereranno Yesterday una delusione, o una ruffianata di un autore un tempo di rottura come Danny Boyle: per quanto mi riguarda, questo film, per quanto pop e facile possa apparire, ha piazzato almeno un paio di sequenze che sono riuscite a toccarmi nel profondo e quasi a commuovermi per quanto mi hanno sentito coinvolto.
Una di esse - quella legata a John Lennon -, resterà impressa nei miei ricordi da spettatore ma soprattutto per aver raccontato una verità assoluta che mai come nel corso degli ultimi mesi ho sentito sulla pelle e nel cuore.


N°16: ROCKETMAN di DEXTER FLETCHER

Rocketman Poster

Ancora Musica protagonista e, dopo l'exploit di Bohemian Rhapsody dello scorso anno, un altro biopic su un mostro sacro del pop ben portato sullo schermo, con la giusta dose di passione, furberia ed intensità, dai suoi autori ed interpreti.
Costruito quasi come fosse un musical, Rocketman coinvolge, trascina, diverte e non rende troppo pesanti neppure le parti drammatiche, rendendo giustizia ad un artista che ha fatto la Storia della Musica come Elton John.


N°15: DRAGON TRAINER 3 - IL MONDO NASCOSTO di DEAN DEBLOIS

Dragon Trainer - Il mondo nascosto Poster

Nuovo capitolo del franchise dedicato alle gesta di Sdentato e Hiccup e nuovo successo per una serie profonda e coinvolgente, che non perde in qualità ed intensità capitolo dopo capitolo e riesce nella non facile impresa di far emozionare e riflettere gli spettatori a prescindere dalla loro età anagrafica.
Visto in sala con i Fordini, è stato un'esperienza visiva ed emotiva molto coinvolgente, in grado di raccontare passato e futuro, genitori e figli, alti e bassi della vita come non molti film "da grandi" sono in grado di fare.


N°14: AVENGERS - ENDGAME di ANTHONY E JOE RUSSO

Avengers: Endgame Poster

E con buona pace di Scorsese, entra in top 20 anche l'ultimo capitolo - per ora - della saga cinematografica degli Avengers, indubbiamente il migliore fino ad ora nonchè uno dei tre titoli meglio riusciti, emozionanti e coinvolgenti dell'intero Cinematic Universe.
In tre ore tre che in sala i Fordini hanno seguito con l'attenzione delle grandi occasioni si vedono sfilare tutti i protagonisti degli ultimi dieci anni di questo affresco realizzato dai Marvel Studios, pronti a darsi appuntamento in una battaglia epica come non se ne vedevano da Il ritorno del re, e che sfido chiunque sia stato bambino nel senso più profondamente peterpanesco a non guardare con gli occhi sgranati e la pelle d'oca per l'emozione.
Per non parlare di quel "ti amo tremila" che è già un cult totale.


N°13: SE LA STRADA POTESSE PARLARE di BARRY JENKINS

Se la strada potesse parlare Poster

Barry Jenkins, autore dell'emozionante Moonlight, già protagonista dei Ford Awards due anni or sono, torna sul grande schermo con una storia romantica di classe assoluta, che con mano delicata ma non priva di passione racconta non solo il legame tra due persone, ma un'epoca ed un contesto che sono alle spalle della società di oggi solo apparentemente.
Un film jazz fatto di atmosfere e stile, ma anche dal cuore pulsante che va ben oltre la vetrina per un autore che, con ogni probabilità, sa di essere talentuoso e di poter realizzare grandi cose.


N°12: COPIA ORIGINALE di MARIELLE HELLER

Copia originale Poster

Biopic insolito e dal taglio lontano dal format pop di questo tipo di pellicole, Copia originale è stata una delle sorprese più interessanti degli Oscar duemiladiciannove, sia in termini di scrittura che di interpretazione, guadagnando giustamente pareri quasi unanimi che si parli di critica radical o, come nel mio caso, no.
La storia di una truffa diventata cult neanche fosse uscita da Prova a prendermi che, purtroppo per lei, ha reso la giusta fama alla sua autrice quando ormai il Tempo aveva fatto il suo corso e richiesto il tributo che, inevitabilmente, trasforma tutti noi in un racconto, che sia vero o portato sulla pagina da qualcun'altro.
C'è solo da sperare, in questo caso, che il qualcun'altro sia bravo quanto Lee Israel.


N°11: COLD WAR di PAWEL PAWLIKOWSKI

Cold War Poster

Inserito con uno strappo alla regola - tecnicamente, uscì nelle sale italiane a fine dicembre duemiladiciotto -, il nuovo lavoro dell'autore dell'ottimo Ida è una storia d'amore profondamente autoriale che sulla carta avrebbe dovuto irritarmi almeno quanto un'esaltata recensione di una robetta teen firmata da Cannibal, e che al contrario si è rivelato un viaggio affascinante e magico all'interno di un mondo lontano e ad un tempo universale.
Un Casablanca da Cortina di ferro intepretato splendidamente, fotografato altrettanto, che ammalia ed ipnotizza, e regala un'ultima perla prima di entrare senza indugi nella top ten che ci aspetta domani...

lunedì 7 ottobre 2019

White Russian's Bulletin



Settimana di pausa nel recupero tarantiniano - comunque in cima alla lista delle mie priorità di visione - che ha portato al Saloon due nuove uscite e un paio di serie che erano da parecchio nel menù di casa Ford: e in bilico tra pellicole premiate, supereroi e vecchie glorie fordiane, non c'è stato davvero modo di annoiarsi.
Anche se i punti di vista potrebbero essere diversi da quelli raccolti in rete e sui social.


MrFord



THE BOYS - STAGIONE 1 (Amazon Original, USA, 2019)

The Boys Poster


Tratto da una serie firmata dal Garth Ennis di Preacher e legato per ispirazione a Watchmen, The Boys è giunto sugli schermi del Saloon quasi a sorpresa, nonostante il passato legato a doppio filo al mondo del Fumetto del sottoscritto: acclamata e ben accolta, la produzione Amazon centra il bersaglio grazie ad una serie di personaggi e trovate di grande efficacia, oltre ad una manciata di episodi - quelli iniziali - davvero notevoli.
Si spegne un pò alla distanza, ma senza dubbio presenta materiale che, se ben trattato, potrebbe trasformare The Boys in una delle realtà da supereroi più interessanti del passato recente, grazie principalmente al gruppo di outsiders protagonisti/antagonisti e ad un villain d'eccezione - il Patriota di Anthony Starr, che in barba al passato tagliato con l'accetta di Banshee ha svolto un lavoro d'interpretazione notevole -, oltre ad una visione che porta il mondo del superpotere strettamente a contatto con i difetti che tutti noi portiamo dentro da esseri umani.
E cosa accade quando un essere umano in grado di sfondare muri o volare o correre a velocità supersonica non è in grado di mantenere il controllo?
Who watch the Watchmen?, recitava la graphic novel cult di Alan Moore. Ci sarebbe da chiederselo.




WU ASSASSINS - STAGIONE 1 (Netflix, USA, 2019)

Wu Assassins Poster


Giunta sugli schermi di casa Ford principalmente grazie alla presenza nel cast di Iko Uwais e alla promessa di un sacco di calci rotanti, Wu Assassins ha finito per non rispettare appieno le attese: la produzione Netflix, ambientata in una San Francisco splendidamente ripresa, ha vissuto nel corso dei suoi dieci episodi una sorta di lotta tra la componente action e botte da orbi e quella fantasy, legata a doppio filo alla trama principale che vede il protagonista ritrovarsi ricettacolo del potere di Assassino dei Wu, esseri una volta umani divenuti sovrannaturali grazie al ritrovamento di reliquie in grado di donare loro caratteristiche uniche ma anche una propensione al "lato oscuro" non indifferente.
Personalmente, ho di gran lunga preferito la prima, legata agli stilemi classici del "buono contro cattivo" in ambiente metropolitano con tante mazzate e dose di pane e salame elevata rispetto alla seconda, più dispersiva, senza particolari idee e confusa, purtroppo pronta a prevalere nel ciclo di episodi che concludono la stagione, ancora senza una conferma a proposito di una seconda.
Faccio giusto tesoro delle evoluzioni di Uwais - uno dei migliori interpreti attuali del "Cinema di botte" - e di Katheryn Winnick, la Lagertha di Vikings.




JOKER (Todd Phillips, USA/Canada, 2019, 122')

Joker Poster

Ho fatto di tutto, nonostante le recensioni entusiastiche lette in ogni dove in rete e sui social, per non farmi influenzare dall'hype rispetto al Joker fresco vincitore del Leone d'Oro a Venezia, in modo da evitare l'eventuale delusione. Oggettivamente, c'è da congraturarsi con Todd Phillips per la confezione e la realizzazione di una pellicola dal sapore di anni settanta disturbante e molto autoriale, considerato il genere, e con Joaquin Phoenix per un'interpretazione ottima, almeno tre scene cult - la discesa dalla scalinata una volta completata la "mutazione" in Joker, gli omicidi in metropolitana e quello nello studio televisivo - ed un lavoro di oppressione rispetto allo spettatore più che efficace, eppure devo ammettere di essere uscito dalla sala emotivamente distaccato, con la sensazione di aver assistito ad un grande spettacolo con la grande pecca di essere stato studiato clamorosamente a tavolino.
Anche se non è giusto - perché si tratta di pellicole diverse - fare paragoni, questo Joker è più simile a quello macchiettistico di Nicholson nel primo Batman di Tim Burton che non a quello distorto e caotico di Heath Ledger nel Cavaliere Oscuro di Nolan, e proprio per questo, forse, non sono riuscito a sentire tutta la carica emotiva che avrebbe dovuto avere.
Resta senza dubbio un lavoro con i fiocchi, ma non quelli che restano stampati nella memoria.




RAMBO: LAST BLOOD (Adrian Grunberg, USA/Spagna/Bulgaria, 2019, 89')

Rambo: Last Blood Poster


La settimana è stata chiusa dal più consueto festival della tamarrata fordiana, quel Rambo che, come Rocky ed in modo ancora più pane e salame continua a non voler mollare e continuare a combattere, in barba ad età, mondo che cambia ed essere fuori tempo massimo.
Riprendendo il canovaccio di Taken alimentando pessimismo e violenza, il buon Sly riesuma uno dei suoi charachters simbolo in un tributo che ha poco senso in termini di scrittura e di logica narrativa ma è una gioia per gli occhi ed il cuore di tutti i fan che, come il sottoscritto, l'hanno visto attraversare mezzo mondo e spaccare culi a prescindere dalla latitudine geografica ed ora tornano ad apprezzarlo tra le mura di casa sua, spinto come il passato vuole dalla vendetta e dal desiderio di raddrizzare i torti.
Con ogni probabilità i radical chic o i finti intenditori di Cinema come Cannibal Kid protesteranno di fronte a un titolo come questo, eppure messi da parte i pregiudizi ed accettata l'operazione per quello che è, resta un festival del gore versione action come solo il Rambo precedente era stato.
Segno che, per quanto fantasmi, certi personaggi hanno ancora il diritto ed il dovere di far sentire la loro presenza al pubblico.


mercoledì 28 settembre 2016

Trafficanti (Todd Phillips, USA, 2016, 114')



Nel corso degli anni novanta, era di gran moda rinverdire i fasti - se così si possono definire - dell'epoca d'oro degli eighties almeno per quanto riguarda il crimine, considerati gli anni "da bere" - per usare un termine da milanese - di Pablo Escobar e soci: ricordo benissimo il periodo in cui mi specchiai nel passaggio di mio fratello nella carrellata dei vari Padrino, Quei bravi ragazzi, Scarface, Blow e via discorrendo.
Anzi, più volte ho pensato che il cultissimo di Brian DePalma aveva, di fatto, rovinato una generazione finendo per mandare in pappa il cervello di chi non era riuscito a cogliere il ritratto profondamente drammatico del buon Tony Montana, alimentando i sogni di gloria di tamarri in delirio d'onnipotenza in stile Fabrizio Corona - giusto per dirne uno che di danni pare averne fatti più che altro a se stesso -.
Todd Phillips, regista della divertentissima - eccetto l'ultimo capitolo - trilogia di Una notte da leoni, torna sugli schermi con un prodotto che pare rispecchiare proprio lo spirito di quell'epoca, aggiungendo al cocktail una spruzzata di Lord of war che non fa mai male, titolo firmato da Andrew Niccol bersagliato dai critici alternativi e benpensanti da sempre una piccola chicca qui al Saloon, e lo fa con un certo piglio ed un discreto risultato, per quanto tutto, in qualche modo, suoni comunque fuori tempo massimo e già sentito: Miles Teller e Jonah Hill ripropongono una formula più che valida vista in tutti i titoli appena citati - Julez, nel corso della visione, ha avuto reminiscenze addirittura del fantastico Wolf of Wall Street, uno dei film più grandiosi degli ultimi anni, mentre io sono stato più incline a rimembrare Pain&Gain - che coinvolge e funziona perchè basata su avvenimenti realmente accaduti, anche se senza dubbio risulterà più affascinante ai giovani ancora privi di un background come quello di chi è cresciuto a cavallo tra gli ottanta e i novanta.
Certo, il trailer italiano è come al solito fuorviante ed ingiustificato, considerato che quello che è, a tutti gli effetti, un film in qualche modo profondamente drammatico viene mascherato da commedia cazzara proprio in stile Una notte da leoni, e questo non aiuterà nella visione il pubblico occasionale o chiunque approcci questo Trafficanti - adattamento pessimo, una volta ancora - con un certo spirito, eppure a mio parere una visione, nonostante la sensazione di deja-vu, risulta quasi d'obbligo, e finisce addirittura per stimolare riflessioni non da poco sul ruolo della società, dell'economia, della guerra e di tutte quelle cose che pare stiano dietro alle regole del mondo.
Una "falsa stronzata", dunque, che pur non essendo certo memorabile o destinata alla Storia del Cinema finisce per risultare godibile ed interessante, pronta a raccontare una vicenda figlia delle influenze di una generazione o due di pellicole che, anche solo erroneamente, caldeggiavano una carriera nel mondo del crimine - o ai suoi margini - come alternativa al riscatto sociale: una seduzione cui è stato, è e sempre sarà facile cedere ma che, a conti fatti, non porta nulla di buono a chi la vive come un sogno americano che si rivela, più che altro, un'illusione.




MrFord




lunedì 10 giugno 2013

Una notte da leoni 3

Regia: Todd Phillips
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 100'



La trama (con parole mie): Phil, Stu e Doug, compagni del Branco protagonista di avventure indimenticabili a Las Vegas e Bangkok, si ritrovano a quattro anni di distanza dal loro primo hangover per convincere Alan, che ha appena perduto il padre, a farsi ricoverare in un centro di recupero che possa permettergli di rimettere a posto le rotelle che non girano proprio a dovere nella sua testa.
Peccato che quello che sulla carta rappresenti soltanto un viaggio di supporto si trasformi in un'avventura all'ultimo respiro: il gangster Marshall, infatti, rapisce Doug ed intima ai tre restanti membri del gruppo di recuperare il famigerato Mr. Chow, colpevole di aver trafugato metà di un bottino multimilionario in lingotti d'oro proprio allo stesso boss.
Per gli improvvisati uomini d'azione, dunque, inizia un viaggio contro il tempo che si rivelerà grottesco ed incasinato come nella loro migliore tradizione.




Da queste parti il brand The hangover è sempre stato ben accetto, un pò per nome, un pò perchè correndo con la mente alla notte tra il trenta aprile ed il primo maggio duemilanove la sensazione che i protagonisti di questa trilogia continuano ad avere una volta realizzato di essere nella merda torna a solleticare anche il sottoscritto: certo, dalle mie parti nessuno ha finito per tatuarsi o essere "violato" da un transessuale, e Mike Tyson non si è fatto vivo, ma gente che vomita dalla finestra o un alba come quella che vidi quel giorno resteranno per sempre impresse nella mia memoria.
Ma torniamo a Una notte da leoni: fui spettatore del primo proprio a cavallo di quella clamorosa serata, e nonostante le aspettative della vigilia fossero decisamente basse - più o meno quelle che avrei dovendo affrontare un qualsiasi American pie - devo dire che finii per uscire molto soddisfatto dalla visione, che mi divertì oltremodo dal "risveglio" dei protagonisti alle foto che accompagnavano i titoli di coda.
Due anni dopo toccò al sequel - sancito dal successo planetario del primo capitolo -: molti, qui nella blogosfera e non, lamentarono il fatto che, sequenza più sequenza meno, si trattava in sostanza di una sorta di versione rieditata dell'originale, che non aggiungeva nulla a quello che era stato l'impatto dell'esordio di questo ormai consolidato franchise.
Per quanto l'originalità non fosse il cardine di quell'operazione, senza dubbio il bersaglio fu centrato in pieno, per quanto mi riguarda, ed una volta ancora uscii dalla sala non soltanto con la sensazione di aver spento il cervello ed essermela goduta, ma di aver assistito ad un sano, robusto, irresistibile intrattenimento di quelli perfetti per le serate tra amici come i protagonisti della storia.
Tutto questo per arrivare al numero tre.
Certo, la confezione funziona, la squadra è collaudata, alcuni passaggi strappano il sorriso, ma qualcosa davvero non quadra: innanzitutto manca l'hangover, che seppur ripetitivo sarebbe stato sicuramente più curioso di una sequela di scene praticamente action che nella loro maggior parte finiscono per essere meno divertenti di quanto vorrebbero, e di seguito - cosa da non sottovalutare affatto - la capacità di sorprendere e generare lo scoppio di risate che i primi due capitoli erano in grado di regalare ad un pubblico che, siamo onesti, in caso di visioni di questo genere cerca solo ed esclusivamente quello, non risulta pervenuto.
Gli stessi protagonisti paiono non credere più nel progetto, da un Bradley Cooper ormai lanciato verso una carriera decisamente più autoriale - e sempre più beniamino di Julez - ad uno Zack Galifianakis imprigionato in un ruolo dal quale non si libererà neppure da morto, senza contare Ken Jeong/Mr. Chow fin troppo sopra le righe e John Goodman che pare la bruttissima copia di quello che fu uno dei personaggi più riusciti della sua carriera, il Walt de Il grande Lebowski.
La scelta, dunque, di tramutare l'hangover in una sorta di lunga digressione "sobria" che tiri le fila delle sottotrame disseminate nei primi due episodi lascia alquanto a desiderare, diverte decisamente meno e non regala perle a nessuno, dal pubblico occasionale cui non frega nulla di prequel o sequel che finisce in sala solo per passare un inizio di sabato sera o un pomeriggio della domenica a quello più orientato all'autorialità che cerca rifugio in proposte di questo tipo per ricordarsi che il Cinema è anche della sana ed ignorantissima goduria.
Un vero peccato, che lascia il dubbio se possa essere un bene considerare un quarto capitolo - anche se gli incassi fanno pensare che non verremo risparmiati in questo senso - o sperare in una sua realizzazione come fosse un riscatto per la delusione che è stata, di fatto, il terzo qui presente.
Di certo, per un bevitore come il sottoscritto, presentare quella che dovrebbe essere l'epica conclusione di una trilogia che omaggia l'hangover come stile di vita senza che vi sia anche una sola traccia di un bicchiere è praticamente un insulto, e non bastano inseguimenti di limo alla caccia di piccoli gangster asiatici che volano in paracadute nel cielo di Las Vegas a farmi cambiare idea.
Avrei preferito senza dubbio un bel blackout vecchia scuola, a costo di rischiare l'accusa di monotonia.
Anche perchè chi ha provato quel tipo di ebbrezza sa bene che le cose non vanno, non saranno andate e non andranno mai come si potrebbe aver pensato.


MrFord


"Now the drugs don't work
they just make you worse
but I know I'll see your face again
now the drugs don't work
they just make you worse
but I know I'll see your face again."
The Verve - "The drugs don't work" -



mercoledì 8 giugno 2011

Una notte da leoni 2

La trama (con parole mie): Dopo gli sfracelli di un paio d'anni prima, i protagonisti dell'addio al celibato più casinaro della Storia recente del Cinema tornano alla carica nell'occasione dell'ultima notte da scapolo di Stu, pronto a sposarsi con una deliziosa ragazza di origini thai il cui padre detesta clamorosamente il futuro genero, associabile per lui ad uno scialbo risottino per vecchi al contrario del figlio minore Teddy, vero e proprio genio e futuro medico.
Dopo un brindisi sulla spiaggia di un lussuoso resort in pieno oceano, i nostri sventurati protagonisti si sveglieranno a Bangkok in una stanza d'albergo squallida in compagnia del loro ex avversario Mr. Chao e di una scimmia con la predilezione per il sesso orale e le sigarette, un dito del suddetto Teddy e nessuna traccia sua o di Doug, ovviamente senza ricordare nulla di quanto accaduto la notte precedente.
A quel punto, avranno quarantotto ore scarse per ricostruire gli avvenimenti che li hanno portati a Bangkok e tornare sani e salvi - e soprattutto in compagnia di Teddy - al matrimonio, prima che per Stu possa essere troppo tardi per rimediare ai danni con l'ostile futuro suocero.

Io spero che almeno la maggior parte di voi abbia potuto provare, almeno una volta nel corso della vita, la scomodissima sensazione di non ricordare nulla di come si possa essere finiti nel posto in cui ci si è svegliati e soprattutto cosa potrebbe essere successo prima che vi addormentaste.
Non perchè sia qualcosa di particolarmente esaltante - anzi, tutt'altro -, ma semplicemente perchè trovo che un rito d'iniziazione di questo genere sia tra i migliori - e, a posteriori, tra i più divertenti - che sia possibile passare, o meglio, cui sia possibile sopravvivere.
Personalmente il mio più clamoroso - e ad oggi ancora velato dal mistero e dall'oblio - è quello legato alla notte della vittoria dell'Italia ai Mondiali 2006, quando la mia mente si spense all'insulto di una barista della festa dell'unità con la quale stavo cercando di broccolare nel momento in cui mi trovai a baciarmi con due ragazze di fronte e lei e si riaccese - parzialmente - sulle scale del pianerottolo di fronte a casa dei miei, quando mio padre aprì la porta al mattino e mi trovò seduto e bellamente tra le braccia di Morfeo, con tutte le mie cose ordinatamente disposte accanto, come se le avessi appoggiate sul comodino.
Ricordo che per prima chiamai Julez, all'epoca mia migliore amica, che era stata protagonista della serata fino a circa un'oretta prima del mio tracollo, per chiederle come fosse andata e come potevo essere riuscito a tornare a casa.
Ancora oggi - più o meno - ridiamo a proposito di quel giorno.
Quando vidi per la prima volta The hangover - titolo molto ma molto più azzeccato del pessimo adattamento italiano - quella particolare sensazione tornò a galla, e devo ammettere che mi divertii - e non poco - a seguire la ricostruzione della nottata dei protagonisti per le strade di una Las Vegas ricca di sorprese più o meno piacevoli.
Dato il successo del primo capitolo, Phillips e soci annunciarono quasi immediatamente il sequel, che attesi con discreta aspettativa senza però farmi troppe illusioni, considerata la qualità certo già non memorabile del primo film e consapevole del fatto che, in qualche modo, si sarebbe trattato di una minestra riscaldata.
E, indubbiamente, di minestra riscaldata si tratta, almeno per i tratti distintivi dello script, dalla droga consumata involontariamente dai protagonisti al componente del gruppo che manca all'appello e che, in qualche modo, genera la ricerca e la ricostruzione degli avvenimenti della notte precedente.
Eppure, Una notte da leoni 2 - rabbrividisco all'idea di usare il titolo italiano - mi ha divertito come un matto. Niente di nuovo sotto il sole, eppure il personaggio del perdente in cerca di riscatto - Stu -, del belloccio mezzo coglione ma sempre pronto a prendere in mano la situazione - Cooper - e del completo cazzone che pare uscito dall'unione di McLovin e Seth Rogen - Galifianakis - riescono ancora una volta a travolgere lo spettatore con il loro concentrato di volgarità e stupidità che hanno come punto di forza proprio il fatto di essere clamorosamente veritiere pur se inserite in contesti e situazioni decisamente fuori dall'ordinario.
Perfettamente azzeccato anche il sordido scenario di Bangkok, che pare uscire da un film di genere locale per trasformarsi in un personaggio a se stante, capace di "ingoiare" chi in essa si perde.
Inoltre, momenti come il risveglio dei nostri, tutto il rapporto con la scimmia - la show stealer incontrastata della pellicola -, la scoperta della "perdita della verginità" di Stu e la fuga in macchina dai trafficanti di droga russi sono piccole perle destinate a restare nella mitologia delle serate cazzare passate con gli amici a suon di rutto libero e alcool a fiumi, rendendo ancora più appannato il finale, forse la parte più simile alla prima pellicola - con cammeo sinceramente un pò triste dell'ormai alla frutta Mike Tyson -.
Le foto conclusive, come sempre imperdibili, sono la ciliegina sulla torta di una festa che, sinceramente, spero non sia ancora finita, e regali almeno un altro hangover come si deve, utile a dimenticare, almeno per qualche ora, la vita di tutti i giorni per tuffarsi a capofitto nel diavolo che c'è in ognuno di noi.
E a proposito di questo: mi piacerebbe organizzare una bella "hangover night" con gli expendables che mi seguono e che seguo, nonostante le distanze geografiche e gli impedimenti lavorativi e di vita vari.
Pensiamoci, e vediamo che si può fare.
Ah, Cannibale. L'invito vale ovviamente anche per te. Vuoi che mi perda l'occasione di vendere qualche tuo organo al primo Mr. Chao che troviamo!?

MrFord

"Le strade delle signore
sono infinite lo sai
anch'io ti sono nel cuore
a allora cosa mi fai."

Zucchero - "Diavolo in me" -

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