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martedì 15 maggio 2018

Game night - Indovina chi muore stasera? (John Francis Daley/Jonathan Goldstein, USA, 2018, 100')








Nel corso degli anni sugli schermi di casa Ford sono passate decine - e forse centinaia - di pellicole da neuroni in vacanza perfette per la decompressione da stanchezza nel corso della settimana lavorativa, alcuni decisamente pessimi, altri completamente inutili ed altri ancora che certo non saranno destinati a fare la storia o costituire tasselli importanti della memoria ma che hanno finito per rendere al meglio il loro servizio: Game night - tralascio ogni commento a proposito dell'aggiunta voluta dalla distribuzione italiana - è senza ombra di dubbio parte di quest'ultimo gruppo.
Firmata - in parte - dallo stesso John Francis Daley del guilty pleasure trash personale di qualche anno fa Come ti rovino le vacanze, questa commedia finto nera pronta a ricongiungersi con tutti i voleri del Cinema a grande diffusione funziona nel suo genere dall'inizio alla fine, tiene un ritmo invidiabile e diverte non poco pur rimanendo nel totalmente implausibile e sopra le righe, sfrutta al meglio un gruppo di attori che senza ombra di dubbio si saranno divertiti un mondo a girarlo - è sempre un piacere vedere Rachel McAdams così come Kyle Chandler, indimenticato Coach Taylor di Friday Night Lights - e non porta sullo schermo alcuna pretesa di andare oltre quella che è la sua area di competenza.
In un certo senso, pare quasi di assistere ad una versione comedy di The Game - sopravvalutato film anni novanta per molti divenuto cult - zeppa di citazioni, momenti decisamente spassosi - l'estrazione del proiettile, tanto per citarne uno - ed una serie di situazioni perfette per adattarsi anche e soprattutto al pubblico delle coppie, unendo le speranze di norma maschili di confrontarsi con un pò di azione e quelle di norma femminili di un messaggio o un punto cui arrivare che non sia il semplice esibirsi in pirotecniche sequenze d'azione o gesti al limite dell'incredibile.
Fa il suo ritorno sullo schermo, inoltre, un altro ex grande protagonista del piccolo schermo, quel Michael C. Hall che prima del tracollo delle ultime due annate aveva fatto sognare i fan con Dexter, pronto a rendere ancora più vivace un finale giocato sui colpi di scena ed i continui cambi di prospettiva, degna conclusione di una pellicola senza pause che ha finito per sorprendermi in positivo soprattutto considerate le scarse aspettative che nutrivo fin dalla prima visione del trailer: certo, non aspettatevi qualcosa in grado di cambiare la vostra annata da cinefili, o che possa ispirare post di quelli che si scrivono con il cuore in mano, quanto più che altro uno di quei prodotti che pare una poltrona massaggiante o un piatto particolarmente buono al termine di una giornata non necessariamente andata male, ma che chiede il suo tributo in termini di stanchezza e voglia di staccare la spina da ogni responsabilità mentale.
In questo senso le vicende dei protagonisti fungono da catalizzatore d'attenzione, generatore di risate e antistress per chiunque si accomodi sul divano, aiutando l'audience a dimenticare - o quantomeno non fare troppo caso - a quello che li ha strapazzati durante tutto il giorno e farà lo stesso dalla mattina dopo: come spesso mi è capitato di sottolineare, il Cinema è anche questo, e quando l'idea del popcorn movie finisce per tradursi in intrattenimento senza pretese per quanto mi riguarda tutto fila liscio come l'olio, e pur senza grandi partecipazioni emotive, opere artistiche o colpi di genio, si finisce per crollare nel letto sereni.
E non è cosa da poco.
Anzi, direi che è proprio un bel gioco, come quelli che si fanno tra amici in quelle serate in cui ci si sente leggeri e liberi dai pensieri che si lasciano fuori dal tabellone.



MrFord



martedì 16 gennaio 2018

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Martin McDonagh, UK/USA, 2017, 115')




In uno dei loro pezzi più noti ed apparentemente semplici, i Beatles cantavano "All you need is love".
Detta così, senza associarla ai Fab Four, parrebbe quasi una frasetta del cazzo da Baci Perugina, o romanzo rosa di dubbio gusto ed indubbia (bassa) qualità.
Ma come spesso accade, nella semplicità risiede qualcosa di talmente grande da mangiarsi tutto il resto, perfino quando il mondo attorno crolla pezzo dopo pezzo, e l'unica strada che pare possibile per lo stesso è quella di andare inesorabilmente a puttane, senza usare troppi giri di parole.
Ed è quella la direzione che pare aver preso la vita ad Ebbing, Missouri, uno di quei piccoli centri persi tra il nulla e l'addio eastwoodiani in cui tutti sanno tutto di tutti ed i peccati sono al contempo ben nascosti sotto i tappeti eppure alla mercè delle voci che danno buoni consigli non potendo più dare cattivo esempio: c'è un Capo della polizia che è il ritratto dell'uomo d'altri tempi, con un bel tumore al pancreas e non si capisce se troppa condiscendenza o troppo poco coraggio, il suo protetto che vive in bilico tra bullismo e razzismo, e per sfogare la rabbia di una vita ben al di sotto degli standard che i suoi fumetti probabilmente gli fanno sognare preferisce affogare il dolore nell'alcool o gettando pubblicitari falliti dalle finestre dopo averli pestati, un venditore di auto usate che cerca con il cuore, le bugie ed una strana e silenziosa determinazione a non essere visto sempre e solo come un nano, miserie umane e speranze più o meno in pezzi che s'infrangono, divampano, esplodono contro tre manifesti che cercano di portare a galla una verità terribile piuttosto che rimanere confinati nella tranquillità di un silenzio troppo pesante.
E poi c'è lei, Mildred.
Mildred che è una donna che ha dovuto farsi le ossa a fronte di un marito violento che esibisce una fidanzata che potrebbe essere la loro figlia morta, bruciata e violentata proprio sulla strada di quei manifesti, che lavora e non ha paura di dire quello che pensa e fare quello che vuole, che ha deciso, perduto l'amore, di sopravvivere grazie all'odio.
Perchè è quello, che resta in piedi nei posti persi tra il nulla e l'addio, le case polverose delle speranze infrante.
Quello che pompa il sangue nel cuore di Mildred, in quello di Dixon, che scorre sotto le strade di Ebbing, Missouri. Quello che si è portato via una ragazza nel peggiore dei modi, e che trascina da sotto i tappeti in cui vengono nascosti male i peccati tutto quello che di peggiore può rimanere dei peccati stessi, dal rancore alla paura. E di nuovo, all'odio.
Lo stesso che trasforma una risata o un momento talmente assurdo dall'essere divertente in una delle sequenze più disturbanti del passato recente, che apre vecchie ferite e si compiace nel cospargerle con il sale del rimorso e dei sensi di colpa, e trasforma qualsiasi confronto in una sorta di guerra.
Per chi in guerra ci è andato perdendo fin troppo della sua umanità, e per chi è rimasto, e combatte ancora più duramente tutti i giorni.
E proprio quando, come nella notte più buia, l'unica strada che pare possibie è quella di andare inesorabilmente a puttane, ecco che ritorna quella frase semplice semplice.
All you need is love.
Una cosa apparentemente banale che si porta dietro il segreto del mondo, anche quando pare non ci sia davvero un cazzo per cui anche solo sognare di essere felici, o lottare, o difendere.
Perchè, come scriveva Hesse, "Senza una madre non si può amare, senza una madre non si può morire", o come ricorda Willoughby a Dixon, "Non puoi essere un buon poliziotto senza amore".
L'amore ti da la dimensione di quello che vuoi proteggere, e la forza per dimostrare che anche le cose peggiori, a volte, possono prendere una direzione diversa da quella che si possa pensare.
Non è detto che possano comunque finire bene, o che da qualche parte l'odio non possa generare altro odio.
Ma chi è pronto a scommettere su quella semplice frase, ha senza dubbio spalle abbastanza larghe per sopportare il dolore e volontà abbastanza forte per iniziare un viaggio che possa portare oltre.
Quello che accadrà si potrà sempre decidere un passo dopo l'altro.



MrFord



sabato 11 febbraio 2017

Masterminds - I geni della truffa (Jared Hess, USA, 2016, 95')




Di norma, quando si tratta di affrontare i titoli che escono in sala, i film che per un motivo o per un altro stuzzicano la zona cult mia o di Julez, così come le grandi novità, vengono privilegiati rispetto alle proposte eccessivamente autoriali - che utilizzo nelle serate in cui tutti sono a nanna e resto l'ultimo baluardo di casa Ford, e finisco per non ammazzarmi con PES - o a tutti quei film classificati come riempitivi per i pomeriggi a casa con i Fordini o per le serate di stanca: Masterminds - I geni della truffa apparteneva a quest'ultima categoria.
Rimasto in standby per mesi, e passato su questi schermi con la speranza che potesse rivelarsi una commedia sguaiata e senza ritegno oppure una cosa a sorpresa profonda - come fu Pain&Gain, giusto per citare un esempio -, si è rivelata una delle perdite di tempo più clamorose di questo inizio anno: perchè nonostante il cast abbastanza di richiamo - non di valore effettivo, sia chiaro - ed una campagna pubblicitaria ai tempi dell'uscita piuttosto d'impatto che avrebbero voluto spacciarlo per una sorta di incrocio tra i Coen e The nice guys, il lavoro di Jared Hess - che pure non è l'ultimo dei cretini - è risultato volgare, inutile e stantio, così come l'ennesima conferma del fatto che, Birdman escluso, Zack Galifianakis sia uno dei cani maledetti più incredibili che la settima arte mainstream abbia regalato al pubblico di tutto il mondo in questi ultimi anni.
Archiviato il protagonista, Masterminds rappresenta uno dei punti più bassi che abbia visto raggiungere dal Cinema americano di grana grossa degli ultimi mesi ed uno dei più seri candidati alla decina del peggio dell'anno nonostante si sia ancora all'inizio dello stesso: inutile, assolutamente non divertente, chiaramente posticcio e poco coinvolgente, svogliato dall'inizio alla fine e moralmente discutibile anche a livello di messaggio - trattandosi di una storia ispirata da vicende reali -.
Se, infatti, prodotti come Prova a prendermi o I love you Philiph Morris avevano un senso legato al talento che emerge o ad una lotta contro il sistema sociale, questo Masterminds pare quasi una versione nel segno dei peggiori Cinepanettoni o del più agghiacciante Checco Zalone per dimostrare che un certo tipo di visione e di condotta sia in realtà il modello da seguire a prescindere, e la ricetta della felicità.
Un film, dunque, inutile ed assolutamente cestinabile, di quelli talmente poco significativi anche in negativo da diventare un incubo quando si tratta di scrivere un post che possa descrivere nel dettaglio la loro pochezza.
E proprio perchè in questo nuovo corso post-Bullettin non voglio perdere tempo ed energie in recensioni forzate, chiuderò semplicemente così: Masterminds è una vera merdina.
Se potete, evitatelo.
Non avrete la sensazione di aver sprecato del tempo.




MrFord



 

mercoledì 28 settembre 2016

Trafficanti (Todd Phillips, USA, 2016, 114')



Nel corso degli anni novanta, era di gran moda rinverdire i fasti - se così si possono definire - dell'epoca d'oro degli eighties almeno per quanto riguarda il crimine, considerati gli anni "da bere" - per usare un termine da milanese - di Pablo Escobar e soci: ricordo benissimo il periodo in cui mi specchiai nel passaggio di mio fratello nella carrellata dei vari Padrino, Quei bravi ragazzi, Scarface, Blow e via discorrendo.
Anzi, più volte ho pensato che il cultissimo di Brian DePalma aveva, di fatto, rovinato una generazione finendo per mandare in pappa il cervello di chi non era riuscito a cogliere il ritratto profondamente drammatico del buon Tony Montana, alimentando i sogni di gloria di tamarri in delirio d'onnipotenza in stile Fabrizio Corona - giusto per dirne uno che di danni pare averne fatti più che altro a se stesso -.
Todd Phillips, regista della divertentissima - eccetto l'ultimo capitolo - trilogia di Una notte da leoni, torna sugli schermi con un prodotto che pare rispecchiare proprio lo spirito di quell'epoca, aggiungendo al cocktail una spruzzata di Lord of war che non fa mai male, titolo firmato da Andrew Niccol bersagliato dai critici alternativi e benpensanti da sempre una piccola chicca qui al Saloon, e lo fa con un certo piglio ed un discreto risultato, per quanto tutto, in qualche modo, suoni comunque fuori tempo massimo e già sentito: Miles Teller e Jonah Hill ripropongono una formula più che valida vista in tutti i titoli appena citati - Julez, nel corso della visione, ha avuto reminiscenze addirittura del fantastico Wolf of Wall Street, uno dei film più grandiosi degli ultimi anni, mentre io sono stato più incline a rimembrare Pain&Gain - che coinvolge e funziona perchè basata su avvenimenti realmente accaduti, anche se senza dubbio risulterà più affascinante ai giovani ancora privi di un background come quello di chi è cresciuto a cavallo tra gli ottanta e i novanta.
Certo, il trailer italiano è come al solito fuorviante ed ingiustificato, considerato che quello che è, a tutti gli effetti, un film in qualche modo profondamente drammatico viene mascherato da commedia cazzara proprio in stile Una notte da leoni, e questo non aiuterà nella visione il pubblico occasionale o chiunque approcci questo Trafficanti - adattamento pessimo, una volta ancora - con un certo spirito, eppure a mio parere una visione, nonostante la sensazione di deja-vu, risulta quasi d'obbligo, e finisce addirittura per stimolare riflessioni non da poco sul ruolo della società, dell'economia, della guerra e di tutte quelle cose che pare stiano dietro alle regole del mondo.
Una "falsa stronzata", dunque, che pur non essendo certo memorabile o destinata alla Storia del Cinema finisce per risultare godibile ed interessante, pronta a raccontare una vicenda figlia delle influenze di una generazione o due di pellicole che, anche solo erroneamente, caldeggiavano una carriera nel mondo del crimine - o ai suoi margini - come alternativa al riscatto sociale: una seduzione cui è stato, è e sempre sarà facile cedere ma che, a conti fatti, non porta nulla di buono a chi la vive come un sogno americano che si rivela, più che altro, un'illusione.




MrFord




mercoledì 4 maggio 2016

The Dressmaker - Il diavolo è tornato

Regia: Jocelyn Moorehouse
Origine: Australia
Anno: 2015
Durata:
118'







La trama (con parole mie): Myrtle Dunnage, dopo una vita passata in giro per il mondo a costruirsi una reputazione come stilista di successo, torna nel suo paese natale, nel cuore dell'Australia rurale, memore dell'episodio che segnò la sua infanzia per comprendere meglio le cause della sua partenza ed allontanamento dalla madre, divenuta una sorta di vecchia folle del piccolo villaggio.
Ripulita la casa in cui è cresciuta e ridato uno scopo alla genitrice, Myrle detta Tilly inizia un lento percorso che non solo la condurrà al confronto con i ricordi pronti ad affiorare dal passato rispetto alla morte del suo coetaneo Stewart Pettyman, della quale è da sempre accusata dalle malelingue locali, ma anche al confronto con la sua abilità nella professione, con l'amore e con l'odio, sempre pronto a rinnovare quella che la stessa Tilly considera una maledizione.
Riuscirà la donna a fare chiarezza sul passato e tracciare una nuova strada verso il futuro?









Non so se vi è mai capitato, nel corso della vita, di finire vittime di una diceria, che fosse positiva o negativa, e se la stessa avesse un impatto significativo sul presente che stavate vivendo in quel momento.
Personalmente, sì.
Nel bene e nel male.
La diceria, comunque la si veda, che ci porti vantaggio oppure no, "è un venticello" - come si canterebbe nel Rigoletto - pronto a sconvolgere un pezzo alla volta le esistenze non solo di chi vive la stessa sulla pelle, ma anche di chi, dall'altra parte, la alimenta o provoca.
Nel corso della visione di The Dressmaker - sconvolgenti sia l'adattamento italiano che il trailer nostrano - ho avuto l'impressione di sentire sulla pelle la sgradevole sensazione provocata dalla diceria stessa - una sorta di versione mentale del fuoco di Sant'Antonio, o della varicella, ed avendoli provati entrambi so di cosa parlo - ed il suo crescendo, ben giocato dall'autrice Jocelyn Moorehouse, che non faceva parlare di sè dagli anni novanta, grazie alla vicenda di Tilly Dunnage, una sorta di Sposa tarantiniana giunta nel suo vecchio e polveroso paese d'origine nell'Australia rurale per raddrizzare il torto che non solo ha condizionato la sua vita, ma ha finito per lasciare un segno indelebile anche all'interno della comunità locale: mescolando abilmente suggestioni che ricordano il Tim Burton di Edward mani di forbice, il Robert Altman de La fortuna di Cookie ed il grottesco dei Fratelli Coen la regista consegna al pubblico uno dei titoli più sorprendenti della primavera, una commedia nera pronta a metterci a nostro agio proprio come un sarto prima di sferrare i colpi decisivi nel crescendo dell'ultimo terzo di pellicola, tra i più intensi e belli del passato recente, in grado di ricordare al sottoscritto viaggi emozionali "down under" come quelli di Lezioni di piano o Holy smoke.
Ma prima che i sentimenti prendano il sopravvento, occorre constatare quanto - da buon film corale che si rispetti - The Dressmaker spinga i suoi interpreti ad un lavoro egregio, dalla protagonista Kate Winslet - sempre una garanzia - ad uno strepitoso Hugo Weaving, un'indimenticabile Judy Davis ed una giovane conferma come Sarah Snooke, già ammirata da queste parti in Predestination: perfino il pezzo di manzo Chris Hemsworth, come suo fratello Liam, di norma destinato a parti prettamente fisiche, trova una sua connotazione in un personaggio sorprendente per destino ed approccio, pronto a dare inizio all'escalation emotiva della parte finale della pellicola.
Ma torniamo alla diceria, al pettegolezzo, alla "maledizione", come direbbe Tilly.
Personalmente, ho imparato a fare quasi un vanto di eventuali voci, vere oppure no che siano: da appassionato di Cinema e stronzo patentato, ho compreso l'importanza che anche la cornice e l'atmosfera finiscono per avere, rispetto alla nostra vita di tutti i giorni, ed al modo che hanno gli altri di percepirle. Poi, certo, non sono mai stato accusato di omicidio, o cacciato dal mio paese d'origine da un branco di stronzi troppo limitati per poter comprendere perfino e soprattutto quegli stessi limiti come Tilly, eppure ho sempre sentito quasi un brivido, all'idea di aver originato qualcosa.
In un certo senso, quando le dicerie sono fondate, l'idea di poter sfruttare le stesse, per ego o per farsi coraggio, è sempre utile, e quando non lo sono, potrebbero comunque dare origine ad un vantaggio, o far scattare la scintilla in grado di alimentare l'incendio, e cambiare davvero lo status quo.
The Dressmaker racconta - e molto bene - di tutto questo, ma non solo: perchè porta in scena lo sguaiato divertimento, il brivido delle emozioni, la travolgente carica dell'amore, l'ineluttabilità della morte. Tutte cose che, prima o poi, passano per le nostre mani come ago e filo illudendoci di essere i sarti del nostro destino, prima di portarci via tutto nel momento in cui è il destino stesso a chiamarci.
Se non altro, vivendo quanto più possibile, quando giungerà quel momento sapremo di aver festeggiato nel vestito migliore ed aver buttato quanta più spazzatura possibile.





MrFord




"Si sa che la gente dà buoni consigli
sentendosi come Gesù nel tempio,
si sa che la gente dà buoni consigli
se non può più dare cattivo esempio."
Fabrizio De Andrè - "Bocca di rosa" -




mercoledì 6 aprile 2016

Dio esiste e vive a Bruxelles

Regia: Jaco Van Dormael
Origine: Belgio, Francia, Lussenburgo
Anno: 2015
Durata:
113'








La trama (con parole mie): forse non tutti lo sanno, ma Dio vive a Bruxelles insieme a sua moglie ed alla figlia di dieci anni Ea, che osserva quanto suo padre, come uno scrittore cinico ed annoiato, si diverta a torturare gli umani per passare il suo tempo, o almeno quello che non passa rimproverando lei e la madre.
Spinta da un anelito di ribellione ispirato dal fratello Gesù, da tempo allontanatosi dalla famiglia, la bambina non solo fugge di casa per esplorare il mondo dei mortali, ma prima di farlo decide di comunicare a tutta la popolazione del mondo tramite sms quanto tempo separa ognuno dal momento della propria morte.
Questa rivelazione cambia radicalmente l'approccio alla vita sulla Terra, e quando Ea decide di scegliere non solo un narratore della sua storia, ma anche sei nuovi apostoli per portare il loro numero complessivo a diciotto come li vorrebbe sua madre, appassionatissima di baseball, Dio in persona si troverà a scendere in campo per cercare di limitare l'operato della sua piccola.
Peccato che non tutto andrà secondo i suoi piani.













Quando, mesi fa, uscì in sala Dio esiste e vive a Bruxelles, fui divorato dai dubbi che, ormai, mi assalgono nel momento in cui affronto una pellicola d'autore di quelle che, agli inizi degli Anni Zero e nel mio periodo da radical cinefilo, avrei non solo visto con hype alle stelle, ma avrei potuto acquistare in dvd anche a scatola chiusa, fiducioso solo della loro natura d'essai: dunque, nonostante ottime recensioni da parte di colleghi bloggers fidati ed una certa curiosità, ho finito per rimandare la visione settimana dopo settimana, quasi cominciando a pensare che il titolo firmato da Van Dormael si sarebbe perso nei meandri delle decine che recupero e poi, per un motivo o per un altro, restano a riposare neanche fossero whisky da invecchiamento nell'hard disk.
Non so neppure giustificare il fatto, invece, di averlo scelto quasi d'istinto nel corso di un pomeriggio che avrebbe accompagnato le mie consuete sessioni di gioco con il Fordino quando sono a casa dal lavoro, conscio della reazione che avrebbe potuto provocare in Julez, già pronta ad un insperato ed inaspettato riposino pomeridiano nel corso della visione: a prescindere, comunque, da tutto quello che avrei pensato potesse essere e quello che, di fatto, è stato, Dio esiste e vive a Bruxelles - pessimo, come al solito, l'adattamento italiano - è uno dei prodotti più sorprendenti che il Cinema europeo recente abbia potuto regalare al pubblico, sofisticato eppure non spocchioso, in grado di unire la cornice favolistica di Amelie - un film che io non ho mai particolarmente amato - alla critica spirituale di produzioni cult da queste parti come Le mele di Adamo.
Senza dubbio questa nuova interpretazione della religione e della fede non è priva di difetti, e soprattutto sulla distanza finisce per perdere qualche colpo rispetto ad un inizio davvero strepitoso, eppure, shakerando Kaurismaki ed un approccio che riesce ad essere molto credente ed altrettanto ateo, Van Dormael confeziona un esperimento clamorosamente riuscito, in grado di passare da citazioni di Van Damme pronte a conquistare senza ritegno il sottoscritto al merito assoluto di aver tenuto la signora Ford sveglia dall'inizio alla fine, strappandole addirittura un'approvazione che, in questi casi, è più unica che rara.
La rappresentazione di una "famiglia divina" quasi e più di quanto non sarebbe se fosse profondamente umana, dalla splendida Ea, una sorta di Little Miss Sunshine con poteri illimitati, al cinico e detestabile padreterno, passando attraverso un Cristo che pare uscito dal cilindro di Kevin Smith e da una "signora dio" che, chissà, forse ha pronte le cartucce migliori per quello che ci attende oltre i titoli di coda, è assolutamente azzeccata, così come il viaggio della sua piccola ribelle attraverso il nostro mondo, l'idea di sconvolgerlo comunicando a tutti la "data di scadenza" di ogni vita e la musica che non solo ci rende unici, ma anche associabili in modo unico a qualcun'altro.
Da peccatore miscredente quale sono, non avrei saputo immaginare una rivoluzione rispetto al regno di terrore di dio meglio gestita di quella che imbastisce il buon Jaco grazie alle gesta di Ea e dei suoi apostoli, in grado di trasmettere la sensazione di confortevolezza che proprio la fede dona a chi l'abbraccia - quando lo si fa in modo positivo e costruttivo, ovviamente - ma ad un tempo il bisogno di critica, la curiosità e la necessità di una rottura al cospetto di eventuali poteri superiori neanche fossimo tutti una sorta di figli adolescenti - come pare essere lo stesso Gesù, ispiratore dell'ancora più tosta e rivoluzionaria sorellina -.
In un certo senso, si potrebbe considerare questo viaggio come il lato solare, caotico e poco misurato dello strepitoso Kreuzweg visto qualche mese fa: in entrambi i casi si affronta la critica alla fede partendo da un punto di vista assolutamente credente.
Una cosa davvero non da poco, in un mondo come quello attuale, spartito tra non credenti e finti credenti.
Ed ancora più notevole perchè in grado, nel caso della pellicola austriaca come in questo, di conquistare anche chi, come gli occupanti del Saloon, con la fede c'entrano poco o nulla.





MrFord





"You can run on for a long time
run on for a long time
run on for a long time
sooner or later God'll cut you down
sooner or later God'll cut you down."
Johnny Cash - "God's gonna cut you down" - 





martedì 23 febbraio 2016

Deadpool

Regia: Tim Miller
Origine: USA, Canada
Anno:
2016
Durata:
108'








La trama (con parole mie): Wade Wilson, ex membro delle Forze Speciali, mercenario dal cuore tenero, dopo aver trovato l'amore trova anche, sotto l'albero di natale, un cancro terminale. Avvicinato da misteriosi individui che dicono di volerlo guarire per renderlo, di fatto, un supereroe, ed accettata la loro offerta nella speranza di poter tornare accanto alla donna della sua vita, Vanessa, Wade si trova con il volto ed il corpo completamente sfigurati dalla mutazione, poteri incredibili di rigenerazione ed una grande incazzatura celata abilmente dall'ironia che l'ha sempre contraddistinto.
Inventato, grazie all'amico Weasel, l'alter ego Deadpool, Wade inizia a pianificare la tanto agognata vendetta contro i responsabili di tutte le sue disgrazie: peccato che sistemarli a dovere sarà più difficile del previsto e dovrà avvenire forzando un'alleanza certo non desiderata con alcuni degli X-Men di Charles Xavier.










Con ogni probabilità, se il mio io quattordicenne avesse visto Deadpool al Cinema, la mia storia sarebbe stata molto diversa, o se non molto, almeno in parte: ai tempi delle medie e dei primi anni delle superiori, infatti, patii tantissimo una timidezza che superai davvero soltanto con la fine dell'adolescenza lottando con le unghie e con i denti, e da appassionato di Fumetti adoravo il modo in cui un supereroe come l'Uomo Ragno dribblava il problema con battute a raffica ed un umorismo da maschera pronto a scacciare ogni paura.
Ma, già allora, c'era chi era riuscito a fare molto meglio del vecchio Testa di tela: sto parlando del Mercenario Chiacchierone, l'antieroe numero uno tra i miei favoriti dalla metà degli anni novanta ad oggi, Mr. Wade Wilson, alias Deadpool.
Leggere le sue avventure era come assistere ad una versione dopata e pirotecnica di quelle di Spidey, quasi come se si passasse da Wall Street a The Wolf of Wall Street, o da Lock&Stock a Pulp Fiction: da allora, ed anche dopo aver appeso gli albi a fumetti al chiodo - o quasi - come lettore, il charachter aveva mantenuto un posto d'onore nella mia memoria, custodito gelosamente nonostante una piccola parte non esaltante nel per nulla esaltante Wolverine: Origins e nell'interprete scelto in quell'occasione e dunque per questo tanto atteso esordio in solitaria su grande schermo, Ryan Reynolds, uno degli attori più cani dell'universo conosciuto.
Ma torniamo al mio io quattordicenne, che probabilmente sarebbe uscito dalla sala esaltato oltre ogni misura e convinto di poter superare qualsiasi timidezza a suon di battutacce e scorrettezze verbali alla maniera del vecchio Wade, e ringrazierebbe in eterno l'esordiente Tim Miller per aver confezionato non solo il film di supereroi - anche se la definizione non piacerebbe a Pool - più grandioso dell'anno, ma anche delle ultime stagioni, vincendo a mani basse la concorrenza pur agguerrita e portando sullo schermo una versione pulp e soprattutto ironica come non mai dei vari Kick Ass, Scott Pilgrim, Super e via discorrendo: perchè Deadpool è questo, un cocktail esplosivo di quelli pronti a stendere il bevitore esperto senza che se ne accorga o distruggere quello alle prime armi già dalle prime sorsate.
Narrazione scomposta, quarta parete letteralmente sbriciolata da uno strabordante protagonista - da impazzire i riferimenti alla saga cinematografica degli X-Men, tra Patrick Stewart e James McAvoy, quelli a proposito delle scene più violente e della colonna sonora o il riferimento alla scarsa capacità attoriale dello stesso Reynolds, impagabile -, scene d'azione esilaranti e perfette per ogni patito dei film di botte e degli effettoni, un crescendo con tanto di battaglia finale che ad un tempo omaggiano e sbeffeggiano tutti gli stilemi di un genere, scorrettezze come se piovessero e perfino lo spazio per una storia d'amore che, a suon di volgarità e colpi bassi, finisce per diventare più romantica di tante altre raccontate con epica ed enfasi certamente maggiori e seriose: e poi legnate, sangue, teste mozzate, proiettili, risate, vecchie cieche appassionate di Ikea e la costruzione della base per un protagonista che, se continuerà ad essere scritto e diretto con questo piglio, rischierà di soppiantare nel cuore dei fan del genere qualunque altro.
Il mio io quattordicenne, scrivevo poco sopra, sarebbe uscito esaltato e pronto a lottare con sorriso e lingua lunga contro la timidezza ed il mondo: non so se sarebbe andata diversamente da come effettivamente è stato, ma quello che è certo è che mi piacerebbe potergli mostrare cosa il futuro è stato in grado di fare con uno dei nostri favoriti di sempre del Fumetto mainstream.
Ma in fin dei conti, chi se ne frega. Del mio io quattordicenne e di tutte le elucubrazioni.
Io, oggi, nel duemilasedici, sono uscito dalla visione di Deadpool esaltato ed a pieno regime.
Quasi come se mi fossi fatto un acido e schiaffato i titoli di testa di Enter the void per un paio d'ore, poi Spongebob per un altro paio ed infine avessi sognato un coltello piantato in testa per vedere uscire animaletti animati da dietro le spalle di Julez.
E l'effetto, a distanza di un giorno o due, non è ancora finito. Anzi.
Dunque fanculo i quattordici anni, la critica, il questo ed il quello.
Deadpool è una ficata come ne esce - se va bene - una all'anno.
E per me si è già guadagnato il posto che fu di Fury Road la scorsa stagione.
Perchè finalmente, ed è sotto gli occhi di tutti, realizzare una tamarrata d'Autore è più che possibile.
E' fottutamente reale.
Ed ora un paio di esplosioni, gli Wham! che attaccano Careless whisper ed una bella scopata di chiusura.
E non aspettatevi teaser del sequel.
Parola di Pool.
Forse.





MrFord





"I'm never gonna dance again
guilty feet have got no rhythm
though it's easy to pretend
I know you're not a fool
I should have known better than to cheat a friend
and waste a chance that I've been given
so I'm never gonna dance again
the way I danced with you."
Wham! - "Careless whisper" - 





venerdì 4 dicembre 2015

Deathgasm

Regia: Jason Lei Howden
Origine: Nuova Zelanda
Anno: 2015
Durata: 86'






La trama (con parole mie): Brodie è un adolescente all'ultimo anno di liceo borderline e problematico. Separato dalla madre a causa dei problemi di quest'ultima dai servizi sociali ed affidato agli zii, il ragazzo si rifugia nella musica - in particolare heavy metal - per cercare di vincere le proprie insicurezze e sfogare la rabbia accumulata nel corso degli anni.
Emarginato a scuola e legato soltanto ad un paio di amici molto nerd, insieme all'altrettanto sopra le righe Zakk viene in possesso di un misterioso spartito consegnato loro da un ex cantante metal in fuga da una strana organizzazione di individui: quando, con la band che nel frattempo hanno messo in piedi, i ragazzi tentano di eseguire il brano recuperato, strani fenomeni cominciano a verificarsi in città.
Questo perchè le note rispolverate dai Deathgasm altro non sono che un inno oscuro volto a risvegliare ed evocare un demone potentissimo, contro il quale Brodie, Zakk ed i loro compagni dovranno lottare fino all'ultima goccia di sangue.










Me lo sono dovuto sudare, questo Deathgasm.
Il tam tam della blogosfera aveva portato all'orecchio del sottoscritto il valore dell'ennesimo e sorprendente film che, nel corso di questa stagione, finiva per omaggiare e pescare a piene mani dall'immenso bacino immaginifico che sono stati gli anni ottanta, all'interno dei quali ho nuotato con grande piacere sia da bambino che da adulto, alimentando a dismisura l'hype dei Ford tutti - o quasi -.
Il bacino ancora più immenso della rete, però, ha finito per ingaggiare con il sottoscritto una vera e propria battaglia, sanguinosa e sfiancante, che mi ha visto vincitore quando, finalmente, armato di alcool e spuntino, ho potuto passare una serata avvolto dalle atmosfere folli che la Nuova Zelanda non mi regalava dai tempi del primo, favoloso Peter Jackson - omaggiato da Jason Lei Howden grazie ad una fantastica t-shirt di Bad Taste, un cult assoluto che tutti gli appassionati di horror dovrebbero vedere almeno una volta nella vita -: Deathgasm è, di fatto, un vero e proprio omaggio non solo ad un decennio indimenticabile, ma anche a quella fase della vita in cui, se non si è vincenti predestinati o sfigati senza speranza, ci si ritrova in quel limbo chiamato adolescenza senza sapere bene da che parte girarsi per prendere fiato e cominciare a vivere davvero.
Il risultato è stato puro godimento dal primo all'ultimo minuto, grazie ad un cocktail forse grezzo e sicuramente artigianale ma di pancia, sentito in ogni fotogramma, figlio di un amore incondizionato per il Cinema - a prescindere dal genere - e perfetto per raccontare la rivincita di un certo tipo di nerd che passa gli anni delle superiori a sudarsi ogni conquista e poi si ritrova a godere della rendita una volta cresciuto: e dai riferimenti alle band ed alla logica di avvicinamento del metallaro "classico" - bellissima la sequenza in cui Brodie e Zakk si conoscono nel negozio di dischi - ai sogni larger than life immaginati sulle note dei pezzi preferiti, passando per sangue, possessioni, risate ed un finale che bussa alla porta de La casa senza dimenticare l'ironia de L'armata delle tenebre - e, ovviamente, tutto il primo Peter Jackson, come già sottolineato -, non è passato un singolo fotogramma del lavoro firmato da Jason Lei Howden che non mi abbia fatto pensare a quanto avrebbe fatto letteralmente impazzire il mio amico Emiliano, che ricordo quando, già dalle medie, si materializzava nell'allora casa Ford con le sue t-shirt degli Iron Maiden e l'inizio dell'amore per la Musica che lo accompagnò tutta la vita, partendo proprio dall'heavy.
Tutto questo senza contare i riferimenti alla classica trama da riscatto dell'outsider che da I Goonies a Karate Kid ha posto le fondamenta per quello che sono ora, settima arte oppure no, con tanto di reginetta del ballo che finisce per essere conquistata dal fascino di chi, nella vita, è condannato a lottare per ogni successo, e con tutti i mezzi possibili: probabilmente allo stato attuale delle cose io sarei più uno Zakk che non un Brodie, decisamente più simile a com'ero ai tempi delle superiori - esilaranti, in proposito, anche i riferimenti ai giochi di ruolo dei due amici nerd del protagonista -, ma poco importa.
Deathgasm è un vero e proprio momento di spaventosa esaltazione per tutti gli appassionati di musica ed horror movies, di eighties e di stronzate raccontate tra amici, di tripudi di alto volume, sesso ed emozioni buttate fuori a squarciagola o attraverso un assolo dirompente di chitarra: probabilmente i radical, i puritani, i perbenisti o tutti quelli che ancora pensano che il metal sia l'anima del diavolo non apprezzeranno, ma sinceramente, chi se ne fotte.
Questa è roba forte.
E se poi si dovesse scoprire che è davvero in grado di aprire le porte dell'Inferno, allora vorrà dire che ci attrezzeremo per prendere a calci in culo anche chi viene dalle fiamme eterne.




MrFord




"Well I'm an axegrinder piledriver
mother says that I never never mind her
got no brains I'm insane
teacher says that I'm one big pain
I'm like a laser 6-streamin' razor
I got a mouth like an alligator
I want it louder
more power
I'm gonna rock ya till it strikes the hour
bang your head! metal health'll drive you mad
bang your head! metal health'll drive you mad."
Quiet Riot - "Metal health (Bang your head)" -





venerdì 13 novembre 2015

Storie pazzesche

Regia: Damian Szifron
Origine: Argentina, Spagna
Anno:
2014
Durata:
122'






La trama (con parole mie): una selezione di storie grottesche, tragiche e ridicole ad un tempo, ci mostra le sfumature più animalesche ed istintive dell'Uomo. Dalle coincidenze di un volo aereo legate ad un certo Pasternak ai propositi omicidi di una vecchia cuoca di un ristorante perso nel nulla, passando attraverso la sfida all'ultimo sangue - in tutti i sensi - tra due automobilisti in lotta per la propria "ragione" lungo un'autostrada e l'odissea burocratica e legale di un ingegnere troppo arcigno deciso a lottare contro il sistema a tutti i costi, fino alle drammatiche vicende di una famiglia alle prese con un reato da insabbiare ed un matrimonio che riserverà sorprese a non finire per sposi ed invitati.
Sei vicende, sei realtà differenti, sei modi di vedere la follia che, spesso e volentieri, governa la giungla all'interno della quale muoviamo i nostri passi un giorno dopo l'altro.











Il mio primo incontro con le antologie, o più precisamente i film a episodi, risale all'infanzia, ed è legato ad alcuni dei primi ricordi rispetto al Cinema dell'ignoto e della paura: Ai confini della realtà e Storie incredibili furono, infatti, due visioni imprescindibili, che segnarono il mio immaginario e mi spinsero alla scoperta dell'horror e della fantascienza, popolando quella zona grigia precedente al sonno di visioni e quasi incubi per diverso tempo.
Il format della raccolta, più o meno regolato da una cornice che avvolga ed abbracci le vicende narrate nei singoli episodi, ha continuato ad affascinarmi nel tempo pur non regalando, di fatto, visioni particolarmente interessanti: questo Storie pazzesche, approcciato con un discreto ritardo qui al Saloon rispetto all'uscita in sala, è stato una piacevole eccezione.
Prodotto da Almodovar e girato in Argentina, il lavoro di Szifron, per quanto non esente da difetti, è risultato un ottimo intrattenimento pulp e grottesco in grado di fornire, di fatto, una propria decisa interpretazione della natura più bestiale ed istintiva dell'Uomo - bellissimi i titoli di testa con tanto di galleria degli animali, che hanno suscitato una standing ovation del Fordino - attraverso le sei storie portate sullo schermo, di differente valore ma ugualmente interessanti: geniale l'apertura con Pasternak, episodio brevissimo e fulminante legato alle coincidenze della vita e alla vendetta, con un finale agghiacciante che ha richiamato alla memoria del sottoscritto i tragici eventi del volo German Wings di qualche mese fa.
Molto almodovariano, invece, il secondo episodio, ambientato in un ristorante che richiama i tipici "diner" da autostrada americani in cui una cameriera riconosce nell'unico avventore lo strozzino che è costato dolore e tragedia alla sua famiglia, pronto a divenire il bersaglio di una cuoca ex detenuta dall'omicidio facile: interessante, violento, fotografato da dio, eppure, sarà anche per la parte finale decisamente troppo veloce, uno dei meno interessanti della carrellata.
Con la storia numero tre, invece, la qualità si alza, riportando alla mente Tarantino e Duel, e raccontando la rivalità finita nel sangue tra due automobilisti che più diversi tra loro non potrebbero essere: il fighetto di città dalla macchina lussuosa e rombante ed il buzzurro di campagna dall'andatura lenta e la vettura carica di oggetti di ogni genere.
L'escalation di violenza che vede protagonisti i due guidatori si mantiene in ottimo equilibrio sulla sottile linea della commedia e del dramma, fino a sfociare in un epilogo che risulta geniale quanto ironico, con quel commento a proposito del "delitto passionale" cui fanno riferimento i poliziotti giunti troppo tardi sul luogo dello "scontro".
Ricardo Darìn, storico volto del cinema argentino, è invece il protagonista del quarto racconto, una parabola sociale che è una pesante critica al sistema ed alle sue regole, e che vede un ingeniere perdere progressivamente tutto a causa della contestazione di una rimozione forzata: un'idea quasi orwelliana, in cui il protagonista finisce fagocitato da un sistema in cui tutti si difendono giustificando il fatto di compiere semplicemente il proprio compito e l'eroe, alimentando la sua rabbia, passa dalla parte del torto cedendo progressivamente alla stessa fino a diventare, di fatto, un simbolo "positivo" attraverso azioni che, positive, non sono affatto.
Forse sviluppato troppo in fretta - del resto, il minutaggio in questi casi lo impone -, eppure efficace e profondo.
Le premesse, invece, interessanti del penultimo episodio - corruzione, potere del denaro, il povero comprato dal ricco che finisce per subire le conseguenze dei gesti di chi ha potuto "riparare" al danno con i soldi - finiscono per non essere calibrate al meglio, sprecando un'occasione con un'altra storia discretamente debole, prevedibile fin dal principio rispetto all'inevitabile, amara ed appunto scontata conclusione.
Sorprende, invece, così come l'apertura, la chiusura della pellicola con una vicenda ambientata durante una festa di matrimonio che pare mescolare lo stesso Almodovar, De La Iglesia, Rodriguez e, ancora una volta, il vecchio Quentin di noi tutti, perfetta nel descrivere la realtà più vera, appassionata e dolente dell'amore, ovvero la sua Natura di "guns&roses": gioie e dolori attraverso i quali solo le coppie più toste riusciranno a ritrovare se stesse e fare fronte ai sorrisi ed alle pacche sulle spalle tanto quanto alle tempeste peggiori.
Un'escalation drammatica, a tratti clamorosamente comica nella sua dirompente esplosione - il volo contro lo specchio è da antologia - di violenza, un colpo da knockout che, come in un tango, monta passo dopo passo per esplodere in una chiusura inaspettata eppure perfetta, caotica e ribollente come solo la passione può e sa essere.
Storie pazzesche, dunque, con il suo bagaglio di tentativi più o meno centrati si propone principalmente di raccontare proprio questo: la passione umana e tutti i risvolti caotici dell'istinto.
Forse non ci riuscirà sempre allo stesso modo, o con la stessa qualità, ma in fondo è giusto così.
Del resto, quello che ci fa davvero girare la testa vive spesso e volentieri nelle imperfezioni.





MrFord





"Clenched emotions
'round my ween
feel my heart beat
off and your head in
I feel strongly about violence
love is a fist."
Mr. Bungle - "Love is a fist" - 





lunedì 20 aprile 2015

Beetlejuice - Spiritello porcello

Regia: Tim Burton
Origine: USA
Anno: 1988
Durata: 92'





La trama (con parole mie): Adam e Barbara Maitland, giovani sposi ancora senza figli che vivono in campagna in una grande casa, a seguito di un curioso incidente stradale, tornano nella loro dimora solo per scoprire di essere morti. La natura di fantasmi, però, mette in crisi la coppia, alle prese con lo studio di un Manuale dedicato proprio ai novelli deceduti, i nuovi inquilini della loro casa e le regole di un Aldilà che appare molto più scombinato e complesso di quanto non credessero: quando, disposti a tutto per cacciare i così diversi da loro Deetz, si rivolgono all'esorcista di esseri umani Betelgeuse, le cose si complicano oltre misura.
I Maitland, dunque, dovranno affidarsi all'amicizia della giovane Lydia ed alla loro consulente tombale Juno per risolvere i guai che li vedranno in bilico tra la curiosità da ricchi in fuga dalla città dei Deetz ed il caos senza controllo di Betelgeuse.








Nel corso della Storia del Cinema è capitato più spesso di quanto non si possa pensare che film assolutamente perfetti dal punto di vista tecnico e stilistico venissero, di fatto, dimenticati, mentre altri solo discreti, per merito dei loro autori o attori, del tempismo o del caso, divenissero non solo dei fulmini a ciel sereno, ma anche degli assoluti cult.
Appartenente a questa seconda categoria è senza dubbio Beetlejuice, forse uno dei titoli più amati dai fan tra quelli firmati da Tim Burton, che regalò uno dei Michael Keaton più incredibili di sempre e divenne immediatamente un guilty pleasure per un'intera generazione di appassionati: personalmente, e per quanto questa introduzione o il voto possano suggerire il contrario, ho sempre adorato il racconto delle gesta dello spirito più irriverente della settima arte, e ancora oggi lo ritengo uno dei miei favoriti del regista di Edward mani di forbice e Big fish.
Dalla splendida coppia di protagonisti Geena Davis - che, ai tempi, è stata uno dei miei primi sogni erotici, anche se più grazie a Thelma e Louise - e Alec Baldwin alla colonna sonora ritmata dai classici di Harry Belafonte, passando attraverso un'interpretazione assolutamente unica ed originale dell'Aldilà, Beetlejuice ha rappresentato per anni nell'allora casa Ford una delle visioni più gettonate da me e mio fratello, sempre in trepidante attesa dell'arrivo del mitico charachter interpretato da Michael Keaton, tra i cattivi più affascinanti, rozzi, sboccati e clamorosamente divertenti di sempre: quel suo motivetto "Io scopo, vomito, sputo e rutto, faccio porcate chiedetemi tutto!" è ancora oggi impresso indelebilmente nella memoria di questo vecchio cowboy, così come il completo a righe che segretamente ho sempre sognato di possedere, e che avrei rubato volentieri all'attore che interpretava Beetlejuice nello spettacolo mancato all'interno del parco Island of adventure di Orlando, quando con Julez finimmo per fare una capatina da quelle parti qualche anno fa, e perdemmo la rappresentazione e l'omaggio a questa pietra miliare - programmato in un teatro all'aperto - a causa di una sorta di tempesta tropicale che generò una vera e propria chicca nel tentativo di muoversi sotto il diluvio in due coperti dallo stesso poncho di plastica.
Ma questa è un'altra storia.
Quello che conta, ora, è ricordare con affetto un vecchio amico e riproporre un vero e proprio festival del grottesco, ironico e graffiante eppure a suo modo anche malinconico, pronto a rileggere la concezione di vita oltre la morte per come le religioni classiche l'hanno sempre intesa, povero nella realizzazione eppure clamorosamente ricco di riferimenti, influenze ed effetti tanto artigianali quanto gustosi da godersi ancora oggi: l'idea, poi, di contrapporre la solare compattezza del legame tra i Maitland all'oscurità cercata da adolescente di Lydia, all'approccio da radical-ricchi dei Deetz e alla sboccata irruenza di Betelgeuse appare vincente fin dal principio, e regala un equilibrio perfetto ad una commedia nera tra le più riuscite degli anni ottanta.
L'amarcord cinematografico è uno dei piaceri che negli ultimi anni ho finito per apprezzare maggiormente, partendo dalle prime meraviglie dell'infanzia per ripercorrere la mia crescita come spettatore, parallela a quella di uomo: e devo ringraziare Tim Burton, il suo "Beetle-coso" e tutte le trovate di questo film, perchè nonostante gli anni passino, continuano a rinverdire i fasti di un'epoca davvero indimenticabile.
Come questo film e i suoi protagonisti.
Da una parte e dall'altra della vita e della morte.



MrFord



"Lift six foot, seven foot, eight foot bunch
naylight come and me wan' go home
six foot, seven foot, eight foot bunch
daylight come and me wan' go home."
Harry Belafonte - "Day-O (The Banana Song)" -







domenica 29 marzo 2015

Get shorty

Regia: Barry Sonnenfield
Origine: USA
Anno: 1995
Durata: 105'




La trama (con parole mie): Chili Palmer, addetto al recupero crediti delle famiglie mafiose di Miami in rotta con uno dei suoi boss, viene spedito prima a Las Vegas e dunque a Los Angeles per mettere le mani su un fuggitivo che deve all'Organizzazione dei soldi e proprio per le strade di L. A. decide di scrivere la parola fine al suo rapporto con la malavita ed iniziare una nuova carriera in ambito cinematografico, spinto dalla sua passione per il grande schermo.
Entrato in contatto casualmente con il produttore Harry Zimm, Chili farà del suo meglio affinchè la vicenda che l'ha visto - e lo vede - protagonista possa diventare una sceneggiatura in grado di essere la base di un film pronto a lasciare il segno.
Ma riuscirà l'ex gorilla della mala a sopravvivere alla vera e propria giungla del mondo dello spettacolo?








Esistono titoli clamorosamente figli dell'epoca in cui tu stesso sei cresciuto, considerati piccoli o grandi cult, o consacrati come successi, o fallimenti colossali, che arrivano ad essere protagonisti degli schermi anche di chi con il Cinema c'entra poco o nulla, conquistando fette di pubblico - anche profondamente occasionale - inconcebili sulla carta che, per una qualche strana ragione, finiamo per mancare inesorabilmente.
Nel mio caso, Get Shorty è uno degli esempi più lampanti di questo tipo di fenomenologia: diretto dal Barry Sonnenfeld di Men in black e costruito a partire da un romanzo di Elmore Leonard - vecchia conoscenza del Saloon e fordiano ad honorem, tra racconti western, l'ispirazione per Justified e molto altro -, questo film a tratti pacchiano e decisamente divertente e godibile cavalcò, ai tempi, l'onda del successo clamoroso e planetario di Pulp fiction, ripescando un John Travolta rilanciato proprio da Tarantino grazie ad un personaggio che fin dalle prime battute promette di rimanere nel cuore di chi ne seguirà le gesta per parecchio tempo.
Senza dubbio questa commedia nera pronta a bersagliare l'apparentemente dorato mondo dello spettacolo hollywoodiano in maniera molto più incisiva del recente vincitore dell'Oscar come miglior film Birdman - e non starò qui a menarla sul fatto che il lavoro di Inarritu sia stato clamorosamente sopravvalutato - ha connotati profondamente derivativi e legati esclusivamente ai tempi della sua uscita, è un wannabe pulp senza dubbio edulcorato e più incentrato sulla parte grottesca del genere, che non sulla violenza vera e propria, non può ambire a ridefinire uno standard o a segnare la Storia della settima arte, eppure funziona, avvince e diverte ancora, sfruttando senza dubbio le atmosfere da noir assolato in pieno stile Chandler - un pò come avrebbe fatto di lì a poco Il grande Lebowski - ed un'ironia di fondo gustosa e di pancia.
Interessante, inoltre, osservare quelli che allora erano attori in piena rampa di lancio - o rilancio - come John Travolta e Rene Russo, vecchi leoni pronti a dare sostegno al progetto - Delroy Lindo e Gene Hackman - e caratteristi certo ancora non consci della carriera che li avrebbe attesi in seguito - James Gandolfini - muoversi in un contesto in bilico tra il violento - anche non soltanto in termini fisici - ed il ridicolo, in grado di strappare ben più di una risata ma anche di indurre riflessioni neppure troppo banali sulla Natura umana quando il successo - che si parli di crimine o di spettacolo, poco importa - bussa alla nostra porta e snocciola le sue dorate promesse.
Non tutte le ciambelle riescono con il buco - si veda la sottotrama dedicata ai trafficanti colombiani, accantonata troppo in fretta ed in maniera sbrigativa -, ed il film è ben lontano dall'essere perfetto - le opere che in qualche modo rimangono prigioniere del loro tempo non lo sono mai -, eppure ammetto di essere stato più che felice di aver dedicato una serata a questo recupero, e che il fatto di averlo a disposizione per un'altra visione senza troppi pensieri legata al genere "ludico-investigativo" - dal già citato Il grande Lebowski a Kiss Kiss Bang Bang, passando per Sette psicopatici e il recente Vizio di forma - non può che farmi sentire non solo bene in quanto spettatore, ma anche come scombinato e caotico attore della grande commedia umana.




MrFord



"Kick 'em when they're up, kick 'em when they're down
kick 'em when they're up, kick 'em when they're down
kick 'em when they're up, kick 'em when they're down
kick 'em when they're up, kick 'em all around."
Booker T and the MG's - "Can't be still" - 




venerdì 6 marzo 2015

Housebound

 Regia: Gerard Johnstone
Origine: Nuova Zelanda
Anno: 2014
Durata: 107'
 





La trama (con parole mie): Kylie Bucknell, giovane fuggita alla realtà profondamente provinciale della sua infanzia finita dentro per un maldestro tentativo di rapina, è condannata ad otto mesi di domiciliari nella casa materna che, di fatto, dovrebbe essere un nido sicuro ed un incentivo per la ragazza a tornare sulla retta via.
Peccato che, oltre ai problemi di convivenza con la genitrice ed il suo compagno, la dimora pare essere una sorta di ricettacolo di presenze inquietanti, pronte a scatenare i peggiori istinti ed i sospetti di chiunque, da una parte e dall'altra della barricata della Legge, si trovi a confrontarcisi: quando una vecchia storia di omicidi brutali torna alla luce, Kylie è costretta a fare affidamento su Amos, incaricato di sorvegliare la sua libertà vigilata, per fare chiarezza a proposito di quello che è accaduto - e sta accadendo - tra quelle mura.
Quale sarà l'ultima verità?
E soprattutto, sarà letale?








Se qualcuno mi avesse detto che una certa qual rinascita del genere horror sarebbe venuta non tanto dall'Europa, dagli States o dal Giappone, quanto dall'area del mondo "down under" - di fatto, da leggere come Nuova Zelanda ed Australia -, avrei dato fiducia alla previsione solo per l'amore incondizionato che nutro per la Terra dei canguri e del ricordo della stessa: al contrario di quanto appena scritto, invece, in un'annata - e parlo dell'appena trascorso duemilaquattordici - in cui lo stesso horror ha finito per sprofondare in abissi che ormai pare conoscere solo la settima arte italiana, sono stati prodotti come Wolf Creek 2, The Babadook e questo davvero gustoso Housebound a fare la parte dei leoni.
In particolare il lavoro di Gerard Johnstone, giunto al Saloon dopo una serie di lusinghiere recensioni raccolte un pò ovunque nella Blogosfera, ha sorpreso in positivo anche gli abitanti di casa Ford, unendo le atmosfere grottesche dei Fratelli Coen alle suggestioni di una purtroppo poco conosciuta chicca firmata Wes Craven come La casa nera - ho il sospetto che l'idea dello sfruttamento delle intercapedini della casa giunga proprio da lì -, filtrandole attraverso il thriller più che l'horror classico, un approccio pulp ed una galleria di personaggi che paiono outsiders destinati, in un consueto slasher, a finire sulla lista delle vittime senza colpo ferire - fatta eccezione, ovviamente, per la protagonista Kylie, che con il suo metodo del prendere a pugni in faccia tutto quello che può fare paura ha finito per guadagnarsi i gradi di fordiana onoraria -.
Certo, il prodotto non è esente da difetti, soprattutto in termini di scrittura - alcuni passaggi sono tagliati decisamente con l'accetta, e le spiegazioni fornite tirate almeno in parte per i capelli -, eppure il giocattolo funziona molto bene, accompagna la visione alternando momenti divertenti ed altri da silenzio in sala ed occhi sgranati, affidandosi ad almeno due cambi di direzione decisi che non risultano forzati o sfruttati come un trucco per evitare che lo spettatore si accorga della pochezza dell'insieme: il percorso di Kylie, partito con una poco pensata - e spassosissima - rapina ad un bancomat e trasformatosi in una lotta a distanza con un serial killer che la vede improvvisarsi detective accanto al suo sorvegliante per i domiciliari Amos - il charachter senza dubbio più riuscito della pellicola -, riesce a far coesistere il climax tipico delle proposte di genere con i tempi dilatati della commedia nera indie, sfruttando appieno le locations, gli spazi stretti, la sospensione ed il ruolo che muta di una ragazza partita come "mela marcia" decisamente poco simpatica anche da seguire come main charachter e divenuta, di fatto, una sorta di improvvisata detective - splendida l'incursione nella casa del vicino, uno dei sospettati principali nella "lista" della stessa Kylie ed Amos -.
Non saremo certo di fronte a qualcosa di rivoluzionario, o destinato a segnare la Storia del Cinema, eppure Housebound è una delle risposte migliori che l'horror potesse dare ai suoi fan più accaniti così come agli scettici, una parabola che strizza l'occhio e colpisce duro senza lesinare in risate o sangue a fiumi: il crescendo finale con il confronto tra Kylie ed il colpevole degli omicidi è degno della migliore tradizione delle tarantinate - quelle che funzionano, sia chiaro - così come degli slasher, in cui il mostro viene alla fine a trovarsi di fronte all'inevitabile ed improvvisata - mai come in questo caso - eroina.
E l'approccio della scombinata Kylie rispetto alla Paura e a chi la porta è già un piccolo cult, qui al Saloon.
Come questo film.




MrFord




"Housebound
you daren't go out
because you're housebound
you don't want to go out
because you're housebound
there's no way out
because you're housebound
you daren't go out!"
The Specials - "Housebound" - 





lunedì 28 luglio 2014

Smetto quando voglio

Regia: Sidney Sibilla
Origine: Italia
Anno: 2014
Durata:
100'




La trama (con parole mie): Pietro, ricercatore laureato e genio della neurobiologia, fatica a trovare un impiego fisso all'interno dell'Università, così come i suoi vecchi amici Alberto – chimico divenuto lavapiatti -, Mattia e Giorgio – latinisti benzinai -, Bartolomeo – dall'economia dinamica al poker con zingari circensi -, Andrea – antropologo alla ricerca di un posto in uno sfasciacarrozze – e Arturo, impiegato presso il Comune di Roma come sovrintendente nei cantieri ove vengono rinvenuti reperti
storici, archeologo. 
Illuminato casualmente da una notte passata ad inseguire uno studente cui da ripetizioni, l'uomo viene travolto dall'idea di sintetizzare una droga basata su una molecola non inclusa nelle liste del Ministero e dunque sulla carta legale e buttarsi nella vendita al dettaglio nelle discoteche.
Il successo arriva, così come i soldi: ma per la banda di produttori e spacciatori improvvisati i guai diventeranno più ingestibili della normale situazione di precarietà.






Nel corso degli ultimi mesi – per essere generosi - l'Italia ha attraversato una crisi cinematografica tra le più terribili della sua Storia, evidente specchio della desolante situazione culturale e lavorativa che ci troviamo tutti costretti ad affrontare ogni giorno, con un occhio oltre confine ed un altro ai conti di fine mese.
Una delle sorprese più interessanti in sala è stato proprio questo Smetto quando voglio, commedia d'azione che richiama piccoli cult come Santa Maradona celebrato qui nella blogosfera e dalla critica più canonica: senza dubbio, quando il pensiero corre alle proposte giunte dalla Terra dei cachi nel passato recente, l'esperimento di Sidney Sibilla è senza dubbio riuscito, fresco e divertente, dal taglio
americano condito da una strizzata d'occhio non indifferente al Capolavoro Breaking Bad, una tra le opere più importanti mai prodotte per il piccolo schermo.
Eppure l'impressione che ho avuto seguendo le tragicomiche vicende di questo gruppo di geniacci improvvisatisi produttori e spacciatori è stata quella di un'opera in grado di far gridare al quasi miracolo principalmente per la pochezza delle alternative, più che per il suo effettivo valore: non che non me la sia goduta, o che non abbia trovato assolutamente perfette alcune sue sequenze – la rapina alla farmacia è un pezzo da antologia -, o non si percepisca tutta l'inquietudine che tocca tutti noi allo stato attuale delle cose – laureati o no, poco cambia -, ma da qui a considerare Smetto quando
voglio un fulmine a ciel sereno devono passare diversi bicchieri di robusti cocktails.
In particolare, è lo script a mostrare il fianco ad una certa facilità di fondo nell'evoluzione della trama, condita perfino di qualche eccesso che poteva essere risparmiato – il fatto che perfino il temuto gangster Murena sia un laureato reinventatosi criminale equivale a tirare un po' troppo la corda, ad esempio -, e che non rende giustizia fino in fondo alla riflessione assolutamente vera ed allarmante a
proposito dello scarso impiego delle risorse dei nostri studenti e ricercatori, che spesso e volentieri, più che finire a produrre nuove droghe, fuggono all'estero cercando lidi più sicuri, remunerativi ed organizzati.
Lo stesso rapporto tra Pietro e la sua fidanzata – una come di consueto cagna maledetta Valeria Solarino – scricchiola in più di un passaggio – come il cambio di atteggiamento della conclusione, con il passaggio dall'ostilità in tutto e per tutto rispetto alla nuova attività del compagno al sostegno di una nuova condizione ed occupazione all'interno del mondo del crimine, pur se in una misura diversa, dello stesso -, confermando il fatto che lo script non fosse la priorità del regista, più impegnato a fondere un'estetica moderna e giovane ad un piglio a metà tra il già citato Santa Maradona e i primi lavori di Aldo, Giovanni e Giacomo.
Non voglio, comunque, che questo post diventi un tiro al bersaglio contro questo film, che mi ha coinvolto – sia parlando di divertimento, sia di riflessioni sulla condizione attuale in termini di lavoro e precarietà soprattutto di Julez – ed intrattenuto decisamente bene, e se paragonato alla media della produzione tricolore attuale risulta senza dubbio superiore – fatta eccezione per La grande bellezza e lo “straniero” Still life, per trovare qualcosa di un livello superiore dovrei tornare con la memoria a La migliore offerta -: c'è da sperare dunque che la musica cambi, per noi e soprattutto per i nostri figli, in Italia, perchè le alternative che non riguardino una carriera – destinata facilmente a finire male – nel crimine cominciano ad essere davvero poche.




MrFord




"I won't pay, I won't pay ya, no way
now why don't you get a job"
say no way, say no way ya, no way
now why don't you get a job."
The Offspring - "Why don't you get a job?"




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