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mercoledì 4 maggio 2016

The Dressmaker - Il diavolo è tornato

Regia: Jocelyn Moorehouse
Origine: Australia
Anno: 2015
Durata:
118'







La trama (con parole mie): Myrtle Dunnage, dopo una vita passata in giro per il mondo a costruirsi una reputazione come stilista di successo, torna nel suo paese natale, nel cuore dell'Australia rurale, memore dell'episodio che segnò la sua infanzia per comprendere meglio le cause della sua partenza ed allontanamento dalla madre, divenuta una sorta di vecchia folle del piccolo villaggio.
Ripulita la casa in cui è cresciuta e ridato uno scopo alla genitrice, Myrle detta Tilly inizia un lento percorso che non solo la condurrà al confronto con i ricordi pronti ad affiorare dal passato rispetto alla morte del suo coetaneo Stewart Pettyman, della quale è da sempre accusata dalle malelingue locali, ma anche al confronto con la sua abilità nella professione, con l'amore e con l'odio, sempre pronto a rinnovare quella che la stessa Tilly considera una maledizione.
Riuscirà la donna a fare chiarezza sul passato e tracciare una nuova strada verso il futuro?









Non so se vi è mai capitato, nel corso della vita, di finire vittime di una diceria, che fosse positiva o negativa, e se la stessa avesse un impatto significativo sul presente che stavate vivendo in quel momento.
Personalmente, sì.
Nel bene e nel male.
La diceria, comunque la si veda, che ci porti vantaggio oppure no, "è un venticello" - come si canterebbe nel Rigoletto - pronto a sconvolgere un pezzo alla volta le esistenze non solo di chi vive la stessa sulla pelle, ma anche di chi, dall'altra parte, la alimenta o provoca.
Nel corso della visione di The Dressmaker - sconvolgenti sia l'adattamento italiano che il trailer nostrano - ho avuto l'impressione di sentire sulla pelle la sgradevole sensazione provocata dalla diceria stessa - una sorta di versione mentale del fuoco di Sant'Antonio, o della varicella, ed avendoli provati entrambi so di cosa parlo - ed il suo crescendo, ben giocato dall'autrice Jocelyn Moorehouse, che non faceva parlare di sè dagli anni novanta, grazie alla vicenda di Tilly Dunnage, una sorta di Sposa tarantiniana giunta nel suo vecchio e polveroso paese d'origine nell'Australia rurale per raddrizzare il torto che non solo ha condizionato la sua vita, ma ha finito per lasciare un segno indelebile anche all'interno della comunità locale: mescolando abilmente suggestioni che ricordano il Tim Burton di Edward mani di forbice, il Robert Altman de La fortuna di Cookie ed il grottesco dei Fratelli Coen la regista consegna al pubblico uno dei titoli più sorprendenti della primavera, una commedia nera pronta a metterci a nostro agio proprio come un sarto prima di sferrare i colpi decisivi nel crescendo dell'ultimo terzo di pellicola, tra i più intensi e belli del passato recente, in grado di ricordare al sottoscritto viaggi emozionali "down under" come quelli di Lezioni di piano o Holy smoke.
Ma prima che i sentimenti prendano il sopravvento, occorre constatare quanto - da buon film corale che si rispetti - The Dressmaker spinga i suoi interpreti ad un lavoro egregio, dalla protagonista Kate Winslet - sempre una garanzia - ad uno strepitoso Hugo Weaving, un'indimenticabile Judy Davis ed una giovane conferma come Sarah Snooke, già ammirata da queste parti in Predestination: perfino il pezzo di manzo Chris Hemsworth, come suo fratello Liam, di norma destinato a parti prettamente fisiche, trova una sua connotazione in un personaggio sorprendente per destino ed approccio, pronto a dare inizio all'escalation emotiva della parte finale della pellicola.
Ma torniamo alla diceria, al pettegolezzo, alla "maledizione", come direbbe Tilly.
Personalmente, ho imparato a fare quasi un vanto di eventuali voci, vere oppure no che siano: da appassionato di Cinema e stronzo patentato, ho compreso l'importanza che anche la cornice e l'atmosfera finiscono per avere, rispetto alla nostra vita di tutti i giorni, ed al modo che hanno gli altri di percepirle. Poi, certo, non sono mai stato accusato di omicidio, o cacciato dal mio paese d'origine da un branco di stronzi troppo limitati per poter comprendere perfino e soprattutto quegli stessi limiti come Tilly, eppure ho sempre sentito quasi un brivido, all'idea di aver originato qualcosa.
In un certo senso, quando le dicerie sono fondate, l'idea di poter sfruttare le stesse, per ego o per farsi coraggio, è sempre utile, e quando non lo sono, potrebbero comunque dare origine ad un vantaggio, o far scattare la scintilla in grado di alimentare l'incendio, e cambiare davvero lo status quo.
The Dressmaker racconta - e molto bene - di tutto questo, ma non solo: perchè porta in scena lo sguaiato divertimento, il brivido delle emozioni, la travolgente carica dell'amore, l'ineluttabilità della morte. Tutte cose che, prima o poi, passano per le nostre mani come ago e filo illudendoci di essere i sarti del nostro destino, prima di portarci via tutto nel momento in cui è il destino stesso a chiamarci.
Se non altro, vivendo quanto più possibile, quando giungerà quel momento sapremo di aver festeggiato nel vestito migliore ed aver buttato quanta più spazzatura possibile.





MrFord




"Si sa che la gente dà buoni consigli
sentendosi come Gesù nel tempio,
si sa che la gente dà buoni consigli
se non può più dare cattivo esempio."
Fabrizio De Andrè - "Bocca di rosa" -




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