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venerdì 7 luglio 2017

Mildred Pierce (HBO, USA, 2011)




La scuderia HBO, nel corso degli anni, è diventata per il piccolo schermo e qui al Saloon una sorta di istituzione, una specie di Studio Ghibli di serie e miniserie, consolidata da una nutrita schiera di successi e cult uno più bello dell'altro regalati al pubblico: Mildred Pierce, elegantissima mini progettata dall'altrettanto elegante Todd Haynes - da queste parti sempre amato -, nonostante fosse parte del novero e sospinta da recensioni solo favorevoli, è finita inspiegabilmente nel dimenticatoio di casa Ford per anni prima di essere riscoperta e divorata come è giusto che accada per produzioni solide ed intense come questa, umane nell'emozionare e notevoli nella messa in scena.
Le vicende di Mildred Pierce, madre di famiglia costretta a ricominciare praticamente da zero dopo una separazione negli anni appena successivi al crollo del ventinove ricordano i grandi romanzi del secolo scorso, toccano perchè legate a tematiche molto vicine alla gente comune - la necessità di provvedere alla propria famiglia, il rapporto tra genitori e figli, le vicissitudini gioiose o terribili che la vita ci mette di fronte - portate in scena da un gruppo di attori in grandissimo spolvero a partire dalla protagonista, una Kate Winslet sempre credibile e convincente che è riuscita a riportare alla mente cose ottime come Revolutionary Road, sospinta da due spalle perfette - Guy Pierce e Evan Rachel Wood - ed un gruppo di caratteristi perfetti per i ruoli assegnati.
Certo, manca forse la scintilla travolgente di produzioni come Lontano dal paradiso, se non nei confronti più aspri tra Mildred e sua figlia Veda o nello straziante secondo episodio, che vede la morte della secondogenita della donna, ma resta indiscutibile il valore complessivo di questo ennesimo successo firmato da HBO, che avvince grazie alla sua umanità ben più che alla tecnica sfruttata dai suoi autori e racconta una vicenda che si finisce per seguire neanche si fosse precipitati tra le pagine di un libro dal quale non ci si riesce neppure volendo a staccare.
Un'opera che dipinge il ritratto fallibile e forte di una protagonista femminile tra le più interessanti che siano passate su questi schermi negli ultimi mesi, una donna sempre pronta a lottare per il proprio amore ed i sogni che lo stesso smuove - che si tratti delle proprie figlie, della dignità lavorativa e personale, del futuro, dei compagni scelti per la vita, o un tratto della stessa - ma non per questo distante da quanto non deve essere stato nella California degli anni trenta per molte come lei o anche ora, in tutto il mondo.
Di recente, nel post dedicato a Big Little Lies, mi è capitato di scrivere quanto la figura della Donna sia il fulcro non solo delle singole esistenze di tutti noi, ma anche della società e del mondo: in un certo senso, penso che Mildred Pierce abbia incarnato alla perfezione il concetto.
Vittoria e sconfitta, gioia e dolore, sogni e realtà.



MrFord



 

lunedì 3 aprile 2017

Collateral beauty (David Frankel, USA, 2016, 97')




Il giorno della visione di Collateral beauty, pur essendo una domenica, ero a casa da solo - cosa assolutamente rara, considerato che nel weekend io e Julez siamo ostaggi dei bimbi e delle incombenze come spesa, stiro e faccende varie -: ricordo bene, dovendo affrontare il pranzo e fare al contempo una cernita delle possibilità di titoli da affrontare, di aver optato per quello che meno avrebbe interessato la signora Ford ed al contempo che mi avrebbe dato davvero una gran gioia massacrare.
Nonostante, infatti, abbia sempre voluto bene a Will Smith dai tempi del Principe di Bel Air fino alla scazzottata con l'alieno in Independence Day e Gettin' jiggy with it, dallo scempio di Io sono leggenda alle varianti mucciniane, ho sviluppato un'avversione profonda per la sua versione spiritual-buonista da bravo ragazzone americano che mi fa sempre sperare che un giorno gli venga assegnato un ruolo complesso e sfaccettato come quello di Sei gradi di separazione.
Ed è proprio il prodotto che tira fuori a Will Smith il suo peggio, che mi sarei aspettato, da Collateral Beauty: una merda ammeregana della più infima categoria con attori superstar pronti solo ad ingrassarsi il portafoglio ed una vicenda strappalacrime da incazzatura feroce.
Ora, ammetto che il lavoro di David Frankel porti in dote alcuni dei difetti di un certo tipo di produzioni mainstream a stelle e strisce che cercano di cavalcare l'onda del primo Inarritu in versione molto pop, e che non si tratti certo del filmone dell'anno, eppure devo ammettere di essere rimasto quasi piacevolmente sorpreso da un titolo di grana grossa e discretamente prevedibile - i due twist principali sono stati beccati praticamente subito dal sottoscritto per quanto riguarda il primo e da Julez appena rientrata a casa senza aver visto tre quarti della pellicola il secondo - che riesce comunque ad essere emozionante senza lucrare troppo sul fazzoletto facile e ad avere un senso nonostante rappresenti, da più di un'angolazione, il tipico prodotto new age finto alternativo da Nuovo Millennio.
In un certo senso, potrebbe essere considerato come un piccolo atto di Fede - la stessa di cui sono sprovvisto, anche se mi piace sempre rimanere piacevolmente sorpreso - compiuto dallo spettatore meno esperto così come da quello che mastica Cinema dalla mattina alla sera, quasi fossero lo specchio dei protagonisti che, a seguito di un dramma che non augurerei a nessuno, neppure al mio peggior nemico, finiscono per incrociare senza volerlo ognuno le proprie miserie, e prenderne coscienza in modo da poter costruire la propria vita anche a partire dalle stesse.
Bellezza collaterale, per l'appunto.
Che in questo caso, funziona anche come definizione per un titolo che almeno per quanto mi riguarda non ha alcuna pretesa di diventare un cult o uno dei film più importanti della stagione ma che, con una certa onestà, lavora su quello che ha con impegno ed una certa carica.
Considerato che probabilmente mi sarei divertito molto di più a scrivere un pezzo massacro e che invece mi ritrovo quasi a promuovere - nel suo piccolo, ovviamente - un film che pensavo sarebbe entrato senza problemi nella decina del peggio dell'anno, direi che il mio atto di Fede per la stagione l'ho fatto.
E non mi ci sento neppure troppo male.




MrFord




lunedì 9 maggio 2016

Codice 999

Regia: John Hillcoat
Origine: USA
Anno: 2016
Durata:
115'








La trama (con parole mie): Marcus Belmont, un ex militare legato a doppio filo alla moglie di un boss della mafia russa di Atlanta, è coinvolto con un gruppo di compagni - composto da ex commilitoni e poliziotti corrotti - in un duplice colpo apparentemente impossibile volto a permettere la scarcerazione dello stesso boss. 
Quando Chris Allen, un poliziotto di recente assegnato alla squadra anti gang della città, nipote del detective veterano Jeffrey, è indicato come partner ad uno dei soci di Marcus e la consorte del padrino, Irina, mostra a Belmont cosa sarebbero in grado di fare se lui ed i suoi soci decidessero di non obbedire ai loro ordini, la situazione precipita: cosa saranno disposti a fare i rapinatori per portare a casa soldi e pelle? E quanto influirà nella vicenda il ruolo di Chris e Jeff?












Se John Hillcoat mi garantisse un'uscita a settimana per alleviare i pensieri da spettatore costretto a lottare con il sonno, gli impegni genitoriali, il lavoro e gli incastri della vita di tutti i giorni, penso sarei pronto a mettere la firma per godermi il suo operato tosto e senza fronzoli ed andare a letto felice neanche fossi nel pieno di una sbronza più che allegra o alla fine di una goduriosa scopata pronta a prendere a braccetto e gettare tra le braccia di Morfeo.
Del resto, con Lawless alle spalle, il buon John partiva già avvantaggiato qui al Saloon, finendo per uscire rafforzato grazie ad un cast di tutto rispetto - da Kate Winslet a Chiwetel Ejiofor, passando per Woody Harrelson e Casey Affleck, solo per citare i nomi più grossi -, un ottimo trailer ed un'atmosfera che pareva un incastro tra Michael Mann e l'action con le palle di Katheryn Bigelow: e, occorre ammetterlo, oltre ad avermi soddisfatto alla grande, Hillcoat ha rischiato, per buona parte del film, addirittura per sorprendermi e superare il suo lavoro precedente, arrivando ad un soffio dal piazzare una bomba che non aspettavo neppure nei sogni più sfrenati.
Peccato che, soprattutto nella parte che precede l'escalation finale - che torna ad essere ottima - Codice 999 finisca per dilungarsi quel tanto di troppo da far calare la tensione pregiudicando un risultato che, altrimenti, sarebbe stato davvero strepitoso: certo, non starò qui a lamentarmi di non aver assistito ad un nuovo Inside man o Heat - La sfida, ma un pizzico di rammarico resta nel vedere una delle proposte migliori dell'hard boiled americano recente venire frenata da, almeno credo, un eccesso di confidenza proprio nel momento in cui ci sarebbe stato bisogno di spiccare letteralmente il volo.
Ad ogni modo, ho voluto affrontare per primo l'argomento pseudo delusione così da togliermi il sassolino dalla scarpa ed affermare in tutta tranquillità che Codice 999 è un'assoluta figata, un film da palle quadrate che ricorda The Shield o una versione più riuscita del recente Sabotage, un poliziesco di quelli che sono il vero e proprio pane quotidiano per gli appassionati del genere, interpretato benissimo da tutto il cast, pronto a regalare violenza sotto forma di parole, sangue e pensieri ed a mostrare la vita dura che certe strade riservano a chi decide di percorrerle, da una parte o dall'altra del labile confine della Legge.
Da un certo punto di vista, e forse proprio per quest'ultimo aspetto, il lavoro di Hillcoat potrebbe essere senza alcun problema considerato un Western moderno fatto di scontri all'ultimo sangue, sparatorie, rapine in banca e rocambolesche fughe, banditi pittoreschi destinati al fallimento, malvagi ed apparentemente intoccabili boss ed (anti)eroi solitari e disequilibrati - splendida, in questo senso, la coppia formata dallo zio Harrelson, strafatto e geniale come non mai, ed il nipote Affleck, tagliente e deciso tanto da apparire la versione palestrata del Tim Roth che ormai vent'anni fa rubava la scena a tutti in Le iene -: poco importa che il teatro dell'azione sia Atlanta, o che si parli di mafia russa e bande di latinos tagliateste, che i duelli da mezzogiorno di fuoco siano sostituiti da trappole esplosive o sventagliate di fucili d'assalto automatici.
La dimensione che mostra Codice 999 è quella della Frontiera, che si parli di Legge, Famiglia, sangue o vendetta.
Di successo o fallimento.
E qui al Saloon, quando entra in gioco quel confine sottile, si sfonda una porta aperta: anche perchè il punto forte di questo film è rappresentato, a prescindere dall'adrenalina che pompa ed il sangue che scorre, proprio dall'umanità di ogni personaggio, anche di quelli più disumani.
Perchè ognuno di noi, poliziotto o criminale, padre o figlio, tutto d'un pezzo o corrotto, conosce bene il caos che si porta dentro, o quantomeno intuisce la portata dello stesso: resta solo da capire se la Frontiera stessa riuscirà a mostrare la via migliore che possiamo percorrere.
Per poter vivere al meglio che possiamo, e portare a casa la pelle.





MrFord





"And you can see my heart beating
no, You can see it through my chest
said I'm terrified but I'm not leaving no
know that I must pass this test
you can see my heart beating
oh, you can see it through my chest
I'm terrified but I'm not leaving no
know that I must pass this test."
Rihanna - "Russian roulette" - 





mercoledì 4 maggio 2016

The Dressmaker - Il diavolo è tornato

Regia: Jocelyn Moorehouse
Origine: Australia
Anno: 2015
Durata:
118'







La trama (con parole mie): Myrtle Dunnage, dopo una vita passata in giro per il mondo a costruirsi una reputazione come stilista di successo, torna nel suo paese natale, nel cuore dell'Australia rurale, memore dell'episodio che segnò la sua infanzia per comprendere meglio le cause della sua partenza ed allontanamento dalla madre, divenuta una sorta di vecchia folle del piccolo villaggio.
Ripulita la casa in cui è cresciuta e ridato uno scopo alla genitrice, Myrle detta Tilly inizia un lento percorso che non solo la condurrà al confronto con i ricordi pronti ad affiorare dal passato rispetto alla morte del suo coetaneo Stewart Pettyman, della quale è da sempre accusata dalle malelingue locali, ma anche al confronto con la sua abilità nella professione, con l'amore e con l'odio, sempre pronto a rinnovare quella che la stessa Tilly considera una maledizione.
Riuscirà la donna a fare chiarezza sul passato e tracciare una nuova strada verso il futuro?









Non so se vi è mai capitato, nel corso della vita, di finire vittime di una diceria, che fosse positiva o negativa, e se la stessa avesse un impatto significativo sul presente che stavate vivendo in quel momento.
Personalmente, sì.
Nel bene e nel male.
La diceria, comunque la si veda, che ci porti vantaggio oppure no, "è un venticello" - come si canterebbe nel Rigoletto - pronto a sconvolgere un pezzo alla volta le esistenze non solo di chi vive la stessa sulla pelle, ma anche di chi, dall'altra parte, la alimenta o provoca.
Nel corso della visione di The Dressmaker - sconvolgenti sia l'adattamento italiano che il trailer nostrano - ho avuto l'impressione di sentire sulla pelle la sgradevole sensazione provocata dalla diceria stessa - una sorta di versione mentale del fuoco di Sant'Antonio, o della varicella, ed avendoli provati entrambi so di cosa parlo - ed il suo crescendo, ben giocato dall'autrice Jocelyn Moorehouse, che non faceva parlare di sè dagli anni novanta, grazie alla vicenda di Tilly Dunnage, una sorta di Sposa tarantiniana giunta nel suo vecchio e polveroso paese d'origine nell'Australia rurale per raddrizzare il torto che non solo ha condizionato la sua vita, ma ha finito per lasciare un segno indelebile anche all'interno della comunità locale: mescolando abilmente suggestioni che ricordano il Tim Burton di Edward mani di forbice, il Robert Altman de La fortuna di Cookie ed il grottesco dei Fratelli Coen la regista consegna al pubblico uno dei titoli più sorprendenti della primavera, una commedia nera pronta a metterci a nostro agio proprio come un sarto prima di sferrare i colpi decisivi nel crescendo dell'ultimo terzo di pellicola, tra i più intensi e belli del passato recente, in grado di ricordare al sottoscritto viaggi emozionali "down under" come quelli di Lezioni di piano o Holy smoke.
Ma prima che i sentimenti prendano il sopravvento, occorre constatare quanto - da buon film corale che si rispetti - The Dressmaker spinga i suoi interpreti ad un lavoro egregio, dalla protagonista Kate Winslet - sempre una garanzia - ad uno strepitoso Hugo Weaving, un'indimenticabile Judy Davis ed una giovane conferma come Sarah Snooke, già ammirata da queste parti in Predestination: perfino il pezzo di manzo Chris Hemsworth, come suo fratello Liam, di norma destinato a parti prettamente fisiche, trova una sua connotazione in un personaggio sorprendente per destino ed approccio, pronto a dare inizio all'escalation emotiva della parte finale della pellicola.
Ma torniamo alla diceria, al pettegolezzo, alla "maledizione", come direbbe Tilly.
Personalmente, ho imparato a fare quasi un vanto di eventuali voci, vere oppure no che siano: da appassionato di Cinema e stronzo patentato, ho compreso l'importanza che anche la cornice e l'atmosfera finiscono per avere, rispetto alla nostra vita di tutti i giorni, ed al modo che hanno gli altri di percepirle. Poi, certo, non sono mai stato accusato di omicidio, o cacciato dal mio paese d'origine da un branco di stronzi troppo limitati per poter comprendere perfino e soprattutto quegli stessi limiti come Tilly, eppure ho sempre sentito quasi un brivido, all'idea di aver originato qualcosa.
In un certo senso, quando le dicerie sono fondate, l'idea di poter sfruttare le stesse, per ego o per farsi coraggio, è sempre utile, e quando non lo sono, potrebbero comunque dare origine ad un vantaggio, o far scattare la scintilla in grado di alimentare l'incendio, e cambiare davvero lo status quo.
The Dressmaker racconta - e molto bene - di tutto questo, ma non solo: perchè porta in scena lo sguaiato divertimento, il brivido delle emozioni, la travolgente carica dell'amore, l'ineluttabilità della morte. Tutte cose che, prima o poi, passano per le nostre mani come ago e filo illudendoci di essere i sarti del nostro destino, prima di portarci via tutto nel momento in cui è il destino stesso a chiamarci.
Se non altro, vivendo quanto più possibile, quando giungerà quel momento sapremo di aver festeggiato nel vestito migliore ed aver buttato quanta più spazzatura possibile.





MrFord




"Si sa che la gente dà buoni consigli
sentendosi come Gesù nel tempio,
si sa che la gente dà buoni consigli
se non può più dare cattivo esempio."
Fabrizio De Andrè - "Bocca di rosa" -




giovedì 28 aprile 2016

Thursday's child

La trama (con parole mie): per una volta, nel corso di questa primavera decisamente scialba per quanto riguarda la settima arte, mi pare di trovarmi di fronte ad una settimana che, almeno in una certa misura, potrebbe regalare qualche soddisfazione.
Quello che, invece, continua a non regalarmene neanche per sbaglio è quello scellerato del mio acerrimo nemico nonchè co-conduttore di rubrica Cannibal Kid, che continua a tormentare i lettori di White Russian con le sue bislacche opinioni legate alla settima arte: uno sporco lavoro, quello di sopportarlo, ma qualcuno deve pur farlo.

"Penso proprio che gli scritti di Cannibal e Ford saranno i primi a venire bruciati dopo il mio ritorno."
La foresta dei sogni

"Così quello è Ford!? E' davvero mostruoso come diceva Cannibal!"
Cannibal dice: Nuovo film di Gus Van Sant con Matthew McConaughey e Naomi Watts. Sembrerebbe un film uscito dai miei sogni, gli stessi in cui quando digito su Google “WhiteRussian” mi escono solo le ricette per preparare il cocktail, e non dei presunti blog cinematografici. Eppure questa pellicola è passata piuttosto inosservata/criticata al Festival di Cannes dell'anno scorso e più che un lavoro da sogno, potrebbe rivelarsi un diludendo da incubo.
Ford dice: tipico film pronto ad alimentare aspettative enormi sulla carta ed altrettanto a fornire su un piatto d'argento la delusione.
Personalmente, spero che possa rivelarsi una gran bella visione, anche se i dubbi sono quasi più di quanti non ne nutra tutti i giorni rispetto alle recensioni di Cannibal Kid.



Lui è tornato

"Eddai, Adolf! Perfino Ford sa cos'è un mouse, ormai!"
Cannibal dice: Film su un cattivone del passato che si trova del tutto spaesato nel mondo del presente...
No, ma che avete capito?
Non sto parlando di James Ford, ma di Adolf Hitler!
Ford dice: un film che racconta il ritorno online del Cannibale dopo l'ennesimo weekend lungo. La storia di un blogger un tempo prolifico ed ormai radical figlio dei fine settimana bene passati al mare o in montagna.



The Dressmaker – Il diavolo è tornato

"Dovevo saperlo che per raggiungere casa Ford non avrei potuto prendere neppure un calesse!"
Cannibal dice: Abbiamo capito che il diavolo è tornato...
Ah, ma qui non si parla più di Hitler, bensì di un'affermata stilista interpretata da Kate Winslet che ritorna nel paesino australiano in cui è cresciuta?
Sembra una vicenda in grado di coniugare un personaggio radical-chic molto Cannibal style con un'ambientazione da bifolchi fordiani. Credo quindi che questo film potrebbe essere apprezzato sia su Pensieri Cannibali che su WhiteRussian, sebbene per motivi opposti.
Ford dice: titolo che potrebbe essere la sorpresa della settimana, accolto molto bene ed in grado, almeno sulla carta, di soddisfare sia i radical che i pane e salame. Sarà davvero così? Personalmente, considerata la carestia dell'ultimo periodo, spero bene.



10 Cloverfield Lane

"Quel mostro di Ford sta di nuovo cercando di abbattere casa nostra: ma per chi ci ha preso, per i Goi!?"
Cannibal dice: Il sequel/prequel/remake/spinoff/nonhocapitocosacazzoè di Cloverfield, una delle pellicole sci-fi più particolari degli ultimi anni. Non sarà ai livelli del primo, ma un'occhiata ci sta.
Ford dice: il primo Cloverfield era stato, a mio parere, una gran bella sorpresa. Questo qualsiasi cosa sia rispetto a Cloverfield non sarà certo ai livelli dell'originale, ma nonostante questo mi metta sulla stessa barca di Peppa Kid, penso che un'occhiata ci stia tutta.



Zeta

"Noi sì che siamo giovani, altro che quel vecchietto di Cannibal Kid!"
Cannibal dice: Film sulla scena hip-hop underground italiana, con protagonista Salvatore Esposito, il Genny di Gomorra – La serie, e con un sacco di rapper nostrani. Il pubblico sarà già pronto a massacrarlo, yo invece non vedo l'ora di vederlo e magari di combattere una nuova rap-battle contro lo scarsissimo James Ford, lo Sceminem della blogosfera.
Ford dice: la scena rap italiana spesso e volentieri mi delude, ma sono quasi curioso di affrontare la visione di questo Zeta. Se non altro per avere le basi per l'ennesima rap-battle che vincerei con Cannibal Creed.



La coppia dei campioni

"Coppia di coglioni! Certo che quel Ford è un comico più bravo di noi!" "Massimo, non ci voleva poi tanto!"
Cannibal dice: La coppia dei campioni siamo io e Ford, che cacchio vogliono Massimo Boldi (perché, esiste ancora?) e Max Tortora (ma chi è?)?.
Ford dice: più che una coppia di campioni, Boldi e Tortora paiono una coppia di coglioni. Meglio pensare ad una coppia decisamente meglio assortita come il sottoscritto ed il Cucciolo Eroico.



Infernet

Un film talmente importante, che più che la locandina non sono riuscito a trovare.
Cannibal dice: Infernet, il titolo del nuovo inquietante blog di James Ford.
Ford dice: Infernet, il titolo del nuovo inquietante blog di Cannibal Kid.



Benvenuti... ma non troppo

"Casa Goi? Ci manda Ford, ha detto che potevate ospitarci per un anno o due."
Cannibal dice: Benvenuto Ford qui su Pensieri Cannibali... ma non troppo. Anzi, per niente. Vattene subito via!
Quanto al film, una commedia francese giocata sul confronto tra ricchi e poveri, e non sto parlando del gruppo preferito dal vecchio Ford, credo che non si rivelerà troppo male.
Ford dice: il Cinema francese è sempre un'incognita, specie da quando ho scoperto la passione per lo stesso del mio rivale Cannibal Chic. Tutto sommato, però, proposte come questa potrebbero essere non del tutto da buttare.



Lo stato contro Fritz Bauer

"Lo stato contro di me, e nessuno contro Cannibal? E' un vero scandalo!"
Cannibal dice: Il cinema tedesco negli ultimi tempi sta offrendo buone cose, ja, però per questa settimana direi che è meglio puntare su Lui è tornato che non su questo, così come se si cerca un bel post è meglio scommettere su Pensieri Cannibali che non su WhiteRussian.
Ford dice: preferirei vedere lo stato contro Cannibal Kid, ma se dovesse capitare, una visione di questo titolo made in Germany potrebbe starci senza problemi.



Sole alto

"Mi pare quasi di essere la protagonista di un film di Malick!"
Cannibal dice: Film croato/serbo/sloveno che riflette sulla guerra nell'ex Jugoslavia. Mi sembra un po' un mattonazzo buono per l'ex Ford, quello che una volta fingeva di guardare pellicole impegnate e ora non finge manco più, troppo impegnato com'è a vedere unicamente delle schifezzone tamarre per gente tutta steroidi e niente cervello.
Ford dice: altra possibile scommessa autoriale della settimana, anche se, dai tempi di Kusturica, non ho più trovato un film o un regista in grado di raccontare con la stessa potenza le vicende dell'ex Jugoslavia. Le riserve restano, ma chissà. Rispetto a Cannibal, invece, nessuna riserva: è senza speranza da fin troppo tempo.



Cavallo denaro

"Non ti avvicinare a Cannibal Kid, è pericoloso!"
Cannibal dice: Lavoro portoghese che mi sa di autorialità eccessiva persino per un radical come me, e pure per il Ford più snob dei tempi migliori.
Ford dice: settimana ad alta concentrazione autoriale, il che non significa necessariamente garanzia di qualità. Un po' come quando si apre Pensieri Cannibali.



Appena apro gli occhi – Canto per la libertà

"Ed ora una ballad che dedico alla mia fan numero uno: Katniss Kid."

Cannibal dice: Ennesimo film impegnato della settimana. Ma i distributori italiani non farebbero meglio ad aprire gli occhi e vedere che sta arrivando la bella stagione e la gggente c'ha voglia di leggerezza?
Ford dice: dopo settimane di nulla assoluto, la settimana del radical chic!? È una congiura orchestrata da Cannibal?






Fuga dal pianeta Terra

"Hey Cannibal, vieni a fare il protagonista di un cartone animato con me?" "Ford, sei forse più ubriaco del solito?"
Cannibal dice: Se non esce almeno una pellicola d'animazione a settimana, la distribuzione italiana e Ford vanno in crisi. Io comunque, che sono più terra terra, mi accontento anche solo di una fuga dal pianeta WhiteRussian.
Ford dice: più che una fuga dal pianeta Terra, io propongo una fuga dal pianeta Cannibal.


mercoledì 27 gennaio 2016

Steve Jobs

Regia: Danny Boyle
Origine: USA, UK
Anno: 2015
Durata: 122'






La trama (con parole mie): attraverso tre episodi chiave della sua carriera - la presentazione del Mac nell'ottantaquattro, quella di Next nell'ottantotto e dell'IMac nel novantotto - scopriamo l'uomo dietro la leggenda di Steve Jobs, creatore e direttore d'orchestra di una delle realtà industriali e di cultura pop più importanti dell'ultimo secolo, Apple.
Dall'ego smisurato ai complicati rapporti con i colleghi e la figlia, così come con il suo passato di bambino adottato, passando per i confronti che l'hanno portato sotto i riflettori sia da un punto di vista umano che lavorativo, scopriamo i fiumi di parole ed i rari, intensi silenzi di un innovatore che seppe sfruttare al meglio il suo talento di sfruttare ed organizzare il talento di altri.










Non sono mai stato un patito di tecnologia.
Ricordo i tempi delle cassette riavvolte con le Bic, il passaggio al lettore cd, internet visto come un mondo da scoprire la prima volta che lo provai in ufficio, quando ancora averlo in casa era quasi fantascienza, almeno in Italia, il primo cellulare, ma di fatto, niente che mi abbia fatto emozionare davvero.
Personalmente, ho memoria dell'IMac soltanto perchè, nei primi anni zero, tutti i disegnatori con i quali lavoravo ai tempi della mia scellerata avventura come sceneggiatore di fumetti l'avevano: e penso di avere totalmente ignorato la vita e le imprese di Steve Jobs - fatta eccezione per i riferimenti alla Pixar - fino alla sua morte.
Curioso, in questo senso, che io sia e sia stato un utente Apple, almeno in parte.
E che tutta l'intuitività dei prodotti della Mela non abbia fatto mai particolarmente breccia, qui al Saloon.
Non troppo tempo fa, nonostante i suoi palesi limiti ed una certa banalità di fondo, avevo finito perfino per sopportare, come fosse un film d'intrattenimento senza pretese, il primo biopic - piuttosto scialbo - dedicato a quella che è stata l'anima di un'azienda che ha cambiato a suo modo il mondo, il "direttore d'orchestra" di un gruppo di ragazzi che da un garage di Cupertino, in California, ha di fatto conquistato l'intero pianeta.
Ma è stato come non avere il polso della situazione, del personaggio, della quadratura del cerchio, fino alla visione dello Steve Jobs di Danny Boyle - per una volta imbrigliato e sobrio con la macchina da presa - ed Aaron Sorkin, che si conferma uno degli sceneggiatori più mostruosi che il Cinema americano abbia in forza attualmente: personalmente, le aspettative rispetto a questo anomalo biopic erano piuttosto basse, complici il recente fallimento del suo regista - al quale ho sempre voluto bene, sia chiaro -, In trance, e l'idea dell'inutilità di fondo di un secondo lungometraggio dedicato al guru dell'Apple nel giro di un paio di stagioni cinematografiche, dunque ho finito per approcciare la pellicola nel modo più distante e critico possibile.
E cosa orchestrano, sfruttando un cast in stato di grazia - dalla conferma Fassbender all'ormai veterano caratterista Jeff Daniels, passando per un sorprendente per il ruolo Seth Rogen e la garanzia Kate Winslet - i già citati Boyle e Sorkin?
Un vero e proprio tripudio di classe, una versione backstage di un biopic classico, che punta più a mostrare i fantasmi del personaggio che racconta che non il personaggio stesso - in questo senso, parliamoci chiaro, Steve Jobs era decisamente un sacco di merda -, una sorta di versione realistica e travolgente di Birdman che, spogliato dai manierismi e dalle lungaggini, interpreta una delle realtà più importanti della società attuale - e parlo in termini pop, non tecnologici - ed il suo fautore, un uomo che non ha avuto paura di farsi odiare finendo, di fatto, per costruire un impero e farsi amare da più generazioni di utenti che, di fatto, lo hanno consacrato quasi al livello di un'icona religiosa.
Ed è davvero un'impresa non da poco, inchiodare alla sedia con un ritmo forsennato il pubblico incentrando l'intera ossatura di un film su un personaggio che, in termini di empatia, non ha davvero nulla da dare, affidandosi esclusivamente a dialoghi serrati, montaggio ed una regia che è una rasoiata, più che a retorica o facili stratagemmi: ci si appella a meccanismi istintivi ed umani, al non detto che, nella vita di tutti i giorni di ognuno di noi, direttori d'orchestra o no, finisce per influenzare in modo definitivo anche tutte le parole che buttiamo su qualsiasi palco della nostra esistenza.
E questo è il vero miracolo di un film di questo genere, che sento già in molti considerare freddo, distaccato, verboso, noioso, lontano, egocentrico: un pò come il suo protagonista.
Onestamente, non mi è mai fregato un cazzo, di Steve Jobs, se non come monito che tutto lo status, i soldi e l'influenza possibili non riusciranno mai e poi mai a salvarci dal Destino almeno quanto l'ultimo dei poveri stronzi.
Eppure, nel corso di queste due ore, Steve Jobs l'ho sentito sulla pelle.
Più di quanto il Mac o l'IPod siano mai riusciti a fare.




MrFord





"Outside of the window
I was sticking with you
we were only kids then
I was staying at yours
sheltered in our own worlds."

The Maccabees - "Grew up at midnight" - 







martedì 12 gennaio 2016

Golden Globes 2016

La trama (con parole mie): domenica notte si è tenuta la cerimonia che, per antonomasia, è considerata l'anticamera degli Oscar, l'assegnazione dei Golden Globes.
La risonanza mediatica dell'evento è stata senza dubbio smorzata dalla morte di David Bowie, ma non poteva mancare, pur se in una misura particolare, un post che ne parlasse anche qui al Saloon.





L'avevo promesso a Julez proprio domenica sera.
Se fosse accaduto, non ci sarebbero state liste dei premiati, foto dal red carpet, opinioni su uno o l'altro titolo.
Ho promesso che avrei scritto: "Non me ne importa un cazzo del resto dei Globes, perchè ha vinto Stallone".
E ha vinto davvero.
Sinceramente, oltre che di tutto quanto specificato sopra, non mi frega un cazzo neppure di chi l'ha sempre criticato, dei Razzie e di chi, oggi, storce il naso o si stupisce bonariamente.
Ho visto Creed quasi un mese fa, e a prescindere da cosa scriverò, dal voto o dalla critica, è indubbio che non sarebbe stato lo stesso, senza Rocky.
Neanche io sarei stato lo stesso.
E, forse, neanche il mio amore per il Cinema, cresciuto anche sui guantoni dello Stallone Italiano.
Sylvester Stallone ha vinto un Golden Globe come migliore attore non protagonista.
E ha ricevuto una vera e propria standing ovation.
Probabilmente, anche per le persone presenti alla cerimonia, il Cinema non sarebbe stato lo stesso, senza Rocky.
E mi basta così.
Globes, red carpet, cerimonie, curiosi video con protagonisti Di Caprio e Lady Gaga.
Non me ne importa un cazzo.
Ha vinto Rocky.
Ha vinto Stallone.
E tutti quelli cresciuti con lui, anche in silenzio, hanno gridato Adriana.




MrFord





domenica 6 settembre 2015

Divergent/Insurgent

Regia: Neil Burger (Divergent), Robert Schwentke (Insurgent)
Origine: USA
Anno: 2014 (Divergent), 2015 (Insurgent)
Durata: 139' (Divergent), 119' (Insurgent)




La trama (con parole mie): ormai, qui al Saloon, quando si incontrano proposte di bassa lega ma non abbastanza tamarre per il sottoscritto, ci si rivolge a Julez come se fosse la Mrs. Wolf del Cinema che non intendo affrontare, pronta a risolvere il problema di una visione che potrebbe risultare potenzialmente indigesta.
In questo caso i titoli sono addirittura due, shakerati dalla suddetta Julez - che non è maniacale come il sottoscritto, quando si tratta di recensire - e dedicati a due dei film teen tra le decine uscite negli ultimi anni, pronti a cavalcare l'onda del successo di collane di romanzi indirizzati - almeno sulla carta - proprio agli adolescenti.
Si tratterà di nuovi e rinunciabili prodotti in stile Hunger Games, o di qualcosa a sorpresa valido?






Quando ho approcciato, nel mio solito momento stiro, a questa saga, non avevo nessunissima aspettativa. Neanche quella che mi sale sempre di fronte a film fantasy, fracassoni, fantascientifici o di botte. 
Ho pensato: “Toh, una cagata che MrFord non vedrà e che posso guardare tra il piegare una maglietta ed un bodino di AleLeo”.
Rispetto alla prima pellicola devo ammettere che, al contrario delle attese, il lavoro di Neil Burger è riuscito a dare adito ad una riflessione sulla mia personalità che non mi aspettavo da un filmetto teen fantasy ambientato in un futuro distopico. 
L’ambientazione di Divergent, Insurgent e quella che sarà di Allegiant poi, è legata ad una società che, a fronte di un passato in cui gli uomini hanno scatenato una guerra fratricida, ha diviso il popolo in cinque fazioni a seconda della famiglia di origine o delle proprie attitudini personali: Candidi (votati alla sincerità e responsabili della giustizia), Eruditi (gli intellettuali), Pacifici (vivono una vita semplice e coltivano la terra), Abneganti (sono al potere poiché ragionano con un’ottica altruista e lavorano per il bene di tutti), Intrepidi (sono i coraggiosi e di fatto rappresentano la forza militare della società).
Al di fuori di queste 5 fazioni esistono coloro che non hanno una sola caratteristica dominante e che di fatto, a causa della propria poliedricità, sono inascrivibili ad una singola fazione, e finiscono così per minare il principio di ordine e disciplina previsto dalla legge: i Divergenti.
Sfido chiunque veda la prima pellicola della saga, o legga il libro da cui il film è tratto, a non immaginarsi nella situazione della protagonista Beatrix (detta Tris) e a non pensare di essere senza dubbio un divergente: a me, quantomeno, è successo. 
Ma la realtà è che, come nel film, sono pochi i veri divergenti. Io non lo sono mica. Senza dubbio posso essere un pò questo e un pò quello, ma non MOLTO questo e MOLTO quello. 
Probabilmente dovessi sottopormi al test a cui vengono sottoposti tutti gli adolescenti della società qui mostrata ne uscirei Candida. 
Non che mi freghi niente della legge ma non so mentire neanche se ne va della mia vita.
Insomma. Non siamo mica tutti speciali veramente.
Allo stesso modo, neanche il film lo è. 
Il primo dei due è un po’ meglio, Shailene Woodley è stranamente in parte (non è tra le attrici che mi colpiscono per le loro interpretazioni), si fa la conoscenza con la struttura della società e la trama, seppur risibile, regge i suoi centotrentanove minuti grazie anche alla storia d’amore tormentata tra Tris e Four (la regia vi omaggia di un’immagine tratta dal momento più hot del film).




Con il secondo l’effetto curiosità svanisce e la situazione si fa noiosa. 
Talmente noiosa che non ricordo cosa succeda, quale sia il fulcro della storia. 
Qualcosa tipo il ricostruire dopo la distruzione.
Ma proprio… vuoto!
Insomma per farla breve, se lo guardate è un MEH, se non lo guardate non vi perdete niente.
Piuttosto immaginate il risultato del vostro test e vi sarete goduti il meglio del film.



Julez



"Wanna hear your beating heart tonight
before the bleeding sun comes alive
I want to make the best of what is left, hold tight
and hear my beating heart one last time
before daylight."
Ellie Goulding - "Beating heart" - 




sabato 5 ottobre 2013

Extras - Stagioni 1 e 2

 Produzione: BBC
Origine: UK
Anno: 2005/2007
Episodi: 12




La trama (con parole mie): Andy Millman è un attore che cerca disperatamente di uscire dall'anonimato e dal suo usuale ruolo di comparsa grazie all'aiuto decisamente non troppo utile dell'agente Darren Lamb, che almeno in teoria dovrebbe occuparsi di piazzare un copione del suo assistito che porrebbe le basi per una sit-com. Nel frattempo, accanto all'amica attrice Maggie, Andy finisce per incontrare sul set, comparsata dopo comparsata, numerose celebrità di Hollywood e non solo pronte a rivelarsi ai suoi occhi per quello che sono oltre la facciata dei personaggi che interpretano.
E non sempre le cose andranno proprio nel migliore dei modi.



Questo post partecipa alle celebrazioni mancate per il compleanno di Jean Claude Van Damme divenuto a causa di un sabotaggio quello di Kate Winslet.


L'umorismo inglese, fin dai tempi dei mitici Monty Phyton, si è ritagliato un posto speciale nel cuore di questo vecchio cowboy, grazie alla sua verve nerissima ed ai toni spesso più sotto che sopra le righe: uno dei titoli che maggiormente è riuscito a rappresentarlo sul piccolo schermo nel passato recente è stato lo spassosissimo Extras, prodotto dalla BBC e responsabile del lancio verso la grande industria hollywoodiana del caratterista Ricky Gervais, che con il suo Andy Millman ha regalato al pubblico uno dei personaggi più antipatici eppure irresistibili della tv.
La condizione di comparsa dell'aspirante attore cui presta fisicità e lingua tagliente proprio Gervais permette allo spettatore di esplorare da dietro le quinte il mondo dorato del Cinema attraverso le opinioni che il protagonista si costruisce, lavoro occasionale dopo lavoro occasionale, a proposito delle personalità dello spettacolo con le quali si trova a lavorare, dal borioso Ben Stiller allo spaurito - ed allora profondamente bambino - Daniel Radcliffe, passando per David Bowie, Samuel Jackson, Ian McKellen e molti altri.
Il rapporto con la celebrità, gestito in maniera intelligente dagli sceneggiatori, porta ognuno di noi a ripensare a quelle volte in cui ci si è trovati ad avere a che fare con grossi nomi scoprendo che potevano rivelarsi una sorpresa o una delusione: io stesso, dagli abbracci di Joe Lansdale e Ben Harper alla capatina in bagno con Serj Tankjan fino all'avversione per Capossela, Devandra Banhart o Dani Filth ho potuto scoprire lati che non conoscevo di qualche "big", così come accarezzare la strana sensazione di stare tranquillamente chiacchierando con qualcuno in grado di toccare milioni di persone in tutto il mondo.
Parallelamente a questo più universale discorso, la rincorsa del successo da parte di Andy si traduce anche nel complesso - ed irresistibile - rapporto con il suo inetto agente, che regala alcune delle perle più divertenti della serie, mentre Maggie, sua spalla e compagna "sul campo", fornisce gli assist ideali per le migliori chicche del main charachter, specie quando si tratta di essere dissacranti e pungenti.
Ma dato che oggi stiamo celebrando un compleanno - anche se quello sbagliato, perchè nonostante la buona Kate Winslet sia da sempre una delle mie favorite, sia fisicamente che come attrice, non ci sarebbe dovuta essere neppure gara con il mitico, inossidabile, straordinario re dei calci rotanti, Jean Claude Van Damme -, il riferimento principale del post va ovviamente all'episodio della prima stagione all'interno del quale compare proprio la nostra festeggiata, protagonista di un film ad argomento Olocausto nei panni di una suora.
Il ruolo e le opinioni della pane e salamissima Kate, pronta a dare man forte a Andy nei momenti in cui si tratta di confrontarsi con Maggie a proposito delle telefonate spinte che la stessa riceve da un attrezzista con il quale ha appena iniziato una relazione - indimenticabile il momento in cui le loro prese per il culo vengono notate dall'interessato - e a dispensare consigli senza peli sulla lingua - "Vuoi un Oscar? Fai un film sull'Olocausto e vai tranquilla!", oppure "Ecco un altro bel modo per vincere la statuetta: interpretare un disabile" - agli aspiranti attori.
Accanto alle performance certamente sboccate della storica protagonista di Titanic - che, in effetti, avrebbe conquistato l'Academy proprio grazie ad un ruolo legato all'Olocausto con The reader - impazza Andy, reclutato per figurare come soldato nazista e protagonista di un tentativo di approccio rispetto ad una delle "suore" che si rivela essere una fervente cattolica, ostacolo non da poco per l'assolutamente ateo Millman - leggendaria la sequenza del confronto con i fedeli del circolo di preghiera, così come il primo "contatto" con la sorella del "bersaglio" di Andy, che porta i segni di una paralisi cerebrale -.
Un episodio tra i più divertenti, dunque, questo incentrato su Kate Winslet, simbolo delle potenzialità di una serie troppo poco nota qui nella Terra dei cachi ma che andrebbe recuperata fosse anche giusto per godersi l'altra faccia della medaglia delle celebrità.


MrFord


Si uniscono ai festeggiamenti mancati di Van Damme a favore di Kate Winslet anche i blog:

Bette Davis eyes
Combinazione causale
Director's Cult
Ho Voglia di Cinema
Il Bollalmanacco di Cinema 
In Central Perk
Movies Maniac
Pensieri Cannibali
Recensioni Ribelli
Scrivenny 2.0

"When I wake up in my makeup
it's too early for that dress
wilted and faded somewhere in Hollywood
I'm glad I came here
with your pound of flesh
no second billing cause you're a star now."
Hole - "Celebrity skin" - 



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