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lunedì 3 aprile 2017

Collateral beauty (David Frankel, USA, 2016, 97')




Il giorno della visione di Collateral beauty, pur essendo una domenica, ero a casa da solo - cosa assolutamente rara, considerato che nel weekend io e Julez siamo ostaggi dei bimbi e delle incombenze come spesa, stiro e faccende varie -: ricordo bene, dovendo affrontare il pranzo e fare al contempo una cernita delle possibilità di titoli da affrontare, di aver optato per quello che meno avrebbe interessato la signora Ford ed al contempo che mi avrebbe dato davvero una gran gioia massacrare.
Nonostante, infatti, abbia sempre voluto bene a Will Smith dai tempi del Principe di Bel Air fino alla scazzottata con l'alieno in Independence Day e Gettin' jiggy with it, dallo scempio di Io sono leggenda alle varianti mucciniane, ho sviluppato un'avversione profonda per la sua versione spiritual-buonista da bravo ragazzone americano che mi fa sempre sperare che un giorno gli venga assegnato un ruolo complesso e sfaccettato come quello di Sei gradi di separazione.
Ed è proprio il prodotto che tira fuori a Will Smith il suo peggio, che mi sarei aspettato, da Collateral Beauty: una merda ammeregana della più infima categoria con attori superstar pronti solo ad ingrassarsi il portafoglio ed una vicenda strappalacrime da incazzatura feroce.
Ora, ammetto che il lavoro di David Frankel porti in dote alcuni dei difetti di un certo tipo di produzioni mainstream a stelle e strisce che cercano di cavalcare l'onda del primo Inarritu in versione molto pop, e che non si tratti certo del filmone dell'anno, eppure devo ammettere di essere rimasto quasi piacevolmente sorpreso da un titolo di grana grossa e discretamente prevedibile - i due twist principali sono stati beccati praticamente subito dal sottoscritto per quanto riguarda il primo e da Julez appena rientrata a casa senza aver visto tre quarti della pellicola il secondo - che riesce comunque ad essere emozionante senza lucrare troppo sul fazzoletto facile e ad avere un senso nonostante rappresenti, da più di un'angolazione, il tipico prodotto new age finto alternativo da Nuovo Millennio.
In un certo senso, potrebbe essere considerato come un piccolo atto di Fede - la stessa di cui sono sprovvisto, anche se mi piace sempre rimanere piacevolmente sorpreso - compiuto dallo spettatore meno esperto così come da quello che mastica Cinema dalla mattina alla sera, quasi fossero lo specchio dei protagonisti che, a seguito di un dramma che non augurerei a nessuno, neppure al mio peggior nemico, finiscono per incrociare senza volerlo ognuno le proprie miserie, e prenderne coscienza in modo da poter costruire la propria vita anche a partire dalle stesse.
Bellezza collaterale, per l'appunto.
Che in questo caso, funziona anche come definizione per un titolo che almeno per quanto mi riguarda non ha alcuna pretesa di diventare un cult o uno dei film più importanti della stagione ma che, con una certa onestà, lavora su quello che ha con impegno ed una certa carica.
Considerato che probabilmente mi sarei divertito molto di più a scrivere un pezzo massacro e che invece mi ritrovo quasi a promuovere - nel suo piccolo, ovviamente - un film che pensavo sarebbe entrato senza problemi nella decina del peggio dell'anno, direi che il mio atto di Fede per la stagione l'ho fatto.
E non mi ci sento neppure troppo male.




MrFord




martedì 8 novembre 2016

Sausage Party - Vita segreta di una salsiccia (Greg Tiernan&Conrad Vernon, USA, 2016, 89')




Sono sicuro di aver scritto in un buon numero di post quanto, a cavallo tra infanzia ed adolescenza, fossi timido ed introverso.
Anche stronzo, da un certo punto in avanti.
Eppure, ai tempi, ero così preso dall'idea della scrittura e di voler esplorare la parte più elitaria e radical della cultura, da non pensare affatto a tutto quello che poteva essere sfruttato nell'ambito del politicamente scorretto, dal linguaggio all'approccio, nonostante i germogli di quella che sarebbe stata poi la mia via da ateo miscredente fossero già stati ben piantati.
Ma, del resto, a quei tempi neppure bevevo, figuratevi.
Dunque, per quello che, esperienza dopo esperienza ed anno dopo anno, sono diventato, un film come Vita segreta di una salsiccia, frutto delle menti deviate della scuderia di Seth Rogen, Evan Goldberg e soci, già responsabili di chicche come Facciamola finita o The interview, non poteva che trovare terreno fertile, da queste parti: del resto, ora bevo, il mio linguaggio è diventato decisamente più scurrile, ho nel frattempo e per fortuna scopato molto più di quanto non avessi fatto allora ed i livelli di scarsa tolleranza all'indirizzo di dogmi e regole - specie se religiosi - sono schizzati alle stelle.
L'incredibile viaggio di Frank la salsiccia, dunque, non poteva che trovare un sostenitore accanito, qui al Saloon, considerato il cocktail decisamente sopra le righe che la scuderia dei ragazzacci nati dal carrozzone di Apatow decide di servire a questo giro, pronto a farsi beffe del concetto di Fede, delle differenze tra razze e visioni - dai nazisti alla disputa tra arabi ed ebrei, senza contare i riferimenti alle diversità sessuali - nonchè del costume da "buon vicinato" tipico anche e soprattutto della cultura ammeregana - e non solo cattolica -, senza dimenticare citazioni e metacinema che, da queste parti, finiscono sempre per essere molto apprezzati.
Dunque, a scanso di qualsiasi equivoco, ammetto fieramente di essermi goduto - in tutti i sensi - il convincente, spassoso e scorretto sberleffo portato in scena da Frank e soci, di aver apprezzato tutti i suoi risvolti - da quelli socialmente interessanti a quelli dichiaratamente e provocatoriamente sboccati - ed averlo trovato davvero solido, nel suo modo strambo - non ci giurerei, ma sono convinto che le idee di Rogen e Goldberg siano frutto di gran serate a suon di bevute e fumate - di ribaltare tutto quello che ci si potrebbe aspettare da un film d'animazione neanche ci trovassimo di fronte ad un'opera d'autore a tutto tondo spacciata per un divertissement per bambini - e qualche imbecille ci sarà stato, in sala, convinto di portare i pargoletti all'ennesima pomeridiana innocua, messo alle strette all'idea di dover spiegare parecchie cose a fine visione -.
La questione, però, cui ho pensato con più convinzione quando ho riflettuto sul post, è stata quella legata ai radical chic, gli stessi pronti per partito preso a bersagliare di critiche i film Disney o Pixar - in special modo - e ad abbracciare come una manna dal cielo - o una salsiccia infilata da qualche parte, che si dia o si riceva - un prodotto sopra le righe come questo: perchè la vicenda di Frank, spogliata dalla componente ammiccante, esplicita, sboccata e chi più ne ha, più ne metta, segue esattamente lo stesso schema.
Perchè la storia di Frank è quella di un sognatore - buono, ovviamente - che in barba alle minacce ed all'ordine costituito finisce per decidere del proprio destino attraverso una serie di imprese ed inseguimenti dal ritmo serrato sbattendosene degli "dei" e di fatto agendo come se fosse una nuova rappresentazione degli stessi. Se non fosse stato per gli espliciti - basti assistere al primo, vero porno cinematografico animato sul finale - riferimenti al sesso ed i colpi bassi alla società, questo Sausage Party sarebbe stato perfettamente a suo agio in un panino targato Pixar.
E non so se, in questo caso, suoni peggio essere della scuderia di chi ci da dentro negandolo, o di chi lo fa giusto per scandalizzare chi non lo dice.
Personalmente, io lo faccio per me.
E devo dire di essere estremamente soddisfatto.




MrFord




 

lunedì 9 febbraio 2015

Birdman

Regia: Alejandro Gonzales Inarritu
Origine: USA, Canada, Messico
Anno:
2014
Durata: 119'






La trama (con parole mie): Riggan Thomson è una superstar. O quantomeno, lo è stata.
Vent'anni or sono, ai tempi in cui impersonò il supereroe Birdman in tre blockbuster dal successo clamoroso. Archiviata l'epoca del costume e della maschera, più nulla, o quasi, se non crisi d'identità, un matrimonio fallito, una figlia ribelle e tutte le speranze - ed il denaro - investiti in uno spettacolo teatrale messo in scena nel cuore di Broadway tratto da Carver.
Ossessionato dal voler realizzare un'opera in grado di rimanere impressa nella mente di pubblico e critica e soprattutto dall'idea di volersi emancipare dalla maschera di Birdman, Riggan lotterà con ogni fibra del suo essere affinchè il lavoro possa non solo essere portato a termine, ma definirlo come attore, artista, performer e Uomo.
Ma è davvero questo, quello che cerca? E cosa suggerisce davvero la sua voce interiore?
Quale ruolo giocherà, in tutto questo, la figlia Sam? 
O tutti i personaggi della sua personale commedia?






Ai tempi dell'uscita di Amores Perros, dovevamo essere in quattro, in sala.
Ricordo benissimo i brividi, le emozioni, la sensazione di essere di fronte ad un futuro cult, all'esperimento più riuscito del post-Tarantino in termini di destrutturazione della storia portata sullo schermo.
Inarritu, allora un nuovo volto per la settima arte, finì per fare il botto e venne di colpo catapultato nel dorato mondo di Hollywood: ricordo quando uscì 9/11/01, insieme di cortometraggi firmati da registi provenienti da qualsiasi latitudine realizzato per ricordare i fatti del World Trade Center, e quanto attesi il momento di godermi quello firmato dal cineasta messicano, che si rivelò, al contrario, uno dei più autocompiaciuti e deludenti della selezione.
Sperai in un incidente di percorso, ed invece il peggio accadde: Inarritu collezionò, da quel momento, solo ed esclusivamente bottigliate con i fin troppo sopravvalutati 21 grammi e Babel, tanto da indurmi a non visionare neppure Biutiful, nonostante ottime recensioni lette anche qui nella blogosfera.
Ma il discorso con Birdman era diverso.
Recensioni entusiastiche, grandi aspettative, un Michael Keaton assoluto protagonista rendevano questo titolo uno dei must see della prima parte di questo duemilaquindici: ed effettivamente, per due terzi del film il mio unico pensiero è stato "WOW", che liberamente tradotto nella lingua fordiana significa "porca puttana e santo cazzo, che film enorme ha tirato fuori Inarritu".
Tecnica pazzesca, un cast in forma smagliante - perfino Zack Galifianakis sembra un bravo attore -, un turbinio di parole e sentimenti che non solo travolge, ma mette all'angolo ed induce ad abbassare la guardia in modo da avere una sorta di autostrada per una scarica di cazzotti emotivi ed intellettuali da lasciare più che KO, e come se tutto questo non bastasse, metacinema ed una graffiante ironia indirizzata a tutto il mondo della recitazione e della regia, dai teatri di Broadway al Cinema, senza risparmiare la critica.
E dunque, fino a poco più di un'ora e mezza di visione, mi sono sentito frastornato dai colpi di Inarritu - aiutato e non poco da Carver e dal suo strepitoso protagonista -, pensando già a come scrivere questo post, ad un nuovo header, all'esaltazione che si prova quando capita di vedere un film che già pare proiettato nella top ten dell'anno: poi, proprio nel momento migliore - la prima apparizione dell'alter ego mascherato di Riggan e la sequenza che lo vede finalmente e fisicamente protagonista -, il film, che per novanta minuti abbondanti aveva volato alto, finisce per cavalcare la corrente ascensionale sbagliata ed avvitarsi su se stesso, incappando in una serie noiosissima di finali in pieno stile Il ritorno del re diventando forzato e poco naturale, quasi il regista e gli autori avessero superato la linea che separa il suggerito dall'imposto.
Un vero peccato, perchè senza dubbio questo Birdman è il miglior Inarritu proprio dai tempi di Amores Perros: un film denso, divertente e drammatico, ricco di citazioni e girato davvero da dio - a tratti è riuscito quasi a scomodare paragoni con cose enormi come Enter the void o Arca russa, grazie all'utilizzo massiccio del piano sequenza -, eppure rispetto a titoli che toccano temi simili come Synecdoche, New York o Holy Motors il confronto è nettamente perso, e proprio a causa di quel troppo che stroppia.
Personalmente, con una mezzora in meno il finale con il tassista che rincorre Riggan in teatro avrebbe consegnato a Birdman le chiavi del Paradiso dei bicchierini, ma quel crescendo "al contrario" sul finale è stato davvero un colpo basso, invece che un diretto vincente.
E così come con il Wolf di Scorsese - anche citato - ero partito dal divano per finire seduto per terra davanti allo schermo, con Birdman ho iniziato pronto a volare nella stessa posizione ed ho finito proprio sul divano stesso, sdraiato in posizione da letto in attesa trepidante della fine.
E forse, ora, Birdman se la prenderà anche con me, che da critico che non crea come un artista mi rifugio in parole e giudizi per tarpare le ali di un'opera complessa e stratificata: ma sapete che vi dico?
Non me ne importa un cazzo.
Dovrebbe già ringraziare proprio il mio lato critico che non gli siano arrivate per indiscutibili meriti tecnici delle prepotenti e sonore bottigliate da una parte e dall'altra della maschera.



MrFord




"Like a bird on a wire
like a drunk in a midnight choir
I have tried in my way to be free
like a fish on a hook
like a knight in some old fashioned book
I have saved all my ribbons for thee."
Johnny Cash - "Bird on a wire" - 





mercoledì 14 maggio 2014

Grand Budapest Hotel

Regia: Wes Anderson
Origine: USA, Germania
Anno: 2014
Durata: 100'





La trama (con parole mie): uno scrittore ospite del leggendario Grand Budapest Hotel, affascinato dalla sua struttura decadente e dagli ospiti curiosi, incontra il suo proprietario, Zero Moustafa, ed avuta l'occasione di cenare con quest'ultimo finisce per diventare il testimone del racconto della vita dell'uomo, preso sotto l'ala protettrice, nel periodo tra la prima e la seconda guerra che sconvolsero il continente, dal mitico consierge Gustave H., cuore del Grand Budapest stesso ed amante di molte facoltose e vecchie signore. 
Alla morte di una di queste, Gustave finisce al centro di un complicato intrigo legato alla cospicua eredità della donna, nel mirino di parenti più o meno lontani capeggiati dal figlio Dmitri e della sua guardia del corpo Jopling: carcere, fughe e rischi più che concreti di morte diverranno dunque pane quotidiano per Gustave e Zero, pronti a lottare l'uno accanto all'altro per sopravvivere e costruire il futuro delle loro vite, bene o male possano le stesse finire.









Wes Anderson è uno dei paladini ufficialmente riconosciuti del radicalchicchismo.
Praticamente da sempre.
Tutto, nel suo Cinema, dalla fotografia curata maniacalmente ai carrelli laterali che paiono correre nei corridoi di una casa di bambole, dai colori pastello al gigioneggiamento selvaggio dei suoi attori, grida al radicalchicchismo.
Senza se e senza ma.
Eppure, allo stesso modo, dietro l'apparenza ed il piglio, i lavori del regista texano - il meno texano del pianeta, mi viene da aggiungere - traboccano cuore e sentimenti neanche ci trovassimo nel pieno di uno dei film pane e salame che tanto piacciono al sottoscritto: ricordo bene quanto riuscì a sovvertire sensazioni e valutazione Moonrise kingdom, penultima fatica del buon Wes, che iniziai a recensire pensando di sfoderare le bottigliate delle grandi occasioni e finii per riscoprire come una delle parabole migliori del Cinema grottesco recente, neanche i Grimm avessero incontrato un delirio di colori pastello e di profonda critica sociale.
Con Grand Budapest Hotel, probabilmente sogno segreto del regista da anni, album di fotografie con soggetti principali tutti i suoi attori feticcio - da Owen Wilson a Willem Defoe, passando ovviamente per Bill Murray, fino allo spazio concesso a nuove promesse come Saoirse Ronan -, Anderson poggia invece sul bancone del Saloon un cocktail che pare un mix abilmente dosato di romanticismo tedesco, stile narrativo russo - un pò Anna Karenina, un pò La figlia del capitano -, ironia nera, avventura vecchio stile in grado di richiamare addirittura qualcosa dell'espressionismo ed una fiaba nera da far impazzire dall'invidia gente come Tim Burton.
Le vicende di Gustave H. e Zero Moustafa, charachters che non avrebbero sfigurato in pellicole vintage d'alta scuola come i lavori d'ambientazione indiana di Fritz Lang o i grandi classici dell'avventura made in USA, senza contare il fascino dell'atmosfera mitteleuropea da spionaggio - e nonostante il bianco e nero c'entri poco o nulla, finisce per tornare a galla il Welles de Il terzo uomo e quello di Quarto potere -, sono un piacere per gli occhi, il cuore ed il cervello, ed il curioso mosaico di immagini e figurine in cui si muovono si rivela composto da tessere dai colori quasi accecanti - il rimbalzare delle telefonate della setta segreta dei consierge -, altre di bruciante ironia - i riferimenti al nazismo e gli uomini al servizio del regime - ed altre ancora velate di malinconia, che conducono lo spettatore per mano ad un finale in cui si incontrano il Woody Allen di Ombre e nebbia ed il gusto per il romanzo ottocentesco, carico di passione ed energia eppure in qualche modo segnato dall'inevitabile sconfitta dell'Uomo per mano del Destino.
La doppia narrazione, inoltre, dell'autore e di Moustafa, regala una struttura ad incastro che convince senza riserve, e nonostante l'intero lavoro dia l'impressione di un divertissement senza altro scopo se non intrattenere il regista stesso ed i suoi collaboratori, il risultato è quello delle grandi occasioni, ed il sentimento messo da Anderson in questo racconto è quanto di più lontano possa essere pensato rispetto al concetto di radical chic ed alle conseguenze che, di norma, l'esserlo porta agli autori ospiti di queste pagine.
E mentre sfilano davanti alla macchina da presa scenografie da sogno e si assiste ad intrighi da Dieci piccoli indiani, fughe da penitenziari neanche ci trovassimo in un Classico con Clint Eastwood, storie d'amore più o meno realizzabili o consuete, prende corpo un film che è una piccola perla per gli occhi ed il cuore, ennesima conferma di un Autore con la a maiuscola, capace di raccontare attraverso un'estetica da urlo storie che pare lo stesso abbia la necessità di portare sul grande schermo a prescindere dal fatto che sappia farlo con uno stile personale, unico e convincente.
In un certo senso, Grand Budapest Hotel rappresenta una summa del percorso compiuto da Anderson fino ad ora, all'interno del quale è possibile ritrovare tutti i temi cari al regista accanto ai suoi attori favoriti, pronto raccogliere e sfruttare la vena ironica e surreale de I Tenenbaum accanto alla delicata e spietata magia di Moonrise Kingdom e all'impatto esplosivo di Fantastic Mr. Fox: avercene, di Indiana Jones versione radical come questo.
E lo dico con tutto il cuore di un paladino del pane e salame.



MrFord



"Sleep on the left side
leave the right side free
hope gets salted
as those around you leave
we're gonna let it up like India House on fire
we're gonna let it go
and let it go higher
let it go."
Cornershop - "Sleep on the left side" - 





mercoledì 19 febbraio 2014

La 25ma ora

Regia: Spike Lee
Origine: USA
Anno: 2002
Durata: 135'



La trama (con parole mie): Monty Brogan è uno spacciatore di droga che lavora fianco a fianco con un importante boss della mala russa di stanza a New York, un ragazzo irlandese dal temperamento inquieto rimasto in giovane età orfano di madre e profondamente legato al vecchio padre - ex pompiere e gestore di un bar - e ai due amici d'infanzia Jacob - professore di letteratura composto ed introverso - e Frank - arrembante agente di borsa -.
Quando la DEA, sfruttando una soffiata, lo incastra ed ottiene per lui una condanna a sette anni, Monty si ritrova a dover tirare le fila della sua vita nelle ultime ventiquattro ore precedenti alla data dell'incarcerazione.





Questo post partecipa alla commemorazione di Philip Seymour Hoffman.




Pochi film hanno rappresentato l'inizio del Nuovo Millennio per gli States sconvolti e feriti dall'undici settembre come La 25ma ora.
E pochi registi ne sono stati interpreti così accorati come il newyorkese doc Spike Lee, al suo meglio come spesso accade quando i suoi prodotti non finiscono per essere "troppo black" - ho sempre considerato il qui presente titolo, insieme al precedente Summer of Sam ed al successivo Inside man come i tre vertici della carriera del buon Spike -.
Ma La 25ma ora è molto più di quanto non possa rendere una fredda analisi critica, dalla regia asciutta alla sceneggiatura da manuale - firmata da David Benioff, che gli appassionati del piccolo schermo ricorderanno come uno degli autori di Game of thrones - passando alla splendida fotografia, alla vibrante colonna sonora e ad un cast perfetto ed in grande forma - su tutti le due spalle del protagonista, Barry Pepper e Philip Seymour Hoffman, che oggi celebriamo, nei ruoli rispettivamente di Frank e Jacob, amici di una vita del main charachter Monty.
La 25ma ora è la storia di un lungo addio, un dramma carcerario che si consuma ancora prima che il condannato varchi le mura del penitenziario per trascorrervi sette lunghi anni - che in luoghi come Otisville, non devono essere proprio una passeggiata -, la cronaca di un sospeso "senza perdono", o quasi, per dirla come il Maestro Clint, che "c'è mancato poco perchè non accadesse mai".
Monty, con il suo speech del "fuck you" all'indirizzo della città che è la sua casa e le sue radici quasi e quanto l'Irlanda, è lo specchio degli States feriti, della voracità che giustifica i rischi fino quando non è troppo tardi, e non resta altro se non ammettere amaramente che "sono cazzi".
Monty che non sa di chi fidarsi, e che è costretto a chiedere al suo amico fraterno di fargli del male per potersi proteggere, per poter sopravvivere, come fece anni prima di lui ed in luoghi sicuramente peggiori il boss che non lo vorrebbe veder partire, o fuori dai suoi giochi di potere.
Monty che era una promessa del basket, uno di quelli "che avrebbe potuto fare qualsiasi cosa", e che invece ha finito per essere soltanto qualcuno inghiottito dal lato oscuro di una città e dei sentimenti, incapace di distinguere tra chi gli è fedele perchè lo ama e chi gli è fedele fino a quando non converrà esserlo.
La 25ma ora è un romanzo di formazione amaro, la caduta - piuttosto rovinosa - prima della lenta, difficoltosa risalita: non è possibile venirne fuori senza cicatrici o segni, senza dover sacrificare qualcosa - o qualcuno -, andando oltre, cambiando direzione e, chissà, forse la nostra stessa esistenza. Prima che il tempo scada. Prima che sia tutto finito.
Prima che si concretizzi quel "c'è mancato poco che non accadesse mai".
Eppure, dritto in faccia come un pugno, è accaduto. 
Accaduto eccome.
Lo si legge sui volti di Jacob e Frank alla finestra dell'appartamento di quest'ultimo che si affaccia su Ground Zero, nell'istinto di Brogan Senior a rubare un sorso dalla bottiglia di birra lasciata dal figlio, nello sconforto di Naturelle, nello smarrimento spocchioso da adolescente alla scoperta di tutto ciò che è più grande di lei di Mary, nello spirito di patate di Kostia, nel ringhiare di Doyle.
Tutto è alle spalle. 
E molto di più in attesa - o in agguato - davanti agli occhi. 
E non basterà guardare oltre, sognare un futuro, scrivere il proprio nome coltivando la speranza che un bambino possa vivere senza dover sopportare certe ferite.
Perchè sono il sale della vita. E senza di esse passeremmo il tempo sdraiati a terra con le ossa rotte.
O scappando. Perduti tra il nulla e l'addio. 
Tirando un sospiro di sollievo perchè "c'è mancato poco che non accadesse mai".
Invece è accaduto. Accade tutti i giorni.
Cadiamo, veniamo feriti, rimane una cicatrice.
Come un tatuaggio, a ricordarci da dove proveniamo. O che sopravviveremo.
E che finchè avremo forza, e sentiremo quei segni sulla pelle, potremo appoggiarci alle ginocchia ed alzarci, ancora una volta.
Da un Ground Zero fino a toccare quasi il cielo.
E guadagnare quell'ora in più che cambierà il nostro giorno.



MrFord


Partecipano alla veglia i compagni di blogosfera:


Il Bollalmanacco

In Central Perk

Viaggiando Meno

Non c'è Paragone

Cinquecento Film Insieme

Pensieri Cannibali

Montecristo

Director's Cult

50/50

Scrivenny 2.0

Combinazione Casuale


"Now I forget how to think
so crack my skull
rearrange me
lover put me in your beautiful bed
and cover me
lover put me in your beautiful bed."
The National - "It never happened" -



domenica 26 maggio 2013

Fight club

Regia: David Fincher
Origine: USA
Anno: 1999
Durata: 139'




La trama (con parole mie): cosa ti potrà mai succedere nel momento in cui la consapevolezza di avere la vita incasellata tra le pagine di un catalogo Ikea, un lavoro che odi ed una routine che porta all'insonnia comincia a schiacciarti? Potrebbe finire tutto, continuare come se nulla fosse, o tramutarsi nel principio di una rivoluzione iniziata in un volo accanto al compagno di viaggio monodose più incredibile mai esistito: Tyler Durden.
Ed è così che scatta la scintilla.
Una scintilla fatta di una scazzottata per la strada, dopo qualche birra, per approfondire in amicizia anche il concetto molto fisico dello scontro e portare il tutto ad un altro livello: addio alla scrivania, all'appartamento su misura, a quello che la gente si aspetta che tutti noi si faccia per apparire come dovremmo apparire. Fanculo.
Botte, lacrime e sangue. E tanto, tanto sapone.
E d'un tratto, forse ci si troverà di fronte alla fine di tutto. O all'inizio.




Questa recensione "da combattimento" partecipa all'Helena Bonham Carter Day con ogni singola nocca sbucciata.


Fight club è stato tante cose, per il pubblico e la critica, in questi anni, nonchè uno dei primi, veri supercult usciti in sala a cavallo tra il vecchio ed il nuovo millennio e destinati ad assurgere da subito a ruolo di nuovo classico così come era stato qualche anno prima per Pulp fiction o Il silenzio degli innocenti: onestamente, non ho mai fatto mistero di non amare particolarmente lo stile Palaniuk, scrittore troppo alternativo - o pseudo tale - per solleticare le corde più sensibili della mia anima di lettore, eccezion fatta per Rabbia, suo romanzo a mio parere migliore.
Ma non siamo qui per parlare della carriera dietro la macchina da scrivere dello scombinato Chuck, quando della trasposizione cinematografica che David Fincher, regista già allora noto per cose pregevoli come Se7en, offrì di un romanzo che inaugurò la stagione del disagio mentale usato per descrivere il disagio sociale in cui stiamo inesorabilmente sprofondando, in bilico tra lavori che non ci appagano ed uno stile di vita sempre più incasellato, anche quando a noi pare proprio di no.
Appoggiandosi sulle spalle di Edward Norton - come sempre ai tempi in spolvero totale - ed uno dei migliori Brad Pitt di sempre, il regista di Denver porta in scena l'ascesa di Tyler Durden e la sua guerra con il mondo con un piglio che mescola il videoclip e l'indagine interiore ad impatto, pronta ad esplodere in scontri fisici e non solo sempre più devastanti, che hanno il loro culmine nel drammatico match che vede Norton affrontare un allora giovanissimo Jared Leto.
Le celebrazioni di questo giorno, però, impongono la menzione - peraltro meritatissima - di Helena Bonham Carter, che con la sua Marla Singer non soltanto centra uno dei ruoli migliori della sua carriera prima di finire burtonizzata, ma riesce ad apparire bella come non è mai stata e, probabilmente, non sarà mai: il binomio Singer/Durden, dall'incontro tra Norton ed Helena nel corso di uno dei gruppi di sostegno per malattie terminali che costituiscono l'anticamera del Fight Club alla casa occupata dalla premiata ditta di combattenti e paladini del sapone, fino all'esplosivo - in tutti i sensi - finale funziona che è una meraviglia, e sfrutta un'alchimia tra gli interpreti come raramente se ne sono viste sul grande schermo, finendo per coinvolgere perfino i personaggi secondari interpretati dal già citato Leto e da un Meat Loaf mai così convincente dai tempi del suo Eddie nel Rocky Horror.
Ora che ho finito di incensare le qualità di Fight club, comunque, è giunta l'ora anche di qualche sano colpo ben assestato che giustifichi un voto solo discreto per una pellicola che, ancora oggi, continua a portare sotto le insegne delle ormai notissime regole del Fight club nuovi adepti ad ogni passaggio sul piccolo schermo: considero infatti il lavoro di Fincher - e di Palaniuk prima - decisamente interessante ma clamorosamente paraculo, in grado di convogliare un'estetica ed un approccio da ribelli cool che in più di un'occasione pare forzato almeno quanto le pose dei suoi protagonisti, dall'incontenibile Durden alla darkissima Singer.
Perfino la sua feroce critica verso il mondo ed il sistema sociale ed economico all'interno del quale viviamo continua ad apparirmi almeno in parte di comodo, così come non riuscì ad entusiasmarmi ai tempi, quando uscito dalla sala guardai i due amici che erano con me piuttosto perplesso, molto più soddisfatto della colonna sonora e della parte tecnica che non della forza del contenuto.
Fight club è come un'adolescenza ribelle, o un approccio da poseur: potrà fare una grande impressione a prima vista, ma la realtà dei fatti è che nasconde sotto un look da capogiro fin troppi limiti che, visione dopo visione, continuano inesorabilmente a venire a galla.


MrFord


Ma che cazzo va scrivendo in giro, questo MrFord?
Chi pensa di essere? Un eroe senza macchia della bella società con giardino, famiglia felice, tv a cinquanta pollici e la sera sul divano? Comodo, lui.
E poi ci beve sopra.
La realtà è un'altra: Fight club è Fight club.
Una bomba scoppiata in faccia a tutti voi poveri stronzi nelle mani del sistema. Ed è inutile che vi opponiate.
E' vero, e siete stati voi a scegliere, razza di cazzoni.
Ogni giorno scegliete.
Guardate come siete vestiti, cosa comprate, come volete apparire, con i vostri smartphone e le vostre marche ed i vostri aperitivi: patetici.
E tutti, in questo tripudio di deflagrande critica, sono così fighi che voi non potreste neppure da lontano pensare di mettervi a confronto: è superfigo Brad Pitt, che nelle vesti sgargianti di Durden riesce a beccare anche più di se stesso nella versione selvaggia di Vento di passioni, è superfiga Helena Bonham Carter, che con la sua Marla Singer ha definito un'epoca, uno stile, un personaggio che tantissime di voi stronzette là fuori prendono a modello affermando di essere uniche ed originali, è superfigo perfino Edward Norton in giacca e cravatta da impiegatucolo.
Entri al Fight club è sei superfigo. Punto.
L'importante è che si accettino le regole del Fight club. Dalla prima all'ultima.
E non fatevi troppe domande, anzi, non fatevene affatto.
Andrà tutto bene, anche se dovessimo ribaltare il mondo intero.
Dov'è che l'avevo già sentita, questa? Già, L'odio. Più o meno.
Fin qui tutto bene, fin qui tutto bene.
L'importante non è la caduta, ma l'atterraggio.
Splash.
E in un attimo sei diventato un sapone.


FordMr

Partecipano colpo su colpo all'Helena Bonham Carter Day: 
Il Bollalmanacco di Cinema - Grandi Speranze
In Central Perk - La Dea dell'Amore 
La Fabbrica dei Sogni - La Fabbrica di Cioccolato  
Montecristo - Novocaine  
Movies Maniac - Alice in Wonderland  
Scrivenny - Il Discorso del Re  
The Obsidian Mirror - Sweeney Todd  
Triccotraccofobia - Frankenstein di Mary Shelley


"In Fight Club Edward Norton ha le turbe,
non esiste nessun Tyler Durden,
in Shutter Island Di Caprio è un malato
mentale capace di architettare trame assurde.
Nel Sesto Senso Bruce Willis è un morto,
nelle 12 Scimmie è il morto.
'Hey ragazzi ma che fine ha fatto Bruce Willis?
Sapete se un film è in porto?'"
CapaRezza - "Kevin Spacey" -


mercoledì 24 aprile 2013

Siamo Uomini o Cannibali?

La trama (con parole mie): come spiacevole consuetudine di ogni Blog War che si rispetti, una volta archiviata la sfavillante lista del sottoscritto a tutti noi tocca sorbirci quella decisamente meno interessante del mio antagonista Peppa Kid.
E se proprio ieri avete assistito ad uno sfoggio di talento, cuore, muscoli, fascino e panesalamismo, oggi dovrete fare i conti con un gruppo di giovani di belle speranze iracondi ed egotici, completamente votati al culto di loro stessi e del radicalchicchismo ancor più del mio rivale.
Fatevi forza, dunque, e in caso tornate a dare un'occhiata al post di ieri, decisamente più interessante.


"E' inutile che continuate a chiamarmi, non sono stato io a scegliere di entrare nella lista del Cannibale!"
Siete svegli?
State ancora sbadigliando?
Siete vivi?
Dopo la parata di muscoli prestati alla recitazione che ha sfilato ieri nella noiosa lista fordiana, tocca oggi alla tanto attesa, scoppiettante ed esaltante top 10 cannibale.
Oggi assisteremo a una decina davvero fenomenale, che comprende i miei 10 attori preferiti. Specifico: non i migliori in assoluto, solo i miei favoriti. Quelli che con i loro ruoli hanno contribuito ad alimentare e a tenere accesa la fiamma della passione per il cinema nel sottoscritto. Così almeno ora saprete a chi dare la colpa…
Cannibal Kid

Alle spalle la grandiosa lista fordiana di ieri, oggi ci tocca sopportare l'altezzosa squadra del Cannibale, che nonostante abbia sfoderato nomi sicuramente degni di nota, non riuscirà neppure lontanamente a mostrare gli attributi ed il carisma delle scelte del sottoscritto.
Una lista, comunque, più interessante del previsto e decisamente più sensata di quella dedicata alle attrici della scorsa settimana, pur se non all'altezza dei nomi chiamati a rappresentare il Saloon.
Un pò come Pensieri Cannibali rispetto a White Russian.
MrFord

Christian Bale


CANNIBAL KID L’avevo già intravisto qua e là da qualche parte, come da bambinetto ne L’impero del sole di Spielberg, o nel mio cult personale Velvet Goldmine. È stato però vedendolo in American Psycho nella parte di Patrick Bateman che ho capito che Christian Bale era destinato a diventare il mio attore preferito. La sua interpretazione lì va oltre ogni limite, con un mix di pazzia e ironia, paura e risate… Cosa chiedere di più a un attore solo?
Dopo essersi aggiudicato con quel film un posto tra i miei idoli assoluti di sempre, il gallese Bale non s’è però certo fermato lì e si è dato anima e corpo a un’altra serie di ruoli estremi, passando nel giro di poco tempo dall’anoressico L’uomo senza sonno al fisicato Bateman mainstream, ovvero Batman, nella saga di Nolan, per poi tornare smunto in The Fighter, che gli è valso un meritato Oscar.
E poi cito ancora altre sue ottime prove visto che, al contrario di molti pseudo attorucoli fordiani, abbondano: The Prestige, The New World - Il nuovo mondo, Io non sono qui, Nemico pubblico, in attesa di vederlo insieme a Natalie Portman in Knight of Cups di Terrence Malick.
Un attore fenomenale, in grado di conquistare il grande pubblico nei panni del cavaliere oscuro, ma senza dimenticarsi del cinema d’autore. Quanti dei tuoi action heroes… volevo dire attori possono dire lo stesso, Ford?
Interpretazione top: American Psycho
MR. FORD Christian Bale è sicuramente uno di quegli attori in grado di mettere d'accordo tutti, perfino il sottoscritto e il Cannibale fin dai tempi del magnifico L'impero del sole, e sicuramente il suo talento di trasformista non è in discussione - e mi pare strano che il mio antagonista non abbia citato la sua strepitosa performance in The fighter -.
Appare però troppo rabbioso e menoso per una decina fordiana degna di questo nome, quindi che se lo tenga il mio altrettanto egocentrico rivale.
CANNIBAL KID Ford, comprarti un paio di occhiali no, eh? Magari un paio da hipster milanese ahahah!
Se vai a leggere bene sopra, la sua interpretazione in The Fighter l’ho citata sì. Nonostante l’Oscar vinto per quel film, il suo ruolo più pazzesco in assoluto per me rimane comunque quello in American Psycho, in cui riesce a essere esilarante e inquietante allo stesso tempo con un incredibile gioco di equilibrismo, un numero di Prestige da vero fuoriclasse.

Christian Bale ridotto a pezzi a causa della depressione indotta dalla scoperta di essere l'attore preferito di Peppa Kid.
Leonardo DiCaprio


CANNIBAL KID Leonardo DiCaprio è un attore sottovalutato. Mi spiego: è famosissimo e il suo nome da solo basta per aumentare l’interesse intorno a una pellicola. Però Oscar e premi vari lo snobbano e in molti lo considerano ancora “quello del Taitanic”.
E invece oltre al Titanic c’è di più e Leo l’ha dimostrato riuscendo in un’impresa nient’affatto facile e che a pochi è riuscita. Dopo una serie di ottime prove come in Buon compleanno Mr. Grape e Romeo + Giulietta, è diventato il teen idol di tutti (anche di Ford che andava in giro con la sua t-shirt) con il film di James Cameron. Una pellicola dal così grande successo che avrebbe potuto affondare la carriera di chiunque e relegarla a quel solo ruolo, invece DiCaprio ha superato le critiche all’anch’esso sottovalutato The Beach e si è costruito una carriera notevolissima lavorando con un sacco di grandi registi: Quentin Tarantino (Django Unchained), Christopher Nolan (Inception), Sam Mendes (Revolutionary Road), Steven Spielberg (Prova a prendermi), il mito fordiano Clint Eastwood (J. Edgar) e poi naturalmente Martin Scorsese, di cui è diventato il nuovo pupillo in Gangs of New York, The Departed, Shutter Island e The Aviator; per quanto mi riguarda quest’ultima nei panni di Howard Hughes la sua prova d’attore più strabiliante.
Leo quindi è il re del mondo e io? Io sono il re del fordo!
Interpretazione top: The Aviator
MR. FORD Incredibilmente io e Peppa Kid concordiamo sul fatto che il buon Leo sia stato indecentemente snobbato dall'Academy nel corso degli anni, e che abbia dato la sua prova migliore con il sottovalutatissimo The Aviator scorsesiano, un film che, ancora oggi, trovo a dir poco mastodontico.
Non avrebbe sfigurato neppure nella mia lista, eppure al cospetto di mostri sacri come Brando, Newman e McQueen ha dovuto cedere il passo inesorabilmente.
CANNIBAL KID Vabbè, se allora mi dai (giustamente) ragione su tutto, la prossima Blog War la vado a combattere contro Giocher, Lorant o qualcun altro dei (giustamente) sempre più numerosi miei detrattori.
MR. FORD Se sono sempre più numerosi, significa che il fordismo comincia finalmente a fare effetto!
CANNIBAL KID Può darsi, ma attento che dopo che hai osato considerare Rosario Dawson tra le migliori attrici della storia pure il numero dei tuoi haters è in crescita…

Leonardo Di Caprio e Katniss Kid in vacanza insieme.
Michael J. Fox


CANNIBAL KID Michael J. Fox è il simbolo del cinema americano anni Ottanta, quello più divertente, godurioso, fantasioso. Quello bello, non le schifezze trash tanto amate da Ford.
Dopo essersi fatto notare in tv nella sitcom Casa Keaton, Michael J. Fox si è guadagnato un posto nella storia del cinema e dei miei miti personali guidando la DeLorean di Ritorno al futuro. Senza questo film e senza il suo Marty McFly, non so se il cinema avrebbe avuto la stessa importanza nella mia vita, per la gioia futura di Mr. Ford, che all’epoca era già un signore di mezza età.
Michael J. ha fatto poi in tempo a regalarci qualche altro ruolo memorabile in Voglia di vincere, Il segreto del mio successo, Le mille luci di New York e Doc Hollywood, prima che gli venisse diagnosticato il Parkinson. Da lì in poi ovviamente la sua carriera ha subito una battuta d’arresto, ma tra Sospesi nel tempo e varie serie tv lo si è ancora visto in circolazione. Perché il fantastic Mr. Fox tiene duro e, nonostante il fisico minuto, è più forte di tutti gli attori wrestler fordiani steroidati stereotipati messi insieme.
Grande Giove e grande Michael!
Interpretazione top: Ritorno al futuro
MR. FORD A sorpresa il Cucciolo Eroico inserisce nella sua lista un mito degli anni ottanta che per me è solo di poco sotto ai palestratissimi action heroes che lui tanto detesta, il buon Michael J. Fox.
Amatissimo anche dal sottoscritto ai tempi di Voglia di vincere e Ritorno al futuro, si è perso a causa della malattia, motivo per il quale non mi accanisco contro di lui - che condivide il Parkinson con una leggenda fordiana come Alì - quanto contro Cannibal, che potrei usare come nuovo sacco da boxe.
CANNIBAL KID Detto così, lo fai sembrare come se Michael J. avesse volontariamente scelto di avere il Parkinson per seguire le orme di un tuo mito… Povero Michael J., va bene essere malati, ma fordiani mai! uahahah

"Ford, mi avevi detto che sapevi guidare, ma non pensavo parlassi delle macchinine radiocomandate!"
Woody Harrelson


CANNIBAL KID Altro nome, altro attore strepitoso, altro mito cannibale. Se Michael J. Fox è stata la mia icona degli anni Ottanta, Woody Harrelson ha raccolto il testimone dal collega in Doc Hollywood ed è diventato il mio attore idolo anni Novanta. Sono bastate due interpretazioni, davvero fenomenali e davvero oltre: il natural born killer Mickey Knox (nessuna parentela con Amanda, forse…) di Assassini Nati e il pornografo Larry Flynt, reso in maniera divertente e commovente allo stesso tempo. Per me due delle interpretazioni più impressionanti di tutti i tempi, non ci sono Pacino o De Niro che tengano.
Poi ha attraversato un periodo di oblivion, ma negli ultimi tempi è tornato alla grande, alla grandissima con Oltre le regole - The Messenger, Benvenuti a Zombieland, Amici di letto, 7 psicopatici e pure nel cinema mainstream con la saga di Hunger Games. Al fianco di Jennifer Lawrence. Alla faccia di Mr. Ford! E pure alla faccia mia!
Interpretazioni top: Larry Flynt - Oltre lo scandalo, Assassini nati - Natural Born Killers
MR. FORD Harrelson è un altro di quei mattacchioni che sarebbe stato meglio nella lista fordiana, ma che per somma magnanimità ho lasciato in mano al mio rivale in modo da non creare squilibri troppo evidenti nel rapporto tra le nostre liste.
Certo, mi riesce difficile perdonargli di aver partecipato a quella farsa di Hunger games - anche se il suo personaggio era il migliore del film -, ma se l'ho fatto con Jennifer Lawrence, posso farlo anche con lui.
CANNIBAL KID Woody idolo sempre e comunque, anche nelle sue rare concessioni al cinema commerciale, ed ennesimo nome in grado di zittire il mio (ormai ex?) rivale rimasto senza argomenti.
Giocher, alzati dalla panchina e comincia il riscaldamento che nel secondo tempo entri tu!
MR. FORD Rare, ma terribili. Non c'è bisogno di Giocher per constatare la qualità infima di robaccia come Hunger games!
CANNIBAL KID Jennifer Lawrence, Woody Harrelson: tappatevi le orecchie e non state ad ascoltare questo infedele.
MR. FORD Infedele io!? Infedele - al Cinema - tu! Ahahahahaha!

"Io nella lista di Peppa Kid!? Ma non fatemi ridere!"
Heath Ledger


CANNIBAL KID Heath, uno dei più grandi talenti del cinema mondiale, uno dei più grandi rimpianti del cinema mondiale. Nell’arco della sua breve vita, Heath Ledger ci ha regalato una manciata di interpretazioni pazzesche, ma iddio solo sa cosa avrebbe potuto ancora tirare fuori dal cilindro…
A me aveva colpito da subito, fin dal suo esordio in 10 cose che odio di te, una teen comedy, perché nonostante lo snobismo di Mr. James Snob, è dal genere teen che spesso e volentieri vengono fuori i talenti più interessanti di domani. Già lì il suo tipo di recitazione si distingueva dagli altri, era puro istinto, senza filtri, viscerale, uno stile quasi animalesco, che poi ha portato anche nelle sue successive parti: Il destino di un cavaliere, Monster’s Ball (lui sì da Oscar, altroché Halle Berry), Lords of Dogtown, I segreti di Brokeback Mountain, Paradiso + Inferno, Io non sono qui, Parnassus e poi naturalmente quell’interpretazione folle, anarchica e allucinata del Joker ne Il cavaliere oscuro, in grado di far dimenticare persino quella già memorabile di Jack Nicholson.
Tanta roba, molta più della gran parte dei finti attori di Ford, eppure troppo poco rispetto a quello che avrebbe potuto ancora fare. Perché sono sempre i migliori ad andarsene mentre Ford è ancora qua? Ahahahaha (eddai Ford, non andare a piangere in un angoluccio, sto scherzando!)
Interpretazione top: Il cavaliere oscuro
MR. FORD Il buon Heath mi è sempre stato simpatico, australiano, nato nel mio stesso anno, pane e salame e caotico abbastanza per non risultare spocchioso, sicuramente dotato. Eppure la prematura morte ci ha privato di un interprete che non sapremo mai se sarebbe stato una leggenda come Brando o McQueen oppure no.
E per quanto Il cavaliere oscuro e Brokeback Mountain siano stati grandi, definire la sua carriera migliore di quella di gente come Pacino mi pare una bestialità che soltanto il Cannibale poteva concepire.
CANNIBAL KID Il talento di Heath Ledger un McQueen se lo poteva giusto sognare. E, anche nel poco tempo che ha avuto, Heath è riuscito a regalarci più ruoli e interpretazioni memorabili di tanti più longevi attorucoli fordiani.
Non ho definito la sua carriera migliore di Al Pacino (dove te lo sei sognato, Ford?), dico solo che a livello personale le sue interpretazioni mi hanno emozionato di più e l’hanno fatto diventare uno dei miei preferiti di sempre. Di sicuro comunque la sua pur breve carriera è stata molto più interessante di quelle di un Mads Mikkelsen o del pur ottimo Christoph Waltz. E, se purtroppo non sapremo mai cos’altro avrebbe potuto fare in futuro, se non altro non ha avuto il tempo di fare la ridicola fine di Al Pacino in film da Razzie Award come Jack e Jill…
MR. FORD Strano che tu non abbia citato Sly, che di Razzie ha fatto razzia, negli anni. Sta di fatto che Heath ed il suo talento sono scoppiati come molti dei tuoi miti giovani e solo apparentemente invincibili, mentre i miei vecchi leoni ruggiscono ancora. Ahahahahah!
CANNIBAL KID Di ruggiti dalle tue parti non ne sento. Una metà dei tuoi vecchi leoni sta facendo compagnia a Heath, e quelli dell’altra metà sembrano più morti che vivi…

"Dai, non scherzate! Io nella lista di Cannibal? Piuttosto mi faccio una tazza di cicuta!"
Edward Norton


CANNIBAL KID Lo dico subito prima che lo faccia Ford e così lo lascio senza argomenti: negli ultimi 10 anni Ed Norton ha buttato via, o quasi, la sua strabiliante carriera. È vero, è vero. Qualche segnale di ripresa lo sta dando, come la sua piccola parte nello splendido Moonrise Kingdom, però il ruolo del riscatto per lui deve ancora arrivare e potrebbe farlo a breve nei prossimi film di Wes Anderson e Inarritu. Nonostante negli ultimi tempi si sia un po’ attapirato, niente può cancellare le annate strepitose che ha vissuto a cavallo tra gli anni Novanta e i primi anni Zero. In quel periodo è diventato lo specialista, il maestro assoluto nella doppia parte, nel ruolo da sdoppiamento di personalità, in Schegge di paura, The Score ma soprattutto in Fight Club e in quel Capolavoro di recitazione che è American History X. Queste sono le interpretazioni malate, intense ed estreme che preferisco. Ed Norton è stato poi grandioso anche in La 25a ora, dopo di ché ha affrontato un periodo di calo che io però sono convinto supererà. Perché gli attori cannibali sono così. Sembrano andare al tappeto sotto i colpi dei muscolosi fordiani, ma si rialzano sempre e alla fine mettono a segno la zampata d’astuzia vincente!
Interpretazioni top: American History X, Fight Club
MR. FORD Esempio perfetto delle liste del Coniglione, Norton è l'emblema del talento sprecato perchè mangiato da tonnellate di ego e dal successo, un pò come capita tutti i giorni al mio antagonista - per quanto riguarda l'ego, non per il successo, ahahahahah! -.
Alle spalle perle come American history X, Fight club e La 25ma ora, infatti, il Nostro si è spento almeno quanto si spegnerà il mio rivale dopo questa battaglia, e nonostante i timidi segnali degli ultimi tempi non credo sia destinato a riprendersi.
CANNIBAL KID Per me è meglio avere del talento e sprecarlo, che non averne alcuno e non avere quindi nemmeno il privilegio di sprecarlo…
Qualcuno ha menzionato Stallone?
Quanto allo spegnersi della sua carriera, Ed Norton mi sembra uno dei meno egomaniac ed esaltati della mia lista e quindi credo sia dovuto soltanto a una serie di sfortunate scelte a livello di film da girare. Ma adesso Ed è pronto a rialzarsi e a tornare a combattere nel Fight Club, perché nessuno può mettere i cannibali in un angolo!
MR. FORD Tranquillo, che se si rialza e torna nel Fight Club, due cazzotti dello Stallone Italiano possono tranquillamente rispedirlo a nanna.
Senza contare che l'impegno, specie se di fronte all'ego, è di gran lunga preferibile al talento.

"Me la pagherai cara, Peppa. Non dovevi permetterti di inserirmi nella tua lista."
Joaquin Phoenix


CANNIBAL KID Uh, Joaquin Phoenix! Ma che attori della Madonna sto tirando fuori? Quanto stai rodendo, Ford?
Fratello di River Phoenix, con Heath Ledger e James Dean un altro dei più grandi rimpianti del cinema mondiale, Joaquin si è costruito una carriera coraggiosa ed estrema, come d’altra parte sono un po’ tutti i nomi di questa strabiliante lista. Il primo ruolo che l’ha fatto diventare un mio idolo personale è stato nello splendido Da morire di Gus Van Sant, in cui perde la testa per una Nicole Kidman mai così bella. Eh sì che già di solito non è un cesso…
Poi comincia a farsi conoscere anche dal grande pubblico nel super successo Il gladiatore, film in cui io ho fatto decisamente il tifo per il suo Commodo non certo per er Russell Crowe (a proposito: strano non averlo trovato tra gli attori fordiani…). Quindi è diventato il cocco di Shyamalan in Signs e nel grandioso The Village e ha riportato in vita Johnny Cash con un’intepretazione che brucia l’anima. Fino ad arrivare alla magistrale prova di The Master, una roba enorme davanti alla quale qualunque altro attore non può che inchinarsi.
Sì, Ford, lo so che ha fatto pure il tuo amato Two Lovers, ma lì mi ha colpito meno del solito.
Joaquin Phoenix lo adoro anche perché è talmente fuori che per un certo periodo ha finto di abbandonare la recitazione per diventare un rapper, come documentato nel fulminatissimo mockumentary Joaquin Phoenix: Io sono qui. Joaquin è insomma sempre sorprendente e sempre contro tutto e tutti, al contrario di molti attori di Ford schiavi del sistema ed eternamente intrappolati nella stessa parte.
Interpretazione top: The Master
MR. FORD Su Phoenix non ho nulla da dire, nonostante trovo sia un uomo di rara antipatia e spocchiosità - elemento cardine della lista del mio rivale -: ammetto anche che inizialmente l'avevo previsto, come la Lawrence, anche nella mia decina, ma spinto dalla voglia di mantenere il conflitto su un certo livello di criticità ho deciso di lasciarlo in comodato d'uso al buon Peppa Kid, in modo da regalare un pò di spessore al suo team come di consueto fatto di giovani di belle speranze ancora ben lontane dalla realizzazione.
CANNIBAL KID Questa storia della simpatia Ford me la deve spiegare. Ma che lui ci esce con gli attori che di tutti sembra sapere chi sia un tipo alla mano e chi no? Ma che davvero?
O la presunta antipatia e spocchiosità di Joaquin Phoenix sono dovute solo al fatto ché è uno dei pochi che si rifiutano di leccare il culo a Hollywood e di girare porcheruole trash soltanto per fare soldi come Sylvester Stallone o Tom Cruise?
MR. FORD Basta guardare I'm still here per notare la spocchia di quest'uomo seppur di talento che apprezzo dal punto di vista attoriale per aver portato alla grande sullo schermo il mio mito Johnny Cash. E se un giorno dovessi anche uscirci, tranquillo che partirebbero le bottigliate!
CANNIBAL KID I’m Still Here è un mockumentary, un finto documentario. Lì Joaquin Phoenix interpreta una parte, non è veramente se stesso. È tutta una presa per il culo, e a quanto pare con un pollo come te è riuscita alla grande uahahah!
MR. FORD Dici che interpretava una parte anche quando a Venezia ha fatto delle scene da primadonna che neanche tu e Cruise messi insieme ce l'avreste fatta!?

Cannibal Kid e Ford appena prima dell'inizio della battaglia nell'arena.
Marcello Mastroianni


CANNIBAL KID Un nome italiano in una lista cannibale?
Domani nevica, gente!
Però quando ci vuole, ci vuole. Marcello Mastroianni è il simbolo dello stile, della classe, della meglio Italia. Ha lavorato con alcuni dei migliori registi del nostro cinema: Federico Fellini, Michelangelo Antonioni, Vittorio De Sica, Dino Risi, Mario Monicelli, etc. e pure con Roman Polanski e Robert Altman. È stato un simbolo della commedia all’italiana, ma ha offerto anche grandi prove drammatiche. A differenza degli altri nomi in lista non ho visto la sua opera omnia, però lo adoro in particolare per la strabiliante doppietta felliniana con La dolce vita e 8½, una doppia prova di talento cui dovrebbero guardare ammirati tutti gli aspiranti attorucoli in circolazione oggi nello stivale e pure tutti i finti attorucoli in circolazione nella lista di Ford.
Marcello, come here.
Ford, get the fuck out!
Interpretazioni top: La dolce vita, 8½
MR. FORD E quale attore poteva scegliere, nel panorama italiano, il buon Cucciolo, se non il più radical chic tra i nostri grandi? Contrapposto al fordiano Gassman, il buon Marcello è l'emblema di quella spocchia da salotto buona giusto per la nobiltà di Casale e la peggiore Milano da bere, mentre da queste parti si resta ancorati al bancone grezzo del Saloon.
Bravo sarà bravo, ma quello sguardo dall'alto in basso, ai tempi d'oro, il mio amico Brando l'avrebbe sistemato a suon di bottigliate in men che non si dica.
CANNIBAL KID La spocchiosità, caro Ford, mi sembra tutta tua. Come al solito invece di giudicare le sue obiettivamente grandiose capacità attoriali, ti soffermi su un’idea tua di simpatia e antipatia, che magari ti sei fatto conoscendoli di persona, visto che sono tuoi coetanei. E se poi proprio se la tirava, oh, lui poteva. Mentre quell’uomo gasato di Gassman di fare film con Fellini poteva giusto sognarselo…
MR. FORD Gassman non avrà recitato con Fellini, ma è stato parte della Storia del Cinema italiano quanto e più di Mastroianni, che come se non bastasse fuori dai nostri confini ha portato a casa poco o niente, al contrario del mio amico Vittorione, di cui sono fiero coetaneo.
CANNIBAL KID A me risulta il contrario. Marcello Mastroianni è l’attore italiano più noto all’estero, ha girato con vari registi internazionali e poi tanto per citare i tuoi tanto amati premi: ha vinto due volte come miglior attore a Cannes (Gassman una volta sola), ha vinto il Golden Globe, 2 BAFTA, è stato nominato 3 volte agli Oscar… cose che Gassman non sapeva manco cos’erano.
MR. FORD Il fatto che sia stato nominato agli Oscar - senza vincere - non lo mette certo in una posizione migliore, considerato anche che i registi con cui ha lavorato Gassman erano decisamente più altisonanti - Altman su tutti -, e che anche in Italia il buon Vittorio ha collezionato praticamente il doppio dei David del tuo Marcellino pane e vino.
CANNIBAL KID Anche Mastroianni ha lavorato con Altman, tanto per dire…

"Dovrei stare nella lista di quel pusillanime!? Ma neanche per idea!"
Bruce Willis


CANNIBAL KID E dopo un italiano, pure un action hero?
Il Cannibale è impazzito?
Si è convertito al movimento zero stelle di Ford?
Giammai!
Bruce Willis è stato, ed è tutt’oggi, il mito assoluto del genere d’azione, è vero, soprattutto grazie al ruolo di John McClane nella serie di Die Hard. Bruce Willis però, ed è qui che sta la differenza fondamentale con i gorilloni tutti muscoli e niente cervello di Ford, è anche un paladino del cinema d’autore. Alla carriera da action hero con cui si paga le bollette ha infatti sempre alternato pellicole di qualità. E che qualità! Gli vorrò sempre bene in particolare per aver fatto due dei miei film preferiti in assoluto: il super cult Pulp Fiction e il fenomenale L’esercito delle 12 scimmie. Senza dimenticare la grande doppietta shyamalaniana con Il sesto senso e Unbreakable, due delle sue interpretazioni più intense e sentite.
Che lo si ami per il suo lato action o, come me, lo si ami più per il suo lato autoriale, è impossibile non amare Bruce Willis. Così come è impossibile non odiare Ford e i suoi attori! Buahaha
Interpretazioni top: L’esercito delle 12 scimmie, Il sesto senso, Unbreakable, Pulp Fiction
MR. FORD Ormai alla canna del gas, il Coniglione Kid è riuscito addirittura ad inserire un action hero nella sua decina, per ingraziarsi anche Ford e il suo pubblico: ma nonostante il buon Brus sia uno a cui non si può voler bene, il titolo di action hero per eccellenza andrà sempre in ex aequo a Sly e Schwarzy - almeno in ambito ammmeregano -, e per McClane resterà sempre e soltanto il terzo posto.
CANNIBAL KID A differenza di quei due ammassi di muscoli e zero talento recitativo, Bruce Willis è un attore con una carriera completa, in grado di passare con disinvoltura attraverso generi diversi. Anche solo limitandosi al limitatissimo piano degli action hero, comunque, li fa tranquillamente saltare per aria entrambi, quei due motherfuckers!
MR. FORD Peppa, ora io voglio davvero bene, al Brus, ma hai davvero scritto "carriera completa"!?!? Stiamo scherzando davvero!?!? E poi la meni tanto sul Razzie a Pacino!
CANNIBAL KID Bruce Willis ha fatto pellicole drammatiche, commedie, thriller, horror, action, sentimentali, fantascienza, serie tv, pellicole d’autore e commerciali, capolavori con Tarantino e schifezze con Stallone… più completa di così!
MR. FORD Cucciolo, ma tu lo sapevi che il buon Sly ha rifiutato Tarantino ed il suo scialbetto A prova di morte, dopo essere stato contattato per interpretare Stuntman Mike!? Uno schiaffo in faccia ai tuoi idoli da un vero idolo!
CANNIBAL KID Questo la dice lunga sulla furbizia di Stallone…

"E' Ford, dice che Cannibal mi ha inserito nella sua lista. Ora vado dritto dritto a farmi ammazzare."
Michael Fassbender


CANNIBAL KID In chiusura di una decina di rara potenza, ecco un grande del cinema di oggi ma che credo nei prossimi anni ci darà ancora maggiori soddisfazioni. Mentre i fordiani di grosso hanno solo i muscoli delle braccia, i cannibali preferiscono avere qualcos’altro di grosso…
Cosa?
Sto parlando del talento, maliziosi che non siete altro. Un talento davvero grandioso, quello sfoggiato da Michael Fassbender in pochi anni in tutta una serie di film: 300, Hunger, Eden Lake, Fish Tank, Bastardi senza gloria, Jane Eyre, Prometheus e soprattutto Shame.
Shame, vergogna. Quella che prova Ford confrontando la mia lista di attori con la sua.
Interpretazione top: Shame
MR. FORD L'invidia del pene del Cuccioletto si traduce nella scelta di Michael Fassbender, attore europeo e trasformista come Christian Bale, meno incazzoso ed altrettanto talentuoso. Nulla da dire sulle sue performance, sempre di ottimo livello, un po’ di più sui registi cui sceglie di legarsi, spesso emblemi del radicalchicchismo più spietato.
Quello della filosofia Cannibale destinata ad essere abbattuta a suon di mosse di wrestling dagli idoli fordiani.
CANNIBAL KID Quentin Tarantino, Steve McQueen, David Cronenberg, Steven Soderbergh, Ridley Scott, François Ozon (autore del recente strepitoso Nella casa), presto Terrence Malick…
I tuoi pseudo attorucoli una collezione di registi del genere, in così pochi anni, non sanno manco cos’è, Ford. E se questi sono i tuoi unici argomenti per attaccare i miei inattaccabili attori, fordse è meglio se tu e i tuoi amichetti troviate qualche mossa di wrestling nuova. Basta solo che non lasciate il ring per dedicarvi al cinema, che fareste ancora più danni!
MR. FORD Di Steve McQueen ce n'è e sarà sempre uno solo, e non è il tuo radicalchiccoso regista.
Detto questo, con la crisi di Cronenberg, i discontinui Soderbergh e Scott nonchè il bollito amichetto Malick, non so quanta strada finirà per fare il Fassbenderone!

"Cannibal, ti avevo detto che non ci avrebbe fatto bene metterci contro quel bruto di Ford!"
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