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lunedì 16 settembre 2019

White Russian's Bulletin



Era dai bei tempi della blogosfera affollata, ribollente e super commentata che non mi capitava di scrivere in anticipo i post da pubblicare sul Saloon, i tempi in cui ogni giorno passava una recensione - e a volte di più - ed ero comunque in anticipo di oltre un mese: grazie alle vacanze e ad un rinnovato fervore rispetto a visioni e letture, mi ritrovo a vivere quella sensazione anche oggi, nonostante i tempi siano cambiati. Ecco dunque una carrellata di recuperi, titoli da grande e piccolo schermo e da pagina che hanno accompagnato il Saloon al rientro nella quotidianità in attesa dell'autunno.


MrFord



BRONX (Robert De Niro, USA, 1993, 121')

Bronx Poster


A distanza di più di dieci anni, è tornato grazie ad un'amica di Julez su questi schermi Bronx, uno dei titoli di culto delle estati in cui mio fratello ed Emiliano si ammazzavano di visioni nella vecchia casa Ford: scritto dal protagonista Chazz Palminteri e diretto da Robert De Niro, Bronx è la tipica storia di formazione solida e ben costruita perfetta per tutti gli amanti della settima arte cresciuti a pane e Scorsese ma anche per il pubblico occasionale, un titolo appartenente alla categoria dei vari Forrest Gump, Le ali della libertà o il più recente Green Book. 
Visto a così tanto tempo dall'ultima volta, oltre a portare alla luce molte similitudini con uno dei miei preferiti indie degli ultimi anni, Guida per riconoscere i tuoi santi, Bronx mi ha ricordato il passato, la crescita, e con gli occhi di oggi ha portato a galla, ovviamente, il ruolo che un padre ha nella vita dei figli: una pellicola forse senza grandi picchi, ma cui non si può non voler bene, come se fosse il quartiere in cui si è cresciuti.




BIG LITTLE LIES - STAGIONE 2 (HBO, USA, 2019)

Big Little Lies - Piccole grandi bugie Poster


Giunta in ritardo rispetto al resto della blogosfera sugli schermi di casa Ford e anticipata da una serie di opinioni non troppo entusiastiche - specie rispetto alla prima stagione -, Big Little Lies si è riuscita, contro ogni probabilità, a ritagliare uno spazio che, al termine dei primi due/tre episodi, non avrei mai pensato si sarebbe riuscita a ritagliare: la vicenda delle madri ricche o quasi di questo piccolo centro della California che tanto aveva avvinto due anni fa era partito con il freno a mano tirato, troppa isteria e analisi, quasi come se autori e regista non sapessero dove andare a parare.
E invece, passo dopo passo, grazie a performance convincenti - ho sempre detestato la Streep, ma ha reso il suo personaggio uno dei più sottilmente odiosi che ricordi degli ultimi anni, grande o piccolo schermo che sia - e ad un ultimo episodio finalmente potente dal punto di vista emotivo, ha finito per convincere, pur rimanendo un gradino più in basso rispetto al primo ciclo.
Un prodotto probabilmente troppo a metà strada, ovvero in grado in qualche modo di scontentare gli intenditori più esigenti ed apparire troppo pesante per il pubblico occasionale, ma che comunque mantiene tutto il fascino di una donna, sfumature difficili comprese.




IL CONFINE (Don Winslow, USA, 2019)


Se da un lato devo ringraziare la crescita dei Fordini, che ora giocano ed interagiscono spesso e volentieri tra loro lasciando più tempo ai vecchi di casa, dall'altro non posso che togliermi il cappello per Don Winslow, che ha risvegliato il sacro fuoco della lettura nel sottoscritto dopo anni di sonnecchiamenti e romanzi portati avanti stancamente per mesi: del resto, dalla chiusura della storia dell'agende della DEA Art Keller dopo i Capolavori Il potere del cane e Il cartello non si poteva attendere di meno.
Novecento e oltre pagine che scorrono come acqua fresca, analizzano - con la consueta profondità, competenza e stile - la situazione del mercato della droga tra Stati Uniti e Messico - anticipando anche situazioni vissute nella cronaca italiana di recente, come l'utilizzo del fentanyl -, rimandano alla politica - chi non riconoscerà nel ruolo di Dennison l'attuale Presidente Trump, probabilmente, è vissuto su un'isola deserta negli ultimi anni - e scrivono una nuova, grandissima pagina per il crime letterario, del quale Winslow è probabilmente il più alto rappresentante statunitense e non solo.
Storie che si sfiorano, incrociano e collidono, personaggi del presente e del passato di questo affresco che a volte appare così grande da chiedersi se, forse, non sarebbe stato necessario un doppio volume, un passaggio dall'altra parte che ricorda quanto importante sia, in questo conflitto, anche il lato "buono", quello ricco, che acquista e sovvenziona il mercato non solo delle sostanze stupefacenti, ma anche della violenza che le circonda.
Winslow, attraverso Keller, lancia un monito rivoluzionario e profondamente democratico, che probabilmente, purtroppo, resterà più fiction della sua fiction ispirata alla realtà.
Forse manca l'intensità emotiva dei due capitoli precedenti, ma del resto io sono un uomo della strada, e quando mi avventuro nei corridoi del potere, sento i brividi di un freddo che rifuggo come il peggiore degli inverni.




CRAWL - INTRAPPOLATI (Alexandre Aja, Francia/Serbia/USA, 2019, 87')

Crawl - Intrappolati Poster


Il mio rapporto con Aja è sempre stato conflittuale: l'ho seguito fin dai suoi esordi con Alta tensione - visto in sala con mio fratello ai tempi dell'uscita -, me lo sono goduto con il remake de Le colline hanno gli occhi e Piranha 3D, l'ho detestato con Riflessi di paura.
Il regista francese, a mio parere, ha un'ottima cultura cinematografica ed un gusto interessante per la fisicità dell'horror senza per questo rinunciare alla tensione, eppure, a distanza di più di dieci anni dalla sua ribalta, non mi pare abbia ancora fatto il vero e proprio salto di qualità, anche nel suo piccolo: Crawl, in un certo senso, mi ha ricordato Alta tensione, con i coccodrilli al posto del killer psicopatico ed un finale che fa perdere molti punti al lavoro nel suo complesso.
L'idea del survival e del setting da tornado - molto attuale -, l'utilizzo di Barry Pepper - che ho sempre trovato solido - ed il confronto tra l'Uomo ed il coccodrillo, di fatto due dei predatori più letali e pericolosi della Terra, sono tutte cose interessanti, eppure pare sempre che la leggerezza, alla fine, la spunti, quasi come se il buon Alexandre fosse troppo pigro per osare quel tanto di più.
Peccato, perchè a prescindere dalla visione estiva senza pensieri, della visione di Crawl resta davvero poco o nulla già dal giorno dopo.


martedì 9 maggio 2017

Monster trucks (Chris Wedge, USA/Canada, 2016, 104')




Se penso che negli anni ottanta erano considerati film d'avventura per ragazzi I Goonies, La storia infinita, La storia fantastica, Labyrinth, Gremlins e via discorrendo ed ora ci siamo ridotti a cosa implausibili anche per un prodotto fantasy - problemi di logica, non di immaginazione - con una qualità da pomeriggio di Italia Uno - sarà pur vero che si parla di una produziona Nickelodeon, ma c'è un limite all'artigianalità - come questa, brutta copia di E. T. et similia con un cast che pare la sagra delle star in rovina in cerca di qualsiasi impiego pur di un ritorno economico - da Rob Lowe a Barry Pepper passando per Danny Glover - sento la desolazione crescere nel cuore rispetto al destino che attende i Fordini e la loro generazione per gli anni a venire.
Quello che è certo, oltre al fatto che Monster Trucks fa davvero una gran tristezza, è che questo duemiladiciassette sarà l'anno in cui, dai tempi dell'apertura del Saloon, la battaglia per il primo posto per il Ford Award dedicato al peggio sarà sanguinosa come non era mai stata, considerato il volume delle merdate che la primavera cinematografica ha riservato alle sale.
Qualche anno fa di fronte ad un titolo come questo mi sarei sbizzarrito con una bella recensione divertente e divertita a proposito del livello bassissimo di tutto quanto potesse essere basso nella produzione del film, ma proprio come Danny Glover era solito pronunciare in un cult - quello sì - dei favolosi anni ottanta dei favolosi film d'avventura per ragazzi, "sono troppo vecchio per queste stronzate".




MrFord



 

lunedì 22 giugno 2015

Kill the messenger - La regola del gioco

Regia: Michael Cuesta
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 112'






La trama (con parole mie): Gary Webb, reporter d'assalto di un piccolo giornale californiano, a seguito di una serie di casualità fortuite legate ad indagini parallele, si trova tra le mani una potenziale bomba giornalistica. La compagna di un trafficante di droga con un processo in corso, infatti, passa a Webb copie di prove che dimostrerebbero la partecipazione attiva del governo statunitense all'acquisto ed allo smercio in territorio americano di droga a partire dai tempi del grande problema del Nicaragua e dell'amministrazione Reagan, coinvolgendo di fatto gli ecosistemi sociali dei quartieri delle metropoli USA.
Deciso a fare luce sulla vicenda, Gary lotterà finendo per rischiare non soltanto la sua carriera, ma l'incolumità di se stesso e della sua famiglia, passando da fama e riconoscimenti pubblici a velate minacce ed una progressiva estromissione dal mondo della carta stampata.
Ma quale si rivelerà la verità a proposito del traffico di droga "gestito" dal Paese stesso?
Chi sono i responsabili, e pagheranno?
E riuscirà Webb a non farsi ammazzare nel tentativo di vedere pubblicato il suo lavoro?









La figura del reporter d'assalto, che sia per la scrittura o la curiosità, o la tendenza a rompere gli schemi lottando per la diffusione libera delle notizie, mi ha sempre affascinato, che si parlasse di vita vissuta o di Cinema: da Tutti gli uomini del Presidente a Salvador, passando, pur se per vie alternative, da The Agronomist, le figure dei grandi comunicatori di radio, televisione e stampa hanno trovato sempre la porta spalancata, qui al Saloon, grazie ad un approccio sempre al limite che è costato spesso e volentieri anche la vita ai suoi protagonisti.
Questo La regola del gioco - adattamento pessimo dell'originale Kill the messenger, molto più centrato ed evocativo - rientra a pieno titolo nella categoria, e pur non essendo ai livelli clamorosi della succitata pietra miliare di Pakula, finisce per proporsi come uno dei titoli più interessanti dell'inizio dell'estate: la vicenda di Gary Webb - ben portato sullo schermo da Jeremy Renner, uno che non ho mai particolarmente amato o apprezzato come protagonista -, ripresa dalla cronaca ed ovviamente rimaneggiata in modo da colpire ancora più profondamente l'immaginario dell'audience, diretta con piglio da ottimo artigiano da Michael Cuesta - una delle menti dietro Homeland, che in precedenza lavorò dietro la macchina da presa in alcuni episodi dei cult Six feet under e Dexter -, è una solida storia tesa di giornalismo d'assalto, ascese e cadute, nonchè una critica decisamente aspra agli organi di governo a stelle e strisce dagli anni ottanta in avanti, dalla guerra al narcotraffico alle vicende del Nicaragua, da Reagan alle strade delle periferie urbane invase dai prodotti messi sul mercato da potenti padrini legati a doppio filo con politici di Washington.
Il viaggio di Gary Webb, iniziato quasi per caso e pronto a condurlo dai corridoi del potere della Capitale a prigioni centroamericane corrotte - molto interessanti le piccole parti affidate a caratteristi d'eccezione come Jason Patrick e Barry Pepper, o la partecipazione di grossi nomi come Andy Garcia, passato ormai a fare la parte del vecchio leone nonostante io lo ricordi ancora come il giovane poliziotto de Gli intoccabili -, è un percorso a doppio binario che condurrà il giornalista al successo ed al riconoscimento del proprio valore ma al progressivo allontanamento dalla famiglia, gli affetti, i colleghi e tutto quello che la grande macchina del Sistema - legale e non - prevede come punizione per chi decide di allungare un pò troppo lo sguardo oltre il confine dallo stesso Sistema imposto.
Il viaggio di Webb attraverso il legame tra USA e narcotrafficanti - non è un mistero che molti dei governi del mondo stringano patti di questo genere con le più potenti organizzazioni criminali, o accordi che li vedano, in un modo o nell'altro, in sudditanza rispetto alle stesse, come è capitato di recente di osservare con il nostrano La trattativa - è di quelli che colpiscono e toccano corde che conducono all'indignazione, così come riflessioni legate al limite che ognuno di noi è disposto a superare per etica, orgoglio, voglia di dimostrare il proprio valore e legami affettivi: quanti, infatti, a fronte di chiare minacce alla propria incolumità e dimostrazioni di potere deciderebbero di tirarsi indietro, e lasciare che la propria sopravvivenza - e quella dei propri cari - venga prima dell'indagine o dello scoop che si stanno seguendo?
Quanti, al contrario, deciderebbero di andare fino in fondo, anche a costo di rimanere soli, esiliati, umiliati, sconfitti anche nel momento della vittoria?
Probabilmente una risposta definitiva a queste domande non esiste, eppure sono contento che esistano film onesti e solidi come Kill the messenger, pronti a raccontare le storie di lottatori come Gary Webb, che normalmente finiscono per scomparire tra le pagine della Storia, pur avendone fatto parte attiva.




MrFord




"Occupations overthrown, a whisper through a megaphone
it's nothing as it seems, the little that he needs, it's home
the little that he sees, is nothing he concedes, it's home
and all that he frees, a little bittersweet, it's home."
Pearl Jam - "Nothing as it seems" - 




mercoledì 19 febbraio 2014

La 25ma ora

Regia: Spike Lee
Origine: USA
Anno: 2002
Durata: 135'



La trama (con parole mie): Monty Brogan è uno spacciatore di droga che lavora fianco a fianco con un importante boss della mala russa di stanza a New York, un ragazzo irlandese dal temperamento inquieto rimasto in giovane età orfano di madre e profondamente legato al vecchio padre - ex pompiere e gestore di un bar - e ai due amici d'infanzia Jacob - professore di letteratura composto ed introverso - e Frank - arrembante agente di borsa -.
Quando la DEA, sfruttando una soffiata, lo incastra ed ottiene per lui una condanna a sette anni, Monty si ritrova a dover tirare le fila della sua vita nelle ultime ventiquattro ore precedenti alla data dell'incarcerazione.





Questo post partecipa alla commemorazione di Philip Seymour Hoffman.




Pochi film hanno rappresentato l'inizio del Nuovo Millennio per gli States sconvolti e feriti dall'undici settembre come La 25ma ora.
E pochi registi ne sono stati interpreti così accorati come il newyorkese doc Spike Lee, al suo meglio come spesso accade quando i suoi prodotti non finiscono per essere "troppo black" - ho sempre considerato il qui presente titolo, insieme al precedente Summer of Sam ed al successivo Inside man come i tre vertici della carriera del buon Spike -.
Ma La 25ma ora è molto più di quanto non possa rendere una fredda analisi critica, dalla regia asciutta alla sceneggiatura da manuale - firmata da David Benioff, che gli appassionati del piccolo schermo ricorderanno come uno degli autori di Game of thrones - passando alla splendida fotografia, alla vibrante colonna sonora e ad un cast perfetto ed in grande forma - su tutti le due spalle del protagonista, Barry Pepper e Philip Seymour Hoffman, che oggi celebriamo, nei ruoli rispettivamente di Frank e Jacob, amici di una vita del main charachter Monty.
La 25ma ora è la storia di un lungo addio, un dramma carcerario che si consuma ancora prima che il condannato varchi le mura del penitenziario per trascorrervi sette lunghi anni - che in luoghi come Otisville, non devono essere proprio una passeggiata -, la cronaca di un sospeso "senza perdono", o quasi, per dirla come il Maestro Clint, che "c'è mancato poco perchè non accadesse mai".
Monty, con il suo speech del "fuck you" all'indirizzo della città che è la sua casa e le sue radici quasi e quanto l'Irlanda, è lo specchio degli States feriti, della voracità che giustifica i rischi fino quando non è troppo tardi, e non resta altro se non ammettere amaramente che "sono cazzi".
Monty che non sa di chi fidarsi, e che è costretto a chiedere al suo amico fraterno di fargli del male per potersi proteggere, per poter sopravvivere, come fece anni prima di lui ed in luoghi sicuramente peggiori il boss che non lo vorrebbe veder partire, o fuori dai suoi giochi di potere.
Monty che era una promessa del basket, uno di quelli "che avrebbe potuto fare qualsiasi cosa", e che invece ha finito per essere soltanto qualcuno inghiottito dal lato oscuro di una città e dei sentimenti, incapace di distinguere tra chi gli è fedele perchè lo ama e chi gli è fedele fino a quando non converrà esserlo.
La 25ma ora è un romanzo di formazione amaro, la caduta - piuttosto rovinosa - prima della lenta, difficoltosa risalita: non è possibile venirne fuori senza cicatrici o segni, senza dover sacrificare qualcosa - o qualcuno -, andando oltre, cambiando direzione e, chissà, forse la nostra stessa esistenza. Prima che il tempo scada. Prima che sia tutto finito.
Prima che si concretizzi quel "c'è mancato poco che non accadesse mai".
Eppure, dritto in faccia come un pugno, è accaduto. 
Accaduto eccome.
Lo si legge sui volti di Jacob e Frank alla finestra dell'appartamento di quest'ultimo che si affaccia su Ground Zero, nell'istinto di Brogan Senior a rubare un sorso dalla bottiglia di birra lasciata dal figlio, nello sconforto di Naturelle, nello smarrimento spocchioso da adolescente alla scoperta di tutto ciò che è più grande di lei di Mary, nello spirito di patate di Kostia, nel ringhiare di Doyle.
Tutto è alle spalle. 
E molto di più in attesa - o in agguato - davanti agli occhi. 
E non basterà guardare oltre, sognare un futuro, scrivere il proprio nome coltivando la speranza che un bambino possa vivere senza dover sopportare certe ferite.
Perchè sono il sale della vita. E senza di esse passeremmo il tempo sdraiati a terra con le ossa rotte.
O scappando. Perduti tra il nulla e l'addio. 
Tirando un sospiro di sollievo perchè "c'è mancato poco che non accadesse mai".
Invece è accaduto. Accade tutti i giorni.
Cadiamo, veniamo feriti, rimane una cicatrice.
Come un tatuaggio, a ricordarci da dove proveniamo. O che sopravviveremo.
E che finchè avremo forza, e sentiremo quei segni sulla pelle, potremo appoggiarci alle ginocchia ed alzarci, ancora una volta.
Da un Ground Zero fino a toccare quasi il cielo.
E guadagnare quell'ora in più che cambierà il nostro giorno.



MrFord


Partecipano alla veglia i compagni di blogosfera:


Il Bollalmanacco

In Central Perk

Viaggiando Meno

Non c'è Paragone

Cinquecento Film Insieme

Pensieri Cannibali

Montecristo

Director's Cult

50/50

Scrivenny 2.0

Combinazione Casuale


"Now I forget how to think
so crack my skull
rearrange me
lover put me in your beautiful bed
and cover me
lover put me in your beautiful bed."
The National - "It never happened" -



sabato 10 agosto 2013

Salvate il soldato Ryan

Regia: Steven Spielberg
Origine: USA
Anno: 1998
Durata:
169'




La trama (con parole mie): a seguito dello sbarco in Normandia, mamma Ryan finisce per ritrovarsi privata di tre dei suoi quattro figli, uccisi in azione nel corso delle operazioni militari che vedranno gli Alleati mettere in ginocchio la Germania di Hitler ormai prossima allo sbando.
Lo Stato Maggiore, che vuole impedire di comunicare la morte anche dell'ultimo degli stessi, assegna al Capitano Miller - un veterano del conflitto - ed ai suoi uomini la missione di addentrarsi tra le linee tedesche in Francia e scovare James Ryan per ordinargli di tornare a casa: la missione si rivelerà, per il gruppo di soldati in marcia, più difficile del previsto, e quando, a seguito di numerose difficoltà, parrà giungere al termine, lo stesso Ryan finirà per dichiararsi deciso a non abbandonare i suoi compagni rimasti a difendere un ponte considerato strategico per riconquistare Parigi.
Miller ed i suoi saranno così costretti a scegliere se abbandonare il giovane paracadutista o rimanere a combattere con lui facendo tutto il possibile per salvargli le chiappe in modo che torni a casa.





Se esiste una pellicola profondamente osteggiata dalla critica più o meno illustre e "dura e pura" della blogosfera e non è certo Salvate il soldato Ryan, drammone di guerra nell'accezione più classica e a stelle e strisce del termine che ai tempi della sua uscita conquistò il botteghino e si guadagnò l'odio profondo di molti appassionati per aver, di fatto, rubato l'Oscar per il miglior film - e non solo questo - al Capolavoro di Terrence Malick La sottile linea rossa, uscito quello stesso anno, vincitore a Berlino e completamente snobbato dall'Academy.
Salvate il soldato Ryan è sicuramente più convenzionale, retorico ed in qualche modo prevedibile dello sconvolgente affresco dell'ormai perduto Malick, e resta uno dei baluardi dell'approccio made in USA - alla settima arte, e non solo - più rappresentativi e meglio girati degli ultimi vent'anni, un modern classic che spinge sull'acceleratore delle emozioni creando - anche quando non è voluta - un'empatia profonda con i suoi protagonisti, giovani soldati mandati al massacro in modo da riportare indietro tutto d'un pezzo lo sperduto Ryan, colpevole di essere l'unico sopravvissuto dei membri della sua famiglia partiti per il fronte.
Eppure il lavoro di Spielberg si distingue non soltanto per la tecnica prodigiosa - la sequenza che replica il famoso sbarco sulle spiagge della Normandia è da brividi, una sorta di sanguinoso mosaico di immagini che sono una lezione di Cinema action -, ma senza dubbio anche per l'amore che il criticato regista autore di pietre miliari irripetibili nel corso degli anni ottanta prova per la macchina da presa, il suo utilizzo ed i suoi personaggi, simboli di un Paese che senza dubbio si porta in spalla uno zaino bello pesante di difetti e manie di protagonismo ma che riesce in qualche modo ad illuminare sempre l'immaginario collettivo alimentando la voglia di inseguire quello stesso sogno che, dalle loro parti, pare sempre essere a portata di mano di chi è disposto a farsi un culo quadro per cercare di raggiungerlo.
In questo senso la squadra del Capitano Miller - un Tom Hanks che, nonostante rappresenti uno degli attori che meno sopporto di Hollywood, si difende bene in un ruolo che pare essergli stato cucito addosso - è perfetta per permettere almeno in parte di superare scogli come quelli della tipica rappresentazione buoni/cattivi - anche se, a ben guardare, è così soltanto ad uno sguardo superficiale del film - e conquistare l'audience pronta a soffrire e combattere accanto a quelli che paiono ragazzi comuni come tanti - e non solo statunitensi, ricordiamolo sempre - morti in quell'enorme macchia nella Storia dell'Uomo che fu la Seconda Guerra Mondiale: dal roccioso Sergente Horvath - un Tom Sizemore versione Michael Mann - al sentimentale medico Wade - ottimo il ricordo della madre infermiera che rincasava dopo il turno di notte -, dal generoso Caparzo - pensare Vin Diesel nel cast di un film d'autore mi risulta incredibile ancora oggi - a Mellish - soldato di origini ebree pronto a mostrare orgogliosamente ai tedeschi la sua provenienza -, da Jackson - ai tempi della prima visione di questo film il preferito fordiano, cui presta volto e carisma un ottimo Barry Pepper - a Reiben - sempre pronto a contestare la missione che potrebbe portare al sacrificio degli uomini accanto ai quali ha lottato per tutta la guerra giusto per garantire il ritorno a casa di un tizio che non hanno neppure mai conosciuto -, fino al Caporale Upham, con le sue paure ed il suo confronto con il soldato tedesco prima catturato e poi ritrovato come avversario nell'ultimo, drammatico scontro è senza dubbio il personaggio più sfaccettato ed interessante, tutti i charachters hanno le potenzialità di avvicinare il cuore dello spettatore alla vicenda, quasi Spielberg volesse mostrare la varia umanità ugualmente posta di fronte alla morte nel corso di un conflitto che, libertà in ballo oppure no, ha rappresentato la fine dei sogni di milioni e milioni di ragazzi in tutto il mondo.
Interessanti l'utilizzo dell'ironia per mostrare anche i lati grotteschi del conflitto - il contatto con il primo James Ryan - e quello della drammatica presa di posizione "super partes" in grado di definire il selvaggio stato delle cose al fronte - Upham ed i suoi tre incontri con il soldato tedesco catturato e risparmiato dal Capitano Miller che il giovane furiere si troverà di fronte proprio nel momento decisivo della battaglia finale -: questo conflitto terribile si allontana ormai dalla memoria, e non manca poi molto al momento in cui la generazione dei nostri nonni - testimoni diretti - sarà sepolta con lui, ed è un bene che anche i grandi blockbuster - oltre ai film d'autore - abbiano deciso di ricordarlo attraverso questo monumentale film d'avventura ricco di difetti ma ugualmente in grado di emozionare come solo il Cinema sa fare, lasciando che i ricordi - anche se dolorosi - possano continuare a vivere fluendo anche attraverso la settima arte.
Perchè se è pur vero che l'incipit e la chiusura sono quando di più a stelle e strisce si potrebbe immaginare - in senso buono e cattivo del termine -, quello che sta in mezzo è il senso più importante del viaggio: e se è pur vero che non parliamo dello Spielberg migliore mai visto su un grande schermo, è giusto, indubbio e per nulla scandaloso ammettere che il suo posto, il buon Steven, se l'è meritato.
Proprio come il suo Ryan.


MrFord


"These mist covered mountains
are a home now for me
but my home is the lowlands
and always will be
some day you'll return to
your valleys and your farms
and you'll no longer burn
to be brothers in arms."
Dire Straits - "Brothers in arms" - 



mercoledì 29 maggio 2013

Snitch - L'infiltrato

Regia: Ric Roman Waugh
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 112'




La trama (con parole mie): John Matthews è un professionista nel campo dei trasporti edili, un tipo all'antica che si è fatto il culo e ha creato la sua impresa dalle fondamenta, che non rifiuta mai di rimboccarsi le maniche e dare una mano ai suoi lavoratori.
Suo figlio Jason, invece, non vede il padre così di buon occhio: lui e sua madre, infatti, lo hanno avuto al college, molto giovani, si sono separati ed hanno preso strade diverse, tanto che John ha finito addirittura per costruirsi una nuova famiglia.
Quando un amico di Jason dedito allo spaccio di anfetamine finisce per farsi beccare, incastra il giovane per avere uno sconto di pena seguendo quello che è il testo di una legge decisamente curiosa made in USA, mettendo il figlio di Matthews nella stessa situazione: per poterlo aiutare John si offrirà di trovare una pista che lo possa condurre a spacciatori più importanti barattando di fatto la loro consegna con la libertà del figlio.




Come tutti gli avventori del Saloon ben sanno, difficilmente riesco a stare troppo tempo senza dedicare almeno una visione al piacere del mio lato tamarro, e dunque approfitto delle serate di stanca in cui disintossicarmi dal lavoro e dagli impegni per abbandonare i propositi d'autore e lasciare spento il cervello con una bella pellicola che di norma mi aspetto ricca di esplosioni, botte da orbi e situazioni ben oltre il limite dell'assurdo: di recente, escludendo gli Expendables old school e la certezza - o quasi - Jason Statham, quando considero una scelta di questo genere mi affido spesso e volentieri a The Rock, mito del wrestling dei primi anni zero nonchè erede della grande tradizione degli action heroes che nel corso degli eighties è stata una delle basi del mio amore per il Cinema.
Così, dopo essermi dilettato con Il re scorpione e G. I. Joe - La vendetta, ho deciso che non potevo certo risparmiarmi Snitch - L'infiltrato, che sulla carta mi suonava come una cosa estremamente tamarra e potenzialmente in grado di regalarmi perle degne di rimanere impresse nella memoria: è invece cosa accade? 
Non solo scopro che The Rock, nel corso dell'intera pellicola, praticamente non muove un muscolo se non per guidare un articolato e prova a recitare la parte dell'uomo comune certamente non avvezzo alle armi o agli scontri - nonostante la stazza -, ma finisce per passarsela decisamente male anche in un paio di sequenze che lo vedono addirittura incassare una buona dose di legnate, in completa contraddizione con la realtà del mondo e del Cinema action tutto.
Se avessi considerato solo questo aspetto, Snitch avrebbe meritato bottigliate pesantissime, anche perchè far picchiare The Rock - e dico, The Rock - da dei semplici spacciatori di strada equivale a bestemmiare contro l'intero Pantheon delle divinità d'azione, scatenando l'ira di tutti gli Expendables provocando una tempesta devastante di calci rotanti, colpi sulla nuca, pallottole come se piovesse e chi più ne ha, più ne metta: il lavoro di Ric Roman Waugh - un artigiano e nulla più, sia chiaro - si salva solo ed esclusivamente per una trama che, seppur ovviamente non sviluppata nel migliore dei modi, finisce per trovare un suo senso come una sorta di thriller poliziesco di grana grossa di quelli da passaggio in tv il sabato sera, che senza infamia e senza lode scorre dritto verso la sua naturale conclusione offrendo, di contro, una riflessione davvero importante su una delle leggi più assurde che mi sia mai capitato di scoprire in vigore - eccetto, ovviamente, quelle da leggenda metropolitana anch'esse figlie della curiosa realtà sociale a stelle e strisce -.
Perchè la base della vicenda narrata, infatti, è data dall'assurda posizione che lo stato americano assume rispetto a chi viene arrestato per un reato legato allo spaccio di droga: oltre a considerare lo stesso, infatti, alla stregua di stupri, omicidi, rapine ed abusi di vario genere, l'unico modo per scampare ad una condanna - che, spesso e volentieri, è pesante - è quello di incastrare un altro spacciatore o presunto tale per una quantità di roba pari ad un minimo di mezzo chilo, creando in questo modo una sorta di catena di Sant'Antonio in cui amici, soci o, perchè no, illustri sconosciuti, passano il tempo a scaricare la patata bollente uno sull'altro.
Ora, senza dubbio gli strumenti di controllo - anche decisi - sono importanti, ma in tutta onestà ho trovato decisamente anticostituzionale questa disposizione del governo USA, pronto a fare della spiata - che sia giustificata, oppure no - una sorta di leva per il monitoraggio del traffico di stupefacenti, anche quando tutti noi sappiamo bene che non viviamo in un film con The Rock in cui tutto alla fine si sistema e la catena di scarico di responsabilità finisce per condurre dritti dritti al superboss del Cartello vero burattinaio dell'Organizzazione di turno.
Uno spunto, dunque, decisamente interessante per una pellicola assolutamente mediocre, all'interno della quale non trovano una performance convincente neppure due attori decisamente di livello come Susan Sarandon e Barry Pepper, che negli ultimi anni pare sparito ancor più di Edward Norton, suo compagno in quella che è stata una delle pellicole migliori per entrambi, La 25ma ora di Spike Lee.
Detto questo, e lasciato Snitch alle spalle, lancio un appello ufficiale a tutti i registi intenzionati a scritturare The Rock: una volta che il buon Dwayne è della partita, non buttatelo a capofitto in una parte drammatica e solo recitata.
Facciamoli lavorare, quei muscoli.
E soprattutto, non esiste davvero che The Rock si prenda una manica di botte senza restituire neanche un People's Elbow.
E ho detto tutto. La prossima volta che non vedo The Rock menare le mani, partono le bottigliate.
Siete avvisati.



MrFord



"It's the long arm, it's the strong arm
it's the long arm of the law
it's the long arm, it's the strong arm
it's the long arm of the law."
Warren Zevon - "The long arm of the law" -


lunedì 19 settembre 2011

Emmy Awards 2011

La trama (con parole mie): questa notte sono andati in scena i cosiddetti "Oscar televisivi", quegli Emmy Awards che nelle passate stagioni avevano consacrato le realtà più consolidate del mondo delle serie tv affermandole come prodotti di prima fascia di un intrattenimento ormai non più limitato dalle differenze tra grande e piccolo schermo.
Anche quest'anno, tra nuove proposte e riconferme, le nominations offrivano un vasto ed interessante panorama per ogni tipo di spettatore: andiamo a scoprire quali tra i titoli, gli attori e i registi hanno finito per mettere le mani sull'ormai ambitissimo riconoscimento.

Ancora non approdata sugli schermi di casa Ford, Modern family è stata la vera trionfatrice di questa edizione degli Emmy.

•  Miglior Drama:
Mad Men (Amc)




Mad Men conferma l'egemonia del suo stile impeccabile.

•  Miglior comedy:
Modern Family (Abc)

•  Miglior attore per una serie drama:
Kyle Chandler per il ruolo di Eric Taylor in “Friday Night Lights” (Direct Tv)

•  Miglior attore per una serie comedy:
Jim Parsons per il ruolo di Sheldon Cooper in “The Big Bang Theory” (Cbs)

•  Miglior attrice per una serie drama:
Julianna Margulies per il ruolo di Alicia Florrick in “The Good Wife” (Cbs)

•  Miglior attrice per una serie comedy:
Melissa McCharty per il ruolo di Molly in “Mike & Molly” (Cbs)

•  Miglior attore non protagonista per una serie drama:
Peter Dinklage per il ruolo di Tyrion Lannister in “Game of Thrones” (Hbo)


Tyrion Lannister, uno dei miei preferiti della folgorante prima stagione di Game of thrones, ha portato all'ottimo Peter Dinklage un meritatissimo riconoscimento.
•  Miglior attore non protagonista per una serie comedy:
Ty Burrell per il ruolo di Phil Dunphy in “Modern Family” (Abc)

•  Miglior attrice non protagonista per una serie drama:
Margo Martindale per il ruolo di Mags Bennett in “Justified” (Fx)

•  Miglior attrice non protagonista per una serie comedy:
Julie Bowen per il ruolo di Claire Dunphy in “Modern Family” (Abc)

•  Miglior show animato (della durata inferiore ad un’ora):
Futurama (Comedy Central)

•  Miglior doppiatore/voice over:
Maurice LaMarche per il ruolo di Lrrr ed Orson Welles nell’episodio “Lrrreconcilable Ndndifferences” in “Futurama” (Comedy Central)

•  Miglior miniserie/film per la tv:
Downton Abbey (Pbs)

•  Miglior regia per una serie comedy:
Michael Alan Spiller per “Dolcetto o scherzetto” in “Modern Family” (Abc)

•  Miglior regia per una serie drama:
Martin Scorsese per “Episodio 1″ in “Boardwalk Empire” (Hbo)



Non sarà più quello dei tempi di Taxy Driver, ma il vecchio Marty sa sempre il fatto suo.
•  Miglior regia per una miniserie o film-tv:
Brian Percival per “Downton Abbey” (Pbs)

•  Miglior attore per una miniserie o film-tv:
Barry Pepper per il ruolo di Bobby Kennedy in “The Kennedys” (ReelzChannel)

•  Miglior attrice per una miniserie o film-tv:
Kate Winslet per il ruolo di Mildred Pierce in “Mildred Pierce” (Hbo)

•  Miglior sceneggiatura per una serie comedy:
Steve Levitan e Jeffrey Richman per “Sopreesaaa!!!” in “Modern Family” (Abc)

•  Miglior sceneggiatura per una serie drama:
Jason Katims per “Always” in “Friday Night Lights” (Direct Tv)

•  Miglior sceneggiatura per una miniserie o film-tv:
Julian Fellowes per “Downton Abbey” (Pbs)

•  Miglior reality/competition show:
The amazing race (Cbs)

Quest'anno, occorre ammetterlo, non mi sono trovato preparatissimo sul fronte dei nominati, dato che alcuni titoli di punta come Modern family e Broadwalk empire ancora non sono entrati nell'orbita degli schermi fordiani, eppure mi pare che, tutto sommato, si possa essere soddisfatti della lista dei premiati: molto contento per Scorsese - tutto sommato, stiamo parlando di un mostro sacro -, per la Winslet e Barry Pepper - due dei migliori interpreti della loro generazione - e per il riconoscimento a Peter Dinklage, che compensa almeno in parte la delusione per non aver visto uscire vittoriosa dalla competizione Game of thrones al posto dell'ottimo ma ormai quasi telefonato alla ricorrenza annuale degli Emmy Mad men.  
Ma non mi preoccupo troppo: Winter is coming, ed il prossimo anno sono sicuro che il sangue e le spade di una delle mie due personali serie del momento poseranno l'alloro sulla testa dei veri vincitori morali di questa stagione.

MrFord


"Memories made in the coldest winter
goodbye, my friend, will I ever love again?
memories made in the coldest winter."
Kanye West - "Coldest winter" -
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