Visualizzazione post con etichetta Tom Sizemore. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tom Sizemore. Mostra tutti i post

sabato 10 agosto 2013

Salvate il soldato Ryan

Regia: Steven Spielberg
Origine: USA
Anno: 1998
Durata:
169'




La trama (con parole mie): a seguito dello sbarco in Normandia, mamma Ryan finisce per ritrovarsi privata di tre dei suoi quattro figli, uccisi in azione nel corso delle operazioni militari che vedranno gli Alleati mettere in ginocchio la Germania di Hitler ormai prossima allo sbando.
Lo Stato Maggiore, che vuole impedire di comunicare la morte anche dell'ultimo degli stessi, assegna al Capitano Miller - un veterano del conflitto - ed ai suoi uomini la missione di addentrarsi tra le linee tedesche in Francia e scovare James Ryan per ordinargli di tornare a casa: la missione si rivelerà, per il gruppo di soldati in marcia, più difficile del previsto, e quando, a seguito di numerose difficoltà, parrà giungere al termine, lo stesso Ryan finirà per dichiararsi deciso a non abbandonare i suoi compagni rimasti a difendere un ponte considerato strategico per riconquistare Parigi.
Miller ed i suoi saranno così costretti a scegliere se abbandonare il giovane paracadutista o rimanere a combattere con lui facendo tutto il possibile per salvargli le chiappe in modo che torni a casa.





Se esiste una pellicola profondamente osteggiata dalla critica più o meno illustre e "dura e pura" della blogosfera e non è certo Salvate il soldato Ryan, drammone di guerra nell'accezione più classica e a stelle e strisce del termine che ai tempi della sua uscita conquistò il botteghino e si guadagnò l'odio profondo di molti appassionati per aver, di fatto, rubato l'Oscar per il miglior film - e non solo questo - al Capolavoro di Terrence Malick La sottile linea rossa, uscito quello stesso anno, vincitore a Berlino e completamente snobbato dall'Academy.
Salvate il soldato Ryan è sicuramente più convenzionale, retorico ed in qualche modo prevedibile dello sconvolgente affresco dell'ormai perduto Malick, e resta uno dei baluardi dell'approccio made in USA - alla settima arte, e non solo - più rappresentativi e meglio girati degli ultimi vent'anni, un modern classic che spinge sull'acceleratore delle emozioni creando - anche quando non è voluta - un'empatia profonda con i suoi protagonisti, giovani soldati mandati al massacro in modo da riportare indietro tutto d'un pezzo lo sperduto Ryan, colpevole di essere l'unico sopravvissuto dei membri della sua famiglia partiti per il fronte.
Eppure il lavoro di Spielberg si distingue non soltanto per la tecnica prodigiosa - la sequenza che replica il famoso sbarco sulle spiagge della Normandia è da brividi, una sorta di sanguinoso mosaico di immagini che sono una lezione di Cinema action -, ma senza dubbio anche per l'amore che il criticato regista autore di pietre miliari irripetibili nel corso degli anni ottanta prova per la macchina da presa, il suo utilizzo ed i suoi personaggi, simboli di un Paese che senza dubbio si porta in spalla uno zaino bello pesante di difetti e manie di protagonismo ma che riesce in qualche modo ad illuminare sempre l'immaginario collettivo alimentando la voglia di inseguire quello stesso sogno che, dalle loro parti, pare sempre essere a portata di mano di chi è disposto a farsi un culo quadro per cercare di raggiungerlo.
In questo senso la squadra del Capitano Miller - un Tom Hanks che, nonostante rappresenti uno degli attori che meno sopporto di Hollywood, si difende bene in un ruolo che pare essergli stato cucito addosso - è perfetta per permettere almeno in parte di superare scogli come quelli della tipica rappresentazione buoni/cattivi - anche se, a ben guardare, è così soltanto ad uno sguardo superficiale del film - e conquistare l'audience pronta a soffrire e combattere accanto a quelli che paiono ragazzi comuni come tanti - e non solo statunitensi, ricordiamolo sempre - morti in quell'enorme macchia nella Storia dell'Uomo che fu la Seconda Guerra Mondiale: dal roccioso Sergente Horvath - un Tom Sizemore versione Michael Mann - al sentimentale medico Wade - ottimo il ricordo della madre infermiera che rincasava dopo il turno di notte -, dal generoso Caparzo - pensare Vin Diesel nel cast di un film d'autore mi risulta incredibile ancora oggi - a Mellish - soldato di origini ebree pronto a mostrare orgogliosamente ai tedeschi la sua provenienza -, da Jackson - ai tempi della prima visione di questo film il preferito fordiano, cui presta volto e carisma un ottimo Barry Pepper - a Reiben - sempre pronto a contestare la missione che potrebbe portare al sacrificio degli uomini accanto ai quali ha lottato per tutta la guerra giusto per garantire il ritorno a casa di un tizio che non hanno neppure mai conosciuto -, fino al Caporale Upham, con le sue paure ed il suo confronto con il soldato tedesco prima catturato e poi ritrovato come avversario nell'ultimo, drammatico scontro è senza dubbio il personaggio più sfaccettato ed interessante, tutti i charachters hanno le potenzialità di avvicinare il cuore dello spettatore alla vicenda, quasi Spielberg volesse mostrare la varia umanità ugualmente posta di fronte alla morte nel corso di un conflitto che, libertà in ballo oppure no, ha rappresentato la fine dei sogni di milioni e milioni di ragazzi in tutto il mondo.
Interessanti l'utilizzo dell'ironia per mostrare anche i lati grotteschi del conflitto - il contatto con il primo James Ryan - e quello della drammatica presa di posizione "super partes" in grado di definire il selvaggio stato delle cose al fronte - Upham ed i suoi tre incontri con il soldato tedesco catturato e risparmiato dal Capitano Miller che il giovane furiere si troverà di fronte proprio nel momento decisivo della battaglia finale -: questo conflitto terribile si allontana ormai dalla memoria, e non manca poi molto al momento in cui la generazione dei nostri nonni - testimoni diretti - sarà sepolta con lui, ed è un bene che anche i grandi blockbuster - oltre ai film d'autore - abbiano deciso di ricordarlo attraverso questo monumentale film d'avventura ricco di difetti ma ugualmente in grado di emozionare come solo il Cinema sa fare, lasciando che i ricordi - anche se dolorosi - possano continuare a vivere fluendo anche attraverso la settima arte.
Perchè se è pur vero che l'incipit e la chiusura sono quando di più a stelle e strisce si potrebbe immaginare - in senso buono e cattivo del termine -, quello che sta in mezzo è il senso più importante del viaggio: e se è pur vero che non parliamo dello Spielberg migliore mai visto su un grande schermo, è giusto, indubbio e per nulla scandaloso ammettere che il suo posto, il buon Steven, se l'è meritato.
Proprio come il suo Ryan.


MrFord


"These mist covered mountains
are a home now for me
but my home is the lowlands
and always will be
some day you'll return to
your valleys and your farms
and you'll no longer burn
to be brothers in arms."
Dire Straits - "Brothers in arms" - 



venerdì 30 marzo 2012

Red

Regia: Trygve Allister Diesen, Lucky McKee
Origine: Usa
Anno: 2008
Durata: 93'



La trama (con parole mie):  Avery Ludlow è un veterano proprietario di un piccolo negozio di ferramenta, vedovo, che vive solo in una grande casa con il fedele cane Red, regalatogli dalla moglie quasi quattordici anni prima in occasione del suo cinquantesimo compleanno.
Una domenica come tutte le altre, mentre l'uomo è a pesca, tre ragazzi lo minacciano e, per gioco, uno di loro uccide a sangue freddo proprio Red.
Inizia così una battaglia per la verità che Ludlow è disposto a combattere all'ultimo sangue neanche fosse ancora nel pieno del conflitto, memore del legame affettivo con l'animale e del ricordo della defunta compagna.
Il confronto con la famiglia del ragazzo responsabile dello scellerato gesto segnerà inevitabilmente le esistenze di tutti i protagonisti della vicenda, fino ad arrivare ad estreme conseguenze.




Prima di iniziare, vorrei ringraziare Einzige per la segnalazione fatta tempo fa di questo film.

Evidentemente Lucky McKee sa stimolare il mio lato più oscuro e animalesco come pochi altri registi nel corso dell'esperienza che ho potuto accumulare come spettatore.
Già con l'escalation finale dell'ottimo The woman avevo sentito ribollire il sangue nel prendere le parti dell'insolita paladina protagonista della pellicola nel pieno dell'esplosione della sua sete di vendetta rispetto ai suoi carcerieri, ma con Red la sensazione è stata anche più forte, scavata come da una lama di coltello nella carne così in profondità da raschiare l'osso.
Perchè la prima metà di questo sorprendente lavoro rischia a più riprese di essere letteralmente straziante: un ritratto lucido e terribile di una solitidine ancorata ad un ricordo dolorosissimo - gigantesco Brian Cox nel rendere tutta la sofferenza del protagonista Avery Ludlow, sommessamente espressa dal racconto della morte di sua moglie e suo figlio, assolutamente da brividi - aperto da una delle sequenze più tese e rabbiose dai tempi della mia visione di Eden Lake.
Ed è la rabbia, ad averla fatta da padrona, seguendo il percorso che Ludlow tentava, arrancando, di seguire, ingoiando merda ed allargando le spalle al peso dei soprusi e della coscienza di essere in lotta contro qualcosa più grande di lui - almeno sulla carta -, delle limitazioni di classe e denaro e della vita stessa: un percorso che passa attraverso il tentativo di risvegliare il buon senso - assente - del padre dell'assassino di Red - un sempre fastidioso Tom Sizemore -, di suo fratello o dell'amico che chiudeva l'allegro terzetto responsabile del misfatto - agghiaccianti i confronti con i genitori di quest'ultimo, interpretati dall'ex Freddy Krueger Robert Englund e da Amanda Plummer -, la legge, la stampa e l'opinione pubblica, per finire all'inevitabile tragedia dello scontro frontale.
E nel corso di tutti questi passaggi, nella mia testa continuava a serpeggiare l'istinto di una voce sommessa eppure insistente, glaciale e terribile: Avery Ludlow, tornato a casa ed individuati i colpevoli - da antologia la sequenza nel negozio di armi -, solo al mondo, privato del ricordo della moglie incarnato dal vecchio cane, aveva solo una scelta. Ucciderli tutti.
Suona davvero brutto, lo so bene.
Ma, come per il già citato Eden Lake, la strada per individui come Danny McCormack e suo padre non prevede un dialogo, o nulla che riguardi il mondo civile: si torna ai tempi della Frontiera, in cui un vecchio cowboy come Ludlow avrebbe fatto giustizia della sua perdita senza troppi scandali attorno.
Suona davvero brutto, ma gente come quella è ben oltre il crimine o il diritto. Oltre la morale. Oltre le convenzioni sociali.
Fortunatamente, viviamo in un'epoca in cui questo tipo di pulsioni viene tenuto sotto controllo dalla legge e dalla sua applicazione.
In un'epoca in cui non può capitare di andare a pesca una domenica mattina, e venire minacciati con un fucile da un gruppo di teenager insicuri e spocchiosi, e vedere il proprio compagno d'avventura spazzato via da un colpo sparato con leggerezza. E codardia.
In un'epoca in cui le pene sono commisurate ai delitti, e la giustizia - sociale e legislativa - è uguale per tutti, e non contano il denaro o la posizione.
Siamo privilegiati, perchè viviamo in un'epoca in cui le persone che lavorano e costruiscono hanno gli stessi trattamenti e fortune di quelli che hanno imparato a crescere mangiando sulle teste degli altri.
O alle loro spalle.
Saremmo privilegiati, ma sappiamo che sono tutte balle.
Viviamo in un'epoca straziante. Come Red.
Che è un attacco feroce agli States di oggi, alla nostra società, e se ci fosse, anche ad un qualsiasi Dio al di sopra.
De Andrè cantava nella splendida Il testamento di Tito "Io, senza legge, rubai in nome mio, quegli altri nel nome di Dio".
Avery Ludlow, tornato a casa e seppellito Red, non avrebbe dovuto avere altra scelta se non quella di tornare da quei tre piccoli pezzi di merda e farli fuori, con la stessa pietà che loro avevano dimostrato per il suo cane.
E se fossimo stati sulla Frontiera, avrebbe avuto diritto anche sui loro scalpi.
Fortunatamente, in questo mondo straziante, ci sono uomini come Avery Ludlow.
Che fino all'ultimo lottano per la verità, e combattono affinchè nessuno debba più ammazzare nessun'altro.
Lottano per l'altro.
E per la speranza.
E fino a quando ci saranno in giro tipi come lui, tutto sembrerà un pò meno brutto di quanto effettivamente non sia.


MrFord


"The sky is turning red
return to power draws near
fall into me, the sky's crimson tears
abolish the rules made of stone."
Slayer - "Raining blood" - 


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...