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mercoledì 7 febbraio 2018

The Post (Steven Spielberg, UK/USA, 2017, 116')




Steven Spielberg è uno dei registi cui ho più voluto bene nel corso degli anni della mia formazione da cinefilo: emblema del Cinema americano nel senso più pieno e "meraviglioso" del termine, dalla fantascienza all'avventura, dalla malinconia alle risate, dal dramma alla commedia, il papà di E.T. è stato una delle certezze sulle quali ho costruito l'amore per la settima arte a stelle e strisce, in barba a tutti i radical che per partito preso ancora oggi la osteggiano.
Peccato che, nel corso degli anni, complici forse il compiacimento ed alcune scelte discutibili, anche lui sia incappato in una serie di pellicole davvero difficili da giudicare per chi l'ha amato: il primo passo lungo questo funesto cammino fu compiuto, per quanto mi riguarda, dal terribile La guerra dei mondi, girato al servizio del divismo di Cruise - che pur è uno dei miei favoriti - nella sua accezione peggiore, per continuare con produzioni di una retorica vomitevole - War Horse -, di una noia mortale - Lincoln - o, più semplicemente, brutte - Il GGG -.
Alle spalle la discreta prova de Il ponte delle spie e con all'orizzonte il potenziale cult che potrebbe essere Ready Player One, lo Stefanone porta in sala una pellicola dal sapore New Hollywood accolta molto bene in patria e pronta a dare battaglia su più di un fronte alla prossima Notte degli Oscar, contando su una solida base tecnica ed un gruppo di veterani decisamente nei favori dell'Academy, da Tom Hanks a Meryl Streep.
Come se non bastasse, sulla carta The Post tocca tematiche molto stimolanti per il sottoscritto, dall'indagine giornalistica alla storia vera, passando per la lotta per la libertà di stampa, uno dei diritti fondamentali della società civile: eppure, lo ammetto, sono uscito dalla visione, purtroppo, frastornato da una freddezza e da una noia di fondo decisamente troppo pesanti per poter considerare questo lavoro come una prosecuzione del cammino del già citato Il ponte delle spie.
Rispetto, infatti, ad un'opera come L'ora più buia - ascrivibile alla stessa tipologia di prodotti quasi pensati per l'Academy -, l'apporto emozionale di The Post è paragonabile a quello di una lastra di ghiaccio sulla quale organizzare un bel giaciglio di fortuna in una serata d'inverno, non proprio il luogo più piacevole in cui si desidererebbe trascorrere una notte in questo periodo dell'anno: senza, dunque, mettere in discussione l'impianto tecnico e scenico, ho finito per considerare The Post come una sorta di versione molto in minore di pellicole di riferimento come Tutti gli uomini del Presidente, un tentativo fuori tempo massimo di presentare un Cinema "di denuncia" che risulta, però, anacronistico rispetto ai tempi e poco simpatico rispetto a tutto il pubblico nato dopo l'epoca in cui si sono svolti i fatti narrati, e forse perfino a quelli che l'hanno vissuta.
Certo, il cast pare un ingranaggio oliato in tutte le sue parti, montaggio, fotografia e ricostruzione sono impeccabili, la forma confezionata nel miglior modo possibile, eppure non solo manca una vera e propria escalation, o una scena madre che rappresenti l'apice della pellicola, ma il tutto assume i connotati della mera operazione stilistica priva di qualsiasi necessità di raccontare una storia che, anche a fronte di spunti interessanti, finisce per ammazzare la storia stessa.
Per essere, dunque, un racconto - o un resoconto, considerato che parliamo di reali accadimenti - costruito per esaltare la libertà di espressione, opinione, stampa e pensiero, l'impressione che ho avuto è stata quella di un esercizio di stile controllato e precisino - non nel senso buono -, di quelli che i secchioni della classe portano a termine per compiacere il professore di turno.
E questo non è certo combattere il Potere come fecero gli uomini e le donne mostrati in questo film.



MrFord



venerdì 1 aprile 2016

The program

Regia: Stephen Frears
Origine: UK, Francia
Anno: 2015
Durata: 103'







La trama (con parole mie): David Walsh, giornalista sportivo del Sunday Times che intervistò Armstrong ai tempi dei suoi esordi e si convinse del suo talento, nel corso del primo Tour vinto dal ciclista americano tornato alle corse dopo la battaglia vinta contro il cancro comincia a coltivare il sospetto che, dietro l'incredibile successo di quello che è destinato a diventare uno degli sportivi più famosi e rispettati al mondo in realtà si celi l'utilizzo di sostanze illecite.
Inizia così per Walsh una sorta di sotterranea battaglia con Armstrong fatta di supposizioni, articoli, sospetti e lotte legali, che pare definitivamente perduta nel momento in cui viene effettivamente riconosciuto il fatto che il vincitore di sette Tour non sia mai risultato positivo ad un controllo ed imposto un risarcimento da parte del Sunday Times ed il ritiro dello stesso Armstrong.
Al ritorno alle competizioni di quest'ultimo nel duemilanove, però, la partita si riapre.







Considerati lo stretto contatto del sottoscritto con il ciclismo - che assocerò per sempre alla figura di mio padre -, la visione del documentario The Armstrong lie e l'opinione comune, avevo davvero molta paura di affrontare in maniera equilibrata la visione di The program: il rischio, infatti, che fosse un film con un'unica direzione pronto a ritrarre il ciclista texano come una sorta di diavolo in Terra, considerato il fatto che è stato tratto dal libro inchiesta realizzato da uno dei primi e suoi più grandi detrattori - il David Walsh che è anche narratore della vicenda -, era piuttosto alto, così come probabile, in quel caso, sarebbe stata l'ipotesi delle bottigliate.
Stephen Frears, invece, pur non realizzando il film sportivo del secolo, porta sullo schermo un prodotto solido ed in grado di raccontare la vicenda che ha visto trionfare prima e dunque cadere rovinosamente uno degli sportivi più idolatrati ed idealizzati di sempre, Lance Armstrong, senza per questo indulgere nella faziosità da un lato o nella retorica dall'altro: il campione texano è riportato fedelmente per quello che è - un drogato di vittorie e di potere, a prescindere dall'assunzione di farmaci proibiti, che avrebbe fatto qualsiasi cosa per difendere la sua posizione ed il suo status, ma anche un lottatore estremo, in grado di fronteggiare il cancro ed uno scadalo che avrebbe seppellito molti altri ed uscirne tutto sommato indenne -, interpretato benissimo dal sempre troppo sottovalutato Ben Foster pronto a capitanare un cast ben assortito ed in parte, dall'ottimo Guillame Canet nel ruolo del medico italiano Michele Ferrari, per anni preparatore di Armstrong e del suo team a Jesse Plemons, quasi irriconoscibile rispetto alla seconda stagione di Fargo nel ruolo della "nemesi" di Armstrong Floyd Landis, tra i responsabili, con le loro testimonianze, della revoca delle vittorie al Tour dell'ex iridato statunitense.
Di fatto, Frears e gli autori riescono nell'intento di mostrare senza perdere troppo l'equilibrio i lati umani - in senso sia positivo che negativo - del loro protagonista e degli uomini che attorno a lui hanno ruotato in quegli anni, sfruttando l'onda del suo successo o, in alternativa, la mano pesante di un certo suo dispotismo - ottima la scelta di riportare fedelmente il faccia a faccia in corsa tra Armstrong e Simeoni, concluso con la quasi inquietante espressione dello stesso Armstrong che a favore di camera fece il gesto di chiudersi la bocca con una cerniera -: con questo The program, pur se in misura minore rispetto al già citato The Armstrong lie, è interessante notare come, a prescindere dalle colpe dell'egotico Lance, in conclusione risulti essere più forte la critica ad un sistema - quello del ciclismo - da sempre probabilmente segnato dalla questione doping che, di fatto, fino a quando continuerà a funzionare basandosi sulla spettacolarizzazione sempre maggiore dei grandi giri ed alla durezza di alcune competizioni - come il Tour -, difficilmente riuscirà a cambiare davvero strada, Armstrong squalificato a vita oppure no.
Senza dubbio, comunque, quella dell'ex sette volte trionfatore degli Champs Elysees è una vicenda clamorosamente cinematografica e vissuta al massimo dal suo protagonista: da giovane promessa pronta a gettarsi nel doping pur di colmare il gap con gli avversari che già ne facevano uso a vittima di un cancro terminale sconfitto quasi a sorpresa, dal ritorno in bicicletta ai trionfi al Tour, che mai nessuno aveva dominato in quel modo netto e perentorio, dal ritiro al secondo ritorno, dettato dall'ingordigia e dalla voglia di primeggiare sempre e comunque, che gli costò tutto quello che aveva costruito, fino alla confessione in diretta tv da Ophra - curioso, in questo senso, che con il documentario Alex Gibney decise di aprire il film proprio con l'appena citato faccia a faccia, mentre Frears sceglie, al contrario, di chiudere il suo lavoro con lo stesso passaggio - .
Probabilmente molti, nel mondo dello sport - anzi, forse quasi tutti - potranno solo sognare, nel corso di un'intera carriera, una serie di vittorie così clamorose ed una sconfitta senza appelli e su tutta la linea, eclatante quanto l'insieme di tutti i trionfi: ma del resto, doping o no, i migliori, i sopra le righe, quelli destinati a lasciare un segno, finiscono per lasciarlo.
Sempre e comunque.





MrFord





"You are the one that's creeping,
you are the one that's cheating,
but if your heart is beating,
bring it on, bring it to me."
John Newman - "Cheating" - 




mercoledì 23 marzo 2016

Truth - Il prezzo della verità

Regia: James Vanderbilt
Origine: Australia, USA
Anno: 2015
Durata: 125'






La trama (con parole mie): siamo nel duemilaquattro, in pieno periodo elettorale con la sfida tra George Bush e John Kerry in pieno svolgimento, quando Mary Mapes, pluripremiata giornalista CBS fresca di un servizio che fece scalpore a proposito delle torture perpetrate dai soldati americani ai prigionieri iracheni ad Abu Ghraib, con la sua squadra si mette al lavoro su una nuova indagine che vorrebbe far luce sul misterioso periodo in cui Bush prestò servizio militare.
La tesi sulla quale il team si mette all'opera è legata al fatto che, tramite una serie di agganci altolocati in politica ed esercito del padre, a George W. fu di fatto parato il culo in modo che lui, come tanti altri rampolli di famiglie importanti del Texas dei tempi, evitasse di essere spedito in Vietnam.
Peccato che, una volta andata in onda la trasmissione preparata dalla Mapes e dai suoi, la politica e le alte sfere chiedano un tributo pesante in termini di pressioni lavorative e personali.








Una delle più grandi libertà conquistate dalla società più o meno civile nella quale viviamo è indiscutibilmente, almeno per quanto mi riguarda, quella di pensiero ed espressione della quale anche la blogosfera tutta fa parte: la possibilità di informarsi, parlare, essere curiosi a proposito del mondo e di se stessi, vivere la propria vita e le proprie passioni in prima linea, per evitare di ritrovarsi in un angolo e spegnersi lentamente.
Non conoscevo la vicenda di Mary Mapes e della sua squadra di reporter d'assalto, passata molto in sordina negli States ed uscita in Italia probabilmente trainata dal successo dell'altro film inchiesta principe del periodo, Il caso Spotlight, fresco di vittoria dell'Oscar come miglior pellicola, e le recensioni lette non deponevano certo a favore del lavoro - il primo dietro la macchina da presa - di James Vanderbilt, eppure il risultato è stato decisamente sorprendente in positivo.
Truth è un film dall'impianto molto classico - forse troppo, affermeranno alcuni -, sostenuto da un cast in grandissima forma - su tutti un Redford in spolvero totale ed una Cate Blanchett pazzesca - ma soprattutto in grado di raccontare una storia avvincente ed importante come quella di questo gruppo di giornalisti molto di pancia coinvolgendo e lasciando trasparire tutto il pane e salame che piace qui al Saloon, senza per questo cadere nella trappola della retorica e del buonismo - anche perchè, ma questa è cronaca, e attenzione allo spoiler eventuale, le cose non sono andate affatto bene per i nostri eroi di "60 minutes", storica trasmissione CBS -.
Inoltre, per quanto ormai sia lontana - fortunatamente - l'epoca di George W. Bush, e nella speranza che non se ne debba fronteggiare una di Donald Trump, è decisamente interessante seguire il percorso umano, professionale e legale che il team di Mary Mapes fu costretto ad intraprendere dopo aver messo nero su bianco - ed in televisione, alla portata del popolo americano, non dimentichiamolo - il passato da "imboscato" di Bush rispetto al servizio militare nel corso dei delicati anni del Vietnam, esempio di come e quanto - e non solo nel caso dell'ex Presidente USA - i privilegiati economici e sociali siano sempre riusciti - e, purtroppo, probabilmente sempre riusciranno - a salvare le chiappe alla facciazza di chi privilegiato non è neanche per sbaglio.
Interessanti, inoltre, anche le dinamiche interne del gruppo capitanato dalla Mapes e delle loro reazioni alle pressioni esercitate su di loro a seguito di quelle subite dalla CBS: dalla rabbia allo scoramento, dall'orgoglio ferito della stessa Mapes di fronte al padre alla delusione di Rather - anchorman leggendario nell'ambito del piccolo schermo statunitense - rispetto alle influenze sempre maggiori del Potere costituito a scapito della libertà di stampa, passando attraverso al legame costruito passo dopo passo tra il militare Charles e l'alternativo Mike Smith, tutto pare molto umano e senza dubbio in grado di stimolare una sensazione di partecipazione alla lotta di questi giornalisti nel pubblico, o almeno nella parte di pubblico che non riesce a tenere a bada la curiosità e la passione, la voglia di esprimersi e di sentirsi libero di farlo.
Non sarà raccontato in modo nuovo, originale o particolarmente potente, ma Truth è arrivato dritto al punto e lo ha fatto in modo naturale e sentito: per quanto mi riguarda, questo vale più di qualche acrobazia con la macchina da presa o trovata in termini di sceneggiatura, perchè colpisce il bersaglio grosso senza fronzoli o sotterfugi.
Dritto, tosto e coraggioso: un pò come Mary Mapes ed i suoi.




MrFord




"Se ho sbagliato un giorno ora capisco che 
l'ho pagata cara la verità,
io ti chiedo scusa, e sai perché?
Sta di casa qui la felicità."

Caterina Caselli - "Nessuno mi può giudicare" - 







lunedì 22 febbraio 2016

Il caso Spotlight

Regia: Tom McCarthy
Origine: USA, Canada
Anno: 2015
Durata:
128'








La trama (con parole mie): siamo all'inizio degli Anni Zero quando la redazione investigativa di Spotlight, che fa capo al quotidiano Boston Globe, spinta dal nuovo redattore capo Marty Baron, si muove per scoprire la verità celata da un caso di molestie denunciate all'indirizzo di un prete locale.
Quando, indizio dopo indizio, i giornalisti di Spotlight si trovano a comporre un mosaico che pare decisamente più grande ed inquietante di quello che si erano immaginati in partenza, l'indagine assume una portata enorme, finendo per porre il Globe ed i suoi reporter nel mirino dell'ostruzionismo della Chiesa dell'Arcidiocesi di Boston: quello che infatti pare, è che gli ordini per i religiosi scoperti in comportamenti di questo tipo siano quelli di insabbiare le vicende, impedire le denunce e spostare gli stessi "uomini di dio" in un'altra parrocchia come se nulla fosse, e che le vittime - e di conseguenza i molestatori in abito talare - siano molti più di quanti non si sarebbero aspettati.
La redazione di Spotlight, a questo punto, ha in mano tutte le carte per realizzare un servizio destinato a fare la Storia.








Per quanto abbia sempre adorato scrivere, ed adori il giornalismo investigativo, non ho mai coltivato il sogno di tentare una strada come quella del reporter d'assalto: eppure, l'idea di lavorare con la testa e la penna soprattutto per mettere all'angolo chi pensa di averla fatta franca anche e soprattutto agli occhi della società è una delle cose più esaltanti che possa immaginare.
Se, poi, chi pensa di averla fatta franca è la Chiesa, e l'oggetto della discordia sono molestie operate dai religiosi su bambini e bambine, allora dalle mie parti si sfonda una porta aperta.
Personalmente, ho sempre trovato l'argomento pedofilia molto delicato, specialmente se legato a figure apparentemente autorevoli pronte a sfruttare la loro posizione ed il loro status - ed il senso di colpa radicato nella cultura cattolica - per approfittare di vittime troppo giovani per poter avere gli strumenti effettivi per affrontarli: onestamente, quando penso a determinate situazioni, finisco spesso a pensare che, forse, occorrerebbero misure decisamente più drastiche di una pena detentiva, per chi si macchia di reati simili.
Ma questa è un'opinione personale, ed un'altra storia.
Quella, al contrario, narrata da Il caso Spotlight, portato sullo schermo con il piglio dei grandi film d'inchiesta della New Hollywood anni settanta - su tutti il Capolavoro Tutti gli uomini del Presidente di Pakula, un vero gioiello - da Tom McCarthy, uno dei protetti del Saloon in materia di Cinema indie americano fin dal suo esordio con il piacevolissimo The station agent con un Peter Dinklage che ancora nessuno conosceva, passando poi per l'ottimo L'ospite inatteso e l'altrettanto efficace Win win - Mosse vincenti, è una vittoria civile e professionale contro il Sistema - per dirla come il redattore capo Marty Baron - di quelle indimenticabili, che portò alla ribalta il Boston Globe ed a galla una sequela di schifezze perpetrate nel nome della Chiesa per decenni.
Affidandosi ad un taglio che ricorda quasi più l'inchiesta documentaristica e ad un gruppo di attori affiatato, affidabile ed in gran forma - ottimi tutti, da Ruffalo a Tucci, passando per la McAdams e Slattery, con una menzione particolare per Keaton e soprattutto Liev Schreiber, lontano anni luce dall'apparenza che, di norma, è "costretto" anche fisicamente a dare ai suoi personaggi - McCarthy porta a casa un risultato convincente e solido, che forse non farà gridare molti al miracolo considerata la forse eccessiva uniformità - pare di stare a bordo di un treno comandato elettronicamente, di quelli che partono e arrivano in perfetto orario e non hanno sbavature di alcun tipo - ma che delinea alla grande quella che è una delle incarnazioni migliori del Cinema di denuncia americano, la stessa che non esagera con le stelle e strisce - concedendo soltanto un paio di sequenze alle suddette come il confronto tra Keaton e la sua fonte e la presa di coscienza dello stesso ex Birdman nella riunione di redazione nel finale - ma punta a sensibilizzare il pubblico senza ruffianerie e colpi bassi.
Certo, non è la Boston spietata di Mystic River, ma vedere questi uomini e donne assolutamente normali, armati solo della propria coscienza sociale e professionale - molto efficaci, in questo senso, il faccia a faccia tra Ruffalo e Keaton a proposito dei tempi di pubblicazione dell'inchiesta, e la crisi di D'Arcy James alla scoperta che la residenza di uno dei preti della loro lista risieda nel suo stesso quartiere - lottare tra documenti, ostacoli burocratici, intimidazioni più o meno celate, chiusura di chi è stato vittima delle violenze o chi quelle violenze ha colpevolmente nascosto è un esempio di Cinema civile come non ne passavano sul grande schermo da parecchio tempo, almeno per quanto riguarda la grande distribuzione.
Potrà dunque non essere uno scoop assoluto, un fulmine a ciel sereno, qualcosa di particolarmente geniale o innovativo: ma Il caso Spotlight è un film appartenente ad un genere che, forse, in una società pericolosa come la nostra, finisce per essere addirittura più importante.
Quello dei film necessari.






MrFord






"If the heavens ever did speak
she's the last true mouthpiece
every Sunday's getting more bleak
a fresh poison each week."
Hozier - "Take me to the Church" -












domenica 16 agosto 2015

Tokyo Vice

Autore: Jake Adelstein
Origine: USA
Anno: 2011
Editore: Einaudi





La trama (con parole mie): Jake Adelstein, ragazzo ebreo del Missouri laureatosi a Tokyo e divenuto cronista del colosso Yomiuri Shinbun, a partire dalla sua esperienza di gaijin impiegato in una grande azienda giapponese, esplora anche grazie al ruolo di specialista di cronaca nera il lato oscuro di uno dei paesi più sicuri e dal costo della vita più alto del mondo, dal ruolo della Yakuza alla situazione della donna, stringendo legami profondi con fonti e poliziotti, colleghi e criminali, divenendo parte di una società che al principio lo vede quasi come un alieno e finisce per entrare così nel profondo del suo animo da farlo sentire più giapponese che americano.
Nel mezzo, le esperienze di una vita passata più sulla strada che non a casa con moglie e figli ed i conflitti con alcuni dei boss più pericolosi della mala, su tutti Tadamasa Goto, oggetto di un'indagine che porterà Adelstein a rischiare anche la vita.








Se qualche mese fa chiunque di voi mi avesse chiesto chi fosse Jake Adelstein, non avrei saputo cosa rispondere, e avrei finito per tentare sparandola grossa ed immaginandolo come un nome da protagonista di film poliziesco in stile Homicide, o di Woody Allen: è stato grazie ad un collega, che ho invece scoperto un altro grande romanzo di questo duemilaquindici ricco di soddisfazioni letterarie, Tokyo Vice, ed un cronista riuscito a portare sulla pagina la sua personale epopea e personalità in modo così genuino da trasmettere la passione che tanto infiamma anche il sottoscritto ed una familiarità che, di norma, si finisce per avere solo con gli amici più stretti.
Dai giorni appena successivi alla laurea alla serie di colloqui ed esami sostenuti per entrare allo Yomiuri Shinbun - colosso della stampa giapponese -, si ha subito l'impressione della qualità cinematografica della prosa del buon Jake, che pagina dopo pagina diviene un vero e proprio Virgilio all'interno del lato oscuro del Giappone, un paese tanto avanzato e legato ad un benessere economico che da queste parti ci sognamo quanto grottesco e crudele, rispettoso e sempre "sottovoce" quanto spietato e terrificante.
Non pensiate, però, che Tokyo Vice sia una cronaca in stile Scarface delle imprese degli Yakuza più pericolosi e potenti: il lavoro di Adelstein, infatti, percorre la società nipponica e le sue ombre toccando tematiche disparate e profondamente interessanti sia a livello sociale che culturale, dall'alienazione che richiede il lavoro - a prescindere dai livelli dello stesso - alle impari condizioni in tutti i campi di uomo e donna - agghiacciante il racconto legato al destino di una delle più care colleghe dell'autore -, dal ruolo assolutamente alla luce del sole delle organizzazioni criminali - la Yakuza, fondamentalmente un'industria riconosciuta all'opera a tutti i livelli della società - al contesto votato alla sicurezza pronto ad essere scosso per ogni singolo omicidio "civile" - sono esclusi gli scontri tra bande rivali sempre Yakuza e quelli di stranieri, giudicati più "normali" -, dal rispetto profondo e perfino eccessivo del proprio interlocutore, dei colleghi ed amici più anziani o di grado superiore a quello mancato per le donne in genere e le lavoratrici dell'industria del sesso, tra le più diffuse e redditizie del Paese.
Assistiamo, inoltre, alle battaglie ingaggiate da un uomo pronto a colpire con la penna, e non con la pistola in pugno, che spesso e volentieri si trova a dover affrontare scelte decisamente umane e meno fantasiose di quanto ci si potrebbe immaginare rispetto ad un'opera di questo tipo, che riguardano la propria salute, la famiglia, la sicurezza, le amicizie costruite in anni di favori, consigli, visite a qualsiasi ora del giorno e della notte e ricorrenze - splendido il rapporto con Sekiguchi, poliziotto e mentore di Adelstein, e la sua famiglia, così come quello con il ribattezzato "Alien cop", pronto a regalare una delle perle più interessanti del libro rispetto all'importanza di mentire sempre a chi si ama, e l'ex boss Yakuza assunto da Jake per guardargli le spalle nel periodo conclusivo del suo scontro a distanza con Tadamasa Goto, uno dei vertici più pericolosi della malavita giapponese nonchè bersaglio principale di una delle più importanti inchieste del giornalista americano -.
Personalmente, oltre ad un ottima "guida" per un futuro viaggio nella terra del Sol Levante, ho trovato Tokyo Vice un'espressione perfetta dell'umanità in tutte le sue forme, e in Jake Adelstein non solo un suo grande interprete, ma anche, per l'appunto, cronista: nel suo percorso professionale ed umano c'è tutta l'imperfezione che è possibile immaginare, proprio perchè nessuno di noi potrà mai sognarsi di essere perfetto: la cosa migliore è quella di lottare per quello in cui si crede, e cercare, nel farlo, di non provocare troppi danni, soprattutto volontariamente.
Se la nostra libertà finisce dove inizia quella degli altri, Jake Adelstein con Tokyo Vice è stato un esempio imperfetto - e proprio per questo credibile ed assolutamente da sostenere - di quanto bisogno abbiamo di trasformare quella libertà in un simbolo, un valore ed una forza.
Per noi e per chi amiamo.




MrFord




"When you're big in Japan, tonight 
big in Japan, be tight 
big in Japan, where the Eastern sea's so blue 
big in Japan, alright 
pay, then I'll sleep by your side 
things are easy when you're big in Japan 
when you're big in Japan..."
Alphaville - "Big in Japan" - 






lunedì 22 giugno 2015

Kill the messenger - La regola del gioco

Regia: Michael Cuesta
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 112'






La trama (con parole mie): Gary Webb, reporter d'assalto di un piccolo giornale californiano, a seguito di una serie di casualità fortuite legate ad indagini parallele, si trova tra le mani una potenziale bomba giornalistica. La compagna di un trafficante di droga con un processo in corso, infatti, passa a Webb copie di prove che dimostrerebbero la partecipazione attiva del governo statunitense all'acquisto ed allo smercio in territorio americano di droga a partire dai tempi del grande problema del Nicaragua e dell'amministrazione Reagan, coinvolgendo di fatto gli ecosistemi sociali dei quartieri delle metropoli USA.
Deciso a fare luce sulla vicenda, Gary lotterà finendo per rischiare non soltanto la sua carriera, ma l'incolumità di se stesso e della sua famiglia, passando da fama e riconoscimenti pubblici a velate minacce ed una progressiva estromissione dal mondo della carta stampata.
Ma quale si rivelerà la verità a proposito del traffico di droga "gestito" dal Paese stesso?
Chi sono i responsabili, e pagheranno?
E riuscirà Webb a non farsi ammazzare nel tentativo di vedere pubblicato il suo lavoro?









La figura del reporter d'assalto, che sia per la scrittura o la curiosità, o la tendenza a rompere gli schemi lottando per la diffusione libera delle notizie, mi ha sempre affascinato, che si parlasse di vita vissuta o di Cinema: da Tutti gli uomini del Presidente a Salvador, passando, pur se per vie alternative, da The Agronomist, le figure dei grandi comunicatori di radio, televisione e stampa hanno trovato sempre la porta spalancata, qui al Saloon, grazie ad un approccio sempre al limite che è costato spesso e volentieri anche la vita ai suoi protagonisti.
Questo La regola del gioco - adattamento pessimo dell'originale Kill the messenger, molto più centrato ed evocativo - rientra a pieno titolo nella categoria, e pur non essendo ai livelli clamorosi della succitata pietra miliare di Pakula, finisce per proporsi come uno dei titoli più interessanti dell'inizio dell'estate: la vicenda di Gary Webb - ben portato sullo schermo da Jeremy Renner, uno che non ho mai particolarmente amato o apprezzato come protagonista -, ripresa dalla cronaca ed ovviamente rimaneggiata in modo da colpire ancora più profondamente l'immaginario dell'audience, diretta con piglio da ottimo artigiano da Michael Cuesta - una delle menti dietro Homeland, che in precedenza lavorò dietro la macchina da presa in alcuni episodi dei cult Six feet under e Dexter -, è una solida storia tesa di giornalismo d'assalto, ascese e cadute, nonchè una critica decisamente aspra agli organi di governo a stelle e strisce dagli anni ottanta in avanti, dalla guerra al narcotraffico alle vicende del Nicaragua, da Reagan alle strade delle periferie urbane invase dai prodotti messi sul mercato da potenti padrini legati a doppio filo con politici di Washington.
Il viaggio di Gary Webb, iniziato quasi per caso e pronto a condurlo dai corridoi del potere della Capitale a prigioni centroamericane corrotte - molto interessanti le piccole parti affidate a caratteristi d'eccezione come Jason Patrick e Barry Pepper, o la partecipazione di grossi nomi come Andy Garcia, passato ormai a fare la parte del vecchio leone nonostante io lo ricordi ancora come il giovane poliziotto de Gli intoccabili -, è un percorso a doppio binario che condurrà il giornalista al successo ed al riconoscimento del proprio valore ma al progressivo allontanamento dalla famiglia, gli affetti, i colleghi e tutto quello che la grande macchina del Sistema - legale e non - prevede come punizione per chi decide di allungare un pò troppo lo sguardo oltre il confine dallo stesso Sistema imposto.
Il viaggio di Webb attraverso il legame tra USA e narcotrafficanti - non è un mistero che molti dei governi del mondo stringano patti di questo genere con le più potenti organizzazioni criminali, o accordi che li vedano, in un modo o nell'altro, in sudditanza rispetto alle stesse, come è capitato di recente di osservare con il nostrano La trattativa - è di quelli che colpiscono e toccano corde che conducono all'indignazione, così come riflessioni legate al limite che ognuno di noi è disposto a superare per etica, orgoglio, voglia di dimostrare il proprio valore e legami affettivi: quanti, infatti, a fronte di chiare minacce alla propria incolumità e dimostrazioni di potere deciderebbero di tirarsi indietro, e lasciare che la propria sopravvivenza - e quella dei propri cari - venga prima dell'indagine o dello scoop che si stanno seguendo?
Quanti, al contrario, deciderebbero di andare fino in fondo, anche a costo di rimanere soli, esiliati, umiliati, sconfitti anche nel momento della vittoria?
Probabilmente una risposta definitiva a queste domande non esiste, eppure sono contento che esistano film onesti e solidi come Kill the messenger, pronti a raccontare le storie di lottatori come Gary Webb, che normalmente finiscono per scomparire tra le pagine della Storia, pur avendone fatto parte attiva.




MrFord




"Occupations overthrown, a whisper through a megaphone
it's nothing as it seems, the little that he needs, it's home
the little that he sees, is nothing he concedes, it's home
and all that he frees, a little bittersweet, it's home."
Pearl Jam - "Nothing as it seems" - 




domenica 31 maggio 2015

La trattativa

Regia: Sabina Guzzanti
Origine: Italia
Anno:
2014
Durata: 108'





La trama (con parole mie): attraverso una ricostruzione mostrata dal dietro le quinte di un teatro di posa, un gruppo di "lavoratori dello spettacolo" mette in scena il racconto delle vicende che pare siano dietro alla supposta trattativa tra Stato e Mafia volta a chiudere una volta per tutte l'epoca delle stragi che non solo costò la vita ai giudici Falcone e Borsellino ed alle loro scorte, ma anche ad una serie di vittime colpite solo perchè nel posto sbagliato al momento sbagliato o coraggiose abbastanza da affrontare la Mafia.
Un viaggio attraverso episodi fondamentali della Storia recente del Nostro Paese, dalle stragi di Capaci e Via D'Amelio all'ascesa di Forza Italia e Silvio Berlusconi, dai collaboratori di giustizia ai membri del governo, della chiesa, della massoneria e della criminalità pronti a costruire uno stato parallelo allo Stato.








Credo ci siano pochi avvenimenti che, nella Storia recente del Nostro Paese, siano stati in grado di segnare coscienze, società, animi e cultura più delle morti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: due Uomini, due eroi, due personalità che dovremmo tutti prendere a modello, e che dovrebbero essere riconosciute alla stregua dei più grandi non solo entro i nostri confini.
La loro lotta alla Mafia e la loro drammatica fine è senza dubbio da considerarsi come uno dei capitoli più oscuri della politica e del crimine in Italia, nonchè la punta dell'iceberg di un'epoca di uccisioni, attentati, massacri che ancora oggi, spesso e volentieri, purtroppo non trovano spiegazioni e colpevoli: Sabina Guzzanti, una vita nella satira, torna sul grande schermo di fatto presentandosi come una sorta di Michael Moore italiano, sfruttando il metacinema - ottima idea, tra l'altro - per raccontare, pur se a grandi linee, il percorso che condusse Cosa Nostra dall'epoca delle stragi a quella della "conciliazione", da Totò Riina a Provenzano, dalla classe politica precedente a Tangentopoli all'era di Silvio Berlusconi.
Posizioni politiche a parte, l'effetto che documenti e racconti legati ad episodi come quelli delle uccisioni di Falcone e Borsellino - che sono due simboli, ma che rappresentano decine e decine di altri martiri della lotta alla Mafia - è sempre in bilico, per il sottoscritto, tra l'indignazione e la costernazione: pensare di essere nato in un Paese - come, peraltro, si afferma nello splendido documentario In un altro paese, che consiglio vivamente - in cui una classe politica intera lotta più per insabbiare morti di persone che quello stesso Paese dovrebbero governare grazie al loro rigore morale è davvero triste, così come il fatto che la società - e dunque noi tutti - finiamo troppo spesso per essere spettatori passivi - o ancora peggio, attivi, come nel caso delle ripetute elezioni del già citato Berlusconi - di quello che è accaduto, accade e speriamo sempre meno possa accadere in futuro davanti ai nostri occhi.
La cronaca degli eventi, resa attraverso un'acuta messa in scena - davvero efficaci i siparietti a proposito dei flashback -, porta a galla anche le vicende di collaboratori di giustizia, ufficiali delle forze dell'ordine, politici e magistrati da una parte e dall'altra della barricata mai salite davvero alla ribalta delle cronache, e dal rapporto tra l'infiltrato ed il Carabiniere e l'assassino di Cosa Nostra che, nello splendido epilogo e con chissà quanti cadaveri sulla coscienza, afferma di non essersi mai ripreso dall'omicidio di Don Puglisi - raccontato anche sul grande schermo dal buon Alla luce del sole -, che, ormai moribondo ai suoi piedi, continuava a sorridere di fronte alla fine.
In questo senso lo spirito della pellicola, che mescola fiction e documenti, satira e profondo dramma sociale, è proprio quello di portare a galla il marcio ma soprattutto dare il giusto risalto, l'importanza dovuta al coraggio che è stato, è e sarà sempre il fulcro della lotta a tutti i movimenti più oscuri della nostra società, senza dubbio ben peggiori dei singoli e semplici crimini di strada, o degli errori che ogni uomo o donna può fare nel corso della sua esistenza.
Complimenti dunque alla Guzzanti, che pur non resistendo a dover inserire almeno un paio di momenti dedicati alla sua - pur divertente - imitazione e parodia di Berlusconi confeziona un prodotto sentito ed importante, che avrebbe meritato una distribuzione ed una divulgazione più massive, ed insieme al lavoro di Pif La mafia uccide solo d'estate rappresenta un altro tentativo di mostrare una delle più grandi tragedie d'Italia attraverso un piglio narrativo didattico e sentito ma non retorico o eccessivo.
Abbiamo bisogno di questi esempi.
Abbiamo bisogno dei sorrisi di Don Puglisi.
Di Falcone e Borsellino.
Di alzare la testa, e dimostrare che è un certo tempo è passato.
E che il futuro è nostro.




MrFord




"Basta alla guerra fra famiglie
fomentata dalle voglie
di una moglie colle doglie
che oggi dà la vita ai figli
e domani gliela toglie
rami spogli dalle foglie
che lei taglia come paglia
e nessuno se la piglia:
è la vigilia
di una rivoluzione
alla voce del Padrino
ma don Vito Corleone
oggi è molto più vicino:
sta seduto in Parlamento."
Frankie HI-NRG MC - "Fight da faida" - 




mercoledì 10 dicembre 2014

Lo sciacallo - Nightcrawler

Regia: Dan Gilroy
Origine: USA
Anno: 2014
Durata:
117'





La trama (con parole mie): Lou Bloom è un uomo ossessionato dal successo e dall'affermazione, nutrito dalla rete e dalla cultura "fai da te", protagonista di una sorta di american dream per il momento realizzato solo nella sua testa che vive di espedienti. 
Quando, per caso, si ritrova testimone di un incidente stradale, decide di gettarsi a capofitto nel mondo del giornalismo d'assalto, reinventandosi reporter per le strade di una Los Angeles abbracciata dalla notte.
Assunto un collaboratore ed avviato un proficuo rapporto con un canale televisivo locale, Lou si dedica con tutte le forze alla ricerca di servizi sempre più vicini al limite imposto dall'etica mettendo la sua realizzazione davanti ad ogni cosa, ad ogni costo: quando, una notte, giunge sul luogo di un omicidio prima della polizia riprendendo i due assassini, la posta in gioco si alza come non era mai capitato prima.








Una delle caratteristiche fondamentali di un'opera - sia essa letteraria, cinematografica, musicale o artistica in genere -, almeno per quanto riguarda questo vecchio cowboy, è sempre stata il cuore, quella scintilla che permette allo spettatore - parlando ovviamente di pellicole - di entrare in sintonia con quello che si trova di fronte: non è un mistero, in fondo, che quando un autore finisce per raccontare qualcosa che ben conosce, imbocca una sorta di corsia preferenziale rispetto a chiunque sia "dall'altra parte".
E non è un caso che i miei favoriti - i cosiddetti "fordiani" - siano tutti legati a questi concetti, da Eastwood - il rapporto tra padri e figli - a Cash - il conflitto tra la parte oscura e quella sacra -, da Nesbo - il fascino della dipendenza e la presenza per chi amiamo, sempre e comunque - a persone portate sullo schermo ma assolutamente reali - il Jean Dominique di The agronomist -.
Jonathan Demme, che firmò lo straordinario documentario appena citato, portò sullo schermo anche uno dei grandi Capolavori del Cinema USA moderno, Il silenzio degli innocenti: e perfino lì, in quella cella, o nell'agghiacciante telefonata che chiudeva la pellicola, si finiva quasi per empatizzare con il genio terrificante di Hannibal Lecter.
Come nella camminata claudicante divenuta fiera di Kaiser Soze.
O nella follia innevata di Tony Montana.
Tutti i grandi "cattivi" finiscono, in qualche modo, per affascinare almeno una piccola parte del "cattivo" che è in noi.
L'unica eccezione che ho potuto riscontrare nel corso della mia vita è rappresentata da Grenouille, protagonista indimenticabile dell'altrettanto indimenticabile Il profumo di Patrick Suskind, uno dei romanzi più importanti della mia storia di lettore e, probabilmente, uno dei dieci che porterei su un'isola deserta: le vicissitudini dell'assassino alla ricerca del profumo perfetto evocano ancora oggi immagini straordinarie, nonostante, ai tempi, per la prima volta mi accorsi del desiderio irresistibile di prendere le distanze da quel main charachter così rivoltante e disgustoso, tanto da comprendere il fastidio che lo stesso finiva per generare negli altri che incontrava pagina dopo pagina.
Dan Gilroy, al suo esordio dietro la macchina da presa - non proprio giovanissimo, considerata la classe cinquantanove -, è riuscito a farmi sentire per la seconda volta in quel modo con una sicurezza ed una padronanza del mezzo cinematografico spaventose, talmente salde da far dubitare non solo dell'esistenza di un concetto di fiction, ma di materializzare quello di giornalismo - ovvero cronaca dei fatti, non partecipazione - sostituendo, di fatto, con esso la magia del Cinema.
Lo sciacallo è un film profondamente odioso e disturbante, grottesco e caricaturale, forse perfino troppo facile nella cinica crudeltà di certi passaggi - i confronti tra Lou ed il suo aiutante Rick, l'ascesa dello stesso Lou -, che molto probabilmente non amerò mai e poi mai come un altro grande ritratto in notturna di L. A., Collateral, fotografato altrettanto bene eppure gelido come una scossa dritta nel cervello avendo ingoiato un boccone troppo grande di gelato, eppure a suo modo indimenticabile, rispetto alla stagione che volge al termine.
E dalla strepitosa performance di Jake Gyllenhaal - mai così bravo e diverso dalle sue incarnazioni precedenti, capace di rendere alla perfezione il lato quasi psicopatico, e non solo voyeuristico del suo personaggio, in bilico tra composta e falsa cortesia ed aggressività da predatore - a sequenze da brividi - l'inseguimento per le strade nel finale -, tutto pare ricondurre ad un'unica, terribile conclusione: Lo sciacallo non è Cinema, non è cuore, non è quella scintilla, ma resta e resterà clamorosamente grande.
Da fan del lato oscuro e da persona pronta spesso e volentieri a farsi tentare dallo stesso, onestamente non sono felice che sia così: perchè sapere che esistono pellicole come questa, in giro, e che in qualche modo finiscono per fotografare la realtà, riesce a fare paura più di qualsiasi horror.
Nello sguardo oltre la macchina di Lou che s'incrocia con quello del killer appena uscito dall'auto ribaltata c'è l'incontro di due predatori, neanche fossimo nel cuore della giungla (urbana) della vita: uno stringe una pistola, è coperto di sangue, è senza dubbio un carnivoro, ed aggredisce qualunque cosa rappresenti per lui un ostacolo, mantenendo il suo status di leone alfa; l'altro brandisce lo strumento principe della comunicazione moderna, vive tra le ombre, mangia quello che gli conviene mangiare, e quando vede un ostacolo, tiene ben salde le zampe che gli permetteranno di saltare all'ultimo secondo, da buono sciacallo.
Uno ha il cuore, pur se nero. L'altro no.
Uno scaglia fulmini e saette dalla sua arma, l'altro illumina il mondo che vuole sia mostrato al mondo per poterlo indirettamente controllare.
"Al mondo ci sono due tipi di uomini: quelli che hanno la pistola e quelli che scavano. Tu scavi.", recitava Eastwood in Il buono, il brutto, il cattivo.
Ma quello è Cinema.
Lo sciacallo è più simile a quello che troviamo quando le luci si spengono, usciamo dalla sala e veniamo vomitati nel mondo.
Niente più sogni.
Due predatori.
Chi pensate avrà vinto?




MrFord




"Straight out of hell
one of a kind
stalking his victim
don't look behind you
nightcrawler
beware the beast in black
nightcrawler
you know he's coming back
nightcrawler."
Judas Priest - "Nightcrawler" - 




 

sabato 7 luglio 2012

Special forces - Liberate l'ostaggio

Regia: Stephane Rybojad
Origine: Francia
Anno: 2011
Durata:
109'




La trama (con parole mie): Elsa, una giornalista francese sempre in prima linea per la difesa dei diritti civili al lavoro in Afganisthan, entra in conflitto con il potente capo talebano Ahmed Zaief, che finisce per ordinare il suo rapimento ed esecuzione.
Il governo di Parigi affida la perlustrazione del campo prima di un eventuale intervento agli uomini delle Forze Speciali dell'esercito, abituati a lavorare al limite in ogni zona calda del mondo, ma quando i tempi si accorciano la missione dei soldati guidati dal comandante Kovax si trasforma in un'azione di salvataggio in campo attiva, che porterà il suo manipolo di esperti a fronteggiare il piccolo esercito di Zaief, sacrificandosi affinchè la donna possa tornare sana e salva in Francia.




Lo stato di grazia del Cinema francese, che ormai è divenuto quasi una certezza, ha compiuto ufficialmente un nuovo miracolo: non molto tempo fa, infatti, quando Special forces uscì in sala, non esitai a bollarlo come l'ennesimo, dimenticabile action movie di stampo militaresco senza neppure un briciolo di quell'aura tamarra da risate e neuroni zero che sarebbe valsa una visione, dubitando fortemente che sarebbe passato prima o poi sugli schermi di casa Ford.
Complici, invece, la recente settimana di ferie ed un meno rigido approccio rispetto alle novità in sala, mi sono ritrovato piacevolmente sorpreso da questo lavoro di fiction del documentarista Rybojad, che ripesca sentimenti di grana grossa in stile Salvate il soldato Ryan limitando al massimo la componente trash che un certo tipo di pellicola porta praticamente in eredità forzata: pur non potendo contare su una produzione ad alto budget come i suoi colleghi oltreoceano, il regista francese confeziona un solido prodotto di genere in grado anche di alternare ai momenti più kitsch trovate interessanti, una buona profondità nella delineazione dei personaggi ed alcune scelte assolutamente non scontate per quanto riguarda l'evoluzione dello script.
La dimensione umana assunta dalla squadra di Kovax, contrapposta allo spirito battagliero della reporter Elsa, riesce progressivamente a limare le differenze che le due visioni del conflitto e delle problematiche di alcune aree particolarmente roventi del mondo mettono in campo quando si tratta di confrontare un pugno di granitici uomini d'azione ed una donna colta alla ricerca strenua della verità: il coraggio, filo che lega i due lati di questa dolente medaglia e muove la dedica a giornalisti e soldati al termine del film, caratterizza, pur se in modo diverso, ognuno dei protagonisti, quasi potessero, senza parlare, stabilire un legame che non avranno mai bisogno di spiegare davvero.
Interessante, inoltre, la struttura del racconto, più simile ad un survival nello stile di Centurion - con Elsa e la squadra di soldati inseguiti da Zaief e le sue milizie - che non al classico film battagliero e fracassone, impreziosita da alcune scelte per nulla scontate e coraggiose della sceneggiatura - il destino di Lucas, grande amico e braccio destro di Kovax, il confronto decisivo tra Elsa e Zaief -: non mancano, certo, gli scivoloni retorici - Elias, l'ultima recluta e cecchino del gruppo, clamorosamente simile al personaggio interpretato da Barry Pepper nel già citato Salvate il soldato Ryan, che facendo fuoco su una schiera di talebani afferma "avete paura anche voi, come me, solo che io non vi odio", la coda al finale in pieno stile Predator -, eppure il prodotto funziona, si lascia guardare ed avvince in buona misura, senza stimolare particolari riflessioni ma neppure collocandosi tra i titoli più ignoranti dell'action selvaggia.
Ennesima conferma, dunque, dello stato di salute della settima arte transalpina, che anche rispetto a titoli "bassi" come dovrebbe essere questo porta sugli schermi una qualità nettamente superiore rispetto al resto del Cinema europeo e non, avvalendosi di attori esperti nel genere - Djimon Hounsou, già protagonista dello scialbissimo Blood diamond - ma anche di volti noti al pubblico d'essai come Benoit Magimel, che si presta ottimamente al ruolo di Tic-Tac, guascone della compagine.
Neppure il monoespressivo Raz Degan risulta troppo fuori posto, pensate: e soltanto questo basterebbe ad incuriosire anche i più decisi detrattori di questo tipo di pellicola, concedendo una visione a quella che, con tutte le misure del caso, è stata certo una delle sorprese positive maggiori tra le uscite in sala di questo 2012.


MrFord


"Come down don't you resist
you have such a delicate wrist
and if I give it a twist
something to hold when I lose my breath
will I find something in that
so give me just what I need
another reason to bleed
ONE BY ONE hidden up my sleeve
ONE BY ONE hidden up my sleeve."
Foo Fighters - "All my life"-


giovedì 3 maggio 2012

The rum diary

Regia: Bruce Robinson
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 120'



La trama (con parole mie): Paul Kemp, sregolato giornalista appena giunto nella Porto Rico nei primi anni sessanta, trova lavoro presso il quotidiano che gli Usa controllano nell'ottica dell'assetto politico del periodo, reso instabile dalle tensioni tra gli Usa e il blocco sovietico.
Stretta amicizia con gli scombinati colleghi Sala e Moberg, tra un rum ed una scorribanda in macchina, l'uomo ha giusto il tempo di trovare un canale che potrebbe portarlo alla sicurezza e al denaro per poi bruciarlo prendendosi una cotta da antologia per la donna di Sanderson, eminenza grigia dell'isola le cui influenze si fanno sentire a tutti i livelli: la lotta per il suo cuore e per la libertà di stampa locale faranno da stimoli alla carriera futura del giornalista, pronto per la prima volta nella sua vita a tracciare la rotta della sua professionalità - e non solo -.




A volte capita che un film senza particolari pretese, tendenzialmente patinato, con un cast che gioca sull'ordinaria amministrazione ed una regia senza alcun picco, tratto come se non bastasse da un romanzo di un autore cult eppure privo di una sceneggiatura che possa dare anche un minimo di mordente alla storia riesca a conquistare senza, di fatto, averne alcun merito.
E' il caso di The rum diary, promosso e distribuito come una versione vintage di Paura e delirio a Las Vegas - l'autore dei romanzi è lo stesso, il mitico Hunter S. Thompson -, lontano anni luce dalla potenza di quello che vorrebbero venderci come il suo predecessore, eppure in grado di incollarmi allo schermo con lo stesso piacere che mi pervade quando vedo e rivedo fino allo sfinimento pellicole che sono considerate cult in casa Ford, pur non facendo leva su una vicenda particolarmente avvincente o ben scritta.
Non so se sia stata la crescente passione del protagonista per Amber Heard, l'ambientazione caraibica, il rum o la tendenza dei giornalisti portati sullo schermo da Depp, Michael Rispoli e Giovanni Ribisi di perdersi dentro e fuori se stessi come solo chi conosce bene l'alcool sa e può fare, o il fascino di un'epoca in cui la lotta poteva essere vissuta come un viaggio o un'esperienza, ma non ho avuto un solo istante di cedimento dall'inizio alla fine, e pur non sentendomi particolarmente coinvolto, mi sono lasciato cullare da una pellicola senza particolari pretese - del resto, Bruce Robinson resta un signor nessuno - capace comunque di trasportarmi nel pieno del periodo che fotografa, accarezzandomi con quel gusto per la siesta ed il tempo rubato al normale e quotidiano incedere dello stesso tipico del concetto di Sud che tanto mi attrae.
A rendere il tutto un cocktail ancora più piacevole da mandare giù sorso dopo sorso il confronto tra Kemp ed i suoi due antagonisti, lo scorbutico scribacchino e direttore del giornale Lotterman - un ottimo Richard Jenkins che impersona alla grande il tipico esecutore servo del potere dalle nevrosi pronunciate - e l'odioso arricchito Sanderson - un sempre efficace Aaron Eckhart -, uomo dallo stile madmeniano e dai modi spocchiosi di chi pensa che il denaro ed il potere rendano, di fatto, una persona migliore di tutte le altre: la scombinata gang formata da Depp e i suoi, di contro, si porta sulle spalle tutto lo scoordinato panesalamismo che tanto è amato qui al saloon, regalando momenti al limite del grottesco - la bistecca nel locale, l'inseguimento con l'incendio del poliziotto, il collirio allucinogeno - che sono stati, di fatto, una vera e propria pacchia per il sottoscritto.
Ma è la passione amorosa che coglie Kemp travolgendolo ad aver in qualche modo vinto ogni mia resistenza rispetto all'apprezzamento di questo film, giocata tutta nella sequenza della macchina lanciata a tutta velocità e della sfida tra lo stesso giornalista e Chenault, simbolo di un gioco di seduzione chiaro fin dal primo incontro dei due eppure funzionale ed onesto, proprio come il resto della pellicola.
Non chiedetemi, dunque, di difendere a spada tratta un film che è sicuramente un'opera minore che finirà ben presto nel dimenticatoio della maggior parte della critica e degli spettatori: in questo senso, non ho proprio nulla da dire rispetto alla resa - tecnica ed artistica - di The rum diary.
Eppure, c'è qualcosa nel suo sonnacchioso incedere cui è davvero difficile resistere: un gioco di sguardi sornione, o una sbronza che pare non averci colpiti, e dopo un buon numero di cocktail, decisi ad alzarsi per andare in bagno o cambiare locale, ci inchioda alla sedia come fosse il più potente degli incantesimi.
Un progressivo abbandono che è un massaggio da rollìo di barca e rumore di onde sul bagnasciuga, sole sulla pelle leggermente sudata di una donna che non ci basterà sfiorare con il pensiero e rum che tocca corde che non credevamo neppure più di avere.
Prima della sveglia, della lotta, della presa di una coscienza che ci porterà avanti lungo la strada, perdersi così, lentamente, è un piacere indescrivibile.
Qualcosa che, se non si appartiene a quella categoria di strambi zingari esploratori di vita, potrà sembrare inutile, insensato e privo di interesse.
Come questo film.
Fortunatamente per me, nella ciurma di quella nave destinata probabilmente a finire a fondo, sono una figura di spicco per natura.


MrFord


"I get knocked down 
but I get up again
you're never going to keep me down
Pissing the night away 
pissing the night away
He drinks a whisky drink
He drinks a vodka drink
He drinks a lager drink
He drinks a cider drink
He sings the songs that remind him 
of the good times
He sings the songs that remind him 
of the better times."
Chumbawamba - "Tub Thumping" -
 
 


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