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venerdì 1 aprile 2016

The program

Regia: Stephen Frears
Origine: UK, Francia
Anno: 2015
Durata: 103'







La trama (con parole mie): David Walsh, giornalista sportivo del Sunday Times che intervistò Armstrong ai tempi dei suoi esordi e si convinse del suo talento, nel corso del primo Tour vinto dal ciclista americano tornato alle corse dopo la battaglia vinta contro il cancro comincia a coltivare il sospetto che, dietro l'incredibile successo di quello che è destinato a diventare uno degli sportivi più famosi e rispettati al mondo in realtà si celi l'utilizzo di sostanze illecite.
Inizia così per Walsh una sorta di sotterranea battaglia con Armstrong fatta di supposizioni, articoli, sospetti e lotte legali, che pare definitivamente perduta nel momento in cui viene effettivamente riconosciuto il fatto che il vincitore di sette Tour non sia mai risultato positivo ad un controllo ed imposto un risarcimento da parte del Sunday Times ed il ritiro dello stesso Armstrong.
Al ritorno alle competizioni di quest'ultimo nel duemilanove, però, la partita si riapre.







Considerati lo stretto contatto del sottoscritto con il ciclismo - che assocerò per sempre alla figura di mio padre -, la visione del documentario The Armstrong lie e l'opinione comune, avevo davvero molta paura di affrontare in maniera equilibrata la visione di The program: il rischio, infatti, che fosse un film con un'unica direzione pronto a ritrarre il ciclista texano come una sorta di diavolo in Terra, considerato il fatto che è stato tratto dal libro inchiesta realizzato da uno dei primi e suoi più grandi detrattori - il David Walsh che è anche narratore della vicenda -, era piuttosto alto, così come probabile, in quel caso, sarebbe stata l'ipotesi delle bottigliate.
Stephen Frears, invece, pur non realizzando il film sportivo del secolo, porta sullo schermo un prodotto solido ed in grado di raccontare la vicenda che ha visto trionfare prima e dunque cadere rovinosamente uno degli sportivi più idolatrati ed idealizzati di sempre, Lance Armstrong, senza per questo indulgere nella faziosità da un lato o nella retorica dall'altro: il campione texano è riportato fedelmente per quello che è - un drogato di vittorie e di potere, a prescindere dall'assunzione di farmaci proibiti, che avrebbe fatto qualsiasi cosa per difendere la sua posizione ed il suo status, ma anche un lottatore estremo, in grado di fronteggiare il cancro ed uno scadalo che avrebbe seppellito molti altri ed uscirne tutto sommato indenne -, interpretato benissimo dal sempre troppo sottovalutato Ben Foster pronto a capitanare un cast ben assortito ed in parte, dall'ottimo Guillame Canet nel ruolo del medico italiano Michele Ferrari, per anni preparatore di Armstrong e del suo team a Jesse Plemons, quasi irriconoscibile rispetto alla seconda stagione di Fargo nel ruolo della "nemesi" di Armstrong Floyd Landis, tra i responsabili, con le loro testimonianze, della revoca delle vittorie al Tour dell'ex iridato statunitense.
Di fatto, Frears e gli autori riescono nell'intento di mostrare senza perdere troppo l'equilibrio i lati umani - in senso sia positivo che negativo - del loro protagonista e degli uomini che attorno a lui hanno ruotato in quegli anni, sfruttando l'onda del suo successo o, in alternativa, la mano pesante di un certo suo dispotismo - ottima la scelta di riportare fedelmente il faccia a faccia in corsa tra Armstrong e Simeoni, concluso con la quasi inquietante espressione dello stesso Armstrong che a favore di camera fece il gesto di chiudersi la bocca con una cerniera -: con questo The program, pur se in misura minore rispetto al già citato The Armstrong lie, è interessante notare come, a prescindere dalle colpe dell'egotico Lance, in conclusione risulti essere più forte la critica ad un sistema - quello del ciclismo - da sempre probabilmente segnato dalla questione doping che, di fatto, fino a quando continuerà a funzionare basandosi sulla spettacolarizzazione sempre maggiore dei grandi giri ed alla durezza di alcune competizioni - come il Tour -, difficilmente riuscirà a cambiare davvero strada, Armstrong squalificato a vita oppure no.
Senza dubbio, comunque, quella dell'ex sette volte trionfatore degli Champs Elysees è una vicenda clamorosamente cinematografica e vissuta al massimo dal suo protagonista: da giovane promessa pronta a gettarsi nel doping pur di colmare il gap con gli avversari che già ne facevano uso a vittima di un cancro terminale sconfitto quasi a sorpresa, dal ritorno in bicicletta ai trionfi al Tour, che mai nessuno aveva dominato in quel modo netto e perentorio, dal ritiro al secondo ritorno, dettato dall'ingordigia e dalla voglia di primeggiare sempre e comunque, che gli costò tutto quello che aveva costruito, fino alla confessione in diretta tv da Ophra - curioso, in questo senso, che con il documentario Alex Gibney decise di aprire il film proprio con l'appena citato faccia a faccia, mentre Frears sceglie, al contrario, di chiudere il suo lavoro con lo stesso passaggio - .
Probabilmente molti, nel mondo dello sport - anzi, forse quasi tutti - potranno solo sognare, nel corso di un'intera carriera, una serie di vittorie così clamorose ed una sconfitta senza appelli e su tutta la linea, eclatante quanto l'insieme di tutti i trionfi: ma del resto, doping o no, i migliori, i sopra le righe, quelli destinati a lasciare un segno, finiscono per lasciarlo.
Sempre e comunque.





MrFord





"You are the one that's creeping,
you are the one that's cheating,
but if your heart is beating,
bring it on, bring it to me."
John Newman - "Cheating" - 




mercoledì 30 marzo 2016

The Armstrong Lie

Regia: Alex Gibney
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 124'






La trama (con parole mie): nel duemilanove, alla vigilia del suo rientro nelle competizioni a quattro anni dal ritiro, Lance Armstrong, vincitore di sette Tour de France, sopravvissuto al cancro, uno dei ciclisti più amati e rappresentativi del mondo, è seguito da Alex Gibney, documentarista, che dovrebbe raccontare il suo clamoroso comeback.
Quando, però, scoppia lo scandalo doping destinato a segnare per sempre vita e carriera di Armstrong, Gibney è costretto a cambiare rotta e mettere in standby il film, che da celebrazione diviene un documento sul periodo più buio della carriera di un atleta divenuto un vero e proprio lupo cattivo agli occhi degli specialisti, degli appassionati e della stampa.
Ma Armstrong è davvero così terribile come lo si è dipinto, o è solo il volto più noto di un sistema corrotto da fin troppi anni?










Se torno con la memoria a quando ero bambino, di fatto mi pare di essere cresciuto a pane e ciclismo.
Mio padre, appassionato a questo sport fin da bambino, lo ha sempre praticato e seguito assiduamente, e tra racconti di cadute e corse di ciclocross invernali, pomeriggi estivi con lui appostato in poltrona per i tapponi più impegnativi del Tour, cadute vissute sulla pelle - quante volte ricordo la sua bicicletta riportata a casa da estranei, con mia madre ogni volta sull'orlo dell'infarto! -, la clavicola sbriciolata che mi regalò tre mesi a casa in sua compagnia ai tempi delle elementari, quando guardammo tutta la serie di Ken il guerriero insieme in tv, il periodo in cui io stesso provai a cimentarmi con la bicicletta, di fatto sento questo sport come parte di me.
Uno sport duro, fatto di sacrifici e stress fisici pazzeschi, tanto più alto è il livello della competizione.
Ricordo bene anche Lance Armstrong.
Considerato, infatti, che il mio preferito da bambino era Greg Lemond, altro illustre ciclista americano, l'arrivo di questo ragazzo del Texas, divenuto a sorpresa il più giovane campione del mondo nel novantatre a Oslo, spalancò le porte della speranza del sottoscritto di vedere una nuova promessa diventare una delle realtà più interessanti del ciclismo mondiale: in realtà il buon Lance nei primi anni di carriera conquistò giusto qualche vittoria sulle grandi gare singole, senza spiccare particolarmente, invece, nei giri, fino all'estate del novantacinque.
Pochi giorni dopo la tragica morte del compagno di squadra Fabio Casartelli a seguito di una caduta, infatti, Armstrong vinse in solitaria la diciottesima tappa puntando gli indici al cielo come nel più emozionante dei film, rimanendo impresso nella mia memoria.
Peccato che, non molto tempo dopo, gli fu diagnosticato un cancro che lo portò ad affrontare una serie di interventi che lo davano spacciato almeno al cinquanta per cento - e di nuovo pare entrare in gioco il Cinema, in particolare 50/50 - ed una chemioterapia sperimentale che misero in discussione la sua intera carriera: inutile dire che, al suo ritorno alle corse, nel novantanove, con la conseguente vittoria a sorpresa nel Tour, il mondo fu letteralmente conquistato.
Quello fu l'inizio dell'impero e della bugia di Armstrong, che sfruttando la sua indole battagliera e l'aggressività tipica dell'americano vincente, con l'aiuto di alcuni specialisti, medici e team manager, compagni compiacenti ed una fame di vittorie incontrollabile, dominò per sette anni la corsa a tappe più prestigiosa del circuito, seminando nel frattempo una lunga serie di inimicizie sia a livello personale che professionale, che gli costarono, proprio a seguito del ritorno del duemilanove, una delle cadute più rovinose della Storia dello Sport, con conseguente annullamento delle già citate sette vittorie al Tour, un'indagine federale con rischi di risarcimenti milionari e la radiazione a vita da qualsiasi competizione ciclistica.
Alex Gibney, testimone involontario di questi eventi e della prima ammissione pubblica di Armstrong di aver assunto sostanze dopanti nel corso degli anni dei suoi successi - su tutte l'EPO, ma ricordiamo anche l'utilizzo massiccio di trasfusioni di sangue per ossigenare il più possibile annullando di fatto il rischio di essere scoperti -, avvenuta nel corso di una storica intervista con Ophra, porta sullo schermo una vicenda senza dubbio a forti toni di grigio mantenendosi quanto più possibile super partes, mostrando il lato dispotico tanto quanto quello umano di un campione che ha avuto, a mio parere, più la colpa di essere il più riconoscibile di uno sport, e l'eroe di migliaia di persone nel mondo - soprattutto se si pensa alla guarigione dal cancro ed al ritorno alle competizioni professionistiche - che non quella di aver assunto sostanze dopanti.
Certo, è giusto che le regole vengano seguite e che Armstrong - come chiunque altro - sia punito una volta colto in flagrante, ma il dubbio che sia stato usato come sorta di grande capro espiatorio per un sistema corrotto praticamente da sempre - mio padre stesso raccontava di come il doping fosse presente già ai tempi delle sue corse giovanili così come ora tra gli amatori settantenni, e non parliamo in nessuno dei due casi di professionisti -, che vide e vede coinvolti praticamente ogni anno ciclisti di tutto il mondo: non voglio, con questo, giustificare il fatto, ma sentire Armstrong che afferma "io volevo vincere, e considerato che tutti facevano uso di sostanze illecite, era l'unico modo per poter essere all'altezza degli altri" non suona neppure così strano.
Perfino la pulita - a quanto affermano anche i suoi detrattori più convinti - e faticosissima terza posizione guadagnata al Tour del duemilanove - quello del rientro - vinto dal compagno di squadra Contador che venne squalificato per doping l'anno seguente pare l'esempio clamoroso di un sistema che, così com'è, non può funzionare: l'alternativa migliore per un ciclismo finalmente pulito potrebbe essere quella di rendere più a portata "umana" i grandi giri, permettendo ai corridori un recupero che non porti ed induca all'utilizzo di sostanze illecite, o la clamorosa decisione di rendere, di fatto, le stesse lecite, o quantomeno tollerate quanto sono, ad esempio, nel football americano.
Rimanendo, infatti, a questi livelli di difficoltà e di media di velocità per tappa, l'utilizzo di metodi come quelli seguiti da Armstrong e dai suoi risulterà sempre quasi "normale", seguito da medici che continueranno ad elaborare metodi per evitare i controlli e da un muro di omertà che coinvolgerà l'intero carrozzone - esemplare, in questo senso, la "lezione" data da Armstrong al ciclista italiano Filippo Simeoni -.
Di fatto, da questo documentario, esce il ritratto di un uomo ossessionato dalla vittoria e dal potere, divenuto prima il simbolo di uno sport e dunque il suo anticristo: io continuo a pensare che, etica o no, abbia pagato un prezzo perfino troppo alto principalmente perchè protagonista assoluto.
Del resto, la caduta di un re è sempre più eclatante di quella di un contadino.
E se un re fosse furbo, dovrebbe sempre pensare a come evitare che i contadini, per invidia, rancore o voglia di emergere, possano pensare ad una rivoluzione: perchè la testa più importante destinata a saltare sarà sempre e comunque la sua.




MrFord




"When it was the right time, I caught her
and she was dead in the water
I found her in her tracks
she heard me answer back
liar liar,
she's on fire
she's waiting there around the corner
just a little air, and she'll jump on ya'."
Chris Cab - "Liar liar" -





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