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lunedì 6 maggio 2019

White Russian's Bulletin



Un'altra settimana è trascorsa in questa stranissima primavera dal sapore autunnale, qui al Saloon, e come è accaduto spesso dal rientro dagli States è stata una settimana dominata in lungo e in largo dalle serie televisive, tra Game of thrones - di cui parlerò soltanto al termine della stagione -, Shameless - conto alla rovescia per l'ultimo episodio - e Gomorra, unica ad aver scritto la parola fine alla sua quarta apparizione sugli schermi. 
Per poter dunque affiancare alle gesta di Genny Savastano un prodotto simile per contenuti ma geograficamente più vicino al sottoscritto, ho deciso di occupare l'unico slot "non seriale" con Lo spietato, produzione Netflix che riporta alla Milano degli anni ottanta. 
Una settimana crime, dunque, e molto italiana. 



MrFord



GOMORRA - STAGIONE 4 (Sky, Italia, 2019)

Risultati immagini per gomorra 4


Fin dai tempi di Romanzo Criminale è noto il fascino che, anche a chilometro zero, il crime esercita su questo vecchio cowboy, cresciuto con gli affreschi di Scorsese e sempre in attesa di qualche nuova proposta che mostri il mondo "oltre il confine": Gomorra, fin dai suoi esordi, è stata un'ottima sorpresa che in casa Ford abbiamo accolto a braccia aperte, imparando ad odiare quanto a legarci ai suoi protagonisti. Al quarto giro di giostra, la produzione Sky ed il suo protagonista - l'ormai mitico Genny Savastano di Ciro Esposito - erano chiamati a colmare il vuoto lasciato dalla morte di Ciro "L'immortale" - che, come si evince dalla sequenza al termine dei titoli di coda dell'ultimo episodio, tornerà sul grande schermo con uno spin off che ne racconterà le origini, un vero e proprio prequel, intorno a fine anno -: impresa non da poco, considerato che Ciruzzo era stato in tutto e per tutto il contrappeso di Genny, da amico e da nemico.
La missione di Gomorra si può dire compiuta, nonostante una certa incertezza - che in termini narrativi ci può stare - rispetto alla ricerca di un'identità "pulita" da parte di Genny, che per tre quarti della durata della stagione potrebbe tendere a disorientare senza lasciare intravedere il sentiero tracciato dagli autori: Genny intento a lavorare sul suo sogno da imprenditore, Patrizia a Secondigliano, i Levante pronti ad irrompere nella geografia malavitosa di Napoli, Sangue Blu alle prese con i problemi interni del suo clan. Alla fine, però, tutti i nodi vengono al pettine, e accanto ad un paio di sequenze già cult  - "Dì ai tuoi fratelli che Gennaro Savastano è tornato", oppure "Ti avevo detto di non fidarti mai di nessuno, neppure di me" - si chiude una stagione amara anche se meno drammatica di altre, che di fatto afferma che, quando nasci e cresci all'interno di un certo mondo, uscirne è praticamente impossibile. E non ci sono sogni che possano competere con la dura realtà.
Specie in momenti come quello che saluta il pubblico con l'ultima immagine della stagione, che pare uscire dalla fiction e sfondare a muso duro la famosa quarta parete.
Genny è tornato. Lunga vita a Genny.






LO SPIETATO (Renato De Maria, Italia/Francia, 2019, 111')

Lo spietato Poster


A fare il milanese trapiantato e imbruttito, Scamarcio riesce molto bene. Da milanese, anche se di nascita e da spettatore, so che è sempre stato il mondo calabrese a fare la voce grossa per quel che riguarda la malavita, così come che dietro la parte "da bere" ci fosse tutto un mondo sotterraneo che di diverso rispetto alla Sicilia in mano alla Mafia aveva soltanto la capacità di restare nascosto. Un approccio che, nel corso della vita, ho tenuto io stesso. In fondo, è sempre meglio avere i problemi in tasca, piuttosto che in piazza. 
E' un bell'esperimento, questo di De Maria: in parte omaggio ad un Cinema di genere, in parte commedia, in parte dramma. Si guarda bene, accompagna, funziona. 
Ma in realtà, è guascone ed improvvisato come Santo.
Non è originale, è solo "messo giù da gara".
Per chi, come me, viene da Milano Calibro 9 e conosce bene le strade sotto la Madonnina, è un bell'omaggio, un piacevole divertissement, ma fa lo stesso effetto di Blow rispetto a Scarface.
Il plauso a Netflix e all'ex idolo delle adolescenti Scamarcio - che in questi ruoli trova la sua dimensione, nonostante appaia decisamente più vecchio di quanto non sia - va tutto, ma l'entusiasmo, forse, è stato eccessivo. 
In fondo, di storie come questa, iniziate per la gloria e finite in fuga o nel sangue, se ne sono già viste. E anche di migliori.



mercoledì 22 agosto 2018

1993 (Sky, Italia, 2017)




Ricordo abbastanza bene, considerato che ai tempi ero interessato di politica quasi meno di ora, il periodo che segnò la fine di un'epoca e l'inizio di un'altra per gli scenari italiani - o almeno così si credeva -: ricordo gli anni terribili degli attentati a Falcone e Borsellino, della paura, dell'illusione venduta e fornita ad hoc sfruttando un momento e le influenze costruite banconota dopo banconota.
Ricordo il suicidio di Gardini e qualcosa di Mani Pulite.
E penso che quella tanto attesa rivoluzione partita dall'operato di Di Pietro sia stata forse una bolla di sapone soffocata dalla comodità della televisione e di promesse altisonanti e chiaramente da vendita di fumo.
Non sarà Gomorra, Romanzo criminale o una serie in grado di cambiare davvero il panorama del piccolo schermo, ma 1993 - come il precedente 1992 - fotografa molto bene un'epoca, le sue ferite e le sue angosce, riuscendo nella non facile impresa di mescolare vicende reali a personaggi di fiction creati ad hoc per ricordare al pubblico o raccontare allo stesso cosa accadde nell'epoca di Mani Pulite: attraverso personaggi come quello del bieco Leonardo Notte - cui Stefano Accorsi, come spesso accade detestabile, presta decisamente bene il volto - o del leghista Bosco, assistiamo all'ascesa inesorabile della "Seconda Repubblica" e della silenziosa sconfitta del tentativo di alcuni uomini di sovvertire un sistema marcio ed incontrollato, finiti alle corde proprio quando il massimo esponente di quel sistema "nuovo" finì per diventare Capo del Governo.
Ma questa è un'altra storia - che probabilmente la produzione si riserva di raccontare in 1994 -: nel frattempo i pezzi vengono mossi sulla scacchiera, simboli dell'avanzamento di un morbo che non fece altro che raccogliere il testimone dei tempi del "silenzio" e trasformare gli stessi in quelli delle dichiarazioni altisonanti e sopra le righe.
Dalla mutazione dello stesso Notte fino all'epilogo della vicenda di Bibi e della sua famiglia, 1993 è come una lenta agonia che, se non fossimo già al corrente di quello che accadde, suonerebbe davvero come una sorta di marcia funebre ed uno dei titoli più pessimistici ed oscuri del panorama italiano: la carne al fuoco è tanta, forse troppa, alcune situazioni ed episodi sono appena accennati, eppure sono chiari i segni di una produzione molto curata e di buon livello almeno per quello che è il panorama nostrano, con il tentativo di presentare un lavoro maturo ed efficace anche se comunque dall'animo pop.
Rispetto alla stagione precedente molte cose cambiano e prendono direzioni estremizzate - il fratello di Bibi, ad esempio -, si ha l'impressione che il pieno potenziale della produzione non sia stato espresso, eppure, forse nel mio caso grazie alla forza dei ricordi, si resta catturati dal racconto e si finisce quasi per desiderare l'arrivo di 1994 oppure tornare con la mente agli anni in cui, in televisione, si guardava La Piovra.
E nonostante gli slogan, continuo a pensare che quello fosse un periodo oscuro e torbido, e lo penso ancora oggi, e dopo aver attraversato gli episodi di 1993, che mi hanno ricordato come e perchè ho iniziato a coltivare alcune idee politiche, o detestare profondamente un certo modo criminale per manipolare e sfruttare il potere e la gente.
Da questo punto di vista, "l'idea di Stefano Accorsi" funziona almeno quanto il suo personaggio, uno dei più viscidi che ricordi negli ultimi mesi da serial televisivi, che penso sguazzerebbe alla grande anche al seguito dei Lannister, o nella Loggia Nera di Twin Peaks: questo perchè il Male ha tanti volti, ma una sola traduzione.
Che purtroppo, spesso è più reale dei mostri che immaginiamo per cercare di tenerla lontana da noi.



MrFord




 

venerdì 16 febbraio 2018

Gorchlach - The legend of Cordelia




Uno dei guilty pleasures maggiori del sottoscritto dai tempi dell'apertura del Saloon è rappresentato senza dubbio dall'occasione di confrontarsi con i lavori di giovani registi alla ricerca di un posto al sole nel vastissimo oceano che rappresenta la settima arte.
Negli anni, pur se meno di quanto avrei voluto, diversi cineasti si sono gettati tra le fauci del sottoscritto senza temere recensioni ed interviste: tra loro ricordo bene Fabio Cento, che sei anni fa portò da queste parti l'interessante - ma ancora acerbo - Mud lounges, e che ora fa il suo ritorno con il pilota di una serie che fin dalle prime sequenze mostra non solo l'evoluzione stilistica del suo autore ed una produzione decisamente più importante rispetto all'appena citato Mud lounges, ma anche l'importanza sempre crescente delle opere indirizzate al piccolo schermo dalla qualità che pare uscita dal grande, mescolando Game of thrones a Spartacus senza dimenticare lavori come il Centurion di Neil Marshall.
I quaranta minuti che introducono lo spettatore al mondo di Gorchlach - La leggenda di Cordelia sono serrati, discretamente violenti e ben gestiti dal suo autore, e lasciano ben sperare rispetto a quanto sta accadendo nel sottobosco delle produzioni seriali italiane - un pò quello che accadde con Quella sporca sacca nera -: l'unico appunto che mi sento di fare a Fabio è di avermi ingolosito con il pilota senza avere la possibilità di proseguire la cavalcata del prodotto, dato che ora, tra Ercole, il presente legato all'archeologia ed al fantasy ed un Medioevo perfetto per l'appellativo "Secoli bui", con personaggi folli e maledizioni incombenti, la curiosità cominciava a farla senza dubbio da padrona.
Resterò sintonizzato in attesa che la vicenda dell'amuleto maledetto - ma sarà davvero così? - possa tornare a dare speranza al piccolo schermo "indie" della Terra dei cachi, per quanto muscolosa e poco radical possa sembrare quest'opera.




MrFord



 

domenica 31 maggio 2015

La trattativa

Regia: Sabina Guzzanti
Origine: Italia
Anno:
2014
Durata: 108'





La trama (con parole mie): attraverso una ricostruzione mostrata dal dietro le quinte di un teatro di posa, un gruppo di "lavoratori dello spettacolo" mette in scena il racconto delle vicende che pare siano dietro alla supposta trattativa tra Stato e Mafia volta a chiudere una volta per tutte l'epoca delle stragi che non solo costò la vita ai giudici Falcone e Borsellino ed alle loro scorte, ma anche ad una serie di vittime colpite solo perchè nel posto sbagliato al momento sbagliato o coraggiose abbastanza da affrontare la Mafia.
Un viaggio attraverso episodi fondamentali della Storia recente del Nostro Paese, dalle stragi di Capaci e Via D'Amelio all'ascesa di Forza Italia e Silvio Berlusconi, dai collaboratori di giustizia ai membri del governo, della chiesa, della massoneria e della criminalità pronti a costruire uno stato parallelo allo Stato.








Credo ci siano pochi avvenimenti che, nella Storia recente del Nostro Paese, siano stati in grado di segnare coscienze, società, animi e cultura più delle morti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: due Uomini, due eroi, due personalità che dovremmo tutti prendere a modello, e che dovrebbero essere riconosciute alla stregua dei più grandi non solo entro i nostri confini.
La loro lotta alla Mafia e la loro drammatica fine è senza dubbio da considerarsi come uno dei capitoli più oscuri della politica e del crimine in Italia, nonchè la punta dell'iceberg di un'epoca di uccisioni, attentati, massacri che ancora oggi, spesso e volentieri, purtroppo non trovano spiegazioni e colpevoli: Sabina Guzzanti, una vita nella satira, torna sul grande schermo di fatto presentandosi come una sorta di Michael Moore italiano, sfruttando il metacinema - ottima idea, tra l'altro - per raccontare, pur se a grandi linee, il percorso che condusse Cosa Nostra dall'epoca delle stragi a quella della "conciliazione", da Totò Riina a Provenzano, dalla classe politica precedente a Tangentopoli all'era di Silvio Berlusconi.
Posizioni politiche a parte, l'effetto che documenti e racconti legati ad episodi come quelli delle uccisioni di Falcone e Borsellino - che sono due simboli, ma che rappresentano decine e decine di altri martiri della lotta alla Mafia - è sempre in bilico, per il sottoscritto, tra l'indignazione e la costernazione: pensare di essere nato in un Paese - come, peraltro, si afferma nello splendido documentario In un altro paese, che consiglio vivamente - in cui una classe politica intera lotta più per insabbiare morti di persone che quello stesso Paese dovrebbero governare grazie al loro rigore morale è davvero triste, così come il fatto che la società - e dunque noi tutti - finiamo troppo spesso per essere spettatori passivi - o ancora peggio, attivi, come nel caso delle ripetute elezioni del già citato Berlusconi - di quello che è accaduto, accade e speriamo sempre meno possa accadere in futuro davanti ai nostri occhi.
La cronaca degli eventi, resa attraverso un'acuta messa in scena - davvero efficaci i siparietti a proposito dei flashback -, porta a galla anche le vicende di collaboratori di giustizia, ufficiali delle forze dell'ordine, politici e magistrati da una parte e dall'altra della barricata mai salite davvero alla ribalta delle cronache, e dal rapporto tra l'infiltrato ed il Carabiniere e l'assassino di Cosa Nostra che, nello splendido epilogo e con chissà quanti cadaveri sulla coscienza, afferma di non essersi mai ripreso dall'omicidio di Don Puglisi - raccontato anche sul grande schermo dal buon Alla luce del sole -, che, ormai moribondo ai suoi piedi, continuava a sorridere di fronte alla fine.
In questo senso lo spirito della pellicola, che mescola fiction e documenti, satira e profondo dramma sociale, è proprio quello di portare a galla il marcio ma soprattutto dare il giusto risalto, l'importanza dovuta al coraggio che è stato, è e sarà sempre il fulcro della lotta a tutti i movimenti più oscuri della nostra società, senza dubbio ben peggiori dei singoli e semplici crimini di strada, o degli errori che ogni uomo o donna può fare nel corso della sua esistenza.
Complimenti dunque alla Guzzanti, che pur non resistendo a dover inserire almeno un paio di momenti dedicati alla sua - pur divertente - imitazione e parodia di Berlusconi confeziona un prodotto sentito ed importante, che avrebbe meritato una distribuzione ed una divulgazione più massive, ed insieme al lavoro di Pif La mafia uccide solo d'estate rappresenta un altro tentativo di mostrare una delle più grandi tragedie d'Italia attraverso un piglio narrativo didattico e sentito ma non retorico o eccessivo.
Abbiamo bisogno di questi esempi.
Abbiamo bisogno dei sorrisi di Don Puglisi.
Di Falcone e Borsellino.
Di alzare la testa, e dimostrare che è un certo tempo è passato.
E che il futuro è nostro.




MrFord




"Basta alla guerra fra famiglie
fomentata dalle voglie
di una moglie colle doglie
che oggi dà la vita ai figli
e domani gliela toglie
rami spogli dalle foglie
che lei taglia come paglia
e nessuno se la piglia:
è la vigilia
di una rivoluzione
alla voce del Padrino
ma don Vito Corleone
oggi è molto più vicino:
sta seduto in Parlamento."
Frankie HI-NRG MC - "Fight da faida" - 




mercoledì 27 maggio 2015

Generazione 1000 euro

Regia: Massimo Venier
Origine: Italia
Anno: 2009
Durata:
101'




La trama (con parole mie): Matteo, matematico riciclatosi nel marketing, e Francesco, proiezionista appassionato di Cinema e playstation, sono due trentenni prede dell'attuale situazione italiana, da sempre precari e costretti ad un compromesso dietro l'altro per arrivare a fine mese.
Quando il loro coinquilino abbandona la stanza facendosi sostituire dalla cugina Beatrice, che attende di diventare una supplente, e Matteo rompe con la storica fidanzata, gli affari si complicano: a rendere la formula ancora più instabile tocca poi ad Angelica, capo dello stesso Matteo e possibile svolta della vita lavorativa di quest'ultimo.
Cosa accadrà quando si tratterà di scegliere quale strada prendere?
Vinceranno il lavoro e l'affermazione o i sentimenti?







Esistono pellicole che, siano esse novità o ancor più recuperi, immagino sia davvero difficile immaginare sugli schermi del Saloon: una di queste è senza dubbio Generazione mille euro, commedia agrodolce di qualche anno fa che ai tempi dell'uscita in sala non mi sarei sognato di vedere neppure sotto tortura caduta nel dimenticatoio dove pensavo sarebbe rimasta.
Quando, però, il buon Davidone - uno dei piccoli aiutanti di Babbo Natale che qualche mese fa abbiamo avuto come sostegno al lavoro -, venuto a conoscenza dell'esistenza del blog ed insistito affinchè recuperassi questo ed un altro titolo che per ora non svelerò - ma che, di fatto, potrebbe risultare ancora più improbabile - si è presentato un giorno con il dvd alla mano, non ho potuto resistere, con l'idea in testa che, in un periodo di volume di lavoro decisamente importante, non mi sarebbe dispiaciuto massacrare un filmetto tanto per passare una serata: e nonostante il voto e la coscienza che si tratti, di fatto, di un filmetto derivativo ed in parte quasi amatoriale, devo ammettere che la visione non è stata certamente il massacro che mi sarei aspettato, finendo per strappare qualche risata e per ricordare i ben più interessanti Santa Maradona e L'appartamento spagnolo, titoli ai quali Venier pare essersi ispirato e non poco nel corso della realizzazione di questo film.
L'ambientazione milanese ed il cast - che ha riportato sugli schermi di casa Ford il mai dimenticato Seppietta di Boris ed è riuscito nell'intento di far risultare sopportabile anche Mandelli, così come di confermare la netta vittoria di Valentina Lodovini su Carolina Crescentini, colpevole anche di mostrare mani meno brutte soltanto di quelle di Megan Fox - hanno di fatto alleggerito una serata schiacciata dalla stanchezza come pochi altri titoli di quel periodo, convincendo anche Julez e riproponendo il vecchio tema dell'amicizia virile - più in versione studentesca che altro, ma va bene anche così - e quello dei dilemmi esistenziali/sentimentali che spesso e volentieri colpiscono nei momenti in cui non si sa quale direzione potrebbe prendere la propria vita.
Per quanto, inoltre, siano passati cinque anni buoni dall'uscita di questo film, la situazione che lo stesso critica a proposito della condizione dei giovani qui nel Bel Paese non pare proprio essere cambiata, come testimoniano prodotti più recenti ma associabili a Generazione mille euro come Smetto quando voglio: la situazione, per i ragazzi appena usciti dalle superiori o dall'università, così come per i trentenni che almeno sulla carta dovrebbero già essere "avviati" è decisamente allarmante, come testimonia l'altissimo numero di precari o disoccupati in attesa di un'occasione che potrebbe non arrivare mai, o di un riscatto che, a volte, pare possibile soltanto lontano dall'Italia.
Proprio legato a questi dilemmi è il protagonista Matteo, tipico outsider con il fascino del Goonie che finisce per cedere soltanto nel finale - così come il film - alle concessioni che la commedia sentimentale fornisce al grande pubblico, riuscendo a rovinare le cose migliori che Venier e soci erano riusciti a costruire nel corso dell'ora e mezza precedente all'epilogo: un peccato, perchè la sorpresa sarebbe stata sicuramente maggiore se si fosse manifestato il coraggio di portare sullo schermo un prodotto che andasse fuori dagli schemi, e che regalasse una chiusura magari proprio in una delle città che qui al Saloon amiamo di più, Barcellona.
Ma a prescindere dalle critiche, già il fatto che la visione non si sia trasformata in un massacro rende Generazione mille euro un piccolo successo - a modo suo, sia chiaro -, finendo per accontentare il buon Davidone - che si ritroverà ad accettare un voto comunque basso - così come il sottoscritto, che nel deserto rappresentato dal Cinema italiano attuale ogni tanto è contento di ritrovarsi, seppur a malincuore, felice di essere nato e cresciuto qui.




MrFord




"Un viaggio ha senso solo senza ritorno
se non in volo
senza fermate nè confini
solo orizzonti neanche troppo lontani
io mi prenderò il mio posto
e tu seduta lì al mio fianco
mi dirai destinazione paradiso
paradiso città."
Gianluca Grignani - "Destinazione paradiso" - 




venerdì 30 maggio 2014

La mafia uccide solo d'estate

Regia: Pif
Origine: Italia
Anno: 2013
Durata: 90'





La trama (con parole mie): Arturo, un ragazzino che vive nel cuore di Palermo, attraversa le tappe fondamentali della crescita - il rapporto con i genitori, la scuola, il primo amore - sotto il segno degli omicidi che la Mafia ordinò ed eseguì nel ventennio che corse tra l'inizio degli anni settanta e dei novanta, che culminò con le stragi che portarono alla morte i giudici Falcone e Borsellino.
Il sentimento per Flora, dai banchi di scuola all'impegno lavorativo, sviluppato accanto ai sogni di una carriera giornalistica, porteranno Arturo a sfiorare e vivere sulla pelle anche una delle stagioni più sanguinose e terribili della nostra Storia, figlia di governi dal silenzio assenso e di atti barbari compiuti per le strade.
Riuscirà il ragazzo, cresciuto e pronto a non arrendersi, a raggiungere i suoi obiettivi? Il cuore di Flora ed una nuova vita a Palermo rimarranno miraggi o diverranno possibilità concrete?







Ricordo ormai vagamente, e me ne dispiaccio, la stagione del terrore del millenovecentonovantadue: ero ancora un bambino, preso dall'inizio della quasi adolescenza e dalla recita in teatro che portammo in scena con la scuola proprio alla fine di maggio, nei giorni appena precedenti la morte di uno dei più grandi eroi della Storia Italiana, Giovanni Falcone.
Non passarono neppure due mesi, e toccò al suo amico e collega Paolo Borsellino: ero in montagna con i miei e mio nonno, e l'avvenimento mi parve lontano, incredibile, cinematografico, distante anni luce da quella che era la quotidianità di un quasi tredicenne milanese.
Soltanto tempo dopo mi accorsi dell'importanza che quegli eventi e le persone che avevano perso la vita negli stessi - non dimentichiamo le scorte, come giustamente non dimentica Pif - ebbero nel panorama non solo del Bel Paese, ma internazionale.
E come, fin dai tempi di Dalla Chiesa, fossimo tutti coinvolti in quello che accadde a Palermo, in Sicilia e a Roma: gli anni del terrore furono e rimangono una ferita aperta per l'Italia, il segno di tempi che dovevano e dovranno continuare a cambiare, a partire dagli esponenti politici fino ad arrivare ai criminali di strada.
Ma non voglio perdermi in un pistolotto retorico, pensando a La mafia uccide solo d'estate: in fondo, l'ironia e l'intelligenza - e di nuovo chiamo in causa il regista - sono strumenti decisamente più utili, in alcuni casi.
Certo, l'esordio cinematografico di Pif, ex Iena ed ottimo conduttore de Il testimone, non è esente da difetti, dalla recitazione alla scelta di un ibrido tra fiction e documentario, e sfrutta in parte il ritorno emotivo dell'indignazione che ancora oggi, a distanza di vent'anni e più, si prova rispetto a tutto quello che portò ai massacri di quel periodo, dalle indicazioni di Totò Riina al silenzio assenso della classe politica - neanche fossimo tornati all'epoca di Aldo Moro -.
Eppure il lavoro di Pierfrancesco Diliberto è di quelli venuti dal cuore e dalla pancia, che qui al Saloon godranno sempre e comunque di stima, pur se non riusciti e confezionati come un qualche grande cosiddetto Capolavoro del Cinema d'autore: il mosaico che il buon Pif confeziona, a partire da una rappresentazione che mescola Ovosodo a E' stato il figlio per giungere all'inchiesta di In un altro paese - splendido documentario che raccontò proprio l'escalation che condusse alla morte di Falcone e Borsellino -, funziona e coinvolge, risvegliando anche nel pubblico non solo una certa dose di coscienza sociale e politica, ma anche e soprattutto la sensazione di appartenere ad un luogo e alla sua cultura, sia essa bagnata di sangue, oppure no.
Personalmente, non credo avrei mai avuto la forza di fare ciò che hanno fatto persone come Falcone e Borsellino: sono un individuo dedito all'istintività, e senza dubbio la mia indole è più egoista ed oscura, che non onesta e votata al sacrificio.
Eppure non posso rimanere indifferente di fronte alla forza di chi si è opposto fino alla fine ad un corso delle cose che pareva non si potesse cambiare, ed ha continuato per la sua strada: e credo che, in una situazione estrema come quelle che si sono vissute in Sicilia in quegli anni, avrei finito per essere ammazzato anche io, troppo lontano dal silenzio che certa gente - seduta in Parlamento o in un'aula di tribunale come imputata - continua a sponsorizzare.
E continuo a pensare, come racconta Pif nel finale, che sia un'importante responsabilità, quella di mostrare ai nostri figli cos'è accaduto, e dare loro gli strumenti affinchè possano, in futuro, avere la possibilità di scegliere se vivere con la bocca cucita o alzare la mano e dire la loro.
Anche a costo di pagarne il prezzo.
In fondo, è quello che facciamo anche noi tutti, qui, scrivendo ogni giorno.
E quello che hanno fatto, in misura enormemente maggiore, Falcone e Borsellino.
Gli uomini e le donne che erano al loro fianco, e quelli che li hanno preceduti.
Pif non avrà portato sullo schermo un film perfetto, ma ha trovato il modo migliore per risvegliare i miei ricordi ed i sentimenti rispetto a tante cose.
E per questo va ringraziato anche lui.



MrFord



P. S. Questo post è dedicato ad Agnese, alla quale non avrò la possibilità e la responsabilità di insegnare ad alzare la mano e dire la sua, ma che non dimenticherò - e non dimenticheremo - mai.



"Quanti giardini di aranci e limoni
balconi traboccanti di gerani
per Pasqua oppure quando ci si sposa
usiamo per lavarci
petali di rose
e le lucertole attraversano la strada
com'è diverso e uguale
il loro mondo dal mio.
Vivere più a sud
per trovare la mia stella
e i cieli e i mari
prima dov'ero."
Franco Battiato - "Giubbe rosse" -





giovedì 18 luglio 2013

Boris - Stagione 3

Produzione: FX
Origine: Italia
Anno: 2010
Episodi: 14




La trama (con parole mie): Renè Ferretti, dopo la delusione di Occhi del cuore 2 ed il progetto dedicato a Machiavelli è in dubbio se proseguire con la Rete o approdare a Milano, dalla Concorrenza, per dirigere uno show dedicato ad alcuni presunti comici emergenti.
Quando, però, il via libera gli viene dato per un nuovo serial molto realistico e di qualità chiamato Medical dimension, il regista torna a collaborare con il suo gruppo di sempre aspettandosi, però, un lavoro come non ne hanno mai realizzati.
Ma nonostante la volontà, la passione, l’impegno ed i soliti squilibri, un’ombra minacciosa incombe sull’intera operazione: e non sono i ben poco competenti sceneggiatori, il budget della casa di produzione o i disordini dei membri della troupe.
E’ qualcosa di più grande, che va dritto al cuore del sistema di questa nostra vecchia Terra dei cachi.





Dunque, anche la seconda delle due serie più importanti del panorama italiano – la prima fu, ovviamente, la meravigliosa Romanzo criminale – giunge al capolinea in casa Ford dopo aver intrattenuto, divertito, trasmesso tormentoni e regalato personaggi indimenticabili.
Ai tempi della sua uscita – quando ancora al Saloon non era passata neppure la prima stagione – ricordo che questo terzo giro di giostra di Boris creò non poche polemiche per la sua svolta decisamente più politica e, a tratti, in bilico con il grottesco ed il drammatico, sia tra gli appassionati della prima ora, sia rispetto alla critica: quello che posso dire, ora che anche da queste parti l’intero progetto è alle spalle, è che se senza dubbio è comprensibile la sensazione di “mancanza” rispetto ai primi, scanzonati episodi, appare inevitabile che il discorso iniziato dal progetto di Vendruscolo, Ciarrapico e Torre dovesse trovare soprattutto in chiusura una definizione netta del suo ruolo satirico rispetto al mondo del piccolo schermo – ma non solo – di questa Italietta figlia di nepotismi, vecchiume e trappole che ormai abbiamo ben imparato a conoscere in qualsiasi campo immaginabile – Cinema, televisione, politica, mondo del lavoro e chi più ne ha, più ne metta -.
Le vicende della troupe di Medical dimension – la fu Occhi del cuore – sono, infatti, lo specchio di un Paese allo sbando all’interno del quale tutto funziona tramite raccomandazioni, favori, strani giochi di potere ai quali è impossibile sfuggire, pena l’esclusione da ogni giro che conta – o no -: dal responsabile della Rete per Medical dimension in fuga nel momento della rivelazione della reale natura dell’operazione ai due stagisti Lorenzo – non più schiavo in quanto nipote di un senatore – e Alessandro – memorabile il suo complesso rapporto con Arianna, l’assistente alla regia, dopo la rivelazione di quest’ultima rispetto al suo essere berlusconiana – vincitori di un premio legato ad un cortometraggio che non hanno neppure finito ma che passa dalle mani del succitato zio, osserviamo il paladino Renè Ferretti – un Pannofino irresistibile come di consueto quando ricopre questo ruolo – battersi contro mulini a vento sempre più grandi fino alla clamorosa decisione della doppia puntata conclusiva, che tiene aperta la strada ad una futura ripresa del serial così come a quello che diverrà, poi, il film.
Impossibile poi non citare l’irresistibile Stanis LaRochelle di Pietro Sermonti, uno dei personaggi più geniali creati negli ultimi anni per il piccolo o grande schermo, ed il gruppo degli sceneggiatori, in perenne relax sul loro yacht a copiare serie coreane e buttare idee “a cazzo di cane”, così come le apparizioni dell’intramontabile Martellone – il suo “bucio de culo” in versione cantata è ormai un tormentone di casa Ford -, Sergio Brio – nel cuore di tutti i tifosi juventini di una certa generazione – e Paolo Sorrentino, tormentato dagli errori di persona che lo vedono associato a Garrone, Gomorra e Saviano.
In particolare, poi, ho trovato illuminanti l’episodio dedicato alle sequenze girate a casa di una vecchia signora e legato al tracollo nervoso della figura del dottor Corelli interpretato da Stanis – forse la puntata di Boris che mi ha fatto panesalamente ridere di più – e quello che segna l’inizio della fine del progetto Medical dimension, intitolato Nella rete, virato sui toni del grottesco profondo – quasi surrealista, mi verrebbe da affermare – ed esemplare nel mettere a nudo le dinamiche più bieche che regolano la vita e gli intrighi made in Terra dei cachi.
Onestamente continuo a sperare che un giorno lo studio che il delegato di rete Sergio avrebbe voluto radere al suolo “come l’undici settembre” l’ultimo giorno di riprese possa tornare ad ospitare lo strampalato gruppo di personaggi che ha reso grandi queste tre stagioni, anche perché è talmente difficile trovare proposte intelligenti ed acute nel panorama nostrano che perdere un – l’unico, ormai – riferimento come Boris rischia di segnare definitivamente l’abbandono del sottoscritto rispetto a quello che può offrire la “nostra” televisione.
E ovviamente, che un giorno il sogno di Ferretti di portare nelle case degli italiani proprio “un’altra televisione” possa essere finalmente realizzato.
Politica e pigrizia de noartri permettendo.


MrFord


"Bucio de culo, de culo bucio... Ah, ah!
Bucio de culo, de culo bucio... Ah, ah!"
Martellone - "Bucio de culo" -



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