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venerdì 16 febbraio 2018

Gorchlach - The legend of Cordelia




Uno dei guilty pleasures maggiori del sottoscritto dai tempi dell'apertura del Saloon è rappresentato senza dubbio dall'occasione di confrontarsi con i lavori di giovani registi alla ricerca di un posto al sole nel vastissimo oceano che rappresenta la settima arte.
Negli anni, pur se meno di quanto avrei voluto, diversi cineasti si sono gettati tra le fauci del sottoscritto senza temere recensioni ed interviste: tra loro ricordo bene Fabio Cento, che sei anni fa portò da queste parti l'interessante - ma ancora acerbo - Mud lounges, e che ora fa il suo ritorno con il pilota di una serie che fin dalle prime sequenze mostra non solo l'evoluzione stilistica del suo autore ed una produzione decisamente più importante rispetto all'appena citato Mud lounges, ma anche l'importanza sempre crescente delle opere indirizzate al piccolo schermo dalla qualità che pare uscita dal grande, mescolando Game of thrones a Spartacus senza dimenticare lavori come il Centurion di Neil Marshall.
I quaranta minuti che introducono lo spettatore al mondo di Gorchlach - La leggenda di Cordelia sono serrati, discretamente violenti e ben gestiti dal suo autore, e lasciano ben sperare rispetto a quanto sta accadendo nel sottobosco delle produzioni seriali italiane - un pò quello che accadde con Quella sporca sacca nera -: l'unico appunto che mi sento di fare a Fabio è di avermi ingolosito con il pilota senza avere la possibilità di proseguire la cavalcata del prodotto, dato che ora, tra Ercole, il presente legato all'archeologia ed al fantasy ed un Medioevo perfetto per l'appellativo "Secoli bui", con personaggi folli e maledizioni incombenti, la curiosità cominciava a farla senza dubbio da padrona.
Resterò sintonizzato in attesa che la vicenda dell'amuleto maledetto - ma sarà davvero così? - possa tornare a dare speranza al piccolo schermo "indie" della Terra dei cachi, per quanto muscolosa e poco radical possa sembrare quest'opera.




MrFord



 

lunedì 24 luglio 2017

Mommy (Xavier Dolan, Canada, 2014, 139')





Si può dire che Mommy, in un certo senso, rappresentasse in qualche modo la Moby Dick di Dolan, giovanissimo e fenomenale regista incensato dalla critica di tutto il mondo, e la mia come spettatore dei suoi lavori, quando tempo fa ho dato inizio al recupero della sua filmografia in ordine cronologico.
Se, dunque, potevo aver paura in una certa misura di approcciare il suo lavoro al principio, Mommy rappresentava quella stessa paura nella sua versione più mostruosa e titanica, considerato il suo status sin dai tempi dell’uscita in sala ed ai riconoscimenti a Cannes.
Dunque, considerato tutto, devo togliermi questo peso dal cuore: Mommy è un film strepitoso, realizzato con un talento visivo pazzesco, emotivamente d’impatto, come sempre per i lavori del giovane Xavier costruito in modo sublime attorno alla Musica – la scena cult sulle note di Wonderwall, ma anche i passaggi su Colorblind dei Counting Crows o Celine Dion sono da brividi -, destinato a rappresentare uno standard difficilmente superabile dai cineasti delle prossime generazioni, iniziato prendendosi il tempo e chiuso in modo pazzesco, quasi fosse una versione del Nuovo Millennio del fu I 400 colpi.
Eppure, lo ammetto, non è e non sarà il preferito, il film del cuore di Dolan, per quanto mi riguarda.
Forse, il fatto di esserci arrivato un gradino alla volta, ed avendo visto a breve distanza anche i quattro film precedenti del ragazzo, ha tolto in parte l’entusiasmo che una visione così sconvolgente provocherebbe a mente sgombra, senza sapere che Mommy è in realtà il culmine di un percorso iniziato con J'ai tuè ma mere, proseguito con Les amours imaginaires, LawrenceAnyways e Tom a la ferme.
In Mommy tutti i temi cari al regista canadese trovano forma e perfezione – forse perfino troppa -, e così come fu per quello che io considero il Maestro dei Maestri – il signor Kubrick, per intenderci – quello che è oggettivamente il suo film migliore ha finito per segnarmi dentro in misura minore rispetto ad altri meno potenti e perfetti ma più spontanei.
Certo, sto fancendo le pulci a quello che, con ogni probabilità sarà ricordato come uno dei film simbolo di questa seconda decina degli Anni Zero, dall’uso del formato – che potrà apparire un po’ pretenzioso, ma che risulta perfetto se applicato alle emozioni dei personaggi – ad un protagonista sopra le righe, rabbioso e commovente, un “rebel without a cause” che raccoglie il testimone dei Jimmy Dean e lo porta ad un livello ancora più alto, alimentando il fuoco di quello che è uno dei rapporti più complicati e profondi che ognuno di noi vive nel corso dell’intera esistenza: quello con la propria madre.
I conflitti, i momenti d’amore e confidenza, la sensazione di dipendenza ed allo stesso modo la necessità del distacco, l’escalation di un legame che finisce per influenzare chiunque in positivo come in negativo, nella formazione e nella crescita, in amore ed una volta ritrovatisi genitori: il rapporto di Steve con Die è senza dubbio uno dei più intensi e complessi passati sul grande schermo, erede della tradizione che va da Psyco a Tutto su mia madre, ed indaga senza snaturare nulla, dagli insulti agli abbracci, dalla posizione egoistica di Die a quella di Steve, dai piccoli gesti di generosità di una e dell’altro in un mare in tempesta come è giusto che la vita sia.
In un certo senso, Mommy è un film di guerra, il fratello maggiore e cresciuto di J'ai tuè ma mere, la lotta di due entità indivisibili che iniziano la loro esistenza insieme, in simbiosi, la proseguono in battaglie alternate da periodi di pace vissuti con trasporto e tornano a combattersi pur sapendo che fughe, tradimenti, ferite e lacrime non potranno mai intaccare il nodo che tiene insieme i reciproci cuori.
Come ogni guerra che si rispetti, non ci sono veri vincitori, né vinti.
E forse, solo un ultimo salto potrà liberare davvero tutti.
E portarli dove nessun muro, interno ed esterno, potrà più separare quegli stessi cuori.




MrFord




 

mercoledì 19 luglio 2017

Laurence anyways (Xavier Dolan, Canada/Francia, 2012, 168')




Nel corso di questo personale recupero della filmografia di Xavier Dolan mi è capitato di ripensare ai commenti decisamente prevenuti lasciati in altri blog nel corso di questi anni così come a quanto sia stato curioso ignorare il giovane canadese per timore e poca voglia ed energie mentali per poi recuperare i suoi lavori nell'arco di poco più di un mese: ed è capitato di pensare a quanto sia bello, a volte, essere smentiti.
Laurence anyways, a mio parere e fino a questo momento, è in qualche modo il titolo più debole della filmografia del regista: troppo lungo e dilatato, clamorosamente bello e lirico in alcune sequenze ed assolutamente insistito e posticcio in altre.
Ma poco importa.
Perchè Dolan si fa amare ugualmente, anche quando un suo lavoro - e parliamo di qualcuno che, ai tempi dell'uscita di questo film, aveva ventiquattro anni scarsi - riesce soltanto ad essere imperfetto e tra il discreto ed il quasi buono, piuttosto che una vera e propria bomba.
Perchè Dolan, in barba all'età e neanche fosse il vampiro di una qualsiasi intervista, mostra la sensibilità di una persona che conosce i sentimenti e la vita ben oltre quello che si potrebbe conoscere nel periodo dell'esistenza in cui lui scrisse e diresse questo lavoro.
Laurence anyways, infatti, e come fino ad ora ogni pellicola firmata dal cineasta, a prescindere dalle tematiche legate alla sessualità ed all'importanza della diversità e dell'identità che ci definisce - protagonista di una delle sequenze più clamorose che abbia visto negli ultimi mesi, quella del momento "di gloria" di Laurence dopo la prima lezione a scuola vestito da donna, che ancora una volta dimostra che, Tarantino e Wong Kar Wai esclusi, il giovane Xavier è il più grande regista vivente a saper unire immagini e colonna sonora - è la cronaca di una storia d'amore portata sullo schermo con la passione di un ventenne e la consapevolezza di chi potrebbe avere sessant'anni oppure trecento, in grado di definire le stagioni dell'esistenza e dell'amore stesso con partecipazione e distacco ad un tempo.
Pensare che a produrre tutto questo - e le mie parole sono solo la punta di un enorme iceberg, in questo senso è assolutamente evocativa e potente a recensione di Caden - sia stato qualcuno che era - ed è, a conti fatti - poco più che un ragazzo è clamoroso ed incredibile, nonchè specchio di un talento di quelli destinati a segnare un'epoca, che magari ad oggi non avrà ancora realizzato il suo vero Capolavoro - anche se, nel momento in cui scrivo, non ho ancora terminato il mio percorso di scoperta - ma che è senza dubbio destinato a diventare un riferimento non solo per gli spettatori o per chiunque si trovi travolto - ed è letteralmente così - dai suoi lavori, ma anche per un'epoca priva o quasi di riferimenti che saranno i Maestri del futuro.
La diversità, intellettuale e sessuale, che difende a spada tratta Dolan, probabilmente ben conscio dei limiti di una società comunque ben più elastica di quella vissuta dai suoi protagonisti in questo film, e che riesce ad unire il background dei cult del Vecchio Continente e dei mostri sacri asiatici all'irruenza del nuovo, sono i cardini di una pellicola che metterà alla prova gran parte del pubblico ma che, una volta conclusa, non potrà lasciare altro, nel bene o nel male, che bellezza.
Perchè quando si vive se stessi e chi ci sta intorno così a fondo, anche quando le cose finiscono per andare male e trasformarsi in autunno - si veda il dialogo nel locale, molto simile per tematiche a quello delle protagoniste dell'indimenticabile Vita di Adele, e la strepitosa scena a seguito dello stesso -, non si può che considerare che la salvezza stia proprio lì.
Nella nostra unicità, diversità, vita senza confini.
Nella bellezza.
Poco importano nomi e cognomi.
Ci siamo noi.
E basta.
Anyways.




MrFord




 

martedì 18 luglio 2017

Les amours imaginaires (Xavier Dolan, Canada, 2010, 101')




Sono davvero contento che Les amours imaginaires sia stato il secondo lavoro del giovane fenomeno Xavier Dolan, e di stare seguendo il suo percorso artistico cronologicamente, colmando una lacuna che cominciava a farsi davvero troppo pesante: perchè se fosse stato il primo, senza dubbio io e lui saremmo partiti con il piede sbagliato.
Non che si tratti di un film deludente, o brutto, o talmente radical da solleticare le peggiori bottigliate del sottoscritto, ma senza dubbio, alle spalle il fulminante esordio di J'ai tué ma mére, tutto emozioni e nessuna spocchia, probabilmente a seguito dei primi riconoscimenti, il "Prescelto" della settima arte cede in questa sede almeno in parte al desiderio ed alla voglia di mostrare e mostrarsi prima che all'esigenza di raccontare una storia, un sentimento, uno stato d'animo.
In Les amours imaginaires, infatti, oltre ad una grande cultura cinematografica ed echi che fanno pensare ad Almodovar e Wong Kar Wai, scene musicate che farebbero invidia a Tarantino - ed allo stesso Wong - ed una riflessione sui triangoli d'amore e sull'amore non corrisposto senza dubbio profonda e coinvolgente, si nota un certo autocompiacimento del quale era privo l'esordio del canadese, che non inficia il risultato finale in termini tecnici e cinematografici ma, senza dubbio, almeno ai miei occhi, mostra il fianco ad una critica che non ero riuscito neppure ad immaginare con la pellicola precedente.
Una cosa buona, sotto molti punti di vista, considerato che parliamo di un regista spaventosamente giovane e con margini di miglioramento ancora enormi, e che nonostante non mi abbia convinto agli stessi esaltanti livelli del lavoro precedente alimenta comunque l'hype rispetto alla cavalcata che mi sono prefissato di compiere rispetto alla sua opera grazie ad un approccio che non mi aspettavo, legato a doppio filo all'amore ed al modo di vivere lo stesso ed alle figure che, maggiormente, lo influenzano nel corso della nostra vita.
E' interessante notare, rispetto a Les amours imaginaires, quanto i suoi protagonisti, per quanto odiosi e poco sopportabili nel loro battagliarsi per un amore non corrisposto, abbiano suscitato più la mia tenerezza che non un'incazzatura, quasi fossero figli adolescenti cui dare una pacca sulla spalla ed augurarsi si facciano meno male possibile, e che le sequenze - tutte splendide, occorre ammetterlo - giostrate e girate con l'ossatura della Bang bang di Nancy Sinatra riproposta in italiano da Dalida sono risultate ipnotiche anche per i Fordini, colpiti sia dal brano - ballo selvaggio di lei, domande sul significato del "bang bang" di lui - che dalle immagini, quasi danze di colori sullo schermo per uno di quei film "di papà" a proposito dei quali non si fanno troppe riflessioni, neppure "ma è buono o cattivo?", tipico interrogativo di questi tempi di AleLeo.
Ad ogni modo, Dolan può anche aver compiuto un leggero passo indietro, ma resta come uno di quegli allievi eccezionalmente talentuosi che un insegnante che si rispetti ha quasi il dovere di tartassare in modo che possano davvero tirare fuori tutto il mondo che hanno dentro: non posso pensare o presumere di essere suo insegnante - non saprei girare una sola scena con questo stile, e forse girarla in generale -, ma in qualità di fratello maggiore, mi riservo di marcarlo stretto e, se necessario, picchiare duro in modo che tutto possa davvero uscire fuori ed esplodere.
Tutto, ma proprio tutto l'amore - per il Cinema e per l'Amore - che il giovane Xavier mostra di avere.
Soprattutto quello non immaginario.




MrFord




lunedì 17 luglio 2017

J'ai tué ma mère (Xavier Dolan, Canada, 2009, 96')




Per uno che mangia pane e Cinema tutti i giorni come il sottoscritto, considerata la sua fama soprattutto rispetto agli appassionati, pare assurdo pensare che non avessi mai visto un solo film firmato da Xavier Dolan: un fenomeno a detta praticamente di tutti, un giovane talento pronto a ribaltare il mondo della settima arte, qualcuno con il potere di fare la differenza come capita un paio di volte ogni cinquantennio, e che a vent'anni si ritrova a suo agio con la macchina da presa come ne avesse cinquanta.
Quello che, per citarne uno non proprio da poco, fu Orson Welles.
Grazie ad un regalo apprezzatissimo ricevuto da Julez, un cofanetto che racchiude i primi film firmati dal giovane cineasta, ho deciso di iniziare finalmente un percorso cronologico mettendo da parte la paura di restare deluso dalla fama che precedeva il ragazzo e di essere troppo duro nel giudicarlo: ad accogliermi, dunque, nel mondo e nell'arte di Dolan, è stato J'ai tué ma mère, non solo diretto, ma anche scritto ed interpretato dal nativo di Montreal.
"Tu non puoi morire, Narciso, senza una Madre: senza Madre non si può amare, senza Madre non si può morire": recita più o meno così uno dei passaggi conclusivi di Narciso e Boccadoro, uno dei romanzi più importanti della mia formazione umana e letteraria.
Del resto, a prescindere da quanto accadrà dopo, alle nostre Madri dobbiamo la vita, senza dubbio in gran parte, e soltanto per questo dovremmo amarle incondizionatamente qualsiasi cosa accada.
Ognuno di noi, però, è ben cosciente di essere umano, e dunque non necessariamente simile a chi ci ha dati alla luce e cresciuti.
Se penso a mia madre, che ancora oggi combatte per nascondere le parti più intime di se stessa o mostrarsi sempre e comunque provocatoria e dura a tutti i costi, che è astemia, penso non abbia letto - al pari di mio padre e mio fratello, del resto - niente di mio a parte qualche recensione, critica il fatto che la superficie del mio corpo dedicata ai tatuaggi sia sempre maggiore o che quando mi chiede un regalo la mia risposta sia sempre riferita ad alcool, film o inchiostro sulla pelle, vedo una persona che ha permesso a me di essere come sono oggi anche quando, come spesso capita in questi casi, si pensa a quanta differenza ci sia tra la Famiglia che si sceglie di costruire e quella che vive nel nostro sangue, e che Dolan descrive alla grande quando afferma "se qualcuno facesse male a mia madre penso che lo ucciderei, anche se lei è quanto di più diverso da me possa esistere".
E vivendo sulla pelle le immagini di questo film, ho pensato a quanto sarebbe bello se, un giorno, il Fordino e Julez potessero godere di questo film insieme, gioie e soprattutto dolori.
Perchè quella tra i figli e le madri - come tra le figlie ed i padri - è una lotta ancestrale che prescinde e segna molti dei legami che le nuove generazioni costruiranno per le loro vite: io stesso lo vedo e vivo quando guardo mio fratello, molto più simile a nostra madre - alcool a parte - di me, che sono decisamente più vicino a nostro padre, e lo noto di riflesso nelle vicende che legano Julez, sua madre ed i suoi tre cugini, la cui storia potrebbe valere un film e che, un giorno, senza dubbio uscirà in qualche racconto di vita vissuta attraverso una visione ed un post.
Quello che posso dire, però, a parte tutto questo, è che il film di Dolan è assolutamente straordinario.
E' figlio di una grande cultura cinematografica - soprattutto europea -, di un enorme talento - che non appare mai, nonostante la collocazione, spocchioso -, di un bisogno impellente di raccontare una serie di emozioni incontrollabili, se lasciate dentro.
E' un film che, senza fronzoli, movimenti di macchina o pipponi di vario genere, è riuscito a lasciarmi senza parole, e che in almeno due sequenze ha rischiato di portarsi via, con le lacrime, un pezzo di cuore: "Se io dovessi morire oggi, mamma, cosa faresti?", chiede il giovane protagonista all'amata e soprattutto odiata genitrice.
"Morirei domani".
A vent'anni, credo sia un'impresa quasi impossibile riuscire a convogliare la rabbia fremente dell'adolescenza e la rassegnata consapevolezza dell'età adulta.
Eppure, Dolan ci è riuscito.
Mi aspettavo un ragazzino troppo osannato dalla critica, ed ho scoperto un giovane narratore mosso da quello che, per me, è il cuore di qualsiasi Arte: il bisogno di raccontare. La necessità di raccontare.
Se questo è il primo Dolan, si potrebbe quasi affermare che ha fatto più lui con un film che molti registi in una carriera.
E se questo è Dolan, non solo ne vorrò di più.
Ma ancora, ed ancora.
Perchè questa è la vita che sento, di cui voglio godere, per la quale voglio soffrire e gioire fino all'ultimo secondo.
Questo è il Cinema.
E da oggi, per me, ha un nuovo volto.




MrFord




 

domenica 18 dicembre 2016

Intervista ad Antonio Lobusto

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MrFord: ciao Antonio, è tradizione del Saloon che gli intervistati rispondano per prima cosa ad una domanda alcoolica: quali sono i tuoi drinks preferiti? Cosa ordini nel momento in cui approcci un bancone come questo?  
Antonio Lobusto: prima di iniziare voglio ringraziarti  per lo spazio che stai offrendo a me e i miei lavori. Mi voglio complimentare con te per l’originalità del tuo blog. Davvero molto interessante.
Sinceramente  non vado pazzo per gli alcolici. Credo di aver bevuto qualche cocktail e un cicchetto di Rum in tutta la mia vita.
Normalmente ordino della birra, ma all’interno  del tuo ambiente potrei optare per qualcosa di più forte.


Ford: archiviate le fondamentali questioni alcoliche, ecco una domanda clamorosamente convenzionale: parlaci di te, del percorso che hai compiuto per giungere a Le formiche della città morta, di come è nata la passione per il Cinema. 
Lobusto: sin da piccolo passavo la maggior parte del tempo a guardare film, e in qualche  modo, dopo, mi piaceva ritrattare quelle scene e quelle storie nel mio piccolo angolo immaginario. In tutti questi anni non ho frequentato corsi o scuole di cinema. Credo che la mia formazione sia progredita fino ad oggi grazie all’interesse per il cinema, e solo negli ultimi 5 anni ho imparato a sviluppare una mia sfera critica riguardo a tale materia. Essenzialmente, mi considero un autodidatta del campo  anche se la base creativa è nata  dalla mia passione per la scrittura creativa, iniziando proprio dalla stesura di alcuni soggetti e sceneggiature.

Ford:
parlando di Cinema e di realtà italiana, come vedi la situazione attuale per i registi in cerca di un futuro in quest'ambito? Nello specifico, pensi che ci siano prospettive per campare di settima arte ad un livello più underground, oppure no?
Lobusto: io penso che il cinema italiano si stia risollevando  dopo anni di  “letargo”, nello specifico, parlo di innovazione e di sviluppo di progetti ambiziosi. In primavera abbiamo assistito  a un punto di svolta con titoli che hanno fatto davvero scalpore come l’inaspettato e sorprendente “Lo chiamavane Jeeg Robot” (il primo lungometraggio) di Gabriele Mainetti, che ho avuto anche la fortuna di conoscere; “Perfetti sconosciuti” dai canoni teatrali ed emozionali ,senza dimenticare l’avvincente e adrenalinico “Veloce come il vento”. Questi sono segnali importanti e mi auguro sia solo l’inizio di una grande rinascita per il cinema nostrano.  Il cinema undeground , al momento, nel nostro paese , rimane un genere di nicchia, abbastanza particolare ed esclusivo.  Io personalmente lo preferisco e amo “sperimentare”. Il cinema ha bisogno di rinnovarsi, e credo che debba farlo partendo da questo genere.

Ford: come sei arrivato alla creazione di A bag e Remind? Raccontaci il percorso, la realizzazione, qualche aneddoto più o meno curioso sulla loro realizzazione.
Lobusto: inizio da “ A BAG” , il primo cortometraggio che ho realizzato. Premetto che già anni fa, avevo intenzione di girare uno “short” ma non riuscivo a trovare la giusta idea. Sinceramente ebbi molte idee prima ancora di scrivere il suo script, ma queste erano fin troppo “buone” e ambiziose per quel che doveva essere il mio primo passo.  L’idea più semplice e più arguta  prese forma dopo la visione di “Following” (il primo lungometraggio di Nolan).  Per questo progetto chiamai Sante Diomede, Antonio Chiarelli, che sarebbero stati i personaggi principali;  e Graziano Accoto ,come direttore della fotografia e operatore del cortometraggio. La realizzazione è durata un pomeriggio, sfruttando fino all’ultima luce prima del crepuscolo, di un sabato di Febbraio. A parte il vento fastidioso, questa “primo” esordio non è andato male.  Circa 4 mesi dopo riunì quasi gli stessi con l’aggiunta di  Chiara Sansone , la quale  doveva interpretare uno dei personaggi centrali di questo nuovo progetto, che poi sarebbe diventato “REMIND”. È stato fantastico assaggiare i momenti più intimi del mare e tutte le sue sfumature.  Queste esperienze mi hanno insegnato molto, sia dal lato tecnico sia dal lato umano. Quando mi trovo sul set, cerco sempre di immedesimarmi in quelle storie e trasmettere il tutto agli interpreti, con la miglior semplicità di questo mondo.

Ford: la cosa che mi ha maggiormente colpito, scelta del "muto" a parte, è stata il ruolo centrale della camminata, dell'inseguirsi: cosa ti ha portato lungo questa strada?
Lobusto: uno dei miei tanti obiettivi, era quello di realizzare qualcosa di particolare e d’inaspettato attraverso un gioco di sguardi e dinamismo. “L’inseguirsi” e la distanza , senza un’interazione “diretta” , sono state scelte intenzionali quanto funzionali.
Il muto è stato un limite di produzione anche se  in seguito si è rivelato abbastanza utile per alzare il livello della suspence.


Ford:
come gestisci il rapporto con gli attori ed i tecnici? C'è una fase della realizzazione che non sopporti, o una che, invece, ti fa sentire come a casa?
Lobusto: gli attori e i tecnici sono stati sin da subito molto disponibili, e in seguito, si sono rivelati all’altezza della situazione.  Oltre alla disponibilità  ed alla pazienza, mi ha colpito molto l’impegno  professionale che hanno impiegato  nel corso delle riprese. Sinceramente preferisco le fasi  di sviluppo-lavorazione anziché quelle di post-produzione.
  Ford: i due corti non sono propriamente da "pensiero positivo": sei più il tipo da bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto?
Lobusto: mi reputo più un tipo da bicchiere mezzo vuoto. Preferisco sfruttare la sofferenza e tutta la gamma delle sensazioni negative o almeno quelle meno ottimistiche per creare qualcosa di veramente profondo ed emozionante. 

Ford: immagina di avere a disposizione un budget illimitato: che film vorresti realizzare? E quali attori sceglieresti come protagonisti?
Lobusto: domanda interessante. Se avessi a disposizione un budget illimitato, realizzerei  un solo tipo di film: quello capace di far provare dei brividi allo spettatore, per tutta la sua durata. Sarebbe bello. Ovviamente la sua fattibilità dipende dall’impiego delle migliori risorse, anche se, francamente, credo che in alcune circostanze, si possa realizzare un gran film anche con budget limitato. Passando agli attori, tra gli stranieri mi piacerebbe lavorare con Leonardo Di Caprio, Christian Bale, Edward Norton, Emma Stone e Nicole Kidman; mentre per gli italiani, sceglierei Pierfrancesco Favino, Elio Germano, Sergio Castellitto e Luca Marinelli. Tra le donne punterei sulla bella Valentina Lodovini e l’intrigante Greta Scarano.

 

Ford: chiudo con un'altra domanda ormai di rito del Saloon: un film italiano, uno straniero ed uno che associ a A bag e Remind che porteresti con te su un'isola deserta o in un bunker per proteggerlo dalla fine del mondo conosciuto.
Lobusto: questa è la domanda più difficile dell’intervista: in realtà ci sarebbero tanti film che porterei con me, ma se proprio devo scegliere
Film straniero: BLADE RUNNER
Film italiano:  NUOVO CINEMA PARADISO
Associati a Bag / Remind:   FOLLOWING/ MEMENTO


 
*Vorrei aggiungere che questi cortometraggi debbano identificarsi non solo attraverso il mio nome, ma anche con quelli di : SANTE DIOMEDE, ANTONIO CHIARELLI, GRAZIANO ACCOTO e CHIARA SANSONE perché senza di loro tutto questo non sarebbe stato possibile.

Grazie James, è stato un piacere rispondere alle tue domande.

A presto e buon lavoro!


A Bag & Remind (Antonio Lobusto, Italia, 2016, 7' & 13')

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Fin dai primi anni di esistenza del Saloon, ho sempre tenuto in grande considerazione la possibilità di mostrare, attraverso il blog, i lavori ed i tentativi di giovani registi di emergere in un ambiente sicuramente non facile, soprattutto se lontani dai riflettori: per un certo periodo ho addirittura accarezzato l'idea di una sorta di rubrica settimanale che dedicasse una recensione ed un'intervista ad una "nuova proposta", ma la assoluta non regolarità di contatti con i possibili registi del domani ha portato all'attuale schema del "quando posso, posto": ad entrare a far parte di questo "spazio non spazio", oggi, è Antonio Lobusto, pugliese classe novantuno, che si presenta agli avventori del Saloon con due corti, A bag e Remind, che portano sullo schermo alcune tematiche e linee guida comuni e, senza dubbio, una parte della ricerca che il loro autore probabilmente sta intraprendendo attraverso il Cinema.
Il primo, A bag, breve e molto interessante a livello di idee, è forse più acerbo nella messa in scena e nella resa del secondo, Remind, che cela un passato da grande amante del Cinema espressionista da parte del buon Antonio, che ha come prima cosa il coraggio di realizzare, nel duemilasedici, due lavori di fatto "muti", in barba alla visibilità maggiore che darebbero, probabilmente, prodotti più facili e digeribili anche dall'utente casuale che vagabonda senza meta su Youtube.
Dunque, dal misterioso inseguimento di A bag all'intensità emotiva di Remind, sono stato contento di concedere spazio a questo ragazzo, nella speranza che questi possano essere i primi passi di una carriera che, senza dubbio, non sarà facile da guadagnare e mantenere: i margini di miglioramento, così come i difetti, ci sono tutti, ma a prescindere da tecnica, artigianalità o produzioni dai mezzi limitati, non mancano le idee, che sono il motore di qualsiasi tentativo artistico si possa pensare di intraprendere indipendentemente dal campo in cui ci si cimenta.
Per quanto mi riguarda, la preferenza va per Remind, e sarei curioso di scoprire se la poetica dei "camminatori" che accomuna i due corti potrebbe essere protagonista anche di un lungometraggio, ovviamente supportata da una trama solida e robusta che possa permettere, chissà, anche il rischio di un altro lavoro affidato a musica ed immagini e privo di un effettivo parlato.
In attesa dell'intervista ad Antonio, che seguirà di qualche ora questo post, non posso che lasciare siano i suoi due corti a "parlare" - curioso un riferimento di questo genere, considerato il silenzio di cui ho appena scritto -, a mostrare il volto di un altro ragazzo in cerca di una strada per il Cinema in questo nostro complicato - artisticamente e non solo - Paese e, soprattutto, le sue storie.




MrFord




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venerdì 29 maggio 2015

A girl walks home alone at night

Regia: Ana Lily Amirpour
Origine: USA, Iran
Anno:
2014
Durata:
101'






La trama (con parole mie): per le strade desolate e certo non sicure di Bad City, in Iran, una comunità di disadattati, criminali, senzatetto, dipendenti dalle droghe e vagabondi cerca, giorno dopo giorno, di trovare la propria dimensione e sfidare la sopravvivenza.
Quando una ragazza decide di scoprire quali saranno i suoi passi proprio in quei luoghi, si troverà ad affrontare ed incrociare le vicende degli abitanti, senza che gli stessi sappiano, se non troppo tardi, della sua natura vampirica: ed in bilico tra la morte, il castigo, la libertà, l'amore e la scoperta - di se stessi e degli altri - tutto finirà per cambiare ad ogni incontro.
Dove porterà, dunque, il suo peregrinare?
Cosa nascondono le ombre della ricerca, del desiderio di trovare la persona in grado di cambiare il percorso del viaggio?
Neppure il sangue e la notte pare possano conoscere la verità.










Dai tempi in cui il Saloon ha aperto i battenti, spesso e volentieri è capitato che alcuni titoli, purtroppo non distribuiti in Italia, assurgessero a cult a seguito del tam tam che proprio la rete garantiva, un blog dopo l'altro, ed una recensione dopo l'altra: da Enter the void a Dogtooth, passando per Mud, spesso e volentieri mi sono trovato a sperimentare sulla pelle il fascino di titoli che, se non avessi avuto un blog o una finestra sul mondo del Cinema filtrato dalla realtà che qui costruiamo ogni giorno, non avrei mai potuto apprezzare e vivere.
Uno degli ultimi in ordine di tempo è stato questo interessante A girl walks home alone at night, prodotto dal sapore molto americano - pur se alternativo - per quanto realizzato da una regista espressione della nuova gioventù mediorientale in fermento, che con il suo carattere forte e le influenze mostra i lati positivi e negativi che una volontà ed un desiderio come questi portano in dote.
Perchè questo affascinante film, che mostra pregi come inventiva, una fotografia mozzafiato, una colonna sonora da urlo, il farsi sfruttato non come una lingua antica, bensì come una parte del mosaico moderno della condivisione culturale, risulta anche estremamente derivativo - fin troppo -: da Tarantino a Sergio Leone e lo Spaghetti Western - bellissimi i titoli di testa, a tal proposito -, passando per riferimenti a The Addiction di Abel Ferrara, Point Break, il Cinema espressionista, tutto pare frutto del lavoro di una studentessa brillante ancora incapace, però, di trovare una propria personalità all'interno dell'oceano di ispirazioni ed informazioni che rappresenta la settima arte.
Come se non bastasse, e nonostante gli spunti notevoli, le sequenze memorabili ed il setting senza dubbio ipnotico, A girl walks home alone at night mi è parso difettare notevolmente in termini di ritmo, portando a tratti sullo schermo quella pesantezza tipica dei prodotti autoriali privi di spessore che finiscono per risultare indigesti e decisamente sopravvalutati - un esempio su tutti, il terribile Under the skin -, finendo, in termini di pellicole ad ispirazione vampirica, per essere associato più al mediocre Solo gli amanti sopravvivono che non al già citato - e notevole - The addiction.
Eppure, a differenza di molti lavori che nel corso degli anni mi è capitato di bottigliare in questa sede, quello di Ana Lily Amirpour risulta animato dallo spirito e dalla passione di una regista che dimostra di avere gusto, carattere ed idee, oltre ad una visione ben precisa ed assolutamente critica di quello che accade nella sua terra d'origine, sfruttando l'insieme di questi fattori per confezionare un racconto profondamente di genere in grado, comunque, di portare a galla critiche sociali importanti ed attuali.
Senza dubbio non si tratta di un prodotto in grado di giungere ad ogni tipo di pubblico, o di superare la barriera a volte limitante del Cinema d'essai, eppure ho avuto l'impressione - o forse, più l'idea di una scommessa - che sentiremo ancora parlare di questa ragazzaccia che, con ogni probabilità, si vede come una nomade per le strade del mondo e della settima arte almeno quanto la sua vampira, e che, potrebbe essere, una volta o l'altra potrà davvero trovare quello che cerca.
Sempre come la protagonista.
Quello che possiamo sperare, come spettatori e "critici", o meglio ancora come viaggiatori che ogni giorno possono incrociare il cammino di un gatto o di una succhiasangue, di vite invisibili o buttate ed altre profondamente godute, è sperare che tutto vada per il meglio, e che Ana Lily non si perda per le strade di un mondo che ha appena iniziato ad esplorare oltre una realtà che, senza dubbio, le stava troppo stretta.




MrFord




"Don't wanna wait 'til you know me better
let's just be glad for the time together
life's such a treat and it's time you taste it
there ain't a reason on earth to waste it
it ain't a crime to be good to yourself."
Kiss - "Lick it up" - 





domenica 22 marzo 2015

Doppelganger

Regia: Gian Guido Zurli
Origine: Italia
Anno: 2015
Durata:
58'




La trama (con parole mie): nel pieno dell'estate del 2017 la giovane Anna scopre accanto a lei al risveglio una misteriosa scatola rossa contenente un'iscrizione che non riesce a decifrare. Parallelamente all'inquietante ritrovamento, la telefonata di un'amica la mette in allarme: deve raggiungere il più in fretta possibile quest'ultima nei pressi di una villa diroccata nelle vicinanze in modo da poterla aiutare.
Nel frattempo, nel 1817, seguiamo le indagini di un commissario legate all'apparente suicidio di Vittoria, una ragazza identica ad Anna coinvolta in un intrigo che vede protagonisti un inquietante prete ed una nobile di origini francesi.
Quale legame unisce le due ragazze? E dove porterà il messaggio contenuto nella scatola?








Gli avventori storici del Saloon dovrebbero ormai sapere quanto al sottoscritto piaccia dare spazio ai giovani registi che cercano di trovare una collocazione all'interno del difficile mondo della settima arte, soprattutto in un Paese non proprio ben messo in questo senso come il nostro: e così è per Gian Guido Zurli ed il suo Doppelganger, interessante progetto che vede mescolarsi atmosfere che ricordano il Cinema di genere made in Italy anni settanta e le suggestioni più recenti di un Maestro come Lynch.
Certo, scritto in questo modo pare che ci si trovi di fronte a qualcosa di clamoroso ed incredibile, ma non temete: come sempre qui al Saloon siamo pane e salame, e per il buon GG vedrò di essere il più schietto e sincero possibile sperando con la mia opinione di poter dare indicazioni utili per il futuro, pur non essendo un regista e non volendo certo cimentarmi in questo spesso ingrato compito.
Doppelganger - titolo decisamente azzeccato e sempre intrigante - è un esperimento poggiato su basi ed ispirazioni senza dubbio funzionali e su un'idea sicuramente affascinante - quella del tema del doppio impreziosita dagli sbalzi temporali -, che sfrutta bene l'ambientazione estiva - nonostante il tema sia decisamente "oscuro" - e regge la sua durata: dall'altra parte, dovendo necessariamente anche parlare degli aspetti negativi, ho trovato il lavoro di Gian Guido più convincente in fase di regia che non di montaggio - il Nostro ha curato entrambi gli aspetti -, a volte troppo frettoloso nel far prendere una direzione all'opera - ma ci sta, in fondo non penso si sarebbe potuto realizzare un prodotto di due ore per poter spiegare per filo e per segno ogni aspetto - ma soprattutto penalizzato da una confezione piuttosto artigianale - che non è necessariamente da interpretare come un aspetto negativo, si pensi all'ottimo Lidris cuadrade di tre di Bianchini - e da un cast non propriamente professionista.
In questi casi sarebbe facile, comunque, criticare aspramente un lavoro che, al contrario, non dev'essere stato affatto semplice, ma allo stesso tempo apparirebbe disonesto affermare che Doppelganger sia esente da difetti o pronto per palcoscenici come concorsi e premi cinematografici: Gian Guido dovrà rimboccarsi le maniche e lavorare ancora, e ancora, e ancora.
Le basi ci sono, le influenze anche - il fatto che l'ombra di Lynch sia presente non risulta eccessivo, radical chic o spocchioso, anzi -: ora starà solo all'autore non mollare e tentare il tutto per tutto in modo da proseguire lungo la strada che ha scelto, e che in Italia pare ormai abbandonata da troppo tempo.
Del resto, reinventare il Cinema di genere potrebbe essere una delle cure più efficaci per riportare la nostrana settima arte ad un livello ben oltre quello cui ormai ci siamo tristemente abituati.



MrFord




Di seguito, l'intervista al regista Gian Guido Zurli ed alla protagonista Clelia Cicero:





-  James Ford:  Gian Guido, Clelia, come al solito, si parte dalla domanda di rito per gli avventori e gli ospiti del Saloon: il vostro rapporto con l'alcool è buono? Cosa bevete di norma? Quali sono i vostri preferiti? Reggete abbastanza da pensare di passare una serata da queste parti?



Gian Guido Zurli: Non reggo molto lalcool. Di solito bevo caffè. Preferisco un bicchiere di vino veramente buono ogni tanto ad uno modesto tutti i giorni.



Clelia Cicero: Buonissimo. Non ho il vizio. Mi piace bere poco, ma bene. Amo i vini. Di solito mi faccio consigliare da chi so che se ne intende. E poi, purtroppo, il mio preferito è lo champagne! 



- JF: Alle spalle l'intro alcoolica, la domanda di rito in questi casi: chi siete e cosa fate? Cosa vi ha portati qui, cosa accompagna la passione per il Cinema e dove sperate o pensate vi porterà questa strada?



Gian Guido Zurli: Non ho idea dove mi possa portare. Per il momento sono felice di poter raccontare delle storie molto interessanti e piene di misteri. Sono sempre stato appassionato di cinema e faccio il montatore da 15 anni. Insegno montaggio video su Final Cut Pro X e Premiere Pro CC, ho scritto numerosi manuali sullargomento e collaboro con il sito I Fiori Del Male, che organizza rubriche video con Philippe Daverio, Vittorio Sgarbi e altri illustri personaggi. Dopo tutte queste esperienze ho pensato di provare a mettere in scena un prodotto cinematografico per il web, coinvolgendo circa una trentina di persone.



Clelia Cicero: Io sono un'attrice e cantante professionista. Questo è il mio lavoro e la mia passione. Amo questo mestiere con tutta me stessa. Mi ha portato fino a qui e mi guida tutt'ora un infinito e profondissimo amore per l'arte e la verità. Il mio sogno nel cassetto è continuare a lavorare in questo ambito e crescere e migliorare sempre di più come artista. 

Un attore non è mai solo un esecutore. Ogni interprete è differente e riesce così a creare una unicità nei personaggi che interpreta. Così, ogni Amleto o Desdemona saranno diversi e la loro bellezza e universalità non si esauriranno mai. Ogni attore ha da dire qualcosa che è solo suo.  Di conseguenza un'altra meta è quella di essere autrice di me stessa. Sto scrivendo un disco e spero anche di produrre un monologo teatrale.



-   JF:  GG, da regista ci si deve sempre occupare di diversi aspetti nella realizzazione di un film: quali sono i tuoi preferiti, e quali, invece, quelli che apprezzi meno e che delegheresti volentieri ad altri?



Gian Guido Zurli: Io mi occupo praticamente di tutto, dallidea iniziale alla promozione del film. Questa la lascerei volentieri a qualcun altro. I miei aspetti preferiti sono proprio la messa in scena e anche il montaggio. Durante le riprese abbiamo la fortuna di poterci appoggiare ad un direttore della fotografia molto bravo, Andrea Ampollini e ad operatori professionali, che naturalmente sono anche amici.



- JF: Stessa domanda per la protagonista: com'è lavorare con un regista? E, in particolare, con GG?



Clelia Cicero: Lavorare con un regista è stimolante. È la guida carismatica di un progetto nel quale si crede. Il regista è come un direttore d'orchestra che deve saper far "suonare" tutti gli strumenti (attori e troupe) alle loro massime potenzialità al fine di creare una musica perfetta e incantevole. È il ruolo più difficile in un film o a teatro. Lavorare con Gian Guido è molto piacevole. Il suo entusiasmo e la passione che condividiamo per il genere del mistero e dell'orrore mi hanno convinta a far parte di questo progetto. 



-  JF:   Altra domanda classica in queste occasioni: come è nato Doppelganger? Quali sono i processi che hanno portato alla sua realizzazione, e alla vostra collaborazione?



Gian Guido Zurli: DOPPELGÄNGER è nato con qualche idea frammentaria. Cosa succederebbe se una ragazza, al suo risveglio trovasse una scatola rossa con dentro un messaggio scritto con simboli alchemici? Cosa succederebbe se questo messaggio fosse stato lasciato da una sosia maligna di questa ragazza? E se questa sosia maligna fosse vissuta 200 anni prima? E da li lidea di realizzare una storia che si svolge contemporaneamente in due epoche diverse. Inizialmente il progetto era nato per realizzare una serie di foto che non ho mai portato a termine. In corso dopera mi sono reso conto che una storia come questa doveva essere raccontata con il mezzo audiovisivo. Fortunatamente, dal punto di vista tecnico, non é stato impossibile da realizzare lavorando nel settore da anni. La fase successiva è stata quella di cercare unattrice invece di una modella.



Clelia Cicero: Gian Guido mi ha chiesto un incontro. Mi ha proposto di essere Anna Persico in Doppelganger. Mi ha raccontato la storia e dopo aver letto la sceneggiatura, che mi ha molto intrigata, ero convinta a partecipare.

Mi interessa il genere, l'atmosfera che emerge, il tuffo nel passato, la bellezza delle location e la possibilità di fare cinema, più in generale, per arricchire la mia esperienza.



-   JF:  Come in ogni tipo di ambito di lavoro, anche il Cinema nasconde pregi, difetti, lotte intestine e legami stretti: come è stato costruire Doppelganger? Il clima sul set era quello da gruppo di amici o l'atmosfera virava più su una collaborazione prettamente lavorativa? Quali sono i lati umani che più e meno preferite di quando girate?



Gian Guido Zurli: Alcuni membri della troupe o del cast erano amici o colleghi che già conoscevo. Altri li ho conosciuti per poter realizzare questo progetto. Ho un ottimo rapporto con chiunque e ciascuno di loro è fondamentale per raggiungere il risultato finale. Sicuramente questa esperienza ha aumentato il legame con molti di loro. I lati umani che preferisco di meno sono le mie ansie nel portare a casa il girato, probabilmente senza di esse sarebbe più facile avere a che fare con me.



Clelia Cicero: Clima ottimo e rilassato. È stato un dettaglio non trascurabile. In progetti come questo bisogna essere un gruppo ed essere molto generosi. Sono rimasta piacevolmente colpita dalla disponibilità e gentilezza di tutti. 

Nel lavoro sul set, ma anche sul palco le caratteristiche che preferisco sono: ognuno deve avere il proprio ruolo e mantenerlo con professionalità in un clima sereno e rispettoso. 

-  JF: L'idea di portare sullo schermo un film d'atmosfere come questo localizzandolo in setting molto "solari" è senza dubbio coraggiosa: a cosa si deve la scelta di non aver optato per una più confortevole cornice notturna e simile all'horror classico?

E, allo stesso modo, cosa si prova a lavorare in una doppia parte, a prescindere dalle questioni temporali?



Gian Guido Zurli: La ragione principale è che non sopporto il freddo, non credo che scriverei mai una storia ambientata in pieno inverno sotto la neve. Inoltre amo molto quei film horror o mystery ambientati in piena estate o primavera, come Non Aprite Quella Porta e La Casa Dalle Finestre Che Ridono. In DOPPELGÄNGER ci sono comunque alcuni interni notte e naturalmente sono molto funzionali alla storia. Nel sequel invece ci saranno sicuramente degli esterni notte. La sceneggiatura è già pronta.



Clelia Cicero: È sicuramente una fortuna per un attore poter avere a disposizione una varia gamma di sfumature da dare al personaggio. Si dimostra duttilità. Io amo molto "trasformarmi" e interpreto sul palco spesso figure anche molto lontane da me.

In questo caso mi sono confrontata con un'altra me che veniva dal passato! Sicuramente affascinante poter indossare i panni di un fantasma  oscuro dal passato...



-  JF:   Chiudiamo in bellezza con la domanda di commiato da sempre sfruttata in queste occasioni dal sottoscritto: pensate a due film italiani e due horror da portarsi con una robusta cassa di rum su un'isola deserta. Quali sono?



Gian Guido Zurli: Questa è una domanda difficile. Un film italiano sarebbe certamente uno di Pupi Avati, ma non saprei quale scegliere tra i tanti. Inoltre, anche se non è un film, ma uno sceneggiato RAI degli anni settanta, porterei i DVD de Il Segno Del Comando. Due horror stranieri sarebbero Mulholland Drive di David Lynch e Shining di Stanley Kubrick.



Clelia Cicero: Non posso scegliere: sarebbero troppi. Scelgo due registi italiani: Federico Fellini e Luchino Visconti. Due horror che amo: La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati e Profondo Rosso di Dario Argento.
 
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