Si può dire che Mommy, in un certo senso, rappresentasse in
qualche modo la Moby Dick di Dolan, giovanissimo e fenomenale regista incensato
dalla critica di tutto il mondo, e la mia come spettatore dei suoi lavori,
quando tempo fa ho dato inizio al recupero della sua filmografia in ordine
cronologico.
Se, dunque, potevo aver paura in una certa misura di
approcciare il suo lavoro al principio, Mommy rappresentava quella stessa paura
nella sua versione più mostruosa e titanica, considerato il suo status sin dai
tempi dell’uscita in sala ed ai riconoscimenti a Cannes.
Dunque, considerato tutto, devo togliermi questo peso dal
cuore: Mommy è un film strepitoso, realizzato con un talento visivo pazzesco,
emotivamente d’impatto, come sempre per i lavori del giovane Xavier costruito
in modo sublime attorno alla Musica – la scena cult sulle note di Wonderwall,
ma anche i passaggi su Colorblind dei Counting Crows o Celine Dion sono da
brividi -, destinato a rappresentare uno standard difficilmente superabile dai
cineasti delle prossime generazioni, iniziato prendendosi il tempo e chiuso in
modo pazzesco, quasi fosse una versione del Nuovo Millennio del fu I 400 colpi.
Eppure, lo ammetto, non è e non sarà il preferito, il
film del cuore di Dolan, per quanto mi riguarda.
Forse, il fatto di esserci arrivato un gradino alla volta,
ed avendo visto a breve distanza anche i quattro film precedenti del ragazzo,
ha tolto in parte l’entusiasmo che una visione così sconvolgente provocherebbe
a mente sgombra, senza sapere che Mommy è in realtà il culmine di un percorso
iniziato con J'ai tuè ma mere, proseguito con Les amours imaginaires, LawrenceAnyways e Tom a la ferme.
In Mommy tutti i temi cari al regista canadese trovano forma
e perfezione – forse perfino troppa -, e così come fu per quello che io
considero il Maestro dei Maestri – il signor Kubrick, per intenderci – quello
che è oggettivamente il suo film migliore ha finito per segnarmi dentro in
misura minore rispetto ad altri meno potenti e perfetti ma più spontanei.
Certo, sto fancendo le pulci a quello che, con ogni
probabilità sarà ricordato come uno dei film simbolo di questa seconda decina
degli Anni Zero, dall’uso del formato – che potrà apparire un po’ pretenzioso,
ma che risulta perfetto se applicato alle emozioni dei personaggi – ad un
protagonista sopra le righe, rabbioso e commovente, un “rebel without a cause”
che raccoglie il testimone dei Jimmy Dean e lo porta ad un livello ancora più
alto, alimentando il fuoco di quello che è uno dei rapporti più complicati e
profondi che ognuno di noi vive nel corso dell’intera esistenza: quello con la
propria madre.
I conflitti, i momenti d’amore e confidenza, la sensazione
di dipendenza ed allo stesso modo la necessità del distacco, l’escalation di un
legame che finisce per influenzare chiunque in positivo come in negativo, nella
formazione e nella crescita, in amore ed una volta ritrovatisi genitori: il
rapporto di Steve con Die è senza dubbio uno dei più intensi e complessi
passati sul grande schermo, erede della tradizione che va da Psyco a Tutto su
mia madre, ed indaga senza snaturare nulla, dagli insulti agli abbracci, dalla
posizione egoistica di Die a quella di Steve, dai piccoli gesti di generosità
di una e dell’altro in un mare in tempesta come è giusto che la vita sia.
In un certo senso, Mommy è un film di guerra, il fratello
maggiore e cresciuto di J'ai tuè ma mere, la lotta di due entità indivisibili
che iniziano la loro esistenza insieme, in simbiosi, la proseguono in battaglie
alternate da periodi di pace vissuti con trasporto e tornano a combattersi pur
sapendo che fughe, tradimenti, ferite e lacrime non potranno mai intaccare il
nodo che tiene insieme i reciproci cuori.
Come ogni guerra che si rispetti, non ci sono veri
vincitori, né vinti.
E forse, solo un ultimo salto potrà liberare davvero tutti.
E portarli dove nessun muro, interno ed esterno, potrà più
separare quegli stessi cuori.
MrFord