Visualizzazione post con etichetta Cinema canadese. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cinema canadese. Mostra tutti i post

mercoledì 27 settembre 2017

E' solo la fine del mondo (Xavier Dolan, Canada/Francia, 2016, 97')




Nel corso della mia vita di spettatore sono state molte le delusioni patite di fronte ad una pellicola, almeno quante le volte in cui, giunto quasi per caso di fronte ad un titolo, ho finito per rimanere a bocca aperta, conquistato, sconvolto da un'immagine, un momento, un'idea: è un pò come accade rispetto ai rapporti umani.
Ormai molti anni fa ricordo di aver deciso di chiedere di uscire ad una delle persone che sentimentalmente ha significato di più nel percorso di formazione che mi ha portato dove sono ora semplicemente perchè, lavorando insieme nello stesso negozio, coprendo lo stesso turno in cassa, senza neppure pensare chi fossi o che ai tempi avevamo scambiato solo poche parole, decise di portarmi una scorta di sacchetti avendo visto che quelli che avevo a disposizione stavano finendo.
I rapporti sono così. Istintivi e complessi.
Un pò come la Famiglia.
Con le immagini di E' solo la fine del mondo, ultimo - cronologicamente - film del giovane fenomeno Xavier Dolan, che passavano davanti agli occhi ho ricordato che il periodo migliore per il rapporto con i miei genitori e mio fratello fu a cavallo della fine del duemilasette e la fine del duemiladieci, i primi anni in cui andai via da casa: perchè la Famiglia può essere tante cose, croce e delizia, guns and roses, e chi più ne ha, più ne metta.
Senza dubbio ne sa qualcosa Dolan, che porta in scena l'adattamento di una piece che potrebbe aver scritto lui stesso, interpretata decisamente molto bene e graziata da un paio di lampi di quelli che solo chi ha la vera magia tra le mani può garantire: personalmente, ad esempio, non avrei mai e poi mai immaginato che qualcuno, un giorno, sarebbe riuscito a regalare una sequenza da commozione e pelle d'oca sulle note di Dragostea Din Tei, o un crescendo conclusivo in grado di riportare a chi ha memoria storica per la settima arte quadri da focolare gridati o sottovoce come quelli che era solito portare in scena un mostro sacro come Bergman, grazie anche ad un lavoro di carisma pazzesco da parte di Vincent Cassel, che credo sia uno dei più fighi in giro per quanto riguarda quantomeno il panorama europeo.
Ma le sfumature, possano piacere oppure no, contano relativamente: il giovane Xavier, per quanto ancora lontano, a mio parere, dall'aver raggiunto il suo pieno potenziale, riesce a mettere mani, pancia, testa e cuore come pochi altri al servizio di quello che è il calderone più ribollente che i sentimenti possano mettere sul fuoco, quello della Famiglia, per l'appunto, e farlo riflettendo sul Tempo neanche fosse un regista giunto per età anagrafica ed esperienza alla fase della maturità della sua carriera. E questo, già di per sè, meriterebbe un plauso.
Ma un lavoro come questo, per quanto non il migliore tra quelli portati sullo schermo dal cineasta canadese, ha il pregio di fornire all'audience un numero di interpretazioni decisamente maggiore di quanto una singola recensione possa fare, filtrate attraverso la sensibilità, le idee, il carattere e le esperienze: ci sono i Cassel, e le Seydoux, e le Cotillard, e così via, ed il bello è che ognuno può percepire un viaggio, un incontro, un sentimento in modo diverso ed unico.
Un pò come il Cinema.
Un pò come la Musica.
Io stesso, ad esempio, ho sempre pensato che Dragostea Din Tei fosse un pezzaccio trash buono per la palestra o l'estate in spiaggia.
E invece qui diventa qualcosa di struggente.
Di magico.
Qualcosa che dall'esterno non si può comprendere, ma una volta provata non si può dimenticare.
Come la Famiglia.




MrFord




 

lunedì 24 luglio 2017

Mommy (Xavier Dolan, Canada, 2014, 139')





Si può dire che Mommy, in un certo senso, rappresentasse in qualche modo la Moby Dick di Dolan, giovanissimo e fenomenale regista incensato dalla critica di tutto il mondo, e la mia come spettatore dei suoi lavori, quando tempo fa ho dato inizio al recupero della sua filmografia in ordine cronologico.
Se, dunque, potevo aver paura in una certa misura di approcciare il suo lavoro al principio, Mommy rappresentava quella stessa paura nella sua versione più mostruosa e titanica, considerato il suo status sin dai tempi dell’uscita in sala ed ai riconoscimenti a Cannes.
Dunque, considerato tutto, devo togliermi questo peso dal cuore: Mommy è un film strepitoso, realizzato con un talento visivo pazzesco, emotivamente d’impatto, come sempre per i lavori del giovane Xavier costruito in modo sublime attorno alla Musica – la scena cult sulle note di Wonderwall, ma anche i passaggi su Colorblind dei Counting Crows o Celine Dion sono da brividi -, destinato a rappresentare uno standard difficilmente superabile dai cineasti delle prossime generazioni, iniziato prendendosi il tempo e chiuso in modo pazzesco, quasi fosse una versione del Nuovo Millennio del fu I 400 colpi.
Eppure, lo ammetto, non è e non sarà il preferito, il film del cuore di Dolan, per quanto mi riguarda.
Forse, il fatto di esserci arrivato un gradino alla volta, ed avendo visto a breve distanza anche i quattro film precedenti del ragazzo, ha tolto in parte l’entusiasmo che una visione così sconvolgente provocherebbe a mente sgombra, senza sapere che Mommy è in realtà il culmine di un percorso iniziato con J'ai tuè ma mere, proseguito con Les amours imaginaires, LawrenceAnyways e Tom a la ferme.
In Mommy tutti i temi cari al regista canadese trovano forma e perfezione – forse perfino troppa -, e così come fu per quello che io considero il Maestro dei Maestri – il signor Kubrick, per intenderci – quello che è oggettivamente il suo film migliore ha finito per segnarmi dentro in misura minore rispetto ad altri meno potenti e perfetti ma più spontanei.
Certo, sto fancendo le pulci a quello che, con ogni probabilità sarà ricordato come uno dei film simbolo di questa seconda decina degli Anni Zero, dall’uso del formato – che potrà apparire un po’ pretenzioso, ma che risulta perfetto se applicato alle emozioni dei personaggi – ad un protagonista sopra le righe, rabbioso e commovente, un “rebel without a cause” che raccoglie il testimone dei Jimmy Dean e lo porta ad un livello ancora più alto, alimentando il fuoco di quello che è uno dei rapporti più complicati e profondi che ognuno di noi vive nel corso dell’intera esistenza: quello con la propria madre.
I conflitti, i momenti d’amore e confidenza, la sensazione di dipendenza ed allo stesso modo la necessità del distacco, l’escalation di un legame che finisce per influenzare chiunque in positivo come in negativo, nella formazione e nella crescita, in amore ed una volta ritrovatisi genitori: il rapporto di Steve con Die è senza dubbio uno dei più intensi e complessi passati sul grande schermo, erede della tradizione che va da Psyco a Tutto su mia madre, ed indaga senza snaturare nulla, dagli insulti agli abbracci, dalla posizione egoistica di Die a quella di Steve, dai piccoli gesti di generosità di una e dell’altro in un mare in tempesta come è giusto che la vita sia.
In un certo senso, Mommy è un film di guerra, il fratello maggiore e cresciuto di J'ai tuè ma mere, la lotta di due entità indivisibili che iniziano la loro esistenza insieme, in simbiosi, la proseguono in battaglie alternate da periodi di pace vissuti con trasporto e tornano a combattersi pur sapendo che fughe, tradimenti, ferite e lacrime non potranno mai intaccare il nodo che tiene insieme i reciproci cuori.
Come ogni guerra che si rispetti, non ci sono veri vincitori, né vinti.
E forse, solo un ultimo salto potrà liberare davvero tutti.
E portarli dove nessun muro, interno ed esterno, potrà più separare quegli stessi cuori.




MrFord




 

venerdì 21 luglio 2017

Tom à la ferme (Xavier Dolan, Francia/Canada, 2013, 102')




Quando, sfruttando un regalo di Julez, decisi di affrontare finalmente Xavier Dolan, giovane regista canadese considerato un vero e proprio fenomeno da molta della critica radical del mondo, che già ai tempi di questo Tom à la ferme, suo quarto lungometraggio, e dunque a venticinque anni, aveva già fatto incetta di premi nei Festival più noti - Cannes in particolare -, ammetto di aver avuto una certa paura.
Ai tempi del mio personale periodo radical, infatti, un percorso di questo tipo avrebbe assunto le dimensioni di una sorta di manna dal cielo, ma considerati gli anticorpi sui "falsi miti" cinematografici cresciuti sani e forti nel sottoscritto nel corso degli ultimi anni, il rischio di una tempesta di bottigliate era davvero alto: fortunatamente, con la parte "storica" del suo percorso alle spalle, posso affermare che effettivamente, età o no, Xavier Dolan è un talento puro, forse incontrollato ed imperfetto - a ben guardare, fino ad ora nessuno dei suoi film è davvero ineccepibile - ma assolutamente impossibile da ignorare e dimenticare, che riesce a colpire a fondo neanche - come mi è già capitato di scrivere - portasse dentro la "furia" della giovinezza e la saggezza di qualcuno che la vita l'ha vissuta e provata sulla pelle per molto, molto tempo - è uno dei pochi autori "da grandi" che ho visto in qualche modo catturare, anche se principalmente per l'uso straordinario della musica, perfino i Fordini nel corso delle nostre sessioni di gioco pomeridiane, quando a prescindere dal film che metto mentre sono con loro ignorano tranquillamente quello che passa sulla tv, non rientrando nella categoria "animazione" o supereroi che spaccano tutto -.
Tom à la ferme, prima vera e propria variazione - nonostante i temi trattati restino simili a quelli dei tre film precedenti - del cineasta canadese rispetto al melò "anni novanta" che l'aveva lanciato è un esperimento curioso e a tratti molto disturbante, un thriller che, fosse uscito nel corso dei settanta, avrebbe fatto il paio con i lavori di Polanski, o nei primi ottanta, con l'Almodovàr nella sua versione più "oscura": il ruolo della madre - centrale nella poetica dell'autore -, quello della società con le sue variabili, del confronto tra città e campagna, la risoluzione - o tentativo di risoluzione - della propria sessualità, la ricerca di identità e libertà accompagnano in un viaggio a tratti quasi horror - l'inseguimento nei campi di granoturco, il racconto della rissa nel locale notturno - ma assolutamente passionale e magico - la strepitosa sequenza del tango, un pezzo di Cinema con due palle grandi come granai, roba da brividi veri - lo spettatore, che pur nella messa in scena decisamente semplice e scarna si ritroverà avvinto da una vicenda torbida ed inquietante dal primo all'ultimo minuto, complice il triangolo formato dalle figure di Tom e della madre e del fratello del suo amato, che nel proprio paese nascondeva le sue inclinazioni omosessuali.
Senza dubbio quello di Dolan è un Cinema che può spiazzare o destabilizzare - e subito torna prepotente alla mente l'immagine di chiusura dello sfregiato, che quasi ha riportato alla mente nel sottoscritto il miglior Lynch -, eppure solo apparentemente ostico, difficile ed "alto": in fondo, questo giovane autore porta sullo schermo passioni e pulsioni che vivono ed esplodono nel cervello come sotto l'ombelico di tutti noi, filtrandole attraverso la propria esperienza e sensibilità senza per questo privarle di una notevole universalità, proprio quello che un narratore non dovrebbe mai dimenticare.
Ed è questa, finora, la cosa che più mi ha colpito e conquistato di Xavier Dolan.
La necessità di raccontare storie.
La necessità di essere presente nel raccontarle.
Nel viverle.
Un pò come Tom, che prima di trovare la forza e la volontà di una fuga, del superamento di un dolore profondo, dovrà provare sulla pelle ogni singolo atomo delle sue prigioni, dei suoi sentimenti.
E farlo con la coscienza, stabile o no che sia, di essere lì per sua volontà.
E per sua volontà muoversi oltre.
Con lo stesso spirito resto in attesa di Mommy: per scoprire se, come in molti hanno scritto, detto, dichiarato, Dolan ed il suo Cinema possano compiere un ulteriore passo.
Perchè se così fosse, voglio compierlo al suo fianco.




MrFord




martedì 18 luglio 2017

Les amours imaginaires (Xavier Dolan, Canada, 2010, 101')




Sono davvero contento che Les amours imaginaires sia stato il secondo lavoro del giovane fenomeno Xavier Dolan, e di stare seguendo il suo percorso artistico cronologicamente, colmando una lacuna che cominciava a farsi davvero troppo pesante: perchè se fosse stato il primo, senza dubbio io e lui saremmo partiti con il piede sbagliato.
Non che si tratti di un film deludente, o brutto, o talmente radical da solleticare le peggiori bottigliate del sottoscritto, ma senza dubbio, alle spalle il fulminante esordio di J'ai tué ma mére, tutto emozioni e nessuna spocchia, probabilmente a seguito dei primi riconoscimenti, il "Prescelto" della settima arte cede in questa sede almeno in parte al desiderio ed alla voglia di mostrare e mostrarsi prima che all'esigenza di raccontare una storia, un sentimento, uno stato d'animo.
In Les amours imaginaires, infatti, oltre ad una grande cultura cinematografica ed echi che fanno pensare ad Almodovar e Wong Kar Wai, scene musicate che farebbero invidia a Tarantino - ed allo stesso Wong - ed una riflessione sui triangoli d'amore e sull'amore non corrisposto senza dubbio profonda e coinvolgente, si nota un certo autocompiacimento del quale era privo l'esordio del canadese, che non inficia il risultato finale in termini tecnici e cinematografici ma, senza dubbio, almeno ai miei occhi, mostra il fianco ad una critica che non ero riuscito neppure ad immaginare con la pellicola precedente.
Una cosa buona, sotto molti punti di vista, considerato che parliamo di un regista spaventosamente giovane e con margini di miglioramento ancora enormi, e che nonostante non mi abbia convinto agli stessi esaltanti livelli del lavoro precedente alimenta comunque l'hype rispetto alla cavalcata che mi sono prefissato di compiere rispetto alla sua opera grazie ad un approccio che non mi aspettavo, legato a doppio filo all'amore ed al modo di vivere lo stesso ed alle figure che, maggiormente, lo influenzano nel corso della nostra vita.
E' interessante notare, rispetto a Les amours imaginaires, quanto i suoi protagonisti, per quanto odiosi e poco sopportabili nel loro battagliarsi per un amore non corrisposto, abbiano suscitato più la mia tenerezza che non un'incazzatura, quasi fossero figli adolescenti cui dare una pacca sulla spalla ed augurarsi si facciano meno male possibile, e che le sequenze - tutte splendide, occorre ammetterlo - giostrate e girate con l'ossatura della Bang bang di Nancy Sinatra riproposta in italiano da Dalida sono risultate ipnotiche anche per i Fordini, colpiti sia dal brano - ballo selvaggio di lei, domande sul significato del "bang bang" di lui - che dalle immagini, quasi danze di colori sullo schermo per uno di quei film "di papà" a proposito dei quali non si fanno troppe riflessioni, neppure "ma è buono o cattivo?", tipico interrogativo di questi tempi di AleLeo.
Ad ogni modo, Dolan può anche aver compiuto un leggero passo indietro, ma resta come uno di quegli allievi eccezionalmente talentuosi che un insegnante che si rispetti ha quasi il dovere di tartassare in modo che possano davvero tirare fuori tutto il mondo che hanno dentro: non posso pensare o presumere di essere suo insegnante - non saprei girare una sola scena con questo stile, e forse girarla in generale -, ma in qualità di fratello maggiore, mi riservo di marcarlo stretto e, se necessario, picchiare duro in modo che tutto possa davvero uscire fuori ed esplodere.
Tutto, ma proprio tutto l'amore - per il Cinema e per l'Amore - che il giovane Xavier mostra di avere.
Soprattutto quello non immaginario.




MrFord




lunedì 17 luglio 2017

J'ai tué ma mère (Xavier Dolan, Canada, 2009, 96')




Per uno che mangia pane e Cinema tutti i giorni come il sottoscritto, considerata la sua fama soprattutto rispetto agli appassionati, pare assurdo pensare che non avessi mai visto un solo film firmato da Xavier Dolan: un fenomeno a detta praticamente di tutti, un giovane talento pronto a ribaltare il mondo della settima arte, qualcuno con il potere di fare la differenza come capita un paio di volte ogni cinquantennio, e che a vent'anni si ritrova a suo agio con la macchina da presa come ne avesse cinquanta.
Quello che, per citarne uno non proprio da poco, fu Orson Welles.
Grazie ad un regalo apprezzatissimo ricevuto da Julez, un cofanetto che racchiude i primi film firmati dal giovane cineasta, ho deciso di iniziare finalmente un percorso cronologico mettendo da parte la paura di restare deluso dalla fama che precedeva il ragazzo e di essere troppo duro nel giudicarlo: ad accogliermi, dunque, nel mondo e nell'arte di Dolan, è stato J'ai tué ma mère, non solo diretto, ma anche scritto ed interpretato dal nativo di Montreal.
"Tu non puoi morire, Narciso, senza una Madre: senza Madre non si può amare, senza Madre non si può morire": recita più o meno così uno dei passaggi conclusivi di Narciso e Boccadoro, uno dei romanzi più importanti della mia formazione umana e letteraria.
Del resto, a prescindere da quanto accadrà dopo, alle nostre Madri dobbiamo la vita, senza dubbio in gran parte, e soltanto per questo dovremmo amarle incondizionatamente qualsiasi cosa accada.
Ognuno di noi, però, è ben cosciente di essere umano, e dunque non necessariamente simile a chi ci ha dati alla luce e cresciuti.
Se penso a mia madre, che ancora oggi combatte per nascondere le parti più intime di se stessa o mostrarsi sempre e comunque provocatoria e dura a tutti i costi, che è astemia, penso non abbia letto - al pari di mio padre e mio fratello, del resto - niente di mio a parte qualche recensione, critica il fatto che la superficie del mio corpo dedicata ai tatuaggi sia sempre maggiore o che quando mi chiede un regalo la mia risposta sia sempre riferita ad alcool, film o inchiostro sulla pelle, vedo una persona che ha permesso a me di essere come sono oggi anche quando, come spesso capita in questi casi, si pensa a quanta differenza ci sia tra la Famiglia che si sceglie di costruire e quella che vive nel nostro sangue, e che Dolan descrive alla grande quando afferma "se qualcuno facesse male a mia madre penso che lo ucciderei, anche se lei è quanto di più diverso da me possa esistere".
E vivendo sulla pelle le immagini di questo film, ho pensato a quanto sarebbe bello se, un giorno, il Fordino e Julez potessero godere di questo film insieme, gioie e soprattutto dolori.
Perchè quella tra i figli e le madri - come tra le figlie ed i padri - è una lotta ancestrale che prescinde e segna molti dei legami che le nuove generazioni costruiranno per le loro vite: io stesso lo vedo e vivo quando guardo mio fratello, molto più simile a nostra madre - alcool a parte - di me, che sono decisamente più vicino a nostro padre, e lo noto di riflesso nelle vicende che legano Julez, sua madre ed i suoi tre cugini, la cui storia potrebbe valere un film e che, un giorno, senza dubbio uscirà in qualche racconto di vita vissuta attraverso una visione ed un post.
Quello che posso dire, però, a parte tutto questo, è che il film di Dolan è assolutamente straordinario.
E' figlio di una grande cultura cinematografica - soprattutto europea -, di un enorme talento - che non appare mai, nonostante la collocazione, spocchioso -, di un bisogno impellente di raccontare una serie di emozioni incontrollabili, se lasciate dentro.
E' un film che, senza fronzoli, movimenti di macchina o pipponi di vario genere, è riuscito a lasciarmi senza parole, e che in almeno due sequenze ha rischiato di portarsi via, con le lacrime, un pezzo di cuore: "Se io dovessi morire oggi, mamma, cosa faresti?", chiede il giovane protagonista all'amata e soprattutto odiata genitrice.
"Morirei domani".
A vent'anni, credo sia un'impresa quasi impossibile riuscire a convogliare la rabbia fremente dell'adolescenza e la rassegnata consapevolezza dell'età adulta.
Eppure, Dolan ci è riuscito.
Mi aspettavo un ragazzino troppo osannato dalla critica, ed ho scoperto un giovane narratore mosso da quello che, per me, è il cuore di qualsiasi Arte: il bisogno di raccontare. La necessità di raccontare.
Se questo è il primo Dolan, si potrebbe quasi affermare che ha fatto più lui con un film che molti registi in una carriera.
E se questo è Dolan, non solo ne vorrò di più.
Ma ancora, ed ancora.
Perchè questa è la vita che sento, di cui voglio godere, per la quale voglio soffrire e gioire fino all'ultimo secondo.
Questo è il Cinema.
E da oggi, per me, ha un nuovo volto.




MrFord




 

martedì 29 luglio 2014

Enemy

Regia: Denis Villeneuve
Origine: Canada, Spagna
Anno: 2013
Durata: 90'




La trama (con parole mie): Anthony, un professore di Storia dalla vita apparentemente tranquilla ma turbato da sogni popolati da misteriosi ragni, scopre per caso guardando un film dell'esistenza di un suo doppio in tutto e per tutto, un individuo che fisicamente pare la sua copia esatta.
Sconvolto dall'avvenimento, decide di fare il possibile per mettersi in contatto con lui ed incontrarlo, anche a rischio di passare per un folle pronto a minacciare l'esistenza di quello che è un noto attore sposato ed in attesa di un figlio: quando, finalmente, riuscirà ad ottenere un faccia a faccia, il punto di vista di Anthony si ribalterà, mentre Adam, il suo alter ego, comincerà a manifestare interesse rispetto ad uno scambio dei loro ruoli.
Chi, dunque, troverà il suo spazio e la sua vera collocazione?
E quale ruolo avranno, in tutto questo, la compagna di Anthony e la moglie di Adam?








Non è semplice, nell'oceano di proposte che il grande schermo passa di anno in anno, andando perfino indietro nel tempo, trovare registi che, nel corso della loro carriera, sono riusciti sempre e comunque a mantenere un livello qualitativo alto nelle loro opere per il sottoscritto: perfino i mostri sacri ed i fordiani come Clint Eastwood, leggenda vivente, non hanno risparmiato scivoloni.
Ad oggi, credo che soltanto Kubrick, Kurosawa, Welles, Bunuel, Fellini e pochi altri - e non parliamo certo di piccoli calibri - siano riusciti a lasciarmi sempre a bocca aperta: Denis Villeneuve, che negli ultimi anni aveva sfoderato cose egrege come Politechnique, La donna che canta ed il recente Prisoners, era avviato a diventare uno dei più performanti registi attuali, un nome che poteva già essere tradotto come una garanzia di visione importante.
Peccato che, dopo l'esperienza - peraltro molto riuscita, cosa non da tutti - ad Hollywood e con le majors, il nostro sia tornato in Canada come bisognoso di immergersi ed abbandonarsi ad un'apnea profonda nel Cinema autoriale a tutti i costi, ispirandosi ad un romanzo di Saramago per portare in scena un'opera pretenziosa e non sempre chiara, che pare mescolare Lynch e Cronenberg - il che, sulla carta, sarebbe senz'altro un bene -, poggiata sulle spalle di un ottimo - ma non convincente come fu nel già citato Prisoners - Jake Gyllenhaal e senza dubbio profonda, ma priva dello spessore drammatico e coinvolgente dei suoi lavori precedenti.
Il viaggio alla ricerca di se stesso - o dell'altro se stesso - del protagonista diviene dunque uno spunto per lo spettatore ma ad un tempo un bagaglio che pare troppo pesante da portare nonostante il minutaggio decisamente limitato, e che trova i suoi momenti peggiori proprio nelle parti oniriche, che dovrebbero, di fatto, essere invece il catalizzatore d'attenzione maggiore per l'audience: e tra ragni giganti e metamorfosi grottesche, la realtà finisce per vincere la battaglia con il sogno grazie ai confronti tra Anthony e Adam ed al loro ribaltamento di ruoli tra cacciatore e cacciato, senza dubbio l'elemento più interessante del lavoro di Villeneuve.
Lavoro, e ci tengo a sottolinearlo, non brutto o deludente - le bottigliate sarebbero prontamente scattate, se così fosse stato -, ma senza dubbio freddo ed incapace di incidere ai livelli cui questo incredibile regista mi aveva abituato, quasi la sua parte emotiva fosse rimasta imprigionata dalla voglia di lavorare su una nicchia di pubblico piuttosto che sulle platee mainstrem e dalla derivazione letteraria - pur rimasta solo una derivazione - dello script: un peccato davvero, perchè se di norma il problema degli autori d'essai giunti alla corte di Hollywood è la snaturazione del loro talento, per il buon Denis pare essere stato un comeback amplificato alla dimensione d'origine, ritrovata popolata da incubi dalle otto zampe ed una sorta di nebbia ad incombere sul cuore, che ritengo sia la parte più importante e tosta del suo Cinema.
Per quanto possa suonare assurdo, dunque, perfino al sottoscritto, spero che presto il talento esplosivo di questo regista possa tornare ad esplodere, anche se questo dovesse significare un suo nuovo abbraccio alle grandi platee e agli Studios delle produzioni milionarie.



MrFord



"I knew you were
you were gonna come to me
and here you are
but you better choose carefully
‘cause I, I’m capable of anything
of anything and everything."
Katy Perry - "Dark horse" - 



mercoledì 12 settembre 2012

Monsieur Lazhar

Regia: Philippe Falardeau
Origine: Canada
Anno: 2011
Durata: 94'




La trama (con parole mie): quando l'amatissima insegnante Martine si toglie la vita impiccandosi in una classe di una scuola pubblica di Montreal, l'istituto si trova in grave difficoltà rispetto alla sua sostituzione e all'assistenza agli studenti, sconvolti per l'accaduto.
Appresa la notizia dai giornali Bachir Lazhar, immigrato algerino in attesa del riconoscimento del suo status di rifugiato politico che ha perduto la moglie anch'ella insegnante ed i figli in un incendio, si improvvisa docente nascondendo il suo passato da gestore di ristorante e viene assunto: superate le difficoltà iniziali con gli allievi, Lazhar diviene una figura fondamentale per l'assimilazione del dolore dell'intera classe, ma quando la verità sulla sua condizione viene a galla, l'uomo si troverà costretto ad abbandonare l'incarico ricoperto con professionalità e passione.





Non troppi mesi fa, ricordo quanto mi fece incazzare - e quante bottigliate scatenò - Detachment, pellicola che avevo atteso moltissimo firmata da Tony Kaye rivelatasi una delle delusioni più cocenti dell'anno: al centro della stessa era posta la figura dell'insegnante, una delle più importanti con le quali ci si possa confrontare nel corso della propria vita, genitori esclusi.
Il ruolo del docente, infatti, oltre alla responsabilità di affidare agli studenti tutti gli strumenti possibili affinchè gli stessi possano fare meglio del loro maestro, prevede anche l'accettazione di responsabilità considerevoli, dato che ogni scelta potenzialmente sbagliata potrebbe ripercuotersi sui giovani allievi per tutta la durata della loro vita: accanto alla delicatezza di questo compito vi è la triste realtà che vede un numero decisamente esiguo di professori davvero portati per il loro mestiere, in grado di non scaricare frustrazioni o proiezioni distorte sui giovani che hanno di fronte e di traghettare gli stessi ad una nuova età senza troppi colpi ferire.
Monsieur Lazhar, produzione canadese figlia della delicatezza del Cinema d'oltralpe - la vicenda è ambientata a Montreal, nella parte francofona del territorio "cugino" degli States -, riporta sotto i riflettori proprio la figura dell'educatore con una leggerezza di tocco ed una disarmante sincerità da fare impallidire tutte le produzioni pseudo autoriali con ambizioni spropositate e "divineggianti" come il già citato lavoro di Kaye: il suo protagonista, insegnante improvvisato, è un uomo che ha fatto dell'esperienza e della voglia di conoscere ed apprendere due delle sue qualità più importanti - il suo passeggiare nei corridoi della scuola ed i tentativi di ispirarsi al meglio degli altri insegnanti per migliorare la sua inesperienza sul campo hanno qualcosa di quasi magico -, come i suoi studenti segnato da un lutto improvviso e terribile - l'uccisione di moglie e figli in un incendio appiccato dai sostenitori del potere in Algeria - e proprio in memoria di esso e della sua compagna - lei, effettivamente, cresciuta professionalmente all'interno delle istituzioni scolastiche - determinato ad affrontare - e superare - il dolore senza alzare la voce, lottando con grande equilibrio e nel rispetto dell'altro.
E nonostante il valore complessivo della pellicola risulti minore rispetto ad un altro cult del genere come L'attimo fuggente, Lazhar appare come un Keating più equilibrato e dunque meno incline ad esporre - pur se involontariamente - i suoi studenti al mondo e alla sua ingombrante presenza, ad un tempo cosciente del fatto che l'esternazione dei sentimenti - in questo caso la presa di coscienza effettiva della morte della collega che proprio lui ha sostituito, Martine - sia necessaria affinchè la crescita possa comportare un effettivo costuire.
Il rapporto con la piccola Alice - la cui madre è interpretata dall'autrice della pièce dalla quale è tratto il film - è l'esempio perfetto del tatto mostrato dal regista nel raccontare una vicenda intima e toccante, leggera eppure profondamente drammatica, attuale - vengono analizzati aspetti controversi del ruolo, come il non poter neppure sfiorare gli studenti in alcun modo - e magica, che ha nel climax conclusivo e nella fiaba scritta per i suoi alunni da Lazhar il suo picco emotivo e poetico: e nella rottura delle convenzioni, dal rapporto complesso con Simon - che pensa di essere responsabile del suicidio di Martine - e Boris - chiuso in un mutismo al limite dell'autismo - a quell'abbraccio sincero e liberatorio che non ha bisogno di discorsi o autoreferenzialità, c'è tutto il bello di questa figura mitica che tutti i bambini - e non solo - sognano di incontrare.
Quella che vede unite l'autorità dei genitori, la saggezza di un mentore e la presenza di un amico: l'insegnante.


MrFord


"Cause I know the way to break your heart 
the way to tell a lie
like you do
oh yes I know
the way to make you cry
the way to give you doubts
like you do."
Anggun - "Chrysalis" -


domenica 10 giugno 2012

Polytechnique

Regia: Denis Villeneuve
Origine: Canada
Anno: 2009
Durata: 77'




La trama (con parole mie): nel pomeriggio del 6 dicembre 1989, Marc Lepine fece irruzione, armato di tutto punto, all'Ecole Polytechnique, dipartimento di ingegneria dell'Università di Montreal, deciso a vendicarsi delle femministe responsabili di avergli rovinato la vita, prima di suicidarsi.
Senza preoccuparsi degli studenti e del personale di sesso maschile, il giovane si muove all'interno dell'istituto prendendo di mira le sole donne, forte delle sue convinzioni e della scarna, breve lettera lasciata a giustificare il suo massacro.
Quando la furia omicida deciderà di autoimporsi la parola fine con un colpo di fucile alla testa, quattordici vittime saranno state mietute.
Le stesse cui il regista dedica il film.
Figlie, mogli, madri, donne.




Prima di cominciare, ringrazio Ottimista per la prima segnalazione di questo film, e addirittura il mio antagonista Cannibale, autore dell'ottimo post che mi ha indotto a recuperarlo.

"Ma come puoi morire un giorno, Narciso, se non hai una madre? Senza madre non si può amare. Senza madre non si può morire."
Ricordo quanto le parole che Boccadoro rivolse all'amico fraterno protagonista con lui di uno dei romanzi cult della mia adolescenza mi colpirono, ai tempi, scatenando quello che fu un vero e proprio amore letterario per Hermann Hesse, uno degli idoli dei miei anni al liceo e dei primi tentativi legati alla scrittura.
Nel corso della visione di Polytechnique, frutto dell'innegabile talento di Denis Villeneuve - già entrato nel cuore di casa Ford grazie allo splendido Incendies - La donna che canta -, l'orrore e l'inquietudine legati alla terribile vicenda narrata - che ha ben più di un punto in comune, tecnicamente e come impatto, con quello che può essere considerato il Capolavoro di Gus Van Sant, Elephant - sono arrivati soltanto ovattati agli occhi e al cuore del sottoscritto, resi meno incisivi e devastanti proprio dal potere di quello che mi pare sia il messaggio estremamente positivo, per quanto dolente e frutto di lacrime, della pellicola.
Un momento in particolare ha cambiato la percezione di una caccia spietata ed orrorifica che le ellissi e la violenza mai mostrata direttamente non parevano in grado di riuscire a rendere più sopportabile: J.F., uno dei primi studenti a cercare di aiutare le ragazze ferite dal killer, torna dalla madre per pranzare con lei, in attesa di un Natale che non vedrà mai, spinto da un senso di colpa legato alla sanguinosa follia di chi, al contrario, di colpa non ha neppure sentito parlare, votato ad un concetto di giustizia che nessuno, al di fuori della sua mente, potrà davvero concepire.
Da quel momento, nella responsabilità espressa dal giovane studente e nel coraggio di Valerie di rinascere una volta vissuta un'esperienza come quella dell'Ecole Polytechnique, tutto pare poter essere affrontato: con fatica, e non senza sofferenza.
Certo, è difficile pensare che da un film come questo possa nascere un punto di vista ottimista, considerato il peso che opprime l'anima di noi spettatori che osserviamo l'atroce racconto portato sullo schermo vent'anni dopo i fatti, e considerata quella che è la scelta dello stesso J.F., motore della mia epifania in positivo. Eppure, non riesco davvero a vederla in un altro modo.
Lo stesso post, che si affacciava dirompente già nel corso della visione e prendeva una sua forma autonoma, è passato dalla desolazione dei corridoi vuoti, in cui borse e fogli paiono lapidi ed il bianco e nero il sudario di un'esistenza dominata dall'odio, e destinata a generarne ancora, e ancora, alla luce negli occhi di una giovane donna che non fa altro che lottare perchè i suoi sogni e la sua vita prendano forma, dalla scelta nell'indirizzo di ingegneria a quella di una famiglia ed un futuro.
E' in lei, che brilla la luce di qualcosa che sfugge all'assassino, e assumono un significato ancora maggiore le parole che Hesse scrive per Boccadoro: "non si può morire senza una madre", neppure puntandosi un fucile in mezzo alla fronte e facendo fuoco.
"Senza madre non si può amare", e di certo, il killer dell'Ecole Polytechnique dimenticò il senso stesso di questa parola: quello che sta alla base di ognuno di noi, e nel bene e nel male ci forma, e spinge verso il futuro e la vita, in tutti i sensi.
"Senza madre non si può morire", si diceva.
Nessuno potrà riportare indietro alle famiglie le proprie figlie, mogli, compagne, amiche o amanti, eppure tutte loro, da vittime, saranno portatrici di un'eredità per tutte le Valerie che resteranno.
Un'eredità che l'autore del massacro non ha mai conosciuto, e non conoscerà mai. Quella dell'amore.
Questa è la scelta più coraggiosa ed importante di Villeneuve e della sua opera: una voce soffusa contrapposta ad un grido di rabbia atroce, una delicata e quasi impercettibile sinfonia leggera come la neve che si posa su una Montreal irreale, come irreale suona la crociata di Lepine - mai nominato nel corso del film - contro il femminismo, causa dei mali della sua vita.
Il femminismo che spinge un giovane a percorrere corridoi vuoti in nome del timore che possa essere riscritta la Storia in nome del concetto di Donna.
E, dunque, di Madre.
"Senza madre non si può amare", continua a suggerire Boccadoro, e così Villeneuve.
Ed è inconcepibile pensare di chiudere i conti senza aver provato almeno una volta a stare di fronte alla donna cui dobbiamo tutto.
Come J.F., come un debito di riconoscenza prima di andarsene.
Come Valerie, ed un'eredità trasmessa ad una vita che si deve ancora compiere.
Caro assassino in bianco e nero, tu non puoi morire. Neanche con un colpo in testa.
Sei ancora qui, senza riuscire a toccare quella neve, per ricordarci che esiste altro, in questo mondo.
Esiste la vita.
E nessuno come la Donna è in grado di regalarla.
Non puoi morire, perchè è importante che tu stia qui, e scopra che siamo tutti figli.
E tutti orgogliosamente femministi.


MrFord


"Mother, you had me
but I never had you
I wanted you
but you didn't want me
so I got to tell you goodbye
goodbye."
John Lennon - "Mother" -


venerdì 4 maggio 2012

Pontypool

Regia: Bruce McDonald
Origine: Canada
Anno: 2008
Durata: 93'



La trama (con parole mie): siamo in una piccola cittadina dell'Ontario, persi in inverni lunghi e bui, spesso e volentieri da sopportare sotto il peso di continue tormente di neve.
In una piccola stazione radio locale lavora Grant Mazzy, un vecchio dj affezionato al Glennfiddich che spesso e volentieri finisce per dire la sua anche quando la stessa non è decisamente richiesta.
Nel corso di quello che pare un normalissimo giorno di programmazione, dall'esterno cominciano ad arrivare notizie di una sorta di epidemia che si sta espandendo a macchia d'olio in tutta la città, causando addirittura la mobilitazione dell'esercito e stimolando l'interesse delle grosse emittenti come la BBC: Mazzy, con la produttrice Sydney e la giovane assistente Laurel-Ann, si troverà ad affrontare un virus come non se ne erano mai visti. E soprattutto sentiti.




Sono contento di aver visto Pontypool. Davvero contento.
Perchè, una volta tanto, ho la possibilità di chiarire il reale significato delle bottigliate, che spesso e volentieri arrivano neanche fossero le Tre Bufere roboando sulla testa dei registi autori di opere che, fondamentalmente, avrebbero potuto essere e non sono state, ma che, di fatto, sono decisamente migliori rispetto a quelle che si vedono appioppare un solo bicchiere di valutazione.
Pontypool, segnalatomi poco tempo fa dal mio fratellino Dembo, è un'opera assolutamente interessante, ricca di spunti e di idee come raramente se ne vedono - almeno di recente - nell'ambito horror, eppure, dall'inizio alla fine, non riesce a convincere appieno, stimolando più che altro nello spettatore la curiosità rispetto a quanto potenziale sarebbero stati in grado di tirare fuori da una materia così Maestri del genere come Romero o Carpenter.
Atmosfera anni settanta, ansia da assedio, un mistero che si svela - seppur in modo parecchio macchinoso - rivelando un morbo davvero unico nel suo genere, metafora non solo dell'ambientazione del film ma della nostra società, che vede alla sua base la comunicazione: le carte in regola per un cult vero e proprio - chissà, forse anche non solo di genere - c'erano tutte, così come un ribaltamento dei topoi del genere zombie movie, che dall'azione - seppur rallentata - e dalle allegorie politiche dei suoi claudicanti protagonisti permette un passaggio ai dialoghi - o più propriamente monologhi - fitti ed ubriacanti di Grant Mazzy - uno Steven McHattie in grande spolvero - e ad un film profondamente parlato, eccessivo e sopra le righe come il dj che lo conduce letteralmente dal principio alla conclusione (?), un tipo spigoloso e ruvido che fin dalla trasmissione del mattino è pronto a schiaffarsi un Glennfiddich giusto per darsi la carica - consiglio alcolico: se non l'avete fatto, provatelo: è una bomba -.
Eppure Pontypool è tutto tranne una pellicola riuscita: sarà la mancanza di un elemento effettivamente spaventoso - inquietudine ce n'è, e molta, ma nulla che si possa paragonare a Classici come La notte dei morti viventi o anche a titoli "minori" come The fog, giusto per citare di nuovo i due giganti cui si ispira palesemente McDonald -, sarà il gigioneggiare a tratti quasi fastidioso del protagonista, saranno gli elementi grotteschi inseriti - non divertenti quanto il regista vorrebbe fossero -, sarà che il talento dell'uomo dietro la macchina da presa non è certamente quello di una potenziale Palma d'oro, ma il sapore che resta una volta conclusa la visione è quello di una grande - per non dire grandissima - occasione più che sprecata affidata alle mani sbagliate.
Idee sulla carta geniali come il resoconto telefonico dell'attacco degli infetti alla clinica da parte dell'inviato dell'emittente esplodono così soltanto una minima parte del loro effettivo potenziale, ridimensionando una pellicola che appare come un cult da videoteca nerd da film anni ottanta quando avrebbe potuto rompere gli argini e diventare qualcosa di decisamente più incisivo come di recente è stato per lavori come The descent di Neil Marshall, Eden Lake di James Watkins e The Woman di Lucky McKee.
Certo, le atmosfere di Pontypool sono molto diverse, il gore è praticamente inesistente e i presupposti decisamente più mentali che viscerali: eppure chi ha mai detto che un horror debba inquietare, spaventare o esplodere soltanto grazie a squartamenti e sangue?
Non è la parola uno dei nostri strumenti di comunicazione, se non il principale?
E non è la mente il vero fulcro su cui fare leva per scatenare le peggiori paure?
In questo senso, il lavoro di McDonald scopre un nervo decisamente delicato per ogni spettatore, e lancia una sorta di sfida all'horror in toto ribaltando la necessità di stupire attraverso gli occhi e l'adrenalina per concentrarsi su quello che può fare il nostro cervellino, se stimolato a dovere.
Di recente, soltanto Ti West con il suo Innkeepers ha cercato di sperimentare una via alternativa in questo senso, e come per Pontypool, il risultato non è stato incisivo quanto avevo sperato.
Ma non occorre fasciarsi troppo la testa.
In fondo, ogni nuova strada si apre attraverso sacrifici ed esperimenti che possono anche non essere riusciti al meglio.
Si può dire che McDonald si sia dato da fare per essere una sorta di esploratore di quello che potrebbe tornare ad essere un punto di riferimento dell'horror: un'autorialità giocata su testa, società e comunicazione. Una litania invece di un grido. Un assedio invece di una fuga in campo aperto.
Sconvolgimento mentale prima di azione fisica.
Linguaggio prima di sangue.
Un survival politico che antispettacolarizza uno dei generi più spettacolari che esistano.
Resta da vedere se la strada imboccata da questi improvvisati nuovi pionieri si rivelerà un tripudio di genialità come fu per i loro più grandi predecessori o un'intricata matassa di noiosi tentativi pseudo intellettuali.


MrFord


"Fiumi di parole
fiumi di parole tra noi
prima o poi ci portano via
ti darò il mio cuore
ti darò il mio cuore se vuoi."
Jalisse - "Fiumi di parole" - 


 

martedì 27 marzo 2012

Incendies - La donna che canta

Regia: Denis Villeneuve
Origine: Canada
Anno: 2010
 Durata: 130'


La trama (con parole mie): Nawal Marwan, una donna dal passato misterioso, è appena deceduta, ed i suoi due figli gemelli, Jeanne e Simon, nati e cresciuti in Canada, scoprono di dover compiere un viaggio in Medio Oriente affinchè gli ultimi desideri della loro madre possano essere esauditi.
Ognuno di loro avrà un compito: per la prima, determinata a fare luce sul passato della famiglia, ed il secondo, decisamente arrabbiato e refrattario all'idea, si apriranno le strade verso il loro perduto padre ed il fratello che non sapevano di avere.
Un viaggio drammatico ed intenso alla scoperta delle proprie origini svelerà ben più di quanto i due si sarebbero aspettati, il passato di Nawal e la sua identità di "donna che canta" e quello che pare un monito affinchè il concetto di amore divenga più forte di quelli di odio, religione e territorialità.





Esistono pellicole in grado di toccare temi molto noti ed esaminati a fondo dalla settima arte riuscendo ugualmente a mostrarne aspetti unici ed irripetibili, a portare sullo schermo personaggi memorabili o scene di culto: Incendies - o La donna che canta - è senza dubbio parte del novero.
Personalmente ho sempre seguito - per quanto possibile rispetto alla distribuzione italiana e occidentale in genere - con molto interesse il Cinema mediorientale, in grado di regalare al mondo Maestri come Kiarostami - se non avete mai visto nulla di suo, correte a recuperare quel Capolavoro che è Il sapore della ciliegia - o volti nuovi di una sensibilità potente e moderna come Jafar Panahi - Il cerchio ed Oro rosso cult imperdibili -, ma anche piccole perle di valore come La sposa siriana, o La banda.
Spinto da una produzione tutta occidentale, il lavoro di Villeneuve riesce ad inserirsi alla perfezione nello stesso ambito narrando una storia in bilico tra passato e presente che è una scoperta dei martoriati territori dibattuti tra israeliani e palestinesi - ma non solo - ed un viaggio di intensità incredibile all'interno di una famiglia, dal suo passato, al presente fino al futuro, con l'eredità consegnata da Nawal ai suoi due figli gemelli, generati dall'odio eppure spinti come solo una madre può fare verso una nuova via, quella del perdono e dell'amore che abbraccia un concetto non tanto religioso quanto figlio delle posizioni di John Lennon o Fabrizio De Andrè, che scava a piene mani nella miseria ed affiora dal sangue e dal fango per costruire qualcosa di nuovo.
In particolare, risultano strepitosi i passaggi ambientati nel passato della protagonista, dall'esecuzione del primo flashback all'agghiacciante incendio dell'autobus che da titolo all'intera vicenda, così come il faccia a faccia conclusivo tra Jeanne e Simon e le loro scoperte a proposito di padre e fratello, in grado di rievocare ai miei occhi il lirismo terrificante di opere indimenticabili quali Old Boy, sempre considerando quanto da queste parti scelte di regia e sceneggiatura così coraggiose sarebbero osteggiate ad ogni livello, dalla produzione all'opinione pubblica bigotta e limitata con la quale ci ritroviamo a confrontarci regolarmente.
Il tutto portato sullo schermo con un'abilità impressionante dietro la macchina da presa, una fotografia ed un piglio che fanno delle opere del già citato Kiarostami una vera e propria lezione ed un crescendo di potenza impressionante, che intreccia la vita di un figlio cresciuto nell'odio e nella guerra e quelle di due preservati da un passato che rischiava di essere troppo fino a quando non fossero stati pronti unite dalla volontà ferrea di una madre che, di fatto, non ha mai abbandonato nessuno di loro, neppure nell'assenza, neppure rinchiusa tra le pareti di una prigione che non l'ha piegata neanche portandole via tutto quello che si potrebbe togliere ad un essere umano.
E con le lettere che giungono ai loro destinatari a compimento del viaggio e della promessa fatta da e a Nawal assistiamo ad uno dei finali emotivamente più toccanti che il Cinema mi abbia riservato in tempi recenti, evocando i fantasmi emotivi di meraviglie come Departures.
Anche in quel caso, la perdita diveniva uno strumento per una nuova consapevolezza, ed una scoperta di se stessi che pare un'eredità: ed è questo, più di ogni altro bene materiale, che Nawal lascia a Jeanne e Simon.
L'eredità di chi ha lottato, è stato oppresso ma non si è fatto schiacciare, ha vissuto la violenza per trasformarla in amore.
L'eredità di ogni madre.
L'eredità della donna che canta.


MrFord


"Per me sei figlio, vita morente,
ti portò cieco questo mio ventre,
come nel grembo, e adesso in croce,
ti chiama amore questa mia voce."
Fabrizio De Andrè - "Tre madri" -



domenica 25 settembre 2011

Il demone sotto la pelle

Regia: David Cronenberg
Origine: Canada
Anno: 1975
Durata: 87'

La trama (con parole mie): il tranquillo complesso residenziale ad alta tecnologia costruito in modo da essere una sorta di nuovo emblema del progresso detto L'Arca è sconvolto da un brutale omicidio compiuto da un anziano professore. 
L'evento, che scatena l'attenzione dei media, non sarà che l'inizio di una vera e propria invasione "dall'interno" legata ad una specie di parassiti in grado di scatenare tutti i lati più violenti e selvaggi dell'istintività umana.
I residenti dovranno dunque battersi per mantenere la propria coscienza e preservare le loro stesse vite dalle orde scatenate e a piede libero in quello che era una sorta di vero e proprio "paradiso artificiale".



Raramente mi era capitato di imbattermi in un film rispecchiato così clamorosamente dal suo titolo - ebbene sì, quello italiano, nonostante io sia un fermo detrattore degli adattamenti - come Il demone sotto la pelle: quest'opera dell'ormai stratosferico Cronenberg - i suoi ultimi due lavori sono oltre misura, e l'attesa per A dangerous method fervente - era una delle due che ancora mancava all'appello delle mie visioni, e ringrazio di essere qui a scriverne il post a distanza di qualche giorno.
Questo perchè, terminata la visione, ammetto di essere rimasto un pò deluso rispetto allo standard che è solito garantire il regista canadese: è indiscutibile, infatti, che Il demone sotto la pelle, a distanza di più di trentacinque anni dalla sua realizzazione, risulti inevitabilmente datato sia visivamente che in termini di stile e narrazione, portatore della tipica atmosfera da complotto soffocante figlia del pessimismo dei seventies segnati dal Vietnam e dalla Guerra Fredda.
Eppure, lasciando riposare il tutto e per tornare a pensarci ora, mi ritrovo ad attribuire numerosi meriti - e soprattutto riconoscere un coraggio spropositato dal punto di vista delle immagini proposte, senza dubbio sconvolgenti per l'epoca - a questo tentativo del vecchio David, ancora all'inizio della sua ricerca e sperimentazione attorno alla corruzione dei corpi e delle anime ma già clamorosamente deciso nella piega da prendere fotogramma dopo fotogramma: certo, i mezzi economici ed un cast non sempre all'altezza - resta comunque doverosa una citazione per una delle attici simbolo del "grindhouse" del tempo, Barbara Steele - non aiutano certo la visione, specialmente ad un pubblico smaliziato e glamour come quello odierno, eppure i riferimenti a quelli che furono L'invasione degli ultracorpi - Capolavoro indiscutibile di Don Siegel - o saranno i futuri Exsistenz e La mosca sono evidenti, così come la volontà dell'autore di mostrare una ricerca visivamente molto fisica ma tutta incentrata sulla profondità dell'anima e sui suoi abissi, marchio di fabbrica di quello che sarà il Cronenberg della completa maturità artistica che ancora oggi abbiamo la fortuna di ammirare.
Non mancano i richiami ad un certo Cinema politico e di sopravvivenza come quello romeriano, legati a doppio filo ad una critica sociale da sempre presente nelle opere del regista canadese, che paiono infettarci come gli schifosissimi parassiti protagonisti della pellicola ed infiltrarsi nel nostro intimo, tornando a farsi sentire a posteriori mostrando tutta la potenza di un lavoro che potrebbe correre il rischio di essere erroneamente sottovalutato ad una prima valutazione.
Certo, non mi sentirei di consigliarlo ad un non cinefilo, o a un detrattore del regista de La promessa dell'assassino, eppure mi ritrovo clamorosamente a pensare e ripensare a quanti e quali risvolti siano presenti in un'ora e mezza scarsa di un'opera assolutamente acerba e ben lontana dai Capolavori che avrebbe successivamente confezionato il suo incredibile autore: scusate se è poco.

MrFord

"But each time I do
just the thought of you
makes me stop before I begin
'cause I've got you under my skin."
U2 - "I've got you under my skin" -


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...