Visualizzazione post con etichetta Barbara Steele. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Barbara Steele. Mostra tutti i post

giovedì 31 luglio 2014

La maschera del demonio

Regia: Mario Bava
Origine: Italia
Anno: 1960
Durata: 87'




La trama (con parole mie): nel cuore della Moldavia del seicento una strega divenuta vampiro ed il suo servo ed amante vengono giustiziati dal fratello di lei, costretti alla tortura della Maschera del Demonio. Quando il rogo dovrebbe porre fine alle loro esistenze, però, un uragano invocato dalla strega stessa, pronta a maledire il fratello ed i suoi discendenti, impedisce la distruzione dei corpi degli accusati: due secoli dopo, a seguito dell'involontario intervento di due medici troppo curiosi, la maledizione prende forma.
Katia, la giovane figlia del principe di quelle terre, diviene il bersaglio delle anime dannate, che vorrebbero sfruttarla come veicolo per il ritorno della rappresentante del diavolo sulla Terra: soltanto l'amore del più giovane dei medici e l'esperienza del pastore del luogo potranno fare da baluardi contro l'affermarsi della maledizione e delle forze del Male.







Questo post partecipa alle sanguinose celebrazioni dedicate al Mario Bava Day.





Fu davvero curioso, il destino di Mario Bava.
Almeno qui in Italia.
Direttore della fotografia, Maestro degli effetti speciali, innovatore, figlio e padre d'arte, il cineasta sanremese ebbe una fortuna scarsissima nonostante il talento che mostrò nella maggior parte delle sue opere, alcune delle quali assolutamente strepitose, sia in termini autoriali che di seguito.
Non è un mistero, infatti, che mentre qui nel Bel Paese il buon Mario attendeva un riconoscimento dalla critica illustre, soprattutto negli States registi del calibro di Carpenter, Burton e Tarantino finirono per considerarlo un genio assoluto ed un ispiratore delle loro opere, e che quello stesso riconoscimento tanto agognato giunse - purtroppo postumo - proprio grazie agli apprezzamenti di questi ultimi: La maschera del demonio, suo primo lungometraggio ufficialmente documentato, è una dimostrazione di quello stesso, incredibile talento.
Nonostante, infatti, passerà alla storia più come trampolino di lancio per quella che fu una delle prime scream queen dell'horror, Barbara Steele, questo drammone gotico dai risvolti romantici - una specie di Casablanca in salsa Lovecraft - rappresentò una delle lezioni migliori per i registi del genere e non solo, dalla tecnica sopraffina - fotografia, firmata dallo stesso Bava, assolutamente perfetta, atmosfere lugubri ed affascinanti, quasi come se il Nosferatu di Murnau respirasse ed ispirasse seduzione, movimenti di macchina di ispirazione wellesiana - ad una cornice che, ai tempi, si era potuta ammirare solo nelle opere inglesi di Hitchcock - Rebecca la prima moglie su tutte - ed in cult totali come Gli invasati, senza contare un approccio decisamente avanti con i tempi che avrebbe aperto la strada a tutto quello che il Cinema d'orrore avrebbe riservato al suo pubblico soprattutto tra gli anni settanta ed ottanta.
Il genere vampirico, ai tempi assolutamente lontano dall'inflazione conosciuta in epoche più recenti e scialbe, unito ad un'atmosfera elegante e malinconica, un ritmo volutamente lento - del resto, l'ispirazione venne da un racconto di Gogol - ed un bianco e nero da fare invidia ai Capolavori dell'espressionismo tedesco regalano a questo film un fascino unico, di quelli che soltanto i titoli sfruttati dagli insegnanti nelle scuole e dai critici nei percorsi tematici delle rassegne possono avere, e che a distanza di più di mezzo secolo continua ad intrigare ed ipnotizzare nonostante l'ingenuità di fondo che ai tempi era parte integrante del prodotto finito - il duello con il pipistrello nella cripta, le luci sfruttate come riflettori pronti ad illuminare i volti dei maligni come torce elettriche in un campeggio a scandire i racconti di terrore sussurrati davanti ad un falò -.
Agli spettatori attuali forse potrà apparire perfino ingenuo, eppure La maschera del demonio rappresenta, di fatto, uno dei titoli più importanti della produzione italiana degli anni sessanta, precursore di una tradizione che vedrà opere come Profondo rosso prendersi le luci della ribalta anche grazie ai passi mossi da Bava quasi un ventennio prima: e dalla passione per gli effetti speciali - strepitosi in tutto e per tutto - all'incredibile miracolo operato su Barbara Steele - antesignana delle attuali cagne maledette, eppure incredibilmente efficace con i suoi movimenti quasi nevrotici delle mani e gli splendidi ed inquietanti primi piani dell'epilogo, con la strega sul rogo - tutto funziona in questo lavoro, che pur non essendo il mio personale favorito di questo incredibile regista - Reazione a catena e Cani arrabbiati restano, a mio parere, i suoi veri Capolavori - rappresenta uno degli esordi più potenti della Storia del Cinema non solo nazionale, ed un cult che gli appassionati del genere non potranno certo dimenticare facilmente.
Come una maledizione.
O un dono.




MrFord




Partecipano all'iniziativa con una goccia di sangue a testa i seguenti adepti: 




domenica 25 settembre 2011

Il demone sotto la pelle

Regia: David Cronenberg
Origine: Canada
Anno: 1975
Durata: 87'

La trama (con parole mie): il tranquillo complesso residenziale ad alta tecnologia costruito in modo da essere una sorta di nuovo emblema del progresso detto L'Arca è sconvolto da un brutale omicidio compiuto da un anziano professore. 
L'evento, che scatena l'attenzione dei media, non sarà che l'inizio di una vera e propria invasione "dall'interno" legata ad una specie di parassiti in grado di scatenare tutti i lati più violenti e selvaggi dell'istintività umana.
I residenti dovranno dunque battersi per mantenere la propria coscienza e preservare le loro stesse vite dalle orde scatenate e a piede libero in quello che era una sorta di vero e proprio "paradiso artificiale".



Raramente mi era capitato di imbattermi in un film rispecchiato così clamorosamente dal suo titolo - ebbene sì, quello italiano, nonostante io sia un fermo detrattore degli adattamenti - come Il demone sotto la pelle: quest'opera dell'ormai stratosferico Cronenberg - i suoi ultimi due lavori sono oltre misura, e l'attesa per A dangerous method fervente - era una delle due che ancora mancava all'appello delle mie visioni, e ringrazio di essere qui a scriverne il post a distanza di qualche giorno.
Questo perchè, terminata la visione, ammetto di essere rimasto un pò deluso rispetto allo standard che è solito garantire il regista canadese: è indiscutibile, infatti, che Il demone sotto la pelle, a distanza di più di trentacinque anni dalla sua realizzazione, risulti inevitabilmente datato sia visivamente che in termini di stile e narrazione, portatore della tipica atmosfera da complotto soffocante figlia del pessimismo dei seventies segnati dal Vietnam e dalla Guerra Fredda.
Eppure, lasciando riposare il tutto e per tornare a pensarci ora, mi ritrovo ad attribuire numerosi meriti - e soprattutto riconoscere un coraggio spropositato dal punto di vista delle immagini proposte, senza dubbio sconvolgenti per l'epoca - a questo tentativo del vecchio David, ancora all'inizio della sua ricerca e sperimentazione attorno alla corruzione dei corpi e delle anime ma già clamorosamente deciso nella piega da prendere fotogramma dopo fotogramma: certo, i mezzi economici ed un cast non sempre all'altezza - resta comunque doverosa una citazione per una delle attici simbolo del "grindhouse" del tempo, Barbara Steele - non aiutano certo la visione, specialmente ad un pubblico smaliziato e glamour come quello odierno, eppure i riferimenti a quelli che furono L'invasione degli ultracorpi - Capolavoro indiscutibile di Don Siegel - o saranno i futuri Exsistenz e La mosca sono evidenti, così come la volontà dell'autore di mostrare una ricerca visivamente molto fisica ma tutta incentrata sulla profondità dell'anima e sui suoi abissi, marchio di fabbrica di quello che sarà il Cronenberg della completa maturità artistica che ancora oggi abbiamo la fortuna di ammirare.
Non mancano i richiami ad un certo Cinema politico e di sopravvivenza come quello romeriano, legati a doppio filo ad una critica sociale da sempre presente nelle opere del regista canadese, che paiono infettarci come gli schifosissimi parassiti protagonisti della pellicola ed infiltrarsi nel nostro intimo, tornando a farsi sentire a posteriori mostrando tutta la potenza di un lavoro che potrebbe correre il rischio di essere erroneamente sottovalutato ad una prima valutazione.
Certo, non mi sentirei di consigliarlo ad un non cinefilo, o a un detrattore del regista de La promessa dell'assassino, eppure mi ritrovo clamorosamente a pensare e ripensare a quanti e quali risvolti siano presenti in un'ora e mezza scarsa di un'opera assolutamente acerba e ben lontana dai Capolavori che avrebbe successivamente confezionato il suo incredibile autore: scusate se è poco.

MrFord

"But each time I do
just the thought of you
makes me stop before I begin
'cause I've got you under my skin."
U2 - "I've got you under my skin" -


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...