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mercoledì 15 febbraio 2017

2001: a Dembo odyssey





Qualche anno fa, proprio in questo periodo, decisi di dedicare un paio di settimane circa di post ripercorrendo l'intera carriera di quello che, forse, potrebbe essere considerato il Regista tra i registi, l'indimenticato ed inimitabile Stanley Kubrick.
Seguendo il percorso cronologico della filmografia di quest'ultimo, mi cimentai ovviamente con il post dedicato a quello che io considero IL film, 2001: Odissea nello spazio.
Grazie ad un'imbeccata di quello che considero non solo uno tra i miei migliori amici, ma una sorta di Fratello aggiunto, Dembo, lo scorso sabato ho potuto godere dell'esperienza mistica di questo film su grande schermo, precisamente nella mitica Sala Energia dell'Arcadia di Melzo, che per l'occasione ha deciso di proiettare la versione 70mm della pellicola.
Al mio fianco, ovviamente, lo stesso Dembo, che ora e con grande piacere prenderà il mio posto per l'occasione in qualità di recensore.
Dacci dentro, Fratello.



MrFord




L'altra notte, mentre dormivo il sonno dei giusti, mi sono svegliato tutto sudato ed ansimante, e dopo aver indicato un punto a caso del soffitto, ho gridato: “Film dal potente e misterioso fascino che si interroga sul passato e futuro dell’uomo in un turbine di sequenze al limite dell’onirico!” (Recitato tutto d’un fiato, come fosse il titolo di un lavoro della Wertmüller).
Mia moglie mi ha detto qualcosa che io, ottenebrato dalla forte esperienza mistica che avevo appena vissuto, ho percepito come un “E smettila di drogarti, porco cazzo!” 
Dopo aver incassato l’apprezzamento della mia dolce metà riguardo lo stile di vita che conduco sono svenuto in un sonno senza sogni. La mattina, appena sveglio, mi sono trovato teletrasportato sul divano, in pigiama, tremante e con la bavetta alla bocca – in stile Danny di Shining quando ha la luccicanza - a fissare lo schermo del mio smartphone aperto sulla pagina del cinema Arcadia, sezione eventi extra, sottosezione eventi speciali: SABATO 11 FEBBRAIO, ORE 17:00, 2001 ODISSEA NELLO SPAZIO.
Tutto torna! I pezzi del puzzle si incastrano, il grande Demiurgo che tutto controlla e tutto vede mi ha permesso di scorgere i fili del destino. Sento che sto per ascendere al cielo, ma non c’è tempo! Bacio mia moglie, abbraccio mia figlia fortissimo, prendo una tibia dallo scheletro medievale che tengo in salotto e mi precipito saltando e urlando in sala non prima, ovviamente, di aver coinvolto uno dei miei migliori amici nonché uno dei migliori recensori cinematografici del nostro Sistema Solare: Mr. James Ford.
Quello che segue è la cronaca dell’esperienza trascendentale cui siamo stati sottoposti dalla potenza del film, dalla magnificenza dell’impianto audio Atmos, dall’imponenza dell’enorme schermo della Sala Energia e… Dal fatto che eravamo nella PRIMA fottutissima fila.
Si può recensire un film come 2001 Odissea nello spazio? Secondo me no, nel modo più assoluto. 
O almeno, non nel senso tradizionale del termine. Troppa roba da digerire e metabolizzare, troppi significati reconditi, troppe chiavi di lettura, insomma un incubo per qualsiasi critico che gli si avvicini con questo scopo. E infatti, giustamente, quando chiedi a qualcuno “Com’è 2001 Odissea nello spazio?” sentirai le più disparate risposte, perché ognuno carica di aspettative e significati -ed in base alla propria sensibilità, ai propri gusti e perché no, in base alla propria cultura - un film così monumentale. 
Mi limito a sottolineare che mai come questa volta mi sia trovato in balia della storia, con un'incontrollabile voglia di scoprire cosa avrebbe riservato la scena successiva – era la prima volta che lo vedevo, ecco l’ho detto - con quel senso di fascinoso mistero che ti si attacca alla gola quando stai guardando qualcosa che, evidentemente, sta andando a toccare qualcosa di atavico, di ancestrale –si parla pur sempre del passato dell’Uomo e, soprattutto, del suo futuro -. 
Più volte Kubrick ha sottolineato il fatto che la sfida più grande di 2001 –per altro vinta a mani basse- sia stata quella di creare un film che rifuggisse dalla canonica visione del causa/effetto che regola la narrazione cinematografica, un film che non andasse spiegato al pubblico, ma più semplicemente vissuto lasciando che suggestioni ed emozioni sgorgassero fuori come nel flusso di coscienza di Joyce.
Esistono poi diverse leggende che accompagnano Kubrick e 2001 Odissea nello spazio, si va dal finto allunaggio girato proprio da Stanley per conto della Nasa – si racconta che le speciali lenti usate per girare il film siano state fornite proprio dal famoso ente spaziale americano e che, una volta visto lo straordinario risultato ottenuto, sia stato chiesto al Maestro di replicarlo nel famoso sbarco lunare- passando per le parziali ammissioni di tutto ciò nel film Shining –Danny indossa spesso un maglione con l’effige dell’Apollo 11- per arrivare, ciliegina sulla torta, all’attacco di cuore procurato da non meglio precisati Poteri Forti che imputavano a Kubrick, con il suo ultimo lavoro Eyes wide shut, di aver reso pubblici rituali e modus operandi di alcune società segrete, -mi riferisco, ovviamente, alla strepitosa scena del culto della fertilità con gli incappucciati e la leggendaria musica rumena suonata al contrario- un film troppo semplicemente bollato come “minore” nella sua filmografia e, cosa ancora più triste, balzato agli onori della cronaca più per le scene orgiastiche e per la presenza della coppia Cruise-Kidman, che per il profondo simbolismo massonico che permea l’opera e per la precisissima e tagliente analisi che si fa del Potere, di chi lo esercita e di chi lo subisce.
Che Kubrick fosse un genio lo sanno tutti, pochi sanno però che era anche massone –e quindi sicuramente depositario di antiche conoscenze esoteriche, come l’architettura sacra, la sezione aurea, la veicolazione di simboli subliminali e solo Cthulhu sa cos’altro- quindi non c’è da stupirsi se i suoi lavori riescano a colpire così nel profondo e quasi senza fartene rendere conto, – sono 48 ore che penso a 2001 e ancora non riesco a capire cosa abbia smosso dentro di me per farmelo tanto amare, probabilmente il fatto che il famoso Monolite nero in qualche modo si colleghi alla nota questione del Paleocontatto o, detto più semplicemente, alla teoria degli Antichi astronauti, roba per cui ultimamente sto in fissa parecchio, ergo: sono a tanto così da scavare nel giardino di casa convinto di poter trovare Antichi Manufatti Alieni- perché sono creati proprio con quello scopo, veicolare un messaggio senza che lo spettatore quasi se ne accorga.
Molto interessante poi, è notare che il film non sia invecchiato di un giorno uno. 
Tecnicamente è qualcosa di mostruoso, con una perfetta fusione di modellini, fondali e scenografie–cosa che farà, egregiamente, anche Ridley Scott con Alien nel 1979- ci sono movimenti di macchina che avranno fatto rizzare il pisellino a tutti gli aspiranti registi dell’epoca, c’è una dottrina antropologica/filosofica potentissima ed ancora oggi ineguagliata da tutti quei film che in un modo o nell’altro hanno saccheggiato il lascito di Kubrick –mi riferisco ad Arrival, Gravity, Interstellar –in fondo la libreria pentadimensionale altro non è che la stanza verde in stile Impero della parte finale del film- Stargate, Prometheus e chissà quanti altri che ora non mi vengono in mente.
Insomma, un film grosso così [allarga le braccia fino a quasi fare uscire le spalle dall’articolazione] magari “non il mio preferito in assoluto” come mi ha detto Ford a fine visione andando perfettamente a sovrapporsi al mio pensiero ma “indubbiamente una pietra miliare della cinematografia mondiale, 2001 Odissea nello spazio è IL film”
E quando a fine visione il Super Feto –che ha me ha ricordato il Superuomo di Nietzsche- guarda direttamente in macchina esortandoci a continuare il nostro personale “viaggio” verso la conoscenza e la consapevolezza del nostro posto nell’universo, risulta davvero difficile, se non impossibile, trattenere un sussulto al cuore esclamando: “Apri il portello, Hal!”



Dembo





lunedì 21 marzo 2016

Kung Fu Panda 3

Regia: Jennifer Yuh, Alessandro Carloni
Origine: USA, Cina
Anno: 2016
Durata: 95'





La trama (con parole mie): la vita di tutti i giorni di Po e dei Cinque Cicloni è ormai da tempo rodata, scandita dai combattimenti contro i cattivi di turno e le grandi mangiate.
Quando il Maestro Shifu decide di ritirarsi per studiare il "chi" lasciando a Po l'incombenza dell'insegnamento, le cose per il Guerriero Dragone si complicano: messo all'angolo dal nuovo ruolo, Po non sa che in realtà le sue difficoltà sono soltanto all'inizio.
Dal mondo degli spiriti, infatti, un antico bufalo guerriero compagno d'armi del Maestro Oogway, Kai, pare deciso a fare ritorno nel mondo materiale proprio dopo aver conquistato il "chi" di tutti i più grandi combattenti di kung fu: Po, ignaro della minaccia, affronta nel frattempo se stesso ed il suo passato quando il suo padre biologico compare al ristorante di quello adottivo rivelando l'esistenza di un villaggio nascosto tra le montagne dove vive un'intera comunità di panda.
Riuscirà il Guerriero Dragone a fronteggiare cambiamenti e minacce trovando se stesso e la strada verso la piena maturazione del suo "chi"?










Comincio con l'ammettere che, a prescindere da quello che sarebbe stato il film, avrei avuto impressa indelebilmente nella memoria la giornata di domenica tredici marzo duemilasedici: per la prima volta, infatti, io e Julez abbiamo portato il Fordino in sala, lontano dal divano di casa, dai dvd e bluray ribaltati quotidianamente rispetto al rigoroso ordine alfabetico tenuto dal suo vecchio, dalla possibilità di fare fondamentalmente quello che si vuole anche durante la visione.
Per la prima volta, il più piccolo della tribù del Saloon ha avuto modo di fare esperienza della magia del grande schermo, delle luci spente e della sensazione di entrare in un mondo che ha segnato nel profondo la mia esistenza.
Il fatto che questo avvenimento sia avvenuto in concomitanza con l'uscita in sala di Kung Fu Panda 3 è poi stato un regalo del Destino: fin dai primi tempi in cui il Fordino si è approcciato ai cartoni animati, infatti, Po è stato il suo idolo indiscusso, e dai tempi delle sole imitazioni dei versi degli animali al "uatà" del nonno, passando per "Po, Pumma, Ghià" fino ad arrivare ad oggi, con le domande e le richieste di spiegazioni, o i momenti in cui, in piedi sulla poltrona del Cinema, contraddiceva la sua stessa ammissione di essere timido inneggiando a Po e guardandosi attorno, si può dire che qui in casa Ford si sia divenuti dei panda per adozione.
Personalmente, il rapporto con uno dei brand di maggior successo della Dreamworks è stato decisamente controverso: ricordo benissimo quando, con Julez, ai primi mesi della convivenza, andammo a vedere Kung Fu Panda, che adorammo nella quasi totalità della durata per giungere a detestarlo nel finale, lontano dalla filosofia di tolleranza ed accettazione del diverso espressa dall'intera pellicola, tanto quanto la sorpresa del secondo capitolo, più maturo e riuscito, incentrato ancora una volta su tematiche attuali e più adulte di quanto il morbido protagonista potesse far intendere all'apparenza.
Poi, con l'arrivo del Fordino ed il suo crescente amore per Po, le regole hanno finito per cambiare ancora: sinceramente, ho perso il conto delle puntate della serie "Mitiche avventure" che abbiamo visto, o delle visioni soprattutto del primo film, mentre ricordo i balli su Kung Fu Fighting o gli "Scadusch!" fatti insieme.
A questo terzo capitolo, le soluzioni possibili erano due: l'effettivo riconoscimento del valore di un franchise e di un personaggio unici, o la presa di coscienza dei limiti degli stessi in nome, ad ogni modo, dell'amore genitoriale.
Fortunatamente per il mio io cinefilo, Kung Fu Panda 3 si è rivelato non solo il migliore tra i film dedicati a Po e compagni, ma anche un ottimo prodotto per i piccoli quanto per i grandi: dall'attualissimo e geniale utilizzo dei due padri - forse l'idea socialmente più avanti di un brand socialmente avanti - alla splendida realizzazione in termini tecnici, dalla maturazione di Po - che richiama una volta ancora la figura di Oogway, un perfetto incrocio tra Yoda ed il Maestro Miyagi - alle sequenze di combattimento o al gusto grafico pressochè perfetto, tutto pare incastrato al posto giusto.
Il posto giusto, nello specifico, è stato ritrovare la dimensione migliore della mia vita nel momento in cui, a fronte della più classica difficoltà dell'eroe protagonista di un film d'animazione, con il Fordino accanto appoggiato con la testa sul mio braccio, ho visto il suo padre biologico richiamare il "chi" - l'energia interiore motore di molte arti marziali - affermando "essere padre" e quello adottivo ed effettivo "essere una famiglia", mentre guardavo Julez commuoversi e sentire nel profondo quella stessa energia scorrere attraverso tutti noi, grazie allo schermo, e grazie alla vita che deve avere ispirato chi sullo schermo ha portato una storia tanto semplice quanto magicamente profonda.
E prima che qualcuno cominci a girare attorno alla questione della paternità del sottoscritto rispetto alla valutazione di questo film, posso tranquillamente affermare che, proprio dai tempi di Karate Kid, non mi capitava di ammirare una pellicola che potesse mostrare con questa sensibilità l'aspetto divertente ed esaltante dell'avere un talento o una passione tanto quanto quello responsabile e saggio: il confronto tra Po e Kai, e l'incapacità di quest'ultimo di gestire - come era stato per Tai Lung - un così enorme potere, è una lezione splendida su quanto il più forte debba imparare ad essere quello che mantiene la voce più bassa proprio in virtù del potere che lo rende, per l'appunto, tale.
Gandhi che incontra i cartoni animati.
E soprattutto, che passa attraverso genitori e figli.
In questo senso, senza dubbio, Kung Fu Panda 3 è un film importante.
Perchè permette agli allievi di essere maestri, e ai maestri di essere allievi.
Quello che, e in questo caso potrò essere incolpato di fare appello alla mia doppia condizione di figlio e padre, ho la fortuna di provare tutti i giorni.





MrFord





"It's not time to make a change,
just sit down, take it slowly.
you're still young, that's your fault,
there's so much you have to go through.
Find a girl, settle down,
if you want you can marry.
Look at me, I am old, but I'm happy."

Cat Stevens - "Father and son" - 







lunedì 22 settembre 2014

Si alza il vento

Regia: Hayao Miyazaki
Origine: Giappone
Anno: 2013
Durata:
126'




La trama (con parole mie): Jiro Horikoshi, fin dai tempi della sua adolescenza, sogna con tutte le sue forze di seguire le orme del progettista italiano Caproni e realizzare un aereo straordinario, come mai ne furono realizzati prima. Giunto a Tokyo in concomitanza con il terribile terremoto del 1923 in tempo per conoscere e prestare soccorso alla giovane Naomi, Jiro ultimerà gli studi ed inizierà la sua carriera di designer di velivoli, che lo porterà a viaggiare per il mondo e a porre le basi per la sua opera più ambiziosa, un aereo leggero e veloce che possa stupire per la sua perfezione, a prescindere dall'uso militare cui per natura sarà destinato.
Anni di studi ed esperimenti dopo, nel corso di una villeggiatura estiva, Jiro e Naomi si incontreranno di nuovo vedendo finalmente sbocciare il loro amore, segnato sin dai primi giorni dalla malattia della ragazza, come la madre sofferente di tubercolosi: e mentre Jiro continuerà a lavorare sul suo aereo ed il matrimonio verrà finalmente celebrato, nubi di guerra e l'aggravarsi dello stato di salute della giovane incomberanno sulla coppia.







Ho sempre pensato che, per essere grandi Maestri, di Cinema ma non solo, si dovesse conoscere bene il valore della semplicità. E ancor di più, come gestire la stessa.
In un certo senso, comprendere le meraviglie delle piccole cose, e lasciarle scorrere come acqua, o vento, resta - come è per le arti marziali, del resto - lo specchio di una forza che non ha alcun bisogno di essere portata in superficie, o mostrata a sproposito.
Il Cinema di Miyazaki è così. 
Semplice e potentissimo, senza bisogno che il suo straordinario autore debba per dimostrare il suo valore alzando la voce.
I suoi film sono un alito di vento dal sapore di primavera, quella brezza che accarezza i capelli e quasi prende per mano conducendo all'estate, il brivido del non detto, il piacere dell'attesa e della calma.
Ma non per questo sono opere prive di passioni: ribollono, infatti, dal primo all'ultimo minuto, a volte solo lasciandolo intuire - Kiki, Totoro -, a volte esplodendo addirittura troppo - Mononoke, Howl -.
Ogni volta che scrivo del vecchio Hayao, finisco per citare Kurosawa, che prima di morire, in un'intervista, dichiarò che il paragone tra loro sarebbe stato riduttivo per Miyazaki, una cosa che, ai tempi, mi lasciò interdetto nonostante la stima che da sempre ho provato all'indirizzo di quello che è, indiscutibilmente, l'animatore più geniale del panorama mondiale attuale: a farlo, infatti, era uno dei Maestri sommi della settima arte, uno degli intoccabili, di quelli che, se dovessi nominare dieci registi, l'Olimpo del Cinema, sarebbe dentro ad occhi chiusi.
Eppure, non troppo tempo dopo aver letto quella dichiarazione, colsi la grandezza di Miyazaki in una sequenza - peraltro secondaria - del già citato Il castello errante di Howl, paradossalmente forse uno dei suoi film "meno riusciti" - se così si può definire un suo lavoro -: godendomi Si alza il vento, ho rivisto quella magia.
Dal cappello volato via nel corso del viaggio in treno alla meraviglia visiva dei sogni di Jiro, passando per la tenerezza della storia d'amore con Naomi - che porta sulle spalle la grandiosità di Capolavori come Una meravigliosa domenica, sempre targato Kurosawa, ed Inizio di primavera di Ozu - fino ad uno dei finali più toccanti di questo duemilaquattordici, ho assistito al commiato di uno dei più grandi artisti viventi che il grande schermo sia attualmente in grado di regalare al suo pubblico, un omaggio che Miyazaki opera rispetto alla sua terra ed alla forza dei sogni che si decidono di inseguire ad ogni costo - quasi fosse un riferimento a se stesso, e non solo biografico rispetto a Horikoshi, con tutte le luci ed ombre connesse al personaggio di Jiro, senza dubbio non completamente positivo, soprattutto rispetto alla storia d'amore con Naomi -, e che da un aeroplanino di carta divengono qualcosa di così grande da divenire incontrollabile, toccando tematiche anche scomode - gli aerei "Zero" del designer saranno le bare dei piloti nipponici destinati allo schianto contro le navi nemiche - come la divisione tra la passione del progettista e l'uso dei mezzi dallo stesso creati scelto dall'esercito senza risparmiare una dose non da poco di malinconia e coscienza della caducità non solo delle aspirazioni umane, ma degli umani stessi - "Non ne è tornato neanche uno", sentenzierà Jiro nel finale -.
Ad ogni modo, senza contare il livello altissimo della confezione, probabilmente questo Si alza il vento non sarà mai considerato il vero Capolavoro di Miyazaki - curioso che, invece, sia universalmente o quasi titolato in questo modo La città incantata, bellissimo ma a mio parere un gradino sotto a questo e ad altri titoli firmati dal grande Hayao -: eppure, come fu per Gran Torino con Eastwood, il papà di Totoro non avrebbe potuto scegliere modo migliore per accommiatarsi dagli spettatori di tutto il mondo.
La storia di Jiro, del suo sogno e del suo amore, del vento e della volontà di vivere ed andare avanti è quanto di più semplice e clamorosamente complicato si possa immaginare, raccontato con il tocco lieve di un vero, grande Maestro.
E dietro quella carezza si nasconde la forza dirompente di un pugno: l'aereo di carta ed il terremoto di Tokyo - un momento pazzesco, tecnicamente forse il migliore della pellicola -, le aspirazioni di ogni divoratore di vita e la presenza fondamentale di qualcuno che, di un sogno, costituisca le fondamenta.
Semplicità, scrivevo poco fa.
Quella dei grandi Maestri.
Quella che, in due mani che si stringono, riesce a mettere tutto il caos di una vita.
Quella che, di fronte a quel "neanche uno" di ritorno, cavalca il vento per andare avanti.
Ed è giusto che Miyazaki sia andato avanti.
Fortunatamente, però, in questo caso qualcosa è tornato indietro.
Ed il vento continua ad alzarsi.



MrFord



"Sente battere le ali,
sente il freddo tutto intorno a sé,
vede luce di luce più abbagliante
di quel sole esploso in un istante."
I Nomadi - "Il pilota di Hiroshima" - 




giovedì 31 luglio 2014

La maschera del demonio

Regia: Mario Bava
Origine: Italia
Anno: 1960
Durata: 87'




La trama (con parole mie): nel cuore della Moldavia del seicento una strega divenuta vampiro ed il suo servo ed amante vengono giustiziati dal fratello di lei, costretti alla tortura della Maschera del Demonio. Quando il rogo dovrebbe porre fine alle loro esistenze, però, un uragano invocato dalla strega stessa, pronta a maledire il fratello ed i suoi discendenti, impedisce la distruzione dei corpi degli accusati: due secoli dopo, a seguito dell'involontario intervento di due medici troppo curiosi, la maledizione prende forma.
Katia, la giovane figlia del principe di quelle terre, diviene il bersaglio delle anime dannate, che vorrebbero sfruttarla come veicolo per il ritorno della rappresentante del diavolo sulla Terra: soltanto l'amore del più giovane dei medici e l'esperienza del pastore del luogo potranno fare da baluardi contro l'affermarsi della maledizione e delle forze del Male.







Questo post partecipa alle sanguinose celebrazioni dedicate al Mario Bava Day.





Fu davvero curioso, il destino di Mario Bava.
Almeno qui in Italia.
Direttore della fotografia, Maestro degli effetti speciali, innovatore, figlio e padre d'arte, il cineasta sanremese ebbe una fortuna scarsissima nonostante il talento che mostrò nella maggior parte delle sue opere, alcune delle quali assolutamente strepitose, sia in termini autoriali che di seguito.
Non è un mistero, infatti, che mentre qui nel Bel Paese il buon Mario attendeva un riconoscimento dalla critica illustre, soprattutto negli States registi del calibro di Carpenter, Burton e Tarantino finirono per considerarlo un genio assoluto ed un ispiratore delle loro opere, e che quello stesso riconoscimento tanto agognato giunse - purtroppo postumo - proprio grazie agli apprezzamenti di questi ultimi: La maschera del demonio, suo primo lungometraggio ufficialmente documentato, è una dimostrazione di quello stesso, incredibile talento.
Nonostante, infatti, passerà alla storia più come trampolino di lancio per quella che fu una delle prime scream queen dell'horror, Barbara Steele, questo drammone gotico dai risvolti romantici - una specie di Casablanca in salsa Lovecraft - rappresentò una delle lezioni migliori per i registi del genere e non solo, dalla tecnica sopraffina - fotografia, firmata dallo stesso Bava, assolutamente perfetta, atmosfere lugubri ed affascinanti, quasi come se il Nosferatu di Murnau respirasse ed ispirasse seduzione, movimenti di macchina di ispirazione wellesiana - ad una cornice che, ai tempi, si era potuta ammirare solo nelle opere inglesi di Hitchcock - Rebecca la prima moglie su tutte - ed in cult totali come Gli invasati, senza contare un approccio decisamente avanti con i tempi che avrebbe aperto la strada a tutto quello che il Cinema d'orrore avrebbe riservato al suo pubblico soprattutto tra gli anni settanta ed ottanta.
Il genere vampirico, ai tempi assolutamente lontano dall'inflazione conosciuta in epoche più recenti e scialbe, unito ad un'atmosfera elegante e malinconica, un ritmo volutamente lento - del resto, l'ispirazione venne da un racconto di Gogol - ed un bianco e nero da fare invidia ai Capolavori dell'espressionismo tedesco regalano a questo film un fascino unico, di quelli che soltanto i titoli sfruttati dagli insegnanti nelle scuole e dai critici nei percorsi tematici delle rassegne possono avere, e che a distanza di più di mezzo secolo continua ad intrigare ed ipnotizzare nonostante l'ingenuità di fondo che ai tempi era parte integrante del prodotto finito - il duello con il pipistrello nella cripta, le luci sfruttate come riflettori pronti ad illuminare i volti dei maligni come torce elettriche in un campeggio a scandire i racconti di terrore sussurrati davanti ad un falò -.
Agli spettatori attuali forse potrà apparire perfino ingenuo, eppure La maschera del demonio rappresenta, di fatto, uno dei titoli più importanti della produzione italiana degli anni sessanta, precursore di una tradizione che vedrà opere come Profondo rosso prendersi le luci della ribalta anche grazie ai passi mossi da Bava quasi un ventennio prima: e dalla passione per gli effetti speciali - strepitosi in tutto e per tutto - all'incredibile miracolo operato su Barbara Steele - antesignana delle attuali cagne maledette, eppure incredibilmente efficace con i suoi movimenti quasi nevrotici delle mani e gli splendidi ed inquietanti primi piani dell'epilogo, con la strega sul rogo - tutto funziona in questo lavoro, che pur non essendo il mio personale favorito di questo incredibile regista - Reazione a catena e Cani arrabbiati restano, a mio parere, i suoi veri Capolavori - rappresenta uno degli esordi più potenti della Storia del Cinema non solo nazionale, ed un cult che gli appassionati del genere non potranno certo dimenticare facilmente.
Come una maledizione.
O un dono.




MrFord




Partecipano all'iniziativa con una goccia di sangue a testa i seguenti adepti: 




venerdì 18 aprile 2014

Gabriel Garcia Marquez (1927-2014)


So long, Gabriel.


MrFord



"Lo zingaro veniva deciso a restare nel villaggio.
Era stato nella morte, effettivamente, ma era tornato perché non aveva potuto sopportare la solitudine."
da Cent'anni di solitudine (1967)

mercoledì 20 novembre 2013

La strada

Regia: Federico Fellini
Origine: Italia
Anno: 1954
Durata: 108'




La trama (con parole mie): Gelsomina, una ragazza introversa dalla particolare sensibilità, è spinta dalla madre a divenire l'assistente di Zampanò in sostituzione della sorella defunta. L'uomo, un artista di strada specializzato in numeri che prevedono l'utilizzo della forza bruta dal carattere burbero e spigoloso dedito all'alcool e alla violenza, diviene dunque il maestro ed il padrone della giovane, che spesso e volentieri soffre i suoi modi bruschi.
Quando l'incontro con un altro artista detto il Matto pone Gelsomina di fronte ad una nuova prospettiva della sua esperienza, quest'ultima decide di rimanere accanto a Zampanò quasi si trattasse di una missione, o di una predestinazione: la tragedia, però, è dietro l'angolo, e per l'insolita coppia giunge il momento di affrontare la dura realtà delle rispettive nature.





Tradurre i propri pensieri, le esperienze e le idee in poesia non è mai un'impresa facile, di qualsiasi campo artistico si stia parlando: spesso e volentieri, superando il confine che separa il racconto quotidiano dal lirismo del sogno e dell'interpretazione, si rischia per scivolare nel radicalchicchismo sfrenato - e qui al Saloon tanto osteggiato - oppure nel patetico.
Fortunatamente ogni tanto, nel nostro percorso umano, incrociamo il cammino di nomi come quello di Federico Fellini, tra i pochi registi in grado di riuscire a farsi interprete del significato più puro del termine poesia senza per questo rinunciare alla pancia o al cervello: uno degli esempi più importanti in questo senso è senza dubbio La strada, titolo che diede notorietà assoluta ed internazionale al cineasta riminese e che gli valse l'Oscar per il miglior film straniero, lanciando di fatto uno stile ed un approccio che sarebbero stati presi d'esempio e modello per i decenni successivi - e lo sono ancora -.
In realtà questa ennesima visione de La strada mi ha condotto - come spesso accade con le opere dei grandi - ad un'altra interpretazione della stessa, meno riferita ai consueti pareri in merito, al mondo del circo, all'amore, al vagabondare, quanto più al complesso rapporto che legò per una vita Fellini e sua moglie, Giulietta Masina: in un certo senso, quello che ho visto questa volta nella storia spesso triste di Gelsomina e Zampanò è stato una sorta di rivisitazione del rapporto tra il regista e l'attrice, inseparabili anche nella morte - la Masina scomparve neppure sei mesi dopo il Maestro - eppure decisamente lontani da un rapporto idilliaco in vita.
Il carattere strabordante del geniale Federico e quello più remissivo di Giulietta, uniti alle avventure che il primo spesso e volentieri si concedeva con le protagoniste che ispiravano i suoi film - su tutte è nota la storia d'amore con Sandra Milo -, i conflitti e le ombre si sono proiettati dal primo all'ultimo su Zampanò e Gelsomina, in perenne lotta eppure necessari l'uno all'altro anche di fronte alla tragedia, e alla morte.
La leggerezza quasi ostentata della ragazza spinta dal Matto a credere che la ragione della sua vita potesse essere effettivamente quella di stare accanto ad una persona "che nessuno avrebbe voluto" e l'aggressività a tratti incontenibile dell'uomo, apparentemente privo di qualsiasi sensibilità o pensiero rivolto a qualcosa che non sia il suo viaggiare ed i numeri da circo, l'alcool e le donne, si incastrano alla perfezione come soltanto i grandi amanti ed i grandi nemici possono riuscire ad incastrarsi, facendo da motore ad una tragedia profondamente realista ed altrettanto aerea nella sua rappresentazione, ritratto non tanto di un Paese - come fu per Amarcord o La dolce vita - quanto della parte "straziata" dello stesso, quella del cuore.
Un film da amare incondizionatamente anche nei suoi momenti più terribili, traboccante la passione per la vita che Fellini non ha mai fatto mancare al suo pubblico, in grado di rendere profondo e tragicamente affascinante proprio Zampanò, talmente forte ed aggressivo da intimorire eppure fragilissimo e solo in uno dei finali più struggenti che il Cinema italiano sia mai riuscito a portare sul grande schermo, così come la delicata Gelsomina, talmente decisa a credere da risultare quasi fastidiosa agli occhi di chi, al contrario, più che alla Fede è dedito alla Vita, eppure incapace di rinunciare alla parte di sogno necessaria per sopportare la realtà.


MrFord


"Lui ti offre la sua ultima carta, 
il suo ultimo prezioso tentativo di stupire, 
quando dice "È quattro giorni che ti amo, 
ti prego, non andare via, non lasciarmi ferito". 
E non hai capito ancora come mai, 
mi hai lasciato in un minuto tutto quel che hai. 
Però stai bene dove stai. Però stai bene dove stai."
Francesco De Gregori - "Pezzi di vetro" -



lunedì 18 novembre 2013

Amarcord

Regia: Federico Fellini
Origine: Italia
Anno: 1973
Durata:
123'




La trama (con parole mie): in una cittadina costiera romagnola nel pieno degli anni trenta assistiamo alle vicende che vedono protagonisti gli abitanti del luogo ed il luogo stesso, teatro di vite, morti, gioie e dolori, speranze e malinconie. Dalle scorribande del giovane Titta e dei suoi compagni di scuola al burbero padre del ragazzo, l'inossidabile antifascista Aurelio, passando dalle gigantesche tette della tabaccaia alle grazie della desideratissima Gradisca, con la scuola, le confessioni in chiesa, zii impazziti sugli alberi e navi enormi pronte a passare al largo della costa, un affresco di esistenze che si snoda nel corso di un anno che porta dalla fine dell'inverno all'inizio della primavera, una dichiarazione d'amore di Federico Fellini alla sua terra e ai ricordi di un tempo che, scivolando tra leggenda e vita vissuta, svanisce sollevato dal vento come i soffioni.






Scrivere di un film di Fellini è una scommessa, un azzardo, il tentativo di gettare una goccia in un oceano, neanche stessimo argomentando su un titolo di Kubrick, o Kurosawa, o Welles, o Murnau. Insomma, parliamo dei migliori.
Perchè non può essere altro, quando il riferimento è il Federico Nazionale, il più grande - a mio parere - regista italiano di tutti i tempi: e in questo caso ci ritroviamo di fronte ad uno dei manifesti dell'arte del Maestro, quell'Amarcord che riportò l'Oscar per il miglior film straniero tra le mani del regista riminese, e che, ai suoi occhi, rappresentò una dichiarazione d'amore per la sua infanzia e la terra d'origine celebrata nella parte iniziale della sua carriera ed accantonata per le sue grandi avventure romane, da La dolce vita a 8 e 1/2.
Amarcord sono le stagioni che avanzano, "gironlanz, gironzolan, gironzalon", portano per le strade delle nostre memorie semi che verranno raccolti da alberi pronti, a loro volta, a vedere altri semi crescere in altre stagioni.
Sono i turbamenti adolescenziali, gli scherzi ai professori, i conflitti con i genitori, le liti in famiglia, i primi sogni erotici nascosti a qualsiasi figura autoritaria.
Sono le piccole rivincite prese in sogno, quel luogo in cui si è piloti o condottieri, protagonisti o improvvisati visitatori di esotici harem.
Sono le imprese dei genitori, che per quanto possano sentirsi lontani dai figli faranno di tutto affinchè gli stessi possano imparare il valore di una vera Resistenza.
E' il luogo in cui si cresce, che giunge ad assumere le dimensioni mitiche di un racconto mano a mano che il tempo lo rapisce, pezzo per pezzo, sfogliando il mosaico della nostra mente.
E' un grido disperato, ironico, giocoso e malinconico, un "voglio una donna" lanciato verso l'orizzonte sempre troppo lontano.
E' la Storia, che con le sue rovine ed i suoi pezzi pone le fondamenta del futuro nato dal quotidiano.
Un sogno popolare, quello della più bella - e desiderata - del borgo e di una nave così grande che pare uscita da un film di quelli che fanno solo in America, così lontano che si riesce soltanto ad immaginare aiutati da un pò di pellicola ed immagini colorate.
Amarcord siamo noi stessi, pronti a rimbalzare nel Tempo come impazziti, cavalcando una macchina che non esiste ma che è proprio lì, di fronte a noi, a difendere i miti creati dal sentimento anche quando gli stessi finiscono per cedere alla quotidianità, a quello che è il naturale percorso che prendono, presto o tardi, le nostre esistenze: è un film profondamente autunnale e mortuario, eppure traboccante primavera, speranza, passione, voglia.
Perchè proprio questo era Federico Fellini: un calderone, come la sua straripante arte fatta di decadenza e magia, sogno e realtà, impeto e sonnecchioso magone.
Nessuno come lui seppe descrivere l'Italia della provincia, e renderla un Paese del mondo, e tutto il Mondo paese.
E non esisterebbero Underground, Gatto nero gatto bianco, Ti ricordi Dolly Bell?, il Benigni migliore, gli spunti validi di Radiofreccia, tutta la mitologia di quella riviera romagnola che ancora oggi è un mito non solo del passato, ma anche del presente e del futuro.
Perchè gli anni passano, trascinati dai soffioni nel vento, pronti a seminare nuove generazioni.
Non esistono Spring breakers, da queste parti.
Nessuno può rompere l'incantesimo, o il sogno.
E viva la madonna, meno male che è così.
Meno male che è esistito, esiste ed esisterà Federico Fellini.
Pronto a ricordarci cosa significa ricordare.


MrFord


"Viva l'Italia, l'Italia che è in mezzo al mare,
l'Italia dimenticata e l'Italia da dimenticare,
l'Italia metà giardino e metà galera,
viva l'Italia, l'Italia tutta intera.
Viva l'Italia, l'Italia che lavora,
l'Italia che si dispera, l'Italia che si innamora,
l'Italia metà dovere e metà fortuna,
viva l'Italia, l'Italia sulla luna.
Viva l'Italia, l'Italia del 12 dicembre,
l'Italia con le bandiere, l'Italia nuda come sempre,
l'Italia con gli occhi aperti nella notte triste,
viva l'Italia, l'Italia che resiste."
Francesco De Gregori - "Viva l'Italia" - 



domenica 17 novembre 2013

Un anno per un Maestro - Il Fellinianno


La trama (con parole mie): dalle parti del Saloon la stima per quello che considero il più grande regista della Storia del Cinema italiano, Federico Fellini, è sempre stata alle stelle.
Il Maestro riminese è celebrato, nell'anno del ventennale della morte, proprio dalla sua città natale, che lo ricorda con una serie di iniziative da non perdere pronte a mostrare i suoi lati editi ed inediti, la sua personalità ed il percorso artistico che gli portò ammirazione da parte di tutto il mondo della settima arte ad ogni latitudine.
Con la giornata di oggi inizia anche qui su WhiteRussian una celebrazione parallela, che oltre a sottolineare l'importanza di questi eventi proporrà una tre giorni a partire da domani con Amarcord, I vitelloni e La strada, tre delle pellicole che hanno segnato la carriera del Nostro e l'immaginario di milioni di spettatori.




Dovessi pensare ad un'ipotetica decina di nomi da inserire nell'Olimpo supremo dei cineasti, non avrei alcun dubbio rispetto al rappresentante del Nostro Paese: Federico Fellini.
Per quanto il Neorealismo ed il Cinema di rottura degli anni settanta abbiano fatto scuola in tutto il mondo, nessuno come il Federico Nazionale è riuscito a mettere in moto la grande macchina dei sogni nel suo stesso grandioso, personale, magico modo.
Mescolando ricordo e poesia, realtà e sogno, sesso e amore, Fellini è stato l'artefice di alcuni dei più incredibili Capolavori che la settima arte abbia conosciuto, da Amarcord a 8 e 1/2 - senza dubbio il più grande film italiano di sempre -, da Il Casanova di Federico Fellini - uno dei miei preferiti - a Le notti di Cabiria, passando per quel La dolce vita che fu il simbolo di un'epoca.
A vent'anni dalla sua scomparsa, la città che gli diede i natali lo celebra dichiarando, di fatto, il suo amore, lo stesso che il regista trasmise alle pellicole della prima parte della sua carriera e che ebbe come apice il già citato Amarcord, il film che più di ogni altro può essere considerato la base della poetica di grandi registi ed interpreti successivi come Emir Kusturica o il tanto celebrato Roberto Benigni - senza contare il Radiofreccia di Ligabue, che definire influenzato dal lavoro di Fellini pare quasi un eufemismo -: approfittando di un weekend, o di un viaggio che porti anche voi in quei luoghi resi magici grazie ad uno dei più grandi geni che il Cinema abbia conosciuto, potreste approfittare per consultare l'indirizzo www.rivieraromagnola.net o www.comune.rimini.it/eventi/pagina8570.html, fondamentali per orientarsi tra le iniziative che coinvolgeranno le opere del Maestro.
Qui dal Saloon, dunque, si alzano i calici e si brinda per uno dei veri Grandi, così come per il suo anno: il Fellinianno!


MrFord


"Avevo sempre sognato, da grande, di fare l'aggettivo. 
Ne sono lunsingato. 
Cosa intendano gli americani con felliniano posso immaginarlo: opulento, stravagante, onirico, bizzarro, nevrotico, fregnacciaro. 
Ecco, fregnacciaro è il termine giusto."
Federico Fellini



domenica 20 ottobre 2013

Caccia al ladro

Regia: Alfred Hitchcock
Origine: USA, UK
Anno: 1955
Durata: 106'




La trama (con parole mie): siamo negli anni appena successivi al termine della Seconda Guerra Mondiale, e John Robin, ex ladro di gioielli divenuto eroe della Resistenza in Francia e dunque rimesso in libertà, si trova a dover lottare per dimostrare la sua innocenza quando un misterioso rapinatore che imita il suo vecchio stile comincia ad eseguire un colpo perfetto dopo l'altro nelle più ricche località della Costa Azzurra.
Tallonato dai poliziotti che lo credono colpevole e dai suoi vecchi compagni turbati dall'idea di dover tornare in cella a seguito dell'apparente ripresa dell'attività di Robie, John dovrà guardarsi le spalle e grazie all'aiuto di una giovane ereditiera e di sua madre smascherare il vero colpevole mettendo al sicuro la sua libertà ed il suo cuore.




Quando al Saloon approda il Maestro Hitchcock si finisce sempre per pulire il bancone di legno grezzo come se si trattasse di una grande occasione: il regista inglese, uno dei nomi più importanti della Storia della settima arte, infatti, è sinonimo di qualità sopraffina nonchè di visione meritevole sempre e comunque.
E' così anche per quello che, di fatto, ho sempre considerato uno dei suoi divertissements più rilassati e lontani dalle vette di La donna che visse due volte o Psyco, Caccia al ladro: saggio di eleganza stilistica, pulizia di esecuzione, ritmo e tecnica - la fotografia è da leccarsi i baffi, le riprese aeree della Costa Azzurra da capogiro -, questa commedia romantica mascherata da spy story è uno dei più fulgidi esempi di quanto girare divertisse il Maestro, decisamente lontano dalla tensione che altri suoi esimi colleghi inevitabilmente trasmettevano ad attori e tecnici dal primo all'ultimo momento delle riprese - Stanley Kubrick docet -.
Un elegantissimo Cary Grant nei panni dell'ex ladro di gioielli divenuto partigiano John Robie conduce il pubblico dalla prima all'ultima scena spalleggiato da una Grace Kelly mai così bella, lasciando spazio al regista per la sua consueta apparizione, ad una trama degna dei classici del genere e ad una serie di passaggi in cui la raffinatezza della messa in scena si fonde perfettamente con la leggerezza della storia e del suo svolgimento: se c'è, dunque, da trovare un limite - anche al voto complessivo - a questo lavoro del vecchio Hitch è giusto questo, la voglia di divertirsi e divertire che supera l'indagine interiore e la profondità, rendendo Caccia al ladro una sorta di fratellino minore di Intrigo internazionale, pietra miliare venuta "dallo stesso campo da gioco" - come direbbe il Vincent Vega di Tarantino - ma evolutasi ad un livello tecnico ancora superiore.
Molto interessante la scelta dell'ambientazione, esotica per gli USA ai tempi ma in qualche modo un ritorno a casa per il regista, che al Vecchio Continente, non dimentichiamolo, deve i suoi natali e le sue origini: per il resto, il pubblico femminile ebbe - ed ha ancora - la soddisfazione di farsi coinvolgere dalla parte sentimentale delle gesta di John Robie - un charachter che ai giorni nostri vedrei benissimo interpretato dal Cary Grant del Nuovo Millennio, George Clooney, o in una versione più sbarazzina da Robert Downey Jr - mentre quello maschile potette assistere ad una sorta di Ocean's eleven dei tempi provando ad ipotizzare chi si nascondeva dietro l'identità del nuovo Gatto - questo il vecchio "nome d'arte" di Robie -.
E guardando ad entrambe le soluzioni il buon Alfred non concede neppure una sbavatura, tenendo sulla corda la componente in rosa grazie ai confronti tra la giovane ex partigiana e l'ereditiera interpretata dalla già citata Grace Kelly e quella in azzurro con uno scioglimento della trama che riesce a sorprendere perfino quando la risposta a tutti i sospetti pare essere certa, assicurata e definitiva.
Come se non bastasse la chiusura ed il "furto del cuore" subito dal leggendario ex ladro ha il sapore di una vittoria del romanticismo tipico del film d'avventura dei tempi così come del garbato sberleffo all'idea di un uomo d'azione costretto suo malgrado a dover cedere il passo ad un unione sentimentale che con il suo "per sempre" finirà per significare una pensione da qualsiasi impresa che possa portare a brividi come quelli appena vissuti.
Un piccolo scherzo very british che rende la visione ancora più piacevole, e a distanza di ormai sessant'anni regala soddisfazioni ad un'audience che non solo ha cambiato i suoi orizzonti, ma che a breve non penserà neppure più che un tempo potessero essere realizzate chicche "minori" come questa.



MrFord


"Why must I be the thief?
Why must I be the thief?
Oh Lord please won’t you tell me,
why must I be the thief."
Radiohead - "The thief" -


martedì 6 agosto 2013

Delitto per delitto - L'altro uomo

Regia: Alfred Hitchcock
Origine: UK, USA
Anno: 1951
Durata: 101'




La trama (con parole mie): Guy Haines è un tennista discretamente famoso alle prese con un divorzio che rischia di compromettere il legame che nel frattempo ha costruito con la giovane figlia del senatore Morton. Un giorno, durante un viaggio in treno, conosce per caso Bruno Anthony, rampollo di una ricca famiglia con inclinazioni psicotiche, che gli propone uno scambio di favori legato a due omicidi: lui si occuperebbe di eliminare la sua scomoda ex compagna ed in cambio lo sportivo dovrebbe sistemare il padre di Bruno, in modo che lo stesso possa ereditare tutti i suoi beni.
Haines considera la questione assurda e senza dare troppo peso all'incontro liquida amichevolmente Anthony: quando qualche tempo dopo Bruno uccide a sangue freddo Miriam, ex di Haines, però, Guy capisce di avere a che fare con uno psicopatico pericoloso.
Intimorito all'idea di rivolgersi alla polizia perchè spaventato dalla possibilità di essere associato all'omicidio, il tennista finirà per confidarsi con la sua nuova compagna che, insieme alla sorella, cercherà di fare il possibile affinchè il suo innamorato possa liberarsi dai sospetti delle forze dell'ordine e consegnare il folle Bruno alla giustizia prima che lo stesso pretenda il completamento della parte di "piano" destinata a Guy.



Fortunatamente per ogni amante del Cinema, esistono autori in grado di regalare sicurezza ad ogni visione, garanzie di qualità che, all'occorrenza, sono in grado di salvare una serata senza proposte valide o settimane prive di uscite interessanti: uno di questi è senza dubbio Alfred Hitchcock, Maestro indiscusso della macchina da presa, uno dei nomi di riferimento dell'Olimpo della settima arte, autore di così tanti supercult da perderci il conto.
Non tutti i titoli firmati dal regista anglosassone, però, sono ugualmente noti al grande pubblico, e tra quelli "nascosti" spicca senza dubbio alcuno il gioiellino che è Strangers on a train, adattato qui da noi come Delitto per delitto - L'altro uomo, opera figlia della produzione americana di Hitch ed ennesimo saggio della sua clamorosa classe: costruito su un soggetto decisamente poco realistico ma ugualmente affascinante e giocato sull'equilibrio tra l'attesa e la sensazione di minaccia - ben resa da Robert Walker, che fornì il suo Bruno Anthony di un fascino oscuro simile a quello del Robert Mitchum de La morte corre sul fiume e Il promontorio della paura, e che scomparve non molto tempo dopo aver ultimato le riprese a soli trentadue anni -, Delitto per delitto è un cocktail perfetto che mescola elementi visivi tipici dell'espressionismo tedesco e di altre meraviglie dell'Alfredone nostro come Rebecca - La prima moglie ad un piglio quasi più simile a quello della commedia nera, piuttosto che del thriller vero e proprio - la sequenza che vede Guy introdursi nella casa degli Anthony per cercare di avvertire il padre di Bruno delle macchinazioni del figlio ne è la prova lampante -, impreziosito dal complesso rapporto tra i due protagonisti, nato casualmente all'interno di una carrozza di treno come fosse un'amicizia da vacanza ed evolutosi da subito come una proiezione dell'ego distorto e maligno di Bruno, che porta sullo schermo i tratti dello psicopatico almeno quanto quelli del bambino incapace di superare il trauma della presenza di un padre troppo potente e severo cui si aggiungono quelli di una madre assolutamente incapace di vedere emergere i problemi comportamentali del figlio - che potrebbero essere stati volontariamente ignorati dalla donna, succube di un'immagine idealizzata del rampollo -.
Il crescendo di tensione ed il cerchio che si stringe attorno ai due protagonisti dapprima coinvolti in un rapporto esclusivo - che culmina nella potentissima parte dedicata all'omicidio di Miriam nel cuore del parco giochi, una scena che non avrebbe sfigurato neppure all'interno di un horror o di pietre miliari come Lo squalo, per quanto diverse per derivazione ed impatto -, dunque inseriti in un contesto sociale che tocca anche la famiglia acquisita di Guy e le forze dell'ordine, e chiamati in seguito a chiudere il tutto con una serratissima caccia all'uomo così tirata da riportare alla mente del sottoscritto il climax di Rapina a mano armata sono diretti con il consueto ed impeccabile stile da Hitchcock, che si ritaglia la canonica apparizione fugace - è il musicista che sale sul treno - e conduce per mano lo spettatore riuscendo a tenere lo stesso sulla corda benchè sia chiaro fin dal principio quale sarà l'esito della vicenda.
Come se tutto questo non bastasse, l'epilogo ed il destino di Bruno Anthony finiscono per assumere i toni della quasi tragedia classica, creando di fatto un legame tra i due "eroi" della vicenda ben più profondo di quello che potrebbe stabilirsi tra compagni di avventura o amici di vecchia data: l'ambiguità dello stesso, in linea con una ricerca che ha accompagnato Hitchcock lungo tutta la sua carriera, riesce a rendere Delitto per delitto una proposta che non soltanto è in grado di fare scuola a livello di tecnica e capacità di narrazione, ma anche di impatto emotivo, nonostante, di fatto, si tratti di un puro e semplice divertissement d'autore che, almeno in superficie, non dovrebbe andare oltre quelli che oggi sono le più scontate proposte d'intrattenimento.
Certo, nel lontano millenovecentocinquantuno, quando si voleva passare una serata senza pensieri, ci si poteva trovare in sala per gustarsi una chicca di questo calibro, mentre ora, nel caso andasse bene, si potrebbe sperare al massimo in un film action fracassone da riposo di neuroni: i tempi cambiano, fortunatamente alcuni titoli - come questo - restano.


MrFord


"Well we all fall in love
but we disregard the danger
though we share so many secrets
there are some we never tell
why were you so surprised
that you never saw the stranger
did you ever let your lover see
the stranger in yourself?"
Billy Joel - "The stranger" -


martedì 28 maggio 2013

Scoprendo Forrester

Regia: Gus Van Sant
Origine: USA
Anno: 2000
Durata: 136'




La trama (con parole mie): Jamal Wallace, un sedicenne afroamericano cresciuto nel Bronx, ha due grandi talenti: il basket e la scrittura. Nella sua scuola e nel quartiere, però, nessuno è al corrente al di fuori della famiglia della passione segreta del ragazzo per autori e poeti fino a quando un test non lo porta all'attenzione degli scout di un prestigioso istituto privato che offre a Jamal una borsa di studio per completare il liceo in un ambiente esclusivo ed altolocato.
Intanto il giovane aspirante scrittore conosce William Forrester, autore leggendario con all'attivo un solo romanzo diventato un cult assoluto quasi cinquant'anni prima che vive da recluso a poca distanza da lui: tra i due nascerà un'amicizia che porterà il primo a farsi le ossa e a porre le basi per il suo futuro sulla pagina e nella vita e al secondo una nuova occasione di mettersi in gioco.
Perchè non è mai troppo tardi per ricominciare, e non è mai troppo presto per buttarsi.





Gus Van Sant è tra i pochi registi figli del panorama statunitense a mostrare una doppia anima, all'interno della quale riescono a coesistere pacificamente autorialità sfrenata e necessità di dialogare con un pubblico d'ampio respiro: un esempio perfetto è la sua filmografia, all'interno della quale brillano perle come Elephant, Restless o Drugstore Cowboy ed emozionano lavori sinceri e pane e salame come Will Hunting, il recente Promised Land o questo Scoprendo Forrester, fino a poco tempo fa tra i pochi a mancare ancora all'appello della visione fordiana.
Proprio con Will Hunting - di tre anni precedente - questo film pare avere un legame profondo, inserendosi alla perfezione nello stesso discorso di formazione e rapporto tra i protagonisti simile a quello che intercorre tra un padre ed un figlio: costruito sulle ottime interpretazioni del sempre mitico Sean Connery e dell'allora esordiente Rob Brown e su uno script che ricorda i crescendo emotivi di titoli più che noti come L'attimo fuggente o Scent of a woman, Scoprendo Forrester gioca le sue carte migliori sull'attesa e il non detto, mostrando la costruzione di un legame e la spinta a confrontarsi con il mondo esterno senza mai alzare la voce - si potrebbe addirittura definire un approccio eastwoodiano, quello del regista di Portland in questo caso - e da due angolazioni differenti, quella del giovane e talentuoso allievo per la prima volta faccia a faccia con un mondo che non sia il suo quartiere - e all'interno del quale non debba celare la sua attitudine per la scrittura dietro quella per il basket - e del vecchio maestro ormai lontano dal mondo stesso e dalle sue dinamiche giudicate inutili e sciocche, poco meritevoli di un qualsiasi sforzo della sua penna e, soprattutto, di un cuore che nasconde già troppe cicatrici.
Le scelte di Van Sant, solo apparentemente conformi a quello che è un genere ormai consolidato e senza dubbio figlio del gusto da grande pubblico, conducono in realtà ad un risultato più vicino a quello delle pellicole indie, dosando alla perfezione la componente retorica - la rivalità con il professore frustrato interpretato da Murray Abraham, le competizioni sul parquet dei campi di pallacanestro e quella legata alla scrittura ed al concorso scolastico - e portando colpi decisamente ben riusciti - e per nulla consolatori - come il rapporto sentimentale non esploso tra Jamal e Claire, il ruolo positivo del fratello del ragazzo Terrell - interpretato dal rapper Busta Rhymes - e l'ottimo finale, reso famoso ai tempi dell'uscita dalla ormai mitica versione di Over the rainbow cantata da Israel Kamakawiwo'ole, che rese la colonna sonora del film un disco da classifica.
Una di quelle pellicole da godersi a fondo e con lo stomaco, proprio come il vecchio Forrester consiglia di fare a Jamal rispetto alla scrittura: "La prima stesura è di getto, con il cuore, la seconda con la testa", afferma infatti il burbero romanziere, che regala perle come la sua opinione a proposito dei reading - "Servono solo per trovare da scopare" - e pone lo spettatore di fronte alla questione legata all'importanza di un'opera artistica e del suo ruolo.
Dove, infatti, l'autore oltrepassa il confine che distingue la necessità di creare qualcosa per se stessi dal bisogno di comunicare con gli altri? Ed esiste davvero, questo confine?
Personalmente - e da supposto scribacchino -, penso che le due cose non esistano singolarmente: di solito, quando uno scrittore afferma di buttare energie e sentimenti sulla carta solo ed esclusivamente per se stesso è troppo scarso, vigliacco o falsamente modesto per affermare che, al contrario, l'arte in genere nasce come un linguaggio, e da buoni - o cattivi - animali sociali quali siamo il bisogno quasi fisico di esternare anche le più basilari e selvagge emozioni raggiungendo quante più persone possibili è paragonabile ad un istinto innato.
In questo senso trova una dimensione l'educazione che i due protagonisti regalano l'uno all'altro, in modo che il mondo non sia più un luogo soltanto da combattere - come per Jamal - o da cui scappare - come per William -: e se un insegnante frustrato può essere "utile come estremamente dannoso" per i suoi studenti, pellicole come questa mostrano il lato migliore e più importante dell'insegnamento stesso, di fatto un'eredità che ogni professore, maestro, mentore o genitore lascia a chi viene dopo di lui, e che dovrebbe sempre girare attorno alla questione secondo la quale l'allievo ha il diritto ed il dovere di superare il maestro. Sempre.
Peccato che di norma, a scuola e fuori, esempi di questo genere siano rari, e che l'ego - o la rivalsa - prendano troppo spesso il sopravvento sul vero valore dell'insegnamento: quello dato dalle possibilità passate come un testimone alle generazioni oltre la nostra.
Il testimone che è il romanzo di William, quello giunto cinquant'anni dopo il titolo che lo rese leggenda.
Il romanzo nato nel momento in cui Jamal, per scommessa con gli amici del campetto, decide di entrare di soppiatto in casa dell'anziano autore.
Il romanzo che solo il ragazzo potrà portare a termine.
Quello della vita, che passa da una penna, e da una mano all'altra.
E non ha bisogno di fermarsi dalle parti di chi è troppo scarso, vigliacco o falsamente modesto.
Perchè è meglio "sbagliare", che sbagliare.


MrFord


"Somewhere over the rainbow
way up high
and the dreams that you dream of
once in a lullaby
Somewhere over the rainbow
bluebirds fly
and the dreams that you dream of
dreams really do come true."
Israel Kamakawiwo'ole - "Over the rainbow" -


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