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martedì 13 giugno 2017

La mia vita da zucchina (Claude Barras, Svizzera/Francia, 2016, 66')





Il periodo dell'infanzia, è risaputo, rappresenta in qualche modo la nostra versione da spugne del mondo, curiosi di tutto ed esposti a tutto ad un tempo: ed è curioso quanto, nel momento in cui la si vive, non ci si renda neppure conto dell'importanza di ogni singolo gesto compiuto o ricevuto dall'esterno, ed uno dei miracoli più grande di avere dei figli è costituito dalla possibilità di rivivere in qualche modo da zero attraverso le esperienze di questi complessi, piccoli esseri umani.
La mia vita da zucchina, distribuito in sordina in Italia ma ottimamente recensito un pò ovunque, fotografa con drammaticità e leggerezza proprio quel periodo così importante e delicato, scegliendo di raccontare la terribile vicenda di Icare, ribattezzatosi Zucchina memore del nomigliolo affibbiatogli dalla madre, involontario responsabile della morte della stessa, dispotica ed alcolizzata genitrice, costretto a ricominciare la sua esistenza all'interno di una casa famiglia, realtà che vede altri bambini come lui fronteggiare la speranza di un'adozione e la realtà dell'improbabilità della stessa - parliamo di piccoli in età da scuola elementare e forse media, considerati di norma troppo grandi per trovare una nuova sistemazione rispetto ai neonati - e le ferite lasciate da vite troppo dure per esserini che dovrebbero pensare soltanto a giocare e godersi l'amore che ricevono.
Il lavoro di Claude Barras rappresenta, oserei dire senza dubbio, uno dei vertici della poesia espressa dal Cinema d'animazione nel passato recente, tratteggia personaggi splendidi - su tutti Simon, prepotente "capo" del gruppo di bambini della casa famiglia, una specie di Lucignolo arrabbiato con il mondo che nasconde il più possibile un cuore grande - e con delicatezza introduce la speranza soppiantando piano piano il dolore e l'oscurità, toccando corde che, figli oppure no, chiunque sia dotato di un minimo di sensibilità sentirà pizzicate e forse qualcosa in più, dagli aquiloni alle foto di gruppo passando per il futuro e quella chiusura splendida giocata sulla musica e le parole di Le vent nou portera, pezzo che poco più di una decina d'anni fa fu portato alla ribalta dai Noir Desir.
E da Arrivederci ragazzi di Malle a tutto il Cinema di formazione degli anni ottanta, Zucchina e i suoi compagni fanno sorridere e pensare, oltre che ragionare su quanto sia straordinario essere bambini, ed avere il potere di trasformare tutto in qualcosa di magico solo con la forza dell'immaginazione: la lotta, poi, che li unisce non solo nel superare il dolore ma anche nel cercare nuove strade - dalla gita sulla neve al piano per proteggere Camille affinchè non faccia ritorno dalla zia - che possano garantire loro l'inizio di un futuro ancora tutto da costruire è di quelle da godersi fotogramma per fotogramma, consapevoli di trovarsi di fronte ad un piccolo miracolo.
Oltre a tutto questo, all'ottima stop motion ed al minutaggio decisamente favorevole per grandi e piccini, La mia vita da zucchina riesce nell'intento di creare un legame tra le varie età degli spettatori, rappresentando quasi un'avventura a tratti spaventosa per il pubblico più giovane ed una poetica visione della rinascita e della speranza di questi "bimbi perduti" per quello più maturo: certo, parliamo di una produzione meno spettacolare e clamorosa di quelle cui ci hanno abituati i colossi Disney, Dreamworks o anche Ghibli, ma non per questo meno potente.
E se, pensando a quel vento, penseremo a tutte le "Zucchine" che ce l'hanno fatta nonostante il mondo, il male, le scelte sbagliate - dei genitori e degli adulti più in generale - e le scarse possibilità, allora troveremo forse una risposta anche a tutti i dubbi che l'odio diffonde giorno per giorno per le strade dove camminiamo insieme ai nostri figli.




MrFord




lunedì 22 settembre 2014

Si alza il vento

Regia: Hayao Miyazaki
Origine: Giappone
Anno: 2013
Durata:
126'




La trama (con parole mie): Jiro Horikoshi, fin dai tempi della sua adolescenza, sogna con tutte le sue forze di seguire le orme del progettista italiano Caproni e realizzare un aereo straordinario, come mai ne furono realizzati prima. Giunto a Tokyo in concomitanza con il terribile terremoto del 1923 in tempo per conoscere e prestare soccorso alla giovane Naomi, Jiro ultimerà gli studi ed inizierà la sua carriera di designer di velivoli, che lo porterà a viaggiare per il mondo e a porre le basi per la sua opera più ambiziosa, un aereo leggero e veloce che possa stupire per la sua perfezione, a prescindere dall'uso militare cui per natura sarà destinato.
Anni di studi ed esperimenti dopo, nel corso di una villeggiatura estiva, Jiro e Naomi si incontreranno di nuovo vedendo finalmente sbocciare il loro amore, segnato sin dai primi giorni dalla malattia della ragazza, come la madre sofferente di tubercolosi: e mentre Jiro continuerà a lavorare sul suo aereo ed il matrimonio verrà finalmente celebrato, nubi di guerra e l'aggravarsi dello stato di salute della giovane incomberanno sulla coppia.







Ho sempre pensato che, per essere grandi Maestri, di Cinema ma non solo, si dovesse conoscere bene il valore della semplicità. E ancor di più, come gestire la stessa.
In un certo senso, comprendere le meraviglie delle piccole cose, e lasciarle scorrere come acqua, o vento, resta - come è per le arti marziali, del resto - lo specchio di una forza che non ha alcun bisogno di essere portata in superficie, o mostrata a sproposito.
Il Cinema di Miyazaki è così. 
Semplice e potentissimo, senza bisogno che il suo straordinario autore debba per dimostrare il suo valore alzando la voce.
I suoi film sono un alito di vento dal sapore di primavera, quella brezza che accarezza i capelli e quasi prende per mano conducendo all'estate, il brivido del non detto, il piacere dell'attesa e della calma.
Ma non per questo sono opere prive di passioni: ribollono, infatti, dal primo all'ultimo minuto, a volte solo lasciandolo intuire - Kiki, Totoro -, a volte esplodendo addirittura troppo - Mononoke, Howl -.
Ogni volta che scrivo del vecchio Hayao, finisco per citare Kurosawa, che prima di morire, in un'intervista, dichiarò che il paragone tra loro sarebbe stato riduttivo per Miyazaki, una cosa che, ai tempi, mi lasciò interdetto nonostante la stima che da sempre ho provato all'indirizzo di quello che è, indiscutibilmente, l'animatore più geniale del panorama mondiale attuale: a farlo, infatti, era uno dei Maestri sommi della settima arte, uno degli intoccabili, di quelli che, se dovessi nominare dieci registi, l'Olimpo del Cinema, sarebbe dentro ad occhi chiusi.
Eppure, non troppo tempo dopo aver letto quella dichiarazione, colsi la grandezza di Miyazaki in una sequenza - peraltro secondaria - del già citato Il castello errante di Howl, paradossalmente forse uno dei suoi film "meno riusciti" - se così si può definire un suo lavoro -: godendomi Si alza il vento, ho rivisto quella magia.
Dal cappello volato via nel corso del viaggio in treno alla meraviglia visiva dei sogni di Jiro, passando per la tenerezza della storia d'amore con Naomi - che porta sulle spalle la grandiosità di Capolavori come Una meravigliosa domenica, sempre targato Kurosawa, ed Inizio di primavera di Ozu - fino ad uno dei finali più toccanti di questo duemilaquattordici, ho assistito al commiato di uno dei più grandi artisti viventi che il grande schermo sia attualmente in grado di regalare al suo pubblico, un omaggio che Miyazaki opera rispetto alla sua terra ed alla forza dei sogni che si decidono di inseguire ad ogni costo - quasi fosse un riferimento a se stesso, e non solo biografico rispetto a Horikoshi, con tutte le luci ed ombre connesse al personaggio di Jiro, senza dubbio non completamente positivo, soprattutto rispetto alla storia d'amore con Naomi -, e che da un aeroplanino di carta divengono qualcosa di così grande da divenire incontrollabile, toccando tematiche anche scomode - gli aerei "Zero" del designer saranno le bare dei piloti nipponici destinati allo schianto contro le navi nemiche - come la divisione tra la passione del progettista e l'uso dei mezzi dallo stesso creati scelto dall'esercito senza risparmiare una dose non da poco di malinconia e coscienza della caducità non solo delle aspirazioni umane, ma degli umani stessi - "Non ne è tornato neanche uno", sentenzierà Jiro nel finale -.
Ad ogni modo, senza contare il livello altissimo della confezione, probabilmente questo Si alza il vento non sarà mai considerato il vero Capolavoro di Miyazaki - curioso che, invece, sia universalmente o quasi titolato in questo modo La città incantata, bellissimo ma a mio parere un gradino sotto a questo e ad altri titoli firmati dal grande Hayao -: eppure, come fu per Gran Torino con Eastwood, il papà di Totoro non avrebbe potuto scegliere modo migliore per accommiatarsi dagli spettatori di tutto il mondo.
La storia di Jiro, del suo sogno e del suo amore, del vento e della volontà di vivere ed andare avanti è quanto di più semplice e clamorosamente complicato si possa immaginare, raccontato con il tocco lieve di un vero, grande Maestro.
E dietro quella carezza si nasconde la forza dirompente di un pugno: l'aereo di carta ed il terremoto di Tokyo - un momento pazzesco, tecnicamente forse il migliore della pellicola -, le aspirazioni di ogni divoratore di vita e la presenza fondamentale di qualcuno che, di un sogno, costituisca le fondamenta.
Semplicità, scrivevo poco fa.
Quella dei grandi Maestri.
Quella che, in due mani che si stringono, riesce a mettere tutto il caos di una vita.
Quella che, di fronte a quel "neanche uno" di ritorno, cavalca il vento per andare avanti.
Ed è giusto che Miyazaki sia andato avanti.
Fortunatamente, però, in questo caso qualcosa è tornato indietro.
Ed il vento continua ad alzarsi.



MrFord



"Sente battere le ali,
sente il freddo tutto intorno a sé,
vede luce di luce più abbagliante
di quel sole esploso in un istante."
I Nomadi - "Il pilota di Hiroshima" - 




martedì 27 maggio 2014

Onirica - Field of dogs

Regia: Lech Majewski
Origine: Polonia
Anno: 2014
Durata:
96'





La trama (con parole mie): Adam, giovane promessa della poesia, è vittima ed unico superstite di un gravissimo incidente d'auto che lo lascia segnato nel corpo e nell'anima, incapace di riprendersi davvero superando il dolore e dipendente da sogni che finiscono per sostituire la realtà, legati a rappresentazioni di opere d'arte e della Divina Commedia di Dante, un tentativo estremo della mente del ragazzo di scoprire il mistero dietro la sua permanenza sulla Terra.
E tra un giorno e l'altro di un lavoro lontano dalla sua essenza e le visite alla zia, Adam assiste inerme alle tragedie che colpiscono il suo Paese, cercando di trovare nelle stesse una risposta per i suoi drammi personali: riuscirà ad uscire dalla selva oscura e tornare a riveder le stelle?







La prima volta che lessi il nome Lech Majewski storsi il naso, in occasione dell'uscita de I colori della passione, sbirciato grazie alla rubrica settimanale che mi tocca condividere con l'antagonista di sempre Cannibal Kid: l'idea che mi feci, guardando il trailer del suddetto titolo, era dell'ennesima proposta autoriale radical a tutti i costi che una decina d'anni or sono mi avrebbe fatto impazzire, e che ora finisce per avere lo stesso effetto di una badilata di sabbia negli occhi.
Fortunatamente, dovetti ricredermi, dato che il buon Majewski seppe far coesistere una tecnica da Autore maiuscolo con la voglia di raccontare davvero a fondo una storia: apprezzai moltissimo il tentativo, promuovendolo anche in occasione dei Ford Awards di fine duemiladodici.
Dunque, all'uscita di Onirica, l'asticella delle aspettative partiva, al contrario del suo precedente, decisamente più in alto, considerati anche i riferimenti alla Divina Commedia - che ho sempre amato fin dai tempi delle superiori - che in mano ad un regista di questo tipo potevano dare voce ad uno dei titoli sulla carta più sorprendenti della stagione: peccato che, purtroppo per il sottoscritto, la visione della nuova fatica di Majewski si sia rivelata una fatica abnorme prima di tutto per il vecchio Ford, che rimbalzando tra i ritmi del lavoro, del pendolarismo e del Fordino comincia ad avere parecchie difficoltà a gestire, la sera, pellicole pronte a fare polpette delle parti basse.
E purtroppo Onirica - Field of dogs fa inesorabilmente parte della categoria: tolti, infatti, un paio di momenti interessanti - legati alla figura della zia visitata dal protagonista Adam e legati alle disquisizioni a proposito della natura della Morte e del Tempo -, il resto pare un'accozzaglia senza criterio di visioni buone giusto per essere proiettate nel soggiorno di casa Majewski ma che finiscono per avere poco senso agli occhi dello spettatore esterno al suo mondo, se non per i riferimenti alle tragedie che hanno colpito la Polonia negli ultimi anni - ricordavo la morte del Presidente in un incidente aereo, non l'alluvione - e le citazioni dell'opera di Dante, che comunque avrebbe meritato senza dubbio uno spazio maggiore, specialmente per mano di un aspirante Sokurov come il buon Lech, più che dotato quando si tratta di sfruttare al meglio la macchina da presa ed i suoi movimenti.
Peccato che, in fase di scrittura, il film latiti e non poco, assumendo le connotazioni di un unico, gigantesco, noiosissimo flusso di coscienza privo del fascino di opere come Enter the void e della capacità di ipnotizzare ed attrarre l'audience, che probabilmente tenderebbe a lasciare la sala entro i primi venti minuti, se non fosse che, di norma, per un titolo di questo genere si è già fortunati a trovare qualche altro coraggioso pronto ad affrontare la "via verso le stelle" attraverso la "selva oscura" ben rappresentata dalla confusione nelle idee e negli intenti del regista.
Senza dubbio si troverà, in rete e non, qualche accanito sostenitore del Cinema d'essai a tutti i costi pronto a difendere a spada tratta la visionarietà di questo lavoro, il suo coraggio, l'importanza data al proprio Paese, ai suoi limiti ed alle sue tragedie neanche fosse cosa viva, eppure, con tutti gli anni passati a nuotare nelle acque più profonde di questa parte della settima arte, sento il cuore in pace affermando che, in realtà, dietro operazioni di questo genere c'è ben poco cuore, o forse troppo, così tanto da non mettere in condizione il pubblico - anche quello, come il sottoscritto, disposto sulla carta ad amare un film - di godere appieno delle sensazioni che lo stesso può regalare.
Senza contare che un protagonista pronto ad ogni piè sospinto a schiacciare un pisolino non è certo d'aiuto nell'affrontare un titolo che rende la sua ora e quaranta scarsa l'equivalente di quattro abbondanti.




MrFord




"I did not believe because I could not see
though you came to me in the night
when the dawn seemed forever lost
you showed me your love in the light of the stars."
Loreena McKennitt - "Dante's prayer" -




lunedì 21 aprile 2014

Le letture con cui sono cresciuto


La trama (con parole mie): a concludere questa trilogia di liste gentilmente offerta nell'ispirazione dal mio miglior nemico, Cannibal Kid, dopo film e dischi, giungono le letture, parte fondamentale della formazione del sottoscritto soprattutto negli anni dell'adolescenza. Tutto quello che mi ha segnato, mi segna o non mi tocca neppure più di striscio l'ho vissuto tra quelle pagine pronte a liberare sogni, fantasia e sentimenti.



CENT'ANNI DI SOLITUDINE di GABRIEL GARCIA MARQUEZ


Letto in prima liceo, e da allora rimasto come uno dei miei cult letterari assoluti, il Capolavoro di Marquez tracciò una linea definitiva tra il Ford bambino e quello adolescente, lasciando che la mente vagasse sognando di diventare come il figlio dei Buendìa partito magro e tornato grande, grosso e tatuato.
Sarà per quello che gli anni mi hanno trasformato in un modo molto simile.

L'UOMO RAGNO di STAN LEE e STEVE DITKO


I fumetti sono stati una parte importantissima della mia vita di lettore, e per anni hanno alimentato non soltanto i sogni di un bambino, ma anche e soprattutto la speranza di arrivare, un giorno, a scriverli per lavoro. Per il momento, questo è accaduto solo in parte, e senza alcun ritorno economico, ma l'amore per i personaggi Marvel è rimasto, così come quello per il mio favorito assoluto: il buon, vecchio Spidey.


LA FIGLIA DEL CAPITANO di ALEXANDR PUSKIN


La Letteratura russa è stata uno dei must assoluti della mia formazione, e malgrado di norma riservasse drammi terribili e devastanti, con La figlia del capitano è riuscita a rendere un Capolavoro anche uno dei romanzi più leggeri giunti da Est: l'ho talmente adorato da leggerlo tre volte, una cosa che non era mai capitata prima, e non sarebbe capitata poi.

NARCISO E BOCCADORO di HERMAN HESSE


Se esiste uno scrittore in grado di rappresentare la mia adolescenza, è senza dubbio Herman Hesse: in un'ipotetica lista dei titoli più importanti dei miei anni di formazione, almeno la metà portano la sua firma, da Demian a Siddhartha, da Il lupo della steppa a, per l'appunto, Narciso e Boccadoro. La storia di quest'amicizia e di due caratteri così diversi mi colpì talmente tanto che ancora oggi, rievocando le ultime parole del libro, finisco per avere i brividi.

I ROMANTICI INGLESI E I MALEDETTI FRANCESI


Nel pieno delle turbe adolescenziali e dei tumulti ad esse legati, il mondo dell'allora molto Kid Ford fu travolto dalla lezione dei romantici, dalla Ballata del vecchio marinaio ai magnifici tre - Byron, Keats e Shelley -, senza contare quei sudicioni di Baudelaire, Rimbaud e soci. Erano i tempi in cui sognavo di morire alla grande prima dei trent'anni. Cazzo, che coglione ero.

I LAVORATORI DEL MARE di VICTOR HUGO


Uno dei miei romanzi preferiti di tutti i tempi, un Capolavoro di epica, Natura e crescendo sentimentale che fece da accompagnatore nel mio viaggio in solitaria a Parigi alla fine del liceo: ricordo ancora le lacrime che versai sul finale, e la magia del paesaggio delle isole della Manica, che ancora oggi sogno di visitare soltanto per ricordare quanto impazzii per la vicenda di Gilliat.

I DOLORI DEL GIOVANE WERTHER di GOETHE


Da buon "poeta estinto", uno dei romanzi di formazione che più mi toccarono fu I dolori del giovane Werther, probabilmente il titolo che ispirò Hesse nel corso della sua intera produzione: lo finii di leggere nei giorni appena successivi alla morte di mio nonno, portandomi il peso di tutta l'adolescenza sulle spalle. Lacrime amare anche qui.

SLAM DUNK di TAKEHIKO INOUE


I manga, pochi anni dopo i fumetti a stelle e strisce, divennero una delle mie realtà favorite di lettore: tra le decine di titoli divorati a cavallo degli anni del liceo, ho scelto Slam Dunk, il fumetto ad argomento sportivo migliore di sempre, capace di farmi provare in misura talmente alta l'adrenalina del basket da farmi ricredere a proposito di uno sport che non mi entusiasmava per nulla e che, grazie a Sakuragi e soci - su tutti il mio favorito Mitsui -, ho finito per praticare per un paio d'anni buoni.

SANGUE E ARENA di BLASCO IBANEZ


La vita del Cordobes, uno dei matador più famosi della Storia, rivisitata grazie alla figura mitica di Juan Gallardo, ribollente e calda come il sole andaluso. Una delle letture più importanti del passaggio tra adolescenza ed età adulta, in grado di ispirare film e canzoni, ed alimentare il sogno del sottoscritto di visitare l'Andalusia, che percorsi in lungo e in largo qualche anno dopo.

JACK FRUSCIANTE E' USCITO DAL GRUPPO di ENRICO BRIZZI


Ad oggi, probabilmente, lo considererei un libretto, ma ai tempi dell'uscita rappresentò il simbolo dei primi innamoramenti, delle feste e delle uscite al sabato sera: in un certo senso, quelle pagine sono state le prime forbici che hanno iniziato a recidere il cordone ombelicale del sottoscritto con l'infanzia.
Pensare che sono passati quasi vent'anni, a volte, mi fa rimanere a bocca aperta: se chiudo gli occhi, mi pare infatti di provare ancora sulla pelle quell'emozione.



lunedì 17 marzo 2014

Lei

Regia: Spike Jonze
Origine: USA
Anno: 2013
Durata:
126'




La trama (con parole mie): siamo nel prossimo futuro, in una Los Angeles in cui la gente vive in perfetta simbiosi con la tecnologia e per le lettere - d'amore e non - ci si affida a scrittori professionisti. Theodore Twombly è uno di questi specialisti del settore, un uomo solitario e malinconico che vive continuando a rimandare la firma sui documenti che prevedono il divorzio dalla ex compagna Catherine.
Quando viene introdotto un nuovo software che prevede lo sviluppo e la crescita di un'intelligenza artificiale che si occupi del suo riferimento umano e lo sostenga come la migliore delle amicizie Theodore si affida a Samantha, sua nuova compagna di viaggio in una vita che l'anima artificiale di quest'ultima vuole a tutti i costi conoscere ed esplorare.
Tra i due il rapporto si intensifica a tal punto da iniziare una relazione che porta Theodore ad emanciparsi dal ricordo della storia con Catherine e a guardare avanti: ma sarà davvero possibile per lui un'esistenza come quella immaginata accanto a Samantha?







Un paio di mesi fa, ormai, usciva nelle sale italiane The Wolf of Wall Street, filmone totale in grado di riportare Scorsese ai fasti del suo passato, nonchè vero e proprio ritratto di quelli che sono gli istinti più predatori dell'Uomo, le sue necessità più fisiche, i piaceri che passano dalla bocca, alla pancia, fino alla zona sotto la cintola.
Il Lupo è stato la scossa in questo inizio anno al Saloon, una botta in grado di alimentare tutte quelle pulsioni che sono alla base della passione, della voracità, della voglia di prendersi tutto il possibile da questa vita, resto compreso.
Ed ora, ecco Her - o Lei, e per una volta non deve essere stato troppo difficile l'adattamento dei titolisti italiani -, nuova fatica firmata Spike Jonze, un tipo strano e al limite del radicalchicchismo in grado al contempo di firmare sceneggiature per i pazzoidi di Jackass e passare dai videoclip al Cinema indie in un batter di ciglia: Lei è tutto quello che vive e pulsa dall'altro lato della galassia del Lupo. Una storia d'amore aerea e malinconica, sentita e profonda, ironica e dolcemente triste.
Her è l'anima romantica dell'Uomo, la sua capacità di perdersi in una storia d'amore, la volontà di viverla, di passare dai primi tempi in cui tutto pare così bello da togliere il fiato, in cui il sesso è talmente arrembante da far dubitare che esista altro, in cui ci si perde in ogni piccola molecola della persona che ci sta accanto, in cui si impara a conoscere il suo modo di parlare, vestirsi, muoversi, mangiare, ridere, e si sente di potersi innamorare ancora di più, tanto da rimanere senza fiato, alle battaglie quotidiane per ritrovarsi, comprendere quello che può capitare che sfugga, superare le piccolezze che rendono difficile sopportare anche qualcosa dal peso specifico pressochè nullo.
Her è la risata di una donna che si sa già di amare senza volerlo ammettere, sono i battibecchi provocatori, gli sguardi che si incrociano, la mimica, i gesti, i punti in cui la lingua sbatte sui denti nel momento in cui si pronuncia proprio quella parola, una canzone che pare scritta apposta per quell'istante, e chissà come avrà fatto l'autore ad immaginare proprio noi, qui, ed ora.
E come per il Lupo, poggiato sulle spalle di un Di Caprio straordinario, anche in questo caso il lavoro del regista - elegante e delicato come l'avvolgente fotografia, i colori pastello, i sussurri appena svegli  - è legato a doppio filo ad una grandiosa interpretazione, quella di un Joaquin Phoenix se possibile addirittura superiore perfino rispetto alla superlativa prova offerta con The master, superbo nel trasmettere con un semplice movimento della mano a toccare la montatura degli occhiali tutta la dolcezza e la poesia di un'opera come questa.
Perchè il legame tra Theodore e Samantha non potrebbe essere descritto in altri termini se non quelli che solo la poesia può garantire: una magia che sfiora l'apparente banalità e rende anche i suoi aspetti più ovvi qualcosa che quasi sfugge le leggi della fisica cui la Natura è sottoposta, un massaggio dell'anima che porta brividi al solo pensiero, e toglie il fiato come una nostalgia troppo profonda per essere affrontata, anche quando ci si sente abbastanza forti per farlo.
E la già citata fotografia, la perfetta performance vocale di Scarlett Johansson, la colonna sonora da urlo firmata dagli Arcade Fire, le atmosfere soffuse, quella testa appoggiata dolcemente da Amy Adams sulla spalla di Joaquin Phoenix di fronte ad una nuova alba non rendono abbastanza la delicata forza di questo film: perchè questo è uno di quei titoli in grado di commuovere e colpire anche i più duri, e provocare un desiderio di profonda primavera - fisica e di sentimenti - in chi ne affronta la visione.
Se The Wolf of Wall Street è stato L'animale, Her è senza dubbio La cura.
I due lati dell'anima umana tradotti in quelli che, ad oggi, sono senza dubbio i due film dell'anno.
Ed io, che sono un Lupo, guardo Her ed il miracolo di Spike Jonze e Joaquin Phoenix, e ringrazio davvero che possa esistere l'altra parte: quella della leggerezza, della tenerezza, della poesia, della fragilità.
Perchè non saremmo quello che siamo, senza di essa.
E' l'ossigeno che permette anche all'oscurità di sopravvivere.
E senza di Lei la vita sarebbe infinitamente più triste e più noiosa.
E quella nuova alba sarebbe soltanto una palla di fuoco uscita ad illuminare una fredda primavera senza sole.



MrFord



"This island's sun I've laid a thousand times
fortune me, fortune me, of all of my mistakes
I think I lent you late, now every sick person
seemed to come my way."
The Breeders - "Off you" - 




mercoledì 20 novembre 2013

La strada

Regia: Federico Fellini
Origine: Italia
Anno: 1954
Durata: 108'




La trama (con parole mie): Gelsomina, una ragazza introversa dalla particolare sensibilità, è spinta dalla madre a divenire l'assistente di Zampanò in sostituzione della sorella defunta. L'uomo, un artista di strada specializzato in numeri che prevedono l'utilizzo della forza bruta dal carattere burbero e spigoloso dedito all'alcool e alla violenza, diviene dunque il maestro ed il padrone della giovane, che spesso e volentieri soffre i suoi modi bruschi.
Quando l'incontro con un altro artista detto il Matto pone Gelsomina di fronte ad una nuova prospettiva della sua esperienza, quest'ultima decide di rimanere accanto a Zampanò quasi si trattasse di una missione, o di una predestinazione: la tragedia, però, è dietro l'angolo, e per l'insolita coppia giunge il momento di affrontare la dura realtà delle rispettive nature.





Tradurre i propri pensieri, le esperienze e le idee in poesia non è mai un'impresa facile, di qualsiasi campo artistico si stia parlando: spesso e volentieri, superando il confine che separa il racconto quotidiano dal lirismo del sogno e dell'interpretazione, si rischia per scivolare nel radicalchicchismo sfrenato - e qui al Saloon tanto osteggiato - oppure nel patetico.
Fortunatamente ogni tanto, nel nostro percorso umano, incrociamo il cammino di nomi come quello di Federico Fellini, tra i pochi registi in grado di riuscire a farsi interprete del significato più puro del termine poesia senza per questo rinunciare alla pancia o al cervello: uno degli esempi più importanti in questo senso è senza dubbio La strada, titolo che diede notorietà assoluta ed internazionale al cineasta riminese e che gli valse l'Oscar per il miglior film straniero, lanciando di fatto uno stile ed un approccio che sarebbero stati presi d'esempio e modello per i decenni successivi - e lo sono ancora -.
In realtà questa ennesima visione de La strada mi ha condotto - come spesso accade con le opere dei grandi - ad un'altra interpretazione della stessa, meno riferita ai consueti pareri in merito, al mondo del circo, all'amore, al vagabondare, quanto più al complesso rapporto che legò per una vita Fellini e sua moglie, Giulietta Masina: in un certo senso, quello che ho visto questa volta nella storia spesso triste di Gelsomina e Zampanò è stato una sorta di rivisitazione del rapporto tra il regista e l'attrice, inseparabili anche nella morte - la Masina scomparve neppure sei mesi dopo il Maestro - eppure decisamente lontani da un rapporto idilliaco in vita.
Il carattere strabordante del geniale Federico e quello più remissivo di Giulietta, uniti alle avventure che il primo spesso e volentieri si concedeva con le protagoniste che ispiravano i suoi film - su tutte è nota la storia d'amore con Sandra Milo -, i conflitti e le ombre si sono proiettati dal primo all'ultimo su Zampanò e Gelsomina, in perenne lotta eppure necessari l'uno all'altro anche di fronte alla tragedia, e alla morte.
La leggerezza quasi ostentata della ragazza spinta dal Matto a credere che la ragione della sua vita potesse essere effettivamente quella di stare accanto ad una persona "che nessuno avrebbe voluto" e l'aggressività a tratti incontenibile dell'uomo, apparentemente privo di qualsiasi sensibilità o pensiero rivolto a qualcosa che non sia il suo viaggiare ed i numeri da circo, l'alcool e le donne, si incastrano alla perfezione come soltanto i grandi amanti ed i grandi nemici possono riuscire ad incastrarsi, facendo da motore ad una tragedia profondamente realista ed altrettanto aerea nella sua rappresentazione, ritratto non tanto di un Paese - come fu per Amarcord o La dolce vita - quanto della parte "straziata" dello stesso, quella del cuore.
Un film da amare incondizionatamente anche nei suoi momenti più terribili, traboccante la passione per la vita che Fellini non ha mai fatto mancare al suo pubblico, in grado di rendere profondo e tragicamente affascinante proprio Zampanò, talmente forte ed aggressivo da intimorire eppure fragilissimo e solo in uno dei finali più struggenti che il Cinema italiano sia mai riuscito a portare sul grande schermo, così come la delicata Gelsomina, talmente decisa a credere da risultare quasi fastidiosa agli occhi di chi, al contrario, più che alla Fede è dedito alla Vita, eppure incapace di rinunciare alla parte di sogno necessaria per sopportare la realtà.


MrFord


"Lui ti offre la sua ultima carta, 
il suo ultimo prezioso tentativo di stupire, 
quando dice "È quattro giorni che ti amo, 
ti prego, non andare via, non lasciarmi ferito". 
E non hai capito ancora come mai, 
mi hai lasciato in un minuto tutto quel che hai. 
Però stai bene dove stai. Però stai bene dove stai."
Francesco De Gregori - "Pezzi di vetro" -



domenica 9 giugno 2013

Dead man

Regia: Jim Jarmusch
Origine: USA
Anno: 1995
Durata: 121'
 



La trama (con parole mie): William Blake è un contabile di Cleveland che seppelliti i suoi genitori spende tutti i risparmi rimasti per viaggiare verso il cuore del West selvaggio e lontano, Machine, in Arizona, seguendo la promessa di un impiego presso la fabbrica di un certo Dickinson.
Peccato soltanto che all'arrivo per il giovane non sia rimasto altro che una neppure troppo velata minaccia di morte da parte del presunto boss e l'incertezza del futuro, fragile quanto i fiori di carta di Thel, ex prostituta nonchè fidanzata del più giovane dei figli dello stesso Dickinson: quando Blake, per legittima difesa, lo uccide e fugge ferito a morte, toccherà al nativo americano Nessuno guidarlo attraverso un viaggio iniziatico verso la fine, in bilico tra le poesie del suo omonimo e la cultura che è stata il cuore degli States, cercando di comporre a suon di pallottole evitando al contempo gli spietati cacciatori di taglie sulle tracce di quello che è ormai considerato un pericoloso omicida.





Questo post partecipa pistola in pugno e fiaschetta d'alcool alla cintola alle celebrazioni per il cinquantesimo compleanno di Johnny Depp.




Ricordo bene la prima volta che vidi Dead man: ero al terzo anno delle superiori, e con un paio di compagni di classe fui praticamente trascinato in sala da un gruppo di amiche completamente rapite dal fascino di Johnny Depp, uno degli attori simbolo - volenti o nolenti - della nostra generazione che proprio oggi spegne - e quasi sento a crederlo - cinquanta candeline: al termine della visione, nel viaggio di ritorno a casa, le fino ad un paio d'ore prima eccitate fanciulle non fecero che lamentarsi dell'incomprensibilità e della lentezza di quello che fu, senza dubbio, uno dei titoli più importanti della mia formazione cinematografica, il primo, vero viaggio su pellicola che riservò al giovane Ford un brivido come mai prima di allora - anche se molti ne sarebbero seguiti - era capitato.
In qualche modo, qualcosa stava cambiando, e le gesta di William Blake - uno dei personaggi più straordinari interpretati dal festeggiato di oggi - segnarono profondamente l'immaginario di un bambino cresciuto a pane e John Wayne, per il quale il West era un mondo magico dai colori brillanti, dove "quando la realtà incontra la leggenda, vince la leggenda", in cui tutto era sempre più semplice e mitico di quanto potesse sembrare.
In qualche modo, come avrebbe fatto in seguito Gli spietati - precedente di tre anni a quella che considero l'opera migliore di Jarmusch al pari di Ghost dog, ma che vidi per la prima volta soltanto mesi dopo -, Dead man mostrò il lato oscuro del West e del Western non solo come genere, ma come modo di intendere la vita, il mondo, una cultura - quella a stelle e strisce - fin troppo spesso idealizzata soprattutto nel corso degli anni ottanta delle meraviglie e della Guerra Fredda: intriso in ogni fotogramma di tristissima malinconia e percorso da una vena di meraviglioso e nerissimo umorismo, questo lavoro crepuscolare è una delle opere che più associo ancora oggi ad una poesia per immagini, con il suo ritmo dalla cadenza dei passi lenti ma decisi prima di un duello mortale scandita da una memorabile colonna sonora firmata da Neil Young, un vero e proprio trip sulle note distorte di una chitarra che parla la stessa lingua della penna di William Blake, quella del furore, della passione, della dolente sconfitta, della certezza dell'essere morti, eppure continuare a viaggiare, fino a trovare quello percui si è giunti fino al punto in cui si è giunti, e dunque abbandonare questo mondo consci di non essere più al proprio posto.
Il tutto accade per mezzo di colpi di pistola e di fucile esplosi con incertezza, paura e nessuna precisione, che ricordano la resa dei conti tra William Munny e gli assassini del suo fedele amico proprio in chiusura del già citato Gli spietati, lontani dall'epoca del campo e controcampo di Sergio Leone, dai Mezzogiorno di fuoco e Sentieri selvaggi: non c'è nulla per il Mito, nel percorso che Nessuno traccia per William Blake.
Neppure le briciole.
Una carcassa di opossum. Un mal di denti.
Non c'è neppure il tabacco.
C'è solo una poesia che ha il suono del cane che percuote il piombo pronto ad essere esploso il più velocemente possibile nel cuore di un malcapitato amante.
Stupido uomo bianco, con le sue armi da fuoco e la sua cultura di superiorità.
Nessuno sa di cosa si sta parlando.
Di Vecchio e Nuovo Mondo uniti sotto la bandiera dell'ignoranza, della prepotenza, della legge della giungla, e del più forte.
La legge del piombo.
Quella di qualcuno che ha la pistola, e qualcuno che scava. E tu scavi.
Nessuno sa di cosa si sta parlando.
Peccato che non ci sia nessuno ad ascoltarlo.
Perchè l'uomo bianco è stupido, e l'unico in grado di comprendere è già morto.
William Blake, che non fuma e non ha tabacco.
Almeno fino alla fine del viaggio. E forse oltre.
Perchè quello che trova servirà una volta che sarà giunto sull'altra sponda del grande fiume.
Forse potrà offrirlo all'uomo che l'ha ucciso.


MrFord


Partecipano lisergicamente a questo trip verso l'oltre:


http://viaggiandomeno.blogspot.com/2013/06/buon-compleanno-mr-depp.html http://bollalmanacco.blogspot.com/2013/06/johnny-depp-day-ed-wood-1994.html http://erameglioillibro.blogspot.com/2013/06/the-rum-diary-cronache-di-una-passione.html http://valemoviesmaniac.blogspot.com/2013/06/johnny-depp-day-edward-mani-di-forbice.html http://affarinostriinformand.blogspot.com/2013/06/il-compleanno-poco-segreto-di-johnny.html http://insidetheobsidianmirror.blogspot.com/2013/06/la-nona-porta.html http://triccotraccofobia.blogspot.com/2013/06/johnny-depp-day.html http://incentralperk.blogspot.com/2013/06/johnny-depp-day-benny-e-joon.html http://directorcult.blogspot.com/2013/06/johnny-depp-day-il-mistero-di-sleepy.html http://frank-manila.blogspot.com/2013/06/johnny-depp-day-minuti-contati.html http://pensiericannibali.blogspot.com/2013/06/crai-baby.html http://castellodiif.blogspot.com/2013/06/un-sogno-americano-in-serbo.html http://criticissimamente.blogspot.it/2013/06/johnny-depp-una-biografia-non.html


"You wake up in the middle
of the night.
Your sheets are wet
and your face is white,
you tried to make
a good thing last,
how could something so good,
go bad, so fast?"
Neil Young - "American dream" -


martedì 26 febbraio 2013

The sessions

Regia: Ben Lewin
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 95'



La trama (con parole mie): Mark O'Brien, giornalista e scrittore trentottenne colpito dalla polio a sei anni e costretto a vivere con l'ausilio di un polmone d'acciaio, decide di provare per la prima volta l'esperienza del sesso, vissuto fino a quel momento come una punizione ed una colpa a causa della sua profonda fede religiosa, che passa anche attraverso i colloqui con il confessore Padre Brendan.
Per poter affrontare al meglio questa esperienza, Mark si rivolge ad una terapista professionista, Cheryl, che dovrà educarlo come fosse un bambino alla consapevolezza del proprio corpo prima di aiutarlo a scoprire le gioie del sesso: tra i due, sessione dopo sessione, nascerà un legame più profondo di quanto entrambi potessero credere, e che lascerà un segno indelebile nelle loro esistenze.





Diverse volte, ormai, è capitato che parlando di film che affrontano argomenti delicati come la disabilità tornassero a galla i miei ricordi dell'anno - o quasi - del servizio civile, prestato all'inizio del nuovo millennio e ancora oggi l'esperienza lavorativa più intensa e costruttiva che abbia avuto: ricordo che quell'ormai lontano trenta novembre del duemila mi trovai spiazzato all'idea di dover affrontare quotidianamente la gestione di ragazzi più o meno della mia età alle prese con la realtà della disabilità fisica, e che l'ultimo servizio di quel giorno, che consistette nell'andare a prendere al suo pensionato Gloria e portarla a lezione fu assolutamente sconvolgente.
Questa ragazza studiava psicologia, aveva un paio d'anni meno di me, lunghi capelli ricci, occhiali che oggi si definirebbero da hipster ed un sorriso splendido: operata per un tumore al cervello, aveva perso la capacità di camminare correttamente, ed ormai priva del senso dell'equilibrio pareva più una sorta di caricatura del tipico sbronzo del sabato sera, perennemente basculante.
Il tragitto non era lungo, ma ricordo che ebbi paura di perdermela per strada e farla cadere praticamente ad ogni passo: lei mi incoraggiò, e per passare il tempo chiacchierammo di musica, in particolare dei R.E.M., la sua band preferita.
Poi c'era Panzer, uno studente di filosofia che era anche l'unico tra gli assistiti che notavo non avere un trattamento riservato e buonista agli esami e con i voti, o che aveva amici - e amiche - in facoltà proprio perchè risultava intelligente, ironico ed interessante, e non perchè facesse in qualche modo figo e alternativo avere un compagno disabile. Panzer - che ad ogni suo passaggio sfracellava i coglioni a tutti noi obiettori imponendo interminabili giri di colloqui con professori o alla ricerca di testi sconosciuti ai più - aveva perso la vista a undici anni a causa di una malattia genetica.
Ricordo che una volta mi disse, rispetto a sua sorella maggiore che per la stessa malattia si era ritrovata cieca quando di anni ne aveva diciotto: "A me dispiace per lei, perchè considerata l'età che aveva quando è successo non è riuscita ad accettare la cosa con la mia stessa serenità".
Pazzesco, ho pensato. Questo ha due coglioni grossi come quelli di tutti gli Expendables insieme.
Ed eccoci a quello che ho pensato rispetto a The sessions: a questo film mancano quei coglioni.
Perchè se John Hawkes è fenomenale, l'ironia gestita alla grande e la materia trattata con delicatezza ed intelligenza, l'evoluzione dello script sobria e non esageratamente ruffiana - considerato il soggetto -, al termine della visione ho avuto una sensazione di un vuoto che non avevo percepito con Quasi amici e neppure con il da me piuttosto criticato Lo scafandro e la farfalla, tantomeno con un cult totale come E Johnny prese il fucile - ma in questo caso non si parla esplicitamente di disabilità - o con il meraviglioso Million dollar baby: un peccato, da un lato, perchè il personaggio di Mark O'Brien - ispirato al suo corrispettivo reale - è davvero interessante sia per l'approccio quasi alleniano al sesso e basta ed al gentil sesso, e dall'altro perchè l'idea di mostrarlo come se il trauma della malattia l'avesse in qualche modo imprigionato ai tempi del suo essere ancora sano - e dunque bambino - potevano fornire spunti meno patinati e più coraggiosi almeno nella loro rappresentazione.
Certo, da un lato un merito del lavoro di Ben Lewin è stato proprio quello di non esagerare nell'essere paraculo - ed in questi casi una certa percentuale di ruffianeria è da mettere in conto - e di riuscire comunque ad emozionare il pubblico, ma avendo avuto un precedente neppure troppo lontano come quello del già citato lavoro di Toledano e Nakache il risultato risulta comunque edulcorato, quasi ad una sonata da camera si opponesse un brano soul proprio come nella celebre sequenza con protagonista lo straripante Driss nella pellicola francese clamorosamente esclusa dagli Oscar.
Se nel complesso ho avvertito, dunque, una mancanza di attributi per un film che, pur se basato sulla poesia e sul sussurrato, pareva avere un profondo terrore di alzare un pò la voce - ed i toni -, considero riuscitissime tutte le parti dedicate ai comprimari, in particolare l'assistente di Mark, Vera, descritta in punta di piedi eppure a mani basse il charachter più sfaccettato ed interessante dell'intera pellicola.
Meglio rispetto alle aspettative che potevo avere in merito - si prevedevano bottigliate selvagge, così sulla carta - ma decisamente troppo poco per farmi ricredere come è già capitato più di una volta dall'inizio dell'anno.


MrFord


"Now, I'm gonna love you
till the heavens stop the rain
I'm gonna love you
till the stars fall from the sky for you and I." 
The Doors - "Touch me" -


giovedì 7 febbraio 2013

Paperman

Regia: John Kahrs
Origine: USA
Anno: 2012
Durata:
7'




La trama (con parole mie):  un impiegato incontra, ad una fermata, una ragazza che si sta recando ad un colloquio di lavoro. Tra i due scocca una scintilla che rimane inespressa fino a quando l'uomo non si accorge di essere in balìa della sua scrivania e delle pratiche da sbrigare proprio nel palazzo di fronte a quello in cui è diretta la ragazza.
Da quel momento in poi, ci sarà spazio soltanto per un utilizzo creativo del lavoro e tanta poesia.
Il cortometraggio animato di John Kahrs prodotto da Mamma Disney e candidato all'Oscar è tutto qui. Ed è una vera perla.




E a volte non c'è proprio bisogno di parole.


MrFord


"I fly like paper, get high like planes
if you catch me at the border I got visas in my name
if you come around here, I make 'em all day
I get one down in a second if you wait."
M.I.A. - "Paper planes" -






venerdì 11 maggio 2012

Anche i poeti uccidono

Autore: Victor Gischler
Origine: Usa
Anno: 2004 (2008 in Italia)
Editore: Meridiano Zero



La trama (con parole mie): Jay Morgan è un professore stagionale dell'Università dell'Oklahoma, non disdegna le nottate con le studentesse sfruttando il suo fascino di (ex) poeta, l'alcool e la vita da randagio.
Jenks è un piccolo criminale di St. Louis agli ordini di Red Zach, del quale sognava di percorrere la carriera, e che ora vede come una minaccia al suo futuro.
Attorno alle loro due storie, sogni infranti, aspirazioni letterarie e di letto, vite ancora da vivere ed altre destinate ad essere spezzate dalla crudeltà dell'Uomo, o semplicemente dal suo avido egoismo.
Una sarabanda di letteratura e piombo che metterà i suoi protagonisti a confronto con se stessi, ma soprattutto con una vita pronta a schiacciarli come scarafaggi nel caso considerassero l'eventualità di una resa.
Parola di vecchi lupi di mare come Fred Jones o il professor Valentine.




Chi frequenta il saloon da abbastanza tempo ben saprà del mio legame con Joe Lansdale, idolo totale del sottoscritto grazie alla meravigliosa saga dedicata a Hap e Leonard, persona squisita - ebbi l'occasione di fargli "da scorta" un anno e mezzo fa, quando presentò Devil red - nonchè simbolo di quel panesalamismo che tanto ha segnato la mia formazione degli ultimi anni, nella Letteratura come nel Cinema.
Victor Gischler, personaggio sicuramente più "costruito" del vecchio Joe, rappresenta in qualche modo il migliore allievo della sua scuola: graffiante, ruvido, ironico, lo sceneggiatore di fumetti e romanziere si era già distinto da queste parti grazie alle due convincenti prove di Notte di sangue a Coyote Crossing e La gabbia delle scimmie, pur senza raggiungere ai miei occhi il livello del suo "maestro".
Con Anche i poeti uccidono, però, mi sento di poter affermare che il salto di qualità si sia compiuto definitivamente - pur se, a livello temporale, non si tratti dell'ultimo lavoro dell'autore -: l'ambientazione universitaria e legata alla scrittura come mestiere ed "aspirazione", probabilmente molto in sintonia con l'esperienza di Gischler, l'aspetto fisico del protagonista Jay Morgan e la mescolanza con elementi tipicamente pulp rendono questo romanzo il più completo tra quelli tradotti in Italia del poco disciplinato Victor, una miscela esplosiva di azione, grottesco, noir e del buon melò da b-movie che tanto piacerebbe a Tarantino, il regista che vedrei meglio nel riproporre sul grande schermo uno script come questo.
In una cornice che sa di Frontiera e contaminazioni fortemente rednecks, eppure quasi interamente inserita nel contesto di un campus sonnolento e allucinato - bellissimi i passaggi tra i corridoi della Albatross Hall che celano il nascondiglio del professor Valentine - all'interno del quale le vicende politiche legate a reading di poesia ed eventi mondani si mescolano a storie di sesso e vita che fin troppo spesso inghiotte chi aveva pensato di viverla a fondo - si pensi ad Annie Walsh e al suo cadavere, che da inizio a tutta la storia, o quasi, e a Lancaster, vittima come la stessa Annie di qualcosa di ben più grande di lui -, quest'opera sforna momenti assolutamente cult praticamente ad ogni capitolo, giocando i suoi assi sfruttando personaggi splendidamente resi come Jenks - che da bad boy diviene in breve una sorta di cucciolo che si finge arrabbiato per trovare il proprio posto nel mondo -, Morgan - una via di mezzo tra Hank Moody ed un outsider lebowskiano -, Wayne DelPrego - charachter in perenne crescita dalla prima all'ultima pagina della sua presenza - e l'impagabile, roccioso, gracile e "grantorinesco" Fred Jones, mio idolo totale nonchè personaggio preferito del romanzo, in bilico tra un misterioso passato al soldo del governo, il desiderio dei suoi sigari preferiti, un talento sorprendente per la poesia e una schiera di uomini "che risolvono problemi" pronti a scattare al suo comando.
Molti i passaggi memorabili per un libro in grado di incollare alla pagina grazie ad un ritmo dal taglio clamorosamente cinematografico - soprattutto nel suo "montaggio" -, semplice e diretto come un cazzotto nello stomaco eppure in grado di far riflettere sulla grande possibilità del cambiamento, sulla vita e la voglia che dimostriamo di avere della stessa nel momento in cui mettiamo in gioco tutto per evitare di farci travolgere dagli eventi in cui ci butta senza troppi complimenti: una nuotata contro corrente in cui droga, sangue, morte, versi strampalati e mummie mescolano le carte e si giocano una mano contro il Destino, la colpa, il peccato, il perdono, gangsters dai vestiti appariscenti, detectives privati senza scrupoli e conventions dalle quali è difficile uscire indenni.
Eppure, proprio dall'happening di Houston Morgan imparerà che tirare fuori la testa dal proprio rifugio può significare prendere in mano la propria esistenza, soprattutto se, dopo averlo fatto, si trova la forza di rimanere con la testa alta contro il cielo, respirando profondamente, pronti ad essere sopraffatti eppure consci che quello che si deciderà di fare ci renderà leggeri e liberi rispetto a qualsiasi sconfitta.
In fondo, la poesia è anche questo: un modo davvero niente male per rialzarsi.
O come dice il Professor Keating, per rimorchiare le donne.


MrFord


"Now I'm naked, nothing but an animal
but can you fake it, for just one more show
and what do you want, I want change
and what have you got
when you feel the same
even though I know-I suppose I'll show
all my cool and cold-like old job."
Smashing Pumpkins - "Bullet with butterfly wings" -

 

venerdì 14 ottobre 2011

Arrietty


Regia: Hiromasa Yonebayashi
Origine: Giappone
Anno: 2010 
Durata: 94'


La trama (con parole mie): Arrietty è una ragazzina di quattordici anni che appartiene ad una particolare razza di esseri dalle dimensioni ridottissime che passano la loro esistenza vivendo accanto agli umani cercando di non entrare mai in contatto con loro, e prendendo soltanto quello che serve per sostenersi ed aiutarsi nelle faccende domestiche, dalle zollette di zucchero agli aghi da cucito.
Quando Sho, un suo coetaneo umano gravemente malato di cuore viene mandato a passare l'estate che lo separa da un'operazione importante nella casa di campagna dove Arrietty vive di nascosto con la sua famiglia, le loro vite cambieranno per sempre: sarà un incontro magico di due mondi, lo sfiorarsi di esistenze che, in un altro luogo, forse, avrebbero potuto proseguire nel loro viaggio insieme, ma che ugualmente segnano indelebilmente l'altra stabilendo un legame unico e duraturo.




Finalmente, dopo mesi e mesi di delusioni cinematografiche una dietro l'altra a fare da contrappasso alle giuste imbeccate in merito alle serie tv, Cannibale riesce finalmente a stupirmi rivelandomi una perla dell'impareggiabile Studio Ghibli del Maestro Miyazaki che mi ero colpevolmente perso ai tempi della sua uscita.
Arrietty, la cui sceneggiatura è firmata proprio dal papà di Totoro, è un piccolo gioiellino di poesia, potenza visiva, semplicità e sentimenti profondi in grado di parlare a qualsiasi pubblico, emozionando e coinvolgendo come quando da bambini si ascoltavano ammirati le fiabe oppure si inventavano in giardino storie incredibili senza avere bisogno di alcun giocattolo, perchè la mente vagava libera negli spazi "sconfinati" che offriva la Natura.
Diretto ottimamente da Hiromasa Yonebayashi - che si concede anche inquadrature normalmente non nel repertorio del suo mentore, come la serie di stacchi appena dietro la schiena di Arrietty e suo padre nel corso della prima "missione" casalinga alla ricerca dello zucchero della ragazza - e come spesso accade per le pellicole dello Studio Ghibli arricchito da un'ottima colonna sonora - questa volta non firmata dal solito Joe Hisaishi - e da un'attenzione grafica per i dettagli prodigiosa, in grado di dare vita ad un'ambientazione favolosa - sotto tutti i punti di vista -, ricchissima e traboccante di colori.
Inoltre, come spesso accade per le creature nate dalle matite del Ghibli, la commistione tra Oriente ed Occidente contribuisce ad arricchire il già clamoroso fascino dell'opera, quasi portando sugli schermi una sorta di Alice nel paese delle meraviglie in versione nipponica, ed in grado di preservare e mostrare il meglio di punti di vista normalmente molto diversi.
Da otto a ottantanni, come recitavano le formule sulle scatole dei vecchi giochi da tavolo, pellicole come questa sono in grado di incantare senza bisogno di ricorrere ad alcun colpo basso, o mossa ad effetto, e nella semplicità di un'amicizia che nasce, prende forma e rimane - come una casa cui tornare sempre - anche quando chi la vive è destinato a restare lontano, ed incanta chiunque assista ad un vero e proprio miracolo come questo, senza dimenticare il gusto per l'avventura, la scoperta e l'esercizio della curiosità come solo chi è innamorato della vita in tutte le sue sfumature può narrare e trasmettere con questa immediatezza.
E indubbiamente Miyazaki si trova al centro di questa condizione, e con il tempo ha imparato a trasmetterla anche ai suoi allievi e collaboratori, arricchendo il loro bagaglio e permettendo la creazione di piccole, grandi magie come questa.
Quando entro nell'orbita dello Studio Ghibli, ricordo sempre con piacere di un'intervista a Kurosawa che lessi qualche anno fa, durante la quale l'indiscusso numero uno del Cinema nipponico, alla domanda del giornalista su cosa pensasse di un accostamento tra la sua opera e quella di Miyazaki disse: "Mi dispiace per lui, perchè è riduttivo per i suoi film essere accostati ai miei".
Magie, ma sto divagando proprio quando dovrei semplicemente applaudire l'opera del buon Hiromasa e sperare che, nel mondo dell'animazione - e non solo - più spesso si possa assistere a piccoli miracoli come questo, in grado di lasciare a bocca e cuore aperti.

MrFord


"It's not easy love, but you've got friends you can trust, 
friends will be friends,
when you're in need of love they give you care and attention,
friends will be friends,
when you're through with life and all hope is lost,
hold out your hand cos friends will be friends right till the end."
Queen - "Friends will be friends" -
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