- Quando un horror o presunto tale giunge da queste parti spinto da recensioni entusiastiche anche al di fuori del bacino degli appassionati di genere, sono sempre molto preoccupato: trovare titoli degni di nota in un panorama così difficile, infatti, è un'ardua impresa. Hereditary ha aperto le porte del Saloon con le stesse premesse.
- La regia di Ari Aster è interessante, viene piazzata una sequenza davvero notevole - quella dell'incidente d'auto - davvero da brividi ed inaspettata, tutto si appoggia su una Toni Collette come al solito estremamente valida in un ruolo che le è congeniale, il messaggio non è banale, eppure Hereditary è, a conti fatti, un film che di incisivo ha davvero poco o nulla.
- Nonostante le premesse che l'avevano dipinto come un film angoscioso ed inquietante, credo di non aver avuto mezzo brivido neppure per sbaglio, ripensando per tutto il tempo all'effetto opposto che mi fece quel gioiellino purtroppo nascosto di Lake Mungo, che scavava nel dramma di una famiglia trasmettendo decisamente più terrore di quanto si possa sperare di trovare qui.
- Perfino quella che dovrebbe essere una sorta di nuova promessa dei bimbi spaventosi da horror Milly Shapiro pare più che altro una sorta di versione triste e depressa del piccolo protagonista di Wonder, e poco più. Il Danny di Shining è davvero tutta un'altra storia.
- Alcune idee funzionano, altre sono troppo presto abbandonate, altre ancora - la medium - solo potenzialmente interessanti: di certo tutto si sviluppa troppo in fretta nonostante il minutaggio nella parte finale, che pare una corsa a perdifiato verso la troppa carne messa sul fuoco.
- Quando introdussi i voti nel blog e di conseguenza le bottigliate, pensavo proprio ad occasioni come questa: titoli con un grande potenziale, un buon cast e trovate non banali - come i modellini creati dal charachter di Toni Collette -, spinti a dismisura e chissà per quale motivo dalla critica anche al di fuori del genere che, alla fine, si rivelano inconsistenti e privi di carattere.
- Con più di due ore di visione alle spalle, mi sono reso conto di quanto poco Hereditary avesse lasciato, proprio come, per citare il mitico Maestro Miyagi, se non avesse radici abbastanza forti per reggere l'albero che avrebbe voluto mostrare e la casa costruita tra i suoi rami. E senza radici forti, si sa, non si resta in piedi a lungo.
La trama (con parole mie): Ragnar Lothbrok, figlio del profondo Nord, guerriero, padre e marito, medita da tempo di andare oltre all'idea delle semplici razzie ordinate dal suo Conte, Haraldson, costruendo una nave che lo conduca ad Ovest, alla scoperta di nuove terre.
Disobbedendo agli ordini dello stesso Conte, Ragnar giungerà in Inghilterra, dando inizio ad un'avventura che accrescerà la sua fama tra le tribù vichinghe, lo porterà al conflitto con Haraldson e ad una nuova fase della sua vita, ricca di successi e riconoscimenti ma non per questo meno difficile da affrontare.
Cosa attenderà, dunque, questo guerriero ed esploratore apparentemente prescelto da Odino?
E come cambierà la sua famiglia, a seguito degli eventi che la vedranno coinvolta?
Gli uomini che da sempre sono al suo fianco rimarranno fedeli all'idea, ai sogni e alla persona di Lothbrok?
Solo il Tempo, il sangue e, forse, gli Dei e gli Uomini, conosceranno la risposta.
Nel corso degli anni, come per il grande, il piccolo schermo ha finito per presentare, di tanto in tanto, proposte così clamorosamente fordiane da finire per essere promosse quasi a scatola chiusa: una di queste è senza dubbio Vikings, giunta in clamoroso ritardo su questi schermi dopo un timido affacciarsi del pilota un paio di estati or sono, quando ancora eravamo scossi dall'onda lunga del finale - splendido - di Spartacus.
Rimasto ai box non si sa neppure per quale motivo - in fondo, l'impressione di quella visione fu buona, e ricordò al sottoscritto proprio le atmosfere della saga del gladiatore ribelle -, approfittando di un periodo di magra dal punto di vista delle serie tv "da tavola", Ragnar Lothbrok e i suoi compari hanno fatto il loro esordio in casa Ford conquistando al volo la mia approvazione grazie ad atmosfere splendide, violenza, sesso a profusione, un buon numero di intrighi ed un'ottima alternanza tra passaggi decisamente fisici ed action ed altri di grande potenza lirica - si veda la chiusura della quasi psichedelica puntata "Il sacrificio", forse l'episodio che è riuscito a colpirmi di più, cinematograficamente parlando -, supportati da un cast decisamente in parte capitanato dal Charlie Hunnam del profondo Nord Travis Fimmel, perfettamente in parte nel ruolo di un protagonista coraggioso e carismatico, perfettamente descritto dal termine "cocky" di kidrockiana memoria.
Nove episodi, dunque, ricchi di avvenimenti e distribuiti lungo un arco di tempo notevole rispetto a quanto di norma accade nel corso della normale season di una serie, a partire dalla volontà di Ragnar di esplorare l'Ovest contro il volere del suo conte - un riesumato Gabriel Byrne - fino al conflitto con il conte stesso, passando dunque ad una seconda fase dedicata ai viaggi ed alle razzie nell'allora Inghilterra - ben resi i confronti tra i cattolici anglosassoni ed i "barbari" vichinghi - per concludere con l'esplorazione del mondo degli uomini del Nord, a partire dalle usanze religiose - e di nuovo torna il già citato episodio "Il sacrificio" - fino alle gerarchie tra il re ed i conti delle numerose e spesso molto distanti tribù.
Volontà di lottare e di godere, rivalità in fieri - tra gli spunti più interessanti per la seconda stagione, il rapporto decisamente complesso tra Ragnar ed il fratello Rollo, ma sono sicuro che anche Lagertha, moglie di Ragnar, e la sua nuova fiamma Aslaug faranno scintille -, l'esplorazione di un mondo selvaggio e crudele, all'interno del quale soltanto i più forti, o i più fortunati finivano per sopravvivere a carestie, malattie, guerre ed un rapporto con la Natura certamente più diretto e difficile di quello che abbiamo ora.
Dal punto di vista storico è interessante notare la ricostruzione ed immaginare quanto dura potesse essere la vita anche quotidiana ai tempi, malgrado senza dubbio l'approccio più diretto e "pane e salame" dei vichinghi, che per quanto mi riguarda e nonostante alcuni riti decisamente fuori da ogni logica - i sacrifici umani in primis - risultano più comprensibili e decisamente alla mano degli spocchiosi e poco sopportabili inglesi cattolici: da questo punto di vista l'introduzione e lo sfruttamento del charachter di Athelstan, monaco rapito da Ragnar alla prima razzia in terra inglese divenuto non solo una guida del mondo occidentale per il vichingo, ma anche e soprattutto un occhio razionale e più sensibile posto innanzi alla dura fisicità anche culturale dei vichinghi.
Forse ho finito per essere fin troppo rosicato con il voto, ma ho pensato che una proposta di questo tipo, con così tanti personaggi in grado di evolvere ancora e sottotrame da risolvere, possa puntare ad un'escalation qualitativa così impressionante da richiamare davvero alla memoria le gesta qui al Saloon celebrate con grandi brindisi del trace che fece tremare l'Impero Romano.
MrFord
"When the winds of Valhalla run cold
be sure that the blood will start to flow
when the winds of Valhalla run cold
Valhalla."
La trama (con parole mie): qui al Saloon, luogo d'incontro, alcool e socialità, le rubriche e le collaborazioni sono sempre ben accette. Perfino quelle con il mio acerrimo nemico Cannibal Kid, figuratevi.
Dunque non può che essere un piacere inaugurare quella curata dalla signora Ford, pronta a capitalizzare il tempo che il Fordino e la casa le concedono per dedicarsi a tutti quei film e serie tv che il sottoscritto, per un motivo o per un altro, si rifiuta di vedere.
Ad inaugurare questo nuovo spazio - che, probabilmente, presto avrà un suo "logo", un nome o qualcosa di questo genere -, Vampire Academy, del quale potrei copiare ed incollare la trama ma che, senza ulteriori indugi, lascio volentieri alle certo non mezze misure di Julez.
Excusatio non petita, accusatio manifesta.
Guardo questi filmetti mentre stiro, per non bruciarmi in
una volta sola tutte le puntate delle serie tv da “femmine” che, con buona pace
di Ford, mi schiaffo in solitudine quando lui non c’è.
A fronte di questo mio martirio, mio marito ha gentilmente
richiesto di scrivere delle recensioni in merito. Chiedo venia a voi lettori
abituati a qualità di scrittura differente, ma diciamo che per una che ha preso
4 al tema di maturità in un liceo Classico (portando matematica come prima
materia) direi che già arrivare alla fine senza cento ripetizioni e con un
minimo di senso compiuto sia un miracolo.
Detto questo e senza stare lì a guardare suspence no
suspence questa pellicola è una robetta. A meno che il regista non sia in
realtà un genio incompreso che ha girato un film che lascia indifferenti per
sottolineare quanto l’indifferenza possa essere la peggior nemica dei giovani
teenager. Oh! Peggio del bullismo, dell’anoressia, del divorzio dei genitori,
della tua migliore amica che si chiava il tuo moroso e dell’acne.
L’indifferenza può far sì che tu preferisca trasformarti in
uno Strogoi piuttosto che vivere una normale vita senza gli occhi rossi e
spiritati e senza sete di sangue perenne.
Ah beh. Cazzo sì. Il regista è un geGno e io non capisco
niente di cinema (cosa che tra l’altro su questo blog è già stata appurata e
sottolineata più volte).
Insomma, per farla breve, ci sono i Moroi che sono una sorta
di vampiri non sbrodoloni, che si nutrono solo con volenterosi umani volontari
e solo col tovagliolo sulle gambe e senza gomiti sul tavolo, che sanno
praticare un’inutile magia degli elementi (tipo accendere il fuoco, wow! noi
sfigati dobbiamo usare l’accendino!, far zampillare l’acqua, i rubinetti non
sanno a cosa servano, far girare una girandola badate bene SENZA SOFFIARE e
boh? Rompere una pietra? Ero distratta) e sanno vivere una stupida vita in uno
stupido pseudo Hogwarths senza Hermione Granger che se no con la magia gli
sfrantumava gli EGHI.
Poi ci sono i Dhampir che sono degli schiav… ehm dei
guardiani assolutamente spontanei* che si occupano di proteggere gli, in
effetti, sfigatissimi Moroi.
Moroi e Dhampir vivono nell’Accademia, corri corri corri in
Accademia, mentre gli Strogoi, che hanno un nome di merda e un aspetto pure
peggio e che sono i vampiri cattivi che uccidono altri vampiri o chiunque gli
capiti a tiro e assomigliano a Rudy Zerby con gli occhi rossi, non riescono a
pagare l’affitto e vivono sul monte Erebor con Bellatrix .
Poi ovviamente nel mucchio troviamo l’eroina a cui si
rivoltano i globi oculari, la principessa sul pisello con una bocca talmente
larga che non avrà certo problemi con lo stesso, l’inutile regina degli inutili
Moroi (già moglie inutile del chirurgo brutto tra i due di Nip & Tuck), il
ragazzo sfigato amico della protagonista che sopravvive a suon di due di picche
e pippe megagalattiche al pensiero della sgnoccolona (che poretto da quando ha
cominciato a lavorare fuori da Shameless dove interpreta il giuovine virgulto
gaio Ian non ha imbroccato un film), l’amica sfigata che è il personaggio
peggiore del film, recitato da cani, una macchiettaterribile (la figlia grande del mitico Phil
Dumphy di Modern Family, che purtroppo non ha capito la differenza tra film e sit
com), uno che dovrebbe essere figo ma sembra Piton con i capelli sporchi e la
riga un po’ troppo laterale, una figa che però è una sfigata e un cattivo più
che prevedibile.
Ah e gli psico-cani, un elicottero rosa e una prigione a
prova di Topo Gigio.
Insomma questo film è come un brutto regalo incartato con il
domopak.
Lo scarti e niente. E’ finito il Natale.
Solo che non è vero. E il finale aperto ce lo ricorda.
Dopo, c’è la Befana.
"Piton, ho come l'impressione di aver sbagliato film." "Hermione, ho la stessa impressione anche io."
*ho chiesto ad AleLeo un sinonimo di volontario e mi ha
risposto PO. Sono basita. USCITEGLIELO DAL CORPO A QUESTO PO!
La trama (con parole mie): William Blake è un contabile di Cleveland che seppelliti i suoi genitori spende tutti i risparmi rimasti per viaggiare verso il cuore del West selvaggio e lontano, Machine, in Arizona, seguendo la promessa di un impiego presso la fabbrica di un certo Dickinson.
Peccato soltanto che all'arrivo per il giovane non sia rimasto altro che una neppure troppo velata minaccia di morte da parte del presunto boss e l'incertezza del futuro, fragile quanto i fiori di carta di Thel, ex prostituta nonchè fidanzata del più giovane dei figli dello stesso Dickinson: quando Blake, per legittima difesa, lo uccide e fugge ferito a morte, toccherà al nativo americano Nessuno guidarlo attraverso un viaggio iniziatico verso la fine, in bilico tra le poesie del suo omonimo e la cultura che è stata il cuore degli States, cercando di comporre a suon di pallottole evitando al contempo gli spietati cacciatori di taglie sulle tracce di quello che è ormai considerato un pericoloso omicida.
Questo post partecipa pistola in pugno e fiaschetta d'alcool alla cintola alle celebrazioni per il cinquantesimo compleanno di Johnny Depp.
Ricordo bene la prima volta che vidi Dead man: ero al terzo anno delle superiori, e con un paio di compagni di classe fui praticamente trascinato in sala da un gruppo di amiche completamente rapite dal fascino di Johnny Depp, uno degli attori simbolo - volenti o nolenti - della nostra generazione che proprio oggi spegne - e quasi sento a crederlo - cinquanta candeline: al termine della visione, nel viaggio di ritorno a casa, le fino ad un paio d'ore prima eccitate fanciulle non fecero che lamentarsi dell'incomprensibilità e della lentezza di quello che fu, senza dubbio, uno dei titoli più importanti della mia formazione cinematografica, il primo, vero viaggio su pellicola che riservò al giovane Ford un brivido come mai prima di allora - anche se molti ne sarebbero seguiti - era capitato.
In qualche modo, qualcosa stava cambiando, e le gesta di William Blake - uno dei personaggi più straordinari interpretati dal festeggiato di oggi - segnarono profondamente l'immaginario di un bambino cresciuto a pane e John Wayne, per il quale il West era un mondo magico dai colori brillanti, dove "quando la realtà incontra la leggenda, vince la leggenda", in cui tutto era sempre più semplice e mitico di quanto potesse sembrare.
In qualche modo, come avrebbe fatto in seguito Gli spietati - precedente di tre anni a quella che considero l'opera migliore di Jarmusch al pari di Ghost dog, ma che vidi per la prima volta soltanto mesi dopo -, Dead man mostrò il lato oscuro del West e del Western non solo come genere, ma come modo di intendere la vita, il mondo, una cultura - quella a stelle e strisce - fin troppo spesso idealizzata soprattutto nel corso degli anni ottanta delle meraviglie e della Guerra Fredda: intriso in ogni fotogramma di tristissima malinconia e percorso da una vena di meraviglioso e nerissimo umorismo, questo lavoro crepuscolare è una delle opere che più associo ancora oggi ad una poesia per immagini, con il suo ritmo dalla cadenza dei passi lenti ma decisi prima di un duello mortale scandita da una memorabile colonna sonora firmata da Neil Young, un vero e proprio trip sulle note distorte di una chitarra che parla la stessa lingua della penna di William Blake, quella del furore, della passione, della dolente sconfitta, della certezza dell'essere morti, eppure continuare a viaggiare, fino a trovare quello percui si è giunti fino al punto in cui si è giunti, e dunque abbandonare questo mondo consci di non essere più al proprio posto.
Il tutto accade per mezzo di colpi di pistola e di fucile esplosi con incertezza, paura e nessuna precisione, che ricordano la resa dei conti tra William Munny e gli assassini del suo fedele amico proprio in chiusura del già citato Gli spietati, lontani dall'epoca del campo e controcampo di Sergio Leone, dai Mezzogiorno di fuoco e Sentieri selvaggi: non c'è nulla per il Mito, nel percorso che Nessuno traccia per William Blake.
Neppure le briciole.
Una carcassa di opossum. Un mal di denti.
Non c'è neppure il tabacco.
C'è solo una poesia che ha il suono del cane che percuote il piombo pronto ad essere esploso il più velocemente possibile nel cuore di un malcapitato amante.
Stupido uomo bianco, con le sue armi da fuoco e la sua cultura di superiorità.
Nessuno sa di cosa si sta parlando.
Di Vecchio e Nuovo Mondo uniti sotto la bandiera dell'ignoranza, della prepotenza, della legge della giungla, e del più forte.
La legge del piombo.
Quella di qualcuno che ha la pistola, e qualcuno che scava. E tu scavi.
Nessuno sa di cosa si sta parlando.
Peccato che non ci sia nessuno ad ascoltarlo.
Perchè l'uomo bianco è stupido, e l'unico in grado di comprendere è già morto.
William Blake, che non fuma e non ha tabacco.
Almeno fino alla fine del viaggio. E forse oltre.
Perchè quello che trova servirà una volta che sarà giunto sull'altra sponda del grande fiume.
Forse potrà offrirlo all'uomo che l'ha ucciso.
MrFord
Partecipano lisergicamente a questo trip verso l'oltre:
"You wake up in the middle
of the night.
Your sheets are wet
and your face is white,
you tried to make
a good thing last,
how could something so good,
go bad, so fast?"