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sabato 26 marzo 2016

White Russian Six

La trama (con parole mie): oggi, ventisei marzo, il Saloon festeggia sei anni di vita. Sei anni di nuove esperienze, incontri, film, serie, letture per un'avventura che continua, nonostante gli impegni, il tempo e le passioni, a stimolarmi come - a volte meno, a volte più - il primo giorno.
Per l'occasione, ho deciso di inaugurare una nuova sezione del blog, dedicata alle più grandi personalità che hanno influenzato artisticamente il sottoscritto e, di fatto, arricchito la mia esistenza.



Rileggendo il post dello scorso anno dedicato al compleanno del Saloon, mi sono reso conto di una certa staticità che, a questo giro, vorrei evitare in modo da mescolare un pò le carte evitando il consueto pezzo a metà tra la malinconia e l'entusiasmo carico di emotività, limitando i ringraziamenti ad un giro di bevute veloce rispetto a tutti voi che ogni giorno tenete vivo questo postaccio ed il suo gestore prima di passare all'introduzione di una nuova sezione di White Russian che da tempo stavo meditando di inserire: la Hall of fame.
In fondo, nel corso della mia vita, ho avuto molti "Maestri" sul grande e piccolo schermo, tra le pagine dei libri o nelle canzoni, e rendere loro omaggio in maniera esplicita mi è sempre parsa una cosa non solo doverosa, ma anche confortante, oltre ad un modo di farli conoscere anche a chi, per un motivo o per un altro, non ha mai incrociato il loro cammino.
Dunque, da oggi, ad ogni compleanno del blog introdurrò dieci nuove personalità per me fondamentali nell'Arca della gloria del Saloon, dove potranno passare l'eternità brindando alla vita, alla morte o a quello che vorranno, e, chissà, se davvero esiste qualcosa dopo, magari preparare il terreno per questo vecchio cowboy quando, più o meno intorno al duemilaottantadue, comincerò a valutare l'idea di raggiungerli.


EMILIANO BANFI


Il primo ad entrare nel novero di questo gruppo così importante per me non poteva che essere il mio amico Emiliano, che ho visto crescere accanto a mio fratello e che è stato, per molti versi ed in molti momenti della mia vita - soprattutto il periodo "wild" tra il duemilasei e duemilasette, partito dalle serate alla Festa dell'Unità e dalle notti allo Zoe e culminato con il viaggio in Irlanda -, un fratello acquisito.
Per quanto, tra viaggi e famiglia, ormai non ci vedessimo che un paio di volte l'anno, non c'è stato giorno da quando se n'è andato in cui non abbia pensato a lui, che fosse per una canzone, un film o la voglia, semplicemente, di farci due risate insieme.

WARREN ZEVON


Non credo ci sia stato, quantomeno nella mia vita adulta, un cantante che abbia sentito vicino al sottoscritto come Warren Zevon: caotico, disequilibrato, devoto all'alcool, alla vita e alle donne - l'ispirazione dell'Hank Moody di Californication deve molto alla sua figura -, morto a pochi giorni di distanza da un altro mito del Saloon nel duemilatre eppure fino alla fine pronto ad aggredire la vita.
Il suo dialogo con il grande amico David Letterman nella sua ultima apparizione allo show del popolare anchorman rimane uno dei miei riferimenti rispetto all'idea di aggrapparsi con le unghie e con i denti a questa palla di fango: alla domanda del buon David rispetto a come stesse reagendo alla malattia che l'avrebbe portato alla morte, Warren sorrise e rispose "I enjoy every sandwich".
Un pò quello che faccio o cerco di fare io.

JOHNNY CASH


Se Clint è il mio nonno cinematografico e Cormac McCarthy quello letterario, indubbiamente quello musicale è Johnny Cash, scoperto ai tempi della sua "rinascita" sotto l'egida di Rick Rubin con gli splendidi American Recordings e visto esplodere quando, qualche anno dopo, la sua figura conobbe una seconda giovinezza grazie al film Walk the line.
Un personaggio pieno di contraddizioni, religioso e devoto quanto squilibrato ed anche lui sensibile al lato oscuro della dipendenza, espressivo e potente come la sua voce bassa ed il suo ritmo da treno in corsa.
Da Hurt a Man in black, una continua lezione.

DAVID BOWIE


Il Duca bianco è stato, indubbiamente, uno dei grandi amori musicali del sottoscritto, con un periodo - quello dei primi Anni Zero, che fu quasi maniacale, con il recupero di tutti i suoi dischi, l'occasione di vederlo live - due volte - e la continua esecuzione con la chitarra di Ziggy Stardust, ancora oggi uno dei miei pezzi forti. Il tutto, senza contare l'importanza anche cinematografica del buon David, da Labyrinth a The prestige.
Una scomparsa che ancora pesa.

STANLEY KUBRICK


Fin dai miei primi passi nel mondo del Cinema d'autore, Stanley Kubrick è stato un riferimento assoluto, e, ad oggi, forse il mio regista preferito di tutti i tempi: maniacale, dispotico, controverso, eppure autore di una serie di Capolavori assoluti uno dietro l'altro.
Dalla visione dell'edizione restaurata di Arancia meccanica in sala con mia madre all'amore per Barry Lyndon e 2001, non poteva mancare un riconoscimento a quello che è, indiscutibilmente, uno dei pilastri fondamentali della Storia del Cinema.

AKIRA KUROSAWA


Pochi registi, nel corso della mia carriera di spettatore, sono riusciti a conquistarmi sempre e comunque, che si trattasse di grandi Capolavori o titoli "minori": uno di essi - ed uno dei più importanti di sempre - è senza dubbio Akira Kurosawa, che da I sette samurai fino a Ran - forse una delle vette assolute della settima arte - è in gran parte responsabile del mio amore per il Cinema.
Un regista che, a prescindere dai generi e dallo stile, è sempre stato in grado di creare qualcosa di unico e potente.

FEDERICO FELLINI


Sono sempre stato un esterofilo, che si parli di Musica, Letteratura o Cinema, e la mia lotta contro il Cinema italiano - soprattutto recente - è nota a tutti gli avventori del Saloon: eppure, ho sempre pensato che Federico Fellini fosse da annoverare tra i dieci più grandi registi di sempre, in grado di stupire con la sempre e comunque, dalla malinconia e l'emozione di Amarcord alla visionarietà di quello che è il film italiano più grande di tutti i tempi, 8 e 1/2.

MARLON BRANDO


Non poteva mancare, accanto ai registi che ho più amato nel corso della mia vita, l'attore che, più di tutti, continua a conquistarmi con la sua aggressività e la potenza tutte animali.
A prescindere da interpretazioni cult come quella di Don Vito Corleone o del Colonnello Kurtz, ad ogni visione di Un tram che si chiama desiderio resto strabiliato dalla sua versione di Kowalski, e mi chiedo se esista uomo, donna o animale in grado di non scendere dalle scale nel momento in cui chiama "Stella!".

DALTON TRUMBO


Sceneggiatore, regista e scrittore, Dalton Trumbo è stato senza ombra di dubbio uno dei talenti più importanti che l'industria hollywoodiana abbia mai avuto per le mani, uomo tutto d'un pezzo pronto a lottare per le proprie idee finendo per affrontare il carcere, nonchè autore di uno dei romanzi cardine della mia vita, E Johnny prese il fucile, straordinario messaggio antimilitarista e pacifista, di quei titoli che dovrebbero essere letti nelle scuole e tramandati di padre in figlio per sempre.
Recentemente riconosciuto anche da un più che discreto film, non poteva assolutamente mancare l'appuntamento qui al Saloon.

FABRIZIO DE ANDRE'


L'ultimo posto di questa prima decina di nomi illustri destinati al firmamento del Saloon è dedicato ancora una volta alla Musica, con quello che per il sottoscritto rappresenta l'apice della produzione italiana di sempre: Fabrizio De Andrè. Imperfetto e caotico almeno quanto gli altri miei idoli oltreoceano, il vecchio Faber ha scritto alcune delle pagine più importanti della nostra cultura, e con dischi come La buona novella o Non al denaro, non all'amore ne al cielo ha segnato indelebilmente la mia esistenza, e continuerà a segnarla fino alla fine.
Mitico.




MrFord





domenica 9 marzo 2014

Un corso corsaro da Fellini al Sorrentino da Oscar

La trama (con parole mie): alle spalle le interessanti e lodevoli iniziative legate al Cinema dei decenni passati, al bancone del Saloon tornano i Corsi Corsari, questa volta legati ad un viaggio che parte dal cuore della settima arte del Bel Paese, Federico Fellini.
A partire dalle più note pellicole del Maestro riminese, infatti, Gabriele Porro guiderà i partecipanti attraverso una disamina della società e delle pellicole che più l'hanno rappresentata, da Amarcord a La grande bellezza.







Le interessanti iniziative targate Corsi Corsari non sono nuove, qui al Saloon, ed anche senza toccare i ricordi personali - La Feltrinelli Libri&Musica di Piazza Piemonte a Milano - o le dinamiche legate alla visibilità in rete finiscono per essere di nuovo protagoniste grazie all'opera di uno dei registi più amati dal sottoscritto, il miglior interprete della settima arte italiana ed uno degli indiscussi Maestri della stessa nel mondo, Federico Fellini.
Attraverso quattro incontri  - "Il gran circo di Roma", da La dolce vita a La grande bellezza, "Il mito, il mistero, il declino del maschio italiano" dal Casanova a Romanzo criminale, "Come la tv ha cambiato (in peggio) il mondo", da Ginger e Fred a Reality e "Il Cinema come sogno, ricordo, incubo" da 8 e 1/2 a Il caimano - Gabriele Porro guiderà i partecipanti a questo excursus toccando gli snodi più importanti della Storia del Cinema tra i nostri confini fino ad arrivare al cuore di ognuno di noi, cresciuti, volenti o nolenti, proprio nel Bel Paese.
Come di consueto e come già citato gli incontri si svolgeranno presso La Feltrinelli Libri&Musica di Piazza Piemonte, a Milano, il 25 marzo e, in aprile, l'1, 8 e 15 dalle 19 alle 20,45.
Il costo per l'iscrizione è di € 80 - iva inclusa - e per informazioni potete rivolgervi ai contatti: 0270108702 o 3299581101, oppure alla mail info@corsicorsari.it per avere tutte le indicazioni di rito.
Una volta espletate le formalità, godere per una volta a fondo del nostro Cinema - quello importante davvero - sarà un piacere.



MrFord




lunedì 9 dicembre 2013

La grande bellezza

Regia: Paolo Sorrentino
Origine: Italia
Anno: 2013
Durata:
142'




La trama (con parole mie): Jep Gambardella, giornalista e scrittore con all'attivo un solo romanzo ormai lontano decenni, è uno dei personaggi più in vista delle notti in del jet set romano. Con il suo sessantacinquesimo compleanno, inizia un viaggio dell'uomo attraverso le rovine, il passato ed il futuro della città che lo ha adottato e cresciuto, e che lui stesso ha interpretato, sbeffeggiato, sedotto e abbandonato.
Nella ricerca dai tempi dilatati della grande bellezza che rappresenta l'oasi di questo viaggiatore sociale incontri curiosi, grotteschi, sentiti o semplicemente messi alla berlina dal suo occhio critico ormai incline al cinismo: uno spaccato fantastico quanto reale che ricorda i tempi de La dolce vita e riporta il Cinema italiano ad un'altra dimensione.
Quella, per l'appunto, della Bellezza.





Prima che inizi davvero a scrivere de La grande bellezza, lasciatemelo dire: bentornato, Sorrentino.
Evidentemente l'aria statunitense, per quanto non ne mettesse in discussione la tecnica, faticava a rendere giustizia a quello che, di fatto, è il miglior regista italiano della "nuova generazione", quella che dovrebbe, orrori settimanali permettendo, traghettare la nostrana settima arte verso il futuro.
Precisato questo, è inutile girare troppo intorno ai preamboli: La grande bellezza, versione del nuovo millennio firmata dalla premiata ditta Sorrentino e Servillo del felliniano La dolce vita, è un film grandioso e potente, di respiro internazionale, senza dubbio la cosa migliore che dalle nostre parti si sia vista dai tempi de L'uomo che verrà a Vincere.
Basterebbe il primo quarto d'ora, dedicato alla festa per il sessantacinquestimo compleanno del solo apparentemente cinico Jep Gambardella, per testimoniare non solo la tecnica spaventosa, ma la portata del lavoro del buon Sorrentino, che pare fare sua al meglio la lezione che non solo Fellini, ma anche Kubrick ed il miglior Malick hanno regalato, negli anni, alla settima arte: di colpo, trascinati dalle immagini decadenti e magiche della Roma "caput mundi", o forse solo "kaputt", ci si ritrova in un universo ironico, grottesco e profondamente nero che pare una sorta di emblema del fascino molto poco discreto di una borghesia molto poco borghesia che avrebbe colpito in positivo perfino Luis Bunuel, indiscusso Maestro della critica sociale e del surrealismo.
Davanti agli occhi di noi poveri diavoli ammirati dalle evoluzioni della macchina da presa sfila così una carrellata di personaggi di dubbio gusto, barche alla deriva in un oceano di Storia e depravazione, fittizie convenzioni sociali e fedi che si risolvono tutte attraverso gli istinti più bassi, dalla cucina al sesso, passando per la notorietà, il radicalchicchismo o il male di vivere.
Ed in mezzo a tutti loro, proprio come in una delle sue passeggiate tra le statue simbolo di un'epoca che fu, Jep Gambardella, ben poco intrepido viaggiatore alla ricerca di una grande bellezza che non si sa neppure se esista ancora, o se sia mai esistita, per quelle strade che portano tutte a Roma, e paiono far scomparire il resto del mondo, perfino i ricordi in grado di salvare quel poco di umanità rimasta, in un impeto giovanile neanche fossimo scaraventati alla conclusione di Eyes wide shut.
E mentre la salvezza passa dallo stomaco e dalla cucina - ma sarà davvero così!? - prima che dalla Fede, ed il mare è un'illusione del passato che è possibile cercare soltanto nel cielo ritagliato in una stanza, la grande bellezza continua a sfuggire tra le mani, nel chiacchiericcio di uomini, donne e bambini accecati dalle posizioni politiche e sociali, dall'apparenza e dai trenini, dal vestito che nasconde qualcosa di peggio che niente.
Restano solo le radici, a tentare di salvarci a fronte di quella musica assordante ed assurda.
Quelle mangiate, e quelle dei ricordi.
Le radici che possano evitarci di finire come nobili in affitto, imbalsamati nei salotti, o le antiche statue emblema di un impero finito in polvere, tanto meravigliose quanto prive di vita, come una bara che nessuno ha il coraggio di alzarsi per portare fuori dalla chiesa.
Le radici di chi è troppo vecchio per lasciarsi andare agli agi.
O non ha più tempo da perdere con quello che non gli interessa davvero.
Le radici del Romano - un nome certo non a caso - di Carlo Verdone, che fugge dalla città che lo ha adottato per tornare al paese.
Le radici di Jep, pronto a tornare a quel faro, prima del successo, dei soldi, della notorietà, delle donne. Tornare al momento in cui tutto è stato chiaro, anche se non lo sapeva.
Niente chiacchiere. Solo la grande bellezza.
Quella che non ha bisogno di strade che portino a Roma.
Perchè è tutta lì, davanti ai nostri occhi.



MrFord



"Certe notti per dormire mi metto a leggere,
e invece avrei bisogno di attimi di silenzio.
Certe volte anche con te, e sai che ti voglio bene,
mi arrabbio inutilmente senza una vera ragione.
Sulle strade al mattino il troppo traffico mi sfianca;
mi innervosiscono i semafori e gli stop, e la sera ritorno con malesseri speciali.
Non servono tranquillanti o terapie
ci vuole un'altra vita."
Franco Battiato - "Un'altra vita" - 




mercoledì 20 novembre 2013

La strada

Regia: Federico Fellini
Origine: Italia
Anno: 1954
Durata: 108'




La trama (con parole mie): Gelsomina, una ragazza introversa dalla particolare sensibilità, è spinta dalla madre a divenire l'assistente di Zampanò in sostituzione della sorella defunta. L'uomo, un artista di strada specializzato in numeri che prevedono l'utilizzo della forza bruta dal carattere burbero e spigoloso dedito all'alcool e alla violenza, diviene dunque il maestro ed il padrone della giovane, che spesso e volentieri soffre i suoi modi bruschi.
Quando l'incontro con un altro artista detto il Matto pone Gelsomina di fronte ad una nuova prospettiva della sua esperienza, quest'ultima decide di rimanere accanto a Zampanò quasi si trattasse di una missione, o di una predestinazione: la tragedia, però, è dietro l'angolo, e per l'insolita coppia giunge il momento di affrontare la dura realtà delle rispettive nature.





Tradurre i propri pensieri, le esperienze e le idee in poesia non è mai un'impresa facile, di qualsiasi campo artistico si stia parlando: spesso e volentieri, superando il confine che separa il racconto quotidiano dal lirismo del sogno e dell'interpretazione, si rischia per scivolare nel radicalchicchismo sfrenato - e qui al Saloon tanto osteggiato - oppure nel patetico.
Fortunatamente ogni tanto, nel nostro percorso umano, incrociamo il cammino di nomi come quello di Federico Fellini, tra i pochi registi in grado di riuscire a farsi interprete del significato più puro del termine poesia senza per questo rinunciare alla pancia o al cervello: uno degli esempi più importanti in questo senso è senza dubbio La strada, titolo che diede notorietà assoluta ed internazionale al cineasta riminese e che gli valse l'Oscar per il miglior film straniero, lanciando di fatto uno stile ed un approccio che sarebbero stati presi d'esempio e modello per i decenni successivi - e lo sono ancora -.
In realtà questa ennesima visione de La strada mi ha condotto - come spesso accade con le opere dei grandi - ad un'altra interpretazione della stessa, meno riferita ai consueti pareri in merito, al mondo del circo, all'amore, al vagabondare, quanto più al complesso rapporto che legò per una vita Fellini e sua moglie, Giulietta Masina: in un certo senso, quello che ho visto questa volta nella storia spesso triste di Gelsomina e Zampanò è stato una sorta di rivisitazione del rapporto tra il regista e l'attrice, inseparabili anche nella morte - la Masina scomparve neppure sei mesi dopo il Maestro - eppure decisamente lontani da un rapporto idilliaco in vita.
Il carattere strabordante del geniale Federico e quello più remissivo di Giulietta, uniti alle avventure che il primo spesso e volentieri si concedeva con le protagoniste che ispiravano i suoi film - su tutte è nota la storia d'amore con Sandra Milo -, i conflitti e le ombre si sono proiettati dal primo all'ultimo su Zampanò e Gelsomina, in perenne lotta eppure necessari l'uno all'altro anche di fronte alla tragedia, e alla morte.
La leggerezza quasi ostentata della ragazza spinta dal Matto a credere che la ragione della sua vita potesse essere effettivamente quella di stare accanto ad una persona "che nessuno avrebbe voluto" e l'aggressività a tratti incontenibile dell'uomo, apparentemente privo di qualsiasi sensibilità o pensiero rivolto a qualcosa che non sia il suo viaggiare ed i numeri da circo, l'alcool e le donne, si incastrano alla perfezione come soltanto i grandi amanti ed i grandi nemici possono riuscire ad incastrarsi, facendo da motore ad una tragedia profondamente realista ed altrettanto aerea nella sua rappresentazione, ritratto non tanto di un Paese - come fu per Amarcord o La dolce vita - quanto della parte "straziata" dello stesso, quella del cuore.
Un film da amare incondizionatamente anche nei suoi momenti più terribili, traboccante la passione per la vita che Fellini non ha mai fatto mancare al suo pubblico, in grado di rendere profondo e tragicamente affascinante proprio Zampanò, talmente forte ed aggressivo da intimorire eppure fragilissimo e solo in uno dei finali più struggenti che il Cinema italiano sia mai riuscito a portare sul grande schermo, così come la delicata Gelsomina, talmente decisa a credere da risultare quasi fastidiosa agli occhi di chi, al contrario, più che alla Fede è dedito alla Vita, eppure incapace di rinunciare alla parte di sogno necessaria per sopportare la realtà.


MrFord


"Lui ti offre la sua ultima carta, 
il suo ultimo prezioso tentativo di stupire, 
quando dice "È quattro giorni che ti amo, 
ti prego, non andare via, non lasciarmi ferito". 
E non hai capito ancora come mai, 
mi hai lasciato in un minuto tutto quel che hai. 
Però stai bene dove stai. Però stai bene dove stai."
Francesco De Gregori - "Pezzi di vetro" -



martedì 19 novembre 2013

I vitelloni

Regia: Federico Fellini
Origine: Italia
Anno:
1953
Durata: 107'




La trama (con parole mie): cinque amici all'alba della loro età adulta, in bilico tra sogni e responsabilità, nel cuore di una cittadina italiana all'inizio del boom. Dal matrimonio che porta Fausto, il leader spirituale dei "vitelloni" alla nuova condizione di padre di famiglia e lavoratore alle vicende artistiche di Leopoldo, l'intellettuale del gruppo, passando per le turbolenze dell'incorreggibile Alberto, diviso tra l'amore per la bella vita e quello per la madre, e lo sguardo perso all'orizzonte di Moraldo, il più giovane del gruppo.
Una fotografia di un'epoca ma soprattutto un film generazionale, il ritratto della giovinezza sempre pronta alle "zingarate" di colpo trovatasi di fronte il non sempre tenero sguardo della crescita.





La mitologia di Federico Fellini, fatta di neoralismo e sogno mescolati abilmente in un cocktail che è stato, è e sarà parte della Storia d'Italia, ancora prima di quanto il mondo imparò ad ammirare con La dolce vita, 8 e 1/2 o Amarcord passò attraverso le strade deserte della notte che accoglieva quasi maternamente i vitelloni, gruppo di ragazzi alle porte della loro esistenza da adulti dediti a succhiare tutto il midollo della vita progenitori delle allora future generazioni degli Amici miei.
Federico Fellini, ai tempi al suo terzo lungometraggio e all'inizio del percorso che l'avrebbe portato a stupire le platee del mondo intero, delinea l'universo che lui stesso si trovava ad affrontare ai tempi, poco più che trentenne, mescolando i suoi tratti con quelli dei protagonisti della pellicola, dall'amore per le donne e l'egoismo di Fausto alla passione incontrollata per la scrittura e l'arte di Leopoldo, dalla voglia di andare oltre i confini della sua Romagna di Moraldo alla teatralità in bilico tra la malinconia e l'allegria sfrenata di Alberto.
Proprio al personaggio che prende il nome dal suo interprete, l'indimenticato Alberto Sordi, sono legate le sequenze più note de I vitelloni, dal famoso gesto dell'ombrello indirizzato ai lavoratori alla meravigliosa sequenza del Carnevale, in grado di sottolineare il gusto per il farsesco e la dualità di comico e tragico che si ritroverà in quasi tutta l'opera felliniana successiva, dal Casanova al Satyricon, dai Clowns alla realtà profonda de Le notti di Cabiria: passaggi semplici eppure di potenza che allora il Cinema poteva soltanto immaginare, scanditi da un ritmo soltanto apparentemente placido come le giornate di quei ragazzi pieni di speranze e di sogni alle prese con un mondo per il quale non sempre potevano definirsi pronti.
In questo senso la figura di Fausto, il più carismatico ma allo stesso tempo il più negativo tra i personaggi principali, assume una grande importanza sia rispetto a quello che, di fatto, era il ruolo dell'uomo a quei tempi - sempre che non lo sia ancora oggi -, sia nell'equilibrio della pellicola tra sacro e profano, poesia e panesalamismo, testa e cuore: i suoi confronti con il padre e lo splendido passaggio che chiude la sua storia - almeno quella che viene narrata - sono da antologia almeno quanto la figura del suo datore di lavoro, pronto a fare da mentore - o quasi - al giovane bugiardo che per poco non gli costa il matrimonio.
Più che una generazione, quella dei vitelloni è una tappa che ogni uomo tocca nel corso del suo personale viaggio attraverso il Tempo e la vita, e più che un film generazionale I vitelloni è un affettuoso ritratto ed un omaggio alla giovinezza che, per quanto possa essere preservata dallo spirito, è destinata, prima o poi, ad essere lasciata alle spalle almeno quanto la casa che finiamo per abbandonare, spinti dalla curiosità, dalla paura e dal desiderio di confrontarci con il mondo esterno, il grande caos che attende ognuno una volta libero dall'abbraccio di chi lo ha protetto per tutta una vita.
Un film che è un pezzo di tutti noi, almeno quanto il Cinema di Fellini è parte integrante delle fondamenta della settima arte, con quel suo piglio teatrale pronto a barcollare, ebbro di vita, danzando tra il dolore e la passione.


MrFord


 "E poi ci troveremo come le star
a bere del whisky al Roxy Bar
oppure non c'incontreremo mai
ognuno a rincorrere i suoi guai
ognuno col suo viaggio
ognuno diverso
e ognuno in fondo perso
dentro i cazzi suoi." 
Vasco Rossi - "Voglio una vita spericolata" - 




lunedì 18 novembre 2013

Amarcord

Regia: Federico Fellini
Origine: Italia
Anno: 1973
Durata:
123'




La trama (con parole mie): in una cittadina costiera romagnola nel pieno degli anni trenta assistiamo alle vicende che vedono protagonisti gli abitanti del luogo ed il luogo stesso, teatro di vite, morti, gioie e dolori, speranze e malinconie. Dalle scorribande del giovane Titta e dei suoi compagni di scuola al burbero padre del ragazzo, l'inossidabile antifascista Aurelio, passando dalle gigantesche tette della tabaccaia alle grazie della desideratissima Gradisca, con la scuola, le confessioni in chiesa, zii impazziti sugli alberi e navi enormi pronte a passare al largo della costa, un affresco di esistenze che si snoda nel corso di un anno che porta dalla fine dell'inverno all'inizio della primavera, una dichiarazione d'amore di Federico Fellini alla sua terra e ai ricordi di un tempo che, scivolando tra leggenda e vita vissuta, svanisce sollevato dal vento come i soffioni.






Scrivere di un film di Fellini è una scommessa, un azzardo, il tentativo di gettare una goccia in un oceano, neanche stessimo argomentando su un titolo di Kubrick, o Kurosawa, o Welles, o Murnau. Insomma, parliamo dei migliori.
Perchè non può essere altro, quando il riferimento è il Federico Nazionale, il più grande - a mio parere - regista italiano di tutti i tempi: e in questo caso ci ritroviamo di fronte ad uno dei manifesti dell'arte del Maestro, quell'Amarcord che riportò l'Oscar per il miglior film straniero tra le mani del regista riminese, e che, ai suoi occhi, rappresentò una dichiarazione d'amore per la sua infanzia e la terra d'origine celebrata nella parte iniziale della sua carriera ed accantonata per le sue grandi avventure romane, da La dolce vita a 8 e 1/2.
Amarcord sono le stagioni che avanzano, "gironlanz, gironzolan, gironzalon", portano per le strade delle nostre memorie semi che verranno raccolti da alberi pronti, a loro volta, a vedere altri semi crescere in altre stagioni.
Sono i turbamenti adolescenziali, gli scherzi ai professori, i conflitti con i genitori, le liti in famiglia, i primi sogni erotici nascosti a qualsiasi figura autoritaria.
Sono le piccole rivincite prese in sogno, quel luogo in cui si è piloti o condottieri, protagonisti o improvvisati visitatori di esotici harem.
Sono le imprese dei genitori, che per quanto possano sentirsi lontani dai figli faranno di tutto affinchè gli stessi possano imparare il valore di una vera Resistenza.
E' il luogo in cui si cresce, che giunge ad assumere le dimensioni mitiche di un racconto mano a mano che il tempo lo rapisce, pezzo per pezzo, sfogliando il mosaico della nostra mente.
E' un grido disperato, ironico, giocoso e malinconico, un "voglio una donna" lanciato verso l'orizzonte sempre troppo lontano.
E' la Storia, che con le sue rovine ed i suoi pezzi pone le fondamenta del futuro nato dal quotidiano.
Un sogno popolare, quello della più bella - e desiderata - del borgo e di una nave così grande che pare uscita da un film di quelli che fanno solo in America, così lontano che si riesce soltanto ad immaginare aiutati da un pò di pellicola ed immagini colorate.
Amarcord siamo noi stessi, pronti a rimbalzare nel Tempo come impazziti, cavalcando una macchina che non esiste ma che è proprio lì, di fronte a noi, a difendere i miti creati dal sentimento anche quando gli stessi finiscono per cedere alla quotidianità, a quello che è il naturale percorso che prendono, presto o tardi, le nostre esistenze: è un film profondamente autunnale e mortuario, eppure traboccante primavera, speranza, passione, voglia.
Perchè proprio questo era Federico Fellini: un calderone, come la sua straripante arte fatta di decadenza e magia, sogno e realtà, impeto e sonnecchioso magone.
Nessuno come lui seppe descrivere l'Italia della provincia, e renderla un Paese del mondo, e tutto il Mondo paese.
E non esisterebbero Underground, Gatto nero gatto bianco, Ti ricordi Dolly Bell?, il Benigni migliore, gli spunti validi di Radiofreccia, tutta la mitologia di quella riviera romagnola che ancora oggi è un mito non solo del passato, ma anche del presente e del futuro.
Perchè gli anni passano, trascinati dai soffioni nel vento, pronti a seminare nuove generazioni.
Non esistono Spring breakers, da queste parti.
Nessuno può rompere l'incantesimo, o il sogno.
E viva la madonna, meno male che è così.
Meno male che è esistito, esiste ed esisterà Federico Fellini.
Pronto a ricordarci cosa significa ricordare.


MrFord


"Viva l'Italia, l'Italia che è in mezzo al mare,
l'Italia dimenticata e l'Italia da dimenticare,
l'Italia metà giardino e metà galera,
viva l'Italia, l'Italia tutta intera.
Viva l'Italia, l'Italia che lavora,
l'Italia che si dispera, l'Italia che si innamora,
l'Italia metà dovere e metà fortuna,
viva l'Italia, l'Italia sulla luna.
Viva l'Italia, l'Italia del 12 dicembre,
l'Italia con le bandiere, l'Italia nuda come sempre,
l'Italia con gli occhi aperti nella notte triste,
viva l'Italia, l'Italia che resiste."
Francesco De Gregori - "Viva l'Italia" - 



domenica 17 novembre 2013

Un anno per un Maestro - Il Fellinianno


La trama (con parole mie): dalle parti del Saloon la stima per quello che considero il più grande regista della Storia del Cinema italiano, Federico Fellini, è sempre stata alle stelle.
Il Maestro riminese è celebrato, nell'anno del ventennale della morte, proprio dalla sua città natale, che lo ricorda con una serie di iniziative da non perdere pronte a mostrare i suoi lati editi ed inediti, la sua personalità ed il percorso artistico che gli portò ammirazione da parte di tutto il mondo della settima arte ad ogni latitudine.
Con la giornata di oggi inizia anche qui su WhiteRussian una celebrazione parallela, che oltre a sottolineare l'importanza di questi eventi proporrà una tre giorni a partire da domani con Amarcord, I vitelloni e La strada, tre delle pellicole che hanno segnato la carriera del Nostro e l'immaginario di milioni di spettatori.




Dovessi pensare ad un'ipotetica decina di nomi da inserire nell'Olimpo supremo dei cineasti, non avrei alcun dubbio rispetto al rappresentante del Nostro Paese: Federico Fellini.
Per quanto il Neorealismo ed il Cinema di rottura degli anni settanta abbiano fatto scuola in tutto il mondo, nessuno come il Federico Nazionale è riuscito a mettere in moto la grande macchina dei sogni nel suo stesso grandioso, personale, magico modo.
Mescolando ricordo e poesia, realtà e sogno, sesso e amore, Fellini è stato l'artefice di alcuni dei più incredibili Capolavori che la settima arte abbia conosciuto, da Amarcord a 8 e 1/2 - senza dubbio il più grande film italiano di sempre -, da Il Casanova di Federico Fellini - uno dei miei preferiti - a Le notti di Cabiria, passando per quel La dolce vita che fu il simbolo di un'epoca.
A vent'anni dalla sua scomparsa, la città che gli diede i natali lo celebra dichiarando, di fatto, il suo amore, lo stesso che il regista trasmise alle pellicole della prima parte della sua carriera e che ebbe come apice il già citato Amarcord, il film che più di ogni altro può essere considerato la base della poetica di grandi registi ed interpreti successivi come Emir Kusturica o il tanto celebrato Roberto Benigni - senza contare il Radiofreccia di Ligabue, che definire influenzato dal lavoro di Fellini pare quasi un eufemismo -: approfittando di un weekend, o di un viaggio che porti anche voi in quei luoghi resi magici grazie ad uno dei più grandi geni che il Cinema abbia conosciuto, potreste approfittare per consultare l'indirizzo www.rivieraromagnola.net o www.comune.rimini.it/eventi/pagina8570.html, fondamentali per orientarsi tra le iniziative che coinvolgeranno le opere del Maestro.
Qui dal Saloon, dunque, si alzano i calici e si brinda per uno dei veri Grandi, così come per il suo anno: il Fellinianno!


MrFord


"Avevo sempre sognato, da grande, di fare l'aggettivo. 
Ne sono lunsingato. 
Cosa intendano gli americani con felliniano posso immaginarlo: opulento, stravagante, onirico, bizzarro, nevrotico, fregnacciaro. 
Ecco, fregnacciaro è il termine giusto."
Federico Fellini



lunedì 18 giugno 2012

Euro Blog War - Primo tempo

La trama (con parole mie): so che le Blog Wars tra il sottoscritto ed il sempre fastidioso Cannibale vi mancano da morire - forse - quando passa un pò di tempo dall'ultima battaglia.
Così, per mantenerci in un clima adatto agli Europei di calcio in procinto di entrare nella loro fase decisiva, abbiamo deciso di schierare due formazioni che potessero assegnare il titolo continentale anche ad un team della blogosfera.
L'idea originale - sempre del Cucciolo Eroico, occorre ammetterlo - prevedeva che ognuno scegliesse un film e un attore o regista per ogni ruolo, in modo da scatenare le nostre forze fino all'ultimo minuto: oggi tocca a me e alla mia stellare formazione, domani ai ciabattari cannibalos.
A voi - e al campo - l'ultima risposta sulla squadra più fortissima.


I supporters del Team Ford festeggiano la vittoria.

1 - Christopher Nolan (Inghilterra) - Il cavaliere oscuro


Mr. James Ford Per custodire il risultato tra i pali, niente di meglio dell'uomo pipistrello e del regista che è stato in grado di riportarlo ai fasti che solo Tim Burton prima di lui era riuscito a dipingergli sulle ali.
Un maestro dell'illusione in grado di ipnotizzare i troppo leggiadri attaccanti cannibali anche in caso di calci di rigore, sbeffeggiandoli neanche fosse quello sciamannato del Joker prima di serrare i ranghi e chiudere ogni porta della sua Bat-caverna.
Nolan mormorò, non passano i Cannibali.
Cannibal Kid Vedo che Ford pensa già ai rigori, puntando su un soporifero 0 - 0. È davvero un maestro del calcio catenacciaro, l’equivalente sportivo del cinema soporifero che tanto predilige.
Christopher Nolan è uno dei pochi talenti veri messi in campo dal Ford, che astutamente si è premunito mettendo il suo top player in porta, temendo i fuoriclasse cannibali. Ma nemmeno i suoi supereroi riusciranno a fermarlo da una inevitabile e travolgente goleada!

"E' inutile che speri nel rigore, Cannibale! Qui siamo ancora negli spogliatoi!"
2 - Costa Gavras (Grecia) - Missing


JF Terzino destro fluidificante l'espertissimo Costa Gavras, un giocatore navigato pronto a solcare le bassissime maree delle fasce ben poco eroiche del Cucciolo: un film che stupì Cannes e fu premiato con una giustissima Palma d'oro, e che ricordò il dramma e l'epoca terribile dei desaparecidos.
Quello che manca, però, in questa partita, è la squadra in campo ad opporsi alla furia del team fordiano.
Terreno fertile, dunque, per un veterano della fascia come Gavras, in grado di proporre cross su cross invitando al gol come ad un banchetto i compagni d'attacco: non per nulla, il titolo del secondo film in lista del regista greco era Cacciatore di teste.
CK Più che espertissimo, lo definirei bollitissimo visto che saranno almeno 30 anni che nessuno se lo fila più, ammesso e non concesso qualcuno se lo sia mai filato. Un giocatore non solo a fine carriera, ma ormai caduto ampiamente nel dimenticatoio. Azzeccato comunque il titolo del film: Missing, come il talento del tutto mancante alla squadra, vabbè per rispetto alle squadre vere chiamiamola squadretta, di Ford.
JF Solo un allenatore inesperto come Katniss Kid può cadere nella trappola più vecchia del mondo quando si tratta delle grandi competizioni calcistiche: l'esperienza in campo internazionale è uno degli ingredienti per un cocktail dirompente - e di successo -.
Continua a sottovalutare il buon Costa Gavras, che intanto zitto zitto ti infila sulla fascia!

3 - Ingmar Bergman (Svezia) - Il posto delle fragole


JF Il talento incontrastato del più grande Maestro del Cinema nordeuropeo si concretizza nel fluidificante sinistro dei mattatori del campo fordiani, un Bergman che mette d'accordo con il suo cristallino talento anche i due mister più rivali della blogosfera.
A rappresentarlo, un film che è un Capolavoro di tecnica, leggerezza, profondità, ironia e magia: la summa della poetica di uno dei più importanti artisti che la settima arte abbia mai conosciuto, nonchè un omaggio alla vecchiaia che pare quasi rappresentare l'ultima grande vittoria per uno degli ultimi, grandi fuoriclasse.
CK Grande Bergman e bellissimo Il posto delle fragole. L’allenatore Fordman sbaglia però clamorosamente la sua posizione, visto che lo svedese avrà tante doti, ma certo non la velocità richiesta a un terzino. Uno dei pochi giocatori buoni della tua squadra, sprecato così. Non ti smentisci proprio mai, Ford!
JF Non c'è bisogno di alcuna velocità, quando c'è classe. E i lanci di Bergman sono lampi millimetrici da una parte all'altra del campo.

"Ragazzi, date retta a nonno Ford. Non ci sono speranze per la squadra Cannibale!"
4 - Luis Bunuel (Spagna) - Il fascino discreto della borghesia


JF Davanti alla difesa, chi meglio di un beffardo regista come Bunuel poteva tenere a bada le avanzate a suon di punta di piedi degli attaccanti cannibaleschi imbastendo al contempo le geometrie per il contrattacco fordiano? E quale film meglio del manifesto anti radical chic per eccellenza, Il fascino discreto della borghesia, perfetto per ubriacare di dribbling i mediani egotici della squadra avversaria giusto in tempo per servire l'assist decisivo all'incisivo attacco blaufordiana?
CK Film recuperato di recente e su cui ci sarebbe parecchio da dire. Sicuramente una visione molto interessante e ricca di spunti. Eppure, nel suo giocare su una struttura di un sogno dentro un altro sogno dentro un altro sogno e così via finisce per incartarsi da solo. Va bene il surrealismo, ma a un certo punto è troppo.
Anche in questo caso, è sbagliatissima la posizione scelta dall’allenatore per un giorno (e si spera non di più) Ford. Bunuel sarebbe il jolly da mettere in campo nel secondo tempo, quello che può risolvere la partita nel bene e nel male. Ma in difesa è surreale, visto che tra un sogno e l’altro non sarebbe in grado di distinguere e quindi difendere nemmeno se stesso. Altra mossa fallita per il fascino inesistente della fordesia.
JF Ennesimo errore tattico dell'egotico Cucciolo Eroico: l'imprevedibile Bunuel è perfetto davanti alla difesa, quasi nascosto dal resto dei centrocampisti e pronto ad uscire dal letargo con una magia improvvisa.


5 - Andreij Wajda (Polonia) – Katyn


JF In ogni difesa che si rispetti si trova uno stopper pronto ad allungare la gamba anche soltanto per fare capire all'attaccante avversario di che pasta si è fatti.
Wajda, nome simbolo della Polonia organizzatrice dell'Europeo, era l'uomo giusto per il team Ford: e Katyn, film potentissimo che rievoca il massacro operato dai russi - che incolparono i tedeschi occupanti - dei soldati polacchi in cui perse la vita anche il padre del regista è il muro perfetto per annichilire le spaesate e leggerine punte cucciole troppo azzardatamente mandate allo sbaraglio al suo cospetto.
Un'opera incredibile in grado di tagliare le gambe.
Un valico insormontabile per le forze del povero, piccolo, Kid.
CK E questo scarpone chi sarebbe? Un giocatore nemmeno degno di giocare nella serie F di Ford, figuriamoci se può competere contro i campionissimi cannibali.
Più che Katyn, una scelta cretyn uahahah!

"Arrestate questo facinoroso: è uno degli infiltrati del Cannibale in cerca dei nostri schemi di gioco."
6 - Federico Fellini (Italia) - I vitelloni


JF Il libero per antonomasia, l'unico leader possibile per una difesa impenetrabile.
Fantasia e concretezza, interventi decisi e colpi di genio in grado di spingerlo addirittura in attacco.
E come nella migliore scuola italiana, a rappresentarlo un film che è l'inno alla spensieratezza che non dimentica la malinconia, un pò come le lacrime che arrivano con la vittoria sui rivali più agguerriti.
I vitelloni fordiani, guasconi e sorprendenti, fanno polpette di tutti i pallidi "lavoratori" Cannibali.
Cannibali? Prrrrrrrrrrrrrr!
CK Questa scelta ci sta, però Ford come al solito si dimostra prevedibilissimo. La presenza di Fellini me l’aspettavo e quindi con un mio colpo di genio tattico gli ho messo subito addosso il mastino Von Trier a spaccargli le gambe.
Fellini fuori subito per infortunio al primo minuto, e il misero team del Mister rimane con i suoi soli scarponi in campo a guardarsi in faccia senza sapere cosa fare di quel misterioso oggetto rotondo che gravita loro davanti, palleggiato con una fitta rete di passaggi dai fenomeni cannibali.
E le lacrime sono solo quelle del coach Ford che, rimasto senza più carte da giocare, è già stato esonerato e pure radiato dalla F.I.C.A. Federazione Italiana Cannibale Antifordiana.

Un saluto più che Europeo, Mondiale per la squadra del Cannibale.
7 - Abdellatif Kechiche (Francia) - Cous cous


JF Ala destra il Best d'oltralpe, fenomeno di una Francia in grandissimo spolvero nelle ultime stagioni ed autore di una delle pellicole più incredibili, potenti e sentite degli ultimi dieci anni: sto parlando del meraviglioso Cous cous, un ritratto di famiglia al ritmo di danza del ventre e cucina, magico e profondo, in grado di scomodare paragoni con il respiro che solo Bergman riusciva a dare ai suoi film corali.
Il polmone del team Ford, infaticabile e pronto a sacrificarsi per il bene della squadra, come fosse un fratello maggiore.
E dato che il Cannibale faticherà a capire il concetto, lo semplifico in termini bianconeri: il "soldatino" degli anni migliori.
CK Non ho visto il suddetto Cous cous, anche perché già come cibo è per me ben poco appetitoso, ma dubito fortemente che questo Ke chi è? possa essere tra le cose migliori offerte dallo spettacolare cinema francese di ieri e di oggi. Più che ai paragoni con Best o con il già più modesto soldatino Di Livio, direi che è come scegliere Ibrahim Ba, tenendo a casa Platini e Zidane. Robe che solo un allenatore che vuole eliminare tutti i veri talenti per concentrare le attenzioni solo su di sé può fare. Ford, starai mica cercando di diventare più egocentrico di me?

Un gioco di fianchi come questo se lo sognano i centrocampisti del Cucciolo Eroico!
8 - Fatih Akin (Germania) - La sposa turca


JF L'Ozil del continente fordiano, il genio della lampada e perno del centrocampo pronto ad avanzare all'occorrenza divenendo quasi un fantasista aggiunto.
Passione ed esplosività, il regista di origini turche cresciuto ad Amburgo è l'uomo giusto per fare la differenza in mezzo al campo: capace di colpi ad effetto come di entrate decise, Akin ha dalla sua tutto il fascino del film che lo portò all'attenzione del mondo, quel La sposa turca vincitore a Berlino che stupì le platee per la sua forza tragica quasi almodovariana e per i suoi personaggi pieni di vita ed ubriachi di autodistruzione.
Il Best del Cinema. Quello che tutti vorrebbero avere in squadra.
Ma che trova la collocazione ideale solo nell'undici ideale. Quello di Ford.
CK Ed eccolo, il bidone del cinema tedesco. L’autore di Soul Kitchen, una delle commedie meno divertenti che mi sia capitato di vedere negli ultimi tempi. Sarà che i crucchi sono tra le poche persone al mondo ad avere un senso dell’umorismo (quasi) più discutibile di quello di Ford. Un regista talmente risibile che non mi preoccupo nemmeno di marcarlo, lasciandolo libero di autodistruggersi. E la sposa turca la abbandono sull’altare.
Fatih chiiii?
JF Non sto neanche a commentare il tuo parere sull'ottimo Soul Kitchen, e già mi pregusto la doppietta di Akin che, libero da marcature, impazzerà nella retroguardia Cannibale concentrata tutta sui temibili attaccanti fordiani!
CK Ma Fatih chiiiiiiiiiiiiiiii?

"Questo è il metodo migliore per spezzare le gambe agli attaccanti cannibali."
9 - Nicolas Winding Refn (Danimarca) - Valhalla rising


JF Punta centrale perfetta per una formazione destinata alla vittoria finale.
Imprevedibile come il più arrabbiato degli Ibrahimovic e pronto a pungere come uno scorpione, Refn porta alla carica il suo guerriero One Eye per fare piazza pulita dei difensori avversari ed incornare ogni pallone che arriva dalle fasce, castigando a più riprese una difesa che pare proprio non avere i numeri e la stazza per contrastarlo.
I suoi voli a cercare l'impatto con la sfera sui calci d'angolo saranno vere e proprie epopee visionarie, in grado di mandare in visibilio il pubblico, pronto alla standing ovation per il capocannoniere del torneo.
L'ariete per eccellenza, il guerriero vichingo pronto a conquistare terreno e reti sulle indifese praterie popolate solo da conigli dark spauriti.
CK Refn contro la difesona cannibale potrebbe andare a segno giusto con Drive, un filmone che si fa fatica a credere sia stato realizzato dallo stesso autore di questo misero Valhalla Rising, una delle visioni più noiose e soporifere della Storia.
Se la tua tecnica è quella di fare addormentare la mia difesa, Ford, il tuo obiettivo è centrato in pieno. Peccato che pure i tuoi tifosi si siano stufati della tua squadra e abbiano abbandonato le tribune, lasciando i supporter cannibali a fare la ola lungo tutto la Cannibal Arena.
JF Sono soltanto usciti per andare a prendere da bere: i festeggiamenti per la vittoria, qui a Fordlandia, dureranno almeno una settimana!
CK Sul fatto che i tuoi tifosi (ma quali?) abbiano bisogno di bere hai ragione. Sì, però per dimenticare…


"Ecco fatto, Nicolas. Questo era l'ultimo dei giocatori della squadra del Cannibale."
10 - Alexandr Sokurov (Russia) - Arca russa


JF Il fantasista immarcabile, il numero dieci più ambito del mondo, il Messi del Cinema attuale.
Sokurov, vincitore all'ultimo Festival di Venezia, è tutto questo e anche di più: per rappresentarlo, ho scelto un film che è il saggio perfetto della sua tecnica incredibile, novanta minuti di piano sequenza ininterrotti nei corridoi dell'Ermitage di San Pietroburgo, un viaggio incredibile nella storia russa e nella meraviglia della settima arte.
L'uomo che più di ogni altro, da ogni posizione e a seguito di ogni punizione procurata dai fallosissimi difensori avversari saprà infilare la porta lasciando che il pallone ipnotizzi come la più imprevedibile delle "foglie morte".
CK Ambito, ma da chi? A parte il radicalchicchissimo pubblico dei festival cinematografici, Sokurov non se lo sooka nessuno. Terrence Malick semmai può essere considerato il Messi del Cinema attuale, visto i cast della Madonna con cui sta lavorando per i suoi nuovi film.
Se la fantasia della tua squadra è affidata a un russo pretenzioso e noioso come pochi, stai messo proprio bene, stai messo…
JF Senza contare il fatto che Malick non c'entri un tubo con questa Blog War in quanto statunitense, resta bollito con il suo albero della noia, e certamente il suo genio passato non va valutato dalla consistenza del cast delle sue pellicole!
CK A parte il fatto che tu hai tirato fuori Messi, che è argentino, comunque era solo un esempio di regista davvero ambito. Sokurov invece se lavora è solo grazie ai soldi del suo unico sostenitore: il suo infausto amichetto Vladimir Putin.

"Ragazze, state pronte a festeggiare fino all'alba la vittoria del Team Ford!"
11 - Milos Forman (Rep. Ceca) - Qualcuno volò sul nido del cuculo


JF E a proposito di imprevedibilità, lungo l'out di sinistra a farla da padrone è Milos Forman, che vola dal nido del cuculo fino all'area Cannibale servendo un cross dopo l'altro ai suoi compagni senza dare il minimo segno di cedimento.
Folle come McMurphy e solido come il Capo Bromden, l'uomo di fascia più imprevedibile che la settima arte abbia mai concepito è pronto a lasciare sul posto tutte le infermiere pazze frutto delle fantasie irrefrenabili del coach più teen mai visto sui campi di calcio prima di affondare come un coltello nel burro - o come un lavandino in una parete di manicomio - liberando tutta la magia del Cinema vero.
E regalando il passaggio vincente alla squadra del Cowboy.
CK Milos Forman era un grande regista. Ormai però non ha più nulla da offrire e giusto un allenatore fuori di testa può ancora dargli un’occasione di giocare invece di lasciarlo al meritato riposo.
Ford, la partita è finita e non possiamo fare nemmeno scambio di maglie: gli inservienti infatti per te hanno già pronta una bella camicia di forza! uahahahah

"E' una depressione il ritiro della squadra di Cannibale, eh!? Roba da manicomio!"

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