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sabato 26 marzo 2016

White Russian Six

La trama (con parole mie): oggi, ventisei marzo, il Saloon festeggia sei anni di vita. Sei anni di nuove esperienze, incontri, film, serie, letture per un'avventura che continua, nonostante gli impegni, il tempo e le passioni, a stimolarmi come - a volte meno, a volte più - il primo giorno.
Per l'occasione, ho deciso di inaugurare una nuova sezione del blog, dedicata alle più grandi personalità che hanno influenzato artisticamente il sottoscritto e, di fatto, arricchito la mia esistenza.



Rileggendo il post dello scorso anno dedicato al compleanno del Saloon, mi sono reso conto di una certa staticità che, a questo giro, vorrei evitare in modo da mescolare un pò le carte evitando il consueto pezzo a metà tra la malinconia e l'entusiasmo carico di emotività, limitando i ringraziamenti ad un giro di bevute veloce rispetto a tutti voi che ogni giorno tenete vivo questo postaccio ed il suo gestore prima di passare all'introduzione di una nuova sezione di White Russian che da tempo stavo meditando di inserire: la Hall of fame.
In fondo, nel corso della mia vita, ho avuto molti "Maestri" sul grande e piccolo schermo, tra le pagine dei libri o nelle canzoni, e rendere loro omaggio in maniera esplicita mi è sempre parsa una cosa non solo doverosa, ma anche confortante, oltre ad un modo di farli conoscere anche a chi, per un motivo o per un altro, non ha mai incrociato il loro cammino.
Dunque, da oggi, ad ogni compleanno del blog introdurrò dieci nuove personalità per me fondamentali nell'Arca della gloria del Saloon, dove potranno passare l'eternità brindando alla vita, alla morte o a quello che vorranno, e, chissà, se davvero esiste qualcosa dopo, magari preparare il terreno per questo vecchio cowboy quando, più o meno intorno al duemilaottantadue, comincerò a valutare l'idea di raggiungerli.


EMILIANO BANFI


Il primo ad entrare nel novero di questo gruppo così importante per me non poteva che essere il mio amico Emiliano, che ho visto crescere accanto a mio fratello e che è stato, per molti versi ed in molti momenti della mia vita - soprattutto il periodo "wild" tra il duemilasei e duemilasette, partito dalle serate alla Festa dell'Unità e dalle notti allo Zoe e culminato con il viaggio in Irlanda -, un fratello acquisito.
Per quanto, tra viaggi e famiglia, ormai non ci vedessimo che un paio di volte l'anno, non c'è stato giorno da quando se n'è andato in cui non abbia pensato a lui, che fosse per una canzone, un film o la voglia, semplicemente, di farci due risate insieme.

WARREN ZEVON


Non credo ci sia stato, quantomeno nella mia vita adulta, un cantante che abbia sentito vicino al sottoscritto come Warren Zevon: caotico, disequilibrato, devoto all'alcool, alla vita e alle donne - l'ispirazione dell'Hank Moody di Californication deve molto alla sua figura -, morto a pochi giorni di distanza da un altro mito del Saloon nel duemilatre eppure fino alla fine pronto ad aggredire la vita.
Il suo dialogo con il grande amico David Letterman nella sua ultima apparizione allo show del popolare anchorman rimane uno dei miei riferimenti rispetto all'idea di aggrapparsi con le unghie e con i denti a questa palla di fango: alla domanda del buon David rispetto a come stesse reagendo alla malattia che l'avrebbe portato alla morte, Warren sorrise e rispose "I enjoy every sandwich".
Un pò quello che faccio o cerco di fare io.

JOHNNY CASH


Se Clint è il mio nonno cinematografico e Cormac McCarthy quello letterario, indubbiamente quello musicale è Johnny Cash, scoperto ai tempi della sua "rinascita" sotto l'egida di Rick Rubin con gli splendidi American Recordings e visto esplodere quando, qualche anno dopo, la sua figura conobbe una seconda giovinezza grazie al film Walk the line.
Un personaggio pieno di contraddizioni, religioso e devoto quanto squilibrato ed anche lui sensibile al lato oscuro della dipendenza, espressivo e potente come la sua voce bassa ed il suo ritmo da treno in corsa.
Da Hurt a Man in black, una continua lezione.

DAVID BOWIE


Il Duca bianco è stato, indubbiamente, uno dei grandi amori musicali del sottoscritto, con un periodo - quello dei primi Anni Zero, che fu quasi maniacale, con il recupero di tutti i suoi dischi, l'occasione di vederlo live - due volte - e la continua esecuzione con la chitarra di Ziggy Stardust, ancora oggi uno dei miei pezzi forti. Il tutto, senza contare l'importanza anche cinematografica del buon David, da Labyrinth a The prestige.
Una scomparsa che ancora pesa.

STANLEY KUBRICK


Fin dai miei primi passi nel mondo del Cinema d'autore, Stanley Kubrick è stato un riferimento assoluto, e, ad oggi, forse il mio regista preferito di tutti i tempi: maniacale, dispotico, controverso, eppure autore di una serie di Capolavori assoluti uno dietro l'altro.
Dalla visione dell'edizione restaurata di Arancia meccanica in sala con mia madre all'amore per Barry Lyndon e 2001, non poteva mancare un riconoscimento a quello che è, indiscutibilmente, uno dei pilastri fondamentali della Storia del Cinema.

AKIRA KUROSAWA


Pochi registi, nel corso della mia carriera di spettatore, sono riusciti a conquistarmi sempre e comunque, che si trattasse di grandi Capolavori o titoli "minori": uno di essi - ed uno dei più importanti di sempre - è senza dubbio Akira Kurosawa, che da I sette samurai fino a Ran - forse una delle vette assolute della settima arte - è in gran parte responsabile del mio amore per il Cinema.
Un regista che, a prescindere dai generi e dallo stile, è sempre stato in grado di creare qualcosa di unico e potente.

FEDERICO FELLINI


Sono sempre stato un esterofilo, che si parli di Musica, Letteratura o Cinema, e la mia lotta contro il Cinema italiano - soprattutto recente - è nota a tutti gli avventori del Saloon: eppure, ho sempre pensato che Federico Fellini fosse da annoverare tra i dieci più grandi registi di sempre, in grado di stupire con la sempre e comunque, dalla malinconia e l'emozione di Amarcord alla visionarietà di quello che è il film italiano più grande di tutti i tempi, 8 e 1/2.

MARLON BRANDO


Non poteva mancare, accanto ai registi che ho più amato nel corso della mia vita, l'attore che, più di tutti, continua a conquistarmi con la sua aggressività e la potenza tutte animali.
A prescindere da interpretazioni cult come quella di Don Vito Corleone o del Colonnello Kurtz, ad ogni visione di Un tram che si chiama desiderio resto strabiliato dalla sua versione di Kowalski, e mi chiedo se esista uomo, donna o animale in grado di non scendere dalle scale nel momento in cui chiama "Stella!".

DALTON TRUMBO


Sceneggiatore, regista e scrittore, Dalton Trumbo è stato senza ombra di dubbio uno dei talenti più importanti che l'industria hollywoodiana abbia mai avuto per le mani, uomo tutto d'un pezzo pronto a lottare per le proprie idee finendo per affrontare il carcere, nonchè autore di uno dei romanzi cardine della mia vita, E Johnny prese il fucile, straordinario messaggio antimilitarista e pacifista, di quei titoli che dovrebbero essere letti nelle scuole e tramandati di padre in figlio per sempre.
Recentemente riconosciuto anche da un più che discreto film, non poteva assolutamente mancare l'appuntamento qui al Saloon.

FABRIZIO DE ANDRE'


L'ultimo posto di questa prima decina di nomi illustri destinati al firmamento del Saloon è dedicato ancora una volta alla Musica, con quello che per il sottoscritto rappresenta l'apice della produzione italiana di sempre: Fabrizio De Andrè. Imperfetto e caotico almeno quanto gli altri miei idoli oltreoceano, il vecchio Faber ha scritto alcune delle pagine più importanti della nostra cultura, e con dischi come La buona novella o Non al denaro, non all'amore ne al cielo ha segnato indelebilmente la mia esistenza, e continuerà a segnarla fino alla fine.
Mitico.




MrFord





mercoledì 10 febbraio 2016

Furyo

Regia: Nagisa Oshima
Origine: Giappone, UK, Nuova Zelanda
Anno: 1983
Durata: 123'






La trama (con parole mie): siamo nel quarantadue a Java, in un campo di prigionia giapponese all'interno del quale si trovano prigionieri britannici. John Lawrence, che ha vissuto nel Paese del Sol Levante e conosce la lingua dei carcerieri, è il tramite tra i suoi compatrioti ed i due leader del campo, il Capitano Yonoi ed il sergente Hara, il primo austero e quasi algido, il secondo passionale e brutale spesso e volentieri con i prigionieri.
Con l'arrivo del maggiore Jack Calliers, ufficiale ribelle sempre pronto a sfidare l'autorità anche a rischio della vita, la situazione nel campo pare complicarsi: i due mondi a confronto e le diversità culturali e sociali dei leader dei due lati della barricata condurranno al punto di rottura Yonoi, combattutto tra l'attrazione per Calliers e gli impegni del suo ruolo.
Nel frattempo tra Lawrence e Hara il rapporto si evolverà diventando quasi un'amicizia.








Questo post partecipa alle celebrazioni per il David Bowie Day.






"A volte vincere è davvero doloroso", sentenzia, a conflitto mondiale ormai concluso, John Lawrence, protagonista delle vicende avvenute quattro anni prima in un campo di prigionia giapponese sull'isola di Java insieme al compagno d'armi Jack Calliers, contrapposti più per cultura che in battaglia al Capitano Yonoi ed il suo braccio destro, il Sergente Hara - rispettivamente interpretati da Tom Conti, l'oggi celebrato David Bowie, Ryuichi Sakamoto, autore anche della splendida colonna sonora ed ai tempi superstar del pop quasi al livello del Duca Bianco, e Takeshi Kitano, alle prime grandi esperienze che separarono i suoi esordi di comico e l'affermazione come regista -.
Pare proprio questa, la morale di Furyo - terribile adattamento dello splendido originale Merry Christmas, Mr. Lawrence -, elegante film di guerra in bilico tra l'haiku giapponese ed il gusto occidentale in stile L'impero del Sole firmato da Nagisa Oshima, poco conosciuto forse al grande pubblico ma in realtà autore di alcuni tra i cult del Cinema nipponico più significativi dagli anni settanta ai novanta - come L'impero dei sensi o Tabù Gohatto, sua ultima pellicola -: da tempo non mi capitava di rimettere occhio e cuore in gioco seguendo le imprese di Lawrence e Calliers, che paiono raccogliere il testimone di Classici indimenticabili come Il ponte sul fiume Kwai ingaggiando una sfida più ideologica e morale contro i loro carcerieri, che non di rivolta e combattimento veri e propri come ci si aspetterebbe da un film di guerra, e devo ammettere che l'effetto resta potente nonostante gli anni che passano, di fatto assumendo la connotazione di denuncia alla follia della guerra come concetto ed alla rigidità di chi la segue applicandone i dogmi quasi fossero regole d'onore.
In questo senso, appare straordinaria - ancor più di quella di Calliers, protagonista di un flashback elegante pronto a spezzare la narrazione senza per questo renderla meno coesa o efficace che mi ha riportato alla mente il primo Weir, spirito ribelle e tormentato, al centro di uno dei passaggi più emozionanti della pellicola e non solo - la figura del sergente Hara, selvaggio e brutale nell'applicare le regole del comportamento tipiche del suo paese ed allo stesso tempo pronto ad ignorare anche gli ordini più importanti pur di seguire, di fatto, il suo cuore: quel "Merry Christmas, Mr. Lawrence" che da il titolo al film è infatti destinato, insieme ad un Kitano mai più così bravo, a rimanere nel cuore dell'audience come un monito, chiudendo il cerchio di una riflessione fondamentale non solo rispetto all'antimilitarismo ed alla pace, ma anche all'amore nel senso più ampio del termine, ben rappresentato dai sentimenti - seppur combattuti dallo stesso charachter - provati da Yonoi rispetto a Calliers, celebrato con un altro passaggio da brividi legato al canto dei suoi compagni di prigionia una volta esploso il caso dell'insubordinazione dello stesso Calliers e Lawrence rispetto alle decisioni dei loro carcerieri.
Il tempo, dalla Seconda Guerra Mondiale e da quell'ottantatre dell'uscita del film, è trascorso, e le differenze culturali tra Occidente anglofono e Sol Levante si sono sicuramente livellate - anche se il mondo nipponico continua ad essere diverso da qualsiasi altro -, eppure Oshima riesce a rompere gli schemi anche in questo senso, talvolta riuscendo ad apparire perfino più simile a Lawrence e Calliers che non a Yonoi e Hara: merito, probabilmente, di una mente aperta e decisa a fare tesoro dell'esperienza in modo da poter costruire un futuro migliore, all'interno del quale non ci si debba rammaricare di una vittoria.
Perchè in guerra, di fatto, un vincitore non c'è.
Ed essere dalla parte "giusta" una volta che la cenere si è posata non significa, di fatto, non aver perso qualcuno cui si teneva.
O perderlo anche quando si vorrebbe rendere il suo Natale il migliore che si possa immaginare: quello che in regalo porta il resto della propria vita.





MrFord




"See these eyes so red
red like jungle burning bright
those who feel me near
pull the blinds and change their minds
it's been so long."
David Bowie - "Cat people (Putting out the fire)" -




Cantano con il Duca Bianco insieme al sottoscritto anche: 
L’uomo che cadde sulla terra (1976) su In Central Perk
The Elephant Man (1980) su The Obsidian Mirror
ChristianeF. (1981) su Mari’s Red Room
Miriam si sveglia a mezzanotte (1983) su Combinazione Casuale
Tutto in una notte (1985) su Non c’è paragone
Labyrinth (1986) su Director’s Cult
C.R.A.Z.Y (2005) su Pensieri cannibali
The Prestige (2006) sul Bollalmanacco di cinema





venerdì 15 gennaio 2016

Life on Bowie

La trama (con parole mie): come immagino tutti voi saprete, il mondo della musica e della cultura di massa è stato scosso qualche giorno fa dalla morte di David Bowie, icona della Musica, del Cinema, del Pop, e di un sacco di altre cose che, probabilmente, non possiamo neppure immaginare.
In queste occasioni, di norma, qui al Saloon cerco di non dilungarmi troppo in post che potrebbero essere presi per mielosi o ruffiani, ed ho "liquidato" il Duca Bianco con il "so long" che riservo per le occasioni di questo genere: eppure, il commento della prode Lazyfish ed il post del mio rivale Cannibal Kid mi hanno convinto a spendere ancora un pò di tempo per ricordare un artista che ha significato tantissimo per il sottoscritto, e che è parte integrante di una bella scorta di ricordi.
Ho deciso di farlo, proprio come il mio antagonista, attraverso una top ten dei miei brani preferiti dell'alieno del rock, lasciando che a parlare sia solo la sua musica, come tante volte è stato in giorni luminosi o bui - dagli sfoghi sulla chitarra strimpellando Ziggy Stardust al concerto meraviglioso visto a Lucca per il tour di Heathen - per il sottoscritto.
Dacci dentro, David. Un ultimo show per il Saloon.


N°10: SCARY MONSTERS (AND SUPER CREEPS)


 N°9: ROCK'N ROLL SUICIDE


N°8: MAGIC DANCE


N°7: SUFFRAGETTE CITY


N°6: I'M AFRAID OF AMERICANS


N°5: QUEEN BITCH


N°4: HEROES


N°3: CHANGES


N°2: ZIGGY STARDUST


N°1: LIFE ON MARS?



MrFord

giovedì 30 gennaio 2014

The prestige

Regia: Christopher Nolan
Origine: UK
Anno: 2006
Durata: 130'





La trama (con parole mie): Robert Angier e Alfred Borden sono due illusionisti di belle speranze che sognano una carriera nel mondo dello spettacolo della Londra vittoriana, entrambi mossi da ambizione e talento. Quando un incidente di scena provoca la morte della moglie di Angier la loro rivalità, fino a quel momento latente, esplode in una serie di vendette e rivalse personali che rischiano di costare la carriera e la vita ad entrambi.
Angier, votato allo spettacolo ma meno dotato, e Borden, schivo e caotico nella vita privata così come sul palco eppure strepitoso illusionista, portano dunque in scena una vera e propria guerra che costringerà entrambi a sacrificare tutto quello che possano avere mai amato a costo di avere la meglio sul rivale di sempre.
Ma l'illusione avrà mai fine? E cosa rimarrà quando il sipario sarà calato per l'ultima volta?






Questo post partecipa (almeno questo è quello che credete voi) alle celebrazioni per il Christian Bale Day.


Inizialmente, pensando a questo post, avevo architettato uno di quei trucchi di magia in uno stile che si avvicinerebbe più a quello del mio rivale Cannibale.
Uno di quelli con tanto di promessa, svolta e prestigio, con tanto di voto e recensioni fasulle che rivelassero la verità soltanto alla fine.
Poi è capitato di rimettere mano al dvd di quello che è, in assoluto ed indiscutibilmente, il mio film preferito tra quelli firmati da Christopher Nolan, e decidere che non sarebbe bastato.
In fondo, tra noi due, quello che davvero ci sa fare con il pubblico è lui: una grande intelligenza - e scaltrezza - giornalistica, un piglio multitasking ed il tempo di seguire quelle che sono le tendenze, le mode, gli avvenimenti.
Io sono più simile ad un artigiano, o un operaio, della blogosfera. Mi arrangio con quello che ho.
In qualche modo, lui è l'Angier, ed io il Borden.
Potrebbe suonare ambizioso, o troppo supponente, ma in modi completamente diversi e con casse di risonanza e bacini d'utenza di dimensioni decisamente differenti, si potrebbe pensare che io e lui rappresentiamo i blogger cinematografici "singoli" di maggior riferimento nella blogosfera.
E cosa c'entra, tutto questo, con The prestige ed il Christian Bale Day?
A parte il fatto che il suddetto Bale sia uno degli attori attuali di riferimento per entrambi, nessuno.
Forse.
Perchè forse parliamo della promessa, del modo che avrei di distrarre il lettore da quella che è la realtà di questo post.
Sempre che ce ne sia una.
In fondo, parliamo di illusione.
Guarda attentamente, suggerisce Borden in più di un'occasione.
Ma è davvero questo, quello che vuole il pubblico?
Il pubblico vuole essere ingannato, come lo spettatore una volta entrato in sala.
Ed in questo senso, The prestige è la quintessenza del Cinema come forma di intrattenimento, illusione, magia, sorpresa: ai tempi in cui uscì, lo andai a vedere due volte nel giro di pochi giorni.
La prima con una ragazza che frequentavo ai tempi, una che sapevo sarebbe entrata ed uscita dalla mia vita come molte in quel periodo.
La seconda con Julez. Che allora era la mia amica, la persona cui pensavo nel momento in cui sentivo il bisogno di condividere con qualcuno la scoperta di una qualche meraviglia.
Anche se non lo sapevo, quella sarebbe stata una delle svolte della mia esistenza.
Perchè The prestige è stato indiscutibilmente uno dei più grandi amori cinematografici recenti del sottoscritto: negli ultimi dieci anni, pochi film sono riusciti a colpirmi più di questo intricato thriller vittoriano che incrocia vendetta, amore, morte, passione, dedizione, famiglia, sogni ed ambizioni.
Sceneggiatura, atmosfera, voglia e capacità di sorprendere anche ad una seconda, o terza, o quarta visione, fotografia, decostruzione temporale, incastri ed interpretazioni in grado di funzionare come perfetti meccanismi di un orologio infallibile.
Tutto porta ad una meraviglia incarnata da un climax conclusivo da urlo.
Il numero decisivo di uno spettacolo di magia di quelli impossibili da dimenticare.
Ed eccoci arrivati: il finale.
Il prestigio.
Ricordate American Hustle - e sempre di Bale parliamo -?
E' stato la prova generale per questo.
E questa volta il post fordiano è stato tutto scritto per mano e courtesy of Cannibal Kid.
Osservate attentamente.
Abracadabra.



Cannibal Kid


"Do you think I sacrificed real life
for all the fame of flashing lights?
do you think I sacrifice a real life
for all the fame of flashing lights?"
Kanye West - "Pinocchio Story" - 



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