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martedì 13 febbraio 2018

Benedetta follia (Carlo Verdone, Italia, 2018, 109')





Al buon Verdone ho sempre voluto bene, dai tempi in cui, grazie alla "spada de foco" e alle chicche degli esordi, riempivo pomeriggi estivi o con gli amici ci si godevano serate all'insegna del Cinema italiano sbracato ma comunque in grado di conquistare perchè basato su un'anima sociale.
Come tutti i registi non superlativi - non che la stessa situazione risparmi quelli che invece lo sono, sia chiaro -, con gli anni anche lui ha finito per rifugiarsi in territori più facilmente affrontabili e confort zone dal sapore di cinture di sicurezza ben strette, tanto da regalare soltanto qualche guizzo - Il mio peggior nemico, molto sottovalutato, per me resta una piccola chicca - e tanta prevedibilità, in modo da rimanere in equilibrio tra pop e rischio ridotto all'osso.
Con le stesse aspettative - prima - e le stesse conferme - poi - ho approcciato Benedetta follia, ultimo lavoro dell'autore romano che come di consueto intrattiene, diverte, regala sequenze azzeccate e passaggi forse di troppo, ha il merito di mostrare la genuinità di Ilenia Pastorelli, salita alla ribalta con Lo chiamavano Jeeg Robot e mostrata come è giusto che sia in tutti i suoi limiti in questa occasione almeno quanto la bravura dell'ex di Gomorra Maria Pia Calzone e regala al pubblico un paio d'ore senza pretese ma neppure volgari o sconsigliabili.
Se, dunque, cineasti di ben altro livello come Woody Allen insistono nel proporre un titolo a stagione inficiando clamorosamente la qualità del loro lavoro altri come Verdone, decisamente più modesti sotto il profilo tecnico, finiscono per riuscire comunque a regalare piacevoli momenti agli spettatori, legati principalmente alla genuinità della proposta ed al desiderio di protagonisti delle storie di vivere le stesse, e non esserne spettatori.
Un sogno che, con ogni probabilità, tocca non solo qualsiasi tipo di pubblico - dal più esperto all'occasionale - ma anche lo stesso regista, da sempre in grado di portare in scena i suoi squilibri, le incertezze ed i punti di forza: in fondo i personaggi di Verdone restano emanazioni del loro autore, outsiders impacciati e repressi in grado, un passo dopo l'altro, di trovare una loro dimensione, in barba ad un mondo pronto a metterli ai margini e in una condizione di svantaggio quasi per natura.
In un certo senso, Verdone resta in qualche modo un piccolo Goonie, con le sue idiosincrasie e timidezze, il sempre ultimo che, seguendo la lezione dei Fantozzi, finisce per resistere ai colpi peggiori riservatigli da vita, mondo e società - in questo caso è la modernità a fare da antagonista - fino a trovare una propria collocazione, un proprio mondo.
Certo, il tutto è molto ingenuo e naif, poco plausibile in termini di scrittura, eppure anche Benedetta follia finisce per risultare una visione assolutamente godibile, lontana dalle pretese delle proposte radical o dalla volgarità di quelle "di cassetta": forse, se approfondito di più in alcuni aspetti, avrebbe potuto essere qualcosa di più incisivo ed importante - in fondo vengono mostrati nuovi aspetti della società, ci si schiera abbastanza chiaramente contro la rigidità di una cultura cattolica vecchio stampo, vengono analizzati temi qui al Saloon molto considerati come il rapporto tra genitori e figli -, ma anche così, imperfetto e semplice, funziona per quello che ci si potrebbe aspettare.
Come una serata con i parenti che si rivela, inaspettatamente, più divertente della cena che avreste pensato di poter affrontare solo se estremamente sbronzi.




MrFord



 

mercoledì 7 giugno 2017

What if (Michael Dowse, Irlanda/Canada, 2013, 98')




Come mi è già capitato più volte di sottolineare, adoro la "stagionalità" dei film.
Non potrei mai concepire una visione invernale di Point Break o Predator, così come una estiva de La cosa o Shining: a prescindere, comunque, dall'effettiva cornice di narrazione delle pellicole, esistono titoli che trasmettono la sensazione di trovarsi in una determinata stagione.
In particolare, le commedie romantiche mi hanno sempre dato l'idea del profumo della primavera, della nuova vita, di qualcosa che può cominciare e, potenzialmente, non finire: da Hong Kong Express a Zack&Miri make a porn, passando per Apatow, non c'è periodo migliore della "bella stagione" per farsi travolgere dalla voglia di respirare la vita a pieni polmoni, e sognare - o vivere, per l'appunto - un amore di quelli che si sognano da ragazzi, o si immaginano attraverso le storie, i romanzi, le pellicole, le canzoni.
What if, incrociato per caso da Julez in televisione e da lei stessa raccomandato, ha rappresentato un altro felice capitolo di questo fenomeno primaverile: una piacevole, intensa e trascinante romcom indie con risvolti emozionanti - il doppio panino del finale è da pelle d'oca e brividi per tutte le coppie o per chi vorrebbe vivere una storia d'amore - ed altri incredibilmente divertenti - la sequenza della caduta dal balcone, molto alleniana, è da pisciarsi sotto dalle risate -, un cast perfetto - dall'ex Harry Potter Daniel Radcliffe, che dopo Swiss Army Man con questo film si conquista un altro pezzetto del mio cuore a Zoey Kazan, supportati da un Adam Driver insolitamente simpatico tutti funzionano, si divertono e tengono la scena molto, molto bene, un'ambientazione insolita ed affascinante - Toronto - ed un'atmosfera sognante e leggera di quelle che pare di essere tornati a vent'anni, quando i sentimenti erano una tempesta, e nel bene o nel male tutto diventava magico.
Crescendo è difficile poter provare sulla pelle le emozioni allo stesso modo, eppure guardando l'evoluzione dell'amicizia tra Wallace e Charny pare di salire su un ottovolante che porta dal passato al futuro, da quella volta in cui Julez si fece trovare nella zona delle prove dell'Accademia dei Filodrammatici circondata da candele, frutta ed una bottiglia di Jameson e lo facemmo sui materassini a quando, si spera ultracentenari, con il rumore del mare in sottofondo, finiremo per addormentarci e non svegliarci più.
Il tesoro e la bellezza di questi film è proprio il poterli sentire come se si fossero vissuti - ed in effetti, è così, o si spera che lo sia -, e scoprire, anche da vecchi e cinici e stronzi come il sottoscritto, quanto sia semplicemente meraviglioso lasciarsi travolgere dai sentimenti, e goderseli incondizionatamente, come un bicchiere bevuto fino all'ultima goccia.
In fondo, a prescindere da quello che è stato, che forse sarà o che forse, il sale della vita passa tutto da qui: ed il cuore che ci porta sempre un passo oltre, se animato dall'amore e da tutto quello che si porta dietro, sarà sempre più allenato di uno che l'abbia tenuto fuori come un ospite sgradito.
All you need is love, cantavano i Fab Four.
E cazzo, se avevano ragione.




MrFord



 

mercoledì 30 novembre 2016

Love (Gaspar Noè, Francia/Belgio, 2015, 135')




Il fatto che Gaspar Noè sia uno degli autori più interessanti del panorama "alto" europeo - malgrado sia nativo di Buenos Aires va considerato francese d'adozione da tempo immemore -, ed uno dei pochissimi, pur essendo clamorosamente elitario, a non avermi mai fatto pensare neppure per scherzo al radicalchicchismo, è indubbio da tempi non sospetti, prima ancora che sfornasse quello che, ad oggi, è senza dubbio il suo film di riferimento, quell'Enter the void che qualche anno fa percorse la blogosfera come una tempesta segnando probabilmente le vite da spettatori di molti di noi.
Eppure, non so neppure esattamente per quale motivo, ho avuto paura per mesi di approcciare questo Love: aspettative alte, commenti lusinghieri letti da più parti, il pensiero che il sesso potesse appiattire il lavoro del regista hanno fatto in modo che restasse "congelato" al Saloon per diversi mesi, prima che questo mio periodo lontano dal lavoro e dunque di freschezza mentale maggiore lo riportasse a galla come un reperto.
E cos'è accaduto, quando il diabolico Gaspar ed il vecchio cowboy hanno incrociato di nuovo i loro cammini? Love si è rivelato il primo scivolone del regista o l'ennesima conferma?
Senza dubbio parliamo di un prodotto - come gli altri firmati dal buon Noè, del resto - non per tutti - un limite che, purtroppo, non permetterà mai a questo autore strepitoso di raggiungere il grande pubblico ed il grande successo - certo non per i contenuti o per le immagini quanto per l'approccio, ma ad un tempo siamo di fronte ad un esperimento unico nel suo genere, il racconto di una storia d'amore - malata oppure no che sia - strutturato a partire da quella che è l'ossatura di ogni storia d'amore che si rispetti: il sesso.
Personalmente, infatti, con la crescita e l'esperienza - in fondo l'idealizzazione dei sentimenti ha la sua giusta casa nel periodo dell'adolescenza - sono giunto alla conclusione - e penso non soltanto io - che se una storia funziona - e parlo di anni, e di legami forti - lo fa perchè cementata alla base e tenuta in piedi anche e soprattutto dal sesso, a prescindere dall'amore che si possa provare per chi ci sta accanto: in fondo, passereste uno, dieci, cinquant'anni accanto a qualcuno con il quale - o la quale - non provate alcun piacere - o un piacere molto moderato - a scopare?
Non credo proprio.
In questo senso la vicenda di Murphy ed il suo rapporto perduto con Electra sono perfetti per raccontare gli squilibri, le ascese e le cadute legate a doppio filo proprio al sesso, che se non è il motore dell'amore ne è senz'altro la benzina: Noè, con il suo solito piglio a metà tra il geniale ed il volutamente provocatorio, conduce l'audience attraverso un viaggio nel Tempo - altro concetto centrale del lavoro del regista - e racconta una sua versione di 500 giorni insieme con un sacco di scopate in più, senza risparmiare nulla - o quasi - all'immaginazione, portando sullo schermo anche sequenze davvero credibili e potenti - anche se, per quanto mi riguarda, il sesso esplicito al Cinema trova le sue due massime espressioni in Shortbus e L'impero dei sensi - e stimolando non solo eccitazioni varie ma anche e soprattutto una riflessione rispetto a quanto istintivi, cattivi, stupidi ed inesorabilmente innamorati possiamo riuscire ad essere nel corso della nostra vita.
Riuscire in un'impresa del genere grazie ad un film certo non tambureggiante in termini di ritmo ed attraverso un protagonista che personalmente ho trovato detestabile è l'ennesima conferma del talento visivo e di rottura di Noè, che scivola soltanto in un paio di momenti fin troppo provocatori - non sconvolgenti, sia chiaro, quanto forse più di cattivo gusto - ma confeziona l'ennesimo lavoro che chi avrà la voglia di affrontare non potrà più dimenticare.
In fondo, quello del torbido Gaspar è un Cinema d'esperienza.
E da amante della vita, non posso non amarlo.




MrFord




 

domenica 27 settembre 2015

Black Mirror - Stagioni 1 e 2

Produzione: Channel 4
Origine:
UK
Anno: 2011, 2013
Episodi:
3+3





La trama (con parole mie): dal futuro del lavoro e delle illusioni da grande - e grandissimo - schermo ai ricordi manipolati, dalla politica distorta alla solitudine ed al superamento del dolore, un'esplorazione del presente in divenire dell'Uomo e dei sentimenti passata attraverso la distopia. Quali confini nasconde il nostro animo? Fino a che punto siamo disposti a spingerci per rispondere ad un ricatto, assaporare il successo, tornare a toccare o sfiorare per la prima volta la persona amata? 
Spogliati del Tempo e dei contesti, uomini e donne assolutamente normali tentano di scoprire la loro risposta di fronte ad un banco di prova enorme: quello della vita.
Troveranno quello che cercano, o il loro ulteriore futuro sarà anche peggiore di quello che si prospetta per noi? Quale immagine si mostrerà a chi deciderà di specchiarsi nell'immagine dei lati più oscuri dell'anima?








Negli ultimi dieci anni l'universo delle serie televisive ha conosciuto, senza dubbio, il suo periodo migliore di sempre, dall'esplosione del fenomeno Lost al fiorire di proposte pronte a garantire una qualità degna del grande schermo e a "rubare" allo stesso molti protagonisti.
Ma non è stato soltanto il colosso statunitense a produrre titoli degni di nota, e da Misfits - almeno per quanto riguarda le prime due stagioni - a Broadchurch, il Regno Unito si è rivelato una garanzia di qualità pronta a stupire un pubblico magari più ristretto ma non per questo poco esigente: da tempo, qui nella blogosfera e non, sentivo parlare di Black Mirror, miniserie progettata per esplorare un futuro più o meno prossimo che aveva riscosso pareri a volte entusiastici con la sua analisi della distopia e dello sci-fi.
Rispetto a Dead set - creatura uscita dalla stessa penna - il passo avanti è sicuramente notevole, e l'esperimento è senza dubbio interessante, anche se, a conti fatti, ho trovato le due stagioni meno strepitose di quanto le aspettative non prevedessero, forse patendo una struttura ad episodi che non garantisce sempre lo stesso livello di soddisfazione ed un approccio clamorosamente freddo, che ha finito in alcuni casi per sconfinare quasi nella noia.
Non che questo significhi una bocciatura per il lavoro di Charlie Brooker, che risulta assolutamente valido ed in grado di analizzare la nostra società attraverso la lente dei singoli racconti, ambientati in un mondo ipotetico e futuro ma clamorosamente vicini alla realtà che viviamo quotidianamente: una sorta di cocktail discretamente alcolico di Her e Se mi lasci ti cancello, senza dimenticare una spruzzata di incubo sociale in pieno stile Minority report.
In questo senso, dei tre episodi della prima stagione ho finito per preferire il secondo, Fifteen million merits, ambientato in una società orwelliana dominata da un reality show che ben fotografa la febbre da notorietà e da sogni venduti a caro prezzo ai "comuni mortali" dai gestori del potere.
Gli altri due, il più che critico rispetto a politica e social networks The National Anthem e The entire history of you, interessanti soprattutto per le osservazioni sulla società, mi sono parsi invece solo discreti, incapaci di raggiungere il livello del già citato Fifteen million merits.
L'annata numero due, invece, ha rappresentato senza dubbio un salto in avanti sia per quanto riguarda l'approccio - meno distaccato e più coinvolgente per il pubblico - che per il valore complessivo delle storie narrate: nella prima assistiamo al confronto tra una giovane donna innamorata e rimasta incinta ed il simulacro artificiale comandato da un computer del suo compagno, morto improvvisamente in un incidente stradale, forse il più lirico ed intenso tra tutti gli episodi; con White bear si cambia registro aumentando in un certo senso la potenza, mentre con il conclusivo The Waldo Moment forse finiamo per trovarci di fronte al punto più alto della serie: una riflessione spietata e decisamente inquietante sui poteri della politica e della comunicazione, ormai dominanti nel nostro mondo e divenuti superiori a quelli più naturali che regolano i bisogni istintivi della vita stessa.
La vicenda di Jamie, comico assunto per impersonare l'irriverente pupazzo Waldo finito per divenire prigioniero prima dello stesso e dunque del Sistema risulta assolutamente esemplare della condizione in cui noi stessi viviamo, spesso e volentieri e non sempre consapevoli pupazzi nelle mani di un mondo - e di un'organizzazione - più grande di noi pronto a vendere prodotti il più possibile applicabili alla società ormai globalizzata.
In un certo senso, finiamo per essere tutti Waldo.
E per votare pupazzi che ricordano da vicino l'immagine distorta di un black mirror da incubo.




MrFord




"Shot by a security camera
you can't watch your own image
and also look yourself in the eye
black mirror, black mirror, black mirror."
The Arcade Fire - "Black mirror" - 




mercoledì 17 dicembre 2014

Magic in the moonlight

Regia: Woody Allen
Origine: USA
Anno:
2014
Durata:
97'
 




La trama (con parole mie): Stanley, illusionista tra i migliori al mondo sul finire degli anni venti, viene contattato da un suo vecchio compagno, eterno secondo nell'esercizio della professione di mago rispetto a lui, in modo che si rechi al suo fianco nel Sud della Francia, dove una giovanissima medium americana pare stia circuendo un'agiata famiglia nonchè l'erede della fortuna della stessa.
L'uomo, cinico e misogino, accetta l'invito stimolato dalla sfida di poter smascherare l'ennesima truffatrice e dal suo approccio alla vita, assolutamente razionale e distaccato: quando, però, Sophie farà breccia nel suo cuore, le regole del confronto cambieranno, e Stanley si ritroverà a far fronte non solo alla tempesta dei sentimenti, ma anche e soprattutto ad un approccio con il mondo, la vita e la morte decisamente diverso da quello tenuto nel corso della sua intera esistenza.
Sophie si rivelerà davvero in grado di comunicare con gli spiriti? E vinceranno i sentimenti, o la ragione? 








Personalmente, non sono mai stato in guerra allo stesso modo di alcuni - appassionati compresi - con Woody Allen, così come non ho mai pensato fosse il Maestro indiscusso che altri dichiaravano incondizionatamente fosse: ho sempre pensato che il vecchio Woody avesse regalato grandissime perle alla settima arte senza, di fatto, aver mai centrato il bersaglio grosso, scivolando soprattutto negli ultimi anni spesso e volentieri spinto da una sorta di ingordigia cinematografica - penso sia rimasto l'unico tra i grandi registi a far uscire un titolo a stagione - capace di regalare al pubblico schifezze come Vicky, Christina Barcelona o Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni, senza contare To Rome with love, forse il punto più basso della carriera del regista.
E' altrettanto vero, però, che con Match point o Midnight in Paris Allen è stato senza dubbio protagonista di prove clamorose, in grado di riportare anche i fan più hardcore ai tempi d'oro della sua produzione: Magic in the moonlight, sua ultima fatica, sinceramente non partiva con il piede giusto, qui al Saloon.
Colin Firth è uno degli attori meno sopportati a questo bancone, l'idea dell'ennesima commedia romantica dai ritmi blandi lontana dagli indimenticabili Io e Annie o Manhattan non faceva che rendermi nervoso, così come il fatto che tutto potesse suonare come una robetta da camera per vecchie signore all'ora del the.
Fortunatamente per il sottoscritto, archiviata la visione posso dirmi sorpreso in positivo, così come affermare che gli anni venti ed affini e le loro ambientazioni - Accordi e disaccordi, Ombre e nebbia, Scoop - non facciano altro che un gran bene a Woody, che senza eccedere o strafare confeziona un titolo garbato e piacevole, una commedia romantica all'interno della quale sono scandagliati i massimi sistemi senza che gli stessi siano presi o troppo alla leggera o caricati di un peso eccessivo: e perfino il tanto detestato Firth, grazie ad un personaggio antipatico quanto vulnerabile, razionale e preciso quanto preda degli istinti, si conferma una scelta azzeccata, funziona così come una davvero imbruttita Emma Stone, che comunque resta uno dei volti più interessanti che si possano sponsorizzare tra le giovani attrici USA.
L'idea del confronto tra l'idea dell'amore e l'applicazione alla vita dello stesso - ben incarnate dai rapporti tra Stanley e Sophie così come da quello dello stesso illusionista con la fidanzata storica - è ben orchestrata e decisamente profonda, così come il continuo schierarsi del protagonista contro l'illusione e l'illusionarietà dei sentimenti, colpevoli di rendere felici così come di complicare senza possibilità di appello la vita di chiunque decida di abbracciarli.
Da istintivo cronico, trovo possa essere davvero limitante vivere un'esistenza lontano da ogni tipo di sentimento o passione, pur se allo scopo di preservarsi e mantenere un logico e sensato equilibrio, eppure nel corso della visione non sono riuscito a non parteggiare per Stanley, messo all'angolo da una trama più complessa di quanto non si possa credere e pronto ad una ribalta - culminata con il colpo di scena della rivelazione del ruolo di Sophie - capace di aprire la strada al confronto con la zia, senza dubbio il charachter più interessante della pellicola e, forse, specchio delle opinioni dello stesso regista, pronto a lasciarsi andare alla magia dell'amore - e a farsi ingannare da essa - quanto a comprendere l'insensatezza insita per Natura nelle scelte di cuore.
Del resto, se non fossimo passionali non avrebbe senso neppure l'illusionismo.
Così come molte altre cose che danno colore e significato ad esistenze altrimenti piatte, noiose e grigie, fatte di stonatissime serenate eseguite con l'ukulele.
Le stelle non sono certo messe dove sono perchè noi le si stia ad ammirare estasiati, quanto per qualche legge fisica e casualità cosmica: eppure guardarle pensandole tutte come desideri inespressi o realizzati finisce per renderle decisamente più brillanti.
E dovremmo davvero ringraziare che sia così.
Un pò come fa Woody Allen con questo suo Magic in the moonlight.




MrFord




"Dancing in the moonlight
everybody's feelin' warm and bright
it's such a fine and natural sight
everybody's dancing in the moonlight."
Van Morrison - "Dancing in the moonlight" -






venerdì 12 dicembre 2014

Chef - La ricetta perfetta

Regia: Jon Favreau
Origine: USA
Anno:
2014
Durata: 114'





La trama (con parole mie): Carl Casper è un ex fenomeno della cucina da tempo accasatosi in un rinomato ristorante di Los Angeles ed in cerca di sfide e nuovi orizzonti. Quando un blogger e critico culinario critica aspramente il suo approccio conservatore, inizia per lui un viaggio che lo porta a tornare al punto di partenza della sua carriera, Miami, accanto all'ex moglie ed al figlio, con il quale non è mai riuscito a costruire davvero un rapporto.
La scelta di ricominciare grazie ad un food-truck percorrendo la strada che separa le due coste degli States rimetterà in gioco la sua passione per i fornelli, la volontà di mettere le basi per una nuova storia d'amore ed un rinnovato legame con il piccolo Percy: riuscirà Carl a mettere insieme gli ingredienti migliori per la sua nuova ricetta?
O la scommessa legata al ripartire dal basso scriverà la parola fine sulla sua carriera?








Personalmente, sono più legato all'atto del mangiare, che non a quello del cucinare.
Del resto, sono un predatore ingordo e dedito ai piaceri, spesso egoista e decisamente travolto dalle passioni: ho sempre pensato, al contrario, che la cucina fosse un'arte perfetta per le persone in qualche modo generose, intellettualmente o emotivamente.
Ho deciso di recuperare Chef su consiglio di una persona che ritengo se non generosa, quantomeno più in grado del sottoscritto di concepire il pensiero di qualcosa fatto per gli altri, e nel corso della visione ho avuto in mente Julez, che senza dubbio è l'essere umano più generoso che conosca - anche nei suoi difetti -, e dedicarmi a questa stessa visione è stato un vero e proprio piacere quasi fisico.
Osservare il percorso di Carl/Favreau - bravissimo nel dirigere, scrivere ed interpretare un charachter costruito con ogni probabilità sul suo stesso essere - attraverso l'arte culinaria - che è il suo terreno congeniale - e le peripezie in famiglia - decisamente più ostiche, ma non per questo meno soddisfacenti di una ricetta elaborata e ben riuscita - è stato un piacere in grado non solo di alimentare il bisogno di un film indie dal sapore decisamente Sundance, ma anche e soprattutto di una necessità fisica, legata al piacere di mangiare, ed osservare chi segue ispirazione ed istinto affinchè sia soddisfatta una delle voglie più antiche e primordiali di noi esseri umani: l'appetito.
Un appetito che non si contenta del riempire la pancia, ma che si concede perfino il lusso di scegliere la direzione da prendere non solo da parte del pubblico, ma dalla stessa direzione: Chef è senza dubbio un film dalle concessioni generose, per quanto, di fatto, prodotto di nicchia, eppure in grado di alimentare l'acquolina in chi si trova dall'altro lato della macchina da presa.
Favreau, sfruttando un cast d'eccezione per un titolo che dovrebbe essere una sorta di outsider semisconosciuto, riesce nella non facile impresa di dimenticarsi delle sue origini hollywoodiane e confezionare ad un tempo un prodotto onesto e piacevole, ritmato da una colonna sonora splendida e soprattutto pane e salame nell'affrontare tematiche che finiscono per essere note anche a chi non è avvezzo al successo ed al dorato mondo della cucina alternativa d'alto bordo.
Attraversando gli States più caldi e favoriti dal sottoscritto - e l'ideale linea Miami/New Orleans/Los Angeles - il main charachter tocca tematiche importanti come il riscatto, l'amicizia - splendido il rapporto tra Carl ed il suo vice interpretato da John Leguizamo - ed il legame unico che si crea, rinnova e costruisce tra padre e figlio, basato anche e soprattutto sul confronto, in grado di far crescere da entrambi i lati della barricata senza distinzione alcuna, esperienza da un lato ed energia dall'altro.
La cucina, di fatto una scusa legata, probabilmente, ad una delle attività collaterali dello stesso protagonista/sceneggiatore/regista, troppo abile con il coltello e tra i fornelli per essere soltanto un attore, rappresenta un punto di partenza per l'esplorazione dell'evoluzione di un uomo adulto trovatosi a mettere in gioco un ruolo lavorativo ma non solo nel nome non tanto di critiche piovute dall'esterno - quasi divertente la riflessione rispetto ai criticoni cresciuti nella blogosfera - ma della volontà di costruire qualcosa che vada ben oltre a quello che ci si potrebbe aspettare o alle crisi di mezza età imputabili per svariati motivi agli esponenti di sesso maschile - ottima l'idea di lasciare solo accennata la storia con la collaboratrice interpretata dalla Johansson, conquistata proprio con un piatto -.
Chef - e non voglio neppure pronunciarmi rispetto al pessimo adattamento italiano - è uno degli esperimenti più riusciti dell'anno per quanto riguarda l'alternativismo a stelle e strisce positivo, privo delle influenze che l'elitarietà cinematografica a volte induce nei suoi artisti più promettenti: ed è assolutamente interessante osservare l'uomo dietro la macchina da presa di Iron Man concentrarsi su un progetto low budget tenuto in piedi da favori chiesti agli amici - a tutti i livelli della settima arte - eppure in grado di regalare l'impressione che tutto avrebbe funzionato anche senza spinte, come un panino ben farcito e preparato con il piglio che si richiede ad un food-truck che si rispetti.
E qui al Saloon va bene così.
Pane, carne, il giusto condimento e quei momenti unici alla fine della serata, in bilico tra un drink e un sigaro.
Dove si andrà domani, chissà. Anche quando apparirà una concessione.
Nel frattempo, ce la saremo goduta davvero.




MrFord




"Ooh, now let's get down tonight
baby I'm hot just like an oven
I need some lovin'
and baby, I can't hold it much longer
it's getting stronger and stronger
and when I get that feeling
I want sexual healing."
Marvin Gaye - "Sexual healing" - 





sabato 8 novembre 2014

10 cose che odio di te

Regia: Gil Junger
Origine: USA
Anno: 1999
Durata: 97'




La trama (con parole mie): Cameron, appena giunto in una nuova scuola, viene guidato dal solerte Michael nella scoperta dei numerosi gruppi più o meno cool dell'ambiente. Innamoratosi perdutamente di Bianca, una studentessa del secondo anno, il ragazzo cercherà in tutti i modi non solo di guadagnarsi un'uscita con lei, ma anche di avere le sue attenzioni, fino a quel momento indirizzate all'aspirante modello Joey. 
Perchè il tutto possa realizzarsi, però, Cameron dovrà fare in modo di sistemare Kat, sorella maggiore di Bianca nonchè spauracchio di tutti gli appartenenti al sesso maschile - e non solo - dell'istituto, aggirando in questo modo la regola del padre delle ragazze che prevede un'uscita soltanto in doppia coppia: il candidato ideale che possa condurlo al successo pare essere Patrick, che la maggior parte degli studenti evitano e temono a causa della sua fama di delinquente.
Cosa accadrà quando le coppie tenteranno di formarsi?








Questi sono i post peggiori da scrivere.
Senza alcuna ombra di dubbio.
Quelli che, se non fosse che aggiornare il blog ogni giorno parlando di ogni singola pellicola che passa su questi schermi riesce a regalarmi soddisfazione, non mi sognerei neppure di recensire.
Quelli non abbastanza da farmi abbandonare al trasporto, positivo o negativo che sia.
Quelli non abbastanza in assoluto.
10 cose che odio di te, giunto da queste parti "grazie" al mio antagonista Cannibal Kid, è una vera schifezza per adolescenti buona giusto per i pomeriggi - e neppure le sere, badate bene - da rete Mediaset in pieno weekend da penuria di ascolti.
Una robetta anni novanta fino al midollo che, se non fosse per il futuro astro nascente Joseph Gordon Levitt ed il compianto Heath Ledger finirei per descrivere in una manciata di parole non troppo tenere, avendo passato da un bel pezzo l'adolescenza e non trovando nulla che possa permettere al lavoro di tale Gil Junger di essere ricordato.
Una compilation di stereotipi e favolette trite e ritrite condita giusto da un paio di battute meglio riuscite delle altre - quella del "Mi ha baciato!" "Dove?" "In macchina" è stata, lo ammetto, carina - in grado appena di soddisfare lo standard delle tredicenni di una quindicina di anni or sono, e che ora, forse, potrebbe riuscire a risultare sopportabile per gli studenti delle elementari, anche se non ci metterei la mano sul fuoco.
Una sceneggiatura ridicola fa da cornice al classico filmetto di cassetta buono per una parte del cast come trampolino per ingaggi più interessanti - oltre ai già citati Levitt e Ledger, ci sta tutta anche Julia Stiles -, che cerca di rifarsi ai modelli figli degli anni ottanta senza riuscire neanche alla lontana a raggiungerli, e che solo robuste dosi di alcool permettono di sopportare fino alla fine senza manifestare un desiderio quasi incontrollabile di alzarsi dalla poltrona e fare una capatina in bagno o in cucina per prendere il cibo regalandosi una pausa che possa durare quanto più possibile senza per questo sognarsi di mettere in pausa la pellicola.
Imbarazzanti dunque le situazioni, agghiaccianti i protagonisti ed incolori e già note le loro storie, terribili le scene scult - Heath Ledger che canta per Julia Stiles a bordo campo ha rischiato di compromettere la mia sanità mentale -: l'unica scusante è che, probabilmente, l'effetto che questa merdina riesce a fare è lo stesso che i film di genere - molto di genere, anzi - producono nei non avvezzi allo stesso.
Peccato che le fan di questo tipo di pellicole siano con ogni probabilità ragazzine intorno ai dodici anni che con il Cinema non hanno niente a che spartire.
Un pò come 10 cose che odio di te, che sarebbe un miracolo associare alla settima arte anche solo per una di esse.




MrFord



"Cruel to be kind, in the right measure
cruel to be kind, it's a very good sign
cruel to be kind, means that I love you
baby, you gotta be cruel to be kind."
Letters to Cleo - "Cruel to be kind" -



venerdì 3 ottobre 2014

The necessary death of Charlie Countryman

Regia: Fredrik Bond
Origine: USA, Romania
Anno: 2013  
Durata: 108'





La trama (con parole mie): Charlie Countryman è un sensibile e quasi fuori del mondo ragazzo della provincia di Chicago. Alla morte di sua madre, il fantasma della stessa gli suggerisce apparendogli come in sogno di dirigersi a Bucarest in cerca del futuro.
Il giovane segue il consiglio della donna, e sull'aereo che lo condurrà alla capitale romena conoscerà Victor, di ritorno dagli States con un buffo cappello da regalare alla figlia Gabi: l'uomo sarà la chiave grazie alla quale Charlie scoprirà il suo destino.
Gabi, infatti, entrerà da subito nel cuore del suddetto, che per lei ed un amore dalla stessa corrisposto sarà disposto a vivere un'avventura rischiosa che lo porterà a confrontarsi con i fantasmi del passato ed il pericoloso ex dell'amata, Nigel, un gangster legato ad un potente boss locale.






Una cosa che non ho mai raccontato, nel corso di questi anni dietro il bancone del Saloon - sempre che non ricordi male, considerate l'età e la frequentazione dell'alcool -, è di avere sempre coltivato il desiderio di fare l'insegnante.
Ai tempi dei tempi, quando mi iscrissi a Lettere moderne, l'idea era quella di provarci con la scrittura e di tenere come alternativa di riserva quella di sfruttare l'eventuale laurea per diventare un professore di liceo, sperando di essere migliore di quelli che avevo avuto io stesso.
In realtà ho finito per mollare l'università troppo presto - illuso dai primi stipendi dopo aver iniziato a lavorare - e l'unica esperienza nell'ambito dell'insegnamento sono stati i due anni in cui mi sono dilettato - ovviamente per la gloria - a dare qualche lezione di italiano agli immigrati che non potevano permettersi un corso serio, in un centro culturale di queste parti.
Tutto questo per dire che una vera guida deve cercare il più possibile di sapere quando bottigliare i suoi allievi e quando, al contrario, spronarli.
O riuscire a fare entrambe le cose senza risultare troppo dispotico o troppo saccente.
Con The necessary death of Charlie Countryman sento che l'approccio giusto sia proprio questo.
Perchè ho voluto davvero bene, a questo film.
Nonostante il voto piuttosto basso.
Il Charlie di Shia LeBeuf, infatti, riesce ad essere empatico e coinvolgente quanto ottimamente reso e fotografato: da quella battuta al principio pronunciata da Vincent D'Onofrio - "Tieni, è sambuca", per me già mille punti guadagnati - alla splendida cornice del climax che antecede il finale - e si raccorda al principio -, il senso di questa pellicola, le sue aspirazioni e la portata risultano chiari, sinceri, desiderosi di portare un messaggio molto pane e salame ed al contempo intrattenere l'audience con una trama da thriller d'azione con un pizzico di romanticismo - non a caso viene citato 007 -.
D'altro canto, però, occorre anche ammettere che l'approccio di Fredrik Bond - un nome, una garanzia -, all'esordio con un lungometraggio, risulta ancora acerbo ed immaturo, in grado di ricordare più il fallimentare In trance che non un robusto pulp romantico anni novanta come punterebbe ad essere questo titolo.
La sceneggiatura, in particolare, finisce per scivolare via fin troppo facilmente, in bilico tra i richiami dei Killing Zoe e quelli dei primi focolai della new wave d'Oriente capeggiata dai Kitano e dai Wong Kar Wai di una ventina d'anni or sono, di fatto incapace di sciogliere il dubbio, nello spettatore, se si tratti di un qualche colpo d'ala indie o di una trovata radical senza capo nè coda.
Bond, dunque, non trova la sua licenza di uccidere - in senso buono - lo spettatore intrappolando se stesso in un melò d'azione decisamente troppo derivativo, ben interpretato - bravissimo LeBeuf, sempre ottima da vedere Evan Rachel Wood, granitico, anche se gigioneggiante, il fordiano Mads Mikkelsen - ma poco incisivo, che porta sulle spalle il retaggio di tutti i difetti che l'opera di un esordiente dalle grandi ambizioni ma dal talento ancora troppo grezzo per potersi rivelare all'altezza delle stesse.
Dunque, al posto delle consuete bottigliate della delusione, ho deciso di dare una scossa al buon Bond confidando nello stimolo che la stessa potrebbe dare ad un regista potenzialmente interessante per il momento troppo perso in se stesso: un pò come Charlie Countryman, che per potersi ritrovare dovrà addirittura pensare di finire morto ammazzato.
Una cosa certo non da poco.



MrFord



"As I live, as I live, as I live for tomorrow
as I live, as I live, as I live for tomorrow
feel my heart, it's disturbed
feel my heart, it's disturbed."
Moby - "Live for tomorrow" -



sabato 27 settembre 2014

Catfish

Regia: Henry Joost, Ariel Schulman
Origine: USA
Anno: 2010
Durata:
87'





La trama (con parole mie): Niv Schulman è un giovane fotografo di New York che condivide lo studio con due giovani registi, il fratello Ariel ed il loro comune amico Henry. Entrato in contatto con la giovanissima pittrice Abby e la sua famiglia, proveniente da uno sperduto paesino del Michigan, Niv conosce Megan, una loro parente, e tra loro inizia una corrispondenza che passa dalle e-mail a Facebook, fino alle telefonate, aprendo le porte ad un legame sempre più forte che potrebbe sfociare, una volta superata la barriera telematica, in una vera e propria relazione.
Quando i tre giovani artisti, impegnati in un documentario sulla danza nel Nord degli States, decidono di improvvisare una visita a questa strana famiglia, i misteri cominciano ad infittirsi: le canzoni che Megan manda a Niv dichiarandole registrazioni per lui sono infatti prese dalla rete, e qualcosa pare sempre più strano nel comportamento della ragazza.
Il confronto con Abby e Angela, la madre della bambina, rivelerà uno dei più clamorosi inganni che le relazioni sentimentali online abbiano mai rivelato, ed una realtà che pare quasi quella di un film.






Senza alcuna ombra di dubbio, internet ed il suo concetto non solo di condivisione globale, ma anche di evoluzione - o involuzione - dell'identità sociale e reale sono stati tra i più importanti che la Storia umana abbia conosciuto nel passato recente e non solo: la comunicazione, l'Arte, la Musica, il Cinema, il sesso, le relazioni sono cambiate radicalmente nell'epoca della Rete, e noi stessi, pronti a trasformare la blogosfera nella nostra quasi casa, avremmo preso strade sicuramente differenti un centinaio di anni or sono.
Personalmente, non conservo brutti ricordi - o quantomeno bizzarri - degli incontri nati da una conoscenza fatta online, e dagli aneddoti divertenti - come quella volta in cui Julez, alla vigilia della mia prima uscita con Dembo, si mostrò preoccupata pensando che il mio Fratellino fosse l'Edward Bunker con la faccia da ergastolano settantenne del suo avatar - alle occasioni per rimorchiare, devo
ammettere che mi è andata discretamente bene.
Qualche stagione fa, invece, Mtv cominciò a presentare una trasmissione decisamente interessante legata ai rischi - sentimentali e non - delle storie d'amore telematiche condotta da un regista e da un giovane fotografo, Niv Schulman, che ispirò la stessa grazie ad un documentario realizzato nei primi tempi della sua avventura artistica dal fratello, che con un amico regista condivideva con lui lo studio a New York: Niv, infatti, conobbe la famiglia della piccola Abby, pittrice sorprendente per la sua età che realizzava quadri a partire dalle sue fotografie, finendo per perdere la testa per sua sorella maggiore, Megan, intrattenendo con quest'ultima una fitta corrispondenza cartacea, telefonica e telematica di nove mesi prima di decidere, sfruttando un incarico lavorativo, di rompere il ghiaccio e
dirigersi verso la sperduta località del Michigan dove abitava, ovviamente accompagnato dai due futuri registi di questo documentario.
Il risultato fu a dir poco incredibile, tanto da sospendere Niv in uno stato in bilico tra lo stupore, la malinconia e la quasi ammirazione per il talento mostrato nel mentire rifugiandosi in sogni e pezzi di vite non sue della donna con la quale aveva condiviso momenti e sentimenti degni di una vera e propria storia, finendo, con le rivelazioni che seguirono il loro incontro, proprio per ispirare la stessa a cambiare la propria esistenza ed uscire da un guscio che pareva essere stato costruito appositamente per una di quelle pellicole da provincia americana senza speranza buona per un cocktail tra Lynch e Springsteen.
La vita di Angela - questo il nome della donna -, di fatto rivoltata come un guanto dall'ingresso di Niv nella stessa, finisce dunque per rivelare sfumature che vanno ben oltre la questione legata ai chiaroscuri della rete, ma toccano corde sospese tra il coraggio e la follia, la disperazione e la speranza: osservare suo marito definire Niv il catfish delle loro esistenze in quella che è, probabilmente, la sequenza pià clamorosa di questo sorprendente documentario e mosaico di frammenti di vite, e spiegare il significato della definizione stessa, custodisce la scintilla del grande Cinema, quello legato al bisogno di raccontare una storia, o forse più di una, e di quanto una persona anche lontana migliaia di chilometri da noi possa influenzare l'esistenza che conduciamo tutti i giorni.
Ma è davvero un rischio, quello di vivere?
O dovremmo sempre sperare di incontrare i nostri catfish, per poterci spingere un passo avanti?
A ognuno la sua risposta, a ognuno la sua identità.
Vera o falsa che sia, l'importante sarà viverla.
O cercare di farlo.




MrFord




"How I wish, how I wish you were here.
We're just two lost souls swimming in a fish bowl,
year after year,
running over the same old ground. What have we found?
The same old fears,
wish you were here."
Pink Floyd - "Wish you were here" -





martedì 2 settembre 2014

Cattivi vicini

Regia: Nicholas Stoller
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 97'




La trama (con parole mie): Mac e Kelly, una giovane coppia con una bimba di pochi mesi, hanno appena comprato casa nel tipico quartiere da zona residenziale americana. Quando la casa accanto alla loro viene acquistata da una confraternita universitaria, i due freschi genitori rimangono prigionieri del dilemma legato al desiderio di sembrare ancora giovani e cool o alla realtà del bisogno di tranquillità: stretta amicizia con il Presidente della confraternita, il giovane e decisamente cool Teddy, i due si illuderanno di poter gestire la vita da genitori con vicini in piena crisi ormonale da college. Degenerata inevitabilmente la situazione, avrà inizio una vera e propria guerra tra la nuova e la vecchia guardia per la vittoria finale, che porterà a conflitti interni ed esterni e colpi bassi che non saranno risparmiati da una parte e dall'altra.
Chi avrà la meglio? E quale lezione impareranno i protagonisti della lotta?






E' davvero doloroso, per il sottoscritto, iniziare un post dando assolutamente ragione al Cannibale.
Era già successo lo scorso anno, con Spring Breakers, uno dei titoli più discussi e massacrati dalla vecchia guardia - anagrafica ed in materia di approccio - della Storia recente della settima arte, e si ripete quest'anno con Cattivi vicini.
Certo, la sguaiata lotta tra generazioni firmata da Nicholas Stoller non è il cult di Harmony Korine, e non mira neppure lontanamente ad esserlo, eppure qualcosa, sotto sotto, accomuna i due titoli.
Molti, infatti, hanno troppo in fretta liquidato - e con una certa acidità - quella che, a conti fatti, risulta una delle commedie più brillanti e ben riuscite dell'anno, in grado di leggere tra le righe non solo delle motivazioni - chiamiamole così - dei giovani in pieno fermento da feste e sballi vari, ma anche di andare a fondo nella vita senza dubbio stravolta ma ugualmente stupefacente dei novelli genitori, senza dimenticare una delle cose più importanti quando si tratta di prodotti di questo genere: far ridere sguaiatamente - e ci sono stati parecchi momenti, dagli airbag alla mungitura, che ricorderò per molto tempo -.
Proprio di recente, con Julez ci si è trovati ad analizzare e constatare le lampanti e clamorose differenze che si creano inevitabilmente non tanto tra i "giovani" ed i "vecchi", quanto tra i non genitori ed i genitori: dalle cronache delle vicissitudini del Fordino al mare alle uscite con gli amici, è evidente la spaccatura che si crea nel momento in cui si entra nel mondo dall'altra parte della barricata, che come giustamente sottolineano i due protagonisti Seth Rogen e Rose Byrne - anche se sarebbe ingiusto non citare Zac Efron, che ho sempre detestato ma che, in questa particolare occasione, risulta assolutamente perfetto - non permetterà a mamma e papà di lasciare completamente libere le loro parti selvagge almeno fino a quando non saranno "molto vecchi".
Cattivi vicini, in questo senso, riesce ad andare perfino oltre alla patina da casinara commedia da due soldi che si cuce con immenso piacere e grande goduria addosso, divenendo di fatto un ritratto sociologicamente molto interessante del rapporto tra il nostro io da post-adolescente, pronto al divertimento sfrenato e all'emancipazione della sua parte più wild e quello della cosiddetta età adulta, quando si inizia ad imparare dai propri figli credendo al contempo di esserne i maestri.
Dunque, dalle citazioni spassose - Taxi driver e Breaking Bad su tutte - fino alle riflessioni più importanti che non avrebbero sfigurato in una riuscita romcom - il dialogo a letto di Mac e Kelly sul finale -, tutto pare funzionare al meglio alla facciazza di chi, al contrario, ha finito per bollare questo film come volgare ed indigesto, risultando, almeno ai miei occhi, più radical chic del mio acerrimo "cattivo vicino" e già citato Peppa Kid che, al contrario, seppur, forse, da un punto di vista (finto) giovane, è riuscito a cogliere in pieno l'ottima riuscita del prodotto.
Certo, da uomo vecchio e padre di famiglia forse io ho finito per decidere addirittura ad attribuire alla pellicola un significato più profondo di quanto non possa effettivamente essere stato quello che gli autori avevano in mente nel momento della stesura dello script, o forse il momento della vita che stiamo attraversando in casa Ford - con la sensazione di distacco netto da tutti i coetanei e non senza figli, e spesso non per scelta nostra - mi porta a pensare che a volte non ci rendiamo conto degli straordinari cambiamenti che viviamo nella quotidianità e di quanto incredibile, a volte, possa essere viverli per come sono, dal degenero di un periodo ad un degenero diverso di un altro.
Ricordo quando, neppure dieci anni fa, mi capitava di uscire e bere allo spasimo cercando di rimorchiare la ragazza di turno, dormire due ore e poi andare al lavoro, mentre ora, alla prima notte in cui faccio tardi per scrivere un post o il Fordino straordinariamente - perchè sono rarissimi, i casi in cui si sveglia, e di norma ci pensa la santa Julez - ha qualche risveglio agitato, mi porto dietro la stanchezza per tutta la settimana, arrivando perfino ad addormentarmi durante la visione serale - cosa mai accaduta in precedenza -: il tempo ci cambia, e noi non possiamo segnare il tempo, come canterebbe Bowie.
Io, invece, dico di sì.
E come vada, vada.
E se arrivo a citare Changes a partire da un film come questo, beh, signori miei, significa che Stoller e soci hanno centrato in pieno il bersaglio grosso.



MrFord



"Where's your shame
you've left us up to our necks in it
time may change me
but you can't trace time."
David Bowie - "Changes" - 



martedì 26 agosto 2014

Fordino Unchained: sapore di mare


La trama (con parole mie): a fare da salvagente alla mia estate infernale - lavorativamente parlando - sono giunti due periodi di ferie che hanno rappresentato, di fatto, oltre all'occasione per respirare grazie anche e soprattutto a Julez, il primo, vero contatto con il mondo della spiaggia e del mare per il Fordino, che lo scorso anno, durante il mese trascorso in vacanza, ancora non camminava e non poteva gettarsi a capofitto nelle avventure sotto l'ombrellone.
E devo dire che se le premesse sono queste, le sue future estati saranno parecchio movimentate, soprattutto in termini sentimentali.


Senza dubbio il tempo trascorso da quando AleLeo ha cominciato a camminare - un mesetto prima di compiere un anno, giorno più, giorno meno - è stato la mia ribalta personale rispetto all'evoluzione del rapporto con lui, passato dalla simbiosi con la mamma dei primi mesi e alla quiete delle ore di nanna ad una sorta di dinamica scheggia sempre carica a mille - almeno da sveglio, considerato che si fa, fortuna nostra, delle signore dormite - alla scoperta del mondo e dell'universo del gioco, all'interno del quale, di fatto, sono la sua guida ed il suo pupazzone formato famiglia.
Dalla palla - suo intrattenimento preferito in assoluto, che si tratti di lanciarla, usare le mani o i piedi - all'inseguimento dei gatti con tanto di stage diving dal divano - è recente un suo volo spettacolare con tanto di bozzo formato unicorno sulla fronte rimediato cercando di mettere le mani su Diego, il peloso cagasotto di sette chili abbondanti che ci ritroviamo in casa - fino al campionario di versi di animali - il mio preferito è senza dubbio l'elefante, che lui ripropone a richiesta mettendoci tanta più enfasi quanta è la soddisfazione che riscontra nel sottoscritto -, posso dire che il Fordino è un bambino decisamente fisico - cosa che, da ex timido, apprezzo molto -, sempre pronto a manifestare i suoi sentimenti attraverso gesti ed azioni.
I due periodi trascorsi al mare, in questo senso, sono stati un'ulteriore evoluzione del concetto: in particolare, le ferie d'agosto hanno portato il piccoletto alla scoperta non solo dei giochi per bambini presenti sulla spiaggia - anche quelli a continuo rischio di base jumping -, ma anche e soprattutto del gentil sesso: l'approccio attuale del Fordino con tutte le bambine dai tre anni in giù è stato assolutamente da manuale, con una combinazione clamorosa quanto diretta e molto pane e salame.
Nello specifico, questo era quello che accadeva quando il suddetto piccolo Ford si trovava di fronte una delle sue predilette: camminata decisa con mani protese in avanti, bacio a bocca aperta con tentativo di limonata dura, e dunque un loop a ripetere l'operazione più volte.
Al minimo accenno di reazione della "vittima" di turno, il passaggio alla combo spinta più morso era dietro l'angolo.
Combo che, con i maschi, giungeva spesso e volentieri - e senza mancato bacio in precedenza - a causa di dispute sul possesso della palla, che come ovvio diventava del bimbo che l'aveva in mano in quel momento come se fosse l'oggetto più prezioso del mondo.
Manifestazioni fisiche sopra le righe a parte, comunque, è stato decisamente divertente scoprire l'altro lato del mondo della spiaggia, quello dei genitori che si conoscono tra loro soltanto come "tu sei il padre/madre di", senza ricordare o scoprire nessun nome di adulto neanche per sbaglio, così come seguire gli orari spagnoli legati al riposino pomeridiano, che spesso ci vedeva arrivare in riva al mare non prima delle cinque del pomeriggio: e dalle prime nuotate e le imitazioni dello squalo fino ai complimenti degli anziani pronti ad augurare al Fordino un futuro da calciatore - alimentando i timori e le ire di Julez, che già deve patire le mie provocazioni a proposito della partecipazione ai Mondiali del 2030 del piccolo, che allora avrà 17 anni -, è un continuo imparare, così come ogni giorno vissuto da genitore.
Si parla tanto di educazione dei figli, e degli insegnamenti che, giusti o sbagliati che siano, diamo loro, quando in realtà sono questi piccoli uomini e donne ad insegnarci ogni giorno: cresciamo più noi con loro che loro con noi.
E non vedo già l'ora della prossima estate, con tutti i suoi "baci salati".
MrFord



lunedì 25 agosto 2014

Hook

Regia: Steven Spielberg
Origine: USA
Anno: 1991
Durata: 144'


La trama (con parole mie): l'avvocato Peter Banning, uomo di successo, rimane sconvolto quando Capitan Uncino, pirata proveniente dall'Isola che non c'è, fa irruzione nella sua quotidianità, ed in questa realtà, per rapire i suoi figli in modo da costringerlo a fare ritorno e darsi battaglia.
Uncino, infatti, soffre la solitudine e la noia, e ha intenzione di riportare a casa Peter Pan, suo storico nemico e rivale proprio grazie all'esca costituita dai suoi due pargoli: anni prima, infatti, Peter decise di abbandonare l'Isola per costruirsi un'esistenza accanto a Molly ed ai suoi vecchi amici umani, assumendo l'identità di Peter Banning e rimuovendo progressivamente tutti i ricordi del passato legati al luogo incantato in cui è nato.
Riuscirà il vecchio capo dei Bambini perduti a trovare la fantasia necessaria per sconfiggere Uncino e riprendere la sua famiglia?
E che ruolo giocheranno in tutto questo Rufio, nuovo leader che prese il suo posto, e Campanellino?
 




Questo post partecipa alle celebrazioni indette per onorare la memoria di Robin Williams.


 


Poche settimane fa, come un fulmine a ciel sereno, la notizia della morte di Robin Williams - e del suo suicidio - ha scosso la blogosfera cinefila e non solo: l'interprete di cult come L'attimo fuggente e pezzi di Storia della televisione come Mork&Mindy, infatti, era tra i più amati dal pubblico, appassionato oppure no di settima arte, e lascia un vuoto davvero enorme legato anche ai personaggi che hanno reso così importante la sua carriera, che ho sempre trovato fin troppo poco riconosciuta soprattutto dagli addetti ai lavori.
Quando la scelta di ricordarlo grazie ad uno degli ormai noti "Celebration days" ha avviato l'organizzazione dello stesso, avendo in passato recensito il già citato Dead poets society, il pensiero è andato subito ad Hook, pellicola certo minore di Steven Spielberg che, però, non solo il sottoscritto ha sempre amato molto, ma che in qualche modo rende l'idea di tutto ciò che il buon Robin ha simboleggiato - e continuerà a simboleggiare - per il pubblico: un uomo dalla grande ironia e dirompente fantasia, capace di far toccare le stelle con un dito ed al contempo segnato da una profonda malinconia, una traccia di tristezza che, come una lacrima indelebile, rimane tracciata sul viso come una cicatrice anche nel pieno di una risata.
Il confronto tra il suo Peter Banning pronto a lottare per i propri figli e per ritornare Pan ed Uncino è quello dell'innocenza dell'infanzia e la sua energia contro i dubbi e le ombre dell'età adulta, ma anche della fantasia opposta al realismo - come fu, in precedenza, anche per il cult firmato da Peter Weir -: la sequenza della cena alla tavola dei Bambini perduti, una delle chicche della pellicola nonchè tra le più belle che possa ricordare della mia infanzia di spettatore con il duello verbale ed immaginifico tra Peter e Rufio ben rappresenta un titolo che, forse, non brillerà a livello di qualità complessiva ma che, di fatto, ha segnato la crescita della generazione del sottoscritto, e che mi pareva giusto riprendere tra le mani nel giorno in cui tutti ricordiamo il suo indimenticabile protagonista.
Interessante anche che anche il mio acerrimo nemico Cannibal Kid abbia scelto quest'oggi di recensire Hook, quasi a sottolineare i nostri ruoli all'interno della blogosfera, forse più simili a quelli di Peter e Rufio che non a quelli dello stesso Pan ed Uncino: in fondo, la fantasia e la voglia di esprimere la propria identità e passione uniscono sotto la stessa bandiera - ovviamente dei Bambini perduti - anche personalità diverse come le nostre, ed in fondo lo stesso Robin Williams era in grado con le sue espressioni, la mimica e quegli occhi quasi spiritati di dare voce a questa particolare energia.
Per questo, probabilmente, ci mancherà così tanto, e finiremo a rivedere le pellicole che l'hanno visto protagonista con la stessa gioia venata dalla malinconia che esprimeva con tanta forza.
Mi rendo conto di non stare scrivendo, di fatto, propriamente del film - ma potrebbe essere un bene, considerato che a sequenze splendide come quella già citata della cena con sfida di parole e alla parte
iniziale da favola dark vengono contrapposti passaggi forse eccessivamente zuccherosi, ed una Trilli interpretata da Julia Roberts che non è mai riuscita a convincermi -, ma poco importa: il Peter Pan ritrovato di Robin Williams è genio e sregolatezza, improvvisazione e goduriosa sovversività, dunque trasformare una "fredda" recensione in un omaggio sentimentale mi pare assolutamente un bene.
Per i ricordi che ho di questo film e della mia infanzia.
Per la fantasia e i Bambini perduti.
Per Rufio, Peter e anche per Uncino.
E, ovviamente, per Robin Williams.
Bangarang.
Vola in alto, Capitano.
Seconda stella a destra, e poi dritto fino al mattino.



MrFord



"Sono o non sono il Capitan Uncino?
E allora quando vi chiamo
lasciate tutto e correte
e fate presto perché
chi arriva tardi lo sbrano."
Edoardo Bennato - "Il rock di Capitan Uncino" - 






Salgono sui banchi per Robin Williams anche:

Bollalmanacco - Al di là dei sogni
Montecristo - Il mondo secondo Garp
Pensieri Cannibali - Hook
Scrivenny - La leggenda del re pescatore
Non c'è paragone - Good Morning Vietnam
Combinazione casuale - Jumanji
Director's Cult - Toys
Recensioni Ribelli - L'attimo fuggente
Solaris - L'uomo bicentenario
La fabbrica dei sogni - One Hour Photo
Viaggiando (Meno) - The Angriest Man in Brooklin
In Central Perk - Will Hunting - Genio ribelle

lunedì 7 luglio 2014

Still life

Regia: Uberto Pasolini
Origine: Italia, UK
Anno:
2013
Durata: 88'





La trama (con parole mie): John May è un impiegato del Comune di Londra che da ventidue anni si occupa di dare un nome, un volto ed una storia alle persone morte sole, fornendo loro esequie ed una sepoltura come se si trattasse di suoi congiunti.
E' un solitario, estremamente meticoloso, legato profondamente alle vite di cui si occupa: quando viene chiamato per intervenire sul caso di William "Bill" Stokes, morto da settimane e segnalato soltanto a causa dell'odore avvertito dai vicini di casa del defunto, John si mette alla ricerca di parenti ed amici parte della vita dell'uomo e disposti a presenziare al suo funerale.
Quando viene licenziato a causa di una riduzione del personale, John porta avanti privatamente quello che è stato il suo ultimo incarico ufficiale: la scoperta del passato e della vita di Bill cambieranno di fatto la sua esistenza.








Ho sempre trovato profondamente riduttivo il termine "natura morta", nella sua resa italiana.
Still life, così come è proposto nei paesi anglofoni, suona decisamente meglio.
Personalmente, mi da l'idea di qualcosa di attaccato alla vita, come se un'affezione come quella che io stesso provo per il viaggio che ognuno di noi percorre da queste parti fosse così evidente da vincere perfino la morte, inevitabile conclusione che, purtroppo, prima o poi verrà a ricordarci che non possiamo pensare di rimanere in giro in eterno.
Quando penso alla morte, i due istanti che maggiormente hanno segnato la mia vita finora sono il momento in cui visitai mio nonno nell'obitorio dell'ospedale, il giorno prima del funerale, e la visione del monitor dell'ecografo che non mostrava il battito di quella che sarebbe stata Agnese, il ventotto maggio scorso.
Due esperienze diverse, passate sulla mia pelle ad età ed in fasi così distanti tra loro nel tempo e nella loro dimensione da risultare quasi estraneee l'una all'altra, eppure accomunate dalla sensazione terribile di assenza: solo in quella minuscola stanza con la persona che più di ogni altra aveva influenzato la mia crescita o accanto a quella che più ha contribuito al mio diventare adulto osservando speranzosi che potesse non essere vero quello che stavamo osservando, la sensazione provata è stata senza dubbio quella di qualcosa che non c'era, che non aveva più una sua presenza nel mondo.
Eppure capisco molto bene l'approccio di John May, protagonista cui presta perfettamente volto il caratterista Eddie Marsan in questo splendido Still life - evidentemente un titolo che porta più che bene, considerato l'omonimo film cinese di qualche anno fa, anch'esso memorabile -: le tracce lasciate dalle persone nel corso della loro vita definiscono la presenza delle stesse anche dopo la morte, divenendo, di fatto, la testimonianza effettiva di una sorta di aldilà vissuto proprio qui, invece che in qualche paradiso ad uso e consumo di una qualche divinità.
"L'immortalità sta nel ricordo di chi ci ha amati", si diceva dalle parti dell'Antica Grecia, ed in una certa misura penso che possa essere proprio così.
"Live together, die alone", venne recuperato in Lost, ed anche in questo caso non siamo troppo lontani dalla realtà.
In fondo, non esiste esperienza che possa toccare ognuno di noi, se non la morte: anche i più semplici gesti quotidiani, a volte, vengono negati dal Destino, dalla Natura o da mille altri fattori, ma nulla, dal momento in cui veniamo concepiti, può risparmiare il confronto con la nostra stessa fine.
John May lo sa bene, e da buon, meticoloso cercatore si dedica alla caccia di ogni segno lasciato da chi se ne va, soprattutto quando quello stesso qualcuno è morto così lontano da tutti da far sentire la propria mancanza soltanto al gatto - emblematico l'episodio della vecchia signora e delle lettere della "figlia" -: il suo viaggio alla scoperta di William Stoke, narrato con semplicità disarmante da Uberto Pasolini, nipote di Luchino Visconti e cervello in fuga dal Cinema italiano, tanto da scomodare paragoni con l'asciuttezza del Clint dei tempi migliori, o del Ken Loach più straziante, è una delle sorprese più incredibili del duemilaquattordici del Saloon, dalla forza emotiva dirompente almeno quanto quella di due dei titoli più in grado di toccarmi degli ultimi anni, Alabama Monroe e Departures.
Dove porta la strada di John? Dove finiscono le sue aspettative, la dedizione messa nella ricerca legata alla vita di uno sconosciuto divenuto, di fatto, un amico?
E dove stiamo andando, tutti noi?
La vita con tutti i suoi ricordi, i momenti migliori e peggiori, i sogni, dove finisce nel momento in cui la morte arriva a riscuotere il suo credito?
Non mi è dato sapere - e non mi sarà dato - cosa accadrà quando anch'io me ne sarò andato, o se qualcuno e chi si occuperà di quello che resterà di me una volta che lo spettacolo sarà finito.
Eppure l'impressione che ho è proprio quella del titolo di questo film, che l'interpretazione italiana ha reso così lugubre e macabra: still life.
Niente nature morte.
Ancora vita.
Quella che portiamo con noi, e quella che lasciamo al nostro passaggio.
Anche se quel giorno ho toccato il viso di mio nonno, e l'ho sentito come un freddo oggetto inanimato, l'amore che ho per il West e i suoi racconti della Seconda Guerra Mondiale vissuti sulla pelle li porto con me.
E anche se non avrò mai la possibilità di toccare il viso di Agnese, e dirle che andrà tutto bene, perchè ci sono io, so che posso farlo ogni giorno con Alessandro Leone, e così sarà, fino a quando la signora morte dovrà venire a strapparmi da qui con tutte le sue forze.
Perchè io sono ancora vivo.
E lo sarò anche quando avrò fatto sudare alla suddetta quanto più possibile per avermi.
Still life.
Ancora vivo.
Neanche fossi Bruce Willis nel remake di Kurosawa.
Grazie anche a film meravigliosi come questo.




MrFord




"My soul is painted like the wings of butterflies,
fairy tales of yesterday, will grow but never die,
I can fly, my friends!
the show must go on! Yeah!"
The Queen - "The show must go on" - 



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