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lunedì 22 maggio 2017

Scappa - Get Out (Jordan Peele, USA, 2017, 104')




Archiviati gli anni novanta e l'epoca d'oro di un certo tipo di thriller, riuscire nell'impresa di centrare il bersaglio con un film "dal fiato corto" - dello spettatore, ovviamente - è stato merce rara almeno quanto confezionare un horror che riuscisse davvero a spaventare.
In tempi recenti, di degni appartenenti a questa schiera ricordo soltanto l'Hush che fu sorpresa la scorsa estate e, pur considerandolo a tutti gli effetti un film dell'orrore, Eden Lake, e per il resto, principalmente robetta.
Il Get out di Jordan Peele, giunto dalle parti del Saloon in anticipo rispetto all'uscita italiana spinto da opinioni lusinghiere raccolte oltreoceano - dove ha avuto un successo clamoroso -, si poneva dunque di fronte ad una prova ardua, nonchè alla circospezione del sottoscritto: e devo ammettere con piacere il fatto che, pur non essendo perfetto, sia riuscito a superare la prova più che bene.
A prescindere, infatti, dall'assunto di base che qualcosa non vada e che sia palese il fatto stesso che non vada - ma, del resto, cose come Rosemary's Baby hanno insegnato che non è necessario mettere in dubbio l'evidenza per inquietare - Get out procede prendendosi il tempo necessario con piglio deciso - esempio lampante la sequenza bellissima con il protagonista intenzionato ad uscire in giardino per la sigaretta notturna - prima di esplodere in un'escalation finale che è riuscita in una certa misura a ricordarmi l'Haneke di Funny Games e che affronta in modo senza dubbio intelligente una delle tematiche più importanti degli States attuali, in bilico tra Trump e le ferite passate, ovvero la questione razziale.
Qualcosa, da una parte e dall'altra - così come nell'epilogo - viene concessa rispetto all'ottica della grande distribuzione -purtroppo-, ma il film funziona ed intrattiene a dovere, non pecca in logica e sfrutta la curiosità crescente dell'audience in modo da portare avanti un plot che, come già sottolineato, pare evidente fin dal principio e crea tensione principalmente grazie all'attesa del momento in cui la situazione esploderà divenendo a tutti gli effetti senza ritorno, senza per questo dimenticare alcune parentesi senza dubbio ironiche.
A dare supporto al tutto, un cast ben assortito ed in parte, un'atmosfera in bilico tra Eyes Wide Shut - anche citato - e Non aprite quella porta - privo della componente slasher - ed un naturale senso di straniamento e disagio nato per empatia con il main charachter, cataputato in un vero e proprio incubo ben lontano dall'idea di passare il weekend con i genitori della propria fidanzata - ed in questo senso, ho decisamente giocato con Julez al solo pensiero di quando la Fordina comincerà a portare a casa degli "accompagnatori" - e sentirsi a disagio nel confronto con gli stessi.
A prescindere, infatti, dalla parte scientifica dell'evoluzione della trama - comunque interessante, considerata l'esigenza e la presunzione di alcuni esponenti delle classi sociali "alte" di potersi permettere di vincere anche il Tempo e la Natura -, Get Out funziona come thriller e come survival, inchioda come si deve alla poltrona e tiene benissimo il campo - un campo difficile, come già sottolineato - dal primo all'ultimo minuto, senza sbruffoneggiare con ambizioni troppo alte ma allo stesso tempo mostrando tutta la solidità dei prodotti con le palle.
Di quelli che sopravvivono ai confronti ed ai pregiudizi.
Di quelli che gli appassionati cercano e bramano come l'aria.
Ed è bello, in questi casi, venire soddisfatti.
Anche se il prezzo è una visione a cuore non troppo leggero.




MrFord



sabato 5 novembre 2016

Shameless - Stagione 6





Se fossi un tipo tecnologico, di quelli sempre aggiornati sui trend e i social e cazzi vari, penso che qui al Saloon campeggerebbe perennemente l'hashtag "Io sono un Gallagher": fin dai tempi della prima stagione i membri di questa scombinata, caotica famiglia dei sobborghi di Chicago sono entrati nel cuore dei Ford tutti - anche il Fordino, ormai, vuole "vedere Frank" - e, come pochi altri protagonisti di serial televisivi, hanno saputo mantenere alta la qualità delle loro disavventure senza per questo perdere in fascino.
Ed anche questa volta, pur se con qualche peripezia in più ed una seconda metà della stagione decisamente superiore alla prima, non si sono smentiti.
Dal sempre detestabile, apparentemente invulnerabile ed assurdo capofamiglia Frank - che riesce a rendersi il meno sopportabile dei charachters ed un guru spirituale quasi paterno, pur se assolutamente distorto e cattivo - fino alla sempre più fragile Fiona - che stagione dopo stagione mostra il fianco ad una sorta di stanchezza di fondo legata al fatto di essere stata il fulcro della famiglia per anni -, passando per il rilancio per Ian - che, da gregario, aveva passato le ultime annate in ombra - e la caduta der il mio favorito Lip - che come genio della famiglia finisce per cominciare a patire le aspettative che, volontariamente o no, tutti, compreso se stesso, hanno rispetto al suo futuro -, dal tentativo di emancipazione di Debbie alla fantastica caratterizzazione di Carl, forse il vero e proprio mattatore di questa sesta annata dei Gallagher.
Certo, in fase di scrittura per la prima volta non tutto funziona al cento per cento - si veda il personaggio di Shawn e la sua fine -, eppure la carica emotiva e di pancia che hanno i Gallagher resta senza rivali per chiunque abbia o abbia avuto una famiglia numerosa e caotica, o anche soltanto caotica pronta a specchiarsi nei casini, nei tracolli e nell'incrollabile voglia di non mollare e continuare a rialzarsi dei nostri eroici esponenti della Chicago proletaria e povera.
Perchè il bello dei Gallagher - e di tutto quello che rappresentano - risiede proprio nel carattere, nel desiderio di riscatto, di lotta, di continuare a vivere da uomini e donne della strada e del popolo nonostante le bastonate che giorno dopo giorno sono - e siamo - destinati a prendere: il bello dei Gallagher è vedere Carl passare dal riformatorio e lo smercio di armi alla volontà di diventare un poliziotto, Ian combattere affinchè il suo bipolarismo non venga preso come una scusa per compatirlo o compatirsi, Lip dibattersi affinchè gli venga riconosciuta una fragilità di fondo che, per una persona intelligente come lui, pare non essere concepita.
E lo stesso Frank, nella sua "invincibilità", calza a pennello con questo spirito.
Dunque, come ogni anno, come ogni giorno, come ogni stagione ed episodio finisco a soffrire e farmi il culo con ognuno dei Gallagher, da quelli che sento più affini a quelli che, al contrario, prenderei a pugni in faccia: perchè in fondo con la Famiglia è sempre così, e anche quando c'è qualcuno che con te c'entra poco e niente, o proprio non digerisci, o vorresti prendere a calci nei denti, quando c'è bisogno, nella buona o nella cattiva sorte, finirai per trovarti sempre lì.
Al sangue non si può mentire.
Buono o cattivo che sia.




MrFord




 

domenica 29 maggio 2016

Money monster - L'altra faccia del denaro

Regia: Jodie Foster
Origine: USA
Anno:
2016
Durata:
95'






La trama (con parole mie): Lee Gates, spigliato e senza scrupoli presentatore di uno show televisivo dedicato alla finanza, di settimana in settimana intrattiene e suggerisce al suo pubblico il modo migliore per fare soldi.
Quando Kyle Budwell, che seguendo il consiglio di Gates ha investito i suoi risparmi in un potenziale affare perdendo tutto, in diretta televisiva prende in ostaggio programma ed anchorman giurando vendetta ad un sistema che l'ha privato di ogni cosa, le regole del gioco cambiano, e Gates si ritrova costretto a lottare per la propria sopravvivenza nella speranza che la producer Patty Fenn possa riuscire ad essere determinante come sempre dietro le quinte.
Ma quale verità si nasconde dietro Money monster ed il desiderio di vendetta di Budwell?










Per quanto non lo si voglia mai ammettere apertamente, o non regali la felicità, o la vita eterna, il denaro influenza gran parte della nostra società, costringendoci a fare i conti con i conti, le preoccupazioni, le aspettative, gli status symbol e la voglia di apparire: se non esistesse, o non ne fossimo in una certa misura dipendenti, potremmo essere liberi dai condizionamenti, dalle costrizioni del lavoro, da molte delle regole che, da secoli, sono alla base della civiltà, giuste o sbagliate che siano.
Jodie Foster, attrice dotatissima ma regista non particolarmente brillante, con il suo quarto lungometraggio realizza forse il suo lavoro più interessante, appoggiandosi proprio sull'analisi di questo nodo fondamentale facendo leva da un lato ai riferimenti alla crisi economica che ha attraversato il mondo negli ultimi anni e dall'altro sul ritmo e la leggerezza di un thriller d'azione, o una commedia nera, sfruttando un George Clooney cui pare sia stato chiesto espressamente di restare il più sopra le righe possibile in modo, con ogni probabilità, da rappresentare al meglio il lato predatorio di questo oceano che continuerà a portare il flusso di denaro lungo le stesse correnti mentre i pesci piccoli fanno la fame con gli scarti.
Il confronto tra il presentatore televisivo interpretato dal succitato Clooney ed il ragazzone arrabbiato Kyle Budwell, cui presta volto Jack O'Connell, promettente attore anglosassone già protagonista di prodotti ottimi come '71 e Starred Up, è di fatto quello che ognuno di noi - a meno che chi legge non sia dall'altra parte della barricata - vive sulla pelle ogni giorno, dalle notizie al telegiornale ai conti di fine mese, dagli standard imposti dalla società "social" - agghiaccianti le sequenze in strada con tanto di riprese fatte con gli smartphones ed i conseguenti video da milioni di visualizzazioni su Youtube - alle false speranze date non solo ai giovani, ma anche a tutti coloro i quali desiderano solamente fare tesoro dei propri risparmi e trasformarli in qualcosa che sia più di una promessa per il futuro.
In questo senso, le accuse di Kyle rivolte ai "veri criminali" pongono l'accento allo stesso modo di altri titoli - comunque più validi - come il recente La grande scommessa o in precedenza Margin Call, Wall Street o Americani sul conflitto sotterraneo che probabilmente sempre esisterà tra chi possiede ed amministra il denaro e chi lavora per ottenere una parte irrisoria dello stesso, finendo spesso fagocitato con i propri averi dalle creature dei burattinai di banche, società d'investimento e televisioni: una condizione, quella di Kyle, fuori dalla Legge e sbagliata ma paradossalmente comprensibile, con la quale si finisce per empatizzare nonostante l'innegabile carisma di Clooney e del suo Lee Gates, gigione e oltre misura.
Il film nel complesso, probabilmente, non resterà nella memoria a differenza di cult come quelli già citati, ma ha il pregio di scorrere rapido come un thriller, e di far riflettere lo spettatore da un nuovo punto di vista nonostante la problematica del rapporto tra società e denaro sia più vecchia del Cinema stesso.
E quando la polvere si è depositata, e l'unica domanda che resta è "Cosa dovremo inventarci lunedì prossimo?", l'inquietudine aumenta: quale prezzo la società e noi che ne costituiamo le fondamenta dovremo pagare affinchè il grande spettacolo possa proseguire?
E soprattutto, fino a quando saremo disposti a pagarlo?





MrFord





"Money, get away
get a good job with more pay and you're O.K.
money, it's a gas
grab that cash with both hands and make a stash
new car, caviar, four star daydream,
think I'll buy me a football team."
Pink Floyd - "Money" -







martedì 8 marzo 2016

Suffragette

Regia: Sarah Gavron
Origine: UK
Anno: 2015
Durata: 106'






La trama (con parole mie): siamo nel millenovecentododici in Inghilterra, e Maud Watts, madre di un figlio, donna da sempre attenta ad obbedire alle regole - anche scomode - ed abituata al lavoro in lavanderia fin dalla tenera età, viene a contatto casualmente con un'azione sovversiva organizzata dalle Suffragette, attiviste del movimento femminista pronte a lottare con tutte le forze affinchè il voto venga garantito alle donne ed una retribuzione equa possa essere una realtà a parità di sforzo e di lavoro.
Presa coscienza della condizione che lei stessa e molte nella sua situazione vivono ogni giorno in fabbrica o a casa, Maud decide di avvicinarsi alle sue colleghe che già militano nel movimento, dapprima come spettatrice, dunque come parte attiva alla causa: la nuova direzione politica presa dalla giovane costerà a quest'ultima la tranquillità in famiglia, il posto di lavoro e sacrifici inimmaginabili per una madre, ma tenendo fede al motto della fondatrice delle Suffragette, Emmeline Pankhurst, "mai arrendersi", la "nuova" Watts lotterà fino in fondo per i suoi diritti e quelli di milioni di donne come lei.










Chiunque mi conosca abbastanza bene, sa quanto le donne siano da sempre una delle debolezze principali del sottoscritto.
Ho sempre considerato l'altra metà del cielo decisamente più sveglia di quella dove sto io, più sfaccettata e complessa, più affascinante, senza dubbio più rompipalle ed in grado di gestire il rapporto tra ragione ed istinto meglio di quanto non si sia in grado di fare noi maschietti.
Un'altra cosa che ritengo sia sacra - e lo ritengo ancora di più da quando l'ho potuto vivere con i miei occhi ed i miei sensi dal giorno della nascita del Fordino - è il loro ruolo di madri: un ruolo che non ho mai considerato come "stai a casa e bada ai figli e se non mi stiri bene la camicia sono schiaffi che volano", quanto come un privilegio che a noi primati sarà sempre, purtroppo, negato.
Non mi è mai capitato, anche tornando indietro nel tempo, di pensare che le donne avessero qualcosa meno degli uomini, dai tempi dell'asilo - ricordo la guerra tra i maschi della classe rossa, quella del sottoscritto, e la gialla, dalla quale rimasi saggiamente fuori, unico tra gli aspiranti "gladiatori", e guadagnai una settimana di giardino circondato dalle fanciulle, in barba ai miei amici tutti confinati in castigo in classe - alle esperienze lavorative, dagli scontri ideologici a quelli verbali, dal conquistare all'essere conquistato.
Con questo non mi voglio certo ergere a paladino del mondo in rosa, che fin dall'alba dei tempi, pur messo sempre alle strette dai tentativi maschili, è riuscito non solo a tenere alta la testa, ma a cambiare la Storia e la società con le sue sole forze: una delle realtà più solide in grado di mostrare questo spirito indomito è senza dubbio quella delle Suffragette, che agli inizi del Novecento lottarono con tutti i mezzi in loro possesso in modo da spingere la società anglosassone verso decisioni epocali - e sacrosante - come il voto alle donne ed il riconoscimento dei loro diritti sui figli - emblematico il caso del bambino della protagonista di questo film, pur se solo accennato rispetto all'economia della trama principale -.
Il merito del lavoro di Sarah Gavron è proprio quello di testimoniare, attraverso fatti locali parte di un confronto e di un insieme più ampi, il coraggio e la passione che queste tostissime signorine mostrarono a tutti coloro i quali non le credevano non solo abbastanza stabili per poter votare, ma anche e soprattutto abbastanza per comparire da pari in società: Suffragette non sarà comunque un film destinato a fare la Storia della settima arte - per certi versi, resta molto convenzionale e dal taglio quasi televisivo -, ma a volte sono le piccole cose e gli avvenimenti casuali - si veda la sequenza più importante e ben riuscita della pellicola, l'incidente al Derby del giugno del millenovecentotredici, destinato a cambiare radicalmente gli equilibri in campo rispetto al voto alle donne - a dare inizio a qualcosa di molto più grande ed importante.
Dunque ben vengano lavori come questo, resi più forti dall'impegno e dalla partecipazione delle attrici - molto brava la Mulligan, e perfino meno fastidiose del solito la Bonham Carter e la Streep - e necessari come ogni pellicola ben costruita e legata ad una delle colonne portanti della società: i diritti civili.
E pensare alle Suffragette, alle mie colleghe, alle madri, a Julez - che, ai tempi, sarei sicuramente dovuto andare a recuperare in carcere più e più volte, e sarei stato fiero di farlo -, alle realtà che conosciamo anche quando la nostra predatoria ed istintiva natura di uomini non prende il sopravvento, alle signore ucraine responsabili delle pulizie del mio posto di lavoro che hanno promesso vodka per festeggiare oggi con noi e si stupiscono di ogni piccolo aiuto e gentilezza ricevuta qui quando la maggior parte dei loro stipendi finisce per mantenere mariti nullafacenti in patria, mi fa sperare che il percorso delle donne sia soltanto all'inizio.
E me lo fa sperare anche e soprattutto il fatto che il loro percorso è anche il nostro.
Perchè senza madri, senza mogli, o amiche, o amanti, non saremmo altro che un gruppo di scimmioni alla ricerca di un qualsiasi buco in un albero.
E non sarebbe una vita altrettanto bella.




MrFord




"Oh don't lean on me man
cause you can't afford the ticket
I'm back on Suffragette City
oh don't lean on me man
cause you ain't got time to check it
you know my Suffragette City
is outta sight... She's all right."
David Bowie - "Suffragette city" -






martedì 17 novembre 2015

Pride

Regia: Matthew Warchus
Origine: UK, Francia
Anno: 2014
Durata: 119'






La trama (con parole mie): siamo nella Londra della lotta per i diritti dell'era tatcheriana, e Joe, giovane aspirante fotografo chiuso dalla famiglia incontra Mark, attivista più che emancipato pronto a lottare con tutte le forze per esprimere se stesso e la sua libertà. Assieme a lui e ad un ristretto gruppo di compagni di manifestazione fonderanno un movimento che finirà per diventare uno degli sponsor più importanti della lotta del Sindacato dei minatori, legandosi ad una comunità gallese che sulla carta non ha nulla a che spartire con gay, lesbiche ed alternativi assortiti.
Al primo incontro tra i due gruppi, le differenze e gli ostacoli da superare parranno insormontabili, ma un passo dopo l'altro l'aggregazione e l'umanità finiranno per dare vita ad una delle realtà più intense ed efficaci di un'era senza dubbio difficile per tutto quello che riguardava i diritti civili.










Il mio primo contatto con il mondo gay - anche se suona davvero brutto, scritto in questo modo - risale all'estate del novantanove, quando iniziavo l'esperienza all'interno dello storico Virgin Megastore di Piazza Duomo, a Milano.
Fabio, che ancora oggi è uno dei miei più cari amici, allora non viveva qui sotto la Madunina, e dopo esserci incrociati per caso alle visite mediche, dopo il primo giorno di lavoro propose un brindisi a me e a Giorgia, che con noi aveva condiviso quel momento "storico": eravamo tre più o meno ventenni che ancora non sapevano che cosa avrebbero fatto della loro vita, e nel mio caso di un ragazzino che ancora ragionava con una mentalità da quartiere, pur non celando per nulla la volontà di cercare qualcosa oltre, che fossero i confini italiani o in generale della vita di tutti i giorni.
Rimasti soli, Fabio, di punto in bianco, se ne uscì dicendo: "Mi sembri uno che gira per locali, non è che per caso conosci qualche posto figo a Milano, non necessariamente per eterosessuali?", così a freddo che quasi pensai di aver sentito male.
Fino a quel momento, almeno che io sapessi, non avevo mai avuto un confronto così diretto con il concetto di gay, e rimasi più perplesso che altro, fino a quando tutto passò dall'imbarazzo alla condivisione ed allo scherzo: proprio negli anni di Virgin, ad un concerto degli Interpol, ricevetti anche la prima dichiarazione di un altro collega nel frattempo aggiuntosi alla brigata, ed imparai a conoscere da vicino una realtà che, ai tempi in cui andavo a scuola, era considerata distante anni luce dalla vita di tutti i giorni.
Fortunatamente, le epoche segnano il passo ed anche la società - pur se con molte difficoltà - finisce per cambiare ed evolversi: questi cambiamenti, costruiti nel molto piccolo dei rapporti tra persone - probabilmente, se avessi risposto a Fabio in maniera offensiva, le cose sarebbero state molto diverse e più povere, per me come per lui - e nel molto grande da tutti i coraggiosi che si sono battuti per essere quello che sono vengono portati sullo schermo con un cuore grandissimo da Matthew Warchus, che pur sfruttando un modello piuttosto furbo e convenzionale regala allo spettatore una pellicola genuina, sincera, toccante e divertente, interpretata da un gruppo di attori affiatato ed impreziosita da un contesto storico cui, nonostante sia dichiaratamente più "americano" che "british", sono molto legato, ovvero quello delle lotte di classe dell'epoca tatcheriana, forse una delle più buie vissute dai nostri amici anglosassoni.
Pride racconta, ispirandosi ad una storia vera, la formazione di un movimento che riuscì a costruire un legame tra i più improbabili che allora - ma anche oggi, in una certa misura - si potrebbero immaginare: quello tra un gruppo di giovani attivisti gay - e lesbiche - e di una piccola comunità di minatori gallesi che, con ogni probabilità, non avevano mai lasciato il loro paese in tutta la vita, abituati ad una routine di lavoro e sociale che non andava oltre il matrimonio e la birra: il bello è che da confronti come questo, e dal confronto con chi è diverso, per esperienze, inclinazioni e passioni, da noi, si finisce sempre per arricchire il bagaglio che ci portiamo dietro nella nostra vita di viaggiatori e soprattutto di uomini e donne liberi.




MrFord




"If I should fall from grace with god
where no doctor can relieve me
if I'm buried 'neath the sod
and still the angels won't receive me."
The Pogues - "If I should fall from grace with God" -





domenica 8 novembre 2015

Hostel

Regia: Eli Roth
Origine: USA, Germania, Slovacchia, Islanda, Repubblica Ceca
Anno: 2005
Durata: 94'





La trama (con parole mie): tre giovani studenti in viaggio attraverso l'Europa alla ricerca di divertimento e compagnia femminile incontrano ad Amsterdam un ragazzo sloveno che consiglia loro una località ed un ostello dove pare essere praticamente certo rimorchiare. Spinti dalla curiosità i tre compagni di viaggio - uno islandese e due americani - cambiano rotta per visitare il piccolo paese, ed effettivamente la prima impressione è quella garantita: ostello frequentatissimo ed affascinante, località caratteristica, ragazze da subito molto, molto disponibili.
Quando, però, passata la prima notte uno dei tre scompare lasciando comunicazione di aver lasciato l'ostello per tornare a casa, i suoi due amici si insospettiscono: per loro avrà così inizio una vera e propria discesa agli inferi ed una lotta serrata per la sopravvivenza.










Ai tempi dell'uscita di Hostel, titolo di genere che lanciò, di fatto, Eli Roth tra i nomi noti dell'horror e non solo, complici il periodo di radical visioni più intenso della mia vita di spettatore e la momentanea crisi rispetto al produttore e patrocinatore dell'opera Tarantino - ero fresco della delusione di Death proof - finii per snobbare clamorosamente il titolo nonostante il clamore suscitato dalla presunta e poco sopportabile violenza mostrata nelle parti più gore della pellicola.
A distanza di dieci anni, in attesa del recupero del più recente Green Inferno, ho approfittato per colmare la lacuna forte della mia ritrovata tamarraggine ed un'elasticità mentale che, ai tempi, non avevo, soprattutto in termini "artistici": il risultato, almeno rispetto alle aspettative della vigilia - che prevedevano il confronto con una merda assoluta -, è stato sorprendentemente positivo.
Certo, non sono qui a difendere Hostel come fosse una rivelazione o un titolo irrinunciabile, dato che si tratta di una trashatona sguaiata e senza ritegno, che sfrutta, fondamentalmente, lo spirito sopra le righe del suo regista e sceneggiatore, pulp almeno quanto quello del già citato Tarantino - anche se privo di tutto il talento di quest'ultimo -, per confezionare un prodottaccio in pieno stile b-movies anni settanta recitato da cani e realizzato con mezzi produttivi limitati, eppure devo ammettere di essermi tutto sommato divertito nel seguire le peripezie dei tre spesso detestabili protagonisti, finiti nel vortice di violenza di una località che pare inghiottire giovani turisti provenienti da tutto il mondo, pronti ad affrontare un'evoluzione che si sviluppa inizialmente quasi come un thriller per poi sconfinare nello slasher ed effettuare un ultimo passo per mutare in un gran casino gore con tanto di risvolti sociali legati, di fatto, alle possibilità dei ricchi - per l'occasione anche decisamente deviati - e dei poveri.
Trama, stile e fotografia non sono assolutamente all'altezza di una proposta da grande distribuzione - anche di genere -, il tutto è molto derivativo - in alcuni passaggi mi è quasi parso di avere davanti agli occhi il primo, indimenticabile, splendido Non aprite quella porta - ed il livello medio di recitazione davvero scarso, eppure l'idea che si tratti, di fatto, di un giocattolone confezionato da un regista che è ancora un ragazzo che si vuole divertire il più possibile con quello che gli piace e lo appassiona basta a convincere, se non altro, quella fetta di audience appassionata di massacri, sangue e situazioni al limite che solo l'horror - o un certo tipo dello stesso - può garantire.
Senza dubbio non basterà al pubblico non avvezzo, occasionale o dal palato troppo fine, che a ragione bollerà il risultato come l'ennesima porcata iperviolenta e volgare partorita dal Cinema d'orrore, eppure, complici anche le aspettative sottozero, trovo che Roth abbia dato un'impronta decisamente personale al suo lavoro, definendo l'amore per la settima arte e la sua necessità di raccontare la stessa attraverso la violenza senza controllo - o quasi - che lo splatter garantisce: in un certo senso, e con una qualità incredibilmente inferiore, potrebbe valere per Hostel lo stesso discorso fatto rispetto a Roth e Tarantino, pensando di paragonarlo ad un'altra indimenticabile opera d'esordio di un regista giovane destinato, ai tempi, a cambiare la Storia di queste produzioni: La casa.
Paragoni assurdi ed azzardati, di certo, ma che se presi per quello che sono, come questo film, potrebbero quasi sorprendere.




MrFord




"So I, I won't be the one
be the one to leave this
in pieces
and you
you will be alone
alone with all your secrets
and regrets."
Linkin Park - "In pieces" - 





lunedì 12 ottobre 2015

Straight Outta Compton

Regia: F. Gary Gray
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 147'






La trama (con parole mie): siamo a Compton, un sobborgo degradato di Los Angeles, nell'ottantasei quando la Storia del Rap cambia radicalmente. Da quelle strade sempre in bilico tra droga, polizia, scontri razziali e morti ammazzati dalle quali è difficile fuggire, un gruppo di giovani più o meno legati alla criminalità decide di sfruttare la musica per evitare di finire per essere solo statistiche di cronaca nera.
Mossi dalla mente organizzata e dagli stimoli di Andre "Dr. Dre" Young, Eazy-E, Ice Cube, DJ Yella e MC Ren fondano gli NWA, che diventano prima un fenomeno cult locale, e dunque, spinti dal manager Jerry Heller, una nuova sensazione musicale in tutti gli States, arrivando perfino a sfidare il potere costituito dalle forze dell'ordine, di fatto stabilendo gli standard per tutti quelli che, da quel momento, verranno considerati gangsta-rapper. 
Ma l'impero che gli NWA costruiscono a partire dall'amicizia finisce presto per crollare schiacciato dal denaro e dalla fiducia destinata a scemare, lanciando le carriere da solisti di Dre e Ice Cube e portando Eazy-E sempre più vicino a Heller.
La storia di un gruppo che ha fatto la Storia della Musica.








Ricordo bene la voracità musicale degli anni passati come commesso da Virgin, tempi in cui, come fu per il Cinema, cercai di costruire le basi più solide possibili per la mia cultura musicale, senza sapere che, soltanto qualche anno dopo, mi sarei divertito molto più con tamarri sguaiati e simili piuttosto che con pietre miliari e proposte autoriali: risale a quel periodo anche il mio amore per il rap, che passa dai Beastie Boys ai Public Enemy, senza dimenticare i Cypress Hill - forse il loro Black Sunday è il mio disco di genere preferito in assoluto -, Notorius e, ovviamente, gli NWA.
La compagnia di Eazy E, Dre e Ice Cube mi colpì dritta allo stomaco dal primo ascolto: tosti, duri, senza mezze misure, tamarri e prodotti di un ambiente difficile giunti al successo e, di fatto, bruciatisi - come gruppo - in un tempo davvero troppo breve.
Personalmente, attendevo con trepidazione la trasposizione cinematografica dedicata alla loro parabola dal ghetto ai grandi palcoscenici ed alla fama internazionale, nonostante fosse stato annunciato che la stessa sarebbe stata firmata dal mediocre F. Gary Gray, già dietro la macchina da presa del dal sottoscritto detestato Giustizia privata di qualche anno fa.
Il risultato è stato un solido film tosto e con due discrete palle, dalla colonna sonora favolosa - del resto, gli NWA spaccavano davvero il culo -, la ricostruzione anni ottanta/novanta ottima, un gruppo di attori selezionati con grande cura- O'Shea Jackson Jr, che interpreta Ice Cube, è impressionante per somiglianza con il cantante ed attore - ed una giusta importanza data alla figura di Dre, il vero e proprio cervello dietro la costruzione del fenomeno che furono i Niggaz With Attitude.
Certo, senza dubbio il risultato finale risulta forse un pò troppo patinato e nel rispetto delle regole della grande distribuzione - non credo sia un caso che dietro l'operazione ci sia il colosso Universal e che negli States abbia fatto il botto al botteghino, in barba alla pochezza culturale del Bel Paese, che l'ha fondamentalmente snobbato -, eppure finisce per risultare intenso ed interessante per tutti i suoi quasi centocinquanta minuti di durata, alternando riscatto sociale, grandissima musica ed una sensibilizzazione legata agli anni del tristemente famoso pestaggio subito da Rodney King, che ispirò cantautori - Ben Harper su tutti - e fu la scintilla per le rivolte razziali che seguirono il primo processo agli agenti colpevoli nell'ormai lontano novantadue.
Di fatto, comunque, l'aspetto più interessante ad essere mostrato è quello legato all'importanza ed alle insidie dei ruoli di manager e produttore all'interno del processo creativo ed economico del mondo delle sette note: le figure di Dre e Jerry Heller, in questo senso, sono indicative, e decisamente più efficaci delle fugaci apparizioni a sensazione di figure come Snoop Dogg o Tupac, entrambi "creature", almeno agli esordi, dello stesso Dre, ed ugualmente forse più noti del loro stesso mentore, come sarebbe accaduto qualche anno dopo con Eminem.
Un film, dunque, buono ma non grande come avrebbe potuto essere, da un certo punto di vista simile al gruppo del quale racconta la storia: in fondo, se non fossero implosi a seguito di problemi legati a soldi e rivalità, gli NWA avrebbero potuto aspirare ad un posto anche più importante di quello che hanno nel mondo musicale, ed ora sarebbero ricordati non solo dagli appassionati e dagli addetti ai lavori, ma anche da chi li vede solo come i precursori della figura del "gangsta" o dagli ascoltatori occasionali.
Ad ogni modo, se non conoscete la loro storia o il mondo del rap, la musica o le gesta degli NWA, questo film e soprattutto i dischi della straordinaria band californiana continueranno ad essere un'ottima scintilla per appiccare un incendio, ed anche tra un paio di secoli, quando tutto parrà morto e sepolto, brani come Fuck the police - notevole la sequenza dedicata all'arresto dei membri del gruppo a Detroit - o Straight Outta Compton continueranno a lasciare il segno, ed ispirare qualunque ragazzo con la rabbia veicolata in modo costruttivo così da tenere la testa sempre alta e la voglia di esprimere la propria libertà - ed identità - oltre ogni misura.




MrFord





"Niggaz start to mumble, they wanna rumble
mix em and cook em in a pot like gumbo
goin off on a motherfucker like that
with a gat that's pointed at yo ass."
NWA - "Straight Outta Compton" -





domenica 27 settembre 2015

Black Mirror - Stagioni 1 e 2

Produzione: Channel 4
Origine:
UK
Anno: 2011, 2013
Episodi:
3+3





La trama (con parole mie): dal futuro del lavoro e delle illusioni da grande - e grandissimo - schermo ai ricordi manipolati, dalla politica distorta alla solitudine ed al superamento del dolore, un'esplorazione del presente in divenire dell'Uomo e dei sentimenti passata attraverso la distopia. Quali confini nasconde il nostro animo? Fino a che punto siamo disposti a spingerci per rispondere ad un ricatto, assaporare il successo, tornare a toccare o sfiorare per la prima volta la persona amata? 
Spogliati del Tempo e dei contesti, uomini e donne assolutamente normali tentano di scoprire la loro risposta di fronte ad un banco di prova enorme: quello della vita.
Troveranno quello che cercano, o il loro ulteriore futuro sarà anche peggiore di quello che si prospetta per noi? Quale immagine si mostrerà a chi deciderà di specchiarsi nell'immagine dei lati più oscuri dell'anima?








Negli ultimi dieci anni l'universo delle serie televisive ha conosciuto, senza dubbio, il suo periodo migliore di sempre, dall'esplosione del fenomeno Lost al fiorire di proposte pronte a garantire una qualità degna del grande schermo e a "rubare" allo stesso molti protagonisti.
Ma non è stato soltanto il colosso statunitense a produrre titoli degni di nota, e da Misfits - almeno per quanto riguarda le prime due stagioni - a Broadchurch, il Regno Unito si è rivelato una garanzia di qualità pronta a stupire un pubblico magari più ristretto ma non per questo poco esigente: da tempo, qui nella blogosfera e non, sentivo parlare di Black Mirror, miniserie progettata per esplorare un futuro più o meno prossimo che aveva riscosso pareri a volte entusiastici con la sua analisi della distopia e dello sci-fi.
Rispetto a Dead set - creatura uscita dalla stessa penna - il passo avanti è sicuramente notevole, e l'esperimento è senza dubbio interessante, anche se, a conti fatti, ho trovato le due stagioni meno strepitose di quanto le aspettative non prevedessero, forse patendo una struttura ad episodi che non garantisce sempre lo stesso livello di soddisfazione ed un approccio clamorosamente freddo, che ha finito in alcuni casi per sconfinare quasi nella noia.
Non che questo significhi una bocciatura per il lavoro di Charlie Brooker, che risulta assolutamente valido ed in grado di analizzare la nostra società attraverso la lente dei singoli racconti, ambientati in un mondo ipotetico e futuro ma clamorosamente vicini alla realtà che viviamo quotidianamente: una sorta di cocktail discretamente alcolico di Her e Se mi lasci ti cancello, senza dimenticare una spruzzata di incubo sociale in pieno stile Minority report.
In questo senso, dei tre episodi della prima stagione ho finito per preferire il secondo, Fifteen million merits, ambientato in una società orwelliana dominata da un reality show che ben fotografa la febbre da notorietà e da sogni venduti a caro prezzo ai "comuni mortali" dai gestori del potere.
Gli altri due, il più che critico rispetto a politica e social networks The National Anthem e The entire history of you, interessanti soprattutto per le osservazioni sulla società, mi sono parsi invece solo discreti, incapaci di raggiungere il livello del già citato Fifteen million merits.
L'annata numero due, invece, ha rappresentato senza dubbio un salto in avanti sia per quanto riguarda l'approccio - meno distaccato e più coinvolgente per il pubblico - che per il valore complessivo delle storie narrate: nella prima assistiamo al confronto tra una giovane donna innamorata e rimasta incinta ed il simulacro artificiale comandato da un computer del suo compagno, morto improvvisamente in un incidente stradale, forse il più lirico ed intenso tra tutti gli episodi; con White bear si cambia registro aumentando in un certo senso la potenza, mentre con il conclusivo The Waldo Moment forse finiamo per trovarci di fronte al punto più alto della serie: una riflessione spietata e decisamente inquietante sui poteri della politica e della comunicazione, ormai dominanti nel nostro mondo e divenuti superiori a quelli più naturali che regolano i bisogni istintivi della vita stessa.
La vicenda di Jamie, comico assunto per impersonare l'irriverente pupazzo Waldo finito per divenire prigioniero prima dello stesso e dunque del Sistema risulta assolutamente esemplare della condizione in cui noi stessi viviamo, spesso e volentieri e non sempre consapevoli pupazzi nelle mani di un mondo - e di un'organizzazione - più grande di noi pronto a vendere prodotti il più possibile applicabili alla società ormai globalizzata.
In un certo senso, finiamo per essere tutti Waldo.
E per votare pupazzi che ricordano da vicino l'immagine distorta di un black mirror da incubo.




MrFord




"Shot by a security camera
you can't watch your own image
and also look yourself in the eye
black mirror, black mirror, black mirror."
The Arcade Fire - "Black mirror" - 




venerdì 13 febbraio 2015

Il ricco, il povero e il maggiordomo

Regia: Aldo, Giovanni, Giacomo e Morgan Bertacca
Origine: Italia
Anno: 2014
Durata: 102'





La trama (con parole mie): Giacomo è un imprenditore milanese appassionato di prime edizioni rare spocchioso ed abituato a rischiare per vincere, da sempre supportato dal fido maggiordomo Giovanni. Un giorno, la loro strada incrocia letteralmente quella di Aldo, squattrinato ambulante terrorizzato dalle donne le cui uniche certezze sono la madre e la squadra di calcio di un oratorio che allena con passione: quando gli investimenti di borsa di Giacomo si riveleranno un disastro e Giovanni si ritroverà coinvolto nella vicenda, i due saranno costretti loro malgrado a rivolgersi proprio ad Aldo, che potrebbe diventare il cardine di un'improbabile rivincita.
Ma è davvero il ritorno al successo e alla ricchezza quello di cui Giacomo ha bisogno?
E Giovanni troverà il coraggio di fare un passo oltre e decidersi a sposare Dolores?








Quando penso ad Aldo, Giovanni e Giacomo, ho due immagini ben impresse nella memoria, che hanno caratterizzato due momenti molto diversi ed ugualmente felici della mia vita: la prima è legata a I corti, primo spettacolo teatrale del trio dopo il clamoroso successo avuto con Mai dire gol, visto insieme a mio padre; la seconda all'ennesimo passaggio nell'allora Saloon ancora lontano dalla realtà del blog all'inizio dell'estate del duemilasette, nelle prime settimane della storia con Julez, quando ancora non sapevamo quale incredibile avventura ci avrebbe atteso eppure, in qualche modo, capimmo che in quel momento eravamo sul punto di compiere un passo oltre.
Ed è così che mi piace ricordare questo trio di comici ai quali continuo, nonostante tutto, a voler bene: di fatto, erano e restano tra i pochi volti composti e non volgari della comicità all'italiana, nonostante, probabilmente fagocitati dal meccanismo della grande distribuzione e degli incassi, si siano ormai da anni persi per strada, sia rispetto all'ispirazione che alla capacità di emozionare o far ridere.
Certo, quest'ultimo Il ricco, il povero e il maggiordomo tenta di recuperare le atmosfere dei primi lavori della premiata ditta, ed in un paio di momenti riesce perfino - grazie principalmente all'ottima Giuliana Lojodice - a ricordare il passato, siamo fortunatamente lontani anni luce da cose aberranti come Il cosmo sul comò, eppure la dimensione all'interno della quale si resta è quella, purtroppo, della copia sbiadita dei tempi - e degli showmen - che furono.
Senza dubbio è sempre piacevole ritrovarsi in cornici, locations e strade che ben si conoscono - per una casualità, nella mia "trasferta" lavorativa dei tre mesi di quest'estate, ho incrociato le riprese di questo film, in parte realizzate in un appartamento nel cortile dietro al mio momentaneo luogo di "prigionia" quotidiano -, e ritrovare Aldo, Giovanni e Giacomo pronti a rappresentare, di fatto, sempre gli stessi personaggi fa l'effetto del rivedere amici di vecchia data, ma è davvero troppo poco al cospetto di un prodotto diretto e recitato a livello amatoriale, molto spesso ben lontano dall'essere divertente, poco plausibile e decisamente privo del mordente necessario a catturare davvero l'audience.
Mi rendo conto, comunque, di riservare un trattamento di favore al trio principalmente per questioni affettive e di ricordi, e che se si fosse trattato di uno Zalone qualsiasi probabilmente le bottigliate sarebbero piovute a cascata su un titolo che fotografa bene lo stato di salute del Cinema italiano anche popolare, che pare essersi dimenticato degli anni di Amici miei o Fantozzi, ma anche, senza scomodare paragoni così illustri, di Bud Spencer e Terence Hill.
Dal canto mio, continuo imperterrito a sperare che un giorno l'ormai bollito terzetto possa tornare a sorprendermi e a rinverdire i fasti dei suoi esordi sul grande schermo, e chissà che, in questo senso, non possa essere utile il suggerimento di inventarsi - o improvvisarsi, andrebbe bene comunque - attori drammatici: in fondo, esplorare terreni nuovi può significare scoprire nuovi lati di noi stessi.
Un ultimo appunto, parlando di terreni nuovi: spero che, in futuro, Aldo, Giovanni e Giacomo - e non solo loro - possano evitare di affossare definitivamente i loro prodotti piazzando in chiusura di pellicola schifezze abominevoli come il pezzo di Emis Killa e Antonella Lo Coco.
Se non siete in grado di produrre film di qualità, fateci almeno il favore di non renderli davvero indigesti.



MrFord



"Se mi lasci non vale (se mi lasci non vale) 
se mi lasci non vale (se mi lasci non vale) 
non ti sembra un po' caro 
il prezzo che adesso io sto per pagare 
(se mi lasci non vale) se mi lasci non vale 
(se mi lasci non vale) se mi lasci non vale 
dentro quella valigia tutto il nostro passato 
non ci può stare."
Julio Iglesias - "Se mi lasci non vale" -





giovedì 15 gennaio 2015

Silkwood

Regia: Mike Nichols
Origine: USA
Anno:
1983
Durata:
131'





La trama (con parole mie): Karen Silkwood, donna dal passato non proprio facile privata dei figli dall'ex marito ed operaia in un impianto legato al trattamento dell'uranio ed altri materiali dannosi nel pieno degli anni settanta, vive la sua quotidianità accanto al compagno Drew e all'amica Dolly.
Quando scopre di essere stata contaminata dalle radiazioni, finisce per consacrarsi alla causa sindacale in modo da lottare affinchè il suo lavoro e quello dei colleghi possa essere tutelato da una proprietà che pare non interessarsi affatto alla cosa: la battaglia che la donna ingaggerà sarà l'inizio di un percorso di sensibilizzazione dell'opinione pubblica e, soprattutto, personale, senza contare che la sua vita - così come la misteriosa morte, avvenuta a causa di un incidente mai completamente documentato - diverrà un simbolo per tutti i lavoratori, siano essi di quel settore, oppure no.







Questo post partecipa a pugni chiusi al Mike Nichols Day.




Non sono mai stato un grande fan di Mike Nichols, lo devo ammettere, così come - e sarebbe strano il contrario - della sua filmografia non sono esperto quanto potrei definirmi se si parlasse di quella di Clint Eastwood: certo, Il laureato è un cult imprescindibile, Angels in America un ottimo prodotto per la televisione, eppure qualcosa ha sempre finito per non convincermi, un pò come il più che sopravvalutato Closer, uno dei titoli più inutili che gli Anni Zero ci abbiano lasciato in eredità.
L'occasione di un evento organizzato da noi blogger cinefili interamente dedicato a lui ha fatto in modo che, mi piaccia o no, qui al Saloon si sfruttasse l'occasione per riscoprire il lavoro del cineasta recentemente scomparso: il risultato è stato, considerate le aspettative della vigilia, un successo.
Silkwood, impegnato biopic figlio dei primi anni ottanta - che, probabilmente, all'epoca avrebbe potuto essere considerato vintage - che ai tempi fece incetta di nominations ai principali premi dell'anno, inserito nel filone delle biografie d'autore ed altrettanto pop hollywoodiane, è stato senza dubbio una visione meritevole ed interessante, profonda ed in grado di esplorare il mondo del lavoro - e di un certo tipo di lavoro - sul grande schermo come pochi altri sono ancora oggi in grado di fare: senza dubbio non siamo dalle parti di affreschi abominevoli come quelli mostrati in Workingman's death, o di prodotti poco conosciuti quanto assolutamente imperdibili come Tuta blu, eppure il ritratto dell'indomita e sfortunata Karen Silkwood si inserisce perfettamente in un contesto che vede tra le sue voci più autorevoli Erin Brockovich o North County - La storia di Josey.
Se, di norma, l'altra metà del cielo fatica a trovare non solo spazio, ma trattamento equo nella realtà lavorativa attuale - ammesso che di realtà lavorativa si possa parlare - ricoprire un ruolo scomodo come quello di questa protagonista nel pieno degli anni settanta non doveva certo essere una passeggiata, in bilico tra le minacce più o meno velate dei datori di lavoro e l'atteggiamento ostile dei colleghi pronti a sacrificare perfino la loro stessa incolumità pur di mantenere posto e stipendio - cosa, peraltro, almeno in una certa misura comprensibile, nonostante completamente avulsa dalle credenze e dagli atteggiamenti fordiani in genere -: Nichols, in questo senso, fu assolutamente in grado di gestire come un direttore d'orchestra d'eccezione tutti gli elementi più a rischio conferendo al film un equilibrio non comune, sfruttando lo script firmato anche da Nora Ephron ed un terzetto di main charachters d'eccezione ed in ottima forma - Meryl Streep, Kurt Russell e Cher, che proprio grazie a Silkwood si portò a casa un Globe come migliore attrice non protagonista.
Considerati i tempi, ed il periodo - il reaganesimo impazzava, all'epoca - occorre dare atto a Nichols di aver avuto un polso non comune nel portare sullo schermo una protagonista di questo calibro, in un certo senso madre di tutte le lottatrici venute dopo di lei, delle - e degli, perchè no - outsiders in cerca, più che di riscatto, del riscontro della dignità che il lavoro necessita, e del rispetto della stessa.
Forse, e da più angolazioni, in un momento d'incertezza come quello che stiamo vivendo, un prodotto come Silkwood potrebbe essere proiettato quasi fosse in testa ad una selezione dedicata alla funzione del lavoro ed ai suoi protagonisti - i lavoratori stessi -, un omaggio a tutti i working class heroes ma anche e soprattutto uno stimolo che possa permettere, agli operai ed ai dipendenti del futuro, di avere ogni strumento possibile per contrastare chiunque possa pensare di mettersi al di sopra delle parti come fosse una divinità, un signore feudale o un capofamiglia troppo autoritario.



MrFord



Partecipano alle celebrazioni del "laureato" Nichols anche:
Onironauta Idiosincratico - The graduate
Non c'è paragone - The graduate
Babol - Chi ha paura di virginia wolf?
Denny B - Closer
Recensioni Ribelli - Closer
Marco Goi - La Guerra di Charlie Wilson
La fabbrica dei sogni - Una donna in carriera
Director's Cult - Wit, la forza della mente 
Montecristo - Angels in America
Mari's Red Room - Wolf la belva è fuori


"Amazing grace, how sweet the sound
that saved me from the war
I once was lost but now I'm found I
blind but now I see."

Lee Ann Rimes - "Amazing grace" - 





sabato 15 novembre 2014

13 sins

Regia: Daniel Stamm
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 88'





La trama (con parole mie): Elliot, onesto venditore di assicurazioni in procinto di diventare marito di Shelby nonchè padre, si trova in difficoltà economiche nell'odierna New Orleans. Oppresso dai debiti legati all'organizzazione del matrimonio e rimasto senza lavoro, responsabile del padre e del fratello affetto da disturbi psichici, il ragazzo riceverà una telefonata che proporrà una soluzione ai suoi problemi: dovrà affrontare tredici prove che gli permetteranno, passo dopo passo, di mettere le mani su una riserva di denaro sempre maggiore fino a divenire un vero e proprio milionario.
Elliot accetta e si lascia trasportare dalla proposta della misteriosa organizzazione che pare celarsi dietro il contatto telefonico, attiva almeno dagli inizi del novecento: le richieste a lui indirizzate, però, diverranno sempre più difficili e rischiose da portare a termine, e quando la Famiglia verrà coinvolta, per il giovane uomo la lotta si farà decisamente più dura.








E' interessante come e quanto la crisi economica del mondo occidentale tutto abbia finito per incidere sul Cinema non solo per quanto riguarda incassi e produzioni, ma anche rispetto alle idee e all'ispirazione giunta dalle stesse: non troppo tempo fa mi capitò di parlare decisamente bene di Cheap thrills, grottesco thriller dalle memorie scorsesiane che aveva al centro le scelte di vita - e di morte - di una coppia di amici alle prese con tutti i problemi che la quotidianità attuale impone di affrontare di fronte ad una particolare visione delle cose orchestrata da due milionari senza ritegno, ed oggi mi ritrovo ad affrontare un discorso assolutamente simile per questo 13 sins.
Giocato a partire dagli stessi riferimenti - un protagonista outsider sociale dal talento tutto sommato inespresso messo all'angolo dalle vicissitudini monetarie e sentimentali che la vita ci pone spesso e volentieri di fronte - pur se sviluppato attraverso vie decisamente più seriose e meno plausibili - l'escalation legata alla misteriosa setta di responsabili del gioco, i cambiamenti repentini ed immediati del main charachter, l'escalation d'azione finale -, 13 sins rappresenta una variante comunque interessante e piacevole per passare una serata ad alta tensione riflettendo su un tema pronto a portare a galla tutte le difficoltà che fin troppo spesso si finiscono per affrontare al giorno d'oggi quando in ballo si trovano lavoro e denaro.
Come per il già citato Cheap thrills, anche in questo caso il punto di rottura passa attraverso il licenziamento e, di fatto, la perdita di un lavoro che conduce inevitabilmente il protagonista a livelli decisamente più bassi nella scala sociale - almeno per come è percepita dall'alto -, pronto a divenire una delle principali spinte affinchè il riscatto possa passare attraverso il superamento di limiti e confini, dettato in questo caso da un'oscura congrega di stampo massonico che pare non vedere l'ora di osservare il buon Elliot impazzire affinchè le imprese possano essere portate a termine.
La differenza tra le due pellicole viene dunque sottolineata dall'aspetto cospirazionista di questo lavoro firmato dal regista di The last exorcism, che non brilla per tecnica o meraviglie dei suoi interpreti - nonostante il sempre benvoluto e fordiano Ron Perlman - o plausibilità della trama e della sua evoluzione ma che riesce in ogni caso ad avvincere e catturare l'attenzione, portando per mano sfruttando anche un paio di twist davvero niente male il pubblico ad un finale che, almeno in parte, pare lasciare uno spiraglio anche per la parte povera - la maggior parte, oserei dire - dell'audience, inevitabilmente portato a parteggiare per Elliot e a pensare a come si sarebbe mosso nella sua stessa situazione.
Interessante, in questo senso, il confronto tra il protagonista e la sua promessa sposa - interpretata, tra l'altro, da Rutina Wesley, che riconosceranno tutti i fan di True blood - rispetto alla scelta compiuta di fronte alla possibilità di cambiare la propria esistenza attraverso un gioco basato principalmente sulla volontà di rischiare ed andare oltre non soltanto i limiti della Legge e della società, ma anche e soprattutto quelli che definiscono noi stessi come persone.
Manca, forse, la componente distaccata e quasi chirurgica degli organizzatori del gioco - più simili ad un gruppo di cattivi da fumettone nascosti nell'ombra -, ed i difetti non mancano, eppure il risultato è onesto ed in grado di reggere con buon piglio una serata da voglia disperata di brividi buoni, attraverso la fiction, per far dimenticare per un pò la durezza della realtà.
Considerato che il punto di partenza era quello di un diversivo senza impegno, direi che siamo stati più fortunati del previsto, ed usciamo sorprendentemente più ricchi dalla visione.
Alla faccia di chi ci vorrebbe braccia esecutrici di piani troppo alti.




MrFord




"Oh Sinnerman, where you gonna run to?
Sinnerman, where you gonna run to?
Where you gonna run to?
All on that day
well I run to the rock, please hide me
I run to the rock,please hide me
I run to the rock, please hide me, Lord
all on that day."
Nina Simone - "Sinnerman" - 





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