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lunedì 4 maggio 2015

Sons of anarchy - Stagione 6

Produzione: FX
Origine: USA
Anno: 2013
Episodi: 13





La trama (con parole mie): sono tempi duri, per Jax e i SamCro. Il Club, già provato per le vicissitudini che hanno seguito l'espulsione di Clay, cerca, per mano del suo Presidente di eliminare qualsiasi attività che riconduca i Sons all'illegalità a partire dal traffico di armi.
Peccato, però, che i contatti irlandesi dei motociclisti non siano così felici all'idea di cambiare distributori per i loro "prodotti", soprattutto se a raccogliere il testimone di Jax e soci dovessero essere i neri guidati da August, erede di Pope.
Come se questo non bastasse, l'ex sceriffo federale Toric, in cerca di vendetta, è pronto a fare qualsiasi cosa affinchè i SamCro vengano puniti, e pare trovare nel procuratore Patterson un'alleata preziosa, Tara ripensa al suo ruolo di madre e moglie di Jax meditando un piano per fuggire portando con lei i due bambini e l'alleanza con Nero, compagno di Gemma, mostra i primi segni di cedimento.
Riuscirà il giovane Teller a far fronte a tutto senza crollare?






I SamCro sono ormai da tempo parte della famiglia, qui al Saloon, eredi della grande tradizione che fu di The Shield e Oz nonchè uno dei titoli più amati da tutti i Ford - Fordino compreso, che considerata anche la somiglianza con quella di Justified, adora la sigla -.
Giunti alla loro penultima stagione, i motociclisti creati da Kurt Sutter erano chiamati all'ennesima prova del fuoco, considerato che, di fatto, il livello sempre ottimo di questo prodotto non ha mai subito cali o scossoni: prova, devo ammetterlo, superata a pieni voti.
Jax e soci, alle spalle gli sconvolgimenti della quinta stagione ed alle prese con il tentativo del protagonista di riportare il club sui binari della legalità, trasportano il pubblico attraverso tredici puntate al cardiopalma, pronte a passare dalla sfida lanciata ai Sons dall'ex sceriffo Toric ed alle conseguenze di una sparatoria in una scuola al confronto con l'IRA, la mala cinese ed i latini che la loro distribuzione delle armi riusciva a mantenere in equilibrio: ma non è solo questo, a rendere, per certi versi, questa sesta la miglior stagione di SOA: di fatto, gli ultimi tre episodi, con l'addio drammatico di due personaggi che, nel bene o nel male, hanno rappresentato la storia di questa serie, settano un nuovo standard rispetto alle produzioni crime di piccolo e grande schermo, e, soprattutto con il season finale, inchiodano l'audience alla poltrona a bocca aperta, alimentando - e non di poco - le già altissime aspettative per l'ultima annata dedicata a questo insolito gruppo di criminali di fatto più simili ad antieroi.
Il cast è come sempre in grande spolvero, e dopo tutti questi anni si finisce per essere legati a tutti i membri dei SamCro, caratterizzati alla grande e spalleggiati da comprimari d'eccezione, dallo sceriffo Eli al già citato Toric, passando per la procuratrice e Nero Padilla, entrato in sordina nella serie e divenuto una delle sue colonne - uno dei leit motiv dell'ultima stagione potrebbe essere proprio l'evoluzione non proprio positiva del suo rapporto con Jax -: ma elencare i pregi di Sons of anarchy appare superfluo rispetto ad una proposta che andrebbe vissuta a mille, con l'acceleratore al massimo dalla prima all'ultima puntata, e che tocca tematiche care a noi tutti - a prescindere dal fatto che non sia cosa di tutti i giorni cercare di uscire da un traffico d'armi internazionale - come la Famiglia, l'amicizia, l'amore, il tradimento, la fratellanza.
Per conoscere il sapore, dolce o amaro, di queste emozioni, non occorre avere sospesi con la legge o rischiare la vita, basta assaporare la vita stessa con il cuore, la pancia, la passione, l'istintività che porta quelli come i SamCro a vivere "walking the line", pur consapevoli del fatto che, prima o poi, come amaramente ricorda Nero a Jax, tutto il "bad karma" accumulato finisce per tornare a chiedere il conto.
E quello che viene presentato al Presidente dei Sons in chiusura di stagione è uno dei peggiori con i quali un uomo si trova a dover fare i conti, e che si somma alla perdita del migliore amico Opie, uno degli eventi più sconvolgenti della stagione precedente.
Quello che accadrà a Jax ed ai Sons, per quanto possa essere difficile da dirsi, non potrà che continuare ad essere peggiore: da Romanzo criminale a Edward Bunker, sappiamo bene cosa accade, nel momento in cui si attraversa un confine: non si torna più indietro.




MrFord




"We are strong
no one can tell us we're wrong
searching our hearts for so long
both of us knowing
love is a battlefield."
Pat Benatar - "Love is a battlefield" - 




sabato 15 novembre 2014

13 sins

Regia: Daniel Stamm
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 88'





La trama (con parole mie): Elliot, onesto venditore di assicurazioni in procinto di diventare marito di Shelby nonchè padre, si trova in difficoltà economiche nell'odierna New Orleans. Oppresso dai debiti legati all'organizzazione del matrimonio e rimasto senza lavoro, responsabile del padre e del fratello affetto da disturbi psichici, il ragazzo riceverà una telefonata che proporrà una soluzione ai suoi problemi: dovrà affrontare tredici prove che gli permetteranno, passo dopo passo, di mettere le mani su una riserva di denaro sempre maggiore fino a divenire un vero e proprio milionario.
Elliot accetta e si lascia trasportare dalla proposta della misteriosa organizzazione che pare celarsi dietro il contatto telefonico, attiva almeno dagli inizi del novecento: le richieste a lui indirizzate, però, diverranno sempre più difficili e rischiose da portare a termine, e quando la Famiglia verrà coinvolta, per il giovane uomo la lotta si farà decisamente più dura.








E' interessante come e quanto la crisi economica del mondo occidentale tutto abbia finito per incidere sul Cinema non solo per quanto riguarda incassi e produzioni, ma anche rispetto alle idee e all'ispirazione giunta dalle stesse: non troppo tempo fa mi capitò di parlare decisamente bene di Cheap thrills, grottesco thriller dalle memorie scorsesiane che aveva al centro le scelte di vita - e di morte - di una coppia di amici alle prese con tutti i problemi che la quotidianità attuale impone di affrontare di fronte ad una particolare visione delle cose orchestrata da due milionari senza ritegno, ed oggi mi ritrovo ad affrontare un discorso assolutamente simile per questo 13 sins.
Giocato a partire dagli stessi riferimenti - un protagonista outsider sociale dal talento tutto sommato inespresso messo all'angolo dalle vicissitudini monetarie e sentimentali che la vita ci pone spesso e volentieri di fronte - pur se sviluppato attraverso vie decisamente più seriose e meno plausibili - l'escalation legata alla misteriosa setta di responsabili del gioco, i cambiamenti repentini ed immediati del main charachter, l'escalation d'azione finale -, 13 sins rappresenta una variante comunque interessante e piacevole per passare una serata ad alta tensione riflettendo su un tema pronto a portare a galla tutte le difficoltà che fin troppo spesso si finiscono per affrontare al giorno d'oggi quando in ballo si trovano lavoro e denaro.
Come per il già citato Cheap thrills, anche in questo caso il punto di rottura passa attraverso il licenziamento e, di fatto, la perdita di un lavoro che conduce inevitabilmente il protagonista a livelli decisamente più bassi nella scala sociale - almeno per come è percepita dall'alto -, pronto a divenire una delle principali spinte affinchè il riscatto possa passare attraverso il superamento di limiti e confini, dettato in questo caso da un'oscura congrega di stampo massonico che pare non vedere l'ora di osservare il buon Elliot impazzire affinchè le imprese possano essere portate a termine.
La differenza tra le due pellicole viene dunque sottolineata dall'aspetto cospirazionista di questo lavoro firmato dal regista di The last exorcism, che non brilla per tecnica o meraviglie dei suoi interpreti - nonostante il sempre benvoluto e fordiano Ron Perlman - o plausibilità della trama e della sua evoluzione ma che riesce in ogni caso ad avvincere e catturare l'attenzione, portando per mano sfruttando anche un paio di twist davvero niente male il pubblico ad un finale che, almeno in parte, pare lasciare uno spiraglio anche per la parte povera - la maggior parte, oserei dire - dell'audience, inevitabilmente portato a parteggiare per Elliot e a pensare a come si sarebbe mosso nella sua stessa situazione.
Interessante, in questo senso, il confronto tra il protagonista e la sua promessa sposa - interpretata, tra l'altro, da Rutina Wesley, che riconosceranno tutti i fan di True blood - rispetto alla scelta compiuta di fronte alla possibilità di cambiare la propria esistenza attraverso un gioco basato principalmente sulla volontà di rischiare ed andare oltre non soltanto i limiti della Legge e della società, ma anche e soprattutto quelli che definiscono noi stessi come persone.
Manca, forse, la componente distaccata e quasi chirurgica degli organizzatori del gioco - più simili ad un gruppo di cattivi da fumettone nascosti nell'ombra -, ed i difetti non mancano, eppure il risultato è onesto ed in grado di reggere con buon piglio una serata da voglia disperata di brividi buoni, attraverso la fiction, per far dimenticare per un pò la durezza della realtà.
Considerato che il punto di partenza era quello di un diversivo senza impegno, direi che siamo stati più fortunati del previsto, ed usciamo sorprendentemente più ricchi dalla visione.
Alla faccia di chi ci vorrebbe braccia esecutrici di piani troppo alti.




MrFord




"Oh Sinnerman, where you gonna run to?
Sinnerman, where you gonna run to?
Where you gonna run to?
All on that day
well I run to the rock, please hide me
I run to the rock,please hide me
I run to the rock, please hide me, Lord
all on that day."
Nina Simone - "Sinnerman" - 





domenica 12 ottobre 2014

Il nome della rosa

Regia: Jean Jacques Annaud
Origine: Italia, Germania, Francia
Anno:
1986
Durata:
130'





La trama (con parole mie): siamo nel 1327 quando Guglielmo da Baskerville, un monaco dall'enorme cultura e dalla grande curiosità non sempre in linea con le idee della Chiesa, giunge con il suo allievo Adso in un grande monastero italiano in procinto di ospitare un importante incontro che vedrà coinvolti non solo i più in vista tra gli ordini di frati, ma anche i messi vaticani.
Quando una serie di misteriose morti sconvolgerà gli occupanti della struttura e metterà in allarme addirittura l'Inquisizione, Guglielmo dovrà dare fondo a tutte le sue capacità investigative per portare alla luce una complessa macchinazione volta a far rimanere bui i cosiddetti secoli ordita da chi non ha alcun interesse nella divulgazione della cultura.
Riuscirà il decisamente razionale monaco a mettere in scacco i responsabili e portare in salvo i tesori culturali che il monastero nasconde? E quanto quest'esperienza segnerà il giovane Adso?







I miei ricordi de Il nome della rosa sono legati ad una delle letture più forzate e noiose del periodo del liceo, quando, del resto, ogni romanzo imposto dalle scadenze scolastiche finiva per risultare più un supplizio che non un piacere: paradossalmente, quando vidi per la prima volta il film di Annaud - nonchè, forse, il suo lavoro migliore -, rimasi colpito dall'atmosfera che il regista francese, pur limando soprattutto gli aspetti filosofici ed intellettuali dell'opera letteraria, era riuscito a trasportare sullo schermo in una grande produzione che, nonostante i volti noti, riusciva a mantenere intatta l'aura del Cinema d'essai, trovando un insolito equilibrio tra approccio "alto" ed una serie di nomi di richiamo - Sean Connery, sempre grande, e Murray Abraham, su tutti - clamorosamente in parte dal primo all'ultimo.
Incrociando per l'ennesima volta il cammino con questo evergreen del grande e dunque piccolo schermo - potrei aver superato tranquillamente la decina di visioni - quasi per caso non solo ho avuto la piacevole sensazione della rimpatriata con un vecchio amico, ma mi sono ritrovato a tessere le lodi di passaggi che a distanza di quasi trent'anni ancora funzionano alla grande - la ricostruzione degli omicidi da parte di Guglielmo -, interpretazioni memorabili - Ron Perlman, splendido nel ruolo del poliglotta e storpio Salvatore - e piccole chicche che avevo scandalosamente rimosso ed ho ritrovato con enorme piacere, un pò come quando riascoltando un brano conosciuto a memoria finiamo per scovarne significati e sfumature nuove.
In particolare, i due passaggi in questione sono legati a quello che è, del resto, anche uno dei cardini dell'intero lavoro, sia che si tratti di pagina scritta - e di Umberto Eco - che di pellicola - e dunque del già citato Annaud -: il rapporto tra Fede e Ragione, tra umanità ed un'apparente divinità.
Il primo riguarda il confronto tra Guglielmo e Ubertino, con il secondo che, a seguito dell'insistenza del monaco investigatore a proposito dell'esistenza di un mitico libro di Aristotele legato alla Commedia afferma: "Perchè tanto interesse nel riso? Il riso scaccia la paura, e la Fede ha bisogno di paura".
Senza dubbio, rispetto ad un anticlericale nonchè profondamente lontano dalla religione come il sottoscritto, una sequenza di questo genere sfonda una porta aperta e finisce per rappresentare una critica a quanto la Chiesa ha rappresentato di male nei secoli da applausi, eppure sono convinto che anche chi, al contrario, nella Fede trova conforto o rifugio, riesca a capire quello che questa sorta di giallo medievale dai profondi risvolti filosofici e culturali intendeva - ed intende - portare alla luce.
Il secondo è legato alla conclusione, ed alla riflessione che Adso, in età matura - e da narratore esterno -, concederà a quella donna senza nome che ha finito per diventare il grande amore - pur se perduto - della sua vita: il nome della rosa, per l'appunto.
Pensando al personaggio del giovane novizio al seguito di Guglielmo tornano a galla le sensazioni dell'approccio a queste questioni di De Andrè, al suo Cristo dedito all'amore e più vicino ai peccatori, che non al Padre: l'amore per Dio - qualsiasi concetto questa parola incarni -, in effetti, può essere espresso attraverso quello per qualsiasi cosa, anche lontana anni luce da quello che, sulla carta o secondo la Chiesa di turno, è considerato avulso dallo stesso concetto.
Abbiamo bisogno di ridere, e ancor di più d'amore.
A prescindere dal fatto che questo sia legato al sesso, al sapere, al desiderio di esplorare il mondo e conoscerne il più possibile, nel pieno della luce o tra le ombre: e chi se ne priva, inevitabilmente, non soltanto finisce per detestare lo stesso amore, ma anche per lottare con ogni mezzo possibile affinchè anche il resto del mondo possa esserne privato.
Personalmente, citando Milton, "preferisco regnare all'Inferno che servire in Paradiso", se questo significa poter godere appieno di quell'amore.
Poter sentire il profumo di quella rosa. E conoscere il suo nome.




MrFord




"Loneliness will haunt you
will you sacrifice?
Do you take the oath
will you live your life
under the rose."
Kiss - "Under the rose" - 




venerdì 12 settembre 2014

Sons of anarchy - Stagione 5

Produzione: FX
Origine: USA
Anno:
2012
Episodi: 13





La trama (con parole mie): Jax Teller, riuscito finalmente nell'impresa di scalzare Clay dalla presidenza dei SamCro prendendo il suo posto, si trova a dover amministrare tutte le questioni rimaste in sospeso dei Sons con la Legge, le incriminazioni federali, il destino di Big Eight, i nuovi membri entrati a sostituire morti ed arrestati, il traffico di armi con gli irlandesi, quello di droga con il Cartello, e soprattutto la sete di vendetta del boss locale Pope, ancora furioso per la morte di sua figlia, avvenuta in seguito ad un errore di Tig.
Il confronto con lo stesso Pope innescherà una serie di eventi che porterà Jax a nuove alleanze e perdite dolorose, nonchè ad un suo avvicinarsi ad un lato oscuro che finirà per renderlo più simile a Clay e a tutto quello che ha sempre cercato di combattere di quanto non potesse credere lui stesso.








Tornare a Charming, ed accanto ai SamCro, è sempre una faccenda tosta, per gli occupanti di casa Ford: il serial firmato da Kurt Sutter, da tempo il degno erede nel cuore di questo vecchio cowboy di The Shield, era giunto alle soglie di questo quinto giro di boa sospinto da pareri non propriamente positivi, che segnalavano un passo decisamente più spento degli autori nel portare sullo schermo le vicende della gang di motociclisti finalmente capitanata da Jax Teller, riuscito dopo quattro stagioni nell'impresa di spodestare Clay Morrow, suo patrigno nonchè responsabile della morte del padre del giovane protagonista.
Da parte mia, se non una certa e neppure troppo marcata dispersione dovuta ai numerosi personaggi e sottotrame affrontate, il suddetto calo in termini di qualità non è stato riscontrato, specialmente considerato che questa quinta annata è parsa nella quasi totalità degli episodi la più amara ed oscura tra quelle finora passate sullo schermo dei Sons: il progressivo mutamento nell'atteggiamento di comando di Jax - in grado di spingerlo su binari pericolosamente simili a quelli percorsi dalla sua nemesi Clay -, la morte di uno dei SamCro più amati dell'intera serie, i botta e risposta a suon di vendette ed uccisioni tra i Sons e Pope, i tradimenti ormai all'ordine del giorno all'interno di questo gruppo di autoribattezzatisi fratelli hanno reso la season five senza dubbio drammatica, un vero macigno posto sul cuore degli spettatori.
All'introduzione di nuovi personaggi decisamente efficaci come Nero ed il ranger in caccia dei responsabili della morte di sua sorella - che promette scintille per la prossima stagione -, le vecchie conoscenze garantiscono lo spessore necessario affinchè, come di consueto quando si tratta della creatura di Sutter, si giunga alla conclusione con il fiato corto e la tensione al massimo - dall'anima nera Gemma all'instabile Tig, passando per il fedelissimo Chibs ed il controverso Juice -: non una cosa da poco, considerato il calo fisiologico che, di norma, colpisce le proposte da piccolo schermo che fin dai loro esordi finiscono per abituare il loro pubblico ad uno standard qualitativo alto.
Personalmente, sono contento che i SamCro continuino la loro corsa senza illusioni, tra carne e sangue, evitando di vendere all'audience sogni di lieti fini che, nelle vite reali e soprattutto in quelle segnate dalla violenza come le loro, difficilmente si incontrano: lo stesso fato di Jax, sempre più legato al Potere e corrotto dallo stesso, è emblematico.
E le uniche strade per uscire da questo tunnel in un modo o nell'altro paiono essere assecondarlo e perdere se stessi, o lasciarsi travolgere rischiando il tutto per tutto: Jax e Hopie, senza troppi giri di parole.
Sons of anarchy, dunque, continua ad essere una proposta con le palle più che quadrate, pane e salame, diretta e cattiva come il mondo pronto a mettere sotto, in preda ad un delirio da selezione naturale, chiunque si lasci fregare o si arrenda allo stesso: resta da chiedersi se il prezzo da pagare per restare vivi e continuare a combattere - senza, dunque, avere anche solo una vaga speranza di pace - sia oppure no troppo alto.




MrFord



"She eyes me like a pisces when I am weak
I've been locked inside your Heart Shaped box for weeks
I've been drawn into your magnet tar pit trap
I wish I could eat your cancer when you turn black."
Nirvana - "Heart shaped box" - 



lunedì 22 luglio 2013

Pacific Rim

Regia: Guillermo Del Toro
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 131'




La trama (con parole mie): siamo in un prossimo futuro, e troviamo gli abitanti della Terra impegnati in una guerra senza esclusione di colpi contro i Kaiji, mostruose e gigantesche creature giunte dalle profondità degli abissi nel nostro mondo grazie ad una falla che garantisce il passaggio delle stesse dalla loro dimensione d'origine alla nostra.
Per poterli fronteggiare, il genere umano ha sviluppato delle armi chiamate Jager, robot giganteschi e potentissimi che soltanto l'unione di due piloti collegati tra loro attraverso menti e ricordi permette di manovrare: quando il giovane e promettente Raleigh Becket perde il fratello in uno scontro abbandona per cinque anni la battaglia dedicandosi come operaio alla costruzione di un muro che dovrebbe tenere lontani i Kaiji senza doverli necessariamente combattere.
Alla scoperta che la struttura non sarà in grado di adempiere allo scopo e che le creature preparano in realtà un'invasione del nostro pianeta, Becket verrà richiamato in servizio dal suo ex comandante per tentare un'ultima, disperata missione pensata per chiudere definitivamente la breccia tra i due mondi. 
I pochi Jager rimasti ed i loro piloti, dunque, si troveranno a tentare di scrivere la parola fine alla guerra.





E' davvero dura, sedersi qui a scrivere un post a proposito di Pacific Rim.
In qualche modo, per poter cominciare decentemente dovrei partire dai tempi della mia infanzia, in cui ai cartoni animati di genere sportivo - su tutti Holly&Benji  e L'Uomo Tigre - si alternavano le visioni legate ai cosiddetti robottoni, da Jeeg a Mazinga, passando per Daltanious, Gordian, Voltron ed il mio personale favorito Daitarn III: erano tempi magici, in cui bastavano venti minuti di giocattoloni a cartoni per sognare mondi infiniti e battaglie intergalattiche contro gli alieni cattivi di turno. In quel periodo fiorirono non soltanto pupazzoni e modellini dei suddetti robot, ma anche videogames come Rampage o King of the monsters targato Neo Geo, classiconi del periodo almeno per il sottoscritto, soprattutto quando d'estate, al mare, si passava buona parte della serata in sala giochi ad inserire un gettone dietro l'altro.
Quando vidi per la prima volta il trailer di Pacific Rim mi parve di vivere il sogno ad occhi aperti di quel bambino magro e piccoletto, un film dagli effetti pazzeschi con protagonisti proprio quei robottoni che per anni - se non decenni - si erano potuti ben rappresentare soltanto nei cartoni animati: se, a questo, si aggiungeva il fatto che dietro la macchina da presa stava un certo Guillermo Del Toro, autore di tamarrate goduriosissime come Blade II, ottimi film da fumetto come i due Hellboy o lo splendido Il labirinto del fauno, il gioco era fatto.
L'hype, dunque, era altissimo, alimentato dal fatto che in questi giorni, in tutta la blogosfera, si sono letti pareri entusiastici e stroncature eccellenti di questo lavoro: il risultato è stato un vero e proprio conflitto interiore che ha portato ad una media purtroppo non esaltante anche nel voto, incontro dell'apparato tecnico e visivo assolutamente spettacolare - roba da far sembrare Cloverfield un filmetto amatoriale - ed un impatto emotivo al contrario piuttosto anonimo, specie per chi ha vissuto gli anni d'oro dei cartoni animati citati in apertura di post con il cuore e gli occhi spalancati che solo i bambini possono avere.
Parliamoci chiaro: Pacific Rim, forte di effetti da capogiro e sequenze da esaltazione totale - al primo ingresso dei fratelli Becket nel loro Jager ho avuto un brivido simile a quello che provavo la sera della vigilia di Natale da piccolo, quando non vedevo l'ora di scartare i pacchi -, manca del cuore in grado di rendere una visione memorabile a livello emozionale così come - purtroppo - dell'ironia perchè la stessa non risulti quel pochino pretenziosa perfino per un tipo pane e salame come il sottoscritto.
Rispetto all'opera di Del Toro, da un lato, mancano dunque sia la profondità e la drammaticità de Il labirinto del fauno, sia la scanzonata guasconeria di Hellboy, mentre allargando il campo al Cinema d'intrattenimento in generale - è impossibile non considerare che la sceneggiatura e la storia, quando si tratta questo genere, finiscono per avere il sapore della minestra riscaldata - non troviamo il pathos di Avatar, l'aura autoriale di District 9 o la fracassoneria di The Avengers.
Per quanto suoni quasi una bestemmia, artisticamente parlando, personalmente mi sono divertito di più a spegnere i neuroni con Battleship che ad attendere il momento della definitiva consacrazione di Pacific Rim, che continuerà ad essere un prodotto di riferimento per il genere - e che già voglio in bluray - ma che non mostra il carattere necessario a soddisfare le aspettative dei fan che, da prima ancora che potesse essere sviluppato il progetto, sognavano con tutto il loro amore di bambini un'intera pellicola dedicata ai robottoni che non fosse lo scempio che Michael Bay operò rispetto ai Transformers.
Certo, in tutto questo ammetto che nel momento in cui nel pieno della battaglia con un terrificante Kaiji lo Jager estrae la spada dal braccio per fare a fette il nemico è stato come se il cervello avesse avuto un orgasmo in bilico tra l'amarcord e le potenzialità del futuro, Charlie Hunnam è un fordiano fatto e finito - oltre che volto di Sons of anarchy -, la lotta nel pieno dell'oceano e quella nella baia di Hong Kong sono da antologia, eppure con tutto questo clamore, a Pacific Rim è mancata proprio quella scintilla.
Quella che, ai tempi, sul grande schermo seppe infiammare Spielberg.
E che, a questo punto, solletica il dubbio che, forse, se questo film fosse finito nelle mani di un certo J. J. Abrams ora penseremmo di essere tutti negli anni ottanta e saremmo qui a gridare a squarciagola: "E ora, con l'aiuto del sole, vincerò! Attacco solare: energia!".


MrFord



"Voi della mia generazione,
che siete cresciuti coi cartoni
GIAPPONESI!
Voi mi dovete spiegare
perché in quei cartoni non si vede mai
TROMBARE!
Solo robot che fan la guerra
GUERRA! 
Ai nemici della terra
TERRA!"
Gem Boy - "Orgia cartoon" -

giovedì 18 aprile 2013

Sons of anarchy - Stagione 4

Produzione: FX
Origine: USA
Anno: 2011
Episodi: 14




La trama (con parole mie): i SamCro, dopo le vicende che li hanno visti fronteggiare i loro rivali all'interno dell'IRA in Irlanda e gli agenti che volevano portarli alla rovina negli States, tornano finalmente in libertà riunendosi dopo oltre un anno come club.
Jax Teller, inquieto vice presidente animato dalla speranza di mollare tutto per dedicarsi alla sua donna Tara e ai due bambini che sta crescendo, stipula dunque un accordo con il patrigno Clay Morrow, presidente nonchè vera anima nera dei Sons, in modo da sostenerlo nella decisione di buttarsi nel traffico di droga in cambio del permesso di poter abbandonare ruolo e club non appena ufficializzato e reso funzionale l'accordo con uno dei più importanti cartelli messicani.
Ma le cose non sono mai semplici come sembrano, e mentre lo stesso traffico porta dissapori interni ai SOA, sanguinose vendette e morti a profusione, un astuto procuratore e vecchie eredità lasciate dal padre di Jax minano dall'interno la stabilità del gruppo.
Come ne usciranno i SamCro?





Dai tempi della conclusione di The Shield - uno dei serial più amati dal sottoscritto degli ultimi anni -, in casa Ford si è andato cercando un erede per la tradizione portata avanti con palle d'acciaio ed emozioni continue da Vic Mackie e la sua Squadra d'assalto: la risposta è giunta, fin dai primi giorni dell'esistenza di questo blog, per mezzo delle vicende di Jax Teller e dei SamCro, club di motociclisti di Charming - fittizia cittadina del Nord della California - nato come simbolo di una ribellione al sistema e divenuto nel tempo un ricettacolo di reati e crimini degni della migliore "Famiglia".
Ed è proprio il concetto di famiglia, a fare da metronomo alle stagioni sempre più avvincenti del prodotto creato da Kurt Sutter - che si è ritagliato anche una parte nel ruolo di Big Eight, membro dei Sons condannato alla pena capitale - ed evolutosi splendidamente dai tempi dell'esordio insieme al suo protagonista, un giovane in continuo dibattimento tra gli insegnamenti lasciatigli sotto forma di scritti dal padre - morto in un misterioso incidente per nulla casuale -, l'amore per la compagna Tara e i suoi due figli e l'influenza che la madre Gemma ed il patrigno Clay Morrow - presidente del club, ex migliore amico dello stesso padre del giovane Teller nonchè mente dietro il suddetto incidente - continuano ad avere su di lui, stuzzicando un'indole che porta alla violenza e al crimine almeno quanto al desiderio di lasciarsi gli stessi alle spalle.
Se, però, al termine dell'ottima terza stagione a prendere il sopravvento era stata la volontà di mantenere unito e saldo il club proprio come una sorta di famiglia allargata, a questo quarto giro di giostra pare che tutti i nodi vengano al pettine per i SamCro, portando il tema centrale dell'annata dall'unità alla disgregazione: il ruolo di Clay, praticamente mai messo in discussione se non da Jax, vive il suo momento peggiore, in bilico tra l'artrite che impedisce al presidente di cavalcare la sua moto con la stessa sicurezza di prima ed un accordo con il cartello messicano per lo spaccio di droga malvisto perfino dai suoi più stretti confidenti, Jax, spinto dalla volontà di partire e lasciarsi Charming e i SamCro alle spalle, alza muri anche nei confronti del migliore amico Opie, che di conseguenza si allontanerà dal club al quale ha dato cinque anni di silenzio in galera e la vita della sua prima moglie, Juice dovrà misurarsi con un segreto del suo passato che potrebbe costargli la vita o un tradimento anche peggiore, Tig finirà per essere messo da parte nei giochi di potere dei Sons, mentre Chibs ed il vecchio Piney si ritroveranno a dover fare il possibile per tenere insieme i pezzi di quello che è rimasto delle loro vite e di questa famiglia su ruote nel pieno di una sbandata rischiosa e terribile.
Senza dubbio il crescendo notevole di questi quattordici episodi serratissimi - impreziositi da guest star del calibro di Danny Trejo, altra assoluta leggenda fordiana - segnano un punto di svolta e rinnovamento per la serie, che in un certo senso chiude una storyline partita sul finire della stagione d'esordio con quei due anelli poggiati sulla tomba di John Teller e che si chiude proprio nel recupero degli stessi da parte di Jax, destinato ad un posto al tavolo della sede del club che potrebbe costargli tutto quello che aveva sognato per il futuro di Tara e dei bambini ma, ad un tempo, anche concedere la possibilità di realizzare il sogno del suo defunto padre, ovvero lavorare per tirare fuori i SamCro dalla merda e dal crimine e rendere pulito il nome dei SOA.
Resta da vedere cosa accadrà ora che la Legge - e non intesa in senso positivo - pare essersi ritagliata lo spazio che in passato fu di Clay nella vita di Jax, e cosa comporteranno nuove menzogne ed omissioni nella costruzione di quello che dovrebbe essere un gruppo di fratelli privi di ogni segreto.
Senza ombra di dubbio, comunque, siamo di fronte ad uno dei titoli più interessanti del panorama del piccolo schermo, che non solo è stato in grado di colmare l'enorme vuoto lasciato dal già citato The Shield, ma anche di sviluppare, con il tempo, un suo proprio carattere.
E, lasciatemelo dire, si tratta di un carattere di tutto rispetto.


MrFord


"Just like the Pied Piper
led rats through the streets
we dance like marionettes
swaying to the symphony ...
Of destruction."
Megadeth - "Symphony of destruction" -


martedì 17 luglio 2012

Bad ass

Regia: Craig Moss
Origine: Usa
Anno: 2012
Durata: 90'




La trama (con parole mie): Frank Vega è un veterano del Vietnam con un pesante credito nei confronti di una vita che pare non essere stata proprio generosa con lui. 
Abbandonato dalla ragazza che amava mentre era al fronte, reietto della società parcheggiato da decenni al suo chiosco di hot dogs, ormai anziano, il reduce trova la notorietà e la ribalta della cronaca quando una mattina, a bordo di un autobus, prendendo le difese di un uomo di colore, pesta a sangue due giovani nazi dalla voce grossa.
E' l'inizio di una leggenda metropolitana che porta Vega sulle tracce degli assassini del suo vecchio commilitone Klondike e l'inizio di una nuova vita: da dimenticato uomo della strada a giustiziere simbolo della comunità.
E chissà che, per lui, non ci sia in serbo anche qualcosa in più.




E' curioso quanto, a volte, si incontrino alcuni film assolutamente ed inequivocabilmente trash, girati e scritti nel pieno del rispetto della definizione "di serie B" - se non oltre - che i radical chic finiscono per mutare in "di genere" quando vogliono dare inizio ad una delle loro mode da brunch, e rimanerne praticamente folgorati, sorpresi un pò come se la squadra delle Isole Fiji riuscisse ad andare oltre la fase a gironi di un mondiale di calcio.
Bad ass è uno di questi.
Costruito interamente sulla granitica maschera - che si scioglie addirittura in un breve pianto, in una sequenza per i suoi fan memorabile - di Danny Trejo, caratterista veterano poco avvezzo al ruolo di protagonista - conto soltanto la pellicola in questione ed il mitico Machete -, ex detenuto e grande amico di Edward Bunker, questa curiosa favola nera urbana firmata Craig Moss è ispirata ad un reale fatto di cronaca divenuto un viral video: un veterano su un autobus a Los Angeles che con un paio di cazzotti stende un giovane un pò troppo attento a fare il grosso conciandolo per le feste.


L'occasione fornita dal video diviene, per il regista, lo spunto per raccontare il disagio della gente delle periferie di una delle città più popolate del mondo, per le strade della quale gli episodi di violenza legata soprattutto alle diversità etniche sono pane quotidiano: Frank Vega, in pieno stile grantorinesco, da un giorno all'altro si ritrova non solo ad essere il simbolo di un riscatto personale - la sua è una storia fatta di privazioni e solitudine -, ma addirittura di un'intera comunità che fatica a sentirsi protetta dalle forze dell'ordine, spesso dirottate politicamente su casi di interesse primario per sindaci e uomini di potere, menando cazzotti come se nulla fosse e fronteggiando i suoi nemici - dato che, in un certo senso, pare quasi di parlare di una sorta di bizzarro supereroe - con un piglio così deciso da intimidirli ancora prima che l'inevitabile si abbatta su di loro.
Certo, ideologicamente non si tratta - seppur il regista faccia di tutto per mascherarlo - di un film che possa fare da esempio - parliamo, di fatto, di una sorta di versione guascona de Il giustiziere della notte, che tanto fece discutere ai tempi -, eppure chi di noi non simpatizzerebbe - come fu per il Walt Kowalski eastwoodiano - per un personaggio come Frank Vega, uno sconfitto ed outsider che con la vecchiaia pare aver deciso di non abbassare più la testa nei confronti di una vita in cui troppo spesso la gente comune si ritrova a combattere tanto quanto si trovasse nel pieno di una guerra.
Frank Vega è stanco del fronte. Che si trovi in una giungla in Vietnam o per le strade della città degli angeli.
E quando uno come Frank Vega esaurisce la pazienza, finisce che sono davvero cazzi amari.
In un crescendo sempre in bilico tra l'eccesso di kitsch ed una robustissima dose di botte ed autoironia, Bad ass incede senza troppi fronzoli come una versione finalmente convincente della mezza delusione che fu Hobo with a shotgun, andando ad accarezzare un colpo dopo l'altro con le nocche rovinate da una vita di lavoro e lotte all'ultimo respiro gli stomaci e le anime del pubblico, entrando di prepotenza nel panorama grindhouse tanto caro a Tarantino e Rodriguez senza preoccuparsi troppo di essere vestito a festa, tranne nel caso in cui ci sia una bella donna ad attenderlo.
Come biasimarlo?
Del resto, Frank Vega è un uomo d'altri tempi, come non se ne fanno più.
Purtroppo.
Perchè un bad ass come lui farebbe proprio comodo, di tanto in tanto.

P. S. Come se non bastasse quanto già scritto, ad innalzare la pellicola di Moss a minicult dell'estate una sequenza stupefacente, citazione fotogramma per fotogramma dell'inseguimento tra autobus del finale di Danko, film sottovalutato - eppure solidissimo - firmato Walter Hill.
Dovesse capitarvi, godetevi il parallelo: è una bomba.


MrFord


"Cause I'm a badass
and you don't want to clash
cause your mouth's writing checks that your face can't cash
cause I'm a badass
and this warning's your last
just cross my path and I'll drop you fast."
Saliva - "Badass" -

giovedì 8 dicembre 2011

Sons of anarchy Stagione 3

Produzione: Fx
Origine: Usa
Anno: 2010
Episodi: 13



La trama (con parole mie): neanche il tempo di riprendersi dalla vera e propria guerra combattuta contro Zoebell e i suoi ariani ed i Sons si ritrovano di nuovo in pista alla ricerca del piccolo Abel.
Il bimbo appena nato di Jax, infatti, è nelle mani di Cameron, vecchio contatto con l'Ira dei Sons ora in preda alla sete di vendetta dopo la morte di suo figlio: la ricerca porterà il club fino a Belfast, per una trasferta dolorosa fatta di morte, segreti di famiglia, tradimenti e scontri all'ultimo sangue.
Nel frattempo, a Charming, Tara dovrà prendere coscienza della sua appartenenza ai Samcro e difendersi dalla minaccia di Salazar, l'ex leader di un piccolo club tagliato fuori dall'accordo che ora prevede la pace tra i Sons e i Mayans.



Non è affatto facile, per una serie tv, riuscire a costruire una base solida che cresca con il passare del tempo e delle stagioni: il rischio di cadere nel già visto o di un calo vertiginoso della qualità del prodotto è sempre dietro l'angolo, e, nel corso degli ultimi anni, ha toccato anche veri e propri mostri sacri del genere come Lost - la quarta stagione - o Dexter e Misfits - le annate in corso, ma avremo tempo di parlare anche di queste -.
Sons of anarchy, iniziata quasi per caso e spinta da una produzione che aveva più di un punto in comune con The Shield - con il sottoscritto costretto a circuire Julez puntata dopo puntata per non farle abbandonare la visione -, è divenuta una delle realtà più solide del piccolo schermo di casa Ford grazie ad un lavoro sui protagonisti notevole che ha permesso un'evoluzione - o un'involuzione - dei personaggi principali dando loro uno spessore sempre maggiore, e la dovuta attenzione sia ai Samcro che ai loro antagonisti.
In questo senso, la terza stagione ha segnato la definitiva consacrazione di uno dei charachters più interessanti della serie, l'agente Stahl, che dopo aver rodato Jax e i suoi nel corso della prima annata ed aver fatto da comprimaria nella seconda si guadagna il ruolo di definitiva antagonista dei Sons in questa terza, nonostante la lunga trasferta che vede i nostri bikers in terra d'Irlanda per buona parte della durata della stagione - in questo senso, ottima l'idea di modificare il sound della sigla, già splendida, per tutta la durata del viaggio a Belfast -.
Proprio il viaggio ed i suoi strascichi pongono le basi di quelli che potrebbero essere i temi della prossima - e già attesissima, dalle mie parti - serie, appena conclusa negli Usa e prevista qui da noi per l'inizio del 2012: ma non sono solo Belfast ed il rapimento del piccolo Abel ad aver segnato per sempre le vicende dei Samcro, perchè il ritorno, proprio quando la stagione pareva avviarsi ad una conclusione ormai quasi tranquilla, finisce per rivelarsi un climax conclusivo di rara potenza, capace di regalare emozioni a ripetizione, continui cambi di fronte, azione e tensione da palpitazioni fino all'ultima, clamorosa rivelazione rispetto al ruolo avuto da Jax nel confronto tra i Sons, l'Ira, l'ATF e l'agente Stahl.
Come se non bastasse - sempre pensando all'ottimo lavoro degli autori sui protagonisti - il cambio di atteggiamento dello stesso Jax dalla prima stagione ad ora risulta clamoroso, specie se confrontato con l'impatto che potrebbero avere su Tara - e sullo stesso protagonista - le lettere riportate involotariamente riportate da Belfast da quest'ultimo, legate alla figura del padre, da sempre un fantasma pesante rispetto all'idea del giovane biker del club: se, al termine della prima annata, Jax poneva John Teller come esempio per quello che sarebbero dovuti diventare i Samcro, ora si ritrova a dichiarare a Gemma la sua diversità dal genitore giurando fedeltà al club ed abbracciando, in un modo o nell'altro, il legame dello stesso con la violenza della vita che i Sons hanno scelto per loro e le loro famiglie, consci del legame indissolubile che li tiene saldi e fedeli, uno accanto all'altro.
Resta da vedere cosa accadrà rispetto al futuro di Abel e del figlio che Jax aspetta da Tara, per capire se l'eredità battagliera del club farà parte anche dei loro destini: saranno logorati dai dubbi come John o "maledetti" come Jax? Cresceranno con il sangue freddo di Gemma o con il cuore di Tara?
Tutte domande che, sinceramente, non vedo l'ora di trovare sullo schermo: senza contare la prigione, le famiglie in attesa del ritorno dei nostri a casa ed il ruolo che l'ATF, i russi ed i nuovi tutori dell'ordine di Charming potranno giocare nelle vite dei Sons a partire dal loro rientro in società.
Molte cose potrebbero cambiare, perfino essere peggiori di quanto non siano state negli ultimi, turbolenti mesi del club.
Una sola sarà la certezza: i Samcro continueranno ad essere una famiglia, in un modo o nell'altro.
Almeno fino a quando Jax Teller farà i conti con la sua eredità.


MrFord


"Hey hey, my my
rock and roll can never die
there's more to the picture
than meets the eye.
hey hey, my my."
Neil Young - "Hey hey my my" -


mercoledì 27 luglio 2011

Sons of anarchy Stagione 2

La trama (con parole mie): Jax Teller, dopo aver scoperto la verità sulle morti di suo padre e di Dana, moglie del migliore amico Opie, decide di attuare un sotterraneo piano per riportare i Samcro agli affari legali progressivamente abbandonando il traffico di armi, gli omicidi ed i rapporti con gli spacciatori, esautorando al contempo dal potere il patrigno Clay Morrow, leader del club.
Ma il piano di conquista di Charming da parte del nazionalista americano Ethan Zobell, legato a doppio filo agli ariani e ai Mayans, gang rivale, creerà non pochi problemi al club, innescando una spirale di ritorsioni e vendette che porteranno all'estremo il conflitto tra Jax e Clay: soltanto con una terribile rivelazione di Gemma, madre del primo e moglie del secondo, i Sons troveranno la forza di rinsaldare i loro legami e dare battaglia ai nemici.

Lo scorso anno, quando mi capitò tra le mani la prima stagione di questa serie, approcciai scettico le avventure dei Sons of anarchy: un pò per la classica promozione irritante dei distributori - "dai creatori di The shield" campeggiava fieramente sulla locandina -, un pò per una sorta di rapporto di amore/odio con i serial legati a protagonisti negativi, sempre potenzialmente interessanti ma raramente all'altezza delle aspettative.
Rimasi, al contrario, positivamente impressionato dal lavoro svolto sui protagonisti della serie e dalla durezza dei temi trattati, nonchè dall'approccio non certo delicato dell'intero prodotto: la puntata dedicata alla morte della moglie di Opie, poi, divenne uno degli episodi cult dell'intero anno passato, pensando al piccolo schermo e alle sue proposte.
Quello che non sapevo, e che ha addirittura convinto anche Julez, detrattrice della serie fin dalla sua sigla, era che con la seconda annata la qualità si sarebbe ulteriormente alzata, andando a contribuire alla creazione di un prodotto ottimo, in grado di colmare, nel mio cuore di spettatore bisognoso di un pò di oscurità anche nell'universo delle serie, le passate ed ormai concluse Oz, I Soprano e il già citato The shield.
La realtà fittizia di Charming ed i legami presenti tra i membri dei Samcro assumono un'importanza ancora maggiore rispetto alla prima stagione, e l'introduzione di un nemico d'eccezione come il politicante Zobell permette alla solidità della serie di compiere il passo definitivo verso la consacrazione: l'idea di una famiglia criminale alle prese con i suoi panni sporchi nel corso della sua più importante battaglia per la sopravvivenza diviene il leit motiv dell'intera serie, e permette agli autori di approfondire ogni protagonista rendendo l'intero club praticamente tridimensionale agli occhi dello spettatore, dando la possibilità anche ai charachters apparentemente secondari come Juice e Chibs di ritagliarsi un ruolo decisamente definito ed interessante.
Il lavoro svolto sui protagonisti, poi, ha dell'incredibile: Jax, Clay, Tara e Gemma sono ormai eredi ufficiali dei Mackie e dei Tony Soprano, ed il consolidarsi del rapporto tra le due donne in parallelo alla crescente rivalità dei due uomini definisce lo spirito contrastato e ribollente della serie.
La volontà di Jax di emanciparsi dalla criminalità a tutti i costi di Clay naufragata nel sapore del sangue e della vendetta e la progressiva presa di coscienza del suo ruolo di "principessa" dell'impero dei Samcro di Tara fanno il paio con il percepire l'inizio del declino da parte del leader del club ed il coraggio di Gemma nel portare un fardello nato come potenziale strumento di distruzione dei Sons e divenuto, infine, il veicolo per ritrovare un'intesa che pareva impossibile da recuperare.
Non mancano gli episodi memorabili, ma più che il singolo momento, a fare la differenza è davvero il cuore messo dietro ogni personaggio, in grado di rendere anche lo squilibrato Tig qualcosa di più di un semplice schiacciasassi assatanato, o il vecchio Piney il simbolo di uno spirito cui i giovani - Jax ed Opie su tutti - dovrebbero aggrapparsi per non finire risucchiati in una spirale di violenza che pare quanto più distante possa esistere dalla filosofia che guidò i First 9 alla costituzione del club.
Dunque, quella che doveva essere un rimpiazzo in minore delle scorribande di Vic Mackie e soci è divenuta una delle serie di riferimento di casa Ford, nonchè uno spaccato lacrime e sangue dell'America on the road che un vecchio cowboy come il sottoscritto non può non sognare, fatta di amici che diventano una famiglia sempre presente, legami stretti così a fondo da dover lottare perchè non soffochino ed al contempo un anelito di libertà e paura - in pieno stile Easy rider - che lascia più di qualche brivido correre lungo la spina dorsale. Neanche guidasse una Harley.

MrFord

"Riding through this world, all alone
god takes your soul; you're on your own
the crow flies straight, a perfect line
on the Devil's back until you die."
Curtis Stigers - "This life" -


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