Se esistesse una classifica dedicata ai film più inutili mai realizzati, o dei quali non si sentiva certo il bisogno, con ogni probabilità questa versione live action di La bella e la bestia - splendido film d'animazione Disney che segnò il cambio di marcia del colosso fondato dal vecchio Walt negli anni novanta - si batterebbe con le unghie e con i denti - da vera bestia, per l'appunto - in modo da conquistare una posizione di rilievo: del resto, quando dietro la macchina da presa c'è Bill Condon - che molti ricorderanno per il suo "esemplare" operato nel corso della saga di Twilight - una certa garanzia pare evidente, e se a questo aggiungiamo una Emma Watson più cagna maledetta del solito, un Dan Stevens che fa rimpiangere a tutti i suoi fan dei tempi di The guest ed un Ian McKellen pagato per cinque minuti di faccette neanche fosse Depp in Alice in Wonderland, il gioco è fatto.
Certo, quasi nulla è stato modificato rispetto all'originale, ma questo non fa che rendere il paragone ancora più impietoso: questa noiosissima versione, infatti, pare essere stata totalmente privata della magia che il buon, vecchio cartone animato riesce a regalare ancora oggi, esempio lampante di quanto importante sia il cuore in qualsiasi produzione, a prescindere dagli scopi commerciali per i quali è stata biecamente e banalmente creata a tavolino - come questa -.
Un fallimento su tutta la linea che mi è costato un paio delle ore più noiose di visione degli ultimi mesi, nel corso delle quali con Julez abbiamo sfiorato più volte l'idea di premere stop e porre fine alle nostre sofferenze e di cercare di restare svegli stando dietro ai Fordini sempre più scatenati ed alla giostra delle faccende di casa nel momento più caotico della giornata, quello della preparazione della cena.
Una produzione inutile, finta e posticcia, trionfo di effetti creati ad uso e consumo del 3D e della retorica senza alcuna scintilla che rende un film ancora peggiore di quanto in realtà non possa essere.
Ed affidandomi al nuovo corso del Saloon più spiccio e senza troppi giri di parole, mi pare di avere già scritto fin troppo.
La trama (con parole mie): il piccolo Tarzan, giunto in Africa con i genitori ed allevato nei suoi primi mesi in una casa su un albero dagli stessi, è trovato casualmente da Kala, una scimmia, dopo che quest'ultima ha perduto il suo cucciolo per mano di un pericoloso giaguaro che pare sia stato responsabile anche della morte del padre e della madre dello stesso Tarzan.
Cresciuto, malgrado la diffidenza del leader Kerchak, dalle scimmie, Tarzan diviene a tutti gli effetti un membro del branco e con il passare degli anni una sorta di simbolo dello stesso, in bilico tra il caos che genera con gli amici Turk e Tantor e la grande abilità che mostra tra le fronde e nella lotta, culminata con l'uccisione dello stesso giaguaro che con lui e Kala aveva un debito di sangue.
Quando, però, due scienziati umani - padre e figlia - accompagnati dal cacciatore Clayton, giungono in quelle remote parti dell'Africa, la curiosità di Tarzan di scoprire le sue origini umane finisce per mettere in pericolo il branco: cosa sceglierà, dunque, il giovane?
La Natura, o il cuore? O entrambi?
E' curioso come a volte si incroci - o si torni ad incrociare - il cammino con un film: vidi Tarzan sul finire degli Anni Novanta, uno degli ultimi Classici Disney vissuti "in tempo reale" prima della pausa che mi portò al solo Cinema d'autore per cinque o sei anni, finendo per snobbare, oltre alle tamarrate, anche tutte le proposte d'animazione, per apprezzarlo e recuperarlo in dvd qualche tempo dopo, senza di fatto più rivederlo e parcheggiandolo nell'ormai discretamente importante videoteca di casa Ford.
Con l'arrivo del Fordino, ormai padrone della sezione "animazione" della suddetta videoteca - ormai l'unica a non essere più in rigoroso ordine alfabetico -, si è finito per pescare da quel bacino titoli "dimenticati" negli anni, o che per la prima volta abbiamo voluto mostrare al più piccolo del Saloon, al momento in pieno trip per la scoperta di Rio e dei suoi pappagalli variopinti: in uno dei rarissimi sabati lontano dal lavoro, ci si era ripromessi di dedicare parte del pomeriggio alla visione del recente Il viaggio di Norm, richiesto da AleLeo, e a seguito della delusione di scoprirlo come una di quelle versioni con i dieci minuti ripetuti in loop per tutta la durata del film, abbiamo dirottato l'attenzione su Tarzan, forti del fatto che la presenza degli animali avrebbe fatto il resto.
L'effetto calamita non è stato lo stesso del suddetto Rio, di Madagascar o Kung Fu Panda, ma le grida di giubilo del Fordino ad ogni nuova specie comparsa sullo schermo, le incessanti domande su Tarzan ed il grido imitato dello stesso, hanno sicuramente colmato il vuoto lasciato da un certamente meno avvincente Norm e finito per convincere - una volta ancora, nel mio caso - i Ford adulti, grazie ad un ottimo comparto tecnico - bellissime le animazioni dei voli tra gli alberi del protagonista, pronte a ricordare le evoluzioni degli specialisti dello skate ed il 3D sviluppatosi negli anni successivi -, tematiche adulte - dopo Il re leone, Tarzan è stato l'unico ad affrontare direttamente il tema della morte, anche se mai mostrata sullo schermo, ma solo suggerita attraverso immagini o sensazioni -, una colonna sonora che pompa il giusto - firmata da Phil Collins, autore della versione originale, anche in italiano, molto apprezzata dal sottoscritto - ed un gusto retrò soprattutto rispetto alla storia d'amore tra Tarzan e Jane che dona leggerezza e sentimento ad un film d'avventura dai risvolti decisamente gotici.
Se, a tutto questo, si aggiunge la componente legata al rapporto tra genitori e figli - prima Kala e Kerchak con il loro piccolo perduto, dunque Tarzan ed i suoi genitori, dunque lo stesso Tarzan ed il rapporto di grande intimità con Kala e di quasi rivalità con Kerchak - il risultato è uno dei prodotti più convincenti che la Disney portò in sala sul finire del vecchio millennio, erede della grande tradizione che sfornò pietre miliari come il già citato Il re leone o La bella e la bestia e radice - in termini soprattutto di regia - per cult del "futuro" - Chris Buck, una quindicina d'anni più tardi, avrebbe realizzato l'ottimo Frozen -: un piccolo gioiellino solo in apparenza semplice che ancora oggi, a quasi vent'anni dalla realizzazione, funziona ed avvince in misura anche maggiore di prodotti realizzati con mezzi e budget ben più importanti.
MrFord
"Son of man, look to the sky
lift your spirit, set it free
some day you'll walk tall with pride
son of man, a man in time you'll be."
La trama (con parole mie): Micene, cavaliere della costellazione del Sagittario, porta in salvo dal Sommo Sacerdote del Grande Tempio una neonata che potrebbe rivelarsi l'incarnazione della Dea Atena, con l'intento di proteggerla dalle mire dello stesso.
Nel tentativo perde la vita, ma non prima di aver affidato la piccola ad un miliardario che non solo se ne prenderà cura, ma avrà modo di radunare un gruppo di ragazzi destinati a divenire i suoi guardiani, i cavalieri di bronzo: Pegasus, Sirio, Phoenix, Crystal e Andromeda.
Sedici anni dopo, quando la fanciulla si rivelerà per quello che è in realtà, Arles, lo stesso Sommo Sacerdote, cercherà con ogni mezzo di concludere la missione iniziata così tanto tempo prima: toccherà dunque ai giovani cavalieri attraversare le dodici case dello zodiaco affrontando le loro controparti d'oro per salvare la giovane Dea che hanno giurato di proteggere.
Ricordo ancora quando, nell'anno in cui finii le elementari - parliamo, dunque, della primavera del novanta -, una nuova serie animata scosse l'immaginario del sottoscritto e del mio gruppo di amici del parco, tanto da indurci ad abbandonare le consuete partite di calcio per giocare impersonando i protagonisti di quella stessa serie: i Cavalieri dello zodiaco.
Fu il primo anno in cui faticai ad andare in montagna con i miei nonni materni come era consuetudine per i mesi estivi, ed ebbi nostalgia di quelle sessioni di gioco improvvisate tra riproposizione degli scontri e scontri veri - ricordo ancora una "rissa" tra i due che impersonavano Pegasus e Crystal -, scambi di idee ed opinioni che erano, di fatto, delle sorte di "recensioni" in fieri.
Ai tempi - ed ancora oggi, nonostante sia sicuramente più impostato di quanto io non sarò mai - il mio favorito era Sirio il Dragone, di fatto quello, tra tutti, sempre pronto ad allargare le spalle e tirare la carretta in modo da concedere la gloria al tanto detestato Pegasus, che era davvero troppo protagonista per potermi davvero piacere.
Anche se non ci conoscevamo ancora, Julez visse quegli anni con la stessa passione - ed una predilezione per Andromeda - del sottoscritto, e da quando ci conosciamo più volte abbiamo accarezzato l'idea di rivedere l'intera serie animata, magari in compagnia del Fordino appena sarà un pò cresciuto: nel frattempo, all'uscita di questo film, l'esaltazione è salita alle stelle, tanto da spingerci ad un recupero che sapevamo rischioso per allietare un pò l'attesa.
Peccato che, per gli appassionati come noi, a prescindere dall'ottimo comparto tecnico in stile Final fantasy, concentrare la saga delle dodici case - forse la più intensa dell'intera serie - in un'ora e mezza scarsa finisce per svilire la saga stessa, rendendola tagliata con l'accetta e molto frettolosa, oltre che non rispettosa di quelli che erano i ruoli originali - troppo marginale l'apporto di Phoenix e Virgo, due vere e proprie colonne del cult della nostra infanzia, assurda la scelta di risparmiare Capricorn, uno dei cattivi più interessanti, o di gettare al vento Pesci, che fece da anticamera al confronto di Pegasus ed il Grande Sacerdote -: un vero peccato, perchè la caratterizzazione di alcuni personaggi - come lo stesso Pegasus, o Andromeda, e l'esibizione in stile musical creepy di Cancer - funziona, e come giustamente ha finito per sottolineare la signora Ford, con tutte le porcate da due ore e mezza che negli ultimi anni hanno intasato le sale, si poteva rischiare un minutaggio più ampio in modo da garantire anche una resa migliore.
Poco azzeccata anche la scelta di utilizzare la chiusura dell'elmo delle armature, che rende i cavalieri in azione più simili a cyborg e robottoni che non ai combattenti cui eravamo abituati, e che rende distante questo prodotto dalle vecchie generazioni di fan della serie: certo, i neofiti potranno comunque apprezzare, ma considerato che, di norma, questo tipo di pellicole vengono realizzate su misura per i fan hardcore, temo che il bersaglio grosso sia stato mancato, e di parecchio.
Restano comunque la piacevole sensazione di aver viaggiato nel passato, e l'esaltazione per i colpi che, ormai venticinque anni fa, imitavamo con pathos al parco.
E per questa volta, ce li faremo bastare.
MrFord
"Invincibili guerrieri
valenti condottieri
votati anima e corpo a Lady Isabel
per diventare "santi"
per esser cavalieri
han sostenuto prove di rara crudeltà
ma ormai è giunto il momento
chi vincerà l'armatura d'oro."
La trama (con parole mie): da troppo tempo non mi mettevo alla tastiera per dedicarmi alle gesta del vero padrone del Saloon, il Fordino. Complici gli impegni quotidiani e lavorativi, quello che ci è successo alla fine di maggio e via discorrendo, non sono riuscito a trovare il momento giusto per raccontare quanto incredibile sia osservare una piccola vita che cresce giorno per giorno, ad una velocità che noi adulti possiamo solo sognarci.
Questa volta è il turno dei primi contatti con la magia delle visioni e della musica.
Ricordo molto bene Lo stretto indispensabile, tratto dal meraviglioso Il libro della giungla, uno dei Classici Disney che ho più amato da bambino.
La imparai a memoria a furia di visioni - e la conosco a menadito anche ora -, benchè, di fatto, nella mia vita io sia stato senza dubbio più simile a Bagheera che non a Baloo: da qualche tempo, però, questa canzone decisamente lebowskiana - e dunque perfetta per il Saloon - rappresenta il must quando mi cimento nell'operazione nanna con AleLeo, compito che di norma spetta a Julez, pronta in questo campo a battermi clamorosamente in termini di metodo e tempistiche.
E proprio dall'esplorazione della dottrina dell'orso più simpatico del mondo del Cinema è nato l'impulso di parlare dell'approccio alla visione del Fordino, che dopo mesi passati a ballare qualsiasi musica abbastanza ritmata passasse su Spotify o dallo stereo o dalla tv ora esprime preferenze sui cartoni animati - Kung Fu Panda, Oggy e i maledetti scarafaggi, i Dalton, Peter Pan e Jules Verne sono i suoi preferiti quando si rimbalza tra Boing e K2 - e sulle canzoni, tanto da costringere soprattutto il sottoscritto a sessioni intensive di Youtube con i brani preferiti: da Il ballo del qua qua - usato anche come richiamo indicando il monitor o afferrando il mouse dopo essere salito sulla sedia - inizialmente sponsorizzato dalla nonna a Il coccodrillo come fa - sfruttato anche e soprattutto per esercitarsi nei versi degli animali, attività amatissima dal più piccolo di casa Ford -, passando per Volevo un gatto nero e Whiskey il ragnetto - al momento il mio personale favorito, vuoi per il nome del simpatico protagonista, vuoi per l'incedere immediato e semplice della melodia -.
Ma questo post non vuole essere una sbrodolata da lista della spesa delle scelte "cinematografiche" del Fordino, quanto un ritorno alla sensazione alla base della theme song del già citato Baloo: proprio oggi rientro dalle prime ferie estive, in una situazione lavorativa che mi sta sempre più stretta, eppure il pensiero di aver visto, in pochi giorni al mare, AleLeo diventare la mascotte della pensione, stringere amicizia con ragazzini di undici anni - cosa mai vista, considerata l'ovvia differenza di visioni delle due età -, cominciare con cognizione di causa a rispondere "NA!" con il sorriso quando gli si offre qualcosa che non vuole, nuotare con i braccioli e girarsi a trecentosessanta gradi in acqua come se fosse la cosa più istintiva e naturale al mondo rende il mio mondo decisamente più leggero e migliore.
E così, mi pare di essere catapultato nel cuore de Il libro della giungla.
A prescindere da quali siano le conquiste dei propri figli - che paiono sempre enormi e clamorose, vissute dall'interno -, essere genitori diventa anche questo: tutti noi ben sappiamo quanto la vita non sia, spesso e volentieri, quello che ci eravamo aspettati, o avremmo desiderato, che il tempo sfugge senza che ce ne si possa accorgere - come in Questione di tempo, per l'appunto, non si può più pensare di tornare indietro, una volta che nasce un figlio -, e ci si ritrova ad allargare le spalle più spesso di quanto non si voglia, o non si dovrebbe.
Eppure basta un loro gesto, l'entusiasmo negli occhi per qualcosa che scoprono, la manifestazione di curiosità, vedere con quanto istintivo trasporto ti corrano incontro per abbracciarti, e tutto il resto scompare. Non solo come se non esistesse, ma come se non fosse mai esistito.
E proprio come dicevo l'altro giorno a Julez, se lei è l'unica con la quale un egoista e caotico, scombinato ingordo come il sottoscritto condividerebbe il piatto, AleLeo è l'unico - almeno fino a quando non arriveranno fratellini o sorelline - che potrà sempre avere il mio cibo, anche a costo di restare a digiuno io stesso, senza neppure pensarci.
Perchè in fondo, "mi bastan poche briciole, lo stretto indispensabile, e i miei malanni posso dimenticar".
Ma lui, lui so che resterà. Sempre.
MrFord
"Mi piace vagare,
ma ovunque io sia
mi sento di stare
a casa mia."
da "Lo stretto indispensabile" - Il libro della giungla (1967) -
La trama (con parole mie): Dusty Crophopper è un aereo da irrigazione stanco ed annoiato del suo lavoro nei campi. Il giovane velivolo, infatti, sogna da tempo di partecipare ad una gara che ogni anno porta i più veloci tra gli aeroplani a confrontarsi in una corsa a tappe da un capo all'altro del mondo: peccato che, se non con un paio di fidati amici del paese, Dusty non si sia mai davvero confrontato con l'esterno e la sua realtà. Quando, però, con l'aiuto dell'ex militare Skipper ed un pò di fortuna riesce a qualificarsi per la gara, il sogno pare essere a portata di un colpo d'ala.
Dusty inizia dunque la più grande avventura della sua vita, cercando, più che di vincere, di non sfigurare accanto a quelle che sono vere e proprie leggende dell'aria: ovviamente, il suo destino sarà decisamente più da protagonista di quanto non possa aspettarsi.
I frequentatori storici del Saloon ben sanno - anche grazie alle
schermaglie del sottoscritto con il Cannibale in merito - della grande
stima di cui godono da queste parti i geniacci della Pixar, casa di produzione nata come
costola di Mamma Disney ormai una ventina d'anni fa e divenuta una
realtà più che consolidata della settima arte, soltanto nel corso delle
ultime stagioni in leggera flessione in merito a qualità, soprattutto
per quanto riguarda idee e script.
Il suddetto calo, avvenuto quando alla passione e alla fantasia sono
stati preferiti incassi e profitto, ha avuto la sua più - o meno, a
seconda dei punti di vista - riuscita incarnazione in Cars 2,
spentissimo sequel del bellissimo primo episodio del brand che ha
ispirato proprio la grande D per la produzione di Planes, versione aerea
delle vicende di Saetta McQueen curato nel dettaglio - anche se certo
non ai livelli degli standard pixariani - per quanto riguarda
l'animazione ma decisamente lontano da quello che ci si aspetterebbe da
una proposta interessante non solo per i più piccoli.
Nato come titolo pronto ad essere distribuito direttamente in home
video e dunque dirottato in sala, Planes condensa tutto il peggio della
retorica cartoonesca da rincoglionimento precoce inforcando una serie di
evoluzioni una più prevedibile dell'altra, dal buono sempre buono e
sempre salvato - come nelle peggiori serie animate che già da bambino
cominciarono a farmi prediligere il "bad guy" della situazione rispetto
al protagonista a tutti i costi - al classico sviluppo che porta ad
un'esaltazione iniziale un problema apparentemente insormontabile
superato con agilità dal nostro eroe per chiudersi nel finale standard
disneyano nella peggiore accezione del caso.
A questo si aggiunga un adattamento italiano da incubo - su tutti
il passaggio da Rochelle, aereo dalle fattezze femminili canadese
nell'originale tramutato in Aurora, seducente bellezza italiana: peccato
che la bandiera canadese, per l'appunto, spicchi sulle fiancate della
sua carena, neanche si avesse a che fare con una schiera di imbecilli
più o meno cresciuti - e il danno è fatto: probabilmente il ritorno
economico sarà comunque notevole, diviso tra incassi, giocattoli,
videogames, modellini e chi più ne ha più ne metta ispirati a Dusty
Crophopper e agli altri protagonisti, ma senza dubbio la credibilità
Disney rispetto all'animazione, cresciuta negli ultimi anni grazie a
proposte decisamente interessanti come Bolt e Ralph Spaccatutto, risulta
minata - e non solo agli appassionati di Cinema o agli addetti ai
lavori - tanto da far addensare nubi di tempesta sul già evitabile
sequel annunciato, e molte riserve rispetto ai titoli che, con
l'avvicinarsi delle Feste, verranno lanciati in sala dal colosso
statunitense.
Un vero peccato, perchè i bambini sono piccole persone spesso più
sveglie di quanto non si creda o si possa pensare, e prodotti come
questo sono un insulto alla loro intelligenza così come al loro cuore,
decisamente meritevole di più di una favoletta finta e posticcia
affinchè possano davvero sognare di volare.
MrFord
"Yeah, I’m lookin’ to the sky to save me
lookin’ for a sign of life
lookin’ for something to help me burn out bright
I’m lookin’ for a complication
lookin’ ‘cause I’m tired of lyin’
make my way back home when I learn to fly high."
La trama (con parole mie): siamo in un prossimo futuro, e troviamo gli abitanti della Terra impegnati in una guerra senza esclusione di colpi contro i Kaiji, mostruose e gigantesche creature giunte dalle profondità degli abissi nel nostro mondo grazie ad una falla che garantisce il passaggio delle stesse dalla loro dimensione d'origine alla nostra. Per poterli fronteggiare, il genere umano ha sviluppato delle armi chiamate Jager, robot giganteschi e potentissimi che soltanto l'unione di due piloti collegati tra loro attraverso menti e ricordi permette di manovrare: quando il giovane e promettente Raleigh Becket perde il fratello in uno scontro abbandona per cinque anni la battaglia dedicandosi come operaio alla costruzione di un muro che dovrebbe tenere lontani i Kaiji senza doverli necessariamente combattere. Alla scoperta che la struttura non sarà in grado di adempiere allo scopo e che le creature preparano in realtà un'invasione del nostro pianeta, Becket verrà richiamato in servizio dal suo ex comandante per tentare un'ultima, disperata missione pensata per chiudere definitivamente la breccia tra i due mondi. I pochi Jager rimasti ed i loro piloti, dunque, si troveranno a tentare di scrivere la parola fine alla guerra.
E' davvero dura, sedersi qui a scrivere un post a proposito di Pacific Rim.
In qualche modo, per poter cominciare decentemente dovrei partire dai tempi della mia infanzia, in cui ai cartoni animati di genere sportivo - su tutti Holly&Benji e L'Uomo Tigre - si alternavano le visioni legate ai cosiddetti robottoni, da Jeeg a Mazinga, passando per Daltanious, Gordian, Voltron ed il mio personale favorito Daitarn III: erano tempi magici, in cui bastavano venti minuti di giocattoloni a cartoni per sognare mondi infiniti e battaglie intergalattiche contro gli alieni cattivi di turno. In quel periodo fiorirono non soltanto pupazzoni e modellini dei suddetti robot, ma anche videogames come Rampage o King of the monsters targato Neo Geo, classiconi del periodo almeno per il sottoscritto, soprattutto quando d'estate, al mare, si passava buona parte della serata in sala giochi ad inserire un gettone dietro l'altro.
Quando vidi per la prima volta il trailer di Pacific Rim mi parve di vivere il sogno ad occhi aperti di quel bambino magro e piccoletto, un film dagli effetti pazzeschi con protagonisti proprio quei robottoni che per anni - se non decenni - si erano potuti ben rappresentare soltanto nei cartoni animati: se, a questo, si aggiungeva il fatto che dietro la macchina da presa stava un certo Guillermo Del Toro, autore di tamarrate goduriosissime come Blade II, ottimi film da fumetto come i due Hellboy o lo splendido Il labirinto del fauno, il gioco era fatto.
L'hype, dunque, era altissimo, alimentato dal fatto che in questi giorni, in tutta la blogosfera, si sono letti pareri entusiastici e stroncature eccellenti di questo lavoro: il risultato è stato un vero e proprio conflitto interiore che ha portato ad una media purtroppo non esaltante anche nel voto, incontro dell'apparato tecnico e visivo assolutamente spettacolare - roba da far sembrare Cloverfield un filmetto amatoriale - ed un impatto emotivo al contrario piuttosto anonimo, specie per chi ha vissuto gli anni d'oro dei cartoni animati citati in apertura di post con il cuore e gli occhi spalancati che solo i bambini possono avere.
Parliamoci chiaro: Pacific Rim, forte di effetti da capogiro e sequenze da esaltazione totale - al primo ingresso dei fratelli Becket nel loro Jager ho avuto un brivido simile a quello che provavo la sera della vigilia di Natale da piccolo, quando non vedevo l'ora di scartare i pacchi -, manca del cuore in grado di rendere una visione memorabile a livello emozionale così come - purtroppo - dell'ironia perchè la stessa non risulti quel pochino pretenziosa perfino per un tipo pane e salame come il sottoscritto.
Rispetto all'opera di Del Toro, da un lato, mancano dunque sia la profondità e la drammaticità de Il labirinto del fauno, sia la scanzonata guasconeria di Hellboy, mentre allargando il campo al Cinema d'intrattenimento in generale - è impossibile non considerare che la sceneggiatura e la storia, quando si tratta questo genere, finiscono per avere il sapore della minestra riscaldata - non troviamo il pathos di Avatar, l'aura autoriale di District 9 o la fracassoneria di The Avengers.
Per quanto suoni quasi una bestemmia, artisticamente parlando, personalmente mi sono divertito di più a spegnere i neuroni con Battleship che ad attendere il momento della definitiva consacrazione di Pacific Rim, che continuerà ad essere un prodotto di riferimento per il genere - e che già voglio in bluray - ma che non mostra il carattere necessario a soddisfare le aspettative dei fan che, da prima ancora che potesse essere sviluppato il progetto, sognavano con tutto il loro amore di bambini un'intera pellicola dedicata ai robottoni che non fosse lo scempio che Michael Bay operò rispetto ai Transformers.
Certo, in tutto questo ammetto che nel momento in cui nel pieno della battaglia con un terrificante Kaiji lo Jager estrae la spada dal braccio per fare a fette il nemico è stato come se il cervello avesse avuto un orgasmo in bilico tra l'amarcord e le potenzialità del futuro, Charlie Hunnam è un fordiano fatto e finito - oltre che volto di Sons of anarchy -, la lotta nel pieno dell'oceano e quella nella baia di Hong Kong sono da antologia, eppure con tutto questo clamore, a Pacific Rim è mancata proprio quella scintilla.
Quella che, ai tempi, sul grande schermo seppe infiammare Spielberg.
E che, a questo punto, solletica il dubbio che, forse, se questo film fosse finito nelle mani di un certo J. J. Abrams ora penseremmo di essere tutti negli anni ottanta e saremmo qui a gridare a squarciagola: "E ora, con l'aiuto del sole, vincerò! Attacco solare: energia!".
MrFord
"Voi della mia generazione,
che siete cresciuti coi cartoni
GIAPPONESI!
Voi mi dovete spiegare
perché in quei cartoni non si vede mai
TROMBARE!
Solo robot che fan la guerra
GUERRA!