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mercoledì 22 ottobre 2014

Sex tape - Finiti in rete

Regia: Jake Kasdan
Origine: USA
Anno: 2014
Durata:
94'





La trama (con parole mie): Annie e Jay sono sposati da una decina d'anni, vivono felicemente con i loro due figli e portano avanti le loro carriere - lei mommy blogger di successo, lui nel settore musicale - ricordando quasi ironicamente i tempi in cui il sesso era la parte più importante delle loro giornate e del rapporto.
Quando, proprio per rinverdire i fasti del passato, i due decidono di sfruttare una nottata di solitudine per dedicarsi ad una maratona di sesso riprendendosi con il nuovissimo Ipad di Jay, ha inizio il dramma: tramite una app che permette di condividere contenuti e playlist il video viene spedito in lungo e in largo a parenti ed amici, costringendo la coppia a vivere una vera e propria avventura per cercare di impedire che il filmato con loro protagonisti divenga un must a partire dalla cerchia dei conoscenti.
Riusciranno nell'insolita impresa senza cedere all'ansia e sfruttando la situazione per ritrovare l'intesa tra le lenzuola dei tempi d'oro?








Nell'ambito del Cinema usa e getta, quello da multisala il sabato o la domenica pomeriggio, esistono, di fatto, due grandi tipologie di film in grado di raccogliere il grande pubblico e fornire l'alibi giusto per il cervello degli "intenditori" nelle serate di stanca eccessiva: i popcorn movies e i titoli spazzatura.
I primi, tendenzialmente tamarri e sopra le righe, finiscono per essere una sorta di segnale inviato ai neuroni che dichiara la chiusura momentanea delle attività cerebrali per una serata senza impegno, nel corso della quale le preoccupazioni maggiori consisteranno nello scegliere l'alcolico che accompagnerà la visione e se sarà più il caso di buttarsi sul gelato o le patatine.
I secondi, invece, sono putroppo quello che sono.
Titoli buoni giusto per sfogare la propria "ira critica" o pensare che, se fossimo aspiranti registi, ci sarebbe davvero speranza per tutti.
Purtroppo per il sottoscritto e la sua volontà di cercare un pò di riposo a seguito di giorni pieni tra lavoro, l'inizio dell'esperienza al nido del Fordino e gli impegni quotidiani, Sex tape - Finiti in rete finisce senza neppure pensarci due volte nella seconda categoria.
Considerato che dovrebbe trattarsi di una commedia romantica in stile Apatow e che avrebbe almeno in parte pretese rispetto all'essere divertente, la pellicola diretta dal figlio d'arte Jake Kasdan si rivela un fallimento su tutta la linea: banale, prevedibile, mai divertente, pseudo alternativa con strizzate d'occhio al concetto di famiglia disfunzionale tanto caro al Cinema indie - soprattutto USA -, questa robetta è stata un vero e proprio patimento che neppure l'ironia rispetto ad una fase della vita che in casa Ford si sta vivendo in prima persona - gli impegni genitoriali e lavorativi che finiscono per togliere spazio all'irruenta passionalità selvaggia dei primi tempi che si passano insieme a quella che si pensa sia e si spera poi diventi la persona della propria vita - ed un paio - ma giusto un paio - di battute divertenti potevano sperare di salvare.
In effetti, non ce l'avrebbe fatta neppure un porno amatoriale della sempre in forma protagonista Cameron Diaz gentilmente offerto per il piacere del pubblico maschile a rendere credibile e piacevole questa versione in minore e totalmente inutile di Questi sono i 40, la cui visione potrebbe essere paragonabile ad uno di quegli appuntamenti in cui non vedi l'ora che sia tutto finito per andartene a casa o rimanere in giro da solo per essere te stesso e goderti davvero la nottata.
Perfino le piccole parti di Rob Lowe - che dopo i recenti Behind the candelabra e A normal heart pareva diventato una garanzia - e di un'ormai sbiadita copia di se stesso Jack Black riescono a salvare un titolo tra i più tristi di questa seconda parte dell'anno, incapace di trovare un significato sia come divertissement che come spunto per una qualche riflessione sui rapporti di coppia o in famiglia celata dietro una maschera da commedia slapstick Anni Zero.
Non mi pare neppure giusto scrivere che sia stato un peccato, anche perchè le aspettative erano basse e la blogosfera aveva già parlato - e con una certa coesione, in merito al giudizio - bocciando pienamente l'intera operazione: più che altro resta l'ennesima conferma di un anno cinematografico decisamente fiacco, partito con grandi prospettive e finito, dalla primavera in poi, in una palude di proposte delle quali si sarebbe fatto francamente a meno.
Un pò come di questa solo apparentemente simpatica ricerca priva di logica e mordente dei due improvvisati attori porno casalinghi.



MrFord



"Let's go, don't wait, this night's almost over
honest, let's make this night last forever
forever and ever, let's make this last forever
forever and ever, let's make this last forever."
Blink 182 - "First date" - 



martedì 22 luglio 2014

Fordino Unchained: lo stretto indispensabile e altre storie

La trama (con parole mie): da troppo tempo non mi mettevo alla tastiera per dedicarmi alle gesta del vero padrone del Saloon, il Fordino. Complici gli impegni quotidiani e lavorativi, quello che ci è successo alla fine di maggio e via discorrendo, non sono riuscito a trovare il momento giusto per raccontare quanto incredibile sia osservare una piccola vita che cresce giorno per giorno, ad una velocità che noi adulti possiamo solo sognarci.
Questa volta è il turno dei primi contatti con la magia delle visioni e della musica.




Ricordo molto bene Lo stretto indispensabile, tratto dal meraviglioso Il libro della giungla, uno dei Classici Disney che ho più amato da bambino.
La imparai a memoria a furia di visioni - e la conosco a menadito anche ora -, benchè, di fatto, nella mia vita io sia stato senza dubbio più simile a Bagheera che non a Baloo: da qualche tempo, però, questa canzone decisamente lebowskiana - e dunque perfetta per il Saloon - rappresenta il must quando mi cimento nell'operazione nanna con AleLeo, compito che di norma spetta a Julez, pronta in questo campo a battermi clamorosamente in termini di metodo e tempistiche.
E proprio dall'esplorazione della dottrina dell'orso più simpatico del mondo del Cinema è nato l'impulso di parlare dell'approccio alla visione del Fordino, che dopo mesi passati a ballare qualsiasi musica abbastanza ritmata passasse su Spotify o dallo stereo o dalla tv ora esprime preferenze sui cartoni animati - Kung Fu Panda, Oggy e i maledetti scarafaggi, i Dalton, Peter Pan e Jules Verne sono i suoi preferiti quando si rimbalza tra Boing e K2 - e sulle canzoni, tanto da costringere soprattutto il sottoscritto a sessioni intensive di Youtube con i brani preferiti: da Il ballo del qua qua - usato anche come richiamo indicando il monitor o afferrando il mouse dopo essere salito sulla sedia - inizialmente sponsorizzato dalla nonna a Il coccodrillo come fa - sfruttato anche e soprattutto per esercitarsi nei versi degli animali, attività amatissima dal più piccolo di casa Ford -, passando per Volevo un gatto nero e Whiskey il ragnetto - al momento il mio personale favorito, vuoi per il nome del simpatico protagonista, vuoi per l'incedere immediato e semplice della melodia -.
Ma questo post non vuole essere una sbrodolata da lista della spesa delle scelte "cinematografiche" del Fordino, quanto un ritorno alla sensazione alla base della theme song del già citato Baloo: proprio oggi rientro dalle prime ferie estive, in una situazione lavorativa che mi sta sempre più stretta, eppure il pensiero di aver visto, in pochi giorni al mare, AleLeo diventare la mascotte della pensione, stringere amicizia con ragazzini di undici anni - cosa mai vista, considerata l'ovvia differenza di visioni delle due età -, cominciare con cognizione di causa a rispondere "NA!" con il sorriso quando gli si offre qualcosa che non vuole, nuotare con i braccioli e girarsi a trecentosessanta gradi in acqua come se fosse la cosa più istintiva e naturale al mondo rende il mio mondo decisamente più leggero e migliore.
E così, mi pare di essere catapultato nel cuore de Il libro della giungla.
A prescindere da quali siano le conquiste dei propri figli - che paiono sempre enormi e clamorose, vissute dall'interno -, essere genitori diventa anche questo: tutti noi ben sappiamo quanto la vita non sia, spesso e volentieri, quello che ci eravamo aspettati, o avremmo desiderato, che il tempo sfugge senza che ce ne si possa accorgere - come in Questione di tempo, per l'appunto, non si può più pensare di tornare indietro, una volta che nasce un figlio -, e ci si ritrova ad allargare le spalle più spesso di quanto non si voglia, o non si dovrebbe.
Eppure basta un loro gesto, l'entusiasmo negli occhi per qualcosa che scoprono, la manifestazione di curiosità, vedere con quanto istintivo trasporto ti corrano incontro per abbracciarti, e tutto il resto scompare. Non solo come se non esistesse, ma come se non fosse mai esistito.
E proprio come dicevo l'altro giorno a Julez, se lei è l'unica con la quale un egoista e caotico, scombinato ingordo come il sottoscritto condividerebbe il piatto, AleLeo è l'unico - almeno fino a quando non arriveranno fratellini o sorelline - che potrà sempre avere il mio cibo, anche a costo di restare a digiuno io stesso, senza neppure pensarci.
Perchè in fondo, "mi bastan poche briciole, lo stretto indispensabile, e i miei malanni posso dimenticar".
Ma lui, lui so che resterà. Sempre.



MrFord



"Mi piace vagare,
ma ovunque io sia
mi sento di stare
a casa mia."
da "Lo stretto indispensabile" - Il libro della giungla (1967) -





mercoledì 23 maggio 2012

Another Earth

Regia: Mike Cahill
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 92'



La trama (con parole mie): Rhoda è una brillante studentessa da poco entrata al prestigioso MIT, da sempre appassionata di astronomia.
E' giovane, intelligente, ha tutta la vita davanti: e la recente scoperta di un pianeta in tutto e per tutto simile alla Terra comparso nel cielo potrebbe significare una rivoluzione nel suo campo: una notte, distratta proprio dal corpo celeste, la ragazza causa un incidente d'auto in cui perdono la vita la moglie incinta ed il figlio del professore universitario di musica John Borroughs.
Rhoda passa quattro anni in carcere, e tornata a casa progetta di partecipare al concorso che mette in palio un posto sulla prima astronave per Terra 2 - così è ribattezzato il pianeta gemello, giunto ad una distanza quasi irrisoria dal nostro - e trovare la forza per chiedere scusa a John: scrive così un messaggio per partecipare alla selezione, e trova il modo, attraverso un espediente, di fare le pulizie in casa e nella vita dell'ormai ex docente senza rivelargli la sua identità, rimasta coperta ai tempi del processo a causa della sua giovane età.
Sarà solo l'inizio di un viaggio molto più importante di quello nello spazio.





Una delle cose più affascinanti del Cinema risiede nello sfruttamento dei generi, nel loro utilizzo per raccontare qualcosa di estremamente reale e quotidiano anche di fronte a storie fantastiche e ben lontane dalla vita cui siamo abituati, come pubblico che entra e soprattutto esce da una sala, a conoscere.
Another Earth, così come District 9 o Monsters - per citare due esempi recenti nello stesso "campo" -, parte da un presupposto che affonda le radici nella sci-fi classica senza, di fatto, mostrare nulla della stessa, scivolando dritto al cuore dello spettatore a partire dai martellanti - e splendidi - titoli di testa per affondare in paragoni con cose enormi come il Solaris di Tarkovskij o, a suo modo, e pur se privo della componente d'azione, all'Alien di Ridley Scott: fantascienza esistenziale, direbbero gli spocchiosi da sala d'essai.
Eppure il lavoro di Mike Cahill è tutt'altro che etereo: è giocato sugli sguardi e sui corpi, sulle mani e sulle espressioni quasi impercettibili che rendono una giornata terribile da sopportare o un'ancora di salvezza per l'esistenza: alle spalle lo shock d'apertura - con un incidente che, in qualche modo, mi ha ricordato più le atmosfere del thriller -, i tempi di narrazione si dilatano sviluppando una sensibilità ed una messa in scena quasi teatrali, concentrandosi sui dettagli, quasi appoggiando la macchina da presa ai protagonisti, lasciando che l'emotività straziata di Rhoda e quella resa monca di John interagiscano esplorando i sentimenti più disparati, sondando i recessi di una morte e di una rinascita come solo la realtà più cruda è in grado di disegnare per noi viaggiatori di questo strano pianeta azzurro.
E poi, c'è Terra 2: quel pianeta speculare, ad illuminare il cielo come un miracolo, a regalare l'ipotesi di una nuova possibilità, di una chance di ricominciare, del mistero che rappresenta tutto quello che potremmo essere, da un'altra parte. In un'altra vita.
Dal dialogo in tv dal sapore retrò legato al primo contatto con gli abitanti di quel gemello così evidente, così nascosto, al desiderio di Rhoda e al timore di John tutto ha il sapore di un confronto con se stessi, che passa dal dolore di dover ricominciare prima di avere iniziato ad un passato che ormai ha preso più spazio del futuro: il cielo come fuga, persi e soli con la schiena sul ghiaccio, e come ancora, ispirato dagli occhi di una ragazza comparsa apparentemente per caso e capace di farci tornare a riscoprire la musica della vita, una volta lasciato da parte il pesante cappello che porta il peso di tutto il silenzio della morte.
"Ci sono persone che costruiscono case, altri che le arredano: a me piace pulirle", spiega Rhoda a John: una frase che mi ha ricordato uno dei passaggi cinematografici più cari della mia vita, quel "L'ultimo buscadero" di Peckinpah in cui Steve McQueen, asso mancato del rodeo, per giustificare il successo del fratello a scapito del suo, afferma "qualcuno deve pur rimanere fuori a tenere i cavalli".
Che sia la colpa di Rhoda, a smuoverla in questa direzione, o il suo desiderio di vivere - forte almeno quanto quello di scontare quella fatidica notte -, in questa ragazza dallo sguardo sognante e disperato c'è tutto l'anelito ad un'esistenza vissuta a fondo che ognuno di noi, anche chi lo nega, conosce e sente, quando si guarda dentro e pensa al futuro, al passato, alle colpe e ai sogni.
Terra 2 è un'idea, un'immagine.
Il riflesso di noi stessi.
La possibilità che da qualche altra parte ci sia stato un altro io pronto a prendere una strada migliore.
O forse soltanto diversa.
Purdeep, vecchio e saggio collega di Rhoda, incoraggia la giovane a lasciare il passato alle spalle per costruirsi un futuro, prima di scegliere un isolamento forzato da un mondo che non riconosce più, a partire da se stesso.
John chiede alla persona più importante - nel bene e nel male - della sua vita di non partire, di abbandonare l'idea di un sogno per quello che possono costruire dove si trovano.
Keith Harding, milionario finanziatore del viaggio su Terra 2, racconta: "il mio preside, quando avevo quindici anni, mi convocò dicendo: Harding, tu finirai in galera, o diventerai un milionario. La linea di demarcazione è sempre stretta".
Nessuno conosce la verità, neppure la propria.
Soprattutto Rhoda.
Resta solo la possibilità di tentare, lottare ogni secondo, chini con uno scopettone in mano cercando di ripulire qualcosa che sappiamo bene non tornerà mai come prima in attesa del giorno in cui, alzando la testa, ci accorgeremo di una nuova immagine di noi.
Lo specchio in cui ci riflettiamo si incrina ogni giorno.
Sta a noi trovare la strada giusta per ripartire da chi abbiamo di fronte.
E se non lo sarà, basterà chinarsi, farsi coraggio, e lavorare di gomito.
Solo così arriverà il momento in cui, alzando la testa, scopriremo cosa ci riserva il cielo.
La fantascienza più reale che si possa sognare.


MrFord


"Sulle strade al mattino il troppo traffico mi sfianca;
mi innervosiscono i semafori e gli stop, 
e la sera ritorno con malesseri speciali.
Non servono tranquillanti o terapie
ci vuole un'altra vita."
Franco Battiato - "Un'altra vita" -


 
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