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lunedì 8 settembre 2014

Colpa delle stelle

Regia: Josh Boone
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 126'




La trama (con parole mie): Hazel e Gus sono due adolescenti colpiti da forme diverse di tumore, la prima rimasta segnata nel fisico e nell'approccio alla vita, più "difensivista", ed il secondo arrembante e pronto a cogliere l'attimo dopo un osteosarcoma che gli ha portato via la gamba destra.
Conosciutisi ad un gruppo di sostegno per malati e da subito legati, i due costruiscono giorno dopo giorno una storia d'amore fondata sugli interessi comuni e non: uno di questi è un romanzo che li porta a viaggiare fino ad Amsterdam per incontrare l'autore dell'opera, per quello che potrebbero ricordare come il momento migliore delle loro brevi vite.
Una volta tornati negli States, però, il Destino sarà pronto a chiedere il tributo alle loro malattie, finendo per portarli a fronteggiare quello che avevano temuto dal primo giorno: il fatto che uno di loro possa morire lasciando inevitabilmente l'altro.







Sono davvero felice. Da tempo, infatti, non mi capitava di avere così tanta voglia di massacrare di bottigliate un film da prima a durante a dopo la visione come è capitato con questo Colpa delle stelle.
Fin dai primi passaggi del trailer, infatti, avevo subodorato la classica americanata alla melassa degna delle stroncature delle grandi occasioni, che neppure alcune recensioni sorprendentemente positive erano riuscite ad intaccare: e fin dai primi minuti, in bilico tra sigarette non fumate e voce off più irritante che nel più irritante dei Malick, sono stato felice di trovare conferma delle mie aspettative, neanche Moccia avesse deciso di dedicarsi all'avventura a stelle e strisce in pieno stile Muccino.
Curioso come, qualche mese fa, con l'uscita in sala di Alabama Monroe, ben più di un blogger era rimasto indignato rispetto al presunto sfruttamento del dolore provocato dalla perdita di un figlio, mentre ora (quasi) tutti corrono ad applaudire questa caramella pietista gigante che vomita banalità sul cancro mascherandosi da cosa figa e simpatica pronta a giocare con battute e gag neanche fossimo tornati a Gran Torino: ma vaffanculo, dico io.
Due adolescenti innamorati volano ad Amsterdam ben consci del fatto che potrebbero schiattare da un momento all'altro e che fanno, invece che ammazzarsi di canne e scopare fino allo sfinimento? Vanno dritti alla casa di Anna Frank - davvero un colpo basso da Oscar - per un primo bacio strappalacrime che fa sembrare Tre metri sopra il cielo una specie di filmone da Festival di Cannes dopo essere stati giustamente bastonati dall'autore del romanzo che tanto li ha fatti sentire speciali e vicini - interpretato da un Willem Defoe che parte a mille e si riduce, nel finale, alla peggiore delle macchiette, vergogna anche per lui -.
Se non altro, nel corso di quello che dovrebbe essere il passaggio simbolo della pellicola, ho potuto tornare con la mente al Randall di Clerks e Clerks 2, pronto a confondere la già citata Frank con la Keller, pensando fosse "sorda, cieca e muta".
Sia ringraziato Kevin Smith.
Neppure Lars Von Trier, quest'anno, era riuscito nell'impresa di farmi incazzare così tanto, e rimanere a bocca aperta di fronte ad una vera e propria immondizia buonista che non solo con il Cinema c'entra poco - agghiaccianti i protagonisti, terribile la struttura, che risparmia sulla sceneggiatura inserendo spezzoni da video musicale per spingere la colonna sonora di fatto occupando con la stessa metà del tempo destinato ai dialoghi -, ma che mercifica la malattia trasformandola in una sorta di simpatica amica con la quale prima o poi si finisce a dover dare appuntamento per un the delle cinque un pò più prolungato degli altri.
L'unica a salvarsi da un tracollo clamoroso e completo è Laura Dern, il cui ruolo risulta più profondo ed interessante rispetto al resto del cast, pronta ad incarnare la volontà di una madre che sfrutta l'esperienza traumatica della malattia della figlia per poter aiutare altre famiglie trovatesi nella stessa situazione: ma è una consolazione misera rispetto a quella che è una versione da fighette di Noi siamo infinito che potrebbe piacere giusto a pusillanimi come Cannibal Kid o Kekkoz, che nonostante siano decisamente radical finiscono per abboccare alla più classica trappola hollywoodiana strappalacrime e zuccherosa neanche fossero i più ingenui tra gli spettatori.
E come se tutto questo non bastasse, l'agonia si prolunga per due ore suonate, sfruttando un crescendo che dovrebbe lasciare senza fiato per il dolore ma che di fatto ha finito per sbigottire gli occupanti di casa Ford, incerti se concedersi una liberatoria risata di fronte a tutta questa immondizia o sgranare gli occhi rispetto all'evidenza degli intenti biechi del regista e degli sceneggiatori, pronti a sfruttare una materia perfetta per un prodotto da stupro sentimentale e culturale come il romanzo da cui è tratto il film - romanzo che non ho letto e che non mi sogno, a questo punto, neppure di aprire -.
Non si confonda, dunque, questa merda al caramello per coraggio di affrontare la malattia, o la morte.
E non mi si venga a raccontare la stronzata di alcuni infiniti che sono più grandi di altri.
Se a diciotto anni mi fossi ammalato di cancro, sarei stato incazzato con dio, le stelle e tutte le puttanate di film come questo.
E avrei cercato di scopare il più possibile e divertirmi il più possibile prima che le luci si potessero spegnere, altro che cerchi romantici da Banca Mediolanum costruita intorno a te.
E sono incazzato anche con film come questo, che ricattano tutti gli spettatori, dai più tecnici a quelli occasionali, quasi come se si avesse paura di parlare male di qualcosa che riguarda la malattia.
Come se, criticandoli, ci si tirasse addosso la sfortuna.
Vaffanculo, dico io, di nuovo.
E non alle stelle, che probabilmente se ne fregano, come è giusto che sia di piccoli esseri insignificanti come noi.
Ma a quelli come Josh Boone, che se avessi un figlio adolescente malato e finissi per guardare questa roba, andrei a cercare per gonfiarlo come una zampogna.
E per chiudere, e per chi non avrà mai il coraggio di scriverlo, dirlo, o anche solo pensarlo, lo dico io: Colpa delle stelle è una cagata pazzesca.
E se anche fossi malato, mi farei novantadue minuti di applausi.



MrFord



"So open your eyes and see
the way our horizons meet
and all of the lights will lead
into the night with me
and I know these scars will bleed
but both of our hearts believe
all of these stars will guide us home."
Ed Sheeran - "All of the stars" - 




 

sabato 12 aprile 2014

Mr. Peabody&Sherman

Regia: Rob Minkoff
Origine: USA
Anno: 2014
Durata:
92'





La trama (con parole mie): Mr. Peabody ha mille risorse, un intelletto fuori dal comune e fin dalla giovane età ha mostrato capacità in grado di andare ben oltre i confini di una carriera ben delineata. E' stato inventore, genio della finanza, pioniere della pace nel mondo, benefattore, studioso e chi più ne ha, più ne metta. Ed un giorno, ha deciso di adottare un bambino, Sherman.
Mr. Peabody ha anche inventato una macchina del tempo grazie alla quale si diverte a viaggiare in lungo e in largo tra le epoche accompagnato proprio dal piccolo Sherman, che approfitta delle scorribande accanto al padre per imparare retroscena legati alla Storia dei quali nessuno è a conoscenza.
Mr. Peabody, però, è un cane. E quando Sherman combinerà un guaio a scuola, i due si troveranno a dover fare i salti mortali attraverso i secoli per poter davvero aggiustare le cose prima che una fin troppo solerte assistente sociale decida di separarli.







E' sempre un dispiacere, scrivere male di un film d'animazione.
I cosiddetti cartoni animati, infatti, per me continuano a rappresentare in qualche modo la parte più pura del Cinema, i primi sogni che tutti noi facciamo di fronte ad uno schermo, la magia che, con il passare degli anni, si traduce in tutto quello che ogni giorno oggi vivo da solo o con le persone che amo quando schiaccio il tasto play o aspetto che le luci si spengano in sala.
Eppure, a volte non se ne può proprio fare a meno.
Mr. Peabody&Sherman, infatti, è senza dubbio uno dei film d'animazione più prevedibili, noiosi, retorici, banali e semplicemente brutti che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni, nonchè una delle dimostrazioni più clamorose di quanto la Dreamworks continui a fallire perdendo il confronto con gli Autori nipponici - Miyazaki in testa - e la sua diretta concorrente, la Pixar.
Come molti dei prodotti della suddetta, infatti, l'importanza della storia e della costruzione dei personaggi finisce spesso e volentieri per essere sacrificata in nome di scenette che vorrebbero essere divertenti e che finiscono per risultare una sorta di insulto all'intelligenza non solo e non tanto dello spettatore adulto, ma dei più piccoli, decisamente troppo svegli per cadere nella trappola della risata che giustifica un prodotto non all'altezza - o almeno, c'è da sperarlo -.
Spesso e volentieri - e non solo in passato - la Disney, da sempre il vero e proprio punto di riferimento occidentale per il genere, è stata criticata per l'eccessivo buonismo dei suoi prodotti - anche quando, grazie a pietre miliari come Dumbo, Biancaneve o Pinocchio, prima di giungere al lieto fine si assisteva a sequenze al limite del terrore -, eppure i "Classici" della grande D. hanno dato sempre l'impressione di una ricerca di solidità anche in termini di trama, script e costruzione - visiva e di scrittura - dei protagonisti, difficilmente ridotti a macchiette senza carattere come i charachters principali di questo filmetto davvero inutile che pare riciclare le idee tipiche del genere pescando addirittura da titoli di neppure così lontana produzione come Madagascar 3.
Perfino un tema interessante e dai tempi di Ritorno al futuro amato dal sottoscritto come quello dei viaggi nel tempo finisce per apparire privo di spessore nel continuo saltellare da un'epoca all'altra dei due eroi, senza contare la totale assenza di una costruzione che possa alimentare l'attesa per il viaggio stesso - pronti via, e dopo due minuti di film già ci troviamo in piena Rivoluzione francese come se niente fosse -: inoltre, la tipica costruzione da film animato che passa da un inizio scanzonato e divertente al momento di difficoltà dei protagonisti che prelude all'inevitabile trionfo del Bene finale manca del pathos che rendeva speciali le visioni del vecchio Ford da bambino, e nonostante le difficoltà, i paradossi e la "spietata" assistente sociale nulla è in grado di far credere che le cose possano davvero mettersi male, per la strana coppia padre e figlio, se non per il pubblico, ammorbato con il terrificante speech ad alto tasso di retorica - altro che Disney! - condito dal pistolotto "io sono un cane", che ha scatenato una tra le peggiori ire da bottigliate che abbia mai provato di fronte ad un caro, vecchio cartone.
Anche perchè, in questo caso, gli unici cani pervenuti sono stati senza dubbio gli autori.



MrFord



"Who let the dogs out?
(Woof, woof, woof, woof)
Who let the dogs out?
(Woof, woof, woof, woof)"
Baha Men - "Who let the dogs out?"




martedì 25 febbraio 2014

Lone survivor

Regia: Peter Berg
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 121'


La trama (con parole mie): siamo nel giugno del 2005 in Afghanisthan, ed il Navy seal Marcus Lutrell è in missione con un manipolo di suoi commilitoni in modo da scovare tra le montagne Ahmad Shahd, un comandante di Al Qaeda, ed eliminarlo. Incrociato il cammino di un gruppo di pastori la squadra si divide rispetto al fatto di ucciderli in quanto potenziali minacce per la missione o rispettare le regole d'ingaggio e risparmiarli. 
Lutrell, maggiore sostenitore della seconda ipotesi, riesce a convincere i compagni.
I mancati prigionieri, rivoltisi agli uomini di Shahd, rendono però possibile ai talebani un attacco massiccio e su territorio favorevole che mette in ginocchio i soldati USA, individuati, braccati ed uccisi uno ad uno.

Lutrell, unico superstite del suo plotone, si troverà costretto a lottare con tutte le forze per rimanere in vita e tornare a casa.





Chiunque frequenti il Saloon è al corrente di quanto bene il sottoscritto voglia a Peter Berg, molto, molto tamarro regista newyorkese praticamente texano d'adozione padre del serial da queste parti amatissimo Friday night lights, nonchè di alcune chicche come Hancock ed il più recente Battleship, sguaiate pellicole di memoria molto eighties divertentissime dall'inizio alla fine.

All'uscita di Lone survivor, lo ammetto, rimasi perplesso a fronte della scelta di Berg di raccontare una storia profondamente a stelle e strisce che correva il rischio di apparire fuori tempo massimo considerata la sua ambientazione, ma mi ripromisi di dare una chance all'operazione a seguito dell'entusiastica recensione che The Rock ne diede su Instagram nonchè da pareri principalmente positivi giunti dalla critica oltreoceano, accompagnati da un esordio a dir poco dirompente al botteghino.

Affrontata la visione ed informatomi sull'ispirazione dal libro e dalla reale storia di Marcus Lutrell - il sopravvissuto cui presta volto Marc Wahlberg -, decisamente ben riportato, posso affermare di aver trovato Lone survivor una delle cose migliori che l'action realistica abbia prodotto dai tempi di End of watch, ottimamente girato e fotografato, serratissimo ed in grado di rappresentare, di fatto, una versione di grana più grossa del meraviglioso Zero dark thirty, ponendosi un gradino sopra a proposte interessanti come Special forces - Liberate l'ostaggio, rispolverando perfino, a partire dall'inizio del conflitto a fuoco che da inizio alla lotta per la vita di Lutrell e compagni, una matrice quasi horror che ricorda Carpenter ed il suo Distretto 13 o il più recente, misconosciuto e sottovalutatissimo Nido di vespe.

Non aspettatevi, però, di sedervi in sala ed assistere ad uno spettacolo diretto con l'approccio quasi giornalistico della Bigelow, perchè Lone survivor trasuda stelle e strisce da ogni poro, e regala momenti ad alto tasso di retorica come il finale legato alle istantanee dei membri di quella maledetta missione o le morti dei singoli componenti del commando, violente quanto intrise della stessa epica che rese inviso a molti Salvate il soldato Ryan.
A prescindere, comunque, dall'apparenza, Lone survivor è solido e cazzutissimo Cinema di genere realizzato con tutti i crismi, per una volta premiato dal successo di pubblico e critica e giustamente preso a modello per quella che dovrebbe essere l'action intelligente lontana dagli effetti e dal pane e salame dei prodotti più fracassoni - comunque da queste parti ugualmente rispettati -: una componente fisica vicina al gusto di Neil Marshall che incontra l'afflato quasi romantico della filosofia USA larger than life, una vicenda di guerra e morte che si è portata via le vite di giovani perduti da una parte e dall'altra della barricata - come in tutti i conflitti, del resto - trasformata in un inno alla vita e alla voglia di viverla e sopravvivere sempre e comunque per farlo, a prescindere dalle prove che ci vengono messe di fronte.
In quest'ottica la scelta di non oscurare - anzi, di trasformare in fondamentale anche sul grande schermo - l'aiuto che Lutrell ebbe da una tribù locale legata ad una tradizione millenaria volta alla sacralità degli ospiti diviene un buon viatico per passare oltre le apparenze e mostrare un altro lato dell'approccio spesso e volentieri troppo tendente alla conquista degli States: forse perfino questi novelli cowboys armati di fucili di precisione ed addestrati a superare quasi ogni limite umano sono riusciti a fare loro la lezione più importante fin dai tempi delle lotte senza quartiere con i nativi americani.
Non esistono un unico nemico, un unico volto, un'unica guerra.
Esistono però dei confini che è sempre meglio non superare, ed altri che è vitale difendere a costo della propria vita.
Perchè sono gli stessi che ci definiscono come persone.
Gli stessi che ci permettono di lottare o di morire in pace.
O di sopravvivere per continuare a sentirli sulla pelle.


MrFord


 
"I'm a survivor (What?)
I'm not gon give up (What?)
I'm not gon stop (What?)
I'm gon work harder (What?)
I'm a survivor (What?)
I'm gonna make it (What?)
I will survive (What?)
Keep on survivin' (What?)"
Destiny's child - "Survivor" - 


       

venerdì 29 novembre 2013

Planes

Regia: Klay Hall
Origine: USA
Anno: 2013
Durata:
91'




La trama (con parole mie): Dusty Crophopper è un aereo da irrigazione stanco ed annoiato del suo lavoro nei campi. Il giovane velivolo, infatti, sogna da tempo di partecipare ad una gara che ogni anno porta i più veloci tra gli aeroplani a confrontarsi in una corsa a tappe da un capo all'altro del mondo: peccato che, se non con un paio di fidati amici del paese, Dusty non si sia mai davvero confrontato con l'esterno e la sua realtà. Quando, però, con l'aiuto dell'ex militare Skipper ed un pò di fortuna riesce a qualificarsi per la gara, il sogno pare essere a portata di un colpo d'ala.
Dusty inizia dunque la più grande avventura della sua vita, cercando, più che di vincere, di non sfigurare accanto a quelle che sono vere e proprie leggende dell'aria: ovviamente, il suo destino sarà decisamente più da protagonista di quanto non possa aspettarsi.





I frequentatori storici del Saloon ben sanno - anche grazie alle schermaglie del sottoscritto con il Cannibale in merito - della grande stima di cui godono da queste parti i geniacci della Pixar, casa di produzione nata come costola di Mamma Disney ormai una ventina d'anni fa e divenuta una realtà più che consolidata della settima arte, soltanto nel corso delle ultime stagioni in leggera flessione in merito a qualità, soprattutto per quanto riguarda idee e script.
Il suddetto calo, avvenuto quando alla passione e alla fantasia sono stati preferiti incassi e profitto, ha avuto la sua più - o meno, a seconda dei punti di vista - riuscita incarnazione in Cars 2, spentissimo sequel del bellissimo primo episodio del brand che ha ispirato proprio la grande D per la produzione di Planes, versione aerea delle vicende di Saetta McQueen curato nel dettaglio - anche se certo non ai livelli degli standard pixariani - per quanto riguarda l'animazione ma decisamente lontano da quello che ci si aspetterebbe da una proposta interessante non solo per i più piccoli.
Nato come titolo pronto ad essere distribuito direttamente in home video e dunque dirottato in sala, Planes condensa tutto il peggio della retorica cartoonesca da rincoglionimento precoce inforcando una serie di evoluzioni una più prevedibile dell'altra, dal buono sempre buono e sempre salvato - come nelle peggiori serie animate che già da bambino cominciarono a farmi prediligere il "bad guy" della situazione rispetto al protagonista a tutti i costi - al classico sviluppo che porta ad un'esaltazione iniziale un problema apparentemente insormontabile superato con agilità dal nostro eroe per chiudersi nel finale standard disneyano nella peggiore accezione del caso.
A questo si aggiunga un adattamento italiano da incubo - su tutti il passaggio da Rochelle, aereo dalle fattezze femminili canadese nell'originale tramutato in Aurora, seducente bellezza italiana: peccato che la bandiera canadese, per l'appunto, spicchi sulle fiancate della sua carena, neanche si avesse a che fare con una schiera di imbecilli più o meno cresciuti - e il danno è fatto: probabilmente il ritorno economico sarà comunque notevole, diviso tra incassi, giocattoli, videogames, modellini e chi più ne ha più ne metta ispirati a Dusty Crophopper e agli altri protagonisti, ma senza dubbio la credibilità Disney rispetto all'animazione, cresciuta negli ultimi anni grazie a proposte decisamente interessanti come Bolt e Ralph Spaccatutto, risulta minata - e non solo agli appassionati di Cinema o agli addetti ai lavori - tanto da far addensare nubi di tempesta sul già evitabile sequel annunciato, e molte riserve rispetto ai titoli che, con l'avvicinarsi delle Feste, verranno lanciati in sala dal colosso statunitense.
Un vero peccato, perchè i bambini sono piccole persone spesso più sveglie di quanto non si creda o si possa pensare, e prodotti come questo sono un insulto alla loro intelligenza così come al loro cuore, decisamente meritevole di più di una favoletta finta e posticcia affinchè possano davvero sognare di volare.


MrFord

"Yeah, I’m lookin’ to the sky to save me
lookin’ for a sign of life
lookin’ for something to help me burn out bright
I’m lookin’ for a complication
lookin’ ‘cause I’m tired of lyin’
make my way back home when I learn to fly high."
Foo Fighters - "Learn to fly" -

lunedì 15 luglio 2013

World War Z

Regia: Marc Forster
Origine: USA
Anno:
2013
Durata: 116'




La trama (con parole mie): Gerry Lane, ex agente speciale delle Nazioni Unite, viene sorpreso in una normale mattinata passata con la sua famiglia da un'invasione di infetti pronti ad uccidere e passare il morbo a chiunque capiti loro a portata di morso.
Riuscito a mettersi in salvo - con i suoi cari, ovviamente - grazie al suo addestramento e raggiunto da un vecchio compagno, viene a sapere che l'epidemia si è propagata su tutto il pianeta, ed in cambio della sicurezza della famiglia decide di tornare in campo per proteggere un esperto virologo pronto a partire alla ricerca di una potenziale cura.
Quando, a missione poco più che avviata, lo stesso studioso perde la vita, a Lane non rimarrà altro che continuare la ricerca da solo, passando da Gerusalemme per finire in Galles per nutrire un'intuizione che potrebbe rivelarsi una scommessa fatale.




Da tempo, nella blogosfera e non, si parlava con trepidante attesa dell'uscita in sala di World War Z, travagliatissimo - in fase di produzione e realizzazione - titolo firmato da Marc Forster che, almeno sulla carta, pareva avere la non comune chance di mettere d'accordo il pubblico occasionale da filmone da multisala nel weekend e quello più snob, pronto a dilettarsi con un pò di sano divertimento con un pizzico di autorialità che fa sempre bene.
Peccato che il risultato - e non credo a causa dei suddetti problemi insorti nel corso della lavorazione - sia un colossale fallimento da una e dall'altra parte: se non fosse che le aspettative del sottoscritto erano basse in partenza, infatti, vi sareste trovati di fronte ad una delle tempeste di bottigliate più toste del passato recente, spinta dall'anonima regia di Forster, dalla retorica a stelle e strisce che percorre l'intera opera ed esplode in terrificanti momenti che sarebbero calzati a pennello ad un film con Will Smith e da un approccio che, come troppo spesso accade ultimamente, dimentica l'ironia per vestirsi di un tono serioso neanche si trattasse di materia da Festival delle proposte di nicchia.
Brad Pitt - e qui c'è da dirlo, figo da paura anche alle soglie dei cinquanta - incarna, suo malgrado, un protagonista che è l'esempio perfetto della grana grossa ammeregana nella piena tradizione del Jack Bauer di 24 - ma meno reazionario - e dell'inossidabile Liam Neeson - ma meno spietato - dei due pessimi Io vi troverò inserito in un contesto che pare la copia edulcorata e fracassona dell'ottimo 28 giorni dopo, che riporta la dimensione degli zombies veloci ed assetati di sangue dalle strade deserte di Londra ad una sorta di epidemia globale senza però riuscire a mantenere la benchè minima parte di tensione neppure nei momenti sulla carta più spettacolari - la sequenza dell'attacco a Gerusalemme e quella del laboratorio di Cardiff, che è riuscita a riportarmi alla mente addirittura lo Steven Spielberg di Jurassic Park con i Velociraptor confinati nello spazio chiuso del centro e pronti a dare la caccia agli umani -.
Come se non bastasse, per un titolo dalla durata non esagerata come quella di molti altri giocattoloni distribuiti negli ultimi anni - siamo sull'ora e cinquanta scarsa -, la noia finisce per affiorare spesso e volentieri, a causa anche dei rimandi più o meno voluti ad una raccolta di film catastrofici più o meno efficaci dai quali gli sceneggiatori - e pensare che tra loro figura anche Drew Goddard, peccato davvero! - paiono aver pescato a piene mani senza preoccuparsi troppo di quello che sarebbe stato il risultato, o almeno di copiare "con stile" come avrebbe fatto, personalizzando senza ritegno, un Tarantino o un Rodriguez, giusto per non alzare troppo il tiro.
Forster, dunque, manca clamorosamente il bersaglio sprecando l'occasione di creare una sorta di "punto d'origine" di un brand - come vorrebbe la produzione e si evince chiaramente dal finale aperto, irritante e quasi patetico - che poteva essere la risposta sul grande schermo al successo che sta coinvolgendo The walking dead, serial tra i più amati della tv - anch'esso ben lontano, tra l'altro, dall'essere tra i miei favoriti -.
Solo il destino - ed il botteghino - potranno dirci se questo sarà effettivamente possibile: quello che è certo è che, con tutta la simpatia per Brad Pitt e la voglia di svagarsi con un bel filmaccio costruito sugli inseguimenti di zombies supercattivi e superveloci, l'unica cosa interessante uscita dalla visione è l'insegnamento base di un corso di sopravvivenza in caso di catastrofe di questo genere.
Doveste, infatti, ritrovarvi per le strade di una città completamente invasa, cercate di mettervi sempre sulla scia dell'attore di turno - preferibilmente action hero - e starete in una botte di ferro.


MrFord


"I think I'd better run, run, run
I think I'd better run, run, run
you didn't catch me fallin', fallin', fallin'
fallin',fallin', fallin'."
Phoenix - "Run run run" - 



domenica 14 luglio 2013

Cuori ribelli

Regia: Ron Howard
Origine: USA
Anno: 1992
Durata: 140'




La trama (con parole mie): siamo alla fine dell'ottocento, ed in Irlanda imperversano i proprietari terrieri che con gli affitti dei terreni soffocano le esistenze dei contadini. Joseph Donnelly, perduto il padre, insegue il sogno di avere una terra di sua proprietà andando in cerca di vendetta e di Daniel Christie, che possiede i campi per proteggere i quali il suo vecchio ha perso la vita.
Giunto alla tenuta dell'uomo, Joseph scopre di non essere poi così bravo ad uccidere e finisce per fuggire in America con la figlia dello stesso, Shannon, che insegue un desiderio di libertà e modernità.
Giunti a Boston e fintisi fratello e sorella, i due scopriranno il ribaltamento dei destini che li separava nel Vecchio Continente: mentre il primo, infatti, fa fortuna con la boxe e s'imborghesisce, la seconda continua a lavorare come un'operaia criticando i modi da puzza sotto il naso dei ricchi. Quando il legame che si è creato tra i due esplode, il dramma e la separazione li attenderanno al varco, per riunirli soltanto mesi dopo, in Oklahoma, in occasione della grande corsa che prevede l'assegnazione di terre a chiunque riesca a picchettare il proprio angolo di Paradiso sopravvivendo agli altri aspiranti proprietari.







Lo ammetto: ho sempre considerato dei veri e propri guilty pleasures polpettoni come Cuori ribelli.
Curiosamente, questa poco riconosciuta pellicola firmata Ron Howard non era ancora finita tra le mani del sottoscritto, ed è giunta in casa Ford principalmente grazie al contributo di Julez, che rispolverando ricordi di gioventù ed associandola alla mia cara Vento di passioni ha sollecitato questo graditissimo recupero.
Perchè se da un lato prodotti di questo genere rappresentano senza dubbio tutto il peggio che il Cinema americano ha da offrire per quanto riguarda la retorica e la grana grossa della narrazione, dall'altro il lavoro dell'ex Ricky Cunningham di Happy Days è onesto, puntuale, sentito e soprattutto autoironico, cosa che non si potrebbe affatto dire di pellicole simili spacciate per prodotti profondamente autoriali come War horse e Lincoln, che di norma hanno lo straordinario potere di farmi incazzare come un bufalo quando non riescono ad annoiarmi.
Cuori ribelli, al contrario, assume la connotazione di versione pane e salame delle stesse, e cavalcando una storia coinvolgente e volutamente sopra le righe permette allo spettatore di andare oltre anche alle peggiori brutture - i titoli di testa ed il pessimo dolly in stile "anima" conclusivo, per citarne due delle più clamorose - concentrandosi su una vicenda divertita e divertente interpretata da una coppia allora unita anche nella vita reale - curioso pensare alle vicende sentimentali di Tom Cruise e Nicole Kidman, da Giorni di tuono e Cuori ribelli fino al "definitivo" Eyes wide shut - che sfrutta proprio in questo senso il lato più provocatorio e da commedia del romanticismo, lasciando spesso e volentieri spazio agli scambi tra Joseph e Shannon in grado di originare anche le sequenze migliori del film - come le rispettive sbirciate durante la preparazione per la notte a Boston, forse addirittura il pezzo migliore dell'intero lavoro - ed alimentare l'evolversi della trama, suddivisa idealmente in tre atti tra Irlanda - la parte più raffazzonata -, Boston - il momento migliore del racconto, che stizza l'occhio non solo al già citato Vento di passioni ma anche a quello che sarà, dieci anni dopo, Gangs of New York - e l'Oklahoma - pronto a fare da cornice al consueto finalone da kolossal hollywoodiano che, ai tempi ed in questo caso, non servì a trasformare l'opera di Howard nella consueta macchina da soldi e premi che di norma finisce per essere la naturale evoluzione di questo tipo di proposte.
Ma senza soffermarsi troppo sulle questioni tecnico/artistiche rischiando di finire, volente oppure no, a fare lo snob che affibbia una bonaria pacca sulle spalle al mestierante regista di turno con fare di presunta superiorità, mi getto nelle sensazioni positive che titoli di questo genere riescono sempre a lasciare, figli di un'eredità cinematografica effettivamente larger than life ma sempre in grado di parlare ad ogni genere di pubblico ed incarnare, in qualche modo, il senso di meraviglia che per primi stuzzicarono Capolavori come Via col vento: senza contare che il piacere di godersi il divano di casa Ford tutti e tre insieme - anche se per ora per il Fordino non fa alcuna differenza - non ha prezzo rispetto al pensiero della noia d'essai patita di Julez a proposito di alcune scelte troppo estreme del sottoscritto o alle mie stesse pretese a volte decisamente maniacali a proposito delle visioni.
Un bel modo, dunque, per stare insieme e godersela, come un pomeriggio in cui il Cinema intero si trasferisce a casa vostra a favore della Famiglia.
E se il prezzo dev'essere accettare l'esistenza di titoli dal sottotesto retorico ed il richiamo alla lacrima facile, poco importa: la settima arte è anche questo - senza contare che il rapporto tra Joseph e Shannon è riuscito a ricordare molto, seppur fra due poveracci, il continuo provocarsi che ha posto le fondamenta di quello che abbiamo io e Julez oggi -, e sono ben contento che il semplice goderseli dall'inizio alla fine vada oltre ai tentativi di "nobilitarli" raccontando del ribaltamento di ruoli tra i protagonisti nel corso del loro viaggio e dunque del rapporto tra Vecchio e Nuovo Continente, perchè sarebbe come dare ragione ad un borioso proprietario terriero quando qui al Saloon si è sempre appartenuti alla grande schiera dei venuti dalla terra e dalla strada.


MrFord


"There's diamonds in the sidewalks, there's gutters lined in song
dear I hear that beer flows through the faucets all night long
there's treasure for the taking, for any hard working man
who will make his home in the American land."
Bruce Springsteen - "American land" -


sabato 15 giugno 2013

Jerry Maguire

Regia: Cameron Crowe
Origine: USA
Anno: 1996
Durata: 139'




La trama (con parole mie): Jerry Maguire è un procuratore sportivo, un uomo in carriera, uno squalo nonchè uno dei migliori nel suo campo. Quando un episodio apparentemente insignificante lo porta ad una crisi di coscienza e alla stesura di un manifesto programmatico in cui si chiede se non sia il caso di cambiare l'approccio rispetto ai clienti considerando un nuovo corso più umano e meno legato al denaro si ritrova licenziato dalla sua agenzia e privato di quasi tutti i nomi della sua agenda, spinti a rimanere dove sono principalmente per l'incertezza che ora trasmette loro l'ex pilastro Maguire, che per non farsi mancare nulla finisce per farsi mollare anche dalla sua promessa sposa.
Gli unici a rimanergli accanto saranno un'impiegata giovane e sognatrice con un figlio a carico, Dorothy, ed il giocatore di football a fine carriera Rod Tidwell, in cerca di un ultimo e lucrativo contratto che possa garantire un futuro a lui e alla sua famiglia: proprio da loro partirà la riscossa di Jerry, che da macchina da soldi imparerà sulla pelle il significato dell'umanità sul lavoro.





Mi pare già di vedere il Cannibale strabuzzare gli occhi, nonostante oggi si parli di un regista che anche lui apprezza come Cameron Crowe: un film a tematica sportiva con un Tom Cruise gigioneggiante a livelli mai registrati prima con una colonna sonora old school e tanta buona e sana retorica a stelle e strisce, praticamente un incubo quasi peggiore di una serata alcolica con il sottoscritto, un film con Van Damme o un disco di Kid Rock ascoltato a ripetizione per un giorno intero.
In realtà Jerry Maguire è senza dubbio uno dei guilty pleasures più smaccatamente ammmeregani che abbia mai avuto, un titolo che mi piace sempre rispolverare e al quale non dico mai di no se nel corso di una delle rare scorribande di zapping del sottoscritto capita di incrociarlo alla tv: proprio a seguito di una di esse ho sfruttato l'occasione per rinfrescare la memoria di Julez in merito, godendomelo come la prima volta dalla parabola prima discendente e poi ascendente - almeno per quanto riguarda il lato umano - del protagonista all'impagabile Rod Tidwell di Cuba Gooding Jr., che con questa interpretazione conquistò l'Oscar come migliore attore non protagonista, dal mitico Ray, figlio della sognatrice Dorothy pronta a sostenere fin dal principio la crisi di coscienza di Jerry al più classico dei climax strappalacrime da blockbuster hollywoodiano per famiglie.
Il merito di questo risultato - idolo fordiano Cruise a parte - è senza dubbio da attribuire al regista, che riesce a dare un'impronta fresca ed onesta ad una materia che, in mano a qualche mestierante del settore senza arte ne parte avrebbe prodotto una di quelle robacce melense che avrei bottigliato senza pietà, e che al contrario mi ritrovo ad elogiare proprio per il suo essere, in qualche modo, molto pane e salame nel raccontare una vicenda di riscatto in linea con la filosofia dell'american dream ma ugualmente pulita, lineare e piacevole.
In una cornice profondamente anni novanta, assistiamo dunque alla caduta del procuratore sportivo in crisi di coscienza Jerry Maguire, che rigettati i precetti di una società ormai basata esclusivamente sullo sfruttamento dei clienti - sportivi di alto livello - e sul denaro che pare non essersi svestita dei panni da squalo degli eighties degli yuppies si ritrova con il culo per terra a dover ricominciare da zero trasformando in fatti le belle parole che, in un delirio da post sbronza a seguito di un episodio che altri avrebbero considerato marginale, ha inserito in un manifesto programmatico che gli è costato, di fatto, il licenziamento.
Ogni spettatore ben sa come andrà a finire la storia - in fondo questo genere di pellicole hanno una sola direzione, costruita sulla soddisfazione dell'audience che, uscita dalla sala, si sente in diritto di sognare in grande almeno quanto i charachters che ha appena visto dibattersi e lottare per un'aspirazione superiore sullo schermo -, eppure si seguono le gesta della premiata ditta Jerry&Rod lungo un'intera stagione, facendo il tifo per loro e con loro soffrendo ed esultando fino a quel trionfale finale in cui perfino l'esplosivo giocatore di football finisce per commuoversi.
Se, da un lato, lo sviluppo della trama risulta decisamente prevedibile, dall'altro troviamo intuizioni ben riuscite come quelle legate al rapporto tra Jerry e Dorothy, che la giovane impiegata inizialmente idealizza proprio a seguito delle parole del "manifesto" di Maguire e che l'uomo - che tutti definiscono incapace di stare solo - traduce come una sorta di debito di riconoscenza nel momento in cui decide di chiedere alla sua unica dipendente di sposarlo: un legame dunque non facile, combattuto e costruito un pezzo dopo l'altro ma non per questo meno intenso di quello decisamente più rodato dei Tidwell, che nonostante gli anni e le battaglie dentro e fuori il campo da football paiono ancora innamorati come il primo giorno.
Crowe, dunque, pare sfruttare la vicenda di Jerry Maguire non tanto per raccontare una sorta di rivincita del cuore sui biechi affari, quanto per esaltare i valori che sono le basi di quello stesso cuore, nonchè la benzina più potente per il sacro fuoco del "kwon": e senza il "kwon", ragazzi, non potrete mai e poi mai, ma proprio mai, coprire qualcuno o farvi coprire di soldi.
Parola di Tidwell. E di Jerry Maguire.


MrFord


"I wanna glide down, over Mulholland
I wanna write her, name in the sky
I wanna free fall, out into nothin'
gonna leave this, world for awhile
and I'm free, free fallin'
yeah I'm free, free fallin'"
Tom Petty - "Free fallin'" -


martedì 11 giugno 2013

After Earth

Regia: M. Night Shyamalan
Origine: USA
Anno:
2013
Durata: 100'




La trama (con parole mie): siamo in un lontano futuro nel quale l'Uomo, sopravvissuto al progressivo declino naturale della Terra e ad un'invasione aliena costruita attorno alla forza dirompente degli Ursa - creature in grado di seguire le tracce lasciate dai feromoni legati alla paura -, vive ormai lontano dal suo pianeta d'origine, ed è abituato a combattere grazie ad una tecnica perfezionata dal leggendario generale Cypher Raige, in grado di schermarsi da ogni attacco perchè completamente in controllo dei propri istinti, paura compresa.
Quando il giovane e del tutto imperfetto figlio del pezzo d'uomo suddetto, mancata la promozione a Ranger, viene aggregato dal padre ad una missione di addestramento, il rapporto tra i due pare essere di fronte ad una possibile evoluzione: l'incidente all'astronave sulla quale viaggiano e l'essere precipitati sulla ormai inospitale Terra darà loro la possibilità di provare che effettivamente entrambi possono considerare di essere pronti per il passo successivo.



Lo ammetto, aspettavo da parecchio questa recensione: diciamo che, qui al Saloon, trattare male Shyamalan è infatti un divertimento pari a quello dei tipi tosti e fichi del liceo che vessano felicemente le matricole nerd e supponenti chiudendole negli armadietti imponendo loro di improvvisarsi juke-box umani ed altre amenità di questo tipo.
Devo ammettere anche che inizialmente il mio rapporto con il buon M. Night - che a me fa venire in mente il Michael Knight di Supercar a causa della pronuncia - non era certo male, considerato che avevo apprezzato molto Il sesto senso, simpatizzato per il sottovalutato Unbreakable ed assolutamente approvato l'ottimo The village, senza dubbio il lavoro migliore del regista: peccato che, una volta giunto al successo, di shy non deve essere rimasto nulla a Shyamalan, tanto che il suddetto deve aver cominciato a pensare di essere l'erede di Orson Welles, e oltre a scrivere e dirigere le sue opere, ha pensato bene di ritagliarsi addirittura ruoli da protagonista.
Da qui l'indecoroso Lady in the water, cui fece seguito l'ancor più terribile E venne il giorno, una delle cose più insulse e ridicole che ricordi di aver visto negli ultimi dieci anni: inutile dire che, con questa escalation alle spalle, l'idea che Shyamalan dirigesse uno sci-fi formato famiglia con Will e Jaden Smith come protagonisti, l'hype per After Earth è salito alle stelle, considerato che i posti dedicati alla top ten del peggio dell'anno cominciano ormai a scarseggiare.
E come è uscito il vecchio Ford dalla visione? Un pò deluso, devo ammetterlo.
Certo, After Earth è un polpettone buonista ed insopportabile ed un elogio spudorato del nepotismo - clamorosa la scena in cui il giovane Kitai viene sorpreso a gironzolare per l'astronave dai Ranger e, sul punto di essere giustamente cazziato e bastonato, basta che uno dei suddetti pronunci il nome del suo cazzutissimo padre generale e tutti improvvisamente sono pronti a mostrargli i segreti del mostro che portano come carico speciale -, Jaden Smith è imbarazzante ed il suo genitore ancor di più, la trama telefonatissima e traboccante di scene ben oltre il limite del trash - il soldato senza gamba che chiede aiuto per alzarsi e salutare come si conviene il supergenerale senza paura Cypher riesce a far sembrare qualsiasi zuccherosità retorica a stelle e strisce praticamente una satira anti USA -, eppure nel complesso il risultato non è stato vomitevole come mi sarei aspettato dopo i primi dieci minuti.
A salvare quel molto, molto poco che c'era da salvare è il fatto che nella parte centrale della pellicola viene in qualche modo omaggiato il Cinema d'avventura che tanto andava in voga tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli ottanta con tutta la fantascienza trash che fu la base della formazione cinematografica di molti bambini del periodo, e soprattutto che nel corso della stessa la presenza dello Smith padre finisce per essere fortemente ridotta, eliminando di fatto i dialoghi e lasciando spazio ai tentativi di Smith figlio di sopravvivere alla flora e alla fauna terrestri, decisamente ostili per un fighetto cocco di papà cresciuto nella bambagia e soffocato dal senso di colpa per la morte della sorella come lui.
Come se non bastasse, la battuta finale tra i due ovviamente riconciliatisi ed ovviamente superfichi anche come famiglia rispetto al futuro lavorativo accanto alla madre - che non va certo in giro per l'universo ammazzando mostri in grado di annusare la paura - rende anche se in minima parte meno serioso e pretenzioso l'intero progetto, in ogni caso giustamente castigato al botteghino e destinato ad essere uno dei flop più clamorosi dell'anno.
Vorrei davvero infierire ancora su questo giocattolone mal riuscito firmato da uno dei registi che più detesto ed interpretato da una coppia di attori che non detesto neppure troppo, ma che nell'uso che fa dell'influenza e del "potere" che si ritrova ad Hollywood finisce inevitabilmente nella lista dei cattivi da affiggere alle mura del Saloon, ma penso che sia stato lo stesso grande pubblico a dare la loro la punizione più giusta.
Ora sono proprio curioso di scoprire come ha intenzione il signor spaccaculi non ho paura sono invincibile ed incarno il sogno americano nonchè "fucina di idee" - come definito in un servizio di un telegiornale - Will Smith a tirarsi fuori da questa merda.
Di Shyamalan non mi preoccupo. Lui ci è già sprofondato.


MrFord


"Come on baby... Don't fear the reaper 
baby take my hand... Don't fear the reaper
we'll be able to fly... Don't fear the reaper
baby I'm your man..."
Blue Oyster Cult - "(Don't) Fear the reaper" -



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