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lunedì 13 marzo 2017

Autopsy (Andrè Ovredal, UK/USA, 2016, 86')




Da vecchio fan del genere, per me è sempre una vittoria incrociare il cammino di un film horror che funziona, anche perchè purtroppo per quelli come me si tratta di merce molto rara.
Il nome di Andrè Ovredal, del resto, dalle parti del Saloon si era già fatto notare qualche anno fa, quando con Troll Hunter irruppe settando un nuovo standard nel mondo del mockumentary - prima che Lake Mungo alzasse ulteriormente l'asticella -, regalando al sottoscritto una delle esperienze più sorprendenti del passato recente rispetto, in quel caso, più al fantasy che non all'horror.
Ma poco importa.
Il regista, a questo giro di giostra, era chiamato ad una prova ardua: quella del confronto con una produzione anglosassone, seppur piccola, impreziosita da due protagonisti di lusso - Emile Hirsch e Brian Cox - e da richiami a quello che è uno dei capisaldi della cultura a stelle e strisce quando si tratta di horror ed affini: il mondo della stregoneria.
In questo senso, basterebbe una frase cult di Julez per dare una dimensione ben definita al successo di Ovredal: "Zombie, impara a fare un film sulle streghe!", in riferimento all'orrido Salem, e la portata di questo non privo di difetti ma assolutamente efficace ed affascinante The autopsy of Jane Doe sarebbe di colpo chiara.
Ma non è finita qui.
Perchè oltre a temi importanti e cari al sottoscritto come quello del rapporto tra padre e figlio, assistiamo ad una prima parte assolutamente ad effetto - da tempo non mi capitava di provare almeno alla lontana un certo disagio, di fronte ad una produzione horror - resa tale anche da una location chiusa e gestita benissimo e ad un ottimo e sapiente uso dell'atmosfera, del sonoro e del visto/non visto - e ad una seconda forse meno incisiva ma comunque di buona suggestione, pronta a raccontare la storia di una vendetta senza quartiere o tregua, che quasi fosse un'espressione della Natura più che della Natura umana colpisce indiscriminatamente e senza sconti, che si tratti di essere buoni, oppure no.
I volti di questo doppio volto sono quelli della casa dei Tilden - una dimora dal gusto gotico che farebbe invidia a qualsiasi ghost story - e della giovane Olwen Katherine Kelly, che prestando corpo e mimica facciale alla Jane Doe del titolo - quantomeno originale - finisce per risultare più efficace ed inquietante di molte maschere passate sul grande e piccolo schermo nel corso degli anni: come fu per la maggior parte del già citato Troll Hunter, l'atmosfera si conferma una delle armi migliori di Ovredal, che gioca con il suo pubblico come dovrebbe fare ogni autore di genere, evitando almeno in parte le trappole della distribuzione su larga scala e scendendo a compromessi con le stesse senza per questo snaturare il suo lavoro.
Una cosa davvero non da poco, specialmente se riferita ad un film piccolo piccolo costruito attorno ad una vecchia casa e tre attori chiusi all'interno di un incubo che non sarebbe dispiaciuto, considerati i suoi trascorsi, ad un Maestro della vendetta come Park Chan Wook.




MrFord




 

giovedì 9 marzo 2017

Thursday's child


Nuova puntata della rubrica delle uscite in sala condotta, come sempre, dal qui presente leggendario vecchio cowboy e dal decisamente meno leggendario Cannibal Kid: riusciranno, questa settimana, i due bloggers un tempo acerrimi rivali, a ritrovare l'acredine degna della loro lotta che pare perduta fin dall'inizio di questo duemiladiciassette?

Ford dopo aver letto un vecchio post di Cannibal.

La luce sugli oceani

"No, cara, non sei anche tu figlia dei Ford! Almeno spero!"

Cannibal dice: Sono la coppia più bella del mondo. Mr. James Ford e Cannibal Kid?
Fuochino. Mi riferisco invece a Michael Fassbender e Alicia Vikander, i protagonisti di questo melodrammone di cui a breve vi riferirò. Certo che se i protagonisti fossero stati Ford e Cannibal la situazione sarebbe stata ancora più melodrammatica. Molto più melodrammatica...
Ford dice: Fassbender e la Vikander tentano, attraverso questo film, di insidiare il trono di miglior coppia del gossip mondiale occupato attualmente da Ford e Cannibal. Ci riusciranno?
La risposta a breve qui al Saloon.

 

Kong: Skull Island

Ford dopo aver letto un altro vecchio pezzo di Cannibal, ai tempi della loro accesa rivalità.
Cannibal dice: Il gorillone è tornato e no, non mi riferisco a James Ford o allo scimmione che ha co-vinto l'ultimo Festival di Sanremo insieme a Francesco Gabbani. King Kong è di nuovo tra noi e sinceramente io non è che ne sentissi un gran bisogno. Complice la presenza della mia favorita Brie Larson e un trailer che preannuncia una pellicolona “ignorante” ma potenzialmente divertente, questo film comunque non mi spaventa troppo. Non quanto Ford: Skull Island.
Ford dice: gorilla giganti, esplosioni, atmosfera da filmaccio trash ignorante.
Non posso che esserne già esaltato.
Senza contare che il Fordino non vede l'ora e che ho visto il trailer con Dembo dalla prima fila della Sala Energia di Melzo. Una roba da vomitare le budella.


Il diritto di contare

"Complimenti: secondo i suoi calcoli Ford e Cannibal riprenderanno ad essere in disaccordo molto presto. Attendevamo tutti questa notizia."

Cannibal dice: Una gran bella storia non sempre basta per fare un gran bel film. In questo caso, una gran bella storia ha portato a un film caruccio, la cui visione è assolutamente consigliata e che presenta un cast in gran forma, soprattutto Taraji P. Henson e la cantantattrice Janelle Monáe. Certo però che la nomination all'Oscar di miglior film dell'anno è stata esagerata. Ma mai quanto quella di un Ford-favorite come La battaglia di Hacksaw Ridge.
Ford dice: film che era candidato agli Oscar e che con Julez ci siamo gustati come quelle pellicole che non saranno Capolavori ma che ci si ferma sempre a guardare quando si trovano in tv, una specie di The Help versione duemiladiciassette.
Ad ogni modo, a breve avrete la recensione fordiana, sperando che, per una volta in questo stranissimo periodo, si discosti da quella cannibalesca.

 

Il padre d'Italia

"Ford e Cannibal ormai amici? La barzelletta del secolo!"

Cannibal dice: Luca Marinelli e Isabella Ragonese, ovvero due tra i migliori giovani interpreti del nostro cinema in gran forma, insieme?
Mi rifiuto di credere che possa esserne uscito un film meno che delizioso. Poi certo, nella vita ci si può sempre sbagliare. Come quando io ho accettato di realizzare questa rubrica in co-conduzione con Mr. Ford, anche noto come l'uomo che si crede Il padre migliore d'Italia.
Ford dice: ma come, un film italiano intitolato Il padre d'Italia che non mi abbia come protagonista? Sarà sicuramente una cannibalata da bottigliare!

 

Questione di karma

"La questione è semplice: se Ford e Cannibal non tornano a scannarsi, l'equilibrio del mondo viene sconvolto!"

Cannibal dice: Commedia con l'inedita accoppiata formata da Fabio De Luigi, comico un tempo divertente in tv ma che al cinema risulta parecchio meno simpatico, e da un Elio Germano per una volta alle prese con la commedia. Coppia tutta da verificare, al contrario di quella ormai rodata composta da Ford and me, e inoltre a prima vista mi pare un po' una versione cinematografica di Occidentali's Karma. E non lo dico come complimento.
Ford dice: di questo film ho già visto il trailer. E mi pare abbastanza.
Penso che io e Cannibal potremmo portare sugli schermi una commedia decisamente più divertente.

 

Bleed – Più forte del destino

"Io ci provo, a dare cazzotti: ma Stallone è un osso troppo duro!"

Cannibal dice: Raramente le pellicole pugilistiche mi entusiasmano. Sono troppo fordiane per me. Questo nuovo Bleed sembra inserirsi all'interno del genere senza avere il fisico per assestare un colpo da KO, un po' come Ford contro di me, però non sembra nemmeno così terribile da essere lasciato steso al tappeto.
Ford dice: film tratto dalla storia vera di Vinnie Pazienza, un pugile dato per spacciato dopo un incidente mortale tornato sul ring da miracolato, che pare essere fordiano al mille per mille.
Non sarà un nuovo Rocky, ma una visione la varrà senza dubbio.

 

Autopsy

"Causa della morte?" "Ha scoperto che Ford e Cannibal ormai vanno d'accordo."

Cannibal dice: Horror con Brian Cox ed Emile Hirsch dal discreto potenziale, ma che non mi ispira particolarmente. Sarà che mi pare ancora più inquietante e claustrofobico di una nuova recensione fordiana.
Ford dice: horror dell'autore dell'ottimo Troll Hunter che ho già visto e che farà capolino la settimana prossima qui su White Russian. E spero possa far cagare sotto quella mammoletta di Peppa Kid.

 

Phantom Boy

Il Cucciolo Eroico al lavoro nel centro di Casale.

Cannibal dice: Pellicola d'animazione co-prodotta da Belgio e Francia che appare piuttosto “adulta”. Che non sia la solita bambinata fordianata animata?
Ford dice: pellicola d'animazione alternativa di matrice supereroica che non mi ispira particolarmente. Sarà che in settimana escono diversi film potenzialmente, per me, più interessanti.

 

Gomorroide

"Ragazzi, non credo che vestirsi come Ford significhi necessariamente che a lui piacerà il nostro film!"

Cannibal dice: Una parodia di Gomorra che pare simpatica quanto un'emorroide. O un fordoide.
Ford dice: una parodia di Gomorra che pare simpatica quanto una recensione di Cannibal. O peggio, di un suo parere cinematografico.
Che, e qui mi devo preoccupare, ultimamente potrebbe essere fin troppo simile ad uno mio.

 

martedì 25 febbraio 2014

Lone survivor

Regia: Peter Berg
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 121'


La trama (con parole mie): siamo nel giugno del 2005 in Afghanisthan, ed il Navy seal Marcus Lutrell è in missione con un manipolo di suoi commilitoni in modo da scovare tra le montagne Ahmad Shahd, un comandante di Al Qaeda, ed eliminarlo. Incrociato il cammino di un gruppo di pastori la squadra si divide rispetto al fatto di ucciderli in quanto potenziali minacce per la missione o rispettare le regole d'ingaggio e risparmiarli. 
Lutrell, maggiore sostenitore della seconda ipotesi, riesce a convincere i compagni.
I mancati prigionieri, rivoltisi agli uomini di Shahd, rendono però possibile ai talebani un attacco massiccio e su territorio favorevole che mette in ginocchio i soldati USA, individuati, braccati ed uccisi uno ad uno.

Lutrell, unico superstite del suo plotone, si troverà costretto a lottare con tutte le forze per rimanere in vita e tornare a casa.





Chiunque frequenti il Saloon è al corrente di quanto bene il sottoscritto voglia a Peter Berg, molto, molto tamarro regista newyorkese praticamente texano d'adozione padre del serial da queste parti amatissimo Friday night lights, nonchè di alcune chicche come Hancock ed il più recente Battleship, sguaiate pellicole di memoria molto eighties divertentissime dall'inizio alla fine.

All'uscita di Lone survivor, lo ammetto, rimasi perplesso a fronte della scelta di Berg di raccontare una storia profondamente a stelle e strisce che correva il rischio di apparire fuori tempo massimo considerata la sua ambientazione, ma mi ripromisi di dare una chance all'operazione a seguito dell'entusiastica recensione che The Rock ne diede su Instagram nonchè da pareri principalmente positivi giunti dalla critica oltreoceano, accompagnati da un esordio a dir poco dirompente al botteghino.

Affrontata la visione ed informatomi sull'ispirazione dal libro e dalla reale storia di Marcus Lutrell - il sopravvissuto cui presta volto Marc Wahlberg -, decisamente ben riportato, posso affermare di aver trovato Lone survivor una delle cose migliori che l'action realistica abbia prodotto dai tempi di End of watch, ottimamente girato e fotografato, serratissimo ed in grado di rappresentare, di fatto, una versione di grana più grossa del meraviglioso Zero dark thirty, ponendosi un gradino sopra a proposte interessanti come Special forces - Liberate l'ostaggio, rispolverando perfino, a partire dall'inizio del conflitto a fuoco che da inizio alla lotta per la vita di Lutrell e compagni, una matrice quasi horror che ricorda Carpenter ed il suo Distretto 13 o il più recente, misconosciuto e sottovalutatissimo Nido di vespe.

Non aspettatevi, però, di sedervi in sala ed assistere ad uno spettacolo diretto con l'approccio quasi giornalistico della Bigelow, perchè Lone survivor trasuda stelle e strisce da ogni poro, e regala momenti ad alto tasso di retorica come il finale legato alle istantanee dei membri di quella maledetta missione o le morti dei singoli componenti del commando, violente quanto intrise della stessa epica che rese inviso a molti Salvate il soldato Ryan.
A prescindere, comunque, dall'apparenza, Lone survivor è solido e cazzutissimo Cinema di genere realizzato con tutti i crismi, per una volta premiato dal successo di pubblico e critica e giustamente preso a modello per quella che dovrebbe essere l'action intelligente lontana dagli effetti e dal pane e salame dei prodotti più fracassoni - comunque da queste parti ugualmente rispettati -: una componente fisica vicina al gusto di Neil Marshall che incontra l'afflato quasi romantico della filosofia USA larger than life, una vicenda di guerra e morte che si è portata via le vite di giovani perduti da una parte e dall'altra della barricata - come in tutti i conflitti, del resto - trasformata in un inno alla vita e alla voglia di viverla e sopravvivere sempre e comunque per farlo, a prescindere dalle prove che ci vengono messe di fronte.
In quest'ottica la scelta di non oscurare - anzi, di trasformare in fondamentale anche sul grande schermo - l'aiuto che Lutrell ebbe da una tribù locale legata ad una tradizione millenaria volta alla sacralità degli ospiti diviene un buon viatico per passare oltre le apparenze e mostrare un altro lato dell'approccio spesso e volentieri troppo tendente alla conquista degli States: forse perfino questi novelli cowboys armati di fucili di precisione ed addestrati a superare quasi ogni limite umano sono riusciti a fare loro la lezione più importante fin dai tempi delle lotte senza quartiere con i nativi americani.
Non esistono un unico nemico, un unico volto, un'unica guerra.
Esistono però dei confini che è sempre meglio non superare, ed altri che è vitale difendere a costo della propria vita.
Perchè sono gli stessi che ci definiscono come persone.
Gli stessi che ci permettono di lottare o di morire in pace.
O di sopravvivere per continuare a sentirli sulla pelle.


MrFord


 
"I'm a survivor (What?)
I'm not gon give up (What?)
I'm not gon stop (What?)
I'm gon work harder (What?)
I'm a survivor (What?)
I'm gonna make it (What?)
I will survive (What?)
Keep on survivin' (What?)"
Destiny's child - "Survivor" - 


       

martedì 23 ottobre 2012

Killer Joe

Regia: William Friedkin
Origine: USA
Anno: 2011
Durata: 102'




La trama (con parole mie): Chris Smith ha un sacco di problemi. Vive in un buco di culo di provincia del Texas, la sua vita non decolla, deve dei soldi ad un boss del posto per via di un buon quantitativo di coca sparito nel nulla ed ha un pessimo rapporto con la madre.
Certo, non che con il padre Ansel e la sua nuova moglie Sharla le cose vadano meglio.
L'unica che gli resta, di fatto, è Dottie, sua sorella minore.
Innocente bambina perduta in un mondo di predatori.
Dottie e i cinquantamila dollari dell'assicurazione sulla vita della madre.
Ma perchè l'assegno possa essere incassato, ovviamente, Chris non può metterci mano personalmente, che poi non ne avrebbe neppure il coraggio.
Così, d'accordo con Ansel, contatta Killer Joe Cooper, un detective della omicidi di Dallas che ogni tanto si presta a lavori di "pulizia".
Ma ancora non sa che l'ingresso dell'uomo nella sua vita sarà solo l'inizio di un'altra infinità di guai.




Alla fine, è arrivato.
Cazzo, se è arrivato.
L'erede di Drive ha finalmente bussato alla porta di casa Ford.
Nel corso di questo duemiladodici, sono passati The artist, Quella casa nel bosco, The raid - Redemption, Expendables 2, Take shelter, ed è stato come arrivare ogni volta ad un passo dalla meta, senza poterla raggiungere.
Questo prima di Joe.
Joe che è il lato oscuro del romanticismo violento cui ha prestato anima e corpo Ryan Gosling lo scorso anno.
Joe abbigliato come un cowboy, nero vestito come una morte che non è venuta per scherzare, un creativo del pollo fritto e dei suoi utilizzi, un osservatore che, più che nel silenzio, crede nelle parole scelte con cura.
Se il guidatore di Refn era uno scorpione, Killer Joe è un serpente, o un coccodrillo: non ha fretta di attaccare, non ama disperdere energie, ma nel momento in cui è scattato potete stare sicuri che sia già troppo tardi.
Quando Joe si muove, e attacca, sei fatto. E' finita. Giù il sipario. Adios.
Questo Chris non lo sa ancora, nel momento in cui decide di fare entrare il detective nella sua vita, ed in qualche modo nella sua famiglia.
Perchè Joe è un predatore, e di quelli più pericolosi: e di fronte ad una preda unica nel suo genere il denaro e le regole possono tranquillamente andare a farsi fottere, così come tutte le povere anime che popolano una roulotte sperduta in un Texas che scaglia sulla Terra fulmini e saette quasi fossero un monito biblico.
L'istinto animale, in questo killer oscuro, è così esplosivo che pare trasudare dalla pelle, ben oltre l'equilibrio ed il controllo che lo stesso ama profondamente esercitare.
E non può nulla Chris, che per quanto possa dibattersi come un pesce in attesa dell'ultima botta una volta pescato non è altro che un piccolo perdente di provincia, un disadattato che non troverà spazio in un mondo che, forse, è troppo forte per lui.
Non può nulla Ansen, che ha deciso di farsi passare la vita davanti come uno di quei lanciatori di tappi nella pubblicità del Jack Daniels. Ansen con la giacca scucita - scena già supercult -, che giustifica sempre e comunque le donne amate ma non si fa problemi all'idea che possano essere spedite all'altro mondo.
Non può nulla Sharla, che potrà sguazzare come uno squalo nella piccola boccia per pesci rossi che si è scelta, ma che è impotente al cospetto di qualcuno ben al di sopra di lei nella catena alimentare.
A meno che non si parli di dedicarsi al pollo.
Non può nulla neppure il cane, che ringhia a tutti. Tranne che a Joe. Perchè l'istinto animale è il sonar migliore per i guai che finiscono per farti mancare la terra sotto i piedi. O le zampe.
E non può nulla soprattutto Dottie.
L'eterea, spietata, furiosa, angelica, perduta, magica Dottie.
Era dai tempi di Winter's bone che non incontravo un personaggio femminile così pazzesco.
Capisco Joe, ed il suo istinto. Dottie è una preda cui nessun lato oscuro può rinunciare.
Qualcosa di più grande.
L'esempio che possa esistere qualcosa che vada oltre il nero di quei vestiti, di quell'anima che mette a nudo - in tutti i sensi - un'America perduta neanche fossimo nel profondo del West.
E non basterà sperare di fuggire verso il Messico.
Perchè questo confine è qualcosa di ben più vasto. E profondo.
Un pozzo più profondo della notte e del pianto, e più profondo di te, Chris.
Più profondo di tutti voi.
E' il pozzo di Joe, quello.
Una voragine nata per inghiottire le meraviglie come Dottie. E tutto quello che sta loro attorno.
E ora potrei stare qui a scrivere di quanto potente sia ancora la mano di William Friedkin - che, oltre a L'esorcista, ha firmato pietre miliari come Il braccio violento della legge e soprattutto Vivere e morire a Los Angeles, non dimentichiamolo -, degli squarci di The wrestler, Rob Zombie, Tarantino, i Coen, Cuore selvaggio che ho visto illuminarmi gli occhi almeno quanto la splendida fotografia, del montaggio quasi disequilibrato - eppure perfetto -, delle interpretazioni pazzesche di tutto il cast, di un finale che pare una versione allucinata e sotto acido di quello indimenticabile di A history of violence, e via discorrendo.
Ma non posso farlo.
Perchè anche io sono perduto nell'abisso di Killer Joe.
Perchè se è vero che sono uno scorpione, e in Drive ho visto un'immagine di me - almeno in parte -, di questo coccodrillo in agguato, che pare morto e in un istante sei morto tu, ho davvero paura.
Perchè Joe è il lato oscuro di Drive.
E' il lato oscuro ed il pozzo profondo che qualcuno si porta dentro. E dietro.
E quasi viene da sperare di essere un povero cristo come Chris, o Ansen.
Fino a quando Dottie non comincia a ballare.
E a quel punto l'istinto prende il sopravvento.
La meraviglia.
E l'orrore.
E non si può più tornare indietro.


MrFord


"You know I like my chicken fried
cold beer on a Friday night
a pair of jeans that fit just right
and the radio up
I like to see the sunrise
see the love in my woman's eyes
feel the touch of a precious child
know a mother's love. "
Zac Brown - "Chicken fried" -




venerdì 17 febbraio 2012

Lords of Dogtown

Regia: Catherine Hardwicke
Origine: Usa
Anno: 2005
Durata: 107'


La trama (con parole mie): cronaca delle adolescenze spericolate di tre dei pionieri dello Zephir, leggendario team californiano che sul finire degli anni settanta cambiò radicalmente l'approccio degli skaters portando nei movimenti e nelle evoluzioni tutta l'eredità del surf, aprendo la strada a quelli che sarebbero stati i campioni del domani.
Tony Alva, Stacy Peralta e Jay Adams, con le loro differenze, i loro contrasti ed il loro spirito più o meno ribelle sono stati i simboli di una generazione e oltre della West Coast, e non esiste uomo o donna su una tavola, al giorno d'oggi, che non ricordi le loro piccole grandi imprese che paiono figlie di una sorta di Stand by me psichedelico.




Devo ammettere di essere rimasto più che piacevolmente sorpreso da questo Lords of Dogtown.
Fino ad ora avevo snobbato clamorosamente quello che bollavo come un sottoprodotto commerciale e troppo teen a causa della visione di Dogtown and the Z-Boys, documentario firmato da Stacy Peralta che prima o poi riprenderò anche qui al saloon, vera e propria fotografia del movimento che il team Zephir generò in California e nel mondo - dello skate e non solo - a partire dalla metà degli anni settanta.
Invece, devo ammetterlo, la pellicola firmata dalla regista di Thirteen e di Twilight funziona discretamente - forse grazie alla sceneggiatura, pur non sempre perfetta, firmata dallo stesso Peralta -, e risulta una visione piacevole e rispettosa di gran parte delle vicende che videro questo curioso gruppo di adolescenti rivoluzionare una cultura che da decenni popola l'immaginario collettivo statunitense, e che purtroppo qui nella vecchia Europa siamo riusciti ad assaporare appieno - e soltanto indirettamente - nei primi anni novanta, quando si ebbe un boom dello skateboard tra gli adolescenti - ricordo benissimo quando me lo regalarono in seconda media, quanto fossi felice, quanto lo provai e quanto in fretta mollai tutto per tornare alla buona, vecchia, più consona al sottoscritto Bmx o surrogato della stessa -.
Certamente a fare la parte del leone è il giovane cast, che in alcuni casi si lanciò verso il successo proprio grazie a quest'opera della Hardwicke - Emile Hirsch su tutti, ma non possono essere esclusi l'allora già noto Heath Ledger o John Robinson, interprete dell'incredibile Elephant di Van Sant -, ma la stessa colonna sonora guidata dalle note roventi di Jimi Hendrix e l'atmosfera legata ad un periodo assolutamente mitico della Storia recente non sono da meno nel fornire alla vicenda una cornice perfetta come un'onda da cavalcare nel pieno del sole californiano, spinti dai sogni di gloria di una generazione che, per la maggior parte, fu spazzata via con la fine dei gloriosi seventies.
Le sensazioni che si respirano sono quelle di piccoli e grandi cult legati in qualche modo al sogno della California, da Blow a Paura e delirio a Las Vegas, da Point break a Un mercoledì da leoni: non saremo di fronte ad un Capolavoro, o ad una pellicola destinata a rimanere impressa negli occhi e nel cuore dello spettatore, eppure Lords of Dogtown entra senza alcuna fatica a far parte di quei film di formazione che, per chi è cresciuto con un certo mito degli Usa - ma non solo - esercitano un fascino unico anche a distanza di anni dal periodo dell'adolescenza inquieta mostrata dalla regista e dalla sua pellicola.
Questo, fondamentalmente, resta il miglior pregio e la differenza più grande rispetto al pur più potente documentario dello stesso Peralta vincitore del Sundance 2001: essendo stato parte fondamentale dello Zephir, infatti, il lavoro girato dell'ex skater è incentrato, in qualche modo, sulla nostalgia del tempo passato e sulla vita che, in alcuni casi - vedi Jay Adams - ha portato quelle che erano giovani promesse e grandi talenti ad essere schiacciati dal peso delle vicissitudini che, star dello skateboarding oppure no, tendono a far parte della nostra esistenza quotidiana.
Al contrario, con Lords of Dogtown assistiamo alla nascita di quelli che saranno i dominatori delle scene di quegli anni, quasi un'adolescenza vera e propria rispetto alla maturità del documentario che ispirò questo stesso film, una discesa senza paura sparati dritti verso le evoluzioni più coraggiose ed estreme così come al futuro, convinti che nulla e nessuno potrà fermarli, dagli squali senza scrupoli - interessante l'apparizione di Johnny Knoxville nelle vesti di un quasi Johnny Depp così come il ruolo di Heath Ledger, primo mentore dello Zephir team - ai casini in famiglia - interessante il ruolo, pur se marginale, di Rebecca De Mornay -.
Ed è con lo stesso spirito che la visione andrebbe affrontata: una discesa scapestrata e senza domani figlia di un "carpe diem" fatto di sole, spiaggia, piscine vuote o svuotate, oltraggio all'autorità e alle regole e ragazze da sballo, di un'epoca che senza dubbio è uscita sconfitta dal suo confronto con il Tempo e la Realtà, ma che ancora oggi resta una delle più incredibili ed affascinanti fucine della creatività - che sia in ambito artistico, sportivo o di vita - dei nostri tempi.
Cosa aspettate, dunque, a cavalcare quest'onda?


MrFord


"Perchè a vent' anni è tutto ancora intero, 
perchè a vent' anni è tutto chi lo sa,
a vent'anni si è stupidi davvero, 
quante balle si ha in testa a quell' età,
oppure allora si era solo noi non c' entra o meno quella gioventù:
di discussioni, caroselli, eroi quel ch'è rimasto dimmelo un po' tu..."
Francesco Guccini - "Eskimo" -


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