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martedì 10 giugno 2014

Maleficent

Regia: Robert Stromberg
Origine: USA, UK
Anno: 2014
Durata: 97'





La trama (con parole mie): tutti conoscono, chi più chi meno, la fiaba de La bella addormentata, giovane principessa finita vittima di un incantesimo scagliato da Malefica e salvata dal bacio del vero amore. Ma la realtà della favola pare sia tutta un'altra cosa: a raccontare al pubblico come si sono svolti davvero i fatti è una misteriosa narratrice che riprende il filo di questa storia da molto tempo prima del suo principio più noto, quando la stessa Malefica, la più potente tra le fate, non era altro che una ragazzina, ed il suo regno, popolato da creature magiche, cercava di mantenere la distanza giusta affinchè la vicinanza del dominio degli umani non portasse ad un'altra guerra.
L'incontro casuale tra la stessa Malefica ed il giovane Stefano darà inizio ad una serie di eventi che nessuno dei due potrà davvero prevedere, e che avrà ripercussioni così grandi da scuotere le fondamenta dei due lati del confine.








Le fiabe, nel corso delle ultime due o tre stagioni, devono proprio aver avuto un brutto effetto, su Cinema e TV, di quelli simili alle sbronze che ti prendono male, pronte a farti pentire di tutto e del contrario di tutto sia durante che dopo.
Ricordo che, da bambino, Disney o audiocassette che fossero - le collane da edicola, in questo senso, erano pressochè perfette -, i Classici della Letteratura per bambini regalavano al sottoscritto emozioni e brividi che ancora oggi sento sulla pelle, che si parlasse di avventure, storie d'amore, pentimento, riscatto o puro e semplice terrore, da Il canto di natale a La bella e la bestia: le fiabe avevano qualcosa di magico a partire dalla loro semplicità, pronta spesso e volentieri a celare una profondità decisamente maggiore, nonchè specchio di una realtà scomoda interpretata dai loro autori in modo da dimenticare, probabilmente, ansie e zone d'ombra.
Poi, con l'avvento del colosso Disney, tutti parvero di colpo dimenticarsi di un certo tipo di atmosfera almeno fino ad una manciata di stagiorni or sono, quando da Gilliam alla serie Once upon a time il mondo dei Grimm e soci venne rispolverato e riadattato alla "modernità": con l'onda lunga generata da questo fenomeno, spesso e volentieri l'associazione alle favole è stata, per il sottoscritto ed il Saloon, una garanzia praticamente assoluta di schifezza pronta ad essere gustata e a prenotare un posto d'onore tra i dieci film in lizza per il Ford Award dedicato al peggio dell'anno, che si parlasse di Biancaneve, Hansel e Gretel o, per l'appunto, La bella addormentata.
Non è da meno a questa schiera Maleficent, proposta della grande D come peggio si potrebbe intendere, buona giusto per gli incassi stratosferici da weekend di pubblico occasionale preparata per pacificare non solo le famiglie in visita alla sala, ma anche il destino di quella che era una delle bad girls più interessanti prodotte dagli Studios del mitico Walt, perfetta nello scagliare la maledizione dell'arcolaio - che, ricordo, da piccolo mi inquietava parecchio nella sua ineluttabilità - trasformata in una sorta di zia figa che pare strana ma alla fine è pronta a tornare buona buona davanti al focolare ad uso e consumo di una delle Angelina Jolie peggiori di sempre, in grado di battagliare perfino con la sua controparte del terrificante The Tourist.
Al suo seguito, oltre ad una Elle Fanning tramutata in un'inutile bambola, l'ex alternativo Sam Riley, fatine irritanti cui prestano volto Imelda Staunton e Juno Temple ed il sempre più caricaturale Sharlto Copley, che alle spalle District 9 pare essere diventato una sorta di garanzia di delusione neanche si trattasse di un personaggio delle favole lui stesso: il problema, però, di Maleficent, non è tanto quello della bassissima prestazione del cast, della regia anonima e ad uso e consumo del 3D, della risibile sceneggiatura e dell'agghiacciante finale, quanto del bieco aspetto dell'intera operazione, nata chiaramente come una sanguisuga pronta a prosciugare le tasche dei poveri genitori costretti a sottostare ai desideri dei figli impazziti per l'ultima novità di casa Disney che non solo ha come protagonista una vera e propria "cattiva", ma è perfetta per veicolare le attenzioni sia del pubblico maschile che femminile.
Un colpo basso dei peggiori, che meriterebbe una lezione al botteghino oltre che dalla critica che purtroppo non arriverà, e che spalancherà le porte ad altre squallide operazioni commerciali simili mosse solo ed esclusivamente dalla povertà di idee degli autori pronti a riciclare e reebootare materie trite e ritrite - svilendole nel frattempo, e finendo per pescare a piene mani, come nel caso del bacio del vero amore, perfino da proposte recenti e legate allo stesso marchio decisamente meglio riuscite, come Frozen - ed alla necessità di gonfiare il portafoglio dei colossi di Hollywood prima che di far sognare il pubblico in sala.
Stando così le cose, sarei e sono senza dubbio felice di essere ancora dalla parte dei cattivi.




MrFord




"So you wanna play with magic
boy, you should know what you're falling for
baby do you dare to do this?
Cause I’m coming at you like a dark horse
are you ready for, ready for
a perfect storm, perfect storm
cause once you’re mine, once you’re mine
there’s no going back."
Katy Perry - "Dark horse" - 



martedì 23 ottobre 2012

Killer Joe

Regia: William Friedkin
Origine: USA
Anno: 2011
Durata: 102'




La trama (con parole mie): Chris Smith ha un sacco di problemi. Vive in un buco di culo di provincia del Texas, la sua vita non decolla, deve dei soldi ad un boss del posto per via di un buon quantitativo di coca sparito nel nulla ed ha un pessimo rapporto con la madre.
Certo, non che con il padre Ansel e la sua nuova moglie Sharla le cose vadano meglio.
L'unica che gli resta, di fatto, è Dottie, sua sorella minore.
Innocente bambina perduta in un mondo di predatori.
Dottie e i cinquantamila dollari dell'assicurazione sulla vita della madre.
Ma perchè l'assegno possa essere incassato, ovviamente, Chris non può metterci mano personalmente, che poi non ne avrebbe neppure il coraggio.
Così, d'accordo con Ansel, contatta Killer Joe Cooper, un detective della omicidi di Dallas che ogni tanto si presta a lavori di "pulizia".
Ma ancora non sa che l'ingresso dell'uomo nella sua vita sarà solo l'inizio di un'altra infinità di guai.




Alla fine, è arrivato.
Cazzo, se è arrivato.
L'erede di Drive ha finalmente bussato alla porta di casa Ford.
Nel corso di questo duemiladodici, sono passati The artist, Quella casa nel bosco, The raid - Redemption, Expendables 2, Take shelter, ed è stato come arrivare ogni volta ad un passo dalla meta, senza poterla raggiungere.
Questo prima di Joe.
Joe che è il lato oscuro del romanticismo violento cui ha prestato anima e corpo Ryan Gosling lo scorso anno.
Joe abbigliato come un cowboy, nero vestito come una morte che non è venuta per scherzare, un creativo del pollo fritto e dei suoi utilizzi, un osservatore che, più che nel silenzio, crede nelle parole scelte con cura.
Se il guidatore di Refn era uno scorpione, Killer Joe è un serpente, o un coccodrillo: non ha fretta di attaccare, non ama disperdere energie, ma nel momento in cui è scattato potete stare sicuri che sia già troppo tardi.
Quando Joe si muove, e attacca, sei fatto. E' finita. Giù il sipario. Adios.
Questo Chris non lo sa ancora, nel momento in cui decide di fare entrare il detective nella sua vita, ed in qualche modo nella sua famiglia.
Perchè Joe è un predatore, e di quelli più pericolosi: e di fronte ad una preda unica nel suo genere il denaro e le regole possono tranquillamente andare a farsi fottere, così come tutte le povere anime che popolano una roulotte sperduta in un Texas che scaglia sulla Terra fulmini e saette quasi fossero un monito biblico.
L'istinto animale, in questo killer oscuro, è così esplosivo che pare trasudare dalla pelle, ben oltre l'equilibrio ed il controllo che lo stesso ama profondamente esercitare.
E non può nulla Chris, che per quanto possa dibattersi come un pesce in attesa dell'ultima botta una volta pescato non è altro che un piccolo perdente di provincia, un disadattato che non troverà spazio in un mondo che, forse, è troppo forte per lui.
Non può nulla Ansen, che ha deciso di farsi passare la vita davanti come uno di quei lanciatori di tappi nella pubblicità del Jack Daniels. Ansen con la giacca scucita - scena già supercult -, che giustifica sempre e comunque le donne amate ma non si fa problemi all'idea che possano essere spedite all'altro mondo.
Non può nulla Sharla, che potrà sguazzare come uno squalo nella piccola boccia per pesci rossi che si è scelta, ma che è impotente al cospetto di qualcuno ben al di sopra di lei nella catena alimentare.
A meno che non si parli di dedicarsi al pollo.
Non può nulla neppure il cane, che ringhia a tutti. Tranne che a Joe. Perchè l'istinto animale è il sonar migliore per i guai che finiscono per farti mancare la terra sotto i piedi. O le zampe.
E non può nulla soprattutto Dottie.
L'eterea, spietata, furiosa, angelica, perduta, magica Dottie.
Era dai tempi di Winter's bone che non incontravo un personaggio femminile così pazzesco.
Capisco Joe, ed il suo istinto. Dottie è una preda cui nessun lato oscuro può rinunciare.
Qualcosa di più grande.
L'esempio che possa esistere qualcosa che vada oltre il nero di quei vestiti, di quell'anima che mette a nudo - in tutti i sensi - un'America perduta neanche fossimo nel profondo del West.
E non basterà sperare di fuggire verso il Messico.
Perchè questo confine è qualcosa di ben più vasto. E profondo.
Un pozzo più profondo della notte e del pianto, e più profondo di te, Chris.
Più profondo di tutti voi.
E' il pozzo di Joe, quello.
Una voragine nata per inghiottire le meraviglie come Dottie. E tutto quello che sta loro attorno.
E ora potrei stare qui a scrivere di quanto potente sia ancora la mano di William Friedkin - che, oltre a L'esorcista, ha firmato pietre miliari come Il braccio violento della legge e soprattutto Vivere e morire a Los Angeles, non dimentichiamolo -, degli squarci di The wrestler, Rob Zombie, Tarantino, i Coen, Cuore selvaggio che ho visto illuminarmi gli occhi almeno quanto la splendida fotografia, del montaggio quasi disequilibrato - eppure perfetto -, delle interpretazioni pazzesche di tutto il cast, di un finale che pare una versione allucinata e sotto acido di quello indimenticabile di A history of violence, e via discorrendo.
Ma non posso farlo.
Perchè anche io sono perduto nell'abisso di Killer Joe.
Perchè se è vero che sono uno scorpione, e in Drive ho visto un'immagine di me - almeno in parte -, di questo coccodrillo in agguato, che pare morto e in un istante sei morto tu, ho davvero paura.
Perchè Joe è il lato oscuro di Drive.
E' il lato oscuro ed il pozzo profondo che qualcuno si porta dentro. E dietro.
E quasi viene da sperare di essere un povero cristo come Chris, o Ansen.
Fino a quando Dottie non comincia a ballare.
E a quel punto l'istinto prende il sopravvento.
La meraviglia.
E l'orrore.
E non si può più tornare indietro.


MrFord


"You know I like my chicken fried
cold beer on a Friday night
a pair of jeans that fit just right
and the radio up
I like to see the sunrise
see the love in my woman's eyes
feel the touch of a precious child
know a mother's love. "
Zac Brown - "Chicken fried" -




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