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martedì 17 novembre 2015

Pride

Regia: Matthew Warchus
Origine: UK, Francia
Anno: 2014
Durata: 119'






La trama (con parole mie): siamo nella Londra della lotta per i diritti dell'era tatcheriana, e Joe, giovane aspirante fotografo chiuso dalla famiglia incontra Mark, attivista più che emancipato pronto a lottare con tutte le forze per esprimere se stesso e la sua libertà. Assieme a lui e ad un ristretto gruppo di compagni di manifestazione fonderanno un movimento che finirà per diventare uno degli sponsor più importanti della lotta del Sindacato dei minatori, legandosi ad una comunità gallese che sulla carta non ha nulla a che spartire con gay, lesbiche ed alternativi assortiti.
Al primo incontro tra i due gruppi, le differenze e gli ostacoli da superare parranno insormontabili, ma un passo dopo l'altro l'aggregazione e l'umanità finiranno per dare vita ad una delle realtà più intense ed efficaci di un'era senza dubbio difficile per tutto quello che riguardava i diritti civili.










Il mio primo contatto con il mondo gay - anche se suona davvero brutto, scritto in questo modo - risale all'estate del novantanove, quando iniziavo l'esperienza all'interno dello storico Virgin Megastore di Piazza Duomo, a Milano.
Fabio, che ancora oggi è uno dei miei più cari amici, allora non viveva qui sotto la Madunina, e dopo esserci incrociati per caso alle visite mediche, dopo il primo giorno di lavoro propose un brindisi a me e a Giorgia, che con noi aveva condiviso quel momento "storico": eravamo tre più o meno ventenni che ancora non sapevano che cosa avrebbero fatto della loro vita, e nel mio caso di un ragazzino che ancora ragionava con una mentalità da quartiere, pur non celando per nulla la volontà di cercare qualcosa oltre, che fossero i confini italiani o in generale della vita di tutti i giorni.
Rimasti soli, Fabio, di punto in bianco, se ne uscì dicendo: "Mi sembri uno che gira per locali, non è che per caso conosci qualche posto figo a Milano, non necessariamente per eterosessuali?", così a freddo che quasi pensai di aver sentito male.
Fino a quel momento, almeno che io sapessi, non avevo mai avuto un confronto così diretto con il concetto di gay, e rimasi più perplesso che altro, fino a quando tutto passò dall'imbarazzo alla condivisione ed allo scherzo: proprio negli anni di Virgin, ad un concerto degli Interpol, ricevetti anche la prima dichiarazione di un altro collega nel frattempo aggiuntosi alla brigata, ed imparai a conoscere da vicino una realtà che, ai tempi in cui andavo a scuola, era considerata distante anni luce dalla vita di tutti i giorni.
Fortunatamente, le epoche segnano il passo ed anche la società - pur se con molte difficoltà - finisce per cambiare ed evolversi: questi cambiamenti, costruiti nel molto piccolo dei rapporti tra persone - probabilmente, se avessi risposto a Fabio in maniera offensiva, le cose sarebbero state molto diverse e più povere, per me come per lui - e nel molto grande da tutti i coraggiosi che si sono battuti per essere quello che sono vengono portati sullo schermo con un cuore grandissimo da Matthew Warchus, che pur sfruttando un modello piuttosto furbo e convenzionale regala allo spettatore una pellicola genuina, sincera, toccante e divertente, interpretata da un gruppo di attori affiatato ed impreziosita da un contesto storico cui, nonostante sia dichiaratamente più "americano" che "british", sono molto legato, ovvero quello delle lotte di classe dell'epoca tatcheriana, forse una delle più buie vissute dai nostri amici anglosassoni.
Pride racconta, ispirandosi ad una storia vera, la formazione di un movimento che riuscì a costruire un legame tra i più improbabili che allora - ma anche oggi, in una certa misura - si potrebbero immaginare: quello tra un gruppo di giovani attivisti gay - e lesbiche - e di una piccola comunità di minatori gallesi che, con ogni probabilità, non avevano mai lasciato il loro paese in tutta la vita, abituati ad una routine di lavoro e sociale che non andava oltre il matrimonio e la birra: il bello è che da confronti come questo, e dal confronto con chi è diverso, per esperienze, inclinazioni e passioni, da noi, si finisce sempre per arricchire il bagaglio che ci portiamo dietro nella nostra vita di viaggiatori e soprattutto di uomini e donne liberi.




MrFord




"If I should fall from grace with god
where no doctor can relieve me
if I'm buried 'neath the sod
and still the angels won't receive me."
The Pogues - "If I should fall from grace with God" -





martedì 10 giugno 2014

Maleficent

Regia: Robert Stromberg
Origine: USA, UK
Anno: 2014
Durata: 97'





La trama (con parole mie): tutti conoscono, chi più chi meno, la fiaba de La bella addormentata, giovane principessa finita vittima di un incantesimo scagliato da Malefica e salvata dal bacio del vero amore. Ma la realtà della favola pare sia tutta un'altra cosa: a raccontare al pubblico come si sono svolti davvero i fatti è una misteriosa narratrice che riprende il filo di questa storia da molto tempo prima del suo principio più noto, quando la stessa Malefica, la più potente tra le fate, non era altro che una ragazzina, ed il suo regno, popolato da creature magiche, cercava di mantenere la distanza giusta affinchè la vicinanza del dominio degli umani non portasse ad un'altra guerra.
L'incontro casuale tra la stessa Malefica ed il giovane Stefano darà inizio ad una serie di eventi che nessuno dei due potrà davvero prevedere, e che avrà ripercussioni così grandi da scuotere le fondamenta dei due lati del confine.








Le fiabe, nel corso delle ultime due o tre stagioni, devono proprio aver avuto un brutto effetto, su Cinema e TV, di quelli simili alle sbronze che ti prendono male, pronte a farti pentire di tutto e del contrario di tutto sia durante che dopo.
Ricordo che, da bambino, Disney o audiocassette che fossero - le collane da edicola, in questo senso, erano pressochè perfette -, i Classici della Letteratura per bambini regalavano al sottoscritto emozioni e brividi che ancora oggi sento sulla pelle, che si parlasse di avventure, storie d'amore, pentimento, riscatto o puro e semplice terrore, da Il canto di natale a La bella e la bestia: le fiabe avevano qualcosa di magico a partire dalla loro semplicità, pronta spesso e volentieri a celare una profondità decisamente maggiore, nonchè specchio di una realtà scomoda interpretata dai loro autori in modo da dimenticare, probabilmente, ansie e zone d'ombra.
Poi, con l'avvento del colosso Disney, tutti parvero di colpo dimenticarsi di un certo tipo di atmosfera almeno fino ad una manciata di stagiorni or sono, quando da Gilliam alla serie Once upon a time il mondo dei Grimm e soci venne rispolverato e riadattato alla "modernità": con l'onda lunga generata da questo fenomeno, spesso e volentieri l'associazione alle favole è stata, per il sottoscritto ed il Saloon, una garanzia praticamente assoluta di schifezza pronta ad essere gustata e a prenotare un posto d'onore tra i dieci film in lizza per il Ford Award dedicato al peggio dell'anno, che si parlasse di Biancaneve, Hansel e Gretel o, per l'appunto, La bella addormentata.
Non è da meno a questa schiera Maleficent, proposta della grande D come peggio si potrebbe intendere, buona giusto per gli incassi stratosferici da weekend di pubblico occasionale preparata per pacificare non solo le famiglie in visita alla sala, ma anche il destino di quella che era una delle bad girls più interessanti prodotte dagli Studios del mitico Walt, perfetta nello scagliare la maledizione dell'arcolaio - che, ricordo, da piccolo mi inquietava parecchio nella sua ineluttabilità - trasformata in una sorta di zia figa che pare strana ma alla fine è pronta a tornare buona buona davanti al focolare ad uso e consumo di una delle Angelina Jolie peggiori di sempre, in grado di battagliare perfino con la sua controparte del terrificante The Tourist.
Al suo seguito, oltre ad una Elle Fanning tramutata in un'inutile bambola, l'ex alternativo Sam Riley, fatine irritanti cui prestano volto Imelda Staunton e Juno Temple ed il sempre più caricaturale Sharlto Copley, che alle spalle District 9 pare essere diventato una sorta di garanzia di delusione neanche si trattasse di un personaggio delle favole lui stesso: il problema, però, di Maleficent, non è tanto quello della bassissima prestazione del cast, della regia anonima e ad uso e consumo del 3D, della risibile sceneggiatura e dell'agghiacciante finale, quanto del bieco aspetto dell'intera operazione, nata chiaramente come una sanguisuga pronta a prosciugare le tasche dei poveri genitori costretti a sottostare ai desideri dei figli impazziti per l'ultima novità di casa Disney che non solo ha come protagonista una vera e propria "cattiva", ma è perfetta per veicolare le attenzioni sia del pubblico maschile che femminile.
Un colpo basso dei peggiori, che meriterebbe una lezione al botteghino oltre che dalla critica che purtroppo non arriverà, e che spalancherà le porte ad altre squallide operazioni commerciali simili mosse solo ed esclusivamente dalla povertà di idee degli autori pronti a riciclare e reebootare materie trite e ritrite - svilendole nel frattempo, e finendo per pescare a piene mani, come nel caso del bacio del vero amore, perfino da proposte recenti e legate allo stesso marchio decisamente meglio riuscite, come Frozen - ed alla necessità di gonfiare il portafoglio dei colossi di Hollywood prima che di far sognare il pubblico in sala.
Stando così le cose, sarei e sono senza dubbio felice di essere ancora dalla parte dei cattivi.




MrFord




"So you wanna play with magic
boy, you should know what you're falling for
baby do you dare to do this?
Cause I’m coming at you like a dark horse
are you ready for, ready for
a perfect storm, perfect storm
cause once you’re mine, once you’re mine
there’s no going back."
Katy Perry - "Dark horse" - 



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