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domenica 30 marzo 2014

Morte e vita di Bobby Z.

Autore: Don Winslow
Origine: USA
Editore:
Einaudi
Anno: 1997

 


La trama (con parole mie): le cose non si sono messe certo bene, per Tim Kearney, ex marine congedato con disonore dopo aver ricevuto una croce al valore, e finito in carcere per rapina.
Ucciso a sangue freddo un membro degli Hell's Angels, infatti, Tim diventa un bersaglio, e la sua unica possibilità di evitare un'esecuzione dietro le sbarre è rappresentata da un accordo con la DEA, che vorrebbe assoldarlo per impersonare il leggendario Bobby Z, trafficante d'erba a livello internazionale sparito dai radar di chiunque da anni e morto per caso in Thailandia dopo essere stato tradito dal suo socio in affari e consegnato agli sbirri.
Kearney dovrà imparare ad essere Bobby, e rendersi disponibile ad uno scambio con il trafficante messicano Don Huertero, che è pronto a liberare un agente in cambio dell'ex imprendibile Z.
Per Tim è un'occasione da cogliere al volo, almeno per il momento: peccato non sappia che tutti, ma proprio tutti, stanno tramando alle spalle di Bobby Z per seppellire definitivamente la sua leggenda. Insieme al suo corpo esanime. 








Sono ormai passati diversi anni dalla prima volta in cui misi le mani su un libro firmato da Don Winslow: acquistai in libreria L'inverno di Frankie Machine spinto più dall'idea che Robert De Niro potesse averne acquistato i diritti cinematografici che non per la trama, e ricordo lo chiusi a bordo del Ghan, il treno che portò me e Julez da Darwin fino ad Alice Springs, ventiquattro ore nel cuore dell'Australia.
Da quel momento Don Winslow, ex investigatore e uomo dalle mille professioni, divenne un riferimento nell'ambito del crime letterario: neanche il tempo di metabolizzare la prima ed ottima esperienza, e giunse a sconvolgermi Il potere del cane, divenuto senza dubbio uno dei miei romanzi preferiti di sempre, un affresco incredibile e, ad oggi, l'assoluto Capolavoro dello scrittore.
Da quel momento la carriera del buon Don altalenò tra proposte discrete - La lingua del fuoco, La pattuglia dell'alba -, grandi exploit - Satori - e delusioni quasi cocenti - Le belve -, di fatto rendendo questo autore un imperdibile mai davvero amato fino in fondo dal sottoscritto, soprattutto rispetto al mio pupillo Lansdale e all'impareggiabile Jo Nesbo: il recupero di Morte e vita di Bobby Z, dunque, ha rappresentato un'occasione ghiotta per riconciliarmi con lo spirito delle origini di Winslow, ed ammetto che sia stato un vero piacere riassaporarlo.
Questo perchè, nonostante sia stato presentato neanche si trattasse del suo nuovo romanzo, questo crime d'inseguimento dal ritmo decisamente serrato è in realtà il secondo lavoro ad ampio respiro che lo scrittore newyorkese ormai californiano d'adozione pubblicò ai tempi, ed in quanto tale resta pervaso dall'atmosfera genuina e di pancia e fiato sospeso del già citato Frankie Machine, reso ancor più interessante da un charachter che l'autore riprenderà anche nel più recente I re del mondo - pur se marginalmente - e che riesce a portare sulla pagina una delle tematiche più care in assoluto al sottoscritto, che si tratti di Cinema, Musica o Letteratura, per l'appunto: quella dei losers in cerca di un riscatto.
Perchè è questo che incarna Tim Kearney: un loser.
Uno nato dalla parte sbagliata della città, della società, del mondo che conta.
Uno che non ha mai avuto problemi ad entrare, quanto, piuttosto, ad uscire.
Uno che fatica a controllare gli impulsi, perchè sa che chi è illuminato - si fa per dire - da una certa stella difficilmente potrà fare finta che il tempo non esista e sperare di godersela comunque.
E non è un loser da poco, il nostro ex marine. E' un tipo tosto, anche negli errori. 
Uno da battaglia e competizione.
Uno a cui non fregherebbe nulla, se non fosse per un fulmine a ciel sereno pronto a cambiare la sua vita. E non stiamo parlando di Bobby Z. Affatto.
Perchè quello è Bobby Z, la leggenda. E lui soltanto Tim Kearney, un cazzone sfigato un pò troppo instabile.
Ghiaccio e fuoco.
E non stiamo parlando neppure della DEA, dei trafficanti messicani, degli Hell's Angels.
Non stiamo parlando neppure di una di quelle donne in grado di rimescolare le carte fino a farti terra bruciata attorno.
Stiamo parlando di Kit.
Un bambino cresciuto troppo in fretta in un ambiente che non regala tempo a nessuno.
Neppure ai pesci grossi.
E Tim Kearney non è affatto un pesce grosso.
"Nel West, quando la Realtà incontra la Leggenda, vince la Leggenda", si recita nel dal vecchio Ford amatissimo L'uomo che uccise Liberty Valance.
Tim Kearney contro Bobby Z.
Realtà contro Leggenda.
In bilico su una Frontiera.
Basta un bambino, a cambiare tutto.
A trasformare il numero uno in niente, ed un perdente fatto e finito nel pezzo da novanta.
Perchè nel West, oppure no, un figlio cambia ogni prospettiva.
Ed è un piacere farsele cambiare, per quanto incasinate ed imperfette possano finire per essere.
Saranno comunque le migliori che una vita dalla parte sbagliata della città possa regalarci.




MrFord




"Welcome to the Hotel California,
such a lovely place, (Such a lovely place) Such a lovely face
plenty of room at the Hotel California,
any time of year, (Any time of year) You can find it here."
The Eagles - "Hotel California" - 


venerdì 20 settembre 2013

I re del mondo

Autore: Don Winslow
Origine: USA
Editore: Einaudi
Anno: 2012




La trama (con parole mie): Ben, Chon e O, trio indissolubile di amici ed amanti, protagonisti indiscussi de Le belve, qualche anno prima delle vicende che li porteranno allo scontro mortale con il Cartello. Siamo nel 2005, e Ben e Chon sono ancora all'inizio - si fa per dire - della costruzione del loro impero di magnati dell'erba idroponica: la loro azienda, però, rischia di subire una brusca battuta d'arresto quando incrocia il suo cammino con quello della misteriosa Associazione, gruppo eterogeneo, potente e radicato ad ogni livello della società di Orange County che opera fin dall'inizio degli anni settanta, quando la pace e l'amore ancora regnavano ed i loro genitori non pensavano che avrebbero fatto nulla di quello che hanno fatto.
Una doppia storia che incrocia passato e futuro e porterà all'inizio di un nuovo capitolo delle vite dei suoi protagonisti.





Sono davvero felice che Don Winslow sia tornato a casa.
Ricordo ancora, infatti, la delusione - pur se parziale - che provai quando lessi Le belve, ormai un paio d'anni or sono, rimpiangendo i tempi d'oro di meraviglie come Il potere del cane o Satori, veri e propri Capolavori non solo di genere che proiettavano l'autore nell'Olimpo dei miei favoriti di tutti i tempi: l'allora ultimo lavoro del buon Don, infatti, mi parve più che altro un marchettone scritto ad uso e consumo del Cinema, tronfio e pregno di un linguaggio fin troppo giovanile che poco si addiceva ad un uomo tutto d'un pezzo - anche sulla pagina scritta - come pare essere questo ex investigatore, tant'è che l'acquisto de I re del mondo fu principalmente subordinato al fatto di desiderare la collezione completa dei titoli usciti in Italia targati Winslow, più che un desiderio impellente da fan in crisi d'astinenza, e all'uscita dell'inspiegabilmente in ritardo Bobby Z, che continuo ad aspettare con hype crescente.
Fortunatamente, la lettura del prequel del suddetto Le belve è stata una vera e propria sorpresa fin dai primi capitoli: stemperato dall'inserimento nella storia dei genitori dei protagonisti e del passato dell'Associazione dagli anni settanta in avanti, il linguaggio pseudo giovanile che rendeva posticcio il romanzo precedente finisce per diventare uno strumento perfetto di narrazione, l'incastro tra presente e passato funziona alla grande, la storia avvince, e le comparsate di protagonisti di altri romanzi appartenenti all'universo narrativo dell'autore - il già citato Bobby Z, il mitico Frankie Machine - impreziosiscono un lavoro che riassume alla perfezione la complessità dei rapporti tra padri - o madri - e figli, e che regala ad un pubblico ormai abituato ad una certa tensione da noir un intreccio interessante e mai scontato che parte da una visione quasi eterea del futuro figlia del peace&love dei sessanta/settanta per finire - o quasi - agli anni ottanta vissuti nel segno di Gordon Gekko e del "chi fa da se fa per tre", dall'amore libero al traffico di cocaina che deve essere controllato da qualcuno, che quel qualcuno sia la Mafia, il Cartello o la DEA.
E al centro di tutto, anche quando desidererebbero di no, sempre loro: Ben, Chon, O.
Inseparabili, uniti da un legame di quelli che soltanto una grande fiaba o la più dura realtà possono cementare. Un legame che unisce fratellanza ad amore.
Fragili eppure invincibili. Fallibili, eppure come illuminati da un'ispirazione che soltanto i predestinati hanno.
La stessa che aveva guidato i loro genitori, la stessa che li aveva condannati. 
E che, allo stesso modo, condannerà loro.
Ma questa è un'altra storia.
Nel frattempo mi godo il sole della California e tutte le sue ombre, le eredità donate e quelle riscosse, i sogni infranti sulle onde e quelli spezzati da un proiettile.
Ed il ritorno con il botto di Don Winslow, un "old guys rule" che conosce le regole del gioco e sa muoversi silenzioso e deciso, proprio come il vecchio Frankie, forse l'(anti)eroe che gli somiglia di più: uno di quelli che ti lascia sul filo fino all'ultimo, ma che alla fine non tradisce mai, un pò come Big John.
Uno di quelli che conosce le onde e sa come domarle, e capisce quando è il momento di farsi da parte per fare posto a questo terzetto di "ragazzi magici", come un passaggio di testimone.
Quello che dovrebbero fare i Maestri.
Quello che dovrebbero fare i Padri.
Anche quando la cavalcata finisce in fondo all'oceano invece che sulla cresta dell'onda.


MrFord


"Fly away on my Zephyr
I feel it more than ever
and in this perfect weather
we'll find a place together."
Red Hot Chili Peppers - "The Zephyr song" - 


lunedì 29 aprile 2013

Californication - Stagione 5

Produzione: Showtime
Origine: USA
Anno: 2012
Episodi: 12




La trama (con parole mie): dopo due anni passati a New York ed un nuovo libro di successo pubblicato, Hank Moody fa ritorno a Los Angeles, dove tutto è iniziato - più o meno - e molto è cambiato. La sua adorata ex moglie Karen si è infatti risposata con Richard Bates, curioso individuo che aveva già incontrato il cammino del nostro scrittore, sua figlia Becca ormai divenuta una piccola donna lo detesta cordialmente e frequenta un aspirante scrittore che presenta tutti i peggiori difetti moodyani, il suo agente e migliore amico Charlie Runkle deve fare i conti con il figlio avuto dall'ex moglie Marcy che ancora non ha detto una parola ed il rapper e produttore nonchè aspirante attore Samurai Apocalypse pare proprio intenzionato ad ingaggiarlo come sceneggiatore per la sua personale eddymuphata, Santa Monica Cop.
Il tutto senza contare Carrie, donna frequentata da Hank nella Grande Mela per un anno e scaricata giusto prima della partenza.
Riuscirà lo scrittore più scombinato del piccolo schermo a sopravvivere al suo personale inferno sfoderando una saggezza insperata, o sarà tutto inutile?





Scrivere di Hank Moody, in qualche modo, riesce ad essere sempre terapeutico, per me.
Come, infatti, chi mi conosce bene - Julez in primis - ben sa, molti dei difetti che lo scombinato scrittore affronta lottando con se stesso sono gli stessi che anche io manifesto e manifesterei se, come lui, fossi in balìa della fama, della scrittura e dei soldi - senza contare le donne e l'alcool, ambiti che conosco decisamente più di quelli appena citati -.
Californication, che iniziai a seguire più per curiosità legata a titolo ed ambientazione che non per effettivo hype nei confronti del lavoro di Tom Kapinos, è diventato negli anni uno dei cult imperdibili di casa Ford, appuntamento fisso per il sottoscritto per un confronto con una serie che riesce ad entrarmi dentro come pochissime altre, a sollevare lo spirito e colpire a fondo pur non sguazzando nel dramma o nei massimi sistemi: la stessa quinta stagione, in una certa misura gestita in maniera decisamente più easy delle due precedenti, è riuscita a conquistarmi sia nei suoi momenti più grotteschi - l'episodio della ronda di Moody, Samurai e Runkle è già da antologia - che in quelli legati al cuore spezzato del vecchio Hank, che pur essendo uno stronzo ed un casinista mostra mai come prima d'ora il fianco agli anni che passano e alla solitudine in cui, inevitabilmente, sguazza - il confronto con Carrie nel corso della cena a casa di Karen e Richard, il meraviglioso ultimo episodio -, che se da un lato gli garantisce la possibilità di essere in una certa misura apparentemente invincibile, dall'altro rivela tutto il romantico destino da loser sentimentale del Nostro.
Come al solito spettacolare la colonna sonora, perfetto l'inserimento nel cast di RZA - un cazzo di grandissimo artista, tra musica, regia ed interpretazioni - con il suo decisamente autoironico grande nome venuto dai bassifondi dell'hip hop pronto a mettere mano al cannone quando le cose non vanno per il verso giusto - ovvero il suo -, fantastici i siparietti con lo Stu di Stephen Tobolowsky ed il sempre più grande Charlie Runkle interpretato da Evan Handler - chi non vorrebbe un amico come questo cazzone pelato!? -, e ottima la scelta di portare Hank Moody sui binari di un approccio più maturo e meno schiavo di alcool e sesso rispetto alle annate precedenti - nella misura che lo scrittore può permettersi, ovviamente -, così come il legame piuttosto turbolento con Tyler, giovane fidanzato di Becca nonchè stronzo da competizione, che io stesso - sarà stata la fresca paternità - ho finito per detestare praticamente dalla prima apparizione, approvando ogni stoccata - fisica e morale - che Moody è riuscito a rifilargli in modo da metterlo in condizione di crescere e godersela, con e soprattutto senza la sua giovane e sempre più adolescente - in quanto a refrattarietà - bambina.
Interessanti anche l'apparizione del compianto Lew Hashby ed il ribaltamento del ruolo della bomba sexy Kali, donna di Samurai Apocalypse nonchè protagonista di un cambiamento che la porta da "vittima" del rapper/produttore/attore a vera e propria manipolatrice del cuore dello stesso.
Ma il bello di Californication, andando oltre la freschezza, i dialoghi, la capacità di ridere di se stessa e della vita godendosela sempre e comunque fino in fondo, per questo vecchio cowboy, è sempre dato dalla quantità di sentimenti che le vicende di Hank riescono a smuovere: potrei quasi pensare che questo caotico protagonista del piccolo schermo sia uno dei più "veri" punti di riferimento che un caotico di nessuno schermo come me possa avere.
Ebbene sì: io amo alla follia quel cazzone bastardo di Moody, perchè non riesco a non pensare di essere in qualche modo fatto della stessa pasta.
E ho amato alla follia anche questa quinta stagione perchè è stata la prima che ho seguito quasi "in stereo" con mio fratello - che ha recuperato le precedenti quattro nel giro di un paio di settimane associando come me le nostre scorribande alcooliche ad una personale californicazione fordiana -, quella legata ad una mia sempre più evidente hankizzazione - Julez, santa donna, lo sa bene -, e soprattutto ad un rapporto con me stesso che è e sarà sempre lo stesso che porta il protagonista di queste avventure letterarie, alcoliche e sessuali a combinare una cazzata dietro l'altra non tanto per mostrarsi più figo o selvaggio degli altri, quanto per proteggere in qualche modo quegli stessi altri dal se stesso che è il primo a temere.
E quanto cazzo lo capisco.


MrFord


"Cuddle up baby
keep it all out of sight
cuddle up baby
sleep with all out of sight
cuddle up baby
keep it all out of sight
undercover
undercover
undercover
keep it all out of sight
undercover of the night."
Rolling Stones - "Undercover of the night" -



domenica 15 luglio 2012

Californication - Stagione 4

Produzione: Showtime
Origine: Usa
Anno: 2011
Episodi: 12




La trama (con parole mie):  avevamo lasciato Hank Moody in balìa della polizia a seguito dell'arresto legato all'aggressione all'agente e fidanzato di Mia, la ragazza colpevole di avergli "rubato" il nuovo romanzo, nonchè della notte di sesso che coinvolse lui e la ragazza - ai tempi minorenne - ancora nel pieno della prima stagione.
Ora lo scrittore in perenne crisi sentimentale e creativa si ritrova a dover affrontare un processo per corruzione di minore che rischia di significare la galera, proprio mentre la sua carriera è rilanciata dalla verità sul libro che Mia ha firmato al suo posto, sul punto di diventare il film indipendente della stagione grazie alle star Eddie Nero e Sasha Bingham.
Nel frattempo, il suo fedele agente ed amico Charlie è intento a raggiungere il traguardo delle cento donne portate a letto, l'amore della sua vita Karen è ormai decisa a mollarlo, sua figlia Becca si da al rock e, all'orizzonte, compare la possibilità di una nuova storia con l'avvocatessa Abby.
Sempre che il vecchio Hank non finisca per rovinare tutto. Di nuovo.




Chi frequenta il saloon da un pò sa bene che quel vecchio bastardo di Hank Moody è, di fatto, uno dei personaggi figli del piccolo schermo che amo di più, un pò per affinità spirituali, un pò perchè la strada verso la sua perdizione pare il destino - con molti meno soldi e scopate occasionali, ovviamente - che si sarebbe profilato per il sottoscritto se Julez non mi avesse tolto da una strada fatta da un pò troppi incontri iniziati sotto la benedizione dell'alcool e finiti in clamorose fughe del giorno dopo, conditi da quella solitudine che si finisce per cucirsi addosso quando, in realtà, si vuole semplicemente chiudere ogni spazio all'esterno e vivere sempre e comunque alla giornata.
Moody, charachter che ha segnato una vera e propria seconda giovinezza per David Duchovny - che tutti, qualche anno fa, pensavano sarebbe rimasto imprigionato nei suoi X-Files figli dei più profondi anni novanta - acquista spessore neanche fosse un whisky invecchiato con il passare delle stagioni, e Californication, inizialmente piuttosto osteggiata dalla parte in rosa di casa Ford, ora è un piccolo cult che affrontiamo sempre più che volentieri, in attesa di scoprire quali saranno i nuovi sviluppi delle avventure del casinista Hank: in questa quarta annata il lato comedy che tanto bene aveva fatto alla terza tiene un profilo molto più basso, concedendosi soltanto qualche sparata di tanto in tanto - l'episodio del miliardario e della scimmia, ad esempio, clamorosamente grottesco ed incredibilmente spassoso - ed incarnandosi principalmente in Eddie Nero - un completamente imprevedibile Rob Lowe -, l'attore designato per interpretare Hank nel film tratto dal suo romanzo rubato dalla giovane Mia ed attribuito dopo numerose vicissitudini al suo autore, "Scopate e cazzotti".
L'attrazione principale, infatti, del consueto circo di sesso, alcool e sentimenti di questo nuovo giro nella "californicazione", è il vuoto creatosi progressivamente nel cuore di Hank, un uomo che aveva tutto - una carriera da scrittore affermato, l'amore della sua vita ed una figlia cui è legatissimo - finito per lasciare che il fiume in piena della sua istintività - vizi, pregi e soprattutto difetti compresi - lo travolgesse rendendolo un ribelle fuori tempo massimo ormai in bilico sulla linea sottile che separa la ricerca del riscatto dall'autodistruzione più completa: se, infatti, il suo inseparabile amico ed agente Charlie Runkle può accontentarsi - più o meno - del sogno di arrivare a cento donne portate a letto per dimenticare i tempi andati, Moody pare non riuscire a liberarsi dalle catene delle sue dipendenze e cercare di fare qualche passo indietro per trovare un suo posto nel mondo che non sia una camera d'albergo dalle notti movimentate o il bancone di un bar dove farsi scivolare in mano il bicchiere con il solito senza neppure doverlo più chiedere.
Da questo punto di vista, questa quarta stagione ha sicuramente rappresentato il momento del confronto con la maturazione del protagonista della serie, divenendo di fatto il primo, grande spartiacque della produzione Showtime a partire dal processo per corruzione di minore con Hank sul banco degli imputati, la rocambolesca cena per festeggiare l'inizio delle riprese del film ispirato dal già citato "Scopate e cazzotti" e la partenza di Becca e Karen per un lungo viaggio: con la quinta stagione ancora inedita in Italia - ma che non vedo l'ora di affrontare - e la sesta e la settima già confermate, chissà che lo scriteriato scrittore non trovi una sua dimensione - pur se completamente caotica - e una strada che lo porti da qualche parte lungo una costa che pare bagnata da un oceano di cocktails serviti da cameriere sempre pronte a saltarti nel letto, scimmie dedite a pratiche estreme ed attori schizzati, soltanto con la sua macchina da scrivere e la consapevolezza di aver trovato, comunque, uno spazio nel mondo.
Io, naturalmente, tifo per lui: da stronzo a stronzo - come scrissi anche in chiusura del post dedicato alla stagione precedente -, non posso non pensare che, nonostante quelli come lui - e un pò come me - siano destinati a cadere spesso e volentieri, la voglia di vivere sia sempre così grande da sollevarsi e ricominciare: un pò come quando, nel pieno dell'hangover, giuriamo a noi stessi che quella sarà davvero l'ultima volta, e appena ripresi stiamo già pensando a quale sarà il prossimo aperitivo spaccafegato da organizzare.
Senza dimenticare, in queste esplorazioni da "walking the line", la passione che guida ogni gesto, dagli errori e le cadute di stile ad una presenza che non è mai messa in discussione: perchè chi ama quelli come il vecchio Hank sa bene che in ritardo, sbronzi o vestiti nella maniera meno adeguata possibile, gli stronzi di quella risma non mancheranno mai di essere presenti, quando avremo bisogno di loro.
E gli Stones - che incarnano perfettamente lo stile Moody - ad intonare You can't always get what you want in chiusura dell'ultimo episodio sono tutto quello che serve perchè i vecchi ribelli abituati al caos e alla sconfitta cerchino una volta ancora il momento della rivincita: chissà che non sia quella buona.


MrFord


"You can't always get what you want
You can't always get what you want
You can't always get what you want
But if you try sometimes well you might find
You get what you need."
Rolling Stones - "You can't always get what you want" -


venerdì 17 febbraio 2012

Lords of Dogtown

Regia: Catherine Hardwicke
Origine: Usa
Anno: 2005
Durata: 107'


La trama (con parole mie): cronaca delle adolescenze spericolate di tre dei pionieri dello Zephir, leggendario team californiano che sul finire degli anni settanta cambiò radicalmente l'approccio degli skaters portando nei movimenti e nelle evoluzioni tutta l'eredità del surf, aprendo la strada a quelli che sarebbero stati i campioni del domani.
Tony Alva, Stacy Peralta e Jay Adams, con le loro differenze, i loro contrasti ed il loro spirito più o meno ribelle sono stati i simboli di una generazione e oltre della West Coast, e non esiste uomo o donna su una tavola, al giorno d'oggi, che non ricordi le loro piccole grandi imprese che paiono figlie di una sorta di Stand by me psichedelico.




Devo ammettere di essere rimasto più che piacevolmente sorpreso da questo Lords of Dogtown.
Fino ad ora avevo snobbato clamorosamente quello che bollavo come un sottoprodotto commerciale e troppo teen a causa della visione di Dogtown and the Z-Boys, documentario firmato da Stacy Peralta che prima o poi riprenderò anche qui al saloon, vera e propria fotografia del movimento che il team Zephir generò in California e nel mondo - dello skate e non solo - a partire dalla metà degli anni settanta.
Invece, devo ammetterlo, la pellicola firmata dalla regista di Thirteen e di Twilight funziona discretamente - forse grazie alla sceneggiatura, pur non sempre perfetta, firmata dallo stesso Peralta -, e risulta una visione piacevole e rispettosa di gran parte delle vicende che videro questo curioso gruppo di adolescenti rivoluzionare una cultura che da decenni popola l'immaginario collettivo statunitense, e che purtroppo qui nella vecchia Europa siamo riusciti ad assaporare appieno - e soltanto indirettamente - nei primi anni novanta, quando si ebbe un boom dello skateboard tra gli adolescenti - ricordo benissimo quando me lo regalarono in seconda media, quanto fossi felice, quanto lo provai e quanto in fretta mollai tutto per tornare alla buona, vecchia, più consona al sottoscritto Bmx o surrogato della stessa -.
Certamente a fare la parte del leone è il giovane cast, che in alcuni casi si lanciò verso il successo proprio grazie a quest'opera della Hardwicke - Emile Hirsch su tutti, ma non possono essere esclusi l'allora già noto Heath Ledger o John Robinson, interprete dell'incredibile Elephant di Van Sant -, ma la stessa colonna sonora guidata dalle note roventi di Jimi Hendrix e l'atmosfera legata ad un periodo assolutamente mitico della Storia recente non sono da meno nel fornire alla vicenda una cornice perfetta come un'onda da cavalcare nel pieno del sole californiano, spinti dai sogni di gloria di una generazione che, per la maggior parte, fu spazzata via con la fine dei gloriosi seventies.
Le sensazioni che si respirano sono quelle di piccoli e grandi cult legati in qualche modo al sogno della California, da Blow a Paura e delirio a Las Vegas, da Point break a Un mercoledì da leoni: non saremo di fronte ad un Capolavoro, o ad una pellicola destinata a rimanere impressa negli occhi e nel cuore dello spettatore, eppure Lords of Dogtown entra senza alcuna fatica a far parte di quei film di formazione che, per chi è cresciuto con un certo mito degli Usa - ma non solo - esercitano un fascino unico anche a distanza di anni dal periodo dell'adolescenza inquieta mostrata dalla regista e dalla sua pellicola.
Questo, fondamentalmente, resta il miglior pregio e la differenza più grande rispetto al pur più potente documentario dello stesso Peralta vincitore del Sundance 2001: essendo stato parte fondamentale dello Zephir, infatti, il lavoro girato dell'ex skater è incentrato, in qualche modo, sulla nostalgia del tempo passato e sulla vita che, in alcuni casi - vedi Jay Adams - ha portato quelle che erano giovani promesse e grandi talenti ad essere schiacciati dal peso delle vicissitudini che, star dello skateboarding oppure no, tendono a far parte della nostra esistenza quotidiana.
Al contrario, con Lords of Dogtown assistiamo alla nascita di quelli che saranno i dominatori delle scene di quegli anni, quasi un'adolescenza vera e propria rispetto alla maturità del documentario che ispirò questo stesso film, una discesa senza paura sparati dritti verso le evoluzioni più coraggiose ed estreme così come al futuro, convinti che nulla e nessuno potrà fermarli, dagli squali senza scrupoli - interessante l'apparizione di Johnny Knoxville nelle vesti di un quasi Johnny Depp così come il ruolo di Heath Ledger, primo mentore dello Zephir team - ai casini in famiglia - interessante il ruolo, pur se marginale, di Rebecca De Mornay -.
Ed è con lo stesso spirito che la visione andrebbe affrontata: una discesa scapestrata e senza domani figlia di un "carpe diem" fatto di sole, spiaggia, piscine vuote o svuotate, oltraggio all'autorità e alle regole e ragazze da sballo, di un'epoca che senza dubbio è uscita sconfitta dal suo confronto con il Tempo e la Realtà, ma che ancora oggi resta una delle più incredibili ed affascinanti fucine della creatività - che sia in ambito artistico, sportivo o di vita - dei nostri tempi.
Cosa aspettate, dunque, a cavalcare quest'onda?


MrFord


"Perchè a vent' anni è tutto ancora intero, 
perchè a vent' anni è tutto chi lo sa,
a vent'anni si è stupidi davvero, 
quante balle si ha in testa a quell' età,
oppure allora si era solo noi non c' entra o meno quella gioventù:
di discussioni, caroselli, eroi quel ch'è rimasto dimmelo un po' tu..."
Francesco Guccini - "Eskimo" -


lunedì 17 ottobre 2011

Le belve

Autore: Don Winslow
Origine: Usa
Editore: Einaudi
Anno: 2010 (in Italia 2011)




La trama (con parole mie): Ben e Chon sono due veri portenti. Indubbiamente. A meno di trent'anni sono milionari grazie alla coltivazione e al commercio di un'erba potentissima e dai molteplici effetti elaborata da loro e divenuta un vero e proprio must sulla costa californiana.
Ben, sensibile genio economico, quando non segue il suo commercio è in giro per il mondo cercando di salvare chi ha avuto più sfortuna di lui, e sogna di convertire la sua attività in una nuova impresa legata alle energie rinnovabili.
Chon, invece, è duro come l'acciaio: reduce di Iraq e Afghanistan, muscoli tesi e freddezza da killer.
Un vero e proprio schiacciasassi di quelli che è sempre meglio avere accanto, e non contro.
E poi c'è Ophelia.
La tipica bellezza californiana: giovane, entusiasta e piena di vita.
Ophelia, detta O, ama Ben come Chon, e con loro si concede serate memorabili tra l'oceano, l'erba, buon cibo, alcool e scopate da urlo.
Tutto pare perfetto, fino a quando entra il gioco il grande cartello messicano della droga.
Perchè in tempi di crisi, un mercato come quello di Ben e Chon è troppo appetitoso per essere lasciato in mano a due "privati".
Per i nostri è la fine del sogno, e l'inizio della guerra.



L'ultima fatica di Winslow è stata davvero una sorpresa, pur se non nell'accezione positiva del termine.
Il vecchio Don, uno dei miei riferimenti assoluti rispetto alla narrativa americana attuale, autore di un Capolavoro come Il potere del cane, torna dopo la splendida escursione nel mondo dello spionaggio classico di Satori alle spiagge dell'amata California e al traffico di droga, quasi a voler battere le stesse strade che, qualche anno fa, l'avevano portato alla ribalta assoluta come vera e propria icona della crime story.
Occorre, però, prima di continuare, fare una premessa: i diritti cinematografici di Le belve - adattamento non proprio azzeccato dell'originale Savages - sono già stati acquistati da Oliver Stone, che è al lavoro ormai da qualche mese sulla trasposizione cinematografica di questo lavoro di Winslow.
Ma per quale motivo è così importante segnalare la futura versione su schermo di questo romanzo?
Semplicemente perchè, più che una storia nata dall'ispirazione dello scrittore, Le belve appare più come una sorta di sceneggiatura pronta per l'uso, un gioco da supergiovani alternativi o presunti tali in pieno stile Palaniuk o Easton Ellis dei peggiori, tanto da tenermi sul filo fino alla conclusione a proposito della decisione da prendere per il suo voto: essere tutto sommato buoni ed affibbiare i due whisky - come poi è stato - affermando semplicemente che si tratta del lavoro più scialbo ed autocompiaciuto di Winslow che mi sia capitato di leggere o bottigliare selvaggiamente quello che era uno dei miei scrittori di riferimento?
In questo senso, è davvero un peccato, infatti, pensare che il responsabile della sequenza straordinaria dedicata alla notte d'amore tra Nora e Sean nel già citato Il potere del cane sia lo stesso che descrive amplessi in stile film porno - fatto salvo per la notte in cui i tre protagonisti decidono finalmente di rompere gli argini e farlo in tre - con un piglio da quasi sessantenne che ancora vuole mostrare al mondo che gli funziona alla grande, o che l'uomo che ha descritto la sequenza di combattimento di Hel catturato dagli agenti russi in Cina abbia deciso di dedicare due pagine due ad un elenco in ordine alfabetico delle marche di abbigliamento più alla moda per giustificare l'amore per lo shopping di Ophelia.
Non si fa, caro Donnie. Che te lo dico a fare.
Le belve è più che altro una sorta di action movie in salsa surf che stenta a decollare, e pare più che altro come uno di quei film da finto scalpore che tanto vorrebbero fare il verso ai veri portabandiera del genere: peccato, perchè i momenti interessanti non mancano - uno tra i migliori, il riferimento da entrambe le parti della barricata al concetto di "selvaggi" come da titolo originale -, e se Winslow avesse deciso di scrivere davvero questo romanzo invece che affidarlo alle pretenziose mani del suo ego da ventenne dei bei tempi, l'escalation sarebbe risultata certamente più efficace, e seppur non all'altezza dei suoi lavori migliori, avrebbe portato a casa il risultato più importante con il minimo degli sforzi.
Le stesse caratterizzazioni dei personaggi, dai protagonisti alla Rejna Elena, da quello che dovrebbe essere il terrificante Lado - charachter telefonatissimo - all'irritante Paqu - scontata e ridondante come la peggiore delle tardone da salotto - mancano del mordente da sempre presente nei lavori dell'autore, non lasciando traccia alcuna nel cuore e nei ricordi del lettore.
Da te, caro Donnie, ci si aspetta decisamente altro. E decisamente di più.
Che te lo dico a fare.

MrFord

"Once three friends
sweet in sadness
now part of their past.
In the end
full of gladness
went from class to class."
Gentle giant - "Three friends" -
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