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domenica 12 aprile 2015

Dogtown and the Z-Boys

Regia: Stacy Peralta
Origine: USA
Anno:
2001
Durata:
91'






La trama (con parole mie): ascesa e caduta dello storico Team Zephyr di Los Angeles, nato nel sobborgo di Dogtown nel pieno degli anni settanta che parevano aver dimenticato lo skateboarding e divenuto uno dei centri nevralgici della disciplina che, nei decenni successivi, avrebbe regalato al mondo fenomeni come Caballero e Hawk.
Dal primo, grande torneo dopo quasi dieci anni organizzato nel 1975 alle piscine vuote in tutta la contea, i primi passi delle future stelle Stacy Peralta e Tony Alva, e quelli falsi della grande promessa Jay Adams, talento cristallino inghiottito dalla vita - non sempre e non per questo infelice - insieme alla maggior parte di quello straordinario team.
La cronaca di una passione, di un'amicizia, di una famiglia che ha dato origine ad una vera e propria nuova pagina dello sport e della controcultura made in USA.








Nonostante sia da sempre un grande fan di tutto quello che è legato in una certa misura alle stelle e strisce il mio personale rapporto con lo skateboard non è mai stato dei migliori: ebbi la prima - ed unica - tavola in regalo il giorno del mio dodicesimo compleanno, la usai fino all'estate successiva al parco prima di abbandonarla in favore della decisamente più divertente - almeno per il sottoscritto - bicicletta, grazie alla quale, con gli amici, potevo avventurarmi nelle prime esplorazioni di Milano e dintorni.
Eppure, che si parlasse di Tartarughe Ninja o di influenze giunte da oltreoceano, il "surf su ruote" è sempre rimasto nel cuore del sottostritto, e parallelamente alla crescita è tornato ad essere ritmato dalla musica di gruppi punk rock o come i Red Hot Chili Peppers rinverdendo i fasti dei cult cinematografici dell'infanzia come California Skate: quando vidi per la prima volta Dogtown and the Z-Boys, documentario realizzato da uno dei grandi pionieri dello skateboarding degli anni settanta, Stacy Peralta, ero con mio fratello, una volta ancora, tra i pochi ad affrontare - o a rifugiarsi - in sala nel pieno dell'estate duemilauno.
Lui era nel pieno del suo periodo crime movies, io in quello da solo Cinema d'autore, eppure uscimmo da quell'esperienza come se avessimo mescolato sogni, passato e futuro.
Decisamente più, infatti, della pellicola ispirata proprio dalle gesta di questo gruppo di innovatori della disciplina - Lords of Dogtown -, questo sentito documentario scandito da una colonna sonora splendida - e non poteva essere altrimenti, considerata la musica dei tempi - non solo riesce a fotografare un'epoca ed una particolare zona di Los Angeles - Dogtown, per l'appunto, quartiere povero costellato di luna park in rovina risalenti agli anni cinquanta e sessanta noto come la "Coney Island di L.A." -, ma anche e soprattutto l'atmosfera magica che permise, a partire dalla prima importante competition di skate da dieci anni a quella parte, nel settantacinque, a dodici ragazzi e ai tre che avevano creduto in loro di cambiare radicalmente il modo di approcciare lo skateboarding, sia come stile che come "attitude".
Gli Z-Boys erano come una gang, un gruppo di giovani che ben sapevano di avere tra le mani l'occasione di uscire da un anonimato che avrebbe potuto condurli al crimine ed al carcere, se le cose non fossero cambiate: come se non bastasse, soprattutto nel caso di alcuni di loro, il talento cristallino permetteva di affrontare la vita di petto, pur se ognuno con il suo stile.
E così i tre nomi più rappresentativi del team finirono, proprio a partire da quella gara, per percorrere strade clamorosamente diverse che li portarono dalle piscine vuote del periodo di maggior siccità della metropoli californiana a divenire non solo skaters, ma uomini d'affari, produttori e registi - Stacy Peralta, per l'appunto -, innovatori assoluti ed imprenditori di se stessi - Tony Alva con la sua linea di tavole ed il vertical skateboarding - e talenti persi per strada che accettano i loro errori e non rimpiangono una vita piena e decisamente vissuta - Jay Adams -.
Dogtown and the Z-Boys è dunque la storia della differente aggressione al terreno di gara e di vita di un gruppo di ragazzini divenuti, di fatto, una famiglia, separati dal tempo che passa ma non per questo dimentichi di un'energia unica e rivoluzionaria che ognuno di loro ha contribuito a creare per le strade di un quartiere che pareva senza speranza, a due passi dall'oceano che fu, con il surf, di fatto ispirazione per il loro arrembante stile, e che contribuì alla rinascita di una disciplina che pareva destinata ad essere considerata un passatempo per bambini e ad un movimento di controcultura urbana divenuto, nei due decenni successivi, un cult per generazioni intere di teenagers in tutto il mondo, ispirati da nomi di spicco come Caballero e Tony Hawk, ai tempi lanciati nell'Olimpo dello skateboarding proprio da Stacey Peralta.
E poco importa che la vita non abbia riservato a tutti i figli dello Zephyr lo stesso destino di successo: perchè quando si cavalca un'onda, in acqua o sulla strada, e si appartiene ad un gruppo come questo, è e sarà così per sempre.
Un istante, una magia, una leggenda.



MrFord




"Fly away on my zephyr
I feel it more than ever
and in this perfect weather
we’ll find a place together
fly on… My wind."
Red Hot Chili Peppers - "The Zephyr song" - 




sabato 19 ottobre 2013

Soul surfer

Regia: Sean McNamara
Origine: USA
Anno: 2011
Durata:
106'




La trama (con parole mie): Bethany Hamilton è una ragazzina come tante nata e cresciuta sull'oceano nella splendida cornice delle Hawaii. I suoi genitori sono surfisti, così come i suoi fratelli, e in lei brilla il talento cristallino della futura campionessa di questo sport da "cresta dell'onda".
Quando, proprio nel momento in cui la sua carriera potrebbe decollare, durante una normale uscita in acqua viene aggredita da uno squalo e perde il braccio sinistro, per Bethany ha inizio un dramma: dovrà reinventare se stessa e ricominciare da capo, o riuscirà a trovare la forza d'animo necessaria per tornare tra le onde per fare quello che ha sempre amato, vivere cavalcando i flutti?
Sostenuta dalla famiglia, Bethany dovrà volare dall'altra parte del mondo e scoprire il dramma di un intero popolo prima di poter trovare la fiducia per ricominciare da capo.





Per quanto non abbia mai provato a cavalcare un'onda su una tavola, ho sempre amato il surf come sport, esperienza di vita e modo di approcciare il mare ed il concetto di Confine, umano, fisico o spirituale che fosse.
Da Un mercoledì da leoni a Point break, passando per i due bellissimi documentari firmati da Stacy Peralta Dogtown and the Z-Boys e Riding giants fino al recente Drift, ho sempre subito il fascino di questa disciplina magica e traboccante adrenalina, mosso in parte dal desiderio che nutro di poter un giorno vivere al mare e dei trascorsi - neppure troppo memorabili - dei tempi delle medie passati sullo skate.
Da tempo Soul surfer - pellicola ispirata alla reale vicenda di Bethany Hamilton - era in attesa di una visione da Saloon, ed approfittando di questo inizio autunno dai climi ancora primaverili ho deciso di rispolverarlo quasi la mia stagione favorita potesse, di fatto, non finire mai: non so se la splendida cornice delle Hawaii, le tematiche legate al concetto di famiglia e forza di volontà o lo stesso surf mi abbiano influenzato, ma ho finito per godermi la visione dal primo all'ultimo minuto - o dalla prima all'ultima onda, per usare un linguaggio più adatto al tema - nonostante l'aura buonista di fondo che aleggia sul lavoro di McNamara, che seppur stucchevole a tratti riesce a presentarsi come un buon prodotto di formazione utile anche nell'ottica di mostrare al Fordino, quando sarà il momento, titoli che possano sensibilizzarlo rispetto all'approccio con lo sport e l'importanza che,quando si parla dei propri sogni, hanno la forza d'animo e la vicinanza della famiglia.
In questo senso la vicenda di Bethany - narrata con grandissima fedeltà ai fatti reali -, giovane promessa del surf professionistico aggredita da uno squalo e privata del braccio sinistro, e del suo percorso per ritrovare la via delle onde, è un'importante ed educativa lezione che va ben oltre il discorso legato alla disabilità, e che agli occhi del sottoscritto ha come unica nota stonata la componente religiosa - ma, in questo caso, non si possono cambiare quelle che sono le credenze della protagonista e dei suoi cari -.
Ottima, per portare il discorso ad un livello più pratico e meno spirituale, la prima parte, quando lo spettatore resta in attesa del momento dell'incidente, ed in più di un'occasione si aspetta di veder comparire lo squalo responsabile dell'attacco, così come le riprese in acqua, molto interessanti e davvero rispettose delle evoluzioni che normalmente si possono ammirare nelle competizioni professionistiche.
Accanto a tutto questo - dalla componente della famiglia, a quella tecnica - una piccola chicca ha permesso al sottoscritto di volere un pò più bene a Soul surfer: Kevin Sorbo. 
L'ex Hercules, attore di serie più che b divenuto celebre grazie alla saga del mitologico eroe greco, si ritaglia una piccola parte accanto a nomi ben più quotati come Dennis Quaid e Helen Hunt, che interpretano i genitori di Bethany, finendo per risultare tanto fuori luogo quanto clamorosamente perfetto per il ruolo.
Non ci troveremo di fronte al film di riferimento sul surf, ma in qualche misura Soul surfer e la storia di questa ragazza aggrappatasi al sogno di continuare a cavalcare le onde dell'oceano possono rappresentare un buon punto di partenza per i giovani in cerca delle emozioni che solo tubi e point breaks possono dare.
Squali permettendo.


MrFord


"Some days you lose you win 
and the waters as high as the times your in.
So I jump back into 
where I learned to swim."
Michael Franti&Spearhead - "The sound of sunshine" - 


venerdì 20 settembre 2013

I re del mondo

Autore: Don Winslow
Origine: USA
Editore: Einaudi
Anno: 2012




La trama (con parole mie): Ben, Chon e O, trio indissolubile di amici ed amanti, protagonisti indiscussi de Le belve, qualche anno prima delle vicende che li porteranno allo scontro mortale con il Cartello. Siamo nel 2005, e Ben e Chon sono ancora all'inizio - si fa per dire - della costruzione del loro impero di magnati dell'erba idroponica: la loro azienda, però, rischia di subire una brusca battuta d'arresto quando incrocia il suo cammino con quello della misteriosa Associazione, gruppo eterogeneo, potente e radicato ad ogni livello della società di Orange County che opera fin dall'inizio degli anni settanta, quando la pace e l'amore ancora regnavano ed i loro genitori non pensavano che avrebbero fatto nulla di quello che hanno fatto.
Una doppia storia che incrocia passato e futuro e porterà all'inizio di un nuovo capitolo delle vite dei suoi protagonisti.





Sono davvero felice che Don Winslow sia tornato a casa.
Ricordo ancora, infatti, la delusione - pur se parziale - che provai quando lessi Le belve, ormai un paio d'anni or sono, rimpiangendo i tempi d'oro di meraviglie come Il potere del cane o Satori, veri e propri Capolavori non solo di genere che proiettavano l'autore nell'Olimpo dei miei favoriti di tutti i tempi: l'allora ultimo lavoro del buon Don, infatti, mi parve più che altro un marchettone scritto ad uso e consumo del Cinema, tronfio e pregno di un linguaggio fin troppo giovanile che poco si addiceva ad un uomo tutto d'un pezzo - anche sulla pagina scritta - come pare essere questo ex investigatore, tant'è che l'acquisto de I re del mondo fu principalmente subordinato al fatto di desiderare la collezione completa dei titoli usciti in Italia targati Winslow, più che un desiderio impellente da fan in crisi d'astinenza, e all'uscita dell'inspiegabilmente in ritardo Bobby Z, che continuo ad aspettare con hype crescente.
Fortunatamente, la lettura del prequel del suddetto Le belve è stata una vera e propria sorpresa fin dai primi capitoli: stemperato dall'inserimento nella storia dei genitori dei protagonisti e del passato dell'Associazione dagli anni settanta in avanti, il linguaggio pseudo giovanile che rendeva posticcio il romanzo precedente finisce per diventare uno strumento perfetto di narrazione, l'incastro tra presente e passato funziona alla grande, la storia avvince, e le comparsate di protagonisti di altri romanzi appartenenti all'universo narrativo dell'autore - il già citato Bobby Z, il mitico Frankie Machine - impreziosiscono un lavoro che riassume alla perfezione la complessità dei rapporti tra padri - o madri - e figli, e che regala ad un pubblico ormai abituato ad una certa tensione da noir un intreccio interessante e mai scontato che parte da una visione quasi eterea del futuro figlia del peace&love dei sessanta/settanta per finire - o quasi - agli anni ottanta vissuti nel segno di Gordon Gekko e del "chi fa da se fa per tre", dall'amore libero al traffico di cocaina che deve essere controllato da qualcuno, che quel qualcuno sia la Mafia, il Cartello o la DEA.
E al centro di tutto, anche quando desidererebbero di no, sempre loro: Ben, Chon, O.
Inseparabili, uniti da un legame di quelli che soltanto una grande fiaba o la più dura realtà possono cementare. Un legame che unisce fratellanza ad amore.
Fragili eppure invincibili. Fallibili, eppure come illuminati da un'ispirazione che soltanto i predestinati hanno.
La stessa che aveva guidato i loro genitori, la stessa che li aveva condannati. 
E che, allo stesso modo, condannerà loro.
Ma questa è un'altra storia.
Nel frattempo mi godo il sole della California e tutte le sue ombre, le eredità donate e quelle riscosse, i sogni infranti sulle onde e quelli spezzati da un proiettile.
Ed il ritorno con il botto di Don Winslow, un "old guys rule" che conosce le regole del gioco e sa muoversi silenzioso e deciso, proprio come il vecchio Frankie, forse l'(anti)eroe che gli somiglia di più: uno di quelli che ti lascia sul filo fino all'ultimo, ma che alla fine non tradisce mai, un pò come Big John.
Uno di quelli che conosce le onde e sa come domarle, e capisce quando è il momento di farsi da parte per fare posto a questo terzetto di "ragazzi magici", come un passaggio di testimone.
Quello che dovrebbero fare i Maestri.
Quello che dovrebbero fare i Padri.
Anche quando la cavalcata finisce in fondo all'oceano invece che sulla cresta dell'onda.


MrFord


"Fly away on my Zephyr
I feel it more than ever
and in this perfect weather
we'll find a place together."
Red Hot Chili Peppers - "The Zephyr song" - 


lunedì 16 settembre 2013

Drift - Cavalca l'onda

Regia: Ben Nott, Morgan O'Neill
Origine: Australia
Anno: 2013
Durata:
113'
 


La trama (con parole mie): Andy e Jimmy Kelly, fuggiti accanto alla madre da Sidney e da un padre violento ed alcolizzato all'inizio degli anni sessanta si ritrovano tra i pionieri del surf sulle spiagge mozzafiato dell'Australia più selvaggia e rurale, ragazzoni di provincia pronti a rischiare il tutto e per tutto tra le onde e non solo.
Andy, tutto d'un pezzo e più responsabile, sogna di mettere in piedi un business legato all'equipaggiamento per il surf, mentre il fratello minore Jimmy, genio e sregolatezza della tavola, con l'amico Gus finisce sempre per essere in bilico tra le cattive compagnie ed un destino incerto.
L'arrivo del filosofo itinerante J.B. e della sua compagna di viaggio Lani porterà i due fratelli a confrontarsi con i propri sogni, la realtà ed una crescita che non sempre si rivelerà piacevole come una giornata in spiaggia.




Scrivo questo post in una sera di fine estate che ha portato in dono uno dei primi temporali con il sapore fresco e pungente dell'autunno, conscio del fatto che lo programmerò per il giorno in cui, dopo tre mesi e mezzo, farò ritorno al lavoro.
Ora, poco importa del perchè sia riuscito a concedermi e godermi una stagione come quelle che si facevano ai tempi della scuola, che il mio voto ad un film di cuore ma non così perfetto sia fin troppo generoso, che l'Australia mi manca, e vorrei che tutta la famiglia Ford avesse occasione di trasferirsi lì, down under, per ricominciare in un luogo in cui ricominciare pare proprio essere possibile.
Nel cuore di luglio, quando la nostalgia crescente di questi giorni ancora appariva come un miraggio, rividi e recensii - e non per la prima volta - Point break, parlando dell'importanza che l'estate ha avuto e continua ad avere nella mia formazione e vita, nonostante il sottoscritto non abbia mai di fatto messo piede su una tavola da surf in vita sua - per il momento il massimo, in questo senso, è stato il parasailing, sempre goduto ai tempi dell'Australia - e Julez sia nata tra le onde decisamente più di questo vecchio cowboy decisamente più a suo agio sulla terra, o al massimo tra le onde di una sbronza da record.
Eppure Drift - Cavalca l'onda è riuscito - malgrado la presenza del cane maledetto Sam Worthington - a conquistarmi dal primo all'ultimo minuto, ricordando i tempi in cui riuscivo a godermi il piacere di una visione senza pensare troppo al suo valore artistico, alla tecnica o a tutti quegli aspetti che ora finiscono, volenti o nolenti, per influenzarmi nel momento in cui mi metto alla scrivania e decido quale voto assegnare ad un film, se bottigliarlo oppure no o cosa lasciarmi scappare nel momento in cui scrivo dello stesso.
Sarà che si tratta della già citata Australia, dei mitici anni settanta, di fratellanza o di sogni per i quali ci si ritrova a combattere con le unghie e con i denti, ma le vicende dei Kelly e dei loro amici hanno finito per fare breccia nel cuore del sottoscritto neanche si trattasse di compari di mille disavventure, appartenenti ad una classe sociale che ben conosco e che ha nel suo futuro i calli sulle mani per il troppo lavoro o il rischio di finire un pò troppo in là rispetto al confine, perdendosi e perdendo chi è importante davvero.
Nel corso di queste quasi due ore, dunque, ho finito per accantonare qualsiasi proposito prettamente critico, gli accostamenti con le riprese magistrali dei due capisaldi del surf sul grande schermo - il già citato Point break e Un mercoledì da leoni - e l'analisi di una sceneggiatura forse troppo facile o già sentita per godermi una storia onesta, semplice e diretta neanche si trattasse di un'onda che si decide di cavalcare in un momento di follia, senza pensare a nient'altro che alla grandezza della Natura di fronte a noi, mentre il tubo romba e si chiude alle nostre spalle, sperando di essere sempre quell'istante più veloci di lui, perchè sarà proprio lì che si giocherà la differenza tra la vita e la morte.
E quando le prospettive non saranno così estreme, si lotterà comunque, perchè un lavoro, un amore, un futuro spesso e volentieri non arrivano - e soprattutto non si difendono e custodiscono - senza un pò di sano sudore e fatica: neppure il talento cristallino del giovane Jimmy può bastare, infatti, per domare l'oceano che tutti i giorni il mondo ci riversa contro.
E allo stesso modo, neppure la ferrea determinazione di Andy.
C'è bisogno di entrambi, per finire a fondo e tornare a galla.
C'è bisogno del coraggio di una madre, dell'amore di una donna, di una Famiglia accanto.
C'è bisogno perfino di una nemesi e di un quasi santone che, alla fine, si rivela più pane e salame di chi pane e salame ci è nato.
C'è bisogno di un'onda, per cavalcare l'oceano.
E di un film senza troppe pretese per tirare fuori, finalmente, un post come volevo scriverne dal mio ritorno dalle vacanze.
Niente Autori, niente Capolavori, niente tecnica sopraffina o interpretazioni da urlo.
Solo tanto cuore, le onde del mare, grande musica e l'estate.
La stessa che ora pare scivolarmi via dalle mani.
La stessa che mi porto dentro per sopravvivere all'inverno.


MrFord


"L'estate sta finendo
e un anno se ne va
sto diventando grande
lo sai che non mi va."
Righeira - "L'estate sta finendo" -


venerdì 23 agosto 2013

Point break

Regia: Kathryn Bigelow
Origine: USA
Anno: 1991
Durata: 120'




La trama (con parole mie): Johnny Utah è un venticinquenne agente dell'FBI fresco fresco di Accademia che viene assegnato alla sezione rapine in banca di Los Angeles, capitale mondiale del "settore". Affidato all'esperto Agente Pappas, si mette sulle tracce di una banda di professionisti che opera ormai da tre anni, gli Ex-Presidenti, capaci di portare a termine i propri colpi in novanta secondi, ignorando i caveau e rispettando alla perfezione ruoli e regole.
Secondo le teorie di Pappas, gli sfuggenti criminali sono in realtà surfisti, dunque Utah si ritrova catapultato in un'operazione di infiltrazione che lo mette in contatto con la tosta Tyler e la sua vecchia fiamma Bodhi, leader di un gruppo di ragazzi "drogati di adrenalina" dediti alla ricerca dell'onda perfetta: e quelli che per Johnny cominciano a definirsi come due rapporti fondamentali per la vita finiranno per essere anche la chiave dell'indagine.




Sto cominciando ad accarezzare seriamente l'idea di dedicare una rubrica ai "reloaded" del Saloon: non è la prima volta, infatti, che Point break fa capolino da queste parti.
Correva l'estate del 2010, con Julez ci si accingeva a partire per la Croazia, il blog era aperto da pochi mesi e ancora non sapevo - ne pensavo, in tutta onestà - sarebbe diventato quello che è diventato: approfittai di quell'agosto per raccontare di quello che è senza dubbio uno dei film - se non IL film - per eccellenza di ogni mia estate che si rispetti, nonchè indiscusso cult personale visto e rivisto non so neppure esattamente quante volte.
A distanza di tre anni, ed approfittando dell'acquisto dell'edizione in bluray con tanto di contenuti extra buoni per scoprire alcuni retroscena della lavorazione del film - come il fatto che Swayze si cimentò spesso e volentieri con lo skydiving proprio per rendere al meglio sulla scena - ho deciso di riesumare il film simbolo della Bigelow per festeggiare quella che è, senza dubbio, una delle estati più spettacolari della mia vita - credo che mai più capiterà di ritrovarmi a casa per tre mesi ed oltre, neanche fossi tornato ai tempi della scuola, per godermi il Tempo, la Famiglia, il Fordino, Julez ed ogni attimo di quello che non è la quotidianità lavorativa -.
Onestamente non vorrei, però, che questo post diventasse una versione 2.0 della recensione che già feci ai tempi, con l'esaltazione del piano sequenza all'arrivo di Utah nella sede dell'FBI di Los Angeles o dell'inseguimento che porta al primo confronto tra il buon Johnny e la verità sul suo nuovo amico Bodhi - personaggio strepitoso, che acquista spessore ad ogni visione -: certo, i momenti cult si sprecano nei centoventi minuti serratissimi di quello che, con Heat - La sfida, considero come il più grande action degli anni novanta - e forse non solo -, così come le battute che puntualmente finisco per citare a menadito - quella del surfista che si incera i baffi è praticamente un tormentone -, le riprese delle evoluzioni sulla tavola o quelle di skydiving sono da brividi, e pur sapendo come si evolverà la situazione finisco sempre per restare incollato allo schermo come fosse la prima volta, ma vorrei dedicare queste righe all'estate ed al suo concetto di Libertà in movimento, come senza dubbio sarebbe apprezzata anche da charachters come Bodhi e Utah.
Giovani esploratori della vita che, pur dai lati opposti della medaglia, finiscono per incarnare ideali profondamente simili, legati al desiderio di scoprire i propri limiti per superarli, e se possibile, finire per andare ancora oltre: in uno scambio di commenti in coda al primo post pointbreakiano, ricordo che parlai di quanto uno come me finisca per sentirsi legato a Johnny e alla sua anima "da kamikaze" riuscendo al contempo a vedere in Bodhi una nemesi e l'attrazione fatale per la propria anima.
Il confronto tra i due in chiusura - una delle sequenze di amicizia virile più intense del Cinema - a Bells Beach, in Australia, è perfetto nel sintetizzare quello che è l'anelito che muove l'eroe dalla parte della Legge dall'anima ribelle ed il criminale che lotta contro il sistema e sfida Uomo e Natura fino a ritrovarsi a perdere se stesso.
Point break - termine surfistico che indica il punto in cui si rompe l'onda - è anche la frontiera che le anime di personaggi come Utah e Bodhi oltrepassano un pò per istinto, un pò per sfidare il destino e scoprire se saranno capaci di tornare a riva tutti interi, oppure lasciarsi andare al brivido della morte "facendo ciò che si ama".
E alla fine non sono riuscito ad evitare di parlare troppo del film e dei suoi personaggi per concentrarmi sull'estate, ma poco importa: non credo che la stessa possa prendersela davvero.
In fondo è come un'onda che arriva senza preavviso e attende soltanto di essere cavalcata: a questo punto sta a chi pagaia sulla tavola decidere se non sia il caso di lasciarla andare ed attendere - quella perfetta? Quella giusta? O più umanamente una più abbordabile? - o buttarsi con le chiappe strette in un tubo che potrebbe ridefinire la nostra anima quanto il nostro corpo.


MrFord


"It's been a long, long time
and too many miles
of handshaking strangers
parading their smiles
of all the faces that come and go
the only one I really wanna know
I want you
I want you."
Concrete Blonde - "I want you" -



domenica 11 settembre 2011

Vizio di forma

Autore: Thomas Pynchon
Origine: Usa
Editore: Einaudi
Anno: 2009



La trama (con parole mie): siamo in California nei primi anni settanta, nel pieno dei riflussi legati alla guerra in Vietnam e alle stragi perpetrate dalla Manson Family, ma anche nel pieno rigoglio della cultura randagia e solare del surf, degli hippies e della psichedelia.
Doc Sportello, investigatore privato dal regime allucinogeno sostanzioso, chiamato in causa dalla sua affascinante ex Shasta, si mette sulle tracce dell'attuale fidanzato di lei, un palazzinaro che pare avere agganci inquietanti con un'organizzazione criminale nascosta come un ninja nel buio chiamata Golden Fang.
Per le strade di L. A. e nei casinò di Las Vegas, dalla spiaggia agli uffici di Procuratori Distrettuali, l'insolito segugio si troverà invischiato in un caso ben più complesso di quanto non possa apparire, e dovrà ricorrere a tutto il suo intuito e alla sua capacità sciamanica per cavalcare l'onda giusta ed arrivare al tramonto tutto intero.



A seguito della recente scazzottata letteraria con Bens la mia curiosità si è concentrata su uno degli scrittori più tosti ed imprevedibili del panorama Usa, nonchè creatura quasi mitologica dall'isolamento anche più estremizzato di Salinger - pare che non si sia mai fatto vedere, intervistare, fotografare o tantomeno si sia sognato di ritirare personalmente qualsiasi premio -: Thomas Pynchon.
Certo, con un noir - pur se atipico - ed un'ambientazione californiana, il nostro misterioso scrittore partiva già con un discreto vantaggio ai miei occhi, eppure da subito è stato chiaro che avrei amato molto lo stile "cool" di Doc Sportello, lontano anni luce dai duri d'altri tempi come Mike Hammer e dal panesalamismo un pò rude di Hap e Leonard, eppure in grado di conquistarmi con il suo appeal profondamente lebowskiano senza sparare neppure un colpo o menare un cazzotto ben assestato per tutta la durata del romanzo.
La cosa che maggiormente colpisce, della prosa a volte nebulosa e sicuramente psichedelica di Pynchon, sono la grande energia e la fame di vita ed esperienze - spesso e volentieri allucinogene - che Sportello trasmette al lettore, tali da far pensare di trovarsi di fronte ad uno scrittore giovane ed arrembante, un surfista sulla trentina che si sveglia la mattina con l'hangover della sera prima, va a cavalcare qualche onda prima di fare colazione sulla spiaggia e gira a cazzo duro praticamente ventiquattro ore su ventiquattro: invece il signor Pynchon è classe 1937, ma pare proprio che il peso dell'età non si sia fatto sentire, almeno sulla sua mente, e la lucidità entusiasta con la quale segue e descrive il suo protagonista è sicuramente degna di un grande esploratore dell'esistenza, di quelli come piacciono a me, sempre pronti a muovere un passo avanti anche quando non avrebbero la forza neppure di sollevare il migliolo, tanta è la passione che li guida.
Inoltre, ad una vicenda rocambolesca, complessa, stratificata e a tratti decisamente confusa - volutamente o no che sia - l'autore aggiunge la zampata del leone attraverso lo straordinario confronto tra Sportello ed uno degli esponenti di spicco dell'aristocrazia politica dietro l'organizzazione della Golden Fang: nella frase "uno come lei, Sportello, ha perso il rispetto e la credibilità la prima volta in cui si è recato dal padrone di casa e ha pagato l'affitto" vibra tutto il conflitto tra il popolo del surf , dell'amore libero e dei viaggi oltre le porte della percezione ed una classe dirigente che sapeva già di yuppismo e squali della finanza, di una sorta di nobiltà che agli stendardi e ai vestiti appariscenti ha preferito il doppiopetto e alla spada la penna e la carta di credito, nel pieno rispetto di quello che è, ora come ora, l'indirizzo della cima della piramide sociale mondiale.
Come il Drugo, anche Doc è destinato a barcamenarsi sulle sue onde accontentandosi di un successo che significa soltanto stare in pace, godersi un viaggio a casa per le strade di una Los Angeles abbracciata dalla nebbia come una giovane bionda dal suo surfista del giorno sulla spiaggia e sapere che garantire per qualcuno, a volte, può portare meglio che farci su dei soldi.
Personaggi come Bigfoot Bjornsen e Coy Harlingen, come lui, conosceranno solo la grande sconfitta di chi si tuffa nell'oceano per cavalcare l'onda più grossa che c'è, ben sapendo che la Natura è un'avversaria troppo grande per dei semplici, piccoli uomini: eppure, Doc Sportello è pacifico, sicuro, strafatto, felice ed inossidabile.
Perchè anche se non sa dove sta andando, sa che vivrà ogni dannato secondo della sua cavalcata.
E non posso pensare che non sia un vero piacere fargli un pò di compagnia sulla tavola, in quel tubo d'acqua che pare non avere fine, ma è di un azzurro così incredibile da togliere il fiato.


MrFord

"And the girls on the bus kept on laughing at us,
as we rode on the ten down to Venice again.
flaring out the G-Funk,
sipping on a juice and gin,
just me and a friend.
feeling kinda groovy,
working on a movie. (Yeah right!)"
Bran Van 3000 - "Drinking in L. A."-
 
 

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