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giovedì 24 dicembre 2015

Ford Awards 2015: le serie

La trama (con parole mie): seconda giornata della maratona dedicata ai Ford Awards, che come di consueto, dopo i romanzi, vede protagoniste le serie televisive passate sugli schermi del Saloon da gennaio ad oggi. Non si parla di titoli, dunque, necessariamente nuovi, bensì di quelli che, con una o più stagioni, hanno riempito occhi e cuore di questo vecchio cowboy ricordando quanto, a volte, il piccolo schermo riesca a giocarsela alla pari - se non in vantaggio - con il grande.
E dalla realtà estrema alla fantasia più sfrenata, dai sentimenti all'azione, i dieci titoli qui presenti hanno rappresentato un tassello importante - per non dire fondamentale - del mio duemilaquindici.


N°10: JUSTIFIED



Prosegue il recupero di Justified, che si conferma come uno dei titoli più fordiani in assoluto del panorama del piccolo schermo, pronto a battere per entrare in top ten prodotti come Black Sails, Banshee o Daredevil, continuando a mantenere alta la sua qualità ed altissimo il livello di coolness del suo protagonista Raylan Givens, sempre affiancato dalla nemesi/rivale/quasi amico Boyd Crowder.




Serie dalle vicissitudini travagliate in fase produttiva ma quasi sempre convincente dal punto di vista della qualità: salvata da Netflix, che si è preoccupata di dare ai fan un finale dignitoso, impreziosita da una terza stagione pazzesca e da una coppia di protagonisti perfetti come outsiders, è stata recuperata integralmente nel corso dell'anno e sempre apprezzata.
Un nuovo classico nel panorama del thriller da piccolo schermo.




Un cocktail ottimamente riuscito tra l'appena segnalata The Killing e Broadchurch, un viaggio allucinante nel dramma di due genitori alla ricerca del loro bambino scomparso, costretti ad affrontare l'oscurità scoperchiata in una piccola comunità francese proprio a seguito della loro tragedia. Realismo estremo, ottime interpretazioni, un tema scottante ed una riflessione assolutamente profonda a proposito della terrificante banalità del Male.

N°7: BALLERS



La sorpresa del piccolo schermo fordiano per questo duemilaquindici: atmosfera scanzonata e velatamente malinconica, un The Rock in grandissimo spolvero, situazioni che paiono mescolare Pain&Gain e Californication, sport, sesso ed alcool, il tutto ambientato nella splendida cornice di Miami.
In altre parole, una vera e propria manna dal cielo creata ad hoc per la goduria del sottoscritto, già in fervente attesa per la seconda stagione, che è già un must see della prossima estate.




Dopo una prima annata strepitosa che è valsa alla creatura di Nic Pizzolatto il Ford Award per la miglior serie duemilaquattordici, al secondo giro di giostra True Detective ha dovuto fare i conti con pregiudizi, aspettative, eccessivi ridimensionamenti.
Per quanto mi riguarda, è stata una delle produzioni più umane e potenti dell'anno, e seppur non perfetta, splendida nel portare alla ribalta un personaggio femminile caratterizzato alla grandissima - la Bezzerides di Rachel McAdams - e far mangiare la polvere al grande schermo con episodi dal taglio assolutamente perfetto.

N°5: SHAMELESS



Al Saloon ci sarà sempre un tavolo pronto per i Gallagher.
La famiglia più amata del piccolo - e forse grande - schermo dai Ford torna alla ribalta con una quinta stagione all'altezza della strepitosa quarta, come sempre una certezza quando ci si ritrova a parlare di Famiglia, fratellanza, amore, amicizia e tutte quelle cose clamorosamente normali pronte a diventare eccezionali proprio perchè vissute nel profondo e con passione da tutti noi outsiders che amiamo incondizionatamente la vita. Una porta più che aperta: sfondata.




Qualitativamente parlando, la saga di Hank Moody ha conosciuto certo giorni migliori nelle sue prime, strepitose annate, che nelle due stagioni di chiusura del serial.
Eppure sarebbe stato ingiusto non celebrare uno dei charachters che più ho amato e mi ha rappresentato nel corso degli ultimi anni, giunto a salutarmi con un episodio finale da commozione proprio nel periodo della perdita del mio grande amico Emiliano, che con me e mio fratello aveva amato Hank Moody, la musica, la scrittura, l'alcool, Bukowski, Warren Zevon e le donne.
Salute, vecchio Hank.
Mi mancherai.


N°3: FARGO



L'antagonista di True Detective a tutte le premiazioni dello scorso anno, nata da una costola del mitico cult dei Coen eppure dallo stesso indipendente: non ho ancora avuto modo di recuperare la seconda stagione, che probabilmente farà capolino al Saloon il prossimo anno, ma ho trovato questa prima divertente e cattiva, scritta, diretta ed interpretata alla grande.
Scene cult a profusione, ed una riflessione di fondo sull'oscurità della Natura umana da brividi.





La decisione più sofferta dei Ford Awards di quest'anno è stata lasciar scivolare i SamCro dal gradino più alto del podio nella stagione del loro addio.
Jax e i suoi mi mancheranno da impazzire, così come mi mancherà una delle mie serie preferite di sempre: eppure, per parafrasare proprio il "maledetto" protagonista, "oggi i cattivi perdono".
Dunque, anche se, con il cuore, la serie del duemilaquindici per eccellenza è stata Sons of anarchy, mi accontento di lasciare alla creatura di Kurt Sutter la seconda piazza, conscio del fatto che i colori dei SamCro li porterò per sempre addosso, sulla pelle e nel cuore.

N°1: NARCOS


Se qualcuno mi avesse detto, soltanto un paio d'anni or sono, che un giorno una realtà come Netflix, nata dalla rete, avrebbe realizzato una serie in grado di riportare alla mente le atmosfere di Capolavori assoluti come Breaking bad o Il potere del cane, avrei riso. Forte.
Invece, senza perdersi in stronzate da adolescenti che vogliono imitare Tony Montana ed ispirandosi alle vicende reali di uno dei trafficanti più noti e leggendari che siano esistiti, Pablo Escobar, i ragazzacci della suddetta Netflix tirano fuori dal cilindro una proposta che riesce ad essere avvincente, imperdibile, universale - per aver catturato anche Julez, che di droghe e traffico delle stesse non vuole sapere nulla neanche se si tratta di fiction - ed assolutamente cult.
Se il livello dovesse mantenersi lo stesso, o addirittura salire il prossimo anno, allora il paragone con le imprese di Walter White non suonerà più così irreale.


I PREMI



Preferito fordiano: Hank Moody, Californication

Miglior personaggio: Jax Teller, Sons of anarchy

Miglior sigla: Narcos

Uomo dell'anno: Wagner Moura, Narcos

Donna dell'anno: Rachel McAdams, True Detective

Scena cult: "El plomo o la plata", Narcos

Migliore episodio: Papa's Goods, Sons of anarchy e Omega Station, True detective

Premio ammazzacristiani: Lorne Malvo, Fargo

Miglior coppia: Mireille Enos e Joel Kinnaman, The Killing
Cazzone dell'anno: Levon, Californication
Cattivo dell'anno: Pablo Escobar, Narcos


MrFord

mercoledì 18 febbraio 2015

Californication - Stagione 7

Produzione: Showtime
Origine: USA
Anno: 2014
Episodi: 12





La trama (con parole mie): Hank Moody, salutata la figlia Becca in partenza per un anno sabbatico in viaggio con il fidanzato e tornato al lavoro su Santa Monica Cop, divenuto una serie televisiva, decide di mettere la testa a posto limitando gli eccessi di sesso ed alcool per cercare di riconquistare una volta per tutte Karen, sua compagna da una vita, nonostante tutti gli alti e bassi della loro relazione.
Peccato che il tutto si complichi con l'arrivo di Levon, figlio ventenne proprio dello scrittore avuto da una fugace ed intensa relazione con l'aspirante attrice Julia solo pochi mesi prima dell'inizio della storia con Karen da poco trasferitosi con la madre a Los Angeles e deciso a ricostruire il rapporto con il genitore ritrovato: gli sconvolgimenti provocati dall'impacciato ed inaspettato rampollo, accanto alle vicissitudini lavorative e non - la sempre caotica amicizia con i Runkle -, senza contare la presenza di Julia, renderanno i tentativi di Hank di tornare tra le braccia di Karen decisamente più ardui.
Senza contare che, al suo ritorno, il vecchio Moody dovrà comunicare a Becca dell'esistenza di un fratellastro.








Giungere al termine di una serie tv è sempre difficile.
E lo è in misura esponenzialmente maggiore se alla serie in questione si è finito per volere un gran bene.
E cazzo, se ne ho voluto, a Californication e ad Hank Moody: un pò perchè sono ben conscio del fatto che alcool e donne sono stati sempre i miei punti deboli, un pò per i riferimenti a Bukowski e Warren Zevon, un pò per l'ambientazione californiana, un pò perchè ci sono personaggi che ti entrano nel cuore e basta, va bene così.
Senza dubbio la brillantezza dei primi anni si era affievolita, e dopo l'unica, vera stagione fiacca - la sesta, per l'appunto - trovo giusto che Tom Kapinos abbia deciso di scrivere la parola fine alla saga dedicata ad uno dei protagonisti più scombinati, divertenti ed irriverenti del piccolo schermo: a dirla tutta, anche quest'annata numero sette non risulta completamente riuscita, e ad alcuni momenti degni degli esordi - legati quasi tutti a Levon, vero e proprio mvp della season - si alternano episodi che sanno molto di riempitivo, ma sinceramente poco importa.
Anch'io, come Hank, sono un amante dei lieti fini, e trovo che la chiusura di questa serie sia stata, nella sua semplicità, perfetta, divertente ed a suo modo romantica come, del resto, Californication è sempre stata: come se non bastasse, o forse proprio per destino, in casa Ford abbiamo vissuto l'ultima puntata in giorni molto particolari legati alla perdita di un amico che, con me e mio fratello, aveva condiviso risate, sbronze e lacrime accanto a Hank Moody e Charlie Runkle, godendo di ogni scelta musicale della produzione e delle apparizioni di icone come Rick Springfield.
E trovo giusto anche che quest'ultima galoppata sia stata quella che ha visto Moody bere e scopare meno di tutte le altre, sfruttando addirittura una chiusura da "eroe solitario" - più o meno - pronto a rimettere le cose a posto quanto più possibile prima di passare il testimone - a Levon, a Becca, ai Runkle, alla California intera, con quella Porsche lasciata di fronte al tramonto che è una tra le immagini più belle degli ultimi mesi di visioni, piccolo o grande schermo che sia -.
Dunque, risate, battute, scopate e cazzotti a parte, Californication saluta con ben più di una punta di commozione, rimandando l'appuntamento con il sottoscritto di una dozzina d'anni, quando conto di rivedere quella che, per allora, sarà una serie vintage, accanto al Fordino adolescente, sperando che possa cogliere quello che può nascondere dietro il caos uno stronzo sempre presente come Hank, o come il suo vecchio.
Per il resto, non ho alcuna voglia di analizzare in maniera "critica" questa settima stagione, elencarne pregi e difetti, trattarla come se fosse un "one night stand": voglio godermela così, come un brindisi fatto con un amico che non si rivede da tanto tempo o con uno che si è destinati a non rivedere mai più, come il ricordo della scopata del secolo rimasta cristallizzata nel tempo o quello della storia della vita, che impariamo a costruire, non senza fatica, ogni giorno.
In fondo, la California rappresenta la terra dei sogni per tantissime persone.
Un pò come avere la possibilità di potersi godere quest'esistenza travagliata fino in fondo: che si tratti di scopate, bevute, amicizie o grandi amori.
Perchè è questo, che siamo.
Animali travolti dalla passione.
E in questo senso, non c'è niente di meglio della "californicazione".
Questa è la terra promessa di tutti noi peccatori.
E pensare di entrarci in compagnia di gente come Hank Moody, è davvero una gran cosa.
Anche se mai come farlo insieme a chi amiamo davvero.



MrFord



"When people keep repeating
that you'll never fall in love
when everybody keeps retreating
but you can't seem to get enough
let my love open the door
let my love open the door
let my love open the door
to your heart."
Pete Townshend -"Let my love open the door" - 





domenica 27 luglio 2014

Californication - Stagione 6

Produzione: Showtime
Origine: USA
Anno: 2013
Episodi: 12




La trama (con parole mie): abbiamo lasciato Hank in preda all'attacco omicida/suicida di Carrie, sua ex dei tempi del ritorno a New York, e lo ritroviamo sprofondato nel senso di colpa per essersi salvato, al contrario della donna. Spedito in comunità di recupero da famiglia ed amici, lo scrittore più scombinato del piccolo schermo non solo ritroverà se stesso, ma anche un nuovo impiego che lo vedrà alle prese con la stesura di una rock opera basata sul suo primo best seller, God hates us all.
E mentre Charlie Runkle dovrà fare fronte alla sua parte gay, ecco che Moody troverà nuova ispirazione grazie a Faith, una groupie specializzata nel riuscire a tirare fuori il meglio da ogni talento cui si dedica.
Inutile dire che la stessa avrà filo da torcere con questo vecchio bastardo dedito al sesso e all'alcool.








Se questo fosse stato un "normale" post giunto al termine di una "normale" stagione di Californication, avrei attaccato con la consueta sviolinata su quanto voglio bene a quel vecchio bastardo di Hank Moody, a quanto la vita che sto vivendo grazie a Julez e al Fordino mi tenga di fatto - alcool escluso - lontano dagli scombinamenti caotici di questo tipo, a quanto questo e a quanto quello.
Peccato che la sesta non sia stata davvero una "normale" stagione di Californication.
Per la prima volta, infatti, dalla sua messa in onda nell'ormai discretamente lontano 2007, il serial dedicato allo scrittore ispirato a grandissimi come Warren Zevon - non a caso le citazioni del suddetto fioccano come neve, in tutti i sensi la si voglia intendere - segna un'involuzione, un passo falso, una crisi creativa e di idee che pare quasi trovare lo specchio nei suoi episodi centrali, dedicati proprio alla possibilità che anche un grande scrittore possa attraversare una fase calante nella propria carriera.
Questo non è dovuto tanto al sempre grande Moody - e ad un Duchovny che è assolutamente nato per interpretarlo -, ad una spalla impareggiabile - il magnifico Charlie Runkle, sempre più l'idolo ed il motore della serie - e ad una nuova compagna decisamente interessante - come giustamente ha fatto notare nel corso della visione la signora Ford, Maggie Grace per la prima volta appare decisamente brava, e non solo un corpo buttato davanti alla macchina da presa -, quanto ad una mancanza di direzione che non permette ai protagonisti di crescere o confrontarsi con qualcosa di nuovo, ripetendo uno schema già affrontato nel corso delle annate precedenti senza la verve delle stesse, reso ancora meno incisivo da comprimari assolutamente non all'altezza di quelli passati dalle parti di casa Moody - il posticcio Atticus è lontano anni luce da gente come Ashby, così come dallo spassoso Samurai Apocalypse della penultima stagione - ed episodi che scorrono via intrattenendo alla grande senza lasciare, però, un segno effettivo nel cuore degli spettatori, oltre che nelle parti basse.
Senza dubbio sequenze come il viaggio aereo da Los Angeles a New York sul jet privato di Atticus o sottotrame dominate da zucca pelata Runkle in versione finto gay entrano di diritto nel meglio che questa dal sottoscritto amatissima serie abbia mai offerto al suo pubblico, eppure nel complesso potrei paragonare la stagione numero sei dedicata alle gesta di Moody ad una sveltina neppure troppo divertente in una notte di baldoria paragonata a mesi - se non anni - di scopate royale.
Lo stesso personaggio di Becca, fondamentale durante la season five per stimolare la crescita di padre di Hank, appare sbiadito e senza uno scopo, riciclata come se volesse a tutti i costi ripercorrere le orme del genitore ed addirittura apparentemente accantonata dagli autori: un vero peccato, perchè personalmente avrei trovato il tentativo di rendere Moody almeno in parte più "saggio" davvero interessante, fornendo per una volta un punto di vista differente dai consueti duelli tra ragione e sentimento che continuano a ripetersi tra lui e la più o meno compagna di una vita Karen.
Uno scivolone può capitare anche ai migliori, e onestamente non mi preoccupo più di tanto di una stagione così sottotono: me la sono goduta comunque.
La speranza, però, è che con il nuovo anno Hank torni a brillare come ha sempre fatto, almeno prima che possa diventare troppo ingombrante il dubbio se non fosse stato meglio chiudere quando ancora si era al massimo.
In fondo, quelli come Moody sono così, sempre con il piede sull'acceleratore.
O come raccontava e cantava il grande Warren, "I enjoy every sandwich", o se non vi basta, con "I'll sleep when I'm dead".



MrFord



"I can saw a woman in two 
but you won't want to look in the box when I do
I can make love disappear 
for my next trick I'll need a volunteer."
Warren Zevon - "For my next trick I need a volunteer" - 


lunedì 29 aprile 2013

Californication - Stagione 5

Produzione: Showtime
Origine: USA
Anno: 2012
Episodi: 12




La trama (con parole mie): dopo due anni passati a New York ed un nuovo libro di successo pubblicato, Hank Moody fa ritorno a Los Angeles, dove tutto è iniziato - più o meno - e molto è cambiato. La sua adorata ex moglie Karen si è infatti risposata con Richard Bates, curioso individuo che aveva già incontrato il cammino del nostro scrittore, sua figlia Becca ormai divenuta una piccola donna lo detesta cordialmente e frequenta un aspirante scrittore che presenta tutti i peggiori difetti moodyani, il suo agente e migliore amico Charlie Runkle deve fare i conti con il figlio avuto dall'ex moglie Marcy che ancora non ha detto una parola ed il rapper e produttore nonchè aspirante attore Samurai Apocalypse pare proprio intenzionato ad ingaggiarlo come sceneggiatore per la sua personale eddymuphata, Santa Monica Cop.
Il tutto senza contare Carrie, donna frequentata da Hank nella Grande Mela per un anno e scaricata giusto prima della partenza.
Riuscirà lo scrittore più scombinato del piccolo schermo a sopravvivere al suo personale inferno sfoderando una saggezza insperata, o sarà tutto inutile?





Scrivere di Hank Moody, in qualche modo, riesce ad essere sempre terapeutico, per me.
Come, infatti, chi mi conosce bene - Julez in primis - ben sa, molti dei difetti che lo scombinato scrittore affronta lottando con se stesso sono gli stessi che anche io manifesto e manifesterei se, come lui, fossi in balìa della fama, della scrittura e dei soldi - senza contare le donne e l'alcool, ambiti che conosco decisamente più di quelli appena citati -.
Californication, che iniziai a seguire più per curiosità legata a titolo ed ambientazione che non per effettivo hype nei confronti del lavoro di Tom Kapinos, è diventato negli anni uno dei cult imperdibili di casa Ford, appuntamento fisso per il sottoscritto per un confronto con una serie che riesce ad entrarmi dentro come pochissime altre, a sollevare lo spirito e colpire a fondo pur non sguazzando nel dramma o nei massimi sistemi: la stessa quinta stagione, in una certa misura gestita in maniera decisamente più easy delle due precedenti, è riuscita a conquistarmi sia nei suoi momenti più grotteschi - l'episodio della ronda di Moody, Samurai e Runkle è già da antologia - che in quelli legati al cuore spezzato del vecchio Hank, che pur essendo uno stronzo ed un casinista mostra mai come prima d'ora il fianco agli anni che passano e alla solitudine in cui, inevitabilmente, sguazza - il confronto con Carrie nel corso della cena a casa di Karen e Richard, il meraviglioso ultimo episodio -, che se da un lato gli garantisce la possibilità di essere in una certa misura apparentemente invincibile, dall'altro rivela tutto il romantico destino da loser sentimentale del Nostro.
Come al solito spettacolare la colonna sonora, perfetto l'inserimento nel cast di RZA - un cazzo di grandissimo artista, tra musica, regia ed interpretazioni - con il suo decisamente autoironico grande nome venuto dai bassifondi dell'hip hop pronto a mettere mano al cannone quando le cose non vanno per il verso giusto - ovvero il suo -, fantastici i siparietti con lo Stu di Stephen Tobolowsky ed il sempre più grande Charlie Runkle interpretato da Evan Handler - chi non vorrebbe un amico come questo cazzone pelato!? -, e ottima la scelta di portare Hank Moody sui binari di un approccio più maturo e meno schiavo di alcool e sesso rispetto alle annate precedenti - nella misura che lo scrittore può permettersi, ovviamente -, così come il legame piuttosto turbolento con Tyler, giovane fidanzato di Becca nonchè stronzo da competizione, che io stesso - sarà stata la fresca paternità - ho finito per detestare praticamente dalla prima apparizione, approvando ogni stoccata - fisica e morale - che Moody è riuscito a rifilargli in modo da metterlo in condizione di crescere e godersela, con e soprattutto senza la sua giovane e sempre più adolescente - in quanto a refrattarietà - bambina.
Interessanti anche l'apparizione del compianto Lew Hashby ed il ribaltamento del ruolo della bomba sexy Kali, donna di Samurai Apocalypse nonchè protagonista di un cambiamento che la porta da "vittima" del rapper/produttore/attore a vera e propria manipolatrice del cuore dello stesso.
Ma il bello di Californication, andando oltre la freschezza, i dialoghi, la capacità di ridere di se stessa e della vita godendosela sempre e comunque fino in fondo, per questo vecchio cowboy, è sempre dato dalla quantità di sentimenti che le vicende di Hank riescono a smuovere: potrei quasi pensare che questo caotico protagonista del piccolo schermo sia uno dei più "veri" punti di riferimento che un caotico di nessuno schermo come me possa avere.
Ebbene sì: io amo alla follia quel cazzone bastardo di Moody, perchè non riesco a non pensare di essere in qualche modo fatto della stessa pasta.
E ho amato alla follia anche questa quinta stagione perchè è stata la prima che ho seguito quasi "in stereo" con mio fratello - che ha recuperato le precedenti quattro nel giro di un paio di settimane associando come me le nostre scorribande alcooliche ad una personale californicazione fordiana -, quella legata ad una mia sempre più evidente hankizzazione - Julez, santa donna, lo sa bene -, e soprattutto ad un rapporto con me stesso che è e sarà sempre lo stesso che porta il protagonista di queste avventure letterarie, alcoliche e sessuali a combinare una cazzata dietro l'altra non tanto per mostrarsi più figo o selvaggio degli altri, quanto per proteggere in qualche modo quegli stessi altri dal se stesso che è il primo a temere.
E quanto cazzo lo capisco.


MrFord


"Cuddle up baby
keep it all out of sight
cuddle up baby
sleep with all out of sight
cuddle up baby
keep it all out of sight
undercover
undercover
undercover
keep it all out of sight
undercover of the night."
Rolling Stones - "Undercover of the night" -



domenica 15 luglio 2012

Californication - Stagione 4

Produzione: Showtime
Origine: Usa
Anno: 2011
Episodi: 12




La trama (con parole mie):  avevamo lasciato Hank Moody in balìa della polizia a seguito dell'arresto legato all'aggressione all'agente e fidanzato di Mia, la ragazza colpevole di avergli "rubato" il nuovo romanzo, nonchè della notte di sesso che coinvolse lui e la ragazza - ai tempi minorenne - ancora nel pieno della prima stagione.
Ora lo scrittore in perenne crisi sentimentale e creativa si ritrova a dover affrontare un processo per corruzione di minore che rischia di significare la galera, proprio mentre la sua carriera è rilanciata dalla verità sul libro che Mia ha firmato al suo posto, sul punto di diventare il film indipendente della stagione grazie alle star Eddie Nero e Sasha Bingham.
Nel frattempo, il suo fedele agente ed amico Charlie è intento a raggiungere il traguardo delle cento donne portate a letto, l'amore della sua vita Karen è ormai decisa a mollarlo, sua figlia Becca si da al rock e, all'orizzonte, compare la possibilità di una nuova storia con l'avvocatessa Abby.
Sempre che il vecchio Hank non finisca per rovinare tutto. Di nuovo.




Chi frequenta il saloon da un pò sa bene che quel vecchio bastardo di Hank Moody è, di fatto, uno dei personaggi figli del piccolo schermo che amo di più, un pò per affinità spirituali, un pò perchè la strada verso la sua perdizione pare il destino - con molti meno soldi e scopate occasionali, ovviamente - che si sarebbe profilato per il sottoscritto se Julez non mi avesse tolto da una strada fatta da un pò troppi incontri iniziati sotto la benedizione dell'alcool e finiti in clamorose fughe del giorno dopo, conditi da quella solitudine che si finisce per cucirsi addosso quando, in realtà, si vuole semplicemente chiudere ogni spazio all'esterno e vivere sempre e comunque alla giornata.
Moody, charachter che ha segnato una vera e propria seconda giovinezza per David Duchovny - che tutti, qualche anno fa, pensavano sarebbe rimasto imprigionato nei suoi X-Files figli dei più profondi anni novanta - acquista spessore neanche fosse un whisky invecchiato con il passare delle stagioni, e Californication, inizialmente piuttosto osteggiata dalla parte in rosa di casa Ford, ora è un piccolo cult che affrontiamo sempre più che volentieri, in attesa di scoprire quali saranno i nuovi sviluppi delle avventure del casinista Hank: in questa quarta annata il lato comedy che tanto bene aveva fatto alla terza tiene un profilo molto più basso, concedendosi soltanto qualche sparata di tanto in tanto - l'episodio del miliardario e della scimmia, ad esempio, clamorosamente grottesco ed incredibilmente spassoso - ed incarnandosi principalmente in Eddie Nero - un completamente imprevedibile Rob Lowe -, l'attore designato per interpretare Hank nel film tratto dal suo romanzo rubato dalla giovane Mia ed attribuito dopo numerose vicissitudini al suo autore, "Scopate e cazzotti".
L'attrazione principale, infatti, del consueto circo di sesso, alcool e sentimenti di questo nuovo giro nella "californicazione", è il vuoto creatosi progressivamente nel cuore di Hank, un uomo che aveva tutto - una carriera da scrittore affermato, l'amore della sua vita ed una figlia cui è legatissimo - finito per lasciare che il fiume in piena della sua istintività - vizi, pregi e soprattutto difetti compresi - lo travolgesse rendendolo un ribelle fuori tempo massimo ormai in bilico sulla linea sottile che separa la ricerca del riscatto dall'autodistruzione più completa: se, infatti, il suo inseparabile amico ed agente Charlie Runkle può accontentarsi - più o meno - del sogno di arrivare a cento donne portate a letto per dimenticare i tempi andati, Moody pare non riuscire a liberarsi dalle catene delle sue dipendenze e cercare di fare qualche passo indietro per trovare un suo posto nel mondo che non sia una camera d'albergo dalle notti movimentate o il bancone di un bar dove farsi scivolare in mano il bicchiere con il solito senza neppure doverlo più chiedere.
Da questo punto di vista, questa quarta stagione ha sicuramente rappresentato il momento del confronto con la maturazione del protagonista della serie, divenendo di fatto il primo, grande spartiacque della produzione Showtime a partire dal processo per corruzione di minore con Hank sul banco degli imputati, la rocambolesca cena per festeggiare l'inizio delle riprese del film ispirato dal già citato "Scopate e cazzotti" e la partenza di Becca e Karen per un lungo viaggio: con la quinta stagione ancora inedita in Italia - ma che non vedo l'ora di affrontare - e la sesta e la settima già confermate, chissà che lo scriteriato scrittore non trovi una sua dimensione - pur se completamente caotica - e una strada che lo porti da qualche parte lungo una costa che pare bagnata da un oceano di cocktails serviti da cameriere sempre pronte a saltarti nel letto, scimmie dedite a pratiche estreme ed attori schizzati, soltanto con la sua macchina da scrivere e la consapevolezza di aver trovato, comunque, uno spazio nel mondo.
Io, naturalmente, tifo per lui: da stronzo a stronzo - come scrissi anche in chiusura del post dedicato alla stagione precedente -, non posso non pensare che, nonostante quelli come lui - e un pò come me - siano destinati a cadere spesso e volentieri, la voglia di vivere sia sempre così grande da sollevarsi e ricominciare: un pò come quando, nel pieno dell'hangover, giuriamo a noi stessi che quella sarà davvero l'ultima volta, e appena ripresi stiamo già pensando a quale sarà il prossimo aperitivo spaccafegato da organizzare.
Senza dimenticare, in queste esplorazioni da "walking the line", la passione che guida ogni gesto, dagli errori e le cadute di stile ad una presenza che non è mai messa in discussione: perchè chi ama quelli come il vecchio Hank sa bene che in ritardo, sbronzi o vestiti nella maniera meno adeguata possibile, gli stronzi di quella risma non mancheranno mai di essere presenti, quando avremo bisogno di loro.
E gli Stones - che incarnano perfettamente lo stile Moody - ad intonare You can't always get what you want in chiusura dell'ultimo episodio sono tutto quello che serve perchè i vecchi ribelli abituati al caos e alla sconfitta cerchino una volta ancora il momento della rivincita: chissà che non sia quella buona.


MrFord


"You can't always get what you want
You can't always get what you want
You can't always get what you want
But if you try sometimes well you might find
You get what you need."
Rolling Stones - "You can't always get what you want" -


venerdì 18 novembre 2011

Californication Stagione 3

Produzione: Showtime
Origine: Usa
Anno: 2009
Episodi: 12



La trama (con parole mie): Hank Moody, rimasto a Los Angeles con la figlia Becca dopo la partenza di sua moglie Karen per New York, finisce per diventare - suo malgrado - insegnante, causando non pochi scompensi sessual-sentimentali all'interno della facoltà in cui lavora: tra avvenenti studentesse/spogliarelliste, assistenti in cerca del grande amore e mogli di rettori facilmente eccitabili, il circo da lenzuola dello scrittore non avrà un momento di pausa.
Il tutto senza contare l'inizio della ribellione adolescenziale della figlia, le consuete disavventure del suo agente Charlie Runkle - alle prese con l'aggressiva Sue Collini e Rick Springfield -, l'ormai cronica crisi da pagina bianca e, con il ritorno di Karen ed il progetto di tornare a vivere nella Grande Mela, l'idea di ripartire da zero e ricominciare.
Sempre che Mia Lewis, che Moody si portò a letto quando era ancora minorenne, responsabile del "furto" del suo ultimo romanzo, non ci metta lo zampino.



Che posso dire, a proposito di Hank Moody!?
Sarà un cazzone irresponsabile e tendenzialmente spocchioso, un adolescente in crisi ormonale nel corpo di uno scrittore tendente al fallimento e mezzo alcolizzato di mezza età, eppure - forse per alcune affinità più o meno pronunciate che ho con il suddetto - questo scombinato outsider della letteratura mi è sempre piaciuto da matti.
Forse sono di parte, certo: dico sempre a Julez che se non ci fosse lei - in senso buono, ovviamente - a quest'ora sarei già stato in viaggio verso una galassia molto vicina a quella del personaggio che ha reinventato David Duchovny trasformandolo da sfigato corteggia alieni in seduttore sciupafemmine, eppure ho sempre trovato Californication una serie tosta ed intelligente, scritta con perizia anche e soprattutto perchè, fondamentalmente, tutta incentrata su quella famosa pagina bianca che imprigiona il vecchio Hank praticamente dal primo episodio in assoluto.
E nonostante il potenziale rischio di finire spiaggiati come balene perdute sulle spiagge californiane del dolce far niente, annata dopo annata la creatura di Tom Kapinos ha trovato stimoli sempre nuovi in grado di stuzzicare la curiosità e la passione dello spettatore: dai primi scompensi caratteriali da turba adolescenziale di Becca - fino alla scorsa stagione decisamente più bambina e legata ai genitori da quell'affetto naif tutto dolcezza e Guitar Hero - al sostegno al vecchio amico Charlie Runkle, che fa da viatico a due delle presenze più azzeccate della storia del serial: Sue Collini - una grandissima Kathleen Turner, personaggio stratosferico - e Rick Springfield, Hank Moody non smette un solo secondo di stupire l'audience con quel suo fare da finto stronzo costruito e menefreghista che, in realtà, nasconde una natura molto più fragile di quella proposta a pubblico e frequenti partner di letto.
A questo va senza dubbio aggiunto che il sesso stesso - ingrediente fondamentale del cocktail Moody - viene approcciato con passione, vitalità e divertimento ed un atteggiamento che ricorda quello dell'azzeccatissimo Shortbus, privo di inibizioni e convenzioni sociali da bravi borghesucci e libero - finalmente, direi - da tutti quei vincoli più che altro mentali che troppo spesso impediscono a noi tutti di godersi una sana scopata riuscendo a sovrapporre selvaggia istintività e passione che porti ad un sentimento - a prescindere da quale sia -.
Certo, Hank Moody non sarà un esempio monumentale di fedeltà ed affidabilità, ma da un certo punto di vista il suo essere una vera e propria mina vagante emotiva e da letto trova un suo senso nell'intraprendere una sorta di crociata contro un certo tipo di costruito - e posticcio - appagamento da salotto, rappresentato perfettamente dal rettore Koons e dalla moglie Felicia.
Altro grande pregio di questa terza stagione sono stati due tra gli episodi migliori che il piccolo schermo mi abbia regalato negli ultimi mesi di visioni, peraltro molto diversi per registro ed approccio: l'ottavo - The apartment -, che prende spunto dalle vecchie commedie slapstick spingendo al massimo sull'acceleratore del sesso e quello che chiude la stagione - Mia culpa -, a metà tra il viaggio grottesco nel mondo onirico di Moody ed una svolta drammatica mai sfoggiata dalla serie.
A questo punto non resta che attendere gli sviluppi del ritorno di Mia nel cast fisso e le conseguenze che le sue rivelazioni avranno non tanto sulla carriera - che pare ormai naufragata - ma sulla vita privata di Hank e sul suo rapporto con Karen e Becca: a fare da contrapposizione allo spirito delle puntate appena citate, calzano a pennello gli accostamenti musicali al rock leggero ed orecchiabile di Rick Springfield, figlio della spensieratezza eighties e tutta la malinconia dell'Elton John migliore, che con la splendida "Rocket man" ci lascia in apnea - di nuovo, emotiva e sessuale - neanche fossimo il vecchio Hank, disarcionato da tutti i suoi sbagli in materia di donne e non troppo pronto a scivolare a fondo da solo, senza l'ispirazione delle due vere donne della sua vita - e non se la prendano le numerose altre -: Karen e Becca.
Io, che sia affinità o che altro, sto con lui.
In fondo, gente della sua risma - e della mia - alla fine torna sempre a galla.
Siamo stronzi mica per niente.

MrFord

"I get excited
just thinkin' what you might be like
I get excited
there's heaven in your eyes tonight
the fire's ignited down below
it's burning bright
oh baby, stay, we got all night, all night."
Rick Springfield - "I get excited" -


 
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